I Miei Libri

I Miei Libri

giovedì 27 febbraio 2014

Karmamoi

KARMAMOI – Odd Trip
Crisalide Music/ G.T. & Music Distribution
Genere: Psichedelic Prog
Supporto: cd – 2013



Roma è stata da anni il trampolino di lancio di un genere prettamente di nicchia, lo Psichedelico che strizza l’occhio al Prog. E’ accaduto per i Porcupine Tree, per i nostrani No Sound e mi auguro che questo accada anche per i capitolini Karmamoi. Il quintetto composto da Serena Ciacci (voce), Daniele Giovannoni (batteria), Fabio Tempesta (chitarra), Alex Massari (chitarra) e da Alessandro Cefalì (basso) con “Odd Tip” intraprende un viaggio interstellare. Si formano nel 2008 da un idea del batterista Giovannoni e della cantante Serena Ciacci. Dopo un singolo dal nome “Venere”, registrato nel 2009, è la volta del debutto “Karmamoi” nell’anno 2011. Il 2012 lo vivono come un anno transitivo, congiunto solamente da un ep intitolato “Entre Chien Et Loup”. Con “Odd Trip” danno una svolta stilistica, avvicinando il sound al Prog e tentando la strada del cantato in inglese. La confezione cartonata, rappresenta la visuale da un pianeta arido, probabilmente un satellite di Giove, vista la vicinanza con il pianeta gassoso.
Dodici le tracce, ad iniziare dall’introduttiva  “Oxigen (Interlude1)” , per una durata totale di cinquanta minuti di musica. La voce di Serena Ciacci  si esibisce fra sonorità Hard con sottofondi Psichedelici. Ritmiche degne di nota, spezzate, affiatate e precise rendono l’ascolto costantemente interessante. La formula canzone è comunque in prima linea, la melodia resta sempre in primo piano, malgrado i Karmamoi vadano a parare in territori astrusi. Esempio ne è “Labyrinth”, dove il concetto si divide in due, una parte melodica e la seconda più tecnica, quella strumentale. Ci si addentra in una sorta di New Prog nella semi ballata “If I Think Of The Sea”, sicuramente uno dei momenti più toccanti dell’intero lavoro.
Facile accostare certe soluzioni a quelle della band di Steven Wilson (Porcupine Tree), ma probabilmente il paragone non è del tutto giustificato, in quanto nel suono riscontro anche la nostrana mediterraneità. Anche nei frangenti più “scuri” si denotano raggi di sole, tuttavia è innegabile una  presenza di Psichedelia decadente. Ottima la strumentale  “Samvega”, una licenza alla mente di poter dileguarsi in fantastici territori. Resta più anonima “Yours”, soltanto perché è circondata da deja vu sonori, anche se melodicamente ruffiana. Decisamente più nordica la title track ”Odd Trip”, dove l’enfasi interpretativa trova livelli più alti rispetto alla media degli ascolti sin ora avvenuti. Nella strumentale  “5+” si aleggia in piena Psichedelia  e nella discografia dei Porcupine Tree, brano che potrebbe benissimo risiedere nell’album “Signify”. Altra ballata è “Lost Days”, semplice e diretta, mentre a concludere c’è “Aria”, canzone nella norma senza infamia e ne lode. 

Quello che si estrae dall’ascolto di “Odd Trip” è semplicemente piacere, un disco che dimostra una crescita di personalità. Mutano, ma sono ancora un ibrido, probabilmente anche per i Karmamoi vale la legge del terzo disco, solitamente da questa regola non scritta ma funzionale, non si sfugge. Li si avrà il verdetto…o forse no? Intanto sono sicuro che voi amanti del genere avete già segnato il nome nel taccuino dei “preferiti”. Fatto bene. (MS)

mercoledì 26 febbraio 2014

Superdrama

SUPERDRAMA – The Promise
Progressive Promotion Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2014



Non è facile parlare di argomentazioni metafisiche e spirituali su musica Rock, non facendo passare il tutto per un pappone pesante. Il Prog si presta anche a questo, disegna con il suono quello che spesso le parole non riescono a spiegare. I tedeschi Superdrama sono legati allo stile Prog dei tempi che furono, si evincono gli Yes, ma anche della Psichedelia. Ritmi intricati, performance vocali emotive e testi importanti. In “The Promise” ci si interroga dove può arrivare l’uomo, da dove viene, cosa è il bene ed il male, perché non riusciamo a rispettare la natura, dove andremo a finire… In definitiva quelle domande che non hanno tempo. I Superdrama lo fanno guardando al cielo, come direbbero le nostrane Orme, dando  “Uno Sguardo Verso il Cielo”, in cerca di una risposta che puntualmente non arriva, perlomeno non in maniera fisica. Dio ha la risposta.
L’artwork è curatissimo, a partire dalla confezione cartonata con all’interno un nutritissimo libretto descrittivo di 30 pagine! Scritto con testi in inglese (così il cantato), si accompagna con descrizione anche in lingua tedesca. La Nasa ha fornito le foto all’interno davvero mozzafiato, quasi da sembrare il cosmo un luogo finto e cinematografico.
Nella musica si punta anche alla melodia di facile presa, non solo scorribande sonore, certamente i cambi repentini non mancano, ma restano dosati in maniera saggia. Nel concept composto da sette brani, ci sono quelli di breve durata (se 5 minuti vogliamo considerarli brevi) e della medio-lunga, sfiorando anche i 12 minuti.
“Chance Of A Lifetime” ha un buon ritornello, “Evening The Odds” è più Prog, così lo è ancora di più “Turn The Stone”, qui la band adopera tutte le armi a disposizione. In stile Kaipa o Tangent “In Love For A Day”, canzone con buone melodie ed una ritmica a singhiozzo accattivante e suadente. Le tastiere spesso ricoprono un ruolo importante, lo si capisce anche in “Beyond The Edge”.
Una chitarra in stile The Flower Kings apre “Healing Earth”, fra Genesis e Pink Floyd. Ma la chicca è al termine, la title track “The Promise” da sola vale l’acquisto del cd. Certamente i Superdrama non si inventano nulla di nuovo, anzi, suonano il classico Prog Rock con tutti i suoi stilemi annessi, ma lo fanno dannatamente bene!

Quindi chiudo consigliando l’ascolto preventivo per tutti coloro che non sono avvezzi al genere trattato e presentando i bravi autori di questo disco: Robert Gozon (voce, tastiere), Robert Stein-Holzheim (batteria), Michael Hahn (chitarre), Thomas Klarmann (basso, flauto) e Thilo Braun (organo). (MS). 

martedì 25 febbraio 2014

Ultime Uscite

                                  LE ULTIME USCITE

In rapida successione andiamo a vedere le uscite discografiche più interessanti del momento ad iniziare dai svedesi A.C.T. . 
L’album si intitola “Circus Pandemonium” ed è un gradito ritorno dopo quasi otto anni di latitanza da studio. Lo stile è sempre  lo stesso, fra Hard Prog, sinfonia ed AOR. Non sfuggiranno ai più attenti di voi i riferimenti Queen. Un album che gioca molto sulle giuste melodie e coralità, con ritornelli che si stampano facilmente alla memoria.
Con un nome alquanto logorroico i The National Orchestra Of The United Kingdom Of Goats si fanno conoscere con “Vaaya And The Sea”. 


 Un album a cavallo fra Post Rock e quella Psichedelia cara ai Porcupine Tree, oggi vero e proprio punto di riferimento della maggior parte delle band adoperanti nell’ambito. Buone certe soluzioni, tuttavia mancano i solo che lasciano il segno, non sempre bastano atmosfere malinconiche o toccanti per destare l’interesse dell’ascoltatore, serve spezzare e questo è un difetto che hanno troppe band italiane. Ma è un album che nell’insieme convince e che si lascia ascoltare con piacere.
Ritornano i tedeschi Frequency Drift con “Over” 

ed anche qui va aperta una parentesi, quella della qualità dei gruppi germanici. Tutti sono bravi, precisi, puliti, sempre ad un passo dal capolavoro che non giunge quasi mai. Impossibile trovare un disco Prog tedesco che sia brutto, impossibile trovare un disco Prog tedesco che sia un vero capolavoro. Come diciamo noi in Italia, sono quadrati e precisi. Così è la loro musica, professionale, gradevole, ben eseguita, ma esente dal quel passo in più che farebbe fare loro la differenza. Violino, violoncello, arpa, flauto, tastiere, chitarre, molti gli ingredienti del disco, compresa la bella voce di Isa Fallenbacher.
Una band che vedo in continuo crescendo è quella americana Deluge Grander. 

