Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

venerdì 6 dicembre 2019

I Sambene Cantano De Andrè


I SAMBENE CANTANO DE ANDRE’ – Signori Distratti, Blasfemi e Spose Bambine
IRD International Record Distribution
Genere: Folk – Cantautore
Supporto: cd 2019


Ritornano i Sambene di Marco Sonaglia ad un anno dall’ottimo “Sentieri Partigiani – Tra Marche E Memoria” e lo fanno omaggiando una delle firme cantautorali più importanti del panorama italiano di sempre: Fabrizio De Andrè.
Un ricordo voluto e creato grazie all’Accademia dei Cantautori di Recanati con Lucia Brandoni alla direzione per i vent’anni dalla scomparsa del cantautore ligure. Bene si sposano le opere di Faber con l’operato Folk dei Sambene, incentrato su sonorità acustiche e semplici assieme alle voci di Marco Sonaglia (chitarra), Roberta Sforza e Veronica Vivani.
Bella l’edizione cartonata con cui si presenta il lavoro, con un artwork curato da Luca Massaccesi ricco di descrizioni, testi e un intro ad opera di Alessio Lega, cantautore e studioso di canzone d’autore. Lega fa una disamina che sottolinea la tendenza delle persone a salire sul carro del vincitore perché fa consenso, anche se poi nella realtà i comportamenti delle stesse sono distanti dai concetti esposti da De Andrè. Parlare bene di Faber fa semplicemente cultura e attitudine, come dargli torto?
I Sambene portano avanti con grande rispetto il tributo all’uomo anarchico e attento osservatore dei fatti oltre che narratore perspicace e lo fanno suddividendo il cd in tre parti, la prima incentrata sull’amore, la seconda sulla spiritualità e la terza su tematiche sociali e politiche. Quello che ne scaturisce è uno spaccato della vita del cantautore, ma anche un prezioso bagaglio culturale che fa parte della nostra vita quotidiana, perché molti dei brani proposti sono oramai beni comuni della cultura cantautorale italiana.
Durante questo lungo viaggio i Sambene si coadiuvano di special guest, Emanuele Storti (fisarmonica), Claudio Merico (violino), Alessandro D’Alessandro (organetto), Lucia Brandoni (pianoforte Hammond), Federico Governatori (percussioni) e due membri dei Modena City Ramblers, Franco D’Aniello (flauto) e Luciano “Lucio” Gaetani (bouzouki).
La prima parte dedicata all’amore è composta da classici come “Canzone Dell’Amore Perduto”, “La Ballata Dell’Amore Cieco”, “Hotel Supramonte” e “Dolcenera”, la seconda sulla spiritualità  da “Spiritual”, L’Infanzia Di Maria”, “Un Blasfemo” e “Il Testamento Di Tito”, chiudono le tematiche politiche e sociali con “Canto Del Servo Pastore”, “Un Giudice”, “Nella Mia Ora Di Libertà” e “Khorakhanè”.
Sin da “Canzone Dell’Amore Perduto” si evince tutto il rispetto e l’amore dei Sambene verso l’autore, le voci di Veronica e Roberta donano dolcezza ad uno dei brani più melodici di De Andrè, aumentando l’estasi ed il calore. Un pezzo malinconico e delicatamente bello come un fiore.
Ne “La Ballata Dell’Amore Cieco” la fisarmonica è suonata da Emanuele Storti e resta difficile rimanere all’ascolto senza cantare assieme ai Sambene, perchè il ritornello è un classico della canzone italiana. Il suono essenziale è perfetto viatico per una riuscita Folk più concentrata sui testi importanti che nella musica, come se non si volesse distrare l’ascoltatore dal senso delle parole.
Marco Sonaglia è perfetto menestrello alla chitarra, sempre delicato e intenso, come in “Hotel Supramonte”, uno dei miei pezzi preferiti di De Andrè,  scritto dopo il rapimento subìto in Sardegna assieme alla moglie Dori Ghezzi. La voce calda di Marco dona ancor più intensità all’insieme, inevitabili i brividi. “Dolcenera” è un brano difficile, pieno di insidie  ma tutto viene eseguito con estrema pulizia.
“Spiritual” gode del piano Hammond di Lucia Brandoni ed è ricolmo di coralità e battiti di mani ad accompagnare, il risultato è una sorta di canto Gospel.
In “L’Infanzia Di Maria”, è da apprezzare l’arrangiamento e il fatto di non voler fare il verso alla voce dell’originale, Sonaglia canta con stile personale e anche questo è un elemento di non poco conto.
“Un Blasfemo” risulta soave nella voce di Roberta Sforza e questo evidenzia ancora una volta in più le taglienti le parole del testo. Un capolavoro come “Il Testamento Di Tito” viene trattato con i guanti assieme a Federico Governatori, Franco D’Aniello e Luciano “Lucio” Gaetani.
Il terzo step dei brani si apre con “Canto Del Servo Pastore” tratto dall’album “Fabrizio De Andrè” del 1981. Narra della storia di una persona sola che non conosce le proprie origini e che si lascia adottare dalla natura. Ancora una volta funziona il cantato in voce maschile e femminile, i Sambene donano luce e grazia alle melodie delicate ed il tin whistle di Franco D’Aniello ne è ciliegina. Un grande classico “Un Giudice” accompagnato dalla fisarmonica e l’atmosfera si fa subito “Chansonnier”. “Nella Mia Ora Di Libertà” del 1973 tratta da quel capolavoro intitolato “Storia Di Un Impiegato” si parla di guerra e ritorna Marco Sonaglia alla voce accompagnato dalla sua chitarra, la fisarmonica ed il violino. Si parla di prigionia e del fatto che almeno li si è tutti uguali, “L’impiegato scopre un nuovo modo di concepire la vita e la realtà della parola «collettivo» e della parola «potere»” (De Andrè). A seguire “Khorakhanè”, dove si parla di Rom mussulmani del nord Kosovo mentre l’album si chiude con un brano “neutrale”, “Girotondo” del 1968 tratto da “Tutti Morimmo A Stento” con il coro dei bambini Ars Live.
Non è semplice cantare il mondo di Fabrizio, serve coraggio, si rischia di cozzare su molteplici parametri che nella semplicità della stesura delle canzoni sembrano ingannevolmente assenti. Trappola della difficoltà celate nella semplicità, solo come Faber sapeva congiungere con manifesta maestria. I Sambene lo sanno. MS

