Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

giovedì 10 giugno 2021

Police

POLICE – Reggatta De Blanc
A&M Records
Genere: Rock/Punk / Reagge
Supporto: 1979 – lp




I Police si formano a Londra nel 1977 in piena era punk. Il trio è composto dal bassista Gordon Matthew Sumner, in arte Sting, il chitarrista Andy Summers e il batterista Stewart Copeland.  Il genere proposto è di personalità, riescono a miscelare insieme reggae, punk, new wave e jazz. Non hanno una grandissima longevità artistica, purtroppo si sciolgono nel 1986 per poi fare un breve ritorno nel 2007 in occasione di un tour mondiale.
Stewart Copeland prima di iniziare a pensare ai Police, ha una breve carriera nella storica band Curved Air, dove inizia una relazione con la cantante Sonja Kristina Linwood , che diventa in breve tempo sua moglie. Sting nel 1976 suona il basso nel gruppo jazz fusion Last Exit, una volta contattato da Copeland vanno alla ricerca del chitarrista. Inizialmente la scelta ricade su Henry Padovani e con questa formazione registrano il singolo Fall Out (Miles Copeland III ) nel 1977. Nel frattempo Stewart e Sting partecipano al progetto Strontium 90, organizzato da Mike Howlett, bassista dei Gong, qui restano colpiti dal modo di suonare la chitarra di Andy Summers. Per un breve periodo la formazione dei Police è dunque composta da quattro elementi con due chitarre, ma in breve tempo Padovani lascia il gruppo. Nel tempo numerosi i concerti ed i riconoscimenti.
Ma veniamo ora al disco in analisi, esso è epocale per quello che concerne il fenomeno che abbraccia il punk di fine anni ’70 ed il reggae portato in quel periodo al successo da Bob Marley. I Police tuttavia nella loro pur breve carriera ci hanno deliziato sempre con album di altissima qualità. Il riscontro delle vendite ne è testimone.
Il trio è una vera e propria macchina da guerra ritmica. La musica proposta si basa essenzialmente su una ritmica insistente e comunque ricercata e raffinata. “Regatta De Blanc” è il secondo disco in studio della band, dopo il buon successo del debutto “Otlandos D’Amour” del 1978 (A&M Records) contenente la famosa “Roxanne”.
Si parte subito con un classico del gruppo, quel “Message In A Bottle” che ancora oggi cantiamo e sentiamo sia nelle radio che nei canali tv  musicali. Impossibile resistere al ritmo e rimanere fermi impassibili all’ascolto. Secondo la prestigiosa rivista Rolling Stone il brano giunge al numero 65 nella classifica delle "100 migliori canzoni con la chitarra di tutti i tempi". I testi narrano di un personaggio sperduto in un isola impegnato a spedire in una bottiglia al mare il suo messaggio di richiesta d’aiuto, ma che ironicamente nel tempo vede tornare a riva con altre migliaia di bottiglie contenenti richieste analoghe. Non si è soli nell’essere frustrati. Segue la title track “Reggatta De Blanc”, il cui titolo lascia trapelare che questo brano (ma anche tutto l’album), è “reggae per bianchi”. Copeland sfoggia tutta la materia in dote, oltretutto  la tecnica per suonare la batteria  è raffinata da un viaggio in Africa avvenuto in una tribù per apprendere al meglio certe ritmiche tribali. Il Post Punk arriva con “It's Alright For You”, semplice e diretta come genere comanda.
“Bring On The Night” è la più malinconica dell’album, pur avendo comunque un ritmo godibile, essa narra del detenuto in attesa di morte Gary Gilmore,  dove  l’esecuzione è oggetto del romanzo nel 1979 The Executioner’s Canzone di Norman Mailer. La ricerca di Copeland è messa in pratica in “Deathwish”, così l’apporto ipnotico della chitarra. Sting con voce inconfondibile impreziosisce il tutto. Un pregio del trio è sicuramente il dono della sintesi, con poco riescono a realizzare molto.
Il lato B del vinile si apre con il secondo classico del gruppo, “Walking On The Moon”. Il singolo si piazza al numero uno delle classifiche inglesi. Sting asserisce di aver scritto questa canzone in condizioni alterate da una bella bevuta, mentre il testo parla  della sensazione che si prova nell’essere innamorati. Tanto Reggae. Si ritorna al Post Punk con “On Any Other Day”, in sintonia con lo stile Clash.
“The Bed's Too Big Without You” ancora una volta gode di una ritmica irresistibile e di un giro di basso profondo e penetrante. Un connubio fraseggio riff chitarra, batteria e basso impressionante per riuscita, un mix fra New Wave (allora di moda) e Reggae. Esso è l’ennesimo singolo dell’album che descrive la solitudine e il dolore della fine di una relazione.
“Contact” è in perfetto stile Police, con un basso greve che lo sostiene e sviluppa. Successivamente “Does Everyone Stare” è la canzone decisamente più ricercata di tutto l’album, specialmente nell’interpretazione vocale di Sting,  davvero sentita e quasi recitata. Belle le coralità. “No Time This Time” chiude a ritmo sostenuto quasi Ska questo lavoro epocale, punto di riferimento per molte band a venire.
I Police sono campioni di composizioni brevi e immediatamente ruffiane, perfettamente adatte come colonna sonora della nostra vita quotidiana, ma adesso non lo scopro di certo io. MS





