Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

domenica 19 gennaio 2020

Aleco


ALECO – L’Ultima Generazione Felice
Music Force
Distribuzione: Egea Music
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2020


La musica è contagiosa come una risata, ma per esserlo deve prima di tutto essere spontanea. Se si diverte chi la compone ed interpreta, il piacere ed il divertimento vengono immediatamente recepiti da chi l’ascolta. Questo discorso è valido per tutti i generi musicali.
Ci sono molti artisti oggi che hanno voglia di comunicare al mondo il proprio stato, il pensiero, manifestare il proprio essere ed uno di questi giovani emergenti ha il nome di Aleco. Non nascondo che per me scoprirlo è stata una sorpresa, in quanto non informato su questa sua passione, vedo che dietro al nome Aleco si cela Alessandro Carletti Orsini, produttore della Music Force. Il giovane cantautore e produttore cresce ascoltando Venditti e tanta musica degli anni ’80, così con i film dello stesso periodo, soprattutto quelli comici che riguardano il mare e le belle donne, non a caso il titolo dell’album “L’Ultima Generazione Felice” è proprio estrapolato da una frase di “Giochi D’Estate” del 1984 con l’immancabile Massimo Ciavarro. Questa spensieratezza, la voglia di star bene e condividere i bei momenti, vengono fotografati nella musica di Aleco.
Un disco che ben si presenta con un libretto di sedici pagine contenete foto, i testi e l’ispirazione descritta dall’autore stesso del concept dedicato a Sabina e all’amore. Dieci le canzoni per un totale di circa trentatré minuti di musica.
Si comincia subito con un tormentone, la title track “L’Ultima Generazione Felice” del quale viene girato anche un simpaticissimo video al mare, fra spiaggia e belle donne. Il contesto è perfetto per fare un salto nel tempo, gli anni ’80 sono qui. Difficile togliersi dalla testa il famigerato “Na, Na, Na, Na”, la canzone funziona per la sua semplicità e questo paga. Paradossalmente una delle cose più “difficili” da realizzare in senso generale nella vita sono quelle “semplici”, coloro che portano ad un risultato certo. Diretti all’obbiettivo senza fare troppe curve, in questo brano Aleco ci riesce perfettamente e si coadiuva della voce di Sofia Dessi.
L’amore per Venditti e per quel certo tipo di cantautorato fuoriesce dalla delicata “Arrivo Per Cena”, canzone prettamente incastonata nel dna italico.
Nel disco ci sono anche tre brevi intervalli musicali, “Quel Pizzico (Intervallo)” voce e chitarra che  ricorda Francesco De Gregori, Alessandro Smettila (Mezzovallo)” e “Tutto Finisce Così (Finevallo)”, dal sapore anni ‘70.
Sembra di sentire il caldo cocente sotto i piedi in spiaggia mentre si raggiunge il Jukebox che sta mandando “Ma Che Bella L’Estate”, canzone ancora una volta semplice, allegra ed orecchiabile. L’intervento vocale di Chiara Falasca sia di accompagnamento che in fase Rap, esalta il brano.
“Almost Jazz” ci mostra un Aleco più “dotto” in una sorta di vetrina in cui palesa altre influenze musicali, un mix fra Sergio Caputo e Francesco De Gregori.
“E Così Nacque Roma” cantata in dialetto è l’ennesima dedica a questa stupenda capitale che tanto ha dato al genere umano e a Sabina, l’amore ben si evidenzia fra le righe. Compare anche un assolo finale di chitarra. “Tutti I Tuoi Sbagli” prosegue sul binario, fra il malinconico e il sentimento profondo.
Il disco si conclude con “Una Panchina Di Montagna”, uno dei brani che più mi hanno colpito per semplicità ed eleganza, quasi una ballata alla Supertramp.
L’impeto ruspante del piacere sonoro, la voglia di fare e di esternare tutto l’amore per la musica può anche portare a qualche pecca dettata dall’inesperienza, ma con il tempo l’impeto può venire domato, mentre il talento ha spazio di crescita. Una cosa è certa, Orsini ci ha fatto una bellissima sorpresa e non si può che applaudire alla vena compositiva. Non è semplice trovare quelle poche note messe in croce per avere un tormentone di successo, anche perché se tutti i musicisti avessero questa chiave di volta, sarebbero tutti ricchi e famosi, ma così non è. Un motivo ci sarà pure.
“L’Ultima Generazione Felice” lascia adito anche a diverse interpretazioni, può avere un significato negativo, una sorta di constatazione rassegnata per l’accaduto in Italia, oppure positivo, ossia di sprono per le future generazioni a rialzare la testa.
Aleco nel fare questo disco si è divertito, anche noi ad ascoltarlo e poi diciamola tutta, “Ma Che Bella L’Estate”! MS

Come reperirlo: Il disco è ordinabile su Amazon.

