Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

domenica 13 settembre 2020

E' morto KLAUS BYRON

Addio ad un maestro del giornalismo musicale: KLAUS BYRON



Ci ha lasciati incredibilmente un amico che è sempre stato vicino a tutti noi, grazie al  lavoro e alla musica proposta. Klaus Byron nelle sue riviste "metalliche" come il mitico FLASH con cui ho avuto la fortuna di collaborare, ha contribuito culturalmente ad accrescere il gusto musicale degli italiani, il tutto sempre con modestia e professionalità. Ora mi resta davvero difficile trovare parole per ricordare Klaus e quello che per me ha significato, tuttavia in Facebook mi sono imbattuto nel ricordo fatto da un altro grande maestro del giornalismo musicale, Gianni Della Cioppa ed è qui che mi associo con tutto il cuore, parola per parola. R.I.P. master!


Di GIANNI DELLA CIOPPA:

 KLAUS BYRON TRIBUTE. Una volta i giornali si facevano per telefono. Ore e ore al telefono ad impostare, decidere, togliere, aggiungere, si, no, voto 8, voto 7, voto 10. Ed è così che ho imparato a conoscere Klaus Byron, con telefonate fiume, dove ci conosce davvero, dalla musica si passa allo sport, poi alla famiglia, la vita e tutto il resto. Posso dire che per qualche anno, primi '90, eravamo davvero amici intimi, sapevamo tutto uno dell'altro, pur se lontani. Klaus mi aveva voluto nella squadra di Flash, sorta di costola di Metal Shock, che lui ha poi saputo trasformare in una splendida rivista autonoma, dirigendola da toscano vero, tra sorrisi ed incazzature. Ricordo la riunione a casa sua per dare vita a Flash, c'era un entusiasmo che ci fece capire che il progetto avrebbe avuto successo. E cavolo se funzionò... Poi ci siamo persi, la vita va così, ma grazie a questo social ci siamo ritrovati e qualche chiacchierata ce la siamo fatta ancora, ma senza nostalgia, solo con la soddisfazione di aver fatto al meglio quello che sapevamo fare, ovvero raccontare la musica. Ieri Klaus a 58 anni è morto. La notizia mi è arrivata mentre andavo ad un concerto... E subito sono partiti mille pensieri... Quello che ha fatto Klaus per il metal è un fatto, una certezza che resterà, ci sono migliaia di pagine a testimoniarlo. Ciao Klaus, vai subito a salutare Fabio e Roberto della tua amata Strana Officina, gli amici che tanto hai pianto. Oggi siamo noi a piangere te amico mio e come dicevi tu per sfottermi... "Ciao Gianni e Forza Milan". Si Klaus, oggi un'interista malato come me ti dice "Ciao Klaus e Forza Milan con tutto il cuore". #klausbyron #flashmagazine #HeavyMetal #rivistemusicali

 


venerdì 4 settembre 2020

Marquette

 

MARQUETTE – Into The Wild
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Crossover Prog
Support: cd – 2020