mercoledì 4 dicembre 2019

Se Mai Qualcuno Capirà Rino Gaetano


SE MAI QUALCUNO CAPIRA’ RINO GAETANO – Freddie Del Curatolo
Arcana
2019

Il cantautorato italiano negli anni ’70 gode del massimo fulgore, fra artisti più o meno impegnati anche nella politica o nel sociale. Di tendenza molti sono relegati alla fascia sinistra del pensiero, tuttavia ci sono anche coloro che non amano sentirsi avvinghiati ad uno specifico movimento, e autori come Gaber, Jannacci, De Andrè e appunto Rino Gaetano sono li a dimostrarlo con la loro ficcante ironia.
Rino Gaetano nasce a Crotone il 29 ottobre 1950 e muore il 2 giugno 1981, in quella maledetta sera sulla via Nomentana a Roma dopo una serata passata con gli amici a giocare a carte e bere. Il frontale con un camion gli è fatale, proprio come è capitato al suo collega Fred Buscaglione. Il suo modo sgraziato, graffiante ed irriverente è frutto di una personalità spiccata, ma anche di una timidezza mai ostentata più di tanto che lo porta anche verso il bicchiere. Gaetano ci racconta nelle canzoni uno spaccato italico davvero attuale, mettendo in evidenza i nostri problemi sociali, di malcostume e politici. Quello che sorprende è che l’italiano da allora poco è cambiato nel modo di fare, cambiano i tempi, le tecnologie, ma la mentalità resta sempre quella del cane che abbaia. L’intelligenza del cantautore si evince anche dalle composizioni semplici da cantare, martellanti, quasi come in un loop, basti pensare a “Nuntereggae Più”, “Mio Fratello E’ Figlio Unico”, “Aida”, “Gianna”, “Ma Il Cielo E’ Sempre Più Blu” e moltissime altre. Questo modo di fare rende il testo maggiormente marcato, ancora più semplice da decriptare essendo l’ascoltatore poco distratto dalla musica.
Serve un libro per raccontare in dettaglio chi è Rino Gaetano, il personaggio difficile ed inquieto che non ama neppure il music business e per questo ci pensa Freddie Del Curatolo, musicologo, giornalista e a sua volta cantautore. Si può leggere nella sua biografia: “Nato a Milano nel 1968, ha pubblicato libri musicali, romanzi, vademecum ironici e due album (“Nel Regno Degli Animali” del 2004 selezionato tra le dieci migliori opere prime al Premio Tenco, ed “Esilio Volontario” del 2015). Dal 2005 vive a Malindi, dove dirige Malindikenya.net, il portale degli italiani in Kenya.”.
L’autore nel percorso del libro parla da fans sfegatato, in ogni riga traspare l’amore per il personaggio Gaetano, questo è evidente, fra riflessioni, approfondimenti ed aneddoti.
I capitoli sono dieci, Prologo, Chi E’ Rino Gaetano, Rino E Il Meridione, Gaetano E Il Sogno Del Teatro, Un Eredità Infinita Ma Nessun Erede, Epilogo, Discografia, Bibliografia e Brani Citati e Colonna Sonora.
Chi sono gli eredi oggi di Rino Gaetano? Si tentano risposte, forse un Daniele Silvestri, tuttavia io non riesco ad inquadrare nessuno perché il suo modo di essere un Petrolini della canzone italiana è davvero unico, ma è altrettanto vero che oggi sono cambiati i contesti sociali.
La musica cambia, l’Europa cambia, il cantautorato è cambiato, Del Curatolo ci interroga chiedendo “Se Mai Qualcuno Capirà Rino Gaetano”, magari si, invece sono gli italiani che proprio ancora non capisco, sempre fermi nel loro modo di fare e questo libro in qualche maniera ha anche il pregio di farmi riflettere su come cambiano e non cambiano le cose, oltre che tenere vivo l’interesse su un personaggio che spero diventi immortale per la storia. Un doppio grazie a Freddie Del Curatolo. MS


martedì 3 dicembre 2019

Guida al Thrash Metal


GUIDA AL THRASH METAL – Giorgio Monaco
Arcana
2018

Giorgio Monaco è medico psichiatra e sin dai tempi dei studi classici si interessa della beat generation per poi avvicinarsi alla controcultura americana degli anni sessanta e alla musica Rock. Successivamente passa al Thrash Metal e tale vademecum è il suo primo libro. Scrive su Metallized.
Questo è quello che possiamo leggere a grandi righe nella bio del libro “Guida Al Thrash Metal”.
Monaco fa un viaggio negli anni e nella storia del genere più estremo del Rock. Hendrix ha portato negli anni ’60 la chitarra elettrica alla distorsione elevata tanto da favorire la nascita dell’Hard Rock, dove gruppi storici come Led Zeppelin e Deep Purple su tutti hanno costruito una importante carriera. Con l’avvento del Punk alla fine degli anni ’70 i giochi si fanno più duri, l’incontro con l’Hard Rock fa scaturire la famosa NWOBHM (New Wave Or British Heavy Metal) con altri gruppi storici come Iron Maiden, Saxon e Motorhead in cattedra.
Il Metal sembra originariamente un genere fine a se stesso, non aperto a contaminazioni, ma tutto questo scopriremo nel tempo non essere assolutamente veritiero, nuove strade lo attendono, nuove contaminazioni e soluzioni. Una fra le tante è il Thrash Metal. La chiave del genere risiede in un suono più speed e grezzo, un Punk Metal ad alta velocità, grazie all’intuito di band come Anthrax, Metallica, Exodus, Voivod, Testament, e moltissime altre ancora. Il termine Thrash sta a significare “battere”, “percuotere” e proprio da questo aneddoto il libro di Monaco parte per il suo lungo viaggio fatto di schede e recensioni.
L’autore consiglia anche una discografia essenziale. Il libro è suddiviso per decenni, gli anni ’80, i ‘90, ed  i 2000.
Una ricerca minuziosa nel campo, senza tralasciare nessun gruppo importante e perfino underground. Gli album recensiti sono oltre 300, le scoperte non mancano e per chi si vuole addentrare anche per la prima volta verso queste sonorità rigide, il libro è una vera e propria “bibbia”. Durante il percorso si incontrano anche piccole deviazioni verso generi più estremi come il Death, ed il Black Metal. Ogni scheda è accompagnata da una copertina del disco.
“Guida Al Thrash Metal” è un libro che non deve mancare in una libreria di un appassionato dell’Heavy Metal in senso generale, magari tenetelo vicino al pc per consultarlo quando avete tempo libero e la voglia di ascoltare nuove scoperte su You Tube o in altri portali a cui tenete,  vedrete che qualche gruppo vi entrerà nel cuore.
Intanto Giorgio Monaco ha scritto la sua seconda opera "Heavy - Dal Blues Del Mississippi al Black Metal Norvegese" sempre per la casa editrice Arcana, ed è ancora un'altra storia. MS

domenica 1 dicembre 2019

Battiato La Voce Del Padrone


BATTIATO LA VOCE DEL PADRONE – Fabio Zuffanti
1945 – 1982: Nascita, ascesa e consacrazione del fenomeno
Arcana
2018