Crescono in professionalità con “Heliotians”, classico Prog che sicuramente piace al fans del genere.  Crescono in capacità e qualità, pur restando ancora distanti dal capolavoro. Un disco buono, dalle mille sfaccettature, ma anche pregno di soluzioni inflazionate. Ma la strada è quella giusta.
Per chi segue il Metal Prog, segnalo il disco dei danesi Incessant “New Chapter”.
Completamente strumentale, riesce a colpire a tratti per le buone melodie sorrette soprattutto dalla chitarra elettrica. Tuttavia alla lunga  risulta essere un poco ripetitivo e stucchevole. La sufficienza è garantita, ma serve anche pazienza.
Ritorna il supergruppo Transatlantic, attesissimo dai fans delle relative band Marillion, Spock’s Beard, The Flower Kings e Dream Theater. 

Il disco si intitola “Kaleidoscope” ed in effetti la sensazione all’ascolto è proprio quella di mille colori sfaccettati che mutano in continuazione. Un passino più avanti rispetto “The Whirlwind”, ma distante dai due dischi d’esordio. Le soluzioni sono finite, la miscela Genesis, Beatles, King Crimson etc. sembra satura e Morse, vera mente compositiva del gruppo, sembra a volte tirare il fiato. Meglio nei momenti più brevi. Infatti nell’album ci sono nuovamente suite di mezz’ora, precisamente due, che comunque non convincono del tutto. Un album però discreto e consigliato a chi ama il genere. Nella versione de luxe il consueto cd inutile di cover.

Altra band che ha debuttato a mille sono gli olandesi Sky Architect 

che nel 2010 con “Excavations Of The Mind” ha stupito sia il fans Metal Prog che quello semplicemente Prog, in una miscela di grande personalità. Il successivo “A Dying Man's Hymn” è pure buono, ma meno effetto sorpresa ed oggi “A Billion Years Of Solitude” mostra una band che è cresciuta in amalgama ed in esperienza, ma che proprio per questo si è stabilizzata nel sound standard del genere. Un peccato perché sembravano promettere ben altre cose. Comunque un buon disco che consiglio assolutamente .

lunedì 24 febbraio 2014

La Società Virtuale

                        Lettera alla Società Virtuale
                                                                  Di Massimo Salari

                              (Anomalia odierna, un uomo che non chatta!)


Nella società “virtuale” di oggi, dove è più facile chattare con uno sconosciuto piuttosto che parlare di persona con il tuo amico di fianco, ci sono cose che veramente non capisco. Con internet abbiamo il mondo a casa, tutte le enciclopedie, la discografia mondiale, l’informazione in diretta… eppure non sappiamo. Non ci ascoltiamo, ci nascondiamo dietro ad un nick name per dire cose che non ci rappresentano. Facebook è un luogo di spionaggio su realtà che non esistono. Tutti filosofi… Italiani popolo di filosofi, peccato solamente che lo sono con le frasi degli altri.
C’è Sanremo? Facile…fa schifo, boicottiamolo! (lo dicevano negli anni ’70 anche quando vincevano i Matia Bazar, figuriamoci oggi). Scrivono su Facebook: C’è il calcio? Non dobbiamo guardarlo! Fa schifo, troppi soldi! C’è X Factor? Solo i stupidi lo guardano, è la morte dell’arte! Boicottiamolo! C’è Il Grande Fratello? Peggio che peggio.
MA… ecco il MA… alla fine tutti guardano questi programmi o eventi. MILIONI di ascolti!!!
La politica? Tutto va male, io spacco questo, io spacco quello…BASTA! E’ ORA DI CAMBIARE. Poi non si fa nulla. Mai!
L’Italia è ridotta ad un feudalesimo becero e squallido, dove ognuno pensa esclusivamente al proprio orticello, fregandosene sempre di colui che è in difficoltà, pensando semplicemente: “A me non capita”, l’orto è il suo. Non si è capito che stare comodi nella cabina del capitano, quando la nave affonda si muore ugualmente. Quando si affonda, si affonda.
Tutto questo accade nella società “virtuale”, dove con un clic hai tutto. Dove a casa non arrivi a fine mese, ma hai l’I Phone. Che strano, funzionavano meglio i ciclostili negli anni ’70, con il volantinaggio, si comunicava meglio…molto strano.Avevano anche la App. Si chiamavano “allegati”.
Sento parlare molto male dei giovani. Mi dispiace, perché in realtà potenzialmente sono meglio delle generazioni passate, in quanto più informati. Io credo in loro.. credo più in loro che nei miei coetanei, fautori del bell’orticello feudale. Le scuole non gli sono di grande aiuto, perché un governo che toglie soldi all’educazione dei propri figli, non è composto da un popolo civile. Ma tant’è.
In questa società “virtuale” l’arte e la cultura è agonizzante, c’è una gara a chi la fa gratis. Con la scusa che non ci sono soldi i locali ed i comuni o chiamano dj, Karaoke o cover band  a quattro soldi oppure per  un piatto di pasta. L’artista vero è tagliato fuori. Questi signori sono gli stessi che dicono “Sanremo fa schifo”, “In Italia non ci sono più artisti di una volta”. Non è vero! Sono loro che li uccidono. La cultura è questa. Va bene il dj, va bene la cover band… però perché almeno per una volta non va bene anche un artista con del materiale proprio? Se la risposta è “non porta clienti” allora è la società “virtuale” che culturalmente è morta, la paura del nuovo che destabilizza la massa. Pecore.
Ho visto artisti spostare marchingegni e service da cinquanta mila euro per suonare a 200 euro!
Schifo dite voi? E allora, perché dire solo “schifo” e non cambiare?
Questa lettera è uno sfogo, solo per far riflettere per un attimo, ma non voglio avere ragione, anzi, rispondetemi e spiegatemi dove sbaglio, perché io spero di sbagliare nella mia ignoranza. Spiegatemi perché nell’era della comunicazione, non ci capiamo.
Aveva ragione Sigmund Freud, tutto gira attorno al sesso, anche oggi nel 2014. Chi guadagna alla grande su internet è solo You Porn. Si nutre non il cervello…ma un altro muscolo.

Voglio vedere fra poco tempo ai nostri figli cosa daremo da mangiare, una bambola gonfiabile?



sabato 22 febbraio 2014

Addio Francesco

"Non mi svegliate...Ve ne prego...Ma lasciate che io dorma questo sonno" (Francesco Di Giacomo)
La tua guerra è finita...vecchio soldato,
buon viaggio "scimmione senza ragione". Ti voglio bene. (Max)

martedì 18 febbraio 2014

SuperPusher

SUPERPUSHER – Nighting
Autoproduzione
Genere: Stoner/Psichedelia
Supporto: ep – 2013