La Germania si dimostra nel tempo una nazione molto attenta al fenomeno Rock, sia esso spaziale, che elettronico oltre che Progressivo. Una dedizione ed una cura che ha portato nel tempo a risultati importanti, tanto da renderla una delle nazioni più influenti in ambito Rock Progressivo. Famoso il genere Krautrock, punto di riferimento per moltissime altre band al mondo. Anche oggi sorgono di tanto in tanto nuovi progetti, a volte con componenti storici di altre band, questo è il caso del progetto Marquette, con il tastierista, chitarrista e compositore Markus Roth. Esso ha militato in gruppi come Horizontal Ascension, Force Of Progress, Flaming Bless e Mindmovie. Con loro ha toccato stili musicali come il Prog melodico, il Metal, il Jazz e la Fusion, e dal risultato di queste esperienze nasce proprio il gruppo Marquette. “Into The Wild” è il secondo album dopo l’esordio datato 2015  dal titolo “Human Reparation”. Il nuovo lavoro composto da otto brani, è ispirato alla vita di Christopher McCandless, che viaggia attraverso gli Stati Uniti con attrezzature minime e senza soldi, nel tentativo di diventare un tutt'uno con la natura, ma che invece trova una tragica morte nel deserto dell'Alaska. Storia e musica si pongono come un esempio della costante ricerca di se stessi, e della propria identità.
Con Roth suonano Sebastian Schleicher (chitarra, basso), Reiner Wendland (chitarra), Dennis Degen (batteria), Maurizio Menendez (voce), Robin Mock (sax) e Art Lip (tromba).
Atmosfere oscure accolgono l’ascoltatore in “No Answer”, inizio strumentale del viaggio basato su un lieve tappeto Metal Prog, un intro deciso e comunque ricco di cambi di tempo e buoni momenti di chitarra. Esso porta alla prima mini suite dell’album intitolata “Seven Doors”. Qui si può cogliere molta storia di Prog e Neo Prog, l’artista mette sul tavolo tutte le carte a sua disposizione, creando con stile e saggezza frangenti sonori gradevoli oltre che ricercati. Quasi un quarto d’ora di musica variegata concepita come fosse una colonna di un film. Nell’economia sonora, ancora le chitarre sono coloro che rendono di più, mentre le tastiere si accontentano spesso di fare da base su una ritmica buona senza sbavature. I tasti d’avorio si lanciano solo a tratti in brevi assolo che lasciano spazio anche al sax di Mock.
Più allegra “Criminal Kind”, prima canzone cantata rivolta verso il Jazz Prog, qui il basso disegna buone melodie, un momento funzionale e diretto. Tuttavia la musica dei Marquette è di certo ricercata, il mix di stili ne è la causa, in “Alexander Supertramp” ne abbiamo un altro tangibile esempio. Scale di note vengono sciolinate con veemenza lasciando improvvisamente spazio ad assolo più pacati e riflessivi, anche se in controtempo. Magia del Prog e chi lo segue mi ha di certo capito.
Una voce apre “Sensuality”, altra composizione impregnata sempre di quella nota malinconica che fa da canovaccio a tutto l’album. La tecnica sale, così la difficoltà esecutiva a dimostrazione anche di una preparazione ragguardevole dei singoli musicisti coinvolti. Il brano è in bilico fra Prog e Metal Prog. “Portait Of Men” si adagia nel pentagramma con leggiadria, altro brano cantato e comunque più riflessivo del contesto. Il Mellotron fa scorrere sulla pelle qualche brivido.
Il monolite delle tastiere resta, ma si aggiungono le chitarre distorte in “Poisoned Homeland”, altro momento ricercato, mentre l’album si conclude con la seconda mini suite, la title track  di quasi 20 minuti intitolata appunto “Into The Wild”.
In effetti il detto dulcis in fundo è proprio indovinato, ben si sposa in questo contesto mai banale e ricco di sorprese. Musica acustica si alterna a quella elettrica lasciando nella mente di chi ascolta più di un segno.
I Marquette sono ritornati con le idee ben chiare, ossia quelle di unire il Metal Prog al Neo Prog, un innesto che potrebbe sembrare al primo momento incongruente, ma che invece riesce a dare buoni frutti. Il Crossover Prog è proprio questo, di certo non digeribile per tutti i puritani del Prog, tuttavia anche qui risiedono buone idee e melodie. Un album da ascoltare più volte prima di essere metabolizzato a dovere, e che riesce a dare comunque sincere soddisfazioni. MS
 
 

Melanie Mau & Martin Schnella

 

MELANIE MAU & MARTIN SCHNELLA – Through The Decades
Autoproduzione
Genere: Acustic Folk – Prog
Supporto: cd – 2020