sabato 11 gennaio 2020

Airportman


AIRPORTMAN – Il Paese Non Dorme Mai
Lizard Records / Moving Records
Distribuzione: BTF – Pick Up – G.T.Music – Ma.Ra.Cash
Genere: Alternative Ambient
Supporto: cd – 2019


C’è della musica che non si focalizza in un definito filone sonoro, ma che aleggia in un limbo tutto personale, quando è così l’ascoltare diventa ancora più interessante. La personalità oggi come oggi è dote sempre più rara, in una società dove tutti dobbiamo essere necessariamente uguali o catalogati, averla è un privilegio per pochi. Coraggiosi? Forse, ma in verità la musica è un linguaggio e travalica dove le parole non giungono più. Essa fuoriesce dunque quando si ha qualcosa di forte da dire, questa è l’arte.
La premessa per introdurre il progetto Airportman è dovuta, in quanto gli artisti in questione ci hanno negli anni abituati a un connubio testo-canzone davvero importante, le tematiche trattate non sono mai state banali, così la musica che spazia dall’Ambient al Post Rock.
Si formano nell’estate del 2003 grazie ad un idea di Giovanni Risso (chitarra) e Marco Lamberti (chitarra, tastiere, basso). Nel tempo si vedono alternare all’interno diversi artisti, sino a giungere oggi con Mansueta Cinzia Mureddu (violoncello) e Fabio Angeli (voce) a completare la line up.
“Il Paese Non Dorme Mai” è il sedicesimo lavoro in studio della band, a testimonianza di una fervida vena compositiva.
La tematica trattata è ben spiegata nel libretto che accompagna il disco all’interno, il paese non dorme mai per mille motivi e Marco Lamberti ne fa poesia. Il vivere con poco, il sapersi inventare, serve sacrificio e lavoro, oggi i tempi sono cambiati per tecnologia e società, lo spaccato narrato è per questo interessante e allo stesso tempo nostalgico. Sono i padri i protagonisti, il papà di Loris Furlan (direttore della Lizard Records) fa parlare di se e del suddetto paesello. Un tributo a Aurelio (per gli amici Lello) e soprattutto al suo amico Carlo Vedovato detto Moinea, persona di spirito ma che nella vita ha avuto situazioni avverse che lo hanno spento piano piano. Poi la foto di copertina ritrae i genitori di Marco Lamberti nel giorno del loro matrimonio, mentre nel cd stesso è raffigurato un uomo in biciletta, esso è il padre di Giovanni Risso, Luigi. Il paese vive.
Il disco è suddiviso in otto tracce e ha un inizio struggente in stile Anathema. La traccia numero due è una toccata nel cuore da parte di una chitarra acustica semplicemente accarezzata e sintetica, così la terza. L’atmosfera è rilassata e malinconica, essa scende come un velo sull’ascolto lasciando spazio alla nostra fantasia. L’ascolto ad occhi chiusi viene spontaneo, il suono pulito della registrazione ne è complice.
La quarta e la quinta traccia proseguono in arpeggi, ma questa volta subentra brevemente anche la parte ritmica e uno spiraglio di sole sembra colpire il paese. Un vociare di persone apre la sesta parte recitata da parte di Fabio Angeli. In lontananza il violoncello di Mureddu. Synth fanno ambient nel brano successivo, così un lento suono di piano medita sul testo per poi giungere al finale ancora una volta strutturato su arpeggi di chitarra e giri armonici rilassanti. Questa volta il cantato è in lingua inglese.
“Il Paese Non Dorme Mai” è una fotografia di uno spaccato di vita passata e vissuta. Dovremmo ascoltare di più la voce dei nostri vecchi, dei nostri genitori, la saggezza nata in questi luoghi di lavoro e sacrifici, ma allo stesso tempo di serenità, data da una vita non caotica e fatta di piccoli piaceri. Questi si lasciano apprezzare, proprio come questo disco dei Airtportman. MS


venerdì 10 gennaio 2020

Daniele Mammarella


DANIELE MAMMARELLA – Past, Present And Let’s Hope
Music Force
Distribuzione: Egea Music
Genere: Virtuoso - Chitarra
Supporto: cd – 2019