La cittadina marchigiana Fabriano (AN), è in un periodo di notevole fermento musicale, con esordi e conferme davvero numerose, a partire dai Soundsick, per poi ascoltare anche Death Riders, Marco Sonaglia, Quintetto Petrov, Agorà, Black Mirrors ed altre ancora. La cosa non sorprende più di tanto, in quanto rispecchia la media nazionale di uscite underground, soprattutto grazie ad internet ed alla sua magica condivisione culturale. Da sempre la città della carta è stata ricercatrice di arte musicale, meno di frequentazione della stessa se proposta da persone locali. Molti creano, pochi partecipano, vale il detto “Nemo propheta in patria”.  Città anomala, avversa al fenomeno e quantomeno riservata. Per questo a volte ci si stupisce quando ci si imbatte in una realtà come questa dei SuperPusher. Sono formati da Antonio Del Basso (voce), Samuel Boldrini (chitarra e voce), Giulio Passeri (basso) e Andrea Antognoli (batteria). Giovane l’età dei ragazzi, ma la proposta è di gran lunga ricca di esperienza e di personalità. La militanza dei singoli musicisti in altre differenti realtà locali quali Empty Dialogue e Charles Bontafuzzi and His Orchestra, ha la propria valenza. Psichedelia e Stoner emergono dal sound del gruppo e “Nighting” nei quattro brani, trasuda in cultura musicale. Dimostrano di aver saputo ascoltare ed assimilare molto di quello che la storia del Rock e perché no, anche del Prog, ha dato negli anni, e qui mi riallaccio al discorso di internet.
Si formano nel 2012 e come ricordano nella loro biografia “Allo scopo di creare la colonna sonora di una horror-web series ambientata nella loro città di provenienza”. L’attività live è alquanto intensa e non priva di soddisfazioni, come la vittoria nella settima edizione dell’Homeless Rock Fest di Macerata. Ma veniamo all’ep.
Il primo brano “Slugworm”  circonda inizialmente l’ascoltatore con della Psichedelia eterea, un approccio quantomeno emotivo e coinvolgente. Radiohead affiorano nella destabilizzante rabbia Post Punk che si sviluppa nel percorso sonoro lungo quasi dieci minuti. Buono il lavoro alla batteria da parte di Antognoli, mentre le parti strumentali restano alquanto semplici e lineari, puntando molto sul lato coinvolgente dell’ascolto. Nel finale, incedere granitico ed ossessivo come il sound nervoso dei King Crimson ci insegna. Collegata giunge “Seasick”, un ibrido fra Porcupine Tree primo periodo e Police. Il solo di chitarra di Boldrini è orecchiabile e spezza l’ascolto arricchendo il brano di questo valore aggiunto, apparentemente scontato ma che così in realtà non è, in quanto oggi le giovani band commettono quasi tutte l’errore di non esprimere mai un assolo strumentale. Limite che invece i SuperPusher dimostrano di non avere. Per gli appassionati di Stoner Rock consiglio di alzare il volume in “Blind Giants”, canzone che mette anche in evidenza le buone doti di Del Basso e che comunque gioca con l’ascoltatore in una sorta di schiaffo o bacio. Gli anni ’70 sono nell’aria.
Angoli da smussare ce ne sono, ad esempio l’uso della voce che è si buona , ma che va registrata in tonalità. Chiude l’ottima “Malfour” ed il suo wah, qui meglio le linee vocali. Ma ancora una volta protagonista indiscussa è la musica, grazie ad un riff di chitarra elegante che personalmente mi riporta alla memoria lavori di band come i svedesi Landberk, sicuramente fatto non voluto questo della band, ma le atmosfere oscure e l’intercalare della chitarra è comunque di matrice Crimsoniana, per questo riconducibile anche alla band di Fiske e soci.
I SuperPusher hanno personalità da vendere, le idee ci sono e quello che più ho apprezzato in “Nighting” è la voglia di suonare per il piacere di suonare, non badando a mode o stilemi inflazionati. Questo denota cultura e vero amore per la musica. Credo proprio che se la strada intrapresa è questa, di questi quattro ragazzi ne sentiremo parlare ben presto. Ovviamente non a Fabriano, anzi consiglio ai fabrianesi di non ascoltare assolutamente questo ep… Esso è privo di armonie melodiche inflazionate e di superficialità. La chiamereste “musica strana”, non vi piacerà sicuramente. (MS)





martedì 11 febbraio 2014

Phaedra

PHAEDRA – Ptah
Phaedra Music
Genere: Rock Progressive
Supporto: Cd – 2010



Claudio Bonvecchio (Basso) e Stefano Gasperetti (Chitarra e tastiere) hanno dato l’anima per comporre questo esordio musicale. La band trentina si forma nel lontano 1993 e sin da subito focalizza le proprie forze nella realizzazione di questa Opera Rock. Tempo ed energie per credere in un progetto coadiuvato anche da molti altri artisti, perché in effetti i Phaedra sono un settetto. La visione che hanno della musica è globale, le influenze quindi sono numerose e variano dai Genesis, King Crimson, PFM  e Moody Blues fino ai Vanilla Fudge. Per questo si incontrano strumentazioni acustiche, flauti, violini, mandolini e molto altro, in parole povere tutto quello che serve a fare un buon disco di Progressive Rock. In effetti così è, perché l’opera in se è curata sotto molti aspetti, perfino grafici. Il foglio che accompagna il cd è molto dettagliato, ricco di narrazioni e particolari.
Essendo un opera, ci deve essere un tema, in questo caso essa ci parla dell’uomo e delle proprie manifestazioni e problematiche. Ma non solo, a tratti si viaggia anche nel mondo fantastico della fantascienza.
Non si poteva aprire il concept che con una “Ouverture”, acustica ed emotiva, un perfetto assist per la successiva “Dicono”. La cura per gli arrangiamenti è in evidenza, il piano narra di storie musicali dal profumo anni ’70. La voce di Claudio Granatiero è molto alta e in certi aspetti si può avvicinare (anche nel contesto musicale) a quella di Luciano Regoli dei Raccomandata Ricevuta Ritorno.
Il ritornello si stampa facilmente nella memoria di chi ascolta, mentre il violino accompagna il tutto assieme a flauti e tastiere. Nel “Il Cielo Stellato” vengono alla mente gli arpeggi di chitarra alla Hackett , quando i Genesis suonavano rannicchiati sui propri strumenti al cospetto delle mascherate esibizioni del maestro Gabriel.
“Il Reietto” propone la voce che sale ancora di più, così come il ritmo e c’è un piccolo e momentaneo distacco dagli anni ’70, filo conduttore di tutta l’Opera. Questa è una mini suite comunque ricca di idee e cambi umorali. Tornano i giri acustici delle chitarre a sei ed a dodici corde di Stefano ed il flauto di Fabrizio Crivellari in “Un Mondo Nuovo”. Importante il lavoro dei violini di Elisabetta Wolf ed Antonio Floris. Una nenia da culla introduce “Come Un Bambino”, che in realtà si anima inaspettatamente e fa un balzo nel New Prog. Ciò che lo rende particolarmente interessante è l’uso della fisarmonica di Andrea Anderle. A questo punto avrete capito che si tratta a tutti gli effetti di uno sforzo creativo davvero fuori del comune, non a caso la band ci ha messo più di dieci anni per realizzarlo. Le tracce che lo compongono sono ben quattordici e mi sembra sminuente andarvele a raccontare tutte, perché è come se vi svelassi il finale di un bel libro!
Personalmente resto colpito da questo esordio e mi chiedo perché la musica di qualità in Italia non debba mai essere presa abbastanza in considerazione. Complimenti, ma vi prego, non fateci attendere altri dieci anni per ascoltarvi nuovamente e questo ve lo chiede uno che di musica anni ’70 ne ha mangiata tanta e che ancora, troppo spesso, gli manca. (MS)


lunedì 10 febbraio 2014

Daniele Liverani

DANIELE LIVERANI – Fantasia
SG Records
Genere: Neo Classic Metal
Supporto: CD – 2013



Per la gioia degli estimatori del Metal Prog e del virtuosismo, vi annuncio il ritorno del talentuoso chitarrista degli Empty Tremor, Khymera, Twinspirit, Cosmics e Prime Suspect, Daniele Liverani.
Molto attivo nell’ambito, Liverani riesce sempre a stupire per creatività, basti ricordare l’ambizioso progetto “Genius Rock Opera” per relegarlo fra i più interessanti artisti italici. Sono anche passati quasi due anni dal precedente “Eleven Mysteries”, altro disco ben recensito dalla critica del momento.
Molto spesso capita a noi recensori di scrivere che la tecnica asfissiante per un disco è una pecca, in alcuni casi corrisponde a realtà, affossare buone melodie in vorticose scale può risultare piacevole su un brano, su due, poi scatta il nervosismo ed il fastidio. Ma è vero altresì che chi non adopera la tecnica al 90% delle volte è perché non la possiede. Le idee fanno la differenza.