Il periodo di reclusione forzata dovuto al Covid-19 nel lockdown, musicalmente ha dato comunque alcuni frutti. Molti artisti si sono cimentati in prove casalinghe più o meno impegnative. Melanie Mau e Martin Schnella sono oramai conosciuti in ambito Progressive Rock, specialmente grazie al progetto Flaming Row ed anche loro ne approfittano per registrare il terzo album di cover dopo “Gray Matters” (2015) e “Pieces To Remember” (2018).
Pure in questo caso trattasi di un disco acustico, con Melanie alla voce e Martin Schnella alla chitarra e voce, con loro Mathias Ruck ancora alla voce, Simon Schroder alle percussioni e Lars Lehmann al basso. Nel disco compaiono anche special guest, Jens Kommnick (whistle, violoncello), Marek Arnold (sax, clarinetto) e Jelena Dobric (voce).
L’edizione è curata, con un libretto contenente spiegazioni, foto e credits dell’ascolto, il tutto dentro un formato di cartone. L’artwork ed il design è ad opera di Martin Huch. La durata del disco è estesa, ben settantaquattro minuti di musica suddivisi in quattordici tracce dove gli artisti in questione vanno a toccare differenti generi della musica Rock e Metal, rielaborandoli in veste acustica. Davvero molti i classici che ci aspettano in questo lungo percorso sonoro, ad iniziare da “Dancing Whit The Moonlit Knight” dei Genesis. Toccare un mostro sacro del Progressive Rock è davvero da coraggiosi, specie se lo si vuole interpretare in maniera personale, questo perché il fans del genere è notoriamente geloso dei suoi credo. Ne scaturisce un brano polifonico, Folk, quasi celtico e questo mostra una grande personalità del gruppo. Per chi vi scrive, il bello risiede proprio qui, il coraggio di rendere un brano proprio è encomiabile, specie se il risultato è gradevole e sorprendente. Dopo questo inizio coraggioso è la volta di “Running Up That Hill” di Kate Bush, canzone delicata già del suo grazie soprattutto alla classe immensa dell’artista e qui brava è Melanie a scegliere di non farle il verso, bensì di interpretarla con ben altra personalità. Vigorosa nel ritornello e nell’incedere centrale, la canzone trasporta l’ascoltatore con enfasi.
Il Folk si sposa alla perfezione con il brano “Poesie Im Sand” della band islandese  Árstíðir, brano che potrebbe benissimo risiedere nella discografia dei Capercallie. Viene preso in considerazione anche l’Heavy Metal, ovviamente non nelle sonorità delle chitarre elettriche distorte, bensì nei suoi lati più tenui e folcloristici, i Blind Guardian hanno lasciato piccole perle acustiche al riguardo, qui viene presa in analisi “Harvest Of Sorrow”. La voce di Melanie ben si adatta a tutti gli stili con efficacia.
Bene eseguito il brano “Miracles Out Of Nowhere” dei Kansas, con Martn Schnella in grande spolvero alla chitarra e ancora una volta funziona il gioco polifonico delle voci. Un altro classico del Rock è “Don’t Stop Me Now” dei Queen, brano gioioso, aperto, ricco di voci qui ottimamente interpretato nell’insieme e sottolineo anche  la difficoltà del pezzo solo apparentemente adagiato nel mondo della “canzoncina”. Solido e importante.
Esiste un nuovo supergruppo nel mondo del Progressive Rock moderno, esso si chiama Flying Colors, con un Neal Morse (ex Spock’s Beard) molto ispirato, Melanie & Martin ne omaggiano una delle canzoni più interessanti ed orecchiabili, “Kayla”. Un altro artista importante per la causa Rock è Peter Gabriel (ex Genesis), qui trattato con il brano “In Your Eyes”, impreziosito dal sax, in un momento molto pacato e riflessivo. Musica per la mente.
Restando nel mondo magico e dotto del Progressive Rock, ci si imbatte anche con i maestri del “complicato” i grandi Yes che molto hanno dato alla causa specialmente negli anni ’70. Non a caso il gruppo interpreta un loro classico, quel “And You And I” che va a ripetere quanto da me detto inizialmente nei confronti di “Dancing Whit The Moonlit Knight”. A seguire “Dark Water” (Agent Fresco), “Reason” (Pain Of Salvation), “Creeping Death” (Metallica), “I Am Above” (In Flames) e “Als Ich Fortging” (Karussel). Una parola in più per il brano dei Metallica, davvero arrangiato in maniera impeccabile, specialmente nella ritmica, stravolto ma rispettato nell’essenza. Spero che gli artisti originali abbiano ascoltato questo risultato.
Anche in questo caso “Through The Decades” è una prova di rispetto e di personalità, cover si ma con classe, perché qui gli artisti in questione ne hanno da vendere. Questo disco è consigliato non soltanto agli amanti dei gruppi trattati, ma anche a tutti coloro che amano le melodie semplici. MS 
 
 
http://gray-matters.de/produkte/melanie-mau-martin-schnella-through-the-decades
 



lunedì 17 agosto 2020

Oteme

 