I tempi cambiano, l’evoluzione delle mode, gli stili, i supporti musicali, tutto si evolve, questo piaccia o meno ai vecchi nostalgici. Non sempre i risultati sono piacevoli, ma questo si sa, c’è sempre stato, fa parte del gioco. Ora tutto a prescindere dai nostri gusti musicali, da ciò che ha influito sulla nostra vita di ascoltatori, è inopinabile il fatto che di base ci devono sempre essere gli ingredienti per fare un buon risultato. Quali sono questi ingredienti è presto detto, lo studio e la conoscenza non soltanto dello strumento e delle note, bensì anche della storia passata. Nel Rock la base è il Blues, questo per farvi un esempio di cosa intendo.
Fa un grandissimo piacere nel 2020 vedere che i giovani sono comunque ancora coinvolti da questa musa che pur avendo subito negli ultimi anni gravi incidenti evolutivi, prosegue imperterrita la propria esistenza. Grazie ad artisti come Daniele Mammarella che ancora questo sapere è custodito in buone e giovani mani.
Daniele Mammarella è un chitarrista di Pescara nato nel 1997 che presto si affeziona allo strumento, riuscendo già alla giovane età di tredici anni a comporre brani propri con la sua chitarra Fingerstyle. A sedici apre un concerto al maestro Franco Morone. Si diploma al Guitar College of London in Plectrum Guitar nel 2016, mentre in quello successivo in Guitar Pop&Rock. Queste sono le basi a cui mi riferivo precedentemente.
“Past, Present And Let’s Hope” è il debutto ufficiale su disco grazie all’attenzione della Music Force, casa discografica sempre molto vicina ai nuovi talenti italiani. Il prodotto è composto da dieci brani, e l’incisione risulta pulita ed efficace per lo stile sonoro proposto. Mammarella nella copertina del disco con una foto riesce a sintetizzare il sunto di questo genere, in essa tutti gli ingredienti giusti, il Blues, la strada rigorosamente polverosa, scarpe da tennis, la chitarra abbracciata e la sua custodia in primo piano decisamente vissuta, a testimonianza di una vita fatta di sacrifici per tirare avanti la giornata. Il sentiero da percorrere avanti a lui è lungo e desolato, sul fianco della strada solo erba ingiallita.  A me tutto ciò fa venire in mente proprio la situazione musicale odierna, terra bruciata tutto attorno e desolazione per chi tenta di portare avanti questo tipo di discorso sonoro. I brani proposti sono tutti di breve durata, poco più di due minuti l’uno, ma non serve essere necessariamente prolissi per poter dire qualcosa di veramente forte e sensato.
“Danny’s Blues” ha un andamento sia Blues che Country, le dita volano sulle corde, mentre il ritmo dato dalla tecnica acustico percussiva (battere la mano sul legno della chitarra) è irresistibile. Tanta storia in queste poche note, quasi una scorpacciata.
Le tecniche sfoderate durante le esecuzioni variano dallo Slide (collo di bottiglia) al Fingerpicking, pennata alternata, Sweep Picking al tocco volante e l’immancabile Tapping, questo per gli addetti ai lavori. Si resta colpiti da "Donkey’s Life” ed ancor di più dalla leggiadria di “Brisk Up”, vera e propria vetrina delle capacità tecnico-esecutive di Mammarella.
Il ritmo si placa fra le dolci note di “Destiny”, il suono che fuoriesce è evidente modello dell’anima del chitarrista. Non manca neppure la cover, qui rappresentata dalla simpaticissima “Dune Buggy/Grau Grau” dei fratelli Guido e Maurizio De Angelis, in questo caso non è Bud Spencer a “suonarle” ma le leste dita di Mammarella. Si torna al materiale proprio con “Crazy Mind”, qui la tecnica espressa è davvero elevata. Lisergica “Beyond”, ipnotica nel suo incedere psichedelico, a mio gusto personale uno dei tasselli più belli dell’album, a ricordarmi involontariamente (e forse vale anche per l’artista stesso) che i Beatles sono stati fondamentali per la musica.
“Wild” ha una giovialità Folk, l’autore sa davvero spaziare in ogni tipo di genere, alcuni suoni mi portano con la fantasia in Scozia. Più americana la title track “Past, Present And Let’s Hope”, vero fuoco d’artificio di tecniche varie. Il disco si conclude con “Dry Road”, altra fuga nel pentagramma.
Daniele Mammarella è questo, il sunto è rappresentato visivamente nella foto dell’album, ma il vero godimento risiede nell’ascolto, breve ma intenso. MS

domenica 5 gennaio 2020

SubLunar

IL METAL PROG DEI POLACCHI 

SubLunar - A Welcome Memory Loss





1. Debris (0:00) 2. Invisible (6:26) 3. The Longest Minute (12:25) 4. Square One (13:34) 5. Grains of Sand (20:32) 6. Paperstrips (26:37) 7. 43% (32:48) 8. A Welcome Memory Loss (39:27) 9. Suspension of Disbelief (44:06)

SubLunar: Łukasz Dumara - vocals Michał Jabłoński - guitars Marcin Pęczkowski - guitars Jacek Książek - bass Łukasz Wszołek - drums

I polacchi SubLunar debuttano nel Metal Progressive con questo album dalle atmosfere malinconiche e ricercate. Nella loro nazione il genere sta andando più che bene, specialmente dopo il successo dei Riverside.