In Italia gli anni ’70 sono stati una fucina di cantautori più o meno impegnati, alcuni classici ed altri maggiormente estrosi e ricercati. Uno dei personaggi particolari che ha fatto discutere per il proprio modo di presentarsi e di compore è il Catanese (Riposto) Franco Battiato. I primi anni della sua carriera sono stati dedicati all’avanguardia, quando il Progressive Rock iniziava anche da noi a proporre musica meno convenzionale. Molte le interviste al personaggio Battiato da parte delle riviste musicali del momento ed anche qualche servizio televisivo passato in RAI, quello che tuttavia è sempre mancato ad oggi è l’approfondimento editoriale. Questa lacuna sulla storia del primo Battiato viene colmata da “Battiato La Voce Del Padrone” ad opera del cantante, compositore, scrittore e presentatore genovese Fabio Zuffanti per la casa editrice Arcana.
L’amore e la preparazione sull’argomento sgorga in ogni riga che si legge, Zuffanti è attento e scrupoloso narratore sennonché devoto alla musica del cantautore siciliano.
Il libro è di 320 pagine e viene suddiviso in quattordici capitoli più la discografia. Il valore aggiunto di questo sforzo editoriale è dato dalla ricerca di aneddoti e di uno spaccato societario davvero importante dove l’Italia giovane attenta alla musica ed alle sue mode viene descritta con attenzione e passione.
Di certo l’argomento trattato non è semplice, come non lo è mai stato Battiato, sempre aperto a nuove soluzioni ed idee, relegato al fatto di essere individuo a se stante, distante dai convenzionali stilemi del momento e dalle mode. Zuffanti intervista anche collaboratori ed amici che hanno supportato la carriera del cantante, riuscendo ad avere spaccati ed aneddoti interessanti, compresi quelli della collaborazione con il violinista Giusto Pio.
La storia narrata è ricolma di dettagli ed approfondimenti, un lavoro davvero maniacale e preciso, dove nulla è lasciato all’approssimazione e questo per un libro biografico di per se è un pregio assoluto. Nella lettura fuoriesce non soltanto il Battiato musicista, ma anche l’uomo, un disegno psicologico del suo essere, portando alla luce in maniera dettagliata la grandezza non scontata del personaggio. Il sottotitolo “1945 – 1982” lascia trapelare la volontà del musicista scrittore genovese di poter proseguire nel tempo altri spaccati di vita del cantautore, anche se  il momento cruciale di Battiato è relegato attorno agli anni ’70, dove la ricerca e l’estro di certo non risultano superficiali.
Descritte anche le strumentazioni del cantautore, passando per primo il periodo elettronico contenete il famoso VCS3, sintetizzatore adoperato nella prima fase della carriera. Importanti anche le discusse copertine dei dischi ad opera della Bla Bla Record, mi riferisco a “Fetus” con fotografato un vero feto appoggiato su della carta dopo effettuato un aborto. Questa spinse molti negozianti a non esporre l'album in vetrina.
Il libro viene aperto da una disamina di Francesco Messina, collaboratore di Franco Battiato.
“Battiato La Voce Del Padrone” è un lavoro accurato dedicato sia ai fans più accaniti del cantautore, che agli amanti e curiosi della musica in senso generale, perché qui fuoriesce uno spaccato davvero interessante non soltanto riguardante l’argomento, ma di un vero e proprio periodo storico.
…E la lacuna viene soppressa. MS

sabato 30 novembre 2019

Anni 70 - Generazione Rock


ANNI 70 GENERAZIONE ROCK  - Giordano Casiraghi
Dai raduni Pop Alle Radio Libere
Arcana Edizioni
2018