martedì 8 giugno 2021

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domenica 6 giugno 2021

La Musica

 LA MUSICA NELL'ERA CONTEMPORANEA

Di Massimo Salari




A cosa serve la musica, o per meglio dire, che valore aggiunto è per l’esistenza dell’uomo? In effetti l’essere umano può vivere tranquillamente senza, anche se si dimostra essere un vero e proprio linguaggio, si possono estrapolare molte sensazioni ed emozioni aggiuntive attraverso di essa. Il ritmo riesce a far ballare, fa stare bene. C’è chi adopera la musica per terapie come quelle sulle persone con problemi neurologici, chi per addormentarsi, chi per compagnia, è chiaro che la musica ha un suo determinato comportamento nel cervello dell’essere umano, tuttavia ripeto, non è fondamentale per l’evoluzione della sua esistenza. Sicuramente la migliora ma non è come il cibo o l’acqua che se non vengono assimilati in breve tempo si muore. E non tutti noi siamo uguali, c’è chi la musica l’ascolta in maniera rassicurante, semplice senza tanti fronzoli per sentirsi tranquillizzati e chi invece ama essere disturbato, provocato con soluzioni che fanno pensare e riflettere. Eppure l’uomo è sempre uomo.

La musica produce nel nostro cervello dopamina, una droga naturale che ci fa stare bene, come quando mangiamo o facciamo sesso.
La musica rispecchia molte delle persone che hanno un certo tipo di carattere, oppure che hanno vissuto una vita più complessa di altre. Non tutti siamo uguali. C’è dunque differenza nel nostro cervello musicale ed emozionale.
La musica è viatico di sensazioni, ed essendo un linguaggio come lo è la lingua per una nazione, c’è chi lo esprime in un modo chi in un altro. Esistono la lingue inglese, italiana, il giapponese, il francese, l’arabo etc. Nella musica invece ci sono il rock, il blues, la classica, l’elettronica, il pop, il jazz etc. Lingue differenti che comunque hanno uno scopo comune, quello del comunicare un concetto, un azione o un consiglio soltanto per dirne alcuni.
La musica si evolve attraverso la mutazione degli eventi, così delle tecnologie, è sempre la rappresentazione della società attuale. Ecco che ad esempio  il genere  post prog moderno è da definire come un genere contemporaneo, e sempre lo sarà, possiamo cambiargli il nome quante volte vogliamo, ma resta sempre e solo “musica”.  Anche il linguaggio nei secoli si modifica e si arricchisce di nuove terminologie, l’analogia fra il pensiero umano e la musica è sempre legata nel tempo. Eppure c’è chi la musica non l’ascolta per niente o addirittura gli da fastidio, non la vede come un esigenza bensì come un suono a cui si può fare necessariamente a meno.
Il tormentone è un brano musicale che mette d’accordo intere popolazioni e generazioni, è il brano che accomuna tutti e fa stare bene perché nella massa ci si sente coccolati e protetti. Guai destabilizzarla, un fuggi fuggi generale potrebbe recare la società verso l’isolamento, alla paura ed alla conseguente aggressività. Quindi, cosa spinge un musicista a realizzare musica non convenzionale se non addirittura destabilizzante? La risposta potrebbe risiedere dietro al termine “arte” dove l’individuo tende ad essere al centro dell’attenzione a discapito della già esistente globalizzazione.
 
“Io voglio essere unico e la mia arte mi rappresenta”.
 
Nascono tuttavia problematiche economiche perché chi vive di musica deve necessariamente vendere per mangiare e quindi si rivolge ad uno stile possibilmente popolare e rassicurante, chi invece sperimenta o tende ad esplorare percorsi innovativi, rischia al momento di fare la fame. Chi sperimenta non viene subito capito,  serve tempo per assimilare questo “nuovo linguaggio” proposto ed è proprio per questo che molte volte si vedono artisti idolatrati ed imitati soltanto dopo molti anni dalle loro realizzazioni se non addirittura dopo la dipartita. E’ anche vero che oggi la vita caotica ci conduce verso un ascolto mordi e fuggi piuttosto che riflessivo e concentrato, come detto i tempi cambiano, la tecnologia avanza apportando nuovi prodotti, ma tutto questo va a discapito del nostro poco tempo libero in quanto siamo più impegnati a produrre e a correre dietro risultati concreti che a riflettere. E poi si dorme.
 
“L’unicità stilistica dell’artista potrebbe essere la sua ancora di salvezza”.
 
Il concetto ovviamente non è riconducibile a tutti, non sempre la sperimentazione va a braccetto con la riuscita, i dati negativi generalmente sono davvero sconfortanti per numero quantitativo, ma chi ci riesce porta all’evoluzione dell’arte un valore aggiunto. Conduce ad un nuovo linguaggio più adatto ai tempi, la sperimentazione è nel dna dell’uomo il quale si migliora anche attraverso gli errori ma soprattutto attraverso la trasgressione della regola. Il beneficio che ne trae l’artista che raggiunge lo scopo è ovviamente quello remunerativo. E’ vero che oggi la società tende più all’apparire che all’essere, ma l’evoluzione c’è sempre stata e sempre ci sarà.
 
“La musica non è per tutti.”.
 