Per contatti: http://www.sublunar.pl
https://www.facebook.com/sublunarband/

venerdì 3 gennaio 2020

InVertigo

INVERTIGO – InMotion
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T.Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2019


La Germania in ambito Rock si è sempre saputa far valere, non solo per il Kraut Rock, ma anche nel Progressive Rock, per non dire poi dell’elettronica e dell’Heavy Metal. Non parlo dei tempi che furono, la storia si esprime da se, ma di quelli odierni con realtà importanti quali Sylvan, RPWL, Martigan, Apogee e molte altre ancora.
Con "Next Stop Vertigo" debuttano nel 2010, palesando uno spiccato amore per il Prog più sinfonico. Infatti all'ascolto non si possono non notare richiami ad artisti quali Spock's Beard , Genesis, The Flower Kings oppure i Marillion. Eppure il quintetto non si limita a scimmiottare le band nominate, bensì le ha nel proprio DNA, così per questo il suono risulta fresco e di personalità.
Sono passati ben sette anni dall’ottimo secondo disco “Veritas” (Progressive Promotion Records), ma il tempo non scalfisce l’ispirazione compositiva del gruppo oggi formato da Sebastian Brennert (voce, piano), Carsten Dannert (batteria), Michael Kuchenbecker (tastiere) e Kolja Maletzki (chitarra).
“InMotion” è composto da sei brani di media e lunga durata, con una buona qualità sonora masterizzata e mixata da Martin Schnella, vecchia conoscenza del Prog tedesco fra progetti solisti, Flaming Row e Seven To The Green Door. Pratica e ben curata la parte del packaging, cartonata e ben curata nei particolari, così il libretto interno comprensivo di foto e testi.
Molte le sensazioni che scaturiscono all’ascolto delle prime note di “Interrompu”, questo magari capita a me che sono un vecchio ascoltatore navigato, ma mi auspico che accada anche a tutti voi. C’è specialmente nel suono della chitarra un concentrato di esperienza annosa, rivolta al passato ma allo stesso tempo leggera e curata. Le melodie sono anche di carattere Neo Prog a dimostrazione di una cultura aperta a 360 gradi.
Bella la prova vocale che mai tenta di strafare ma che bada solo a mantenere il patos con l’andamento suonato. La parte finale del brano è affidata alla chitarra elettrica che si getta in un breve assolo Hard davvero bene eseguito ed efficace.
“Listen To The Smell Of The Pretty Picture” con i suoi dieci minuti e mezzo è il brano più lungo dell’album. Si apre con un suono anni ’70 sia sul lato Rock che Hard Rock, quasi al confine con l’AOR. Tanta materia all’interno, tutta espressa con dinamicità e classe. I deja vu ce ne sono  ed anche parecchi, ma questo è lo scotto da pagare per avere assimilato la lezione del passato. In molti passaggi mi ricordano i norvegesi Fruitcake, lo dico per i più ferrati di voi, specialmente nell’uso di certe tastiere. Ancora una volta gli assolo strumentali sono da brivido.
Ritmica elettronica apre “Severn Speaking”, un altro brano a cavallo fra l’Hard Rock melodico ed il Prog, con la voce narrante di una bambina, Severn Cullis-Suzuk, attivista, conduttrice televisiva e scrittrice canadese, che zittì il mondo per 6 minuti grazie al suo discorso al Vertice della Terra delle Nazioni Unite nel 1992 a Rio De Janeiro. I testi in senso generale raccontano storie dell’umanità nel tempo, anche di proclami famosi come “I Have A Dream”, “Yes We Can”, “How Dare You!”, preoccupazione per il futuro dei nostri giovani, bombardati da parole e da fatti avversi.
“Wasting Time” procede il lavoro intrapreso con ottimi arrangiamenti di tastiere e sintetizzatori, anche il cantato è più incisivo e coraggioso in un ambiente più scuro.
“Life Part I: Random” è un brano che mette in vetrina tutte le doti tecnico – compositive del gruppo. Chiude “Life Part II: Metaphors”, quasi uno strumentale completo ed alcuni richiami ai Spock’s Beard emergono fra le note.
“InMotion” è un disco fatto bene sotto ogni aspetto, con cura delle melodie e questo fatto tendo sempre a sottolinearlo, perché oggi è sempre più difficile trovare  quelle che rimangono nella mente, specialmente nel Progressive Rock. Ancora una volta gli InVertigo ce la raccontano giusta. MS


Sabrina Schiralli


SABRINA SCHIRALLI – Innamorata
Music Force
Genere: Melodico Italiano
Supporto: cd – 2019