Ritorna il libro di Giordano Casiraghi “Anni 70 Generazione Rock” dopo la prima stampa del 2005 per la Edizioni Riuniti, ci pensa l’attenta casa editrice Arcana, sempre in prima linea in Italia per tutto quello che concerne la musica narrata.
Giordano Casiraghi conduce in Radio Montevecchia, organizza rassegne musicali, collabora con differenti riviste di settore e con il quotidiano La Provincia Di Como. Partecipa anche alla stesura dell’Enciclopedia Del Rock: Anni Sessanta e Settanta Italiani (De Agostini – 1989) ed altre ancora. E’ anche coordinatore e promotore della ristampa del catalogo discografico Bla Bla e di alcuni titoli Progressive Rock.
Ottima dunque la scelta di riportare in vigore questo che ritengo uno dei libri più interessanti del panorama Rock italiano. Qui l’autore mette alla luce tutto quello che è stato il panorama Pop Rock nazionale degli anni ’70, analizzandolo minuziosamente dando voce ai protagonisti, riportando alla luce le testimonianze dei Festival Pop dal 1970 al 1979, il settore cartaceo, le radio libere, una discografia consigliata per approfondire il genere in analisi sia italiano che straniero, e per concludere cosa salvare dei settanta.
Un grande volume di 430 pagine accompagnato anche dalle fotografie di Franco Fabbri e Ghigo Agosti.
Dopo l’immancabile introduzione che ci immerge in questo percorso, spiegando su cosa si andrà a parlare e il perché, si comincia con “I Protagonisti”. Casiraghi da voce a molti che hanno suonato e partecipato attivamente alla scena di quegli anni, ed ovviamente stiamo parlando soprattutto del Progressive Rock e del cantautorato più impegnato e libero. Interviste a “Bambi” Fossati (Garybaldi), Eugenio Finardi, Paolo Tofani (Area), Gianni Leone (Il Balletto Di Bronzo), Claudio Rocchi, Francesco Guccini, Claudio Lolli, Patrick Djivas (PFM), Rodolfo Maltese (Banco Del Mutuo Soccorso), Lino Vairetti (Osanna), Patrizio Fariselli (Area), Corrado Rustici (Cervello), Ivan Cattaneo, Franz Di Cioccio (PFM), Marco Ferradini, Pino Scotto (Vanadium) e molti altri ancora. Quello che emerge è uno scenario societario importante, forte, dove l’individuo vuole essere al centro dell’interesse, mentre il giovane va contro il sistema e lo fa vivendo gli eventi in comunità, fra concerti, Festival Pop e ritrovi nelle piazze. L’Underground è vissuto come uno stile di vita e non come moda. Voglia di crescere, utopie e successivamente delusioni. Molto spesso i nostri “Woodstock” vanno a finire in maniera negativa in quanto il politicizzare tutto  non porta a buoni risultati e la controcultura conduce il giovane a contestare ogni cosa, quindi non proprio “pace, amore e musica”, anche se gli intenti iniziali di molti sono positivi. Quello che emerge in senso generale è la voglia di libertà e dello stare assieme.
Molto interessante il paragrafo successivo, con la cronologia dettagliata dei festival Pop dal 1970 al 1979. Ogni evento viene descritto con le date, la città e chi ci ha suonato. Intrigante l’intervista al cantautore Francesco De Gregori dove chiarisce cosa è accaduto durante un suo concerto, raccontando l’invasione di chi non ha voluto pagare il biglietto e quindi il proprio sconcerto che lo ha portato per anni a rimanere fuori delle scene live.
Il terzo capitolo si intitola “La Stampa Giovanile”, qui l’autore ci descrive tutto il cartaceo e intervista i protagonisti. Ecco dunque ritrovare nomi importanti come Ciao 2001, Qui Giovani, Super Sound, Muzak, Gong, Re Nudo e molti altri ancora. Si passa successivamente a “Le Radio Libere”, parlando di Radio Rai, Rai tv, la prima radio libera Radio Alice, Radio Montevecchia ed ancora interviste a Edoardo Fleischner, Enzo Gentile, Ivano Amati e Massimo Villa. Casiraghi mette bene in evidenza l’importanza che hanno avuto questi mass media per i giovani.
Segue la “Discografia Consigliata”, i dischi italiani e stranieri più importanti recensiti dallo stesso autore. Il libro si conclude con quello che ritengo il paragrafo più interessante, ossia “Cosa Salvare Dei Settanta”. Anche in questo caso la lista degli intervistati è lunghissima e ricca di sorprese per quello che concerne il modo di pensare dei singoli protagonisti. Alcuni nomi Francesco Di Giacomo (Banco Del Mutuo Soccorso), Alberto Radius (Formula Tre), Enzo Vita (Il Rovescio Della Medaglia), Arturo Stalteri, Juri Camisasca, Roberto Manfredi e tantissimi altri.
Si tratta anche l’argomento moda e in qualche maniera la politica, un modo di fare luce e allo stesso tempo di mettere ordine agli eventi e su questo “Anni 70 Generazione Rock” ci riesce in pieno.
Il libro è ricchissimo di aneddoti che non sto qui a svelarvi giusto per non togliervi il piacere della scoperta.
Se amate la musica italiana degli anni che furono, non potete esimervi dal leggere questo incredibile vademecum, davvero una chicca imperdibile. MS

mercoledì 27 novembre 2019

Welcome Coffee


WELCOME COFFEE - The Mirror Show
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: EP – 2017


Sotto il termine Progressive Rock si è scritto oramai di tutto e di più, anche io ne ho approfondito il significato nel mio libro “Rock Progressivo Italiano 1980 – 2013”.  Nell’analisi scaturiscono più scenari, fra radicati suoni del passato e ricerca sonora moderna, non sempre semplice da etichettare. Come potremmo chiamare oggi il genere in evoluzione probabilmente Post Prog, quando le influenze sono molteplici e non tutte relegate ad un determinato filone musicale, tuttavia con uno sguardo rivolto al lontano passato.
La musica dei triestini Welcome Coffee si può incastonare nel Progressive Rock, anche se gli ingredienti moderni (Funky/Rock, elettronica) fanno storcere il naso ai fans più integralisti avvinghiati al sound dei tempi che furono. Ma la musica è musica, etichettarla ha soltanto uno scopo in teoria semplificativo, ossia utile per far capire di cosa si tratta soprattutto a chi legge e non sta ascoltando il disco.
I Welcome Coffee si formano nel 2012 proprio per suonare una musica influenzata da differenti sonorità. Nel 2013 realizzano il loro primo lavoro “Box #2“, un EP di 5 tracce. L’attività live negli anni forgia la band, così il debutto ufficiale avviene nel 2015 con “UnEvEn”, album contenente undici brani. Ma è alla fine di quell’anno che la band conosce uno stop per divergenze musicali salvo poi riformarsi nel 2016.  Stefano Ferrara (bassista e fondatore della band) e Andrea Parlante (tastiere), decidono di portare avanti il progetto cercando gli elementi mancanti, e dopo qualche mese, finisce finalmente la ricerca per completare la formazione con l’ingresso in band di Davide Angiolini (batteria), Andrea “Armando” Scarcia (voce) e Bill Lee Curtis (chitarre).
Anche “The Mirror Show” è formato da cinque canzoni, ad iniziare dalla title track “The Mirror Show”. Il Funk Rock è molto orecchiabile, grazie anche ad un lavoro del basso importante e presente. Il cantato è in inglese e buona è l’interpretazione vocale. Le tastiere ricoprono un ruolo importante se non fondamentale, mentre le chitarre accompagnano il tutto. Canzone decisamente orecchiabile e potenziale hit, tanto che la band ci gira anche un video ufficiale che potrete vedere su You Tube.
“Doppelgänger” è più Prog nell’intento, anche se atmosfere New Wave si addensano sopra le sonorità. Il brano è un tributo alla serie tv americana “Twin Peaks”, ideata da David Lynch, che ritorna sullo schermo dopo ben 25 anni.
Cambio di rotta con la ballata nostalgica Folk-Country “Come Potevo”, ed il cantato in italiano ha le influenze del cantautore Ligabue. L’armonica a bocca dona un tocco vintage che non guasta. Si passa successivamente all’elettronica in “116” (116 secondi e 116 bpm) canzone scritta in collaborazione con Talking Vibes & Gjorgji Bufli. Sembra di ascoltare completamente un'altra band, e ditemi se questo nell’indole non è Progressive!
L’EP si conclude con “Notte Araba”, canzone già presente su “UnEvEn”, riarrangiata specie nelle parti di chitarra.
In questo momento i Welcome Coffee sono in dirittura d’arrivo con il nuovo album che presto vedrà luce nei scaffali dei dischi, nel frattempo ci lasciano con questo assaggio che non fa altro che ammontare le aspettative e la curiosità attorno all’evento. Musica che tocca differenti corde, ascoltare per credere. MS

Sito UFFICIALE: http://www.welcomecoffee.com/

FB: https://www.facebook.com/WelCoffee

TW:  https://twitter.com/WelCoffee


lunedì 25 novembre 2019

Il Giardino Onirico


IL GIARDINO ONIRICO – Apofenia
Open Mind – Lizard Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd 2019