Open mind.


sabato 5 giugno 2021

Wine Guardian

WINE GUARDIAN – Timescape
BM Burning Minds Group - Logic Il Logic Records
Distribuzione: Plastic Head
Genere: Metal Progressive – Progressive Rock
Supporto: cd – 2021




Prosegue l’evoluzione artistica del trio milanese Wine Guardian, la vena compositiva sembra aver trovato il giusto affluente musicale. Il trio composto da Lorenzo Parigi (voce, chitarra), Stefano Capitani (basso, voce) e Davide Sgarbi (batteria e voce), realizza “Timescape” dopo i buoni
“Fool's Paradise” (2013 – Autoproduzione) e “Onirica” (2017 – Autoproduzione).
Il genere in cui spaziano è il Metal Progressive ma con uno sguardo attento al Progressive Rock stesso, anche a dimostrazione di una buona conoscenza della storia musicale in senso generale. L’album è formato da sette canzoni per una durata totale di quasi un ora. La formazione a tre ed il genere proposto possono far pensare ad uno stile Rush completo, tuttavia all’interno delle composizioni le influenze risultano molteplici. Dopo un inizio di carriera che protende verso sonorità Queensrÿche, Savatage e Fates Warning, la band si raffina lasciandosi contaminare anche da suoni di band più recenti (se così possiamo definirle) come Opeth e Porcupine Tree.
Il disco si apre con l’energia di “Chemical Indulgence”, un riff massiccio alla Holocaust ne è spina dorsale per poi lasciarsi variare dalle armonie progressive sempre relegate ai cambi di ritmo e di umore. La voce di Lorenzo Parigi è malleabile a seconda delle situazioni, riesce ad essere melodica e pulita, oppure nel caso ruvida e addirittura growl. Si staglia avanti all’ascoltatore un banco di nebbia durante l’ascolto della “Opethiana” “Little Boy”, salvo diradarsi nel corso del prosieguo.
Un arpeggio acustico di chitarra introduce la strumentale “Magus” che potremo definire complementare alla precedente “Little Boy” per atmosfere, non certo per il completo andamento. Il pezzo è davvero un bell’esempio di come si può concepire oggi un certo tipo di Metal Progressive, apportandoci soluzioni moderne e non scontate. Un frangente molto divertente e scorrevole. Adiacente giunge “Digital Dharma”, in qualche momento vicino al Neo Prog inglese. Aumentano le soluzioni sonore e la durata del brano con “The Luminous Whale”, qui davvero molto materiale per il Prog Metal fans, ancora di più nella mini suite di quasi tredici minuti “The Astounding Journey”, per chi vi scrive fiore all’occhiello di “Timescape”. Il disco finisce con dolcezza e stile grazie all’acustica “1935”, un bell’arrivederci da parte del trio che spero di poter riascoltare con nuovo materiale al più presto se questi sono i risultati. “Timescape” è stato registrato, mixato e masterizzato da Andrea Seveso, nei Ivory Tears Music Worksstudio.
Concludo la recensione riportando mie parole scritte all’interno del libretto che accompagna “Timescape”:


La musica all’ascolto propina immagini che prendono il posto delle parole, dove esse non raggiungono più  lo scopo esplicativo del concetto voluto.
Subentrano prepotentemente nella nostra mente.
Il Metal Progressive attraverso gli alti e bassi di ritmo si presta molto all’immaginazione essendo un insieme di generi incastonati fra di loro.
I Wine Guardian hanno assimilato la lezione storica delle band passate e con la propria personalità che trasuda inevitabilmente mediterraneità, amalgamano  un mondo sonoro visionario, esplicativo, risoluto.
La tecnica non fa di se inutile vetrina, bensì si mette a disposizione della melodia, il tutto rigorosamente fra sterzate umorali.
Una nuova avanguardia sonora si fa ulteriormente avanti attraverso band come i Porcupine Tree,  Opeth e Soen, un muro sonoro che i Wine Guardian attraverso Timescape riescono a riproporre con raffinatezza e consapevolezza. La musica è questo”.


Per gli appassionati collezionisti di dischi dico altresì che di “Timescape” ne esiste una speciale edizione limitata di sole 30 copie a cura di Outward Styles (disponibile solo sul sito web dell’etichetta). MS
 
 
https://www.wineguardian.it/





Gianni Venturi

GIANNI VENTURI – Socrate E’ Morto
Atoproduzione
Genere: Sperimentale – Voce
Supporto: cd – 2021