La musica italiana è apprezzata in tutto il mondo, la storia mette le radici nel melodico napoletano per evolversi fino alla famigerata formula “sole, cuore, amore”, per non parlare poi dell’argomento “mamma”. Si, la musica italiana ha melodie ed affetti importanti, quelli che restano avvinghiati al cuore sia di chi le esprime sia di chi l’ascolta. Noi vogliamo questo! La semplicità paga sempre, così le argomentazioni d’affetto. Il melodico italiano ha fatto storia e scuola in ogni dove, anche supportato dagli italiani stessi emigrati all’estero.
Ancora oggi per fortuna abbiamo chi costudisce gelosamente questo dna, chi è megafono della nostra melodia, chi dell’arte ne fa propria vita. La pianista, oboista e pittrice barese Sabrina Schiralli ne è portavoce, e che voce.
Schiralli vive di arte e ha già alle spalle, malgrado la sua giovane età di poco più che trentenne, esperienze in campo come docente (Accademia di formazione artistica La Dimora Dell’Arte di Modugno da lei fondata), turnista in RAI e Mediaset oltre che oboista di Albano Carrisi. Oggi si presenta con questo album raccolta di capolavori italiani intitolato “Innamorata”, titolo più che giusto su quello che trapela dall’ascolto. Sabrina è innamorata dell’arte in senso generale e lo trasmette oltre che nelle opere di pittura, anche attraverso la sua musica.
Nell’album nove classici e un brano inedito personale, composto dalla stessa artista intitolato “Torno Qui”. Il disco si apre con un macigno, quel “Mi Sono Innamorato Di Te” che un artista come Tenco ha portato sulle vette della musica italiana. Il piano sgocciola note malinconiche come il brano suggerisce, Sabrina la rende molto femminile. Questo è anche il pregio di questa artista, rendere tutto molto femminile nel vero termine della parola, non perché è donna, ma semplicemente perché contamina di femminilità ogni brano, con raffinatezza, dolcezza e sensualità. Schiralli rende i brani propri.
Durante le registrazioni si avvale di Gennaro Di Gennaro alla chitarra e Claudio Gala alla batteria.
“Besame Mucho” è un esempio di cotanta sensualità, ma per capire al meglio la personalità dell’artista bisogna giungere ai brani più “vigorosi” come ad esempio il Rock/Reagge di Loredana Bertè con “E La Luna Bussò”, oppure Va Bene, Va Bene così” di Vasco Rossi. Qui si evince al meglio il concetto prima espresso della raffinatezza, dolcezza e sensualità. Mi piace molto anche il fatto che non si tenti in nessuna maniera di fare il verso all’originale, bensì di elaborare il tutto con la propria personalità, dote oggi quasi sconosciuta a molti.
Cimentarsi in enormi classici come “Imagine” di John Lennon esige davvero di grande capacità per non rischiare di cadere in figure poco gratificanti, e Sabrina ben si sa tuffare nell’anima del brano. Questo è l’unico pezzo non italiano dell’intero album.
Si ritorna alla grande musica italiana con Bruno Martino e “Estate” una fotografia nella malinconia. Sale il ritmo del pianoforte nell’intramontabile “Via Con Me” del maestro Paolo Conte, qui l’artista sembra di trovarsi perfettamente ad agio, evidente tassello del suo dna.
Verso la fine degli anni ’70 c’è un cantautore che a mio avviso non ha raccolto tanto quanto ha seminato (come anche molti altri), ci pensa Sabrina a rispolverarlo nel suo più grande classico, “Respiro”, lui si chiama Franco Simone. Struggente “Guarda Che Luna”, mentre il disco si conclude con l’inedito di Schiralli “Torno Qui”, in esso il sunto di questa recensione, ossia l’anima dell’artista.
Una bella sorpresa, un elegante rosa da custodire. Quando un artista si mette a nudo va rispettato il coraggio di non aver paura nel far vedere la propria anima, specialmente oggi dove il mondo è violento, cannibale nei confronti del suo simile più delicato e che corre verso un “chissà dove”. Lei invece si ferma e palesa la caratteristica più semplice della musica, la melodia. Se volete fermatevi con lei, ne potrete trarre solo che beneficio. MS

giovedì 2 gennaio 2020

Donazione

DONAZIONE

Tempi difficili per tutti. Per avere anche un blog dove recensire libri, dischi e quant'altro servono comunque soldi per comperarli. Colgo l'occasione per ringraziare tutte le case discografiche e gli artisti che mandano gratuitamente il loro materiale
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Anno nuovo Blog nuovo, anche nella grafica dei loghi grazie a Eleonora Salari.

AUGURI A TUTTI PER UN 2020 DI OTTIMA MUSICA  (e la salute ovviamente).

giovedì 26 dicembre 2019

Black Mama


BLACK MAMA – Where The Wild Things Run
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Rock’n Blues
Supporto: cd – 2019