“Fantasia” è un disco Liverani, oramai vero e proprio marchio di fabbrica e punto di riferimento per un genere come il Metal Prog neoclassico non solo italiano. Da sottolineare immediatamente il fatto che pur essendo la chitarra protagonista, c’è vetrina per tutte le strumentazioni, tanto da farmi dire che il lavoro risulta corale. Anche la qualità sonora è un altro punto a favore, così l’artwork fantasy di Nello Dell’Omo. Con Liverani ci sono Marco Zago alle tastiere, Nicolò Vese al basso ed alla batteria Simon Ciccotti. Undici sono i brani contenuti, ad iniziare da “Unbreakable”, un attacco che trasuda epicità, fra rullate, melodie e scale. “E’ uno scherzo!” ci svela la voce narrante all’inizio di “Joke”, in effetti la giocosità la si intravede nella spensieratezza del motivo, più solare ed orecchiabile anche nel refrain. Un Liverani più riflessivo in ”Peacefully”, mostra la tecnica ma anche la sua cultura musicale che in questo caso va a pescare anche negli anni passati e nel Prog. In “Apocalypse” sembra che l’artista abbia quasi timore di lanciarsi in vertiginose scale, l’intelaiatura del brano lo richiederebbe anche, ma evidentemente  Liverani è consapevole di non voler saturare l’ascolto e il tutto viene centellinato soltanto al momento opportuno. Questo a mio avviso è il vero senso di maturità di un artista. Solo per pochi. Su “Daylight” ritorna il discorso fatto per “Peacefully”, mentre “Gigantic” alza i toni, granitica proprio come il titolo suggerisce. Tutta questa musica riesce a far mettere in moto la fantasia di chi ascolta, ed è così che ci si rende conto del messaggio profetico del titolo. Semplicemente deliziosa “Black Horse”, toccante e profonda, sembra quasi che ci guardi negli occhi con intensità. Altro momento toccante è “Heaven”, mentre  “Rage” chiude il disco scorrazzando a dovere sulle scale del pentagramma, come a dire: “Alla fine, lasciatemi sfogare! Questa è per me!”. In realtà è per tutti, un disco che accomuna molti ascoltatori, sono certo anche di quelli che non digeriscono Metal, perché qui le dosi sono giuste e come ho detto in precedenza, l’artista maturo lo si evince da questi particolari. Io non posso che complimentarmi e …caspita, è passata quasi un ora e non me ne sono neppure accorto! (MS)

venerdì 31 gennaio 2014

Osta Love

OSTA LOVE – Good Morning Dystopia
Progressive Promotion Records
Genere: Progressive Psichedelico/Post Rock
Supporto: cd – 2013



Non nascondo che alla visione dell’artwork di “Good Morning Dystopia” a prima sensazione mi sono venuti alla mente i Mars Volta, ma non centrano quasi nulla. La musica dei berlinesi Osta Love ha a che fare più con la Psichedelia Pinkfloydiana e la nuova tendenza Porcupine Tree che altro. Si parla di debutto, in realtà non è del tutto così, nel 2011, solo on line e dunque in download, con “Colours”.
Gli Osta Love sono un duo composto da amici d’infanzia, Tobias Geberth (voce, chitarra, basso, tastiere) e Leon Ackermann (batteria). Nel percorso dell’album composto da dieci tracce, si coadiuvano di musicisti aggiuntivi come Florian Hauss (in “Red Sky”) al piano, Gregor Nicolai (in “Fragile Freedom”) al basso e Sarah Gretsch (in “Alaska”) alla voce. Questo dunque non è un album Progressive per come lo si intende generalmente fra sinfonie e vintage, infatti mancano anche le suite, bensì gli artisti prediligono la formula canzone relegata all’enfasi delle atmosfere, spesso eteree e trascinate.
“Prologue” apre mettendo subito in evidenza le intensioni con tutti i mezzi a disposizione, ascoltare le chitarre è quantomeno esplicativo. Anche il cantato impassibile resta una prerogativa prettamente Pinkfloydiana, la si evince in “Fragile Freedom”, canzone con buone soluzioni tastieristiche di supporto. “Alienation” si accosta più allo stile della band di Steven Wilson, anche per la voce filtrata. In “Subway” il motivo è intrigante, sicuramente a portata di orecchio per tutti, senza troppe complicazioni, abbastanza lineare, in certi frangenti mi ricordano alcuni tentativi anni ’80 di Alan Parson. Il discorso cambia di poco nella successiva “Red Sky” e ritornano i Pink Floyd in maniera più evidente nelle melodie di “Insomnia”.
In “Guards” sonorità eteree si alternano a chitarre più vigorose in una sorta di schiaffo o bacio, una canzone che si lascia ricordare anche per l’incedere del ritmo da “The Wall”. “Alaska” è fra le mie preferite, gli arrangiamenti mi convincono di più, l’arpeggio di chitarra alla Hackett sfocia in un andamento Psichedelico con tanto di echi annessi, da farmi tornare con la mente agli anni ’70.
“Shine” scorre via senza pregi o difetti, mentre la conclusiva “Epilogue” mostra i muscoli, i suoni sono più corali e l’enfasi cresce inesorabilmente.
I Pink Floyd ed i Porcupine Tree hanno fatto una serie di proseliti incredibile, questo non mi dispiace, perché in fondo stiamo parlando di sensazioni e di emozioni forti, quelle della mente. Musica per la mente quindi e per stare bene con se stessi, da ascoltare ad alto volume e pertanto grazie anche agli Osta Love, una nuova realtà che sono certo anche in futuro ne farà ascoltare delle belle, consiglio loro soltanto di lavorare di più sulla personalità. (MS)

mercoledì 29 gennaio 2014

Liir Bu Fer

LIIR BU FER - 3Juno
Zeit Interference / Lizard
Genere: Sperimentale
Supporto: cd - 2010



Questa dei veronesi Liir Bu Fer possiamo chiamarla una sfida, altrimenti resta difficile comprendere come un lavoro profondo e sperimentale come “3Juno” possa coinvolgere un grande pubblico. Il trio si forma nel 2008 grazie all’intuizione di Nicola De Bortoli ed Andrea Tumicelli (anche Vortex, Meraviglia e Velcro). Nel 2009 si aggiunge Marco Tuppo (NemaNiko, Raven Sed e Sciarada).
La musica di “3Juno” è fisica, presente, in quanto riesce a coinvolgere l’ascoltatore , magari mettendolo spesso anche a disagio, perché ciò che si sente è poco strumentale e molto ricercato.
Elettronica in evidenza per cui i movimenti si basano su loop ed è molto minimale. Si vive di essenze, gocce sonore come quelle di profumo, gradevoli ma non per tutti hanno la stessa fragranza. Chi non ama suoni acri resterà quantomeno spiazzato, mentre chi associa l’arte sonora alle immagini troverà questo “3Juno” un lavoro quantomeno interessante. “1994” rappresenta la mia descrizione, sensazioni che si sovrappongono sopra suoni molto succinti e perfino malinconici, fanno del tutto un quadro mutevole ed affascinante.
Una domanda viene spontanea nella mente di chi ascolta, ma la musica dei Liir Bu Fer, è improvvisata? Io penso di no, perché di base una struttura esiste. Rumoristica fa da contorno a molti passaggi, oppure la bella voce dell’ospite Claudio Milano (Nichelodeon) ben si sposa con la ricerca sonora, come in “Red Submarine”.
Questa musica vive di sensazioni, siano loro disagiate che solari, per cui non si incontrano ritornelli, strofe o quanto un brano deve avere per essere considerato tale.
“Maestrale” fa pensare e qui mi riallaccio alla fisicità della musica, che pur risultando eterea nella sonorità, riesce a far venire alla mente immagini, grazie anche alle voci e ai suoni che la completano.
Si può considerare “3Juno” una colonna sonora della quotidianità. “Es” insiste sull’elettronica, in esso c’è malessere, suggestioni disagiate create soprattutto dalla voce ricercata e a tratti lacerante dell’ospite Antonella Bertini. Quasi uno sberleffo alla musica intesa come melodia.
Resta molto complesso ad un recensore riuscire a trascrivere in lettere le sensazioni che si provano all’ascolto di certe sonorità, ma credo che il sunto di quanto detto sia giunto a destinazione.
Non credo che questo disco possa avere delle chances particolari, in ambito contemporaneo i sostenitori non sono poi così tanti, tuttavia rendo merito a questi artisti i quali hanno capito che la musica si può domare e plasmare a proprio piacimento. ”3Juno” è un film da vedere. (MS)

lunedì 27 gennaio 2014

Ainur

AINUR – The Lost Tales
Electromantic Music / Ma.Ra. Cash
Genere: Progressive Sinfonico
Supporto: cd – 2013