L’artista emiliano Gianni Venturi è un valore aggiunto per l’arte contemporanea italiana, non soltanto in sede musicale, quanto letteraria. Il poeta sperimentatore della voce possiede moltissimi progetti in corso ed alle spalle, fra i tanti ricordo la recente collaborazione con Alessandro Seravalle (Officina F.lli Seravalle, Garden Wall), gli Altare Thotemico e Moloch.
Personalmente sono stato fra i primi critici musicali a credere nella sua arte sin dal 2009, a supportarlo a dovere, perché ho sempre ritenuto il connubio poesia/sperimentazione un contesto esplosivo per comunicazione ed emozioni, mentre in lui ne intuivo il perfetto viatico. Gianni Venturi è un nostro genio al riguardo, un fiume in piena, ma quello che maggiormente colpisce dell’artista è la semplicità con cui fa sgorgare le proprie opere. Ha una capacità comunicativa devastante, una interpretazione graffiante al servizio di argomenti mai banali, sempre annessi nel contesto sociale. La voce è il suo strumento, il canto sciamano un punto di riferimento e non soltanto di partenza, l’artista con il proprio strumento naturale ricerca e come anche nel caso di “Socrate E’ Morto” ne fa uso totale. Unico strumento dell’album riesce a completare foneticamente le poesie che compongono questo ultimo lavoro composto da undici tracce sonore.
Praticamente impossibile recensire un album di poesie in fonetica, è come descrivere a parole un mondo senza farlo vedere quando esso è unico nel suo genere.
Ci provo sempre, ma Venturi è appunto un mondo a parte, da visitare per comprenderlo al meglio in tutte le sfaccettature che propone.
Ed è con “Buco Nero” che si aprono le danze, le voci riproducono suoni che circondano la poesia. Nenie, tonalità mutevoli ed echi lasciano l’ascoltatore interdetto fra lo stupore dei suoni e quello delle parole.
Voce su voce è l’arma vincente di Venturi.
Come Bobby McFerrin adopera il suo corpo come strumento, anche qui il concetto non si discosta dal risultato, la title track “Socrate E’ Morto” cerca una via di fuga da questa società, un monito quasi disperato nella ricerca di un aggregazione nuova, per non sentirsi più soli e spaesati. Voglia di resettare, estraniarsi da questo mondo che poco di buono ci sta lasciando. Una visione oscura ma inesorabile, quasi un grido di disperazione da parte dell’autore. Il concetto prosegue in “Like” anche se qui Venturi diventa più un osservatore dei fatti oltre che un registratore.
Le voci sovra incise fanno musica in “Paese Che Crolla”, qui la melodia fa capolino timidamente, quasi strano poter dire che il pezzo è una canzone dove l’autore recita sempre ma con armoniosa musicalità. Tuttavia le parole procedono la via della durezza.
“L’Uomo Nuovo” è pessimistica, una marcia verso la sconfitta sociale, sottolineata dalla cadenza ritmica della voce in accompagnamento al brano, in questo caso più prosa che poesia. Narrazione acida in “Il Demone Dalle Ossa Rotte”, ancora distrofia sociale mentre la parte musicale gode di un attenzione fonetica maggiormente impegnativa.
Come vede Venturi  un benpensante? Lo ascoltiamo nell’ ironica “Ritratto Di Uno Stronzo Allo Specchio”, il titolo di per se toglie molti dubbi al riguardo. Più solare ed ariosa “Ommaya”, mentre “I Am Sorry I Don’t Speak English” spinge l’acceleratore sull’ironia. Ritorna la poesia pessimistica in “Obsolescenza Programmata” probabilmente adoperata come un salvagente mentre “Black Hole” chiude il disco e guarda caso è lo stesso titolo del primo brano soltanto in lingua inglese.
L’artista gioca con l’ascoltatore ma lo fa a mio modo di vedere in maniera inconscia, liberando soltanto l’arte che è in lui, senza badare a compromessi o eventuali commenti negativi. Un vero artista fa questo, o per meglio dire deve fare questo. Se si ha da dire lo si fa con la personalità e non con la voce di altri, quindi concordo pienamente con il modus operandi del poeta. Ciò può piacere o meno, non importa, resta il fatto che personalmente io nel 2021 voglio ancora sentirmi stupito, ora più che mai visto che la società ci propina sempre più prodotti preconfezionati o politicamente corretti.
Per me Gianni Venturi è sempre stato una boccata d’aria pulita e continua ad esserlo ancora oggi, capisco la difficoltà del prodotto per chi non frequenta la sperimentazione e la poesia, pazienza, io intanto godo. Dimenticavo la cosa più importante: Non allarmatevi ma vi confessiamo che… Socrate è morto! MS

venerdì 4 giugno 2021

Curiosità Pink Floyd



 CURIOSITA' PINK FLOYD




 

A Saucerfull Of Secret  Saucerful è stato il primo Brano dei Pink Floyd che mi sia veramente piaciuto suonare come tastierista"  (R. Wright). "Questo brano è nato per caso e non a tavolino" (Waters).

 




Apologies  Questo è il titolo di un brano fantasma mai edito dai nostri, secondo indiscrezioni tutto è nato a causa di un disturbo telefonico durante un colloquio la canzone di fatto si intitolava  “Apples And Oranges”.

 

“Tatood” e “Great Lost Pink Floyd Album”  sono i titoli di due rarissimi bootleg del 1969 in versione quasi uguale all'originale contenenti i brani “Flaming”, “The Scarecrow”, “The Gnome E Matilda Mother” ,”Apples And Oranges”.

 

Candy And A Currant Bun I Pink Floyd  non avevano ancora un contratto discografico nel 1966 che già collezionavano la loro prima censura. Il brano non poteva essere pubblicato a causa della sua allusione all'uso dello spinello. Raramente venne suonata dal vivo.

 

Sigma 6 / T-set / The Meggadeaths /  Abdabs  Sono alcuni dei nomi con cui si chiamavano prima di diventare Pink Floyd.

 

Atom Heart Mother  Anche se non citato nel disco Ron Geesin è l'autore orchestrale e principale scrittore del brano. Dice Mason: 'Nella copertina abbiamo messo una mucca perché tutti oggi cercano qualche cosa di complicato mentre noi vogliamo soltanto qualcosa di semplice!'

 

Echoes  “The Return Of The Son Of Nothing” era il suo titolo provvisorio. Anche questo brano è nato con la casualità, senza uno studio già predefinito.

 




Lucy Lea (InThe Blue Light)  E' la prima canzone in assoluto dei PF scritta da Barrett e mai pubblicata.

 

The Man  Altro mistero della discografia PF. E' un brano di quaranta minuti esibito solo dal vivo dal 1969 al 1970 e mai edito.




 

Moonhead Brano inedito scritto per commentare l'allunaggio (evento storico del periodo) per la televisione Olandese.





Free Four   Tratto dalla colonna sonora “Obscured By Clouds” parla dell'uccisione in guerra del padre di Waters e sarà ispiratrice pure di 'The Wall' e di 'The Final Cut'.