Ritorna il power trio veronese Black Mama dopo il debutto dal titolo omonimo del 2013. Nicolò Carozzi (chitarra, voce), Paolo Stellini (basso) e Andrea Marchioretti (batteria) a distanza di sei anni hanno nuove storie da raccontare, sempre per l’Andromeda Relix, casa discografica attenta ai fenomeni locali di Rock, Prog ed Heavy Metal in senso generale.
Il disco si intitola “Where The Wild Things Run”  e si presenta in confezione cartonata con nove canzoni proposte per una durata di circa quaranta minuti.
E’ quantomeno incoraggiante quasi nel 2020 ritrovare musicisti che propongono ancora un Rock dalle basi Blues, un genere che in Italia non è che raccolga molti proseliti in quanto si è piuttosto distratti da sirene esterofile e dedite a generi più commerciali in senso di ascolti e click su store mediatici di file (una volta si parlava di vendite di dischi).
Chi ha nel cuore incastonata indelebilmente l’energia di band come ZZ Top o The Allman Brothers sa bene a cosa mi riferisco, il Blues rozzo che ti entra dentro, che scava e lascia un segno. Tanta roba, e la musica è soprattutto questo!
I Black Mama  si presentano con “Feelin’Allright” e con tanta polvere da sparo in corpo, sembrano giocare con il Rock, la chitarra sa destreggiarsi con sapienza e concretezza, la ritmica i 4/4 senza sbavature accompagna. Quasi tre minuti volati in un secondo, solo il tempo per immergersi nel sound dei fasti che furono, anche se io penso che questa musica non resta relegata al tempo in se per se, ma è come il jeans, non passa mai di moda.
La title track ci getta con i panni e tutto negli anni ’70, un bagno nel Rock americano che tanto sa supportare l’umore di chi ascolta lasciandolo spesso in un limbo di felicità libera da ogni costrizione esterna. Potere della musica anche nel 2019. La voce di Carozzi senza strafare ben si amalgama alla portata sonora
Il ritmo sale con “Tell My Mama”, i riff quando sono azzeccati lasciano il segno, lo sanno sia i ZZ Top che i Black Mama, qui uniti sotto la bandiera della musica Rock. “Come On, Come On, Come On” si staglia nella mente dell’ascoltatore fra il Rock e gli AC/DC, un luogo dove spesso il Rocker lascia anche parte del proprio cuore. C’è poco da fare.
Il brano più impegnativo e lungo dell’album con i suoi abbondanti sei minuti si intitola “Hands Full Of Nothing But The Blues”, qui c’è la storia del genere, con richiami ai Led Zeppelin delle ballate Blues, un brano che lascia il sapore del tabacco in bocca. La parte strumentale centrale mi ha rapito “anima e core”, irresistibilmente. Basta tanto poco per emozionare. Finita qui? No, l’adrenalina sale ulteriormente in “I Got A Woman”, gli anni ’60 a cavallo dei ’70 sono nelle corde della chitarra dal sentore Hendrixiano. A seguire un'altra spallata, “Red Dressed Devil”, i Black Mama non cedono di un passo. Polverosa “Shining Rust” perché il Rock racconta anche storie di strada, uno scampolo di vita  dove l’aria in faccia ci colpisce  in auto ad alta velocità con la musica a palla. L’album si chiude con “Icarus”, altri cinque minuti di lezioni storiche.
C’è poco da fare, neppure stare qui ad elargire troppe parole, non servono, come la musica dei Black Mama basta essere sintetici e diretti, poi chi vuol capire…. MS

martedì 24 dicembre 2019

Auguri

AUGURI A TUTTI


Vi auguro un Buon Natale pieno di serenità e un 2020 di grandi soddisfazioni. 
Auguri a tutti voi e accompagnatevi con tanta buona musica.


domenica 15 dicembre 2019

Flaming Row


FLAMING ROW – The Pure Shine
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: 2cd – 2019