OTEME – Un Saluto Alle Nuvole
Ma.Ra.Cash Records
Genere: RIO
Supporto: cd – 2020



La musica ci racconta storie, spesso diventa il mezzo per distribuire i racconti amplificandone  le sensazioni, interviene dove le parole singole non riescono sempre allo scopo.
L’accoppiata voce e musica porta a grandi risultati, ascoltare un disco equivale a vedere un film. Gli Oteme di Stefano Giannotti (voce, chitarra), sempre hanno usato la musica come amplificatore di sensazioni, sperimentando e unendo melodia a ricercatezza. Si sono sempre rivolti ad un pubblico attento, amante della musica senza distrazioni e neppure distinzioni, raggiungendo il traguardo di quattro dischi in studio, compreso questo nuovo dal titolo “Un Saluto Dalle Nuvole”.
Nel 2012 Giannotti gira un documentario sull’Hospice di San Cataldo (Lucca), luogo dove i malati terminali vengono sottoposti a cure palliative per il loro ultimo viaggio. Il video originale si intitola appunto “Un Saluto Alle Nuvole” dove infermieri, dottori e parenti dei malati rispondono alle domande sulla morte, la felicità e la memoria. Da qui l’idea di riprendere le risposte e spingerle ulteriormente con la musica, proprio come dicevo in precedenza. Esse assumono una potenza maggiore, le riflessioni diventano veri e propri materiali poetici. Per l’occasione gli Oteme si estendono da sei elementi a tredici.
Il libretto di sedici pagine che è contenuto nell’edizione cartonata del disco è curatissimo, ed è ad opera di Stefano Giannotti con la grafica di Tommaso Tregnaghi e le foto di Giannotti, Christian Mazzoncini e Claudio Bianchi. In esso tutte le descrizioni dei testi brano per brano, traduzione in inglese, chi ci suona e le tempistiche.
Dieci le canzoni e gli Oteme sono qui formati da Irene Benedetti (voce, flauto), Valeria Marzocchi (voce, flauto), Elia Bianucci (clarinetto), Lorenzo Del Pecchia (piccolo clarinetto), Stefano Giannotti (voce chitarre), Emanuela Lari (voce, piano, Harpsichord, synth), Valentina Cinquini (arpa, voce), Vittorio Fioramonti (voce, basso), Riccardo Ienna (batteria), Edgar Gomez e Gabriele Stefani (voce), con gli special guest Blaine L. Reininger (violino) e Antonio Caggiano (vibrafono).
Molte persone  hanno avuto una esistenza complicata, fatta di sacrifici fra povertà e stenti, questa è una delle tante storie che vengono raccontate all’Hospice e “Chiudere Quella Porta” raccoglie questa testimonianza rappresentandola in musica. Coralità femminili e voce maschile si incrociano in una struttura libera da restrizioni e regole, quasi in un contesto camerale. Più strumenti differenti, più voci.
“E c’è Qualcuno” è acustica, grazie all’arpeggio della chitarra classica e si avvicina alla formula canzone, bello il frangente con i fiati. Ogni brano si apre con uno scorcio dell’intervista, “Un Ricordo Bello” parla dell’arricchimento individuale che ottiene la persona che opera nell’Hospice stando a contatto con queste persone. Rapporto umano che si interscambia in un dare e ricevere. La musica torna ad essere ricercata, quasi voce stessa delle tonalità in una sorta di lallazione. Il canto di uccelli finale trasmette serenità.
“Dieci Giorni”, conto alla rovescia inevitabile per la fine della travagliata esistenza, è un passaggio sonoro cadenzato da un insistente conto alla rovescia in lingua inglese su di un incedere ritmico pachidermico. L’arrivo della voce di Valeria Marzocchi assieme a quella di Giannotti riporta ad un certo ordine concettuale. Giunge a questo punto un momento strumentale intitolato “Gli Angeli Di San Cataldo”, sul libro dell’Hospice “Angeli” è il nome dato al personale infermieristico dal familiare di un paziente li deceduto. Dissonanze ed incontri strumentali rendono il brano cinematografico, una colonna sonora delle sensazioni.
In “Quando La Sera” ancora incontro di voci e strumenti, una vera e propria staffetta fra parole e musica, quest’ultima si adegua alla voce e non viceversa. Il brano “Turni” come ben dice il titolo spiega l’operato degli addetti ai lavori ed è il brano più lungo dell’album grazie ai dodici minuti di durata. Ancora chitarra acustica e voce in “Una Mamma Disperata” per poi sfociare nella ricerca sonora, DNA degli Oteme.
Una scappata nel mondo del Jazz con la strumentale “Per I Giorni A Venire” e così l’album si chiude con la breve “Un Saluto Alle Nuvole”, il frangente più soave dell’intero lavoro.
Come ben sappiamo gli Oteme amano ricercare, usare la musica come una voce, uscire in qualche modo dal coro regalando sensazioni differenti. Il pubblico più esigente della musica troverà in loro una fonte di refrigerio, altri magari rimarranno perplessi, ma proprio questo è il vero significato e scopo della musica: emozionare. MS



martedì 11 agosto 2020

Røsenkreütz

 