 

One Of These Days  E' uno dei rari momenti canori da parte del batterista Nick Mason, la sua è la voce distorta che interpreta (anche se brevemente) il brano.




 

Ummagumma  E' il sinonimo di 'Fuck'!

 

Vegetable Man   Altro brano inedito del 1967 scritto da Barrett e presente solo in qualche bootleg.

 




What Shall We Do Now?  E' un brano tratto dal capolavoro “The Wall” ma non inciso nel disco per motivi di spazio. Questo viene suonato esclusivamente dal vivo con “Empty Spaces”.

 




The Wall  Segnò la fine della collaborazione tra i componenti del gruppo, la tensione all'interno era altissima, Waters era sempre di più il tuttofare, al punto che Wright e Mason non vennero citati nemmeno sulla copertina del disco.

 

Welcome To The Machine   Il rumore che apre il brano è composto da pulsazioni di un VCS3 modificate con l'effetto "eco".

 





Have A Cigar   E' cantata da Roy Harper perché aveva tonalità troppo alte per Waters.




 

Shine On You Crazy Diamond  Il 5 Giugno 1975 durante il mixaggio del disco fece comparsa negli studi un uomo grasso e pelato, nessuno lo riconobbe ma era Syd Barrett!!!



 


Sheep   “Raving And Drooling” era il suo primo vero titolo.




 

Us E Them   Tratta da “The Dark Side Of The Moon” risaliva al 1969 e si intitolava “The Violence Sequenze”.

 




The Final Cut   Il disco della dipartita di Waters, il quale con queste storie di guerra diventò troppo paranoico e dopo oltre dieci anni di militanza venne allontanato dal gruppo il quale dirà: 'Non volevamo più fare musica così.'




martedì 1 giugno 2021

Ristampa Rock Progressivo Italiano 1980 - 2013

ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013

Ristampa Arcana Edizioni in nuova veste






GRAZIE A TUTTI VOI




lunedì 31 maggio 2021

Suite Rock

SUITE ROCK – Il Prog Tra Passato e Futuro
Autori: Athos Enrile, Oliviero Lacagnina
Graphofeel
2020





Imbattersi in un libro che parla di Progressive Rock è sempre un piacere per chi segue il genere. Si, sappiamo bene che il mercato al riguardo è inflazionato, sono molte le uscite nel tempo, tuttavia ognuna di personalità, non tutti vedono lo stesso argomento nell’ugual maniera, oppure si vanno a trattare argomentazioni parallele o mai sviluppate nell’ ambito. I nomi di Athos Enrile e Oliviero Lacagnina non sono nuovi nel campo, sono noti a tutti, Athos è uno scrittore musicale attento, collabora con diverse riviste specializzate ed è molto attivo nel web (il magazine MAT2020 su tutti) oltre che essere appassionato di strumenti e coautore di libri come “Cosa Resterà Di Me” (2011), “Le Ali Della Musica” (2016) e Accadde a Buckhannon” (2020).
Oliviero Lacagnina è invece un noto compositore, direttore d’orchestra e tastierista dello storico gruppo musicale progressivo italiano Latte E Miele. Oggi è anche collaboratore nel progetto The Samurai Of Prog.
Il libro come fa intendere il titolo, tende a parlare delle suite Rock, in realtà si dimostra essere un viaggio a 360 gradi nel genere, ricco di testimonianze ed aneddoti sia dei scrittori che di alcuni protagonisti. Si vede che la passione è la guida che possiede la loro mano durante la fase di scrittura, e questa passione è davvero contagiosa, tanto da rendere il lavoro davvero scorrevole e piacevole nella lettura.
Si parte da lontano, dal Proto Prog dei Beatles, Procol Harum, Moody Blues, per compiere l’intero viaggio passando per i soliti noti (Van Der Graaf Generator, Genesis, King Crimson, Yes, etc.) ed album da ricordare.
Interessante il paragrafo dedicato all’importanza delle copertine e del vinile. Una analisi è rivolta al Prog storico italiano e alla strumentazione che lo ha supportato, a partire dal Mellotron. Si passa successivamente allo studio di registrazione ed al cammino che compie dagli anni ’70 ad oggi. Una finestra anche sulle case discografiche italiane, ma non vorrei togliere tutto il piacere della scoperta che lascio a voi e alla vostra curiosità.
Un libro interessante per i motivi ora spiegati, ma soprattutto coinvolgente, adatto soprattutto a chi nel genere non ha mai messo mano, o per meglio dire orecchio.
Buona lettura e buone scoperte. MS






domenica 30 maggio 2021

Blacksmith Tales

BLACKSMITH TALES – Dark Presence
Immaginifica/ Aereostella
Genere: Neo Prog
Supporto: 13xFile, AAC