Terzo album per Il Giardino Onirico dopo “Perigeo” (2012 – Lizard Records) e “Complesso K – MMXIII” (2013 – Lizard Records). La band formata da Dariush Hakim (tastiere),  Emanuele Telli (tastiere), Stefano Avigliana (chitarre), Ettore Mazzarini (basso) e Massimo Moscatelli (batteria), ritorna con il suo Prog moderno e rispettoso del passato.
Con il passare degli anni l’esperienza accresce, così la capacità compositiva attenta anche ai svolgimenti del presente con riferimenti variegati che possono spaziare dal Neo Prog a quello di Steven Wilson e dei suoi progetti. In questo nuovo album si coadiuvano di importanti partecipazioni, con special guest di spicco, dalle bellissime voci di Alessandro Corvaglia a quelle di Jenny Sorrenti (altro esponente storico della scena, basta ricordare i Saint Just) e Jenna “Sharm” Holdway. David Morucci suona il sax in due brani, mentre Claudio Braccio in uno, e per terminare la lista i Fuori Dal Coro sul brano “Aléthia”.
Il lavoro è formato da sette composizioni, mentre nel libretto interno che accompagna il disco si possono vedere i disegni astratti e fantasiosi realizzati con la grafica di Marco Marini.
Tastiere elettriche iniziano con intrinseca oscurità l’album in un crescendo sonoro che verte verso il caos, stoppato dalla chitarra elettrica. Il Giardino Onirico predilige i brani lunghi, e “Onironauta” apre il disco con i suoi abbondanti dodici minuti, uno strumentale che mette in cattedra la maestosità dei suoni lasciando l’ascoltatore avanti ad un muro sonoro erto e possente. Le ritmiche del basso vanno a cogliere nella discografia Porcupine Tree del periodo “Signify” ed antecedente. La chitarra elettrica va a disegnare linee Psichedeliche determinate e devote alla melodia, portando l’insieme a farsi ascoltare con estremo piacere ed interesse. Malgrado il lungo minutaggio tutto sembra essere durato una manciata di minuti.
Un frenetico pianoforte apre “Scivolosa Simmetria”, esecuzione dove la voce di Corvaglia la fa da padrona. La band cammina come deve camminare, in una intesa invidiabile e rodata. La formula canzone si alterna al Prog in stile Banco Del Mutuo Soccorso per un connubio perfetto. L’assolo di chitarra è ficcante e carico di pathos, proprio come piace al Prog fans, mentre le tastiere sono dovunque.
A seguire “Alétheia” con quasi tredici minuti di musica ricercata ma pur sempre orecchiabile, e qui risiede il segreto de Il Giardino Onirico. Arpeggi richiamano i Marillion, arie spaziali, ritmi delicati sostengono le melodie in una emotività che va in crescendo con il brano stesso. Nella fuga Neo Prog del brano perfetto risulta l’intervento del sax, ma si vola in alto soprattutto durante l’assolo della chitarra elettrica. A metà il brano si spezza cambiando umore e tipologia di armonia, quando subentra il coro di voci tutto prende una forma gigantesca e cinematografica nelle immagini della mente, un fantastico esempio di Progressive Rock moderno.
“Mushin” in dieci minuti tocca differenti tipologie di suoni, dall’elettronica (anche nella ritmica) al Math Rock il tutto passato attraverso la bella voce di Jenny Sorrenti, da restare semplicemente ipnotizzati. Nell’evolversi richiami al genere degli anni ’80. Con “Apogeo” ci sono altri dieci minuti di musica strumentale, sempre affidata alle chitarre sostenute di Avigliana, una stesura ponderata, elegante, al limite della Psichedelia ed il Metal, si ritorna ancora una volta nel territorio di Wilson, ma lo si fa con personalità. E’ proprio un giardino dei sogni.
Ritorna la malleabile voce di Corvaglia in “Un Nodo All’Anima”, altra canzone come “Scivolosa Simmetria”. In essa risiede una stesura compositiva con differenti vie di fuga dal refrain maestro.
Il disco si conclude con la mini suite “Lacrime Di Stelle”, gioiello incastonato nell’olimpo dei migliori brani del 2019.
Personalmente metto “Apofernia” in classifica Prog Italiano fra le migliori dieci uscite dell’anno e con questo vi ho detto tutto. MS

domenica 24 novembre 2019

Falena


FALENA – Una Seconda Strana Sensazione
La Locanda Del Vento – Lizard Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2019