Oramai il Silmarillion di Tolkien e la Progressive Rock orchestra Ainur sono un matrimonio indivisibile, per dirla tutta, si sono appositamente formati per musicare le gesta di questa lunga ed incredibile storia fantastica. Definire il genere proposto esclusivamente Prog è riduttivo, in quanto nel sound degli Ainur risiedono numerose influenze, che vanno dal Celtico al Folk e appunto al Prog. Numerosi anche i componenti del gruppo, ben sedici e “The Lost Tales” è il quarto sigillo da studio, dopo “From Ancient Time” (2006), “Children Of Hurin” (2007) e “Lay Of Leithian” (2009). Sempre sotto la visione della Electromantic Music di Beppe Crovella, gli Ainur questa volta propongono un album prettamente acustico, formato da brani editi risuonati per l’occasione, rinforzati dell’esperienza live avuta in questi ultimi anni.
Si narra del viaggio di Eriol, umano che sbarca sull’isola Elfica di Tol Eressea. Con gli Elfi, Eriol ascolta attorno al fuoco serale molte storie dei “Tempi Antichi” e una volta di ritorno a casa, le racconta al mondo intero. Anche le foto all’interno dell’artwork, curato da Luca Catalano e Dino Olivieri, ritraggono i musicanti in costume d’epoca seduti in cerchio nell’erba a rievocare queste atmosfere. Una alchimia perfetta fra musica, ambiente e contesto letterario. Violino, flauto, viola, corno francese ed arpa celtica sono solo alcuni degli strumenti che si esibiscono nei tredici capitoli. Stilare una ipotetica classifica di gradimento è quasi impossibile, “Welcome Of Eriol” inizia il racconto, un brano inedito con un intro di piano ed una melodia toccante. Questo sfocia nel primo brano tratto dal primo disco degli Ainur dal titolo “The Beginning Of Days”.  Si lascia apprezzare particolarmente l’enfasi di “The Fall Of Gondolin”, le voci femminili di Federica Guido, Elena Richetta e Roberta Malerba, i dolci arpeggi, i fiati, il tutto in un connubio che resta in bilico fra il celtico ed il mediterraneo. Altro inedito è “Yavanna’s Song”, bucolicamente ampio e sognante all’inizio, successivamente ben strutturato fra cambio di voce maschile e femminile. Uno dei brani più movimentati è “Glaurung’s Death”, supportato da un arrangiamento importante, un arma che gli Ainur sanno bene adoperare. In analisi i brani proseguono l’ordine cronologico delle uscite discografiche negli anni, a partire dagli esordi a venire, così nell’ordine all’interno dei rispettivi album. Si ha come la sensazione di respirare la brina nel bosco, di sentire l’odore delle cortecce in “Hirilorn”, le atmosfere sono musicalmente descritte in maniera perfetta. La conclusiva “Lorien” è il secondo inedito dell’album.
I brani in questa nuova veste acquistano sicuramente in fascino ed enfasi, pur perdendo in alcuni casi inevitabilmente di potenza, questo bel prodotto mi fa tornare alla mente “The Forgotten Tales” dei Blind Guardian, per tipo di approccio alla musica.
Il fascino del Silmarillion, con i racconti ombrosi, magici, paesaggistici, trovano perfetta rappresentazione sonora con gli Ainur, gruppo culturalmente attento ad ogni sfumatura del fenomeno. Nulla è dato al caso, professionalità sotto molti aspetti, anche riguardo l’incisione sonora, pulita quanto basta per esaltare la strumentazione acustica.
“The Lost Tales” è una buona veste e un bel biglietto da visita per chi ancora non conoscesse il fenomeno in analisi. Ora non ci resta che attendere i nuovi sviluppi. (MS)



lunedì 20 gennaio 2014

Taproban

TAPROBAN – Strigma
Musea
Genere: Prog sinfonico
Supporto: cd – 2013



Mi sono chiesto spesso perché esistono fenomeni di massa imbarazzanti e non soltanto in ambito musicale. Da attento osservatore, ho dedotto che i tempi odierni, quelli di internet e della connessione sociale, sono un papparozzo di mordi e fuggi. Le persone sono invase e stordite da una mirande di dati (più o meno veritieri), informazioni, video etc. da restarne paradossalmente indifferenti. Come un virus che si sente attaccato dalla medicina curante, si crea una autodifesa nuova, chiudendosi in se stesso dietro ad una invisibile barriera. Questo succede oggi, l’individuo sa tutto e non sa niente, piuttosto approssimativo. Non ha più intenzione e ne il tempo di approfondire. Ora ad esso propinargli musica per la mente, quella che fa pensare, è quantomeno controproducente, in quanto farà soltanto finta di amare questo “qualcosa” di apparentemente culturale, ma in realtà soltanto a parole. Il Prog è questo, a parole un genere rispettato e condiviso, in realtà ignorato nei fatti delle vendite.
Per fortuna che esistono artisti come i Taproban che perseverano e se ne infischiano di tutto, critica e pubblico compreso, semplicemente suonando ciò che amano. Questi per chi scrive, sono i veri artisti. E non stiamo di certo parlando neppure degli ultimi arrivati, perché il gruppo del tastierista Gianluca De Rossi si forma nel 1996 e realizza ben tre album di buona fattura, come “Ogni Pensiero Vola” (2002 – Musea), “Outside Nowhere (2004 – Mellow Records) e “Posidonian Fields” (2006 – Mellow Records). Dunque “Strigma” è un ritorno da una lunga assenza che francamente mi ha lasciato l’amaro in bocca, in quanto il progetto Taproban l’ho sempre considerato positivo e di buona qualità. Dopo sette anni sono quantomeno curioso di poterli riascoltare con del nuovo materiale ed una  nuova formazione composta nell’incisione dell’album da De Rossi (tastiere, flauto, voce), Roberto Vitelli (basso, chitarra) e Francesco Pandico (batteria), quest’ultimo recentemente sostituito da Fabio Agresta.
E la musica? Non cambia poi di molto, rimangono le sonorità alla EL&P, Orme, Banco e Balletto Di Bronzo. Rinnovo anche il significato del nome Taproban a cui la band prende spunto, Taprobana è l’antica denominazione dell’isola di Ceylon oggi Sri-Lanka, dove Tommaso Campanella immaginò il sito della sua Città Del Sole. Ma veniamo a “Strigma”, crasi delle due parole latine “Strix” (strega) e “Stigma” (marchio). In esso c’è tutto quello che un vero amante del Prog vuole ascoltare, basta dire che il disco è composto da tre suite per avvallare la tesi.
Si comincia con “Nesia Al Notturno Congresso Delle Streghe”, una triste storia di una ragazza dodicenne condannata al rogo dalla Santa Inquisizione in quanto serva del demonio, dopo aver partecipato ad un sabba, seppure in maniera casuale.
Apre un arpeggio che lascia spazio alle numerose tastiere a cui andremo incontro nel lungo cammino di “Strigma”. Sonorità grevi si alternano ad ampie schiarite, pur restando sempre velate di malinconia. Agli amanti delle tastiere elenco cosa andrete ad ascoltare in questo cammino, dall’Hammond C3 al Leslie 122, al Mellotron SM400 (cori e flauto), Manikin Electronics Memotron, Hohner Claviet D6, Minimoog D, ARP, Nord Electro 3 HP ed EMU Vintage pro!  Un vero e proprio armamentario del Prog. Intanto il brano gioca fra virtuosismi e melodie vintage, con tempi spezzati come spesso ci hanno suggerito i Genesis di Peter Gabriel. Alcune nenie ricordano  i Goblin più oscuri, perfetta fotografia di questo contesto ne è anche l’artwork  rappresentante “La Danza Delle Fiamme” di Daniela Ventrone. E quindici minuti passano in un baleno. Il secondo brano dal titolo “Lo Sguardo Di Emily” è il più breve dell’album, della durata di otto minuti e mezzo. Qui si coglie l’attimo, quello di due sguardi di ragazzi che si incontrano in un istante, quello breve di un incrocio fra due treni che corrono su due binari paralleli. Cambi di ritmo  sono la prassi di questo genere e il brano in analisi non esula da questa regola. In alcuni frangenti, si richiamano anche gli IQ  periodo anni ’80 del New Prog inglese alla ribalta. La musica evoca immagini, la ripetitività di alcuni fraseggi martellano la mente, salvo mutare pelle e strumento solamente al momento giusto, tanto da non annoiare.
Il disco si conclude con “La Porta Nel Buio”, uno spaccato della solitudine intesa come luogo dove poter trovare se stessi ed accrescere autostima nei propri mezzi. Apre un intro pianistico intenso e profondamente intimistico, come trama vuole, per poi districarsi in ambienti cari al Progressive italiano di natura vintage. Unico brano con un breve testo cantato. Una suite che probabilmente nella mente di un fans del genere proietta deja vu, croce e delizia di questo spaccato italico Progressivo.
Siamo al solito discorso trito e ritrito fatto negli ultimi anni al riguardo del genere, “Progredire” o “Regredire”? Una cosa è certa, la risposta qualunque essa sia lascia il tempo che trova, in quanto la musica di base deve solamente emozionare e quando ciò avviene lo scopo è raggiunto. Poco importa il mezzo, il resto sono soltanto elucubrazioni cervellotiche che lasciamo fare ai filosofi del Prog. Io ascolto ed apprezzo. Bentornati Taproban. (MS)