RØSENKREÜTZ - Divide Et Impera
Andromeda Relix / Opal Arts
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020



Dai tempi dell’antica Roma si sa che “Divide Et Impera” (dividi e comanda) è un detto su cui un tiranno può fare ciecamente affidamento. Quando un popolo è diviso, distratto dalle rivalità interne e dalle discordie, il governatore può dormire sonni tranquilli e fare ciò che meglio crede. Oggi nel 2020 ancora questo detto non è intaccato da un filo di ruggine.
Lo sa bene anche Fabio Serra, autore del gruppo Røsenkreütz. Inizialmente nato come progetto solista, oggi si avvale di musicisti come Massimo Piubelli (voce), Gianni Sabbioni (basso), Gianni Brunelli (batteria), Carlo Soliman (tastiere) e Eva Impellizzeri (viola, tastiere, cori), mentre Fabio Serra ne è chitarrista, tastierista, bassista e cantante.
Il tema del concept è quindi il controllo nel senso più ampio del termine, otto canzoni nel quale esso viene osservato, studiato, raccontato.
“Divide Et Impera” giunge dopo sei anni dall’esordio di “Back To The Star”, edito sempre dall’Andromeda Relix. La musica è ancora una volta rivolta al Crossover Prog, fra classico e moderno. Lo scatto di Christophe Dessaigne è la copertina dell’album presentato in edizione cartonata con un ricco libretto di venti facciate, impreziosito dalla grafica suggestiva delle immagini di Lara Zanardi.
Ciò che si nota sin dal primo ascolto di “Freefall, brano che apre l’album, è l’ottima qualità sonora. Il sound può ricondurre a quello dei Kaipa con una lieve tendenza verso il Neo Prog. Molto orecchiabile e bene eseguito. Le tastiere mettono gioia, così il ritmo spezzato mentre la chitarra elettrica ci regala un buon assolo.
“Imaginary Friend” può risedere anche nella discografia dei primi Spock’s Beard con innesti anni ‘80, non a caso siamo nel Crossover Prog. La viola di Eva Impellizzeri dona un tocco di classicità che non guasta, ma quello che nuovamente colpisce l’ascolto è la melodia orecchiabile, di sicuro alla fine dell’ascolto qualcosa in testa rimane. Massimo Piubelli (anche Methodica) al microfono se la cava ottimamente, con professionalità. Dopo tanto ritmo un momento riflessivo coglie l’ascoltatore in “The Candle In The Glass”, una ballata con la chitarra tirata in modalità primi Porcupine Tree.
“I Know I Know” fa un balzo indietro nel tempo, andando a rovistare nella Psichedelia Hard Rock degli anni ’70 mentre “Aurelia” è una dolce ballata molto sentita e di carattere, come ad esempio certi Queensryche hanno saputo raccontare. “True Lise” è il brano più breve del disco con i suoi quasi sei minuti, composizione che nel ritornello ha molto dei Toto. “Sorry And…” cela fra le note tanta storia, ma il brano che più colpisce per coralità di suoni e di stili è il conclusivo “The Collector”, una mini suite di 15 minuti che sa come intrattenere, fra suoni elettrici, Nero Prog stile Arena, melodie accalappianti e personalità.
I Røsenkreütz hanno fatto un grande passo in avanti rispetto il buon esordio, Fabio Serra si dimostra ottimo compositore oltre che un polistrumentista preparato. Il Prog è trattato con i guanti, così l’Hard Rock  e tutto ciò di cui ho narrato. Un insieme che lascia appagati al termine dell’ascolto, un altro pregio consiste nella scorrevolezza dell’insieme, mai un momento di calo, l’attenzione è sempre alta. Un disco che può piacere a molti di coloro che amano le buone melodie senza limitazioni di stili. “Divide Et Impera” è in definitiva un disco onesto e professionale che anche molti dall’estero potrebbero invidiarci. MS



lunedì 10 agosto 2020

In-Side

 