La copertina del terzo album dei laziali Falena ad opera di Armando Zelinotti, cela il viso di un uomo che si intravede dietro degli occhiali e la mano in volto che accompagna la sigaretta alla bocca. Lui è un uomo medio, un antieroe dalla personalità complessa, sfuggevole,  che fa della normalità la sua forza e questo argomento è il concept dell’intero album. Il libretto è molto illustrato, tutto in bianco e nero contenente disegni, testi e credits.
Dunque dopo “Impressioni” (2007) e “L’Idiota” (2013), è la volta di “Una Seconda Strana Sensazione”, prodotto dalla Lizard Records per la serie La Locanda Del Vento. E’ suddiviso in quattordici tracce sonore di stampo Rock Progressivo Italiano classico. Il gruppo è composto da Emiliano Sellati (Voce, testi), Alessandro Fusacchia (chitarre, cori), Marco Peschi (tastiere, flauto), Andrea Trinca (basso, cori) e Rossano Acciari (batteria).
Il Rock Progressivo Italiano in questo ultimo anno sta dando frutti interessanti, un lieve innalzamento di qualità rispetto al 2018, rispettando un andamento che lo ha contraddistinto da sempre, fatto di alti e bassi. I Falena contribuiscono a questo innalzamento registrando un prodotto buono, diretto e per certi versi semplice, attento alla melodia, senza perdersi in inutili arzigogoli.
Il concept inizia con lo strumentale “Antefatto”, una chitarra elettrica ripete a loop un riff incisivo per giungere al classico cambio di ritmo che contraddistingue il Prog. Le tastiere sono complici mentre la ritmica risulta pulita e rodata. Tanto profumo di anni ’70, i Falena conoscono la storia del genere e ben riescono a filtrarla attraverso la personalità.  “Un Mite Inverno” si presenta con lo stesso modus operandi, ricordando per certi aspetti Le Orme. Molto bello l’assolo della chitarra che fa volare in alto la mente di chi ascolta, questo spesso accade quando lo stile prende come riferimento David Gilmour dei Pink Floyd e certi suoi passaggi sostenuti.
Suoni di sintetizzatore aprono “Il Dubbio”, brano più ricercato e in stile Metamorfosi, tanto per restare in ambito storico per certi riferimenti sonori. Il sound diventa più greve e cadenzato, le atmosfere si incupiscono donando al disco ulteriore interesse e profondità di ascolto.
“Il Peso Della Misura” è un altro esempio di cosa è una canzone Prog di stampo italico, con melodie delicate e facili da ricordare, contenente passaggi introspettivi riguardanti l’animo dell’uomo in analisi. Dopo un breve momento rumoristico si giunge a “Passaggio”, iniziato dalla chitarra acustica e voce per poi aprirsi in maniera ariosa con tutte le strumentazioni, flauto compreso. Ricordi del passato si uniscono al presente. La title track invece alza di poco il ritmo pur rimanendo relegata ai stilemi appena descritti.
“L’Erpice” è un altro frangente sonoro breve fatto di suoni, rumori e sensazioni che accompagnano a “Nella Colonia Penale”. Questa volta sono le tastiere ad aprire il brano, un velo malinconico cala nella mente, ma le stesse aprono al ritmo ed improvvisamente il brano prende un altro percorso, sfiorando anche il Neo Prog soprattutto nella fase dell’assolo di chitarra. Un flauto quasi bucolico è protagonista dello strumentale “…Per Un Libero Pensiero”, ancora una volta i ricordi sembrano tornare al passato e a quelle sensazioni che ci hanno fatto amare la musica e la vita.
Un suono di campane accoglie “Requiem…”, brano classico in stile Falena, mentre a seguire si va a “Il Mercato”, dove la voce di Sellati con i cori sperimentano giri a cappella, come la scuola Gentle Giant ci ha proposto nel tempo. Una chitarra elettrica apre “Sete” il brano più lungo dell’album con i suoi abbondanti novi minuti. Una mini suite a tutti gli effetti. Conclude il concept “Conseguenza” e lo fa con suoni elettronici nebulosi e Psichedelici.  
Ho detto che in questo album ci sono tutti gli ingredienti del Prog Italiano storico, in effetti è così, portandosi dietro anche il problemino annoso della voce, che per le band nostrane sembra quasi essere un fatto insormontabile salvo in alcuni rarissimi casi (Banco, Area, Orme, Raccomandata Ricevuta Ritorno…). La voce di Emiliano non sempre mi convince a pieno, pur riuscendo ad interpretare le canzoni con estrema enfasi e in alcuni casi anche in modo perfetto. Questo se proprio devo cercare un neo a un disco che ha molto da dire e che è ulteriore conferma della buona salute del nostro amato genere. Consigliato perché è un ennesimo ponte fra il passato, il presente e la nostra tradizione che spero non muoia mai. MS


venerdì 22 novembre 2019

Alexander Layer


ALEXANDER LAYER – Huginn Muninn
Virtuoso Records – Elevate Records
Genere: Virtuoso Strumentale
Supporto: ep – 2019


Huginn è il pensiero mentre Muninn è la memoria, entrambi sono i corvi del dio Odino che vagano sulla terra a riportare informazioni al loro padrone. Con queste tematiche mitologie Norrene e Celtiche, la musica del virtuoso chitarrista Alexander Layer si presenta per la seconda volta al pubblico dopo il recente debutto del 2018 intitolato “Fenrir”.
Alexander Layer è il nome d’arte di Alessandro De Fusco, giovane chitarrista diplomato al V°anno di chitarra classica e solfeggio, studente Lizard Accademy di Roma. Amante dell’Heavy Metal riesce a miscelare la sua passione al neo classico per un risultato che mette in evidenza tutte le sue qualità tecniche con una piccola dose di Progressive Metal.
L’edizione fisica del disco completamente strumentale è elegante e cartonata, contenente l’esaustivo libretto che accompagna il cd narrante le vicissitudini dei brani e cosa vogliono rappresentare. Foto centrale tutta pagina dell’artista e i credits rifiniscono il tutto. L’artwork con i corvi è ad opera di Antonella Panico, mentre il booklet è materia di Simona Guerrini. Tengo a sottolineare una volta tanto,  che le scritte si leggono! La line up oltre che dal chitarrista Alexander Layer è formata da Francesco Coia (basso), Michele Milano (batteria) e Francesco Cipullo (tastiere).
“Huginn Muninn” è composto da sette tracce per un totale di venticinque minuti di musica, ad iniziare dall’intro tastieristico di “Hugr And Munr”. Il corvo non è soltanto un simbolo di morte, ma un vero e proprio animale intelligente tanto che Odino ne fa appunto proprio messaggero. Nella mitologia del nord esiste anche una forte e bellissima donna chiamata Valchiria, ed eccola decantata nel vero primo brano dell’album intitolato “Valkyrie”. Una cavalcata Metal dall’inizio roboante e forsennata come il galoppo di un cavallo in corsa, per poi aprirsi in sonorità ariose e sostenute.
I corvi cominciano a svolazzare attorno al mondo e a riportare notizie in “Grimnismal, altrimenti detto  «Discorso di Grímnir», quarta composizione della Ljóða Edda, raccolta di poemi su argomenti mitologici scritti fra il il IX e l'XI sec.. Tastiere dal suono mellotron ricoprono coralità, mentre la chitarra alterna passaggi tecnici ad emotività.
“Kenning” presenta il lato più malleabile dell’artista, canzone che ha una melodia incentrata sulla dolcezza, orecchiabile e diretta. “Hrafnaguò” è il brano più lungo dell’album grazie ai suoi cinque minuti abbondanti di musica. Qui si manifesta l’aspetto più Metal Progressive del giovane chitarrista, alcune tastiere rimandano ai primi Dream Theater, mentre il sound è incentrato su cambi di tempo, davvero notevole il lavoro della sezione ritmica. Il brano è spezzato nel finale, lasciando adito a riff di matrice celtica.
Chitarra classica in “Hugins Vör”, una ballata dal sapore nordico, sembra quasi che i polmoni si riempiono d’ aria umida e fredda durante l’ascolto che avviene ad occhi chiusi, perché l’enfasi strutturale tende a farci reagire in questo modo incontrollato.
Il disco si conclude con l’energica “òdinn”, altra cavalcata epica e comunque non troppo roboante, dove il chitarrista si diverte ad eseguire passaggi in stile J.Y.Malmsteen..
La musica di Alexander Layer ha un grande pregio, quello di non perdersi in inutili elucubrazioni, la tecnica si ma non asfissiante, e soprattutto tanto cuore. Talento da tenere d’occhio. MS