Il Neo Prog sta vivendo in Europa una seconda giovinezza grazie ad innesti di suoni Metal e Folk, alle sinfonie Genesis e alla psichedelia di matrice Pinkfloydiana. Ciò accade anche in Italia con molte band che si cimentano in lavori più o meno complessi, fra di questi risultano gli udinesi The Blacksmith Tales.
Si formano grazie ad un idea del tastierista cantante David Del Fabro nel 1990 ispirati dal Prog inglese dei noti maestri già nominati ai quali vado ad aggiungere Gentle Giant, Kansas e Rush.
Iniziare a mettere da parte idee sonore sin dagli anni ’90 e realizzare in tutto l’arco dell’esistenza un solo album in studio, fa pensare ad un risultato quantomeno interessante e così in effetti si dimostra essere. Un concept album con cura di particolari dedicato ai simboli ed alle immagini che partono dall’antico Egitto sino giungere al medioevo. Un viaggio introspettivo soprattutto alla ricerca del proprio essere, nel cuore e nella mente del protagonista.
Per realizzare cotante argomentazioni servono necessariamente composizioni sonore ed interpretazioni di stampo cinematografico, in pratica una vera e propria colonna sonora da supporto ai testi. La musica in generale ha queste capacità intrinseche, anche il Neo Prog, a prova del concetto basta andare ad ascoltare la discografia e le opere composte dal tastierista Clive Nolan (Pendragon, Shadowland, Strangers On A Train, Arena, Caamora etc) su tutti.
In questo viaggio sonoro formato da tredici episodi, David Del Fabro si circonda di musicisti come Michele Guaitoli (voce), Beatrice Demori (voce), Stefano Debiaso (batteria), Denis Canciani ( basso), Marco Falanga (chitarre), e Luca Zanon (tastiere, flauto).
Il disco si apre con la mini suite di quasi dodici minuti “The Dark Presence”, la voce richiama il Neo Prog style, come ha saputo insegnare Fish dei Marillion in cattedra, mentre le tastiere abbondano e rendono l’ascolto intriso di anni ’80. La chitarra elettrica dona energia al contesto sferzando il brano rendendolo più fruibile. Molto curate anche le coralità. In “Golgotha” risiedono numerose peculiarità dello stile in analisi, tuttavia David Del Fabro filtra il tutto attraverso la personalità. I frangenti strumentali come nel caso dell’assolo della chitarra, lasciano ampio spazio all’immaginazione rendendo l’ascolto ricco di suoni avvolgenti e penetranti. Il suono diventa sensuale quando giunge anche la tabla indiana e poi Minimoog, Mellotron, insomma tutto quello che un vero progfans desidera ascoltare da un lavoro del genere. “Let Me Die” ha un sound moderno ed incisivo, sembra uscito da un disco dell’olandese Lucassen ( Ayreon).
Una nota di piano in stile “Echoes” dei Pink Floyd sta a riportare il suono della goccia perché ora…“Rain... Of Course!”. La canzone è semplice rispetto quanto ascoltato sino ad ora e scorre velocemente sino a “Into The Sea (Apocatastasis)”. L’opera prosegue con la breve ed acustica “Interlude”, impreziosita dalla voce di Beatrice Demori. Tutto il disco è un piacevole scorrere di emozioni differenti, sino giungere alla suite “Possessed By Time” vero e proprio fiore all’occhiello dell’album. Qui l’ensemble sonoro raggiunge vette davvero elevate, sia in ambito esecutivo che compositivo, davvero musica totale.
Tutto “Dark Presence” è suonato molto bene, così risulta buona la registrazione, un prodotto che a mio gusto personale, si candida per diventare uno dei migliori cinque album  italiani di questo 2021. Solo complimenti. MS
 
 

sabato 29 maggio 2021

Evership

EVERSHIP - The Uncrowned King Act 1
Atkinsong Productions
Genere: Progressive Rock sinfonico
Supporto: Flac – 2021




Incredibile come un certo tipo di Progressive Rock nel 2021 ancora sopravviva pur rimanendo esclusivamente radicato al passato, questo testimonia che la qualità paga. Evidentemente il genere in questione possiede uno zoccolo duro che non tradisce, sempre affamato di novità e vivo acquirente. E la storia continua.
Ecco il progetto americano  del compositore, polistrumentista, produttore e ingegnere Shane Atkinson venire all’uopo per la causa. Evership  viene creato nel 2013 in America, più precisamente a Nashville.
Shane Atkinson  è molto attivo in ambito produttivo, realizza anche lavori per pubblicità oltre che  rappresentazioni teatrali. Nella sua carriera ad un certo momento sente la necessità di dare sfogo alla propria creatività realizzando appunto questo progetto Evership. Atkinson esordisce nel 2016 con “Evership” (Atkinsong Productions) proponendo un Prog sinfonico adatto per ascoltatori amanti degli Styx, EL&P e Yes su tutti. Il successo è buono tanto da convincere l’artista a replicare nel 2018 con “Evership II” (Atkinsong Productions). Oggi lo ritroviamo con un concept ambizioso diviso in due dischi, al momento esce soltanto il primo atto “The Uncrowned King Act 1”, il re senza corona.
Ed è subito mini suite con il primo brano “The Pilgrimage”, vetrina per i gusti musicali dell’autore, gli anni ’70 sono davvero marcati ma con una produzione sonora abbastanza felice. Gli Yes ed i EL&P sono presenti e rimanendo in ambito regale si può dire che le tastiere e la voce regnano sovrane.
Giunge la bucolica “The Voice Of The Waves” ad accompagnare l’ascoltatore verso il vero e proprio ascolto dell’album, ossia tutto ciò che ne consegue, un universo sonoro fatto di moog, cori, mellotron e chitarre.
Il primo assaggio proviene da “Crownshine Allthetime”, undici minuti di grande e magniloquente Prog. Gli autori di cotanta musica sono Beau West (voce), Shane Atkinson (tastiere, batteria, voce, percussioni), James Atkinson (chitarra), John Rose (chitarre), Ben Young (basso) e Matt Harrell (chitarra a 12 corde).
Un piano apre “The Tower” e sembra di immergersi nella discografia degli Yes grazie soprattutto all’uso delle voci a cappella. Brano per gli amanti di Hammond e Mellotron.
“The Voice Of The Evening Wind” è un frangente d’atmosfera acustico ed introverso che conduce alla suite “Yettocome Itmightbe” vera e propria scorpacciata vintage. Il disco si conclude con il pezzo più orecchiabile dell’album con riferimenti questa volta rivolti verso i Camel ed i Kansas.
Musica melodiosa e tecnica al punto giusto, la classica che ti fa stare bene. Non un capolavoro ma neppure un passo falso dettato dai troppi richiami al passato perché in Evership risiede anche personalità. Si sente che Atkinson ama il proprio mestiere e ciò che realizza è sicuramente fatto con il cuore. Contagioso. MS