martedì 14 gennaio 2014

Intervista a FABIO ZUFFANTI

             Intervista a FABIO ZUFFANTI: Il signore del Prog
                                                     Di Max Salari 




1 – “La Quarta Vittima” è il tuo nuovo disco da solista ed è ispirato dal libro di racconti gotico surreali “Lo Specchio Nello Specchio”. Come lo hai conosciuto, come è nata l’idea?

Conosco questo libro dal lontano 1986, grazie alla gentile segnalazione di un caro amico che ancora ringrazio, e credo di poter dire che si tratta della mia lettura preferita. La sua atmosfera tra sogno, incubo e (sur)realtà  è un qualcosa che sento particolarmente vicina al mio modo di concepire l'arte, la musica e forse anche la vita.
Ho iniziato a pensare a un disco dedicato al libro addirittura nel 1996 quando scrissi alcune musiche che poi sono rimaste nel cassetto. L'idea però non mi ha mai abbandonato e all'inizio dello scorso anno ho cominciato a ripensare seriamente al progetto che si è poi concretizzato ne “La quarta vittima”.

3 – “L’Interno Di Un Volto” mi ha fatto conoscere il tuo lato più duro, ossia se non vado errato è una delle poche volte che ti cimenti in ambito Metal. Credi che in futuro possiamo attenderci delle scorribande più approfondite in ambito?

Non sono un grande conoscitore del Metal ma ci sono diverse cose che mi piacciono. In realtà quando ho composto questo pezzo mi sono venuti in mente i Van Der Graaf Generator più hard di pezzi come “Killers” però con un suono maggiormente chitarristico e attuale. Il fatto che alla fine sia uscito un pezzo legato a sonorità Metal è una cosa del tutto inconsapevole ma sono felice di avere potuto esplorare un lato inedito nella mia musica.

4- La title track “La Quarta Vittima” è a mio avviso contaminata da sonorità Frank Zappa, come consideri questo artista e cosa è stato per la tua musica e quella mondiale?

Hai visto giusto! “La quarta vittima” è nata dopo uno dei tanti ascolti di “Inca roads”, uno dei  pezzi più “prog” di Zappa. Avevo voglia di mettermi in gioco a livello compositivo e di osare là dove mai ero arrivato con strutture ritmiche a volte realmente impossibili, armonie cangianti e imprevedibili. Il pezzo poi ha un'ironia tutta sua (e qualche messaggio nascosto) e funge un po' da “intervallo” tra la prima e la seconda parte dell'album che per il resto è particolarmente oscuro e plumbeo. Diciamo che è una specie di divertisment ma di una complessità unica tra le cose che ho mai fatto. Suonarla dal vivo sarà una bella sfida.

5 – Cosa rappresenta la copertina del cd “La Quarta Vittima” ?

Nel primo brano del disco si narra di un mostro dalla testa di toro che vive imprigionato in un palazzo sconfinato a forma di labirinto (il riferimento è chiaramente al mito del Minotauro, tra le altre cose già da me ampiamente sviscerato in alcuni pezzi de la Maschera Di Cera) senza sapere ne' come ci sia finito ne' chiaramente come possa uscirne. Nell'ultima canzone una sorta di eroe vuole entrare nel labirinto e uccidere il mostro, soprattuto per dimostrare all'amata il suo coraggio. La donna però lo ammonisce “Colui che vuoi uccidere non lo raggiungerai, perché quando lo avrai trovato ti sarai trasformato in lui”. Il senso che io ho dato alla cosa è il fatto che ognuno di noi ha paura del mostro, del “diverso” ma forse questa paura nasconde il fatto che sentiamo che  in un angolo oscuro della nostra anima c'è un lato mostruoso che non vogliamo vedere, abbiamo paura di essere noi stessi il mostro. In riferimento a ciò la copertina mostra all'esterno l'assassino che ha appena colpito la sua vittima e all'interno lo stesso assassino che si allontana mentre il corpo della vittima è scomparso.

6 – Di bello ha questo disco l’infinità di punti di riferimento sonori, io ho riscontrato, oltre i nominati, anche Van Der Graaf Generator ( Il Circo Brucia), Pink Floyd (“Una Sera D’Inverno”), King Crimson, insomma dimostri una grande cultura musicale a riguardo. Cosa pensi degli artisti che dicono: “Io non ascolto niente”?

Se qualcuno riesce a comporre musica totalmente originale senza riferimento alcuno ha tutta la mia ammirazione. Io mi reputo in primis un appassionato ascoltatore, quindi volenti o nolenti le influenze vengono fuori. Bisognerebbe essere proprio geniali per assimilare tanta musica senza esserne minimamente “toccati”. Poi nel prog, si sa, i riferimenti sono spesso così marcati che basta un riff, un suono di tastiera o chitarra per far dire agli ascoltatori “mi ricorda quello o quell'altro”. Personalmente comunque non ci trovo nulla di male. Certo, vorrei evitare di far dischi che contengono solo scimmiottamenti ma se ogni tanto esce fuori un qualcosa che rimanda a nobili nomi come quelli che hai citato va benissimo. L'importante più che altro è che il mix che fuoriesce sia qualcosa di personale. Di questi tempi l'originalità tutti i costi è merce rara ma i miscugli inediti possono ancora essere molto interessanti.

7- Laura Marsano ha rilasciato nell’album degli assolo di chitarra davvero toccanti, come è nata la collaborazione?

Laura è la moglie di Rox Villa, il fonico, co-arrangiatore e direttore artistico dell'album, ed è una sicurezza a livello chitarristico. Il suo fantastico tocco aveva già impreziosito l'ultimo lavoro de la Maschera Di Cera (“Le porte del domani”) e mi è sembrato naturale coinvolgerla anche nel mio disco lasciandole piena libertà d'espressione. Gli assoli sono completamente farina del suo sacco e io mi sono gustato in pieno la sua tecnica, cuore e inventiva che in certi momenti raggiungono picchi molto alti di emozione. Come dici tu, realmente toccanti!

8-  “La Quarta Vittima” a tuo modo di vedere, cosa ha in più rispetto altri album solisti da te incisi e cosa ha in meno?

Credo che non abbia nulla in più o in meno ma che sia semplicemente molto diverso dagli altri tre album che lo hanno preceduto. I primo due (“Fabio Zuffanti”, 2009 e “Ghiaccio”, 2010) sono lavori elettronici e sperimentali mentre il terzo “La foce del ladrone” è un disco pop. Con “La quarta vittima” ho deciso per la prima volta di realizzare un album prog a mio nome. Questo in parte perché credo che i dischi precedenti siano stati più che altro esperimenti senza una linea precisa, linea che da ora in poi intendo seguire, e poi  perché volevo mettere la mia firma senza sigle o pseudonimi di sorta in un lavoro del genere musicale per il quale sono più conosciuto e vedere cosa riuscivo a fare con i miei mezzi.

9 – La produzione del disco sembra ottima, puoi descriverci qualcosa al riguardo?