Aetherna


AETHERNA – Darkness Land
Elevate Records
Genere: Gothic Metal
Supporto: cd – 2019


Roma è capitale, storia e cultura, una città che pullula di arte in tutti i settori. Anche in ambito Heavy Metal ha saputo dare notevoli frutti oltre che numerosi. Aggiungiamo gli Aetherna, quintetto dedito ad un Hard Rock intriso di Gothic Metal. Nascono nel febbraio 2015 con il primo nome First Aid, per suonare cover Alternative ed Hard Rock. La voce è femminile, quella di Virginia De Propris che nel 2016 lascia il microfono a Ylenia Bispuri, così dopo due singoli il gruppo cambia anche il nome dopo la svolta Gothic. Ma l’apporto di Ylenia è breve, dopo pochi mesi si stabilizzano con  Germana Noage. Vengono completati da Vincenzo Zappatore (chitarra), Vittorio Flumeri (chitarra), Marco Di Marco (basso) e Luigi Iesu (batteria).
“Darkness Land” è il debutto ufficiale della band che negli anni ha registrato singoli qui riuniti in questo unico album grazie al contratto avvenuto con la prestigiosa Elevate Records.
Il disco si presenta in edizione cartonata contenente all’interno il curatissimo libretto ad opera di Jhan Vision Art, mentre le foto sono di Pino Magliani. Molto bella anche la copertina che immerge l’ascoltatore nell’opera sin da subito, lasciando trapelare sensazioni gotiche. Sette canzoni per una durata complessiva di quasi quarantacinque minuti di musica.
Apre “Event Horizon” con un riff di chitarra in stile Iron Maiden, anche se il brano si svolge in tutt’altra maniera. Germana si presenta senza strafare, interpreta al meglio il brano con naturalezza, senza inutili forzature. L’andamento è melodico anche se le atmosfere tendono allo scuro e non mancano i cambi di direzione.
Onde del mare si infrangono, mentre un grido di gabbiani aleggia attorno all’arpeggio iniziale di “Darkness Land”, un affresco sonoro e vocale di intima fattezza. Grazie ad un ritornello molto accattivante, Germana alza i toni mentre il brano si diverte a variare nella struttura pur rimanendo sempre relegato a riff importanti.
“Sounds From Nowhere” è il singolo del disco, massiccio con un robusto attacco ritmico soprattutto da parte di Luigi Iesu. Il brano si sviluppa in un Heavy Metal dal sapore antico, quando la NWOBHM  (New Wave Or Brithis Heavy Metal) incominciava a dare  i primi risultati importanti verso la fine degli anni ‘70. Segue “Devil’s Lullaby”, la farfalla in simbiosi con la musica aleggia sopra le nostre teste, lasciando sensazioni quasi Progressive nell’intento. La chitarra si esprime in un assolo gradevole e non distorto, così tutto il brano mette in evidenza le capacità compositive della band.
“Overdream” Inizia con il suono di una puntina che scende sul giradischi ed il suo classico fruscio per poi aprirsi in un anthem ritmico importante ed oscuro, il lato più gotico della band nel brano più lungo dell’album, grazie agli otto minuti di durata. Segue “Lord Of Sin” un brano che non aggiunge e nulla toglie a quanto detto sullo stile della band.
Sembra pace fatta con la New Wave degli anni ’80, quando il Metal si ribellava alla nuova moda inglese gridando sempre più forte, perché il gruppo qui chiude questo bel debutto con la cover “The Chauffer” dei Duran Duran.
Gli Aetherna hanno uno spiccato gusto per le melodie, compongono brani che sicuramente hanno una buona riuscita live, quelli che accalappiano l’attenzione anche di chi non è avvezzo all’Heavy Metal. Musica gradevole per tutti i gusti. MS

lunedì 18 novembre 2019

Ibridoma


IBRIDOMA - City Of Ruins
Punishment 18 Records
Genere: Heavy Metal
Supporto: cd – 2018


Il Metal in Italia gode di un seguito sufficientemente numeroso, relegato comunque ad un pubblico di nicchia, curioso e ferrato sull’argomento. Il fans così come l’artista stesso è esigente e ogni disco che esce è sempre molto curato lasciando poco al caso. Nel termine Heavy Metal si aggirano davvero tanti ingredienti, Death Metal oltre che Power Metal con melodie gradevolmente assimilabili e massicce. In questo siamo molto bravi.
La band Ibridoma è marchigiana, altra regione molto attenta al fenomeno Metal, precisamente di Macerata e si forma nel 2001. Nutrita la discografia fatta di sette dischi da studio fra ep e full length compreso questo “City Of Ruins”. Sin dai primi movimenti la band riceve consensi, partecipa a diversi concorsi aggiudicandosi anche nel 2004 il primo premio al "Rock Around The Road”. Buona anche l’attività live con partecipazioni a date assieme a gruppi storici come  The Dogma, Uli Jon Roth (Scorpions), Richie Kotzen (ex Poison / Mr. Big), Rigo Righetti e Roby Pellati (Ligabue), Linea 77, Theatre Of The Vampire e Necrodeath.
Sono formati da Chriastian Bartolacci (voce), Marco Vitali (chitarra), Sebastiano Ciccale' (chitarra), Leonardo Ciccarelli (basso) e Alessandro Morroni (batteria). Nel loro sound trapelano alcune inevitabili influenze, come ad esempio quelle dei maestri Judas Priest o i Saxon, tuttavia nel complesso la band gode di ottima personalità. La ritmica si evidenzia lubrificata e funzionante sin dall’iniziale “Sadness Comes”, canzone potente e narrata dall’ottima voce di Bartolacci. Anche in questo noi italiani siamo molto bravi, la voce è sempre un valore aggiunto, a differenza del Progressive Rock italiano dove nella media le interpretazioni sono scadenti. I brani sono molto orecchiabili, mantenendo alta l’adrenalina, come nel caso di “Evil Wind”, dove la band mostra i muscoli.
“T.F.U.” potrebbe trattarsi del singolo dell’album, molto diretto e semplice. Buono il solo di chitarra che dona all’ascolto il momento da assaporare dondolando la testa al suo incedere, si sa che nel Metal questo sistema è quello più adatto per poter godere al meglio della musica.
“Di Nuovo Inverno” è cantato in due lingue, l’inglese e l’italiano, una scelta simpatica che relega all’ascolto una curiosità in più. Qui c’è una ritmica più pacata ed un ritornello semplice da ricordare, la musica deve essere anche questo, alla fine qualcosa deve sempre rimanere nella memoria di chi ascolta. Le chitarre disegnano riff nervosi in stile Radiohead primi anni ’90. La title track alza il tiro e si presenta più Power e cadenzata, da cantare in sede live assieme alla band. Si entra nel contesto NWOBHM (New Wave Or British Heavy Metal) con “Angels Of War”, qui si ciondola in riff granitici. Più Savatage style “My Nightmare”, la band è sempre coesa nelle ritmiche e nell’incedere.
“Fragile” prosegue il cammino senza togliere o aggiungere nulla a quanto detto, per giungere a “Terminator”, più sferzante ed elettrica. L’album si conclude con l’acustica “I’m Broken”, canzone dall’ampio respiro e di una gentilezza carezzevole.
Gli Ibridoma dimostrano ancora una volta il buono stato di salute del genere che continua imperterrito a far uscire dischi di buona qualità. Oggi è sempre più difficile imbattersi in un brutto disco, le registrazioni sono sempre ottime grazie alla tecnologia e le canzoni sempre orecchiabili, anche se viene a mancare il capolavoro dettato dall’incoscienza di osare nuove soluzioni. Forse noi italiani dovremmo sforzarci di più sotto questo aspetto, anche se non necessariamente ci si deve evolvere, spesso basta godere di ciò che si ha, e i Ibridoma non so se lo sanno, ma lo fanno. Bel disco. MS