mercoledì 26 maggio 2021

Queensryche: La storia del Metal Prog

 QUEENSRYCHE

Di Massimo Salari




La Storia dell'Heavy Metal non può fare a meno di menzionare fra i propri capisaldi i Queensryche.
 
Cinque ragazzi di Seattle, che rispondono al nome di Geoff Tate (voce), Eddie Jackson (basso), Chris De Garmo (chitarra), Michael Witton (chitarra) e Scott Rockenfield (batteria), danno vita a questo ambizioso progetto che andrà a sfidare le dure leggi dell'Heavy Metal. Amanti della sperimentazione, hanno saputo evolversi anno dopo anno sfidando la pazienza stessa dei propri fans. Sempre attenti ai problemi sociali e politici i nostri si avvicinano ad un certo Metal che non esiteremo definire celebrale. “Operation: Mindcrime” rispecchia in pieno questo concetto con forti riferimenti alla società moderna e posizioni polemiche nei confronti di chi gestisce il potere, CIA, media e quant'altro.



 Ma facciamo un passo indietro e cominciamo dagli esordi datati 1983, con un look improbabile i Queensryche esordiscono producendo il mini-lp “Queensryche” uscito su etichetta EMI, esso deve molto al suono dei maestri Iron Maiden che, mai come in questo periodo, spopolano fra i fans del genere. Questo piccolo capolavoro contiene perle quali “Queen Of The Reich”, loro cavallo di battaglia e brano di punta per lungo tempo e la dolce “The Lady Wore Black”. Da questo mini LP si estraggono due video, “Queen Of The Reich” e “Prophecy”. Il brano è molto bello, Heavy Metal al 100% con i sostenuti acuti di Geoff in evidenza, ma il video con il look pacchiano del gruppo ancora oggi lascia molto a desiderare, si denota molta inesperienza. “Queen Of The Reich” gira in diverse compilation come ad esempio in “Metal Power” (EMI-1985) e persino nella video compilation “Kerrang”. Questo mini LP li promuove a "Band dell'anno" e il successivo Lp “The Warning” (EMI),



disco dal grande contenuto compositivo, li conferma. La produzione è buona, sopra i livelli medi del periodo, e canzoni come “Take Hold Of The Flame” fanno scorrere più di un brivido sulla pelle. Merito sia dell’immensa ugola del cantante ma pure del songwriting decisamente superlativo. Giusto dosaggio fra melodie intrise di arpeggi chitarristici e pezzi Metal tecnicamente perfetti. Incominciano nello stesso periodo le tournée importanti come in Giappone nel quale i nostri girano il video “Live In Tokyo” (1985), edito dalla EMI.  



 
Nel 1986 avviene la prima svolta stilistica, è l'anno di “Rage For Order” (EMI). 



Coraggiosamente i Queensryche mettono a dura prova l'amore dei fans nei propri confronti avvicinandosi ad un sound molto più ricercato, in molti brani si palesa anche l’elettronica. In questo disco quindi apprezziamo con piacere il mutamento stilistico con sprazzi di campionature e tanto di tastiere. Anche il look si modifica , lasciando i soliti indumenti in pelle per qualcosa di più stravagante ed una ricerca di acconciatura molto più intrigante. Siamo al limite del Glamour. I testi parlano di un futuro prossimo con tonalità pessimistiche. Malgrado il cambiamento, lo stile Queensryche resta comunque riconoscibile, basta ascoltare “Walk In The Shadows” e la dolcissima “I Will Remember”, una canzone ruffiana, ma non abbastanza da permettere ai nostri di andare in qualche classifica importante come accade ad esempio agli Scorpions.
La parte più sperimentale è rappresentata dai brani “Gonna Get Close To You” e “Neue Regel”. La critica di allora accoglie questo disco più che positivamente, ma le vendite non sono immediatamente buone, sarà con il tempo che “Rage For Order” conquisterà il successo che giustamente si merita. Nessun disco metal, nemmeno di oggi, gode della sua freschezza tanto da renderlo attuale all’ascolto ancora per parecchio tempo a venire.



 Una nuova sterzata stilistica arriva immediatamente l'anno successivo, nel 1988 con il "The Wall" dell'Heavy Metal ossia il già citato “Operation: Mindcrime” (EMI). 