Devo ringraziare da questo punto di vista il già citato Rox Villa al quale ho letteralmente affidato il disco chiedendo un aiuto nella direzione artistica, nella scelta degli arrangiamenti, dei musicisti, dei suoni e molto altro. Rox ha creduto nel progetto, ci si è tuffato anima e corpo in maniera totale e ha compiuto un lavoro superlativo da tutti  i punti di vista, mettendo al mio sevizio tutto il suo talento e le sue alte competenze. Non sarebbe stato il disco che è senza la sua sapiente mano.

10 – Come è andato il sagace libro “O Casta Musica” da te scritto e hai aneddoti al riguardo?

Il libro si è mosso bene a livello di vendite ma non ho un buon ricordo delle presentazioni effettuate perché troppo spesso mi sono dovuto scontare con personaggi che invece di parlare delle tesi di cui il libro si occupa preferivano cercare di denigrare la mia persona adducendo la scrittura del libro a una mia presunta invidia, frustrazione ecc...  A livello “pubblico” quindi “O casta musica” ha competentemente fallito il suo intento perché quando si finisce per parlare di cose del genere tutti i ragionamenti sul futuro della musica e sul cambiare le cose se ne vanno a ramengo e io divento solo un povero scemo che scrive cose stupide per sfogare le sue frustrazioni. Ho preferito quindi piantarla con le presentazioni e pensare ad altro. Credo però che la lettura “privata” del libro da parte dei molti che lo hanno acquistato abbia colpito nel segno e sono svariati gli attestati di stima che ho ricevuto. Per il resto io il messaggio l'ho lanciato, sta a chi legge cercare di capire se sia il caso o no di combattere per cambiare le cose. Il mio nuovo libro che uscirà a febbraio per Zona Editrice (intitolato “Ma che musica suoni?”) sarà tutt'altra cosa, è un diario-resoconto di 20 anni di musica e vita nonché la descrizione delle fasi in cui “La quarta vittima” è nato e si è sviluppato.

11 – Leggo molto spesso, da parte di altra critica, che sei indaffarato su troppi campi e che questo potrebbe essere (secondo loro) uno sperperare le forze e non giungere mai alla focalizzazione di un solo capolavoro. Lo avrai letto anche tu. Questa sembra un poco la storia di Steven Wilson dei Porcupine Tree, anche a lui vengono fatte queste critiche. Secondo loro, un artista dovrebbe fare meno cose, tu come la vedi?

I miei detrattori non hanno tutti i torti e dopo 20 anni di lavori a getto continuo posso dire che sento che forse è arrivato il momento di fermarmi un attimo e di pensare alle cose in maniera più lenta e focalizzata per concepire dei lavori spero sempre maggiormente maturi e duraturi. Tutto questo non certo per dare retta alle critiche ma più che altro perché sento nel profondo che è giusto cominciare a operare in tal modo. Detto ciò non credo comunque che me ne starò in fermo e silenzio nelle pause tra un disco e l'altro, ci sono mille altre cose più o meno musicali in cui spero di essere impegnato; colonne sonore, produzioni, musiche per altri artisti, collaborazioni varie... il tutto per passione, interesse e anche per mera sopravvivenza. Cosa che molti non mettono in conto quando si parla di musica. Mi spiace deludervi amici miei, ma io non mangio arte e pure a me tocca pagare le bollette :)

12 – Stai dimostrando che Il Progressive può diventare popolare, unendo molti stili sotto l’unica bandiera della melodia, ma necessariamente senti la necessità a volte di fuggire da questo contesto e crearne altri per tastare nuove sonorità e dare sfogo ad altre sensazioni.. Ma quale è il vero Zuffanti, cosa ama musicalmente parlando?

Il “vero Zuffanti” è in tutto quello che io faccio. Perché la mia personalità è sfaccettata per natura, mi piace esplorare e sopratutto mi piace mettermi in gioco. Il segreto  è tutto qui. Se poi vogliamo pensare a un me nella sua “quintessenza” credo che un disco come “La quarta vittima” sia lì giusto a mostrarla perché in questo disco c'è realmente tutto me stesso, ci sono molti miei amori musicali, molte influenze, molti modi di comporre e di esprimermi, diversi mondi che si incontrano e che vengono dal mio passato, presente e futuro. Credo che sia il disco più “Zuffanti” che potrebbe esserci!

 13 – Sei considerato oggi nel Progressive Italiano uno degli artisti fondamentali per eccellenza, grazie alle tue numerose realizzazioni, sei quindi da anni relegato al contesto. Come è cambiato il Prog e se è cambiato, in questi ultimi dieci anni?

Forse per la prima volta dopo anni che suono sto cominciando a vedere un minimo di reale interesse per il genere. Sui giornali “normali” escono recensioni, i gestori di locali non ti guardano storto quando pronunci la parola “prog”, le pubblicazioni fioccano... Insomma, di carne al fuoco ce n'è molta. Forse è un'attenzione ancora un po' troppo “Settanta-centrica” ma confido nel fatto che le cose possano lentamente cambiare e che anche la scuola “attuale” (ovvero quella degli ultimi vent'anni) possa trovare un giusto riconoscimento. Anche a livello artistico negli ultimi tempi ho visto/ascoltato molte interessantissime conferme con dischi belli e maturi; uno su tutti “Sensitività” de La Coscienza Di Zeno ma poi anche i lavori del Il Tempio Delle Clessidre, Degli Homunculus Res, dei Not A Good Sign, degli Unreal City e molti altri. Il 2013 da questo punto di vista è stata un'annata ottima e spero che il fermento cresca sempre di più, non può che giovare a tutti!

14 – Grazie per la chiacchierata e nel salutarti ti chiedo, hai un aneddoto che ti è accaduto recentemente?


Nessun aneddoto in particolare ma una bella sensazione che avverto in questo periodo: sentire attorno a me l'interesse che cresce e l'attenzione sul mio lavoro che si fa via via più intensa. Ho passato vent'anni a seminare, con gioia ma anche con molta fatica e sacrificio, e mi fa piacere cominciare a raccogliere qualche piccolo frutto.

sabato 11 gennaio 2014

Eris Pluvia

ERIS PLUVIA - Third Eye Light
AMS

Distribuzione italiana: si
Genere: New Prog
Support: CD - 2010




C’è stato un periodo nell’Italia del Progressive Rock, che si aggirava dalla fine degli anni ’80 ai primi anni ’90, in cui non si respirava una buona aria ispiratrice. Le band erano poche, reduci da un New Prog Marillioniano che la faceva da padrona, ma qualcosa stava cambiando, sotto le gelide folate del vento nordico. Anglagard, Anekdoten, Landberk, sono svedesi che si spingono nell’Art Rock, sotto l’influenza di King Crimson su tutti e tentano di staccare il Prog dallo stantio clichè dei Genesis.
Nel 1991, mi ricordo con grande piacere, un disco che rispetto ai prodotti del momento, godeva di vita propria. Melodie dolcemente acustiche sovrastavano ogni brano e richiamavano sia gli anni ’70 che il New Prog, questo disco si intitolava “Rimgs Of Earthly Light” e la band Eris Pluvia. Il fatto di essere contro tendenza ai mutamenti Progressivi del momento, non li aiutò affatto, tanto è vero che di loro si persero le tracce quasi immediatamente. Oggi la sorpresa che non ti aspetti, “Third Eye Light” è il ritorno del 2010. La line up è lievemente mutata, con Daviano Rotella alla batteria al posto di Martino Murtas e l'aggiunta di Matteo Noli alla chitarra, per il resto ritroviamo Alessandro Cavatori (chitarre), Marco Forella (basso) e Paolo Raciti (tastiere). Il cantato è alternato, con voce maschile, quella di Matteo Noli a quella femminile di Roberta Piras (anche flauto) e Diana Dallera.
La musica che si ascolta nelle nove tracce è ancora una volta semplice, soave, leggera ed intimistica, la band è sempre la stessa e se devo essere sincero, anche più preparata.
Un dolce flauto accoglie l’ascoltatore sin dall’iniziale “Third Eye Light”, per lasciare spazio ad un assolo di chitarra elettrica assolutamente d’ampio respiro. Godibili gli stralci più Rock, a dimostrazione di una crescita artistica e di una coesione più che sufficiente. Tutto questo richiama inevitabilmente lo stile Pink Floyd, gradevole, maestoso e di classe. Ancora flauto e chitarra classica in “Rain Street 19”, un cordone ombelicale con gli anni ’70, con un cantato che fa venire alla mente gli americani Lands End. Per cercare gli Eris Pluvia più Progressivi e Psichedelici, bisogna giungere a “The Darkness Gleams”, musica per meditare, da ascoltare con attenzione, perché portatrice anche del seme New Prog anni ’80. Il ritornello si memorizza con facilità. Sprazzi Marillion era Fish in “Some Care For Us”, struggente e delicata come poche, sopra un velo di pianoforte, violino e flauto. Il brano riesce a toccare le corde dell’anima. Questo fa da preambolo al movimento più vivace dell’intero disco, dal titolo “Fixed Corse”, dove anche le chitarre fanno addirittura l’uso della distorsione. La quiete ritorna con “Peggy”, sussurrata da Marco, il quale lascia poi il microfono a Diana Dallera e a Roberta Piras.
Il mondo degli Eris Pluvia è questo, sembra sospeso nell’aria, leggero e sognante, dove ogni tassello è al posto giusto, per completare un puzzle veramente affascinante. E’ facile lasciarsi levitare da questa musica fino al loro mondo, basta chiudere gli occhi ed alzare il volume. Ora è rimasto solamente d’augurarsi di non dover attendere altri dieci anni per poter godere di nuova musica. Non un capolavoro, ma un disco onesto che vi consiglio di avere ed ascoltare per un momento di vero relax. MS