mercoledì 13 novembre 2019

Nefesh


NEFESH – Panta Rei
Sliptrick Records /Dead Pulse
Genere: Alternative Metal
Supporto: cd – 2018


Le Marche sono un regione italiana davvero ricca di sorprese, grandi paesaggi, ottima cucina e buon vino, può a questo punto mancare la musica? Certamente no, ed essa è rappresentata al meglio da numerosi progetti e generi musicali differenti. In ambito Metal e dintorni ad esempio, la regione è più che coperta, con un numero consistente di band attente al movimento musicale e realizzatrici di prodotti di buona qualità oltre che di personalità. Per i più curiosi di voi le band che ci sono vengono trattate nel mio ultimo libro “Metal Progressive Italiano” (Arcana). La scena quindi non esula di sperimentazione, ed i Nefesh ne sono una prova tangibile.
Sono formati da Luca Lampis (chitarra, voce, testi), Michele Baldi (batteria), Stefano Carloni (tastiere), Paolo Tittarelli (voce) e Diego Brocani (basso) per suonare una musica difficile da etichettare tanta la ricerca in esso contenuta. Il loro potremmo definirlo Progressive Melodic Death Metal oppure semplicemente Alternative Metal. Tuttavia non è importante l’etichetta, tanto quanto far capire il concetto di passione per la ricerca che i musicisti in analisi prodigano nei confronti della musica. “Panta Rei” è il terzo album da studio dopo “Shades And Lights” (2011 – Necrotorture)” e “ Contaminations (2014 – Revalve)”.
Non soltanto complessità strutturale nelle canzoni, ma anche ricerca per i testi, dove in analisi si trova l’ “Io”, ossia l’individuo ed i suoi aspetti. L’argomento è spesso trattato anche da gruppi Progressive Rock, come ad esempio lo “Zarathustra” dei Museo Rosenbach o l’ ”Io Come Io” de Il Rovescio Della Medaglia negli anni ’70.
Anche l’album è suddiviso in maniera non banale, con tre suite centrali, un “Outro” ed un “Intro” rovesciati nell’ordine di ascolto. Le tre trilogie narrano le vicissitudini dell’ ”Io” a partire dagli attacchi di panico sconfitti con il tempo dopo accurate analisi interiori nella prima suite. La seconda presenta l’individuo pronto anche ad aprirsi agli altri, al “Voi” e al “Tu” anche se in maniera titubante, mentre nella terza è la volta della possibilità di unirci tutti in uno speranzoso “Noi”.
Il cantato è sia in lingua italiana che in inglese.
Spiegano i stessi Nefesh nella biografia: “La fine, “Intro”, si rivelerà essere l’inizio di tutto il percorso connessa alla prima traccia e i punti di riferimento si spostano un po’ dando una percezione diversa della realtà e seguendo questo inizio che riporta alla traccia 1 e quindi alla 2 si
riinizia il disco e quindi il viaggio.”.
Si comincia dunque con “Outro (Preludio Al Ritorno)”, i suoni lisergici e vocalizzi di origine sciamana, l’atmosfera scura e sofferente si cala immediatamente sull’ascolto. Giunge violento il Death Metal con stop & go ritmici e una voce davvero in grande spolvero in “Trilogia Il Ritorno”, grazie alla propria duttilità a seconda delle situazioni. Tastiere fanno da sfondo donando al tutto profondità e soggezione per un qualcosa che può sempre accadere di non molto rassicurante. Il suono si spezza per dare spazio ad un flebile piano per poi ripartire con volumi alti e grida. Un altalenarsi di emozioni che ben descrivono i testi in analisi. Infatti nel momento della libertà dell’individuo tutto diventa più intimistico, sparisce il Death ed il Metal per lasciare campo ad un nostalgico pianoforte, arpeggi di chitarra acustica e voce. La prima suite si conclude con un Metal più rassicurante in “The Hidden Sun”, palestra per le doti tecniche dei singoli componenti. Il finale è decisamente Prog nelle chitarre.
Dopo il “(Preludio Al Divenire)” giunge la seconda suite “Trilogia: Il Divenire” che si apre con un Death Metal di stampo più classico aperto a scelte canore variegate. “Vite Condivise” è un brano in formula canzone, cantato in italiano e facile da memorizzare. “Play Stay” procede l’operazione in maniera elettrica, ma la sostanza emotiva non varia, accresce invece la prova vocale di Tittarelli e gli assolo di chitarra. Molto interessante anche l’alternarsi di testi in inglese ed  italiano.
Dopo “(Preludio Al Risveglio)” inizia la terza suite intitolata “Trilogia: Il Risveglio”. Sferzate Metal e dialoghi spezzati da ritmiche ansiose colgono immediatamente l’ascolto. “Costellazioni” ritorna nei territori più sentiti e rassicuranti della canzone, comunque gridata e sentita. Con “A New Inner Vision” si hanno parvenze di Celtic Frost era “Into The Pandemonium”, degna conclusione della trilogia che tuttavia vede porre la parola fine con “Intro”.
La musica dei Nefesh si può semplicemente sintetizzare con immagini caleidoscopiche, colori e forme che si susseguono cambiando di volta in volta, lasciando sempre adito allo stupore, e oggi più che mai ne abbiamo bisogno come l’aria. MS