Si resta sempre affascinati Avanti ad un opera Rock, sia essa pretenziosa o meno. Realizzare certi lavori necessita di competenze e di buone argomentazioni, altrimenti si rischia di andare a fare una magra figura. Il risultato potrebbe essere ridondante, oppure noioso, questo lo si è potuto constatare nel tempo in numerosi casi analoghi.
I tedeschi Flaming Row di Martin Schnella (voce, chitarre) e Melanie Mau (voce) ritornano con questo concept dopo i buoni “Elinoire” (2011 Progressive Promotion Records), e “Mirage - A Portrayal Of Figures” (2014 – Progressive Promotion Records). Sono dunque passati quasi sei anni dall’ultimo lavoro e l’esperienza è accresciuta grazie anche ai dischi solisti dei componenti.  Il gruppo è composto oltre che dai citati, anche da Niklas Kahl (batteria) e Marek Arnold (tastiere). L’argomento a cui l’opera si ispira è tratto dalla serie dei romanzi “La Torre Nera” di Stephen King. Con loro si alternano numerosi special guest, oltre che la presenza delle orchestrazioni dirette da Eric e Nathan Brenton (Neal Morse Band), li andremo a conoscere nel corso dell’opera. Essa si suddivide in sei parti, a loro volta in altre più brevi. Il cartonato che come tradizione di ogni prodotto Progressive Promotion Records custodisce i dischi, contiene un libretto con i testi delle canzoni oltre che di tutte le informazioni necessarie anche sui musicisti che suonano in ogni singola canzone.
Il concept si apre con “A Tower In The Clouds”, e alla batteria Jimmy Keegan (ex Spock’s Beard). L’orchestra ci conduce in questo magico mondo della fantasia noir di King, una melodia gradevole e calma ci prende per mano nell’addentrarci per poi aprirsi in maniera epica. Il narrato ed il cantato sono in lingua inglese. La componente Prog si presenta immediatamente  in maniera efficace nel canto a cappella di scuola Gentle Giant a chiudere il brano.
“The Last Living Member” trova Lars Lehmann (Iontach) al basso, Johan Hallgren (Pain Of Salvation), Glynn Morgan (Threshold), Alexander Weyland (Traumhaus) e Mathias Ruck alle voci, oltre che a Melanie Mau. Gli undici minuti del brano rinchiudono cinematograficamente tutte le combinazioni che possono dare alla mente immagini durante l’ascolto, a partire dal momento epico a quello più introspettivo. Progressive dalle caratteristiche vigorose.
Il terzo brano contiene in se anche componenti Folk, un quarto d’ora di musica immaginaria, ad iniziare dagli arpeggi della chitarra ai frangenti onirici in stile Mike Oldfield. Fughe al confine del Metal Prog con l’incredibile batteria di Jimmy Keegan e poi whistle, violino, violoncello e tutta l’orchestra a seguire. Il paradiso per un Prog fans. Schnella alterna la chitarra acustica a quella elettrica, disegnando sempre assolo gradevoli. La prova vocale di Mau è come sempre impeccabile e priva di sbavature.
Adiacente giunge “The Sorcerer”, la suite più lunga dell’album con i suoi quasi diciotto minuti di musica. Flaming Row sono in una sorta di universo Ayreon, dove i confini degli stili spesso è sottile. Nei brani “The Final Attempt” e “The Gunslinger’s Creed” al basso c’è Dave Meros dei Spock’s Beard. Il primo è un piccolo gioiello Prog fra ballata, Folk Rock, King Crimson e Gentle Giant, il secondo in quindici minuti riassume un poco tutto il contesto raccontato.
Il disco esce in versione 2 cd, perché nel secondo si può ascoltare il tutto in versione strumentale, senza voci.
La scommessa dei Flaming Row è vinta, non banalità ma ricercatezza, anche nei suoni puliti e ben distinti. Un insieme che racconta non soltanto la serie della Torre Nera, ma anche un lungo tragitto del Progressive Rock, palesando una cultura dei componenti davvero elevata, i nomi che ci hanno lavorato poi vi fanno la spia. Da avere. MS


venerdì 13 dicembre 2019

Metal Progressive Italiano vince il premio MACCHINA DA SCRIVERE 2019

PREMIO MACCHINA DA SCRIVERE 2019




Il mio libro METAL PROGRESSIVE ITALIANO vince il premio "Macchina Da Scrivere 2019" nella categoria "Migliore Enciclopedia Dell'anno". Ringrazio Giulio Tedeschi, la Toast Records e tutti coloro che hanno notato il mio ultimo lavoro e lo hanno acquistato. Onorato.


domenica 8 dicembre 2019

Musicalnews.com Intervista a Massimo Salari

INTERVISTA A Massimo Salari
Di Gianni Della Cioppa



Comunico il nuovo link dell'intervista fatta al sottoscritto da Gianni Della Cioppa per MUSICAL NEWS: 






Blade Cisco


BLADE CISCO – Edge Of The Blade
Art Of Melody Music & Burning Minds Music Group
Atomic Stuff Prodotion
Genere: AOR / Melodic Rock
Supporto: cd – 2019


Nostalgia del buon vecchio AOR? Niente paura, oggi abbiamo chi lo rappresenta degnamente anche nella nostra nazione, i Blade Cisco.
Si formano fra Reggio Emilia e Mantova nel 2007, fra amanti di gruppi come Journey, Foreigner, Night Ranger, Styx, Magnum, Def Leppard e FM, fra i migliori del genere.
In questo debutto ufficiale, la band è formata da Andrea “Zanna” Zanini (voce, tastiere), Valerio “Valle” Franchi (voce, chitarra), Daniele “Daniel” Carra (chitarra), Cesare “Cece” Fioriti (basso) e Umberto “Gali” Gialdi (batteria).
Il prodotto finale contiene undici canzoni per una durata totale di circa cinquantadue minuti di musica. Il cd è accompagnato da un libretto contenente foto degli artisti, i testi dei brani e le info, compreso un liner di note introduttive scritte da Viri AOR. L’artwork è ad opera di Aeglos Art (Wheels Of Fire, Raintimes, Michael Kratz, Alchemy, Firmo). Il suono è pulito e ben equilibrato, così gli strumenti ben separati fra di loro, donando all’insieme un ascolto di profondità.
Melodie ariose aprono “Memories”, decisamente il pezzo hit del disco che potrete vedere in video su You Tube oltre che qui a fondo recensione. Energia in abbigliamento elegante nella successiva “Anything (Whithout Your Music)”, supportata da un bel solo di chitarra, così la successiva “Foojin’ Myself”. Le influenze Journey, Foreigner e Night Ranger sono ben assimilate e riproposte con buona personalità grazie anche ad un solo di tastiere di Zanini. “Rain Over Me” rallenta il ritmo ed è una canzone più arrangiata in un intro quasi psichedelico e Prog. La cultura musicale dei musicisti in analisi traspare nelle composizioni. La prova vocale è in senso generale ottima  sia nel cambio delle voci che nel dosare le tonalità, mai un passo più lungo della gamba, badando al sentimento e alla modulazione piuttosto che rischiare vette improponibili e sinceramente non sempre attinenti ai brani. Questo è un modo di operare da veterani, non da esordienti, eppure la band ad oggi si presenta al pubblico con questo lavoro!
“Life Is A Lottery” mi riporta agli ’80, un mix fresco e pulito fra AOR e Neo Prog, così la successiva “Edge Of The Blade”, ma non voglio togliere nulla alla scoperta del vostro ascolto, per cui mi fermo qui, anche perché le coordinate ci sono tutte per una adeguata navigazione all’interno di questo debutto.
Una speciale versione personalizzata è stata creata appositamente Outward Styles in una limitatissima tiratura di sole 30 copie, e sarà disponibile su shop online dell’etichetta Rock Temple.
Personalmente questa musica mi mette molta allegria e mi ricarica positivamente, ed ha una capacità rispetto ad altre di non poco conto, quella di poterla ascoltare anche distrattamente e come sottofondo ad altre faccende, come ad esempio il guidare. Sappiate che vi ritroverete a battere il ritmo in maniera incondizionata oppure  a volteggiare con una chitarra invisibile fra le mani. Poteri della buona musica. MS