mercoledì 8 gennaio 2014

Pavlov's Dog

PAVLOV’S DOG - Echo & Boo
Rockville Music/Soul Food Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2010



E’ incredibile come internet faccia risorgere l’interesse del pubblico attorno a band che nel tempo non sono state proprio fortunate. Gli americani Pavlov’s Dog sono autori di un disco davvero incredibile, quel “Pampered Menial” che nel 1974 ha fatto centro in molti cuori di Progsters, ma la band è stata presto dimenticata, colpa anche di una cattiva distribuzione e pubblicità, almeno qui in Europa. Il leader David Surkamp ha comunque proseguito nel tempo una dignitosa carriera musicale, fra qualche alto e basso. Come dicevo internet è comunque una fucina di passaparola, per cui la gente ha ascoltato e tramandato questa band dal buon gusto compositivo.
“Jiulia” è stato un classico senza tempo e l’incredibile voce di Surkamp un punto inimitabile. Passano dunque ben venti anni dall’ultimo “Lost In America”, rimasterizzato con bonus tracks nel 1990, prima di poter riascoltare il gruppo e ben trentacinque da quel monolite di “Pampered Menial”, ma la voce di Surkamp ha ancora qualcosa di speciale da fare, uno sberleffo al tempo. Come sono oggi i Pavlov’s Dog? Delusione per i sostenitori del combo, oppure un vero e proprio toccasana per le loro coronarie? Secondo il mio metro di giudizio, la verità è nel mezzo. Non manca di certo quel gusto compositivo e melodico caratteristico marchio della band. C’è anche un’altra verità da sottolineare, con gli anni si acquisisce una consapevolezza dettata dall’esperienza che le nuove leve, malgrado l’entusiasmo e tutto quanto, possono solo che sognare.
“Angeline” è sempre un nome di donna, che voglia fare concorrenza a “Julia”? Forse, i violini accentuano la voglia di romanza, ma ripeto, c’è consapevolezza anche di un tempo passato, per cui scorre nostalgia nella mente di chi ascolta ed inesorabilmente scorrono brividi. Manifestano tanta classe nei passaggi strumentali, irriducibile ed inossidabile specchio di una tecnica messa a disposizione della melodia facile, come nella dolce “Angel’s Twilight Jump”. Non mancano alcuni passaggi sfruttati, comunque sempre gradevoli come “I Love You Still”, d'altronde questo stile musicale ha raccontato quasi tutto e non ha neppure la voglia di mutare, piuttosto di migliorarsi. La classe della band la scoprirete nella title track “Echo & Boo. Ottima la suite “”The Death Of North American Industry Suite”, a dimostrazione che le radici Prog non sono estirpate. La verità è che “Echo & Boo” è un disco dannatamente Pavlov’s Dog, non ricco di grandi sorprese, ma di tanta sostanza e cultura. Questo per un metallaro è un disco che non si digerisce, ma la musica vera passa anche attraverso le vibrazioni di questa band. Bentornati. (MS)

domenica 22 dicembre 2013

BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO

              BUONE FESTE A TUTTI!!!!


SOUNDSICK

SOUNDSICK – Astonishment
Audioglobe
Genere: Avantgarde Prog
Supporto: cd – 2013



Con “Art Is The Mirror Of The Universe”, ep dei fabrianesi Soundsick, avevo visto giusto! Quando ho ascoltato il trio composto da Ilario Onibokun (voce, chitarra, percussioni), Alexander Onibokun (batteria, percussioni, chitarra) e Valentino Teodori (basso) per la prima volta, ho colto nel loro essere acerbi ma entusiasti, un qualcosa in più rispetto ad altre band , quel qualcosa che semplicemente si chiama “talento”. Il fatto che i fratelli Onibokun si scambino gli strumenti è di per se già un segnale di immersione totale nella musica.
Visti dal vivo, ho avuto la conferma di una crescita esponenziale di anno in anno, una vera forza della natura, impetuosità e grinta. Il genere trattato è quantomeno di difficile collocazione tuttavia la Psichedelia ne esce fuori con prepotenza fra semplicità ed astrusità. Un impatto sonoro che hanno soltanto le grandi band ed un songwriting accattivante, fanno di “Astonishment” una crescita evolutiva che non lascia di certo indifferenti, neppure chi questo genere non lo concepisce.
Undici brani per una durata di un ora di musica a partire dalla strumentale “Lena”, con una ritmica Pinkfloydiana con echi annessi. Ma i Soundsick in realtà non si rifanno ad uno stile preciso, loro suonano e compongono ciò che sentono dentro e questo varia da umore ad umore. Ancora una volta mi ritrovo a sottolineare il lavoro alla batteria, marchio di riconoscimento della band.
“CH3 CH2 OH” è di facile memorizzazione e con “Lena” derivano dall’ep “Art Is The Mirror Of The Universe”.
Con “Disco Rat” escono i Soundsick Post Rock ed i synth sono ad opera dell’ospite Paolo Messere. Il sound si avvicina di molto a quello più nervoso e metallico degli ultimi Porcupine Tree, non so se questo sia un fatto voluto o meno, tuttavia lapalissiano. “Brain In Brine” mette in evidenza il basso di Teodori, sempre preciso e potente. I scenari cambiano a favore di una decadenza propria di band anni ’90 come i The Smashing Pumpkins. Come rappresentato all’interno dell’artwork, questo è un raggio di luce colorato nel buio, flash sonori e Psichedelici.
Addirittura pianoforte e Synth a fisarmonica in “Grandparents” che per l’ennesima volta richiama in me la band di Wilson e precisamente quella periodo “Lightbulb Sun”. Tornano tuonanti ed esplosivi nell’ottima “Astonishment”, con cambi di ritmo ed umorali, a testimonianza di una amalgama fenomenale, un movimento unisono ed armonico. Un balzo indietro nel tempo con una loro hit tratta dall’ep precedente dal titolo “Loneliness”, qui in nuova veste, più fresca e cristallina.
Gli Onibokun le ritmiche le hanno nel sangue e provate quindi ad ascoltare “Asphixia” senza restarne colpiti. Una chitarra Punk apre “Moleskine”, altro movimento ricercato e vicino allo stile “Loneliness” per quello che ne concerne solamente il ritornello. Scarica di adrenalina in “Varnelli E Muffa”, cadenze emotive sempre sopra un impatto sonoro importante. Nei brani spesso traspare comunque un velato senso di nostalgia. Chiude il capolavoro sempre tratto dal precedente ep “Candies & Cum”.

“Astonishment” è questo, una promessa mantenuta e soltanto chi pensa che la musica non sia una forma d’arte vera e propria, ignora la sua esistenza. Tutti gli altri si divertono all’ascolto, perché di fronte ad una vera e propria barriera sonora! (MS)