Certamente questo sarà il disco più importante della loro carriera, quello della consacrazione definitiva. Il look ritorna in pelle ed i Queensryche mettono in chiaro il fatto che loro non prendono consigli da nessuno , né dai fans, tantomeno dalle case discografiche, fanno ciò che sentono al momento, contro ogni moda e basta. Di questo lavoro uscirà pure una versione live con tanto di VHS e cofanetto con foto, il tutto sotto il nome di “Operation: Livecrime”. I testi si schierano contro tutto ciò che è regime e controllo mentale (droghe, media ,alcool ed altro) sono forti e mirati. Immediatamente canzoni come “Revolution Calling”, “Operation: Mindcrime” ed “Eyes Of A Stranger” diventano dei veri e propri inni. Ma questo concept in se nasconde un vero e proprio gioiello dal titolo “Suite Sister Mary”, struggente canzone cantata in coppia con la brava Pamela Moore. Nella versione live in VHS possiamo godere pure delle interpretazioni al limite del recitato del bravo Geoff ma soprattutto delle immagini di sfondo che impreziosiscono tutto il concerto. Questo resta il punto massimo mai più raggiunto della creatività dei cinque ragazzi di Seattle.



 
Difficile bissare l'ispirazione che riempie “Operation: Mindcrime” ma la cosa riesce parzialmente con l'ottimo ”Empire” (EMI - 1990).



Il suono si addolcisce ed i brani diventano più commerciali, malgrado tutto il doppio lp straborda di gemme emotive come le dolcissime “Silent Lucidity” e “Anybody Listening? “. Il tutto gode di una ottima produzione che eleva alla massima potenza l'energia trasmessa dai nostri. Bella pure '”Best I Can”. Le date dal vivo confermano la buona riuscita di “Empire” con un ottimo riscontro di pubblico, ma la verità è che i nostri sono costretti a suonare sempre dei pezzi da “Operation: Mindcrime”, il che la dice lunga.



 
Dopo una meritato periodo di riposo è la volta di “Promised Land” (Emi), 



che esce nel 1994. Questo, secondo il sottoscritto, rappresenta purtroppo il capolinea del gruppo. Le atmosfere si intristiscono, brani più lenti e la meravigliosa “Someone Else?” (piano e voce) conclude non solo il CD, ma pure la loro fervida ispirazione futura. I difficili rapporti del chitarrista Chris DeGarmo con il padre si ripercuotono nel bel brano “Bridge”. Il disco è godibile nell’interezza, “Damaged”, “Out Of Mind”, “Lady Jane” e “One More Time” lo dimostrano. In alcuni tratti si cerca di ripercorrere quei sentieri futuristici e sperimentali di “Rage For Order”, come nei pezzi “I Am I” e “Dis Con Nec Ted” e, devo ammettere, pure con buoni risultati. La copertina del cd è molto bella, si apre e diventa un grande poster rappresentante un gigantesco Totem di legno che si staglia in uno squallido acquitrino, dallo sfondo apocalittico, con a monte il logo del gruppo. Al suo interno invece, oltre che ad un volto calvo di un uomo con un chiodo infilzato in fronte, troviamo i testi di tutti i brani. E’ evidente che la frivolezza non è di casa Queensryche.



 
E’ il 1997 e sotto la supervisione del produttore Peter Collins esce “Hear In The Now Frontier”.



 Disco che lascia allibiti tutti, dalla critica ai fans. C’è poi da dire che questi ultimi sono i più disposti alle nuove soluzioni, visto l’evolversi sonoro dei nostri, ma quando è troppo…. Influenze Grunge possiedono i Queensryche.



 
Il discorso cambia invece per chi li ascolta per la prima volta, il prodotto è ben curato ed i brani sono accattivanti, ma dove sono finiti i meravigliosi acuti di Tate? Per il vecchio ascoltatore è una vera e propria tortura. Ma che tristezza, loro che hanno fatto da musa ai futuri gruppi Metal e non, si sono fatti influenzare a loro volta da un genere che in fin dei conti non ha nulla di nuovo da elargire. Le composizioni sono firmate soprattutto dal chitarrista DeGarmo, il quale dopo questa ultima esperienza decide di lasciare il gruppo per dare spazio a Kally Gray. Il motivo dello split è dovuto, secondo lui, dall’evolversi del nuovo solo-project e dalla volontà di restare più vicino alla famiglia. Ritorna poi nei ranghi nel 2003 per l’uscita di “Tribe”.
 
Questa volta serve un vero e proprio periodo di riflessione, nel frattempo esce il “Greatest Hits” (1999 - EMI), con i brani veramente più belli della loro lunga carriera, assolutamente da avere! Dopo la meditazione giungono alla conclusione che il loro tracciato stilistico non è mai stato influenzato da nessuno che sia esterno al gruppo (dicono loro) e così è la volta del successivo “Q2k” (EMI 1999). A nulla sembra servita la dipartita di DeGarmo, malgrado questo disco sia stato prodotto benissimo e sia colmo di buona musica, viene sempre più influenzato dal ciclone Grunge, che sembra assoggettare tutta Seattle. Con rammarico notiamo che la voce meravigliosa di Tate è letteralmente affievolita!
 
La carriera prosegue fra alti e bassi, compresa l’edizione di una seconda parte di “Operation: Mindcrime” intitolata “Operation: Mindcrime II” (2006 -         Rhino Records) e a seguire :
 
“Take Cover” (2007 - Rhino Records)
“Mindcrime At The Moore” (2007 – Rhino Records)
“American Soldier” (2009 – Rhino Records)
“Dedicated To Chaos” (2011 - Roadrunner Records)
“Queensrÿche” (2013 – Century Media)
“Condition Hüman” (2015 – Century Media)
“The Verdict” (2019 – Century Media)
 
Ma il Metal Progressive elargito nella prima fase della loro carriera resta il più importante. Punto di riferimento per band a venire, compresi i Dream Theater che sono nominati da molti critici i cosiddetti padri del genere, quando invece i Queensryche hanno insegnato molto ed ancor prima di loro i canadesi Rush. Ascoltare per credere.