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Saints Trade


SAINTS TRADE – Time To Be Heroes
Art Of Melody Music & Burning Minds Music Group
Atomic Stuff Prodotion
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2019



Passano gli anni, si susseguono le mode, si dedica meno tempo agli ascolti per superficiali toccate e fughe su vari You Tube, Spotify etc, ma il buon vecchio Hard Rock non cede un passo. I nuovi proseliti percorrono i vecchi sentieri con maestria e dedizione, rispettando sempre le sacre impronte lasciate del genere, anche in Italia. Il nostro sottobosco Hard Rock di tanto in tanto ci presenta una nuova boccata di ossigeno, questa volta a portarcela sono gli emiliani Saints Trade.
Si formano a Bologna nel 2009 ed hanno una buona attività live nel tempo, sino a protrarli  nel novembre del 2011 ad aprire per la band Ten al Fleetwoodstock Festival di Fleetwood (Lancashire-UK). L’anno successivo registrano il primo ep intitolato “A Matter Of Dreams” (2012 - autoproduzione). Nel 2014  i Saints Trade e Roberto Priori tornano in studio per registrare “Robbed In Paradise” per arrivare ai giorni nostri con la formazione a trio composta da Santi Libra (voce), Claus (chitarra) e Andrea Sangermano (basso).
“Time To Be Heroes” è l’ultima fatica in studio, composta da undici tracce e un buon artwork ad opera di Antonella “Aeglos Art” Astori, esaustivo di testi ed info oltre che di foto.
Durante le registrazioni si avvalgono di special guest, Pier Mazzini (voce, tastiere), Giacomo Calabria (batteria), Roberto Priori (chitarra) e Eleonora Mazzotti (voce). I cori sono affidati a Sara Bucci, Laura Gambetti, Jessica Nanni, Igor Piattesi, Matteo Mazza e Pier Mazzini, i The Voices Of Heroes.
Le chiacchiere vanno subito a zero sin da “Livin’ To Rock”, nomen omen. Il velo di AOR che lo accompagna dona al brano quella spinta commerciale che lo rende un hit da cantare ad alta voce soprattutto in sede live. Importante il solo di chitarra che spezza l’ascolto, come la scuola Hard Rock  insegna ed i Saints Trade lo sanno. Un mix fra Quiet Riot e Twisted Sister, lo dico per i più ferrati di voi sull’argomento. Gli anni ’80 si stagliano ancora una volta avanti ai nostri occhi evocati da “Night Children” mentre le canzoni si aggirano tutte attorno ai cinque minuti l’una.
Il ritmo sale ancora con “Destiny”, brano accompagnato da buone coralità e tastiere quasi in stile Neo Prog. Più cadenzata “Higher” con duetto vocale e la bella voce di Eleonora Mazzotti.
Non può mancare certamente il classico lento, qui intitolato ”Two As One”. Tutte le canzoni si mantengono sullo stile descritto e un buon livello tecnico e melodico, solo una menzione a parte per la conclusiva e più ricercata ”Middle Of Nowhere”, davvero degno finale per un buon disco.
Questa volta mi rivolgo ai più giovani (se ci sono a leggere recensioni), se volete avere un idea di cosa è l’Hard Rock ancora oggi, provate ad ascoltare “Time To Be Heroes”, ma anche comperarlo, altrimenti la musica a breve non la suonerà più nessuno se non per approssimativo ed improvvisato passatempo. MS


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