IN-SIDE – Life
Andromeda Relix – Snooky Records
Genere: AOR
Supporto: cd – 2020



La mia non più giovane età, mi porta a ricordare gli anni ’80 con estrema precisione, avendoli vissuti con consapevolezza. Si, la Discomusic è al centro dell’attenzione dal 1978 con “La Febbre Del Sabato Sera”, il Punk esplode, la New Wave è il genere più in voga, ma nello stesso tempo si forma la NWOBHM (New Wave Or British Heavy Metal), che verrà in poco tempo abbreviata in Heavy Metal. Questa nuova generazione di capelloni si differenzia da quella degli anni ’70 per la musica ascoltata, un suono nuovo misto fra Punk e Hard Rock, sulle ali del successo di band come Saxon, Iron Maiden, Motorhead e così di moltissime altre. Un suono potente, quasi un frastuono per le orecchie degli ascoltatori anni ’80, così tanto che i giornalisti dell’epoca sentenziano drasticamente in una breve vita del genere proprio a causa di questo estremismo sonoro. Mai profezia fu più sbagliata di questa, paragonabile alla classica “Fine del mondo”, mille volte annunciata e mai avvenuta dei Maja. Il genere è arrivato sino ai giorni nostri più in salute che mai, addirittura si è fatto portavoce di sperimentazione e nuovi innesti, paradossalmente più del Progressive Rock stesso, per antonomasia il coraggioso e colto genere della storia del Rock. Dunque nel tempo il Metal si evolve e si dirama. Negli anni ’80 parte il Power, il Thrash, e poi a seguire il Death, il Doom, il Black etc. ma anche una corrente decisamente più orecchiabile e gustosa, dotata di grande tecnica strumentale e di ottime voci, prima del Progressive Metal, essa si chiama AOR (album-oriented radio). I gruppi più famosi che lo rappresentano sono Toto, Journey, Alan Parson Project, Gotthard, Asia, Europe, Survivor etc etc
Un Metal orecchiabile, radiofonico, con pezzi da cantare a squarciagola, tastiere e voci limpide, ebbene l’AOR non senza fatica dettata da alti e bassi nel corso degli anni, giunge sino ai nostri giorni ed anche in Italia con grande dignità. Molte le band nostrane che si cimentano in questo stile, una di queste si chiama In-Side.
Si formano nel 2017 a Torino, da un idea del tastierista e compositore Saal Richmond (Salvatore Giacomoantonio). L’album d’esordio risale al 2017 e porta il titolo di “Out-Side” sempre per l’etichetta Andromeda Relix.
In “Life assieme a Saal suonano Abramo De Cillis (chitarra), Beppe Jago Careddu (voce), Gianni Cuccureddu (basso) e Marzio Francone (batteria e sound engineering). L’album è formato da otto canzoni tutte di media-lunga durata, stabilizzata mediamente sui cinque minuti a brano, un concept che tratta avvenimenti di vita quotidiana.
Il percorso è netto a partire dalla title track “Life” aperta da tastiere in stile Europe, un tuffo immediato negli anni ’80 dal quale non si riemerge più sino alla fine dell’ascolto. Tuttavia si possono riscontrare anche altri stili, come ad esempio il Pomp Rock e quello più ricercato di Alan Parson. Ma ritornando al brano, il ritornello non può che essere una vetrina sia per la bellissima voce di Jago che della capacità di Saal nel comporre canzoni fortemente dall’ampio respiro. La band è tecnicamente preparatissima, non solo le tastiere sono a dimostrazione, ma anche una ritmica perfetta e rodata, mentre i solo di chitarra sono ficcanti al punto giusto. “Trapped In A Memory” è una passeggia nel Rock con un mid tempo ruffiano e accalappiante.
In “I Remember” i Toto sono molto presenti ma è a questo punto inutile cercare di accostare gli In-Side a band maestre, chiaro è che lo stile non esige deragliamenti. Enfasi in “No Hell”, anche tratti nostalgici che donano fascino all’insieme. La qualità sonora a cura del batterista Marzio Francone è eccellente, un piacere anche nel 2020 ascoltare musica con un buon stereo (Pioneer SA610) ed una pulizia sonora che distingue bene gli strumenti rendendo l’ascolto quasi tridimensionale. La ballata “Save Your Mind” è canonica, così “Made Of Stars” che si aggira nell’FM Rock. Il Rock viene nuovamente pompato dalle tastiere in “Test My Love”, brano molto radiofonico, altra vetrina dei tempi passati su cui specchiare l’anima. Il disco viene concluso da “Eyes Don’t Lie”, frangente più lungo dell’intero album (quasi sette minuti) dove tutte le caratteristiche narrate sino ad ora si palesano in maniera professionale e godibilissima.
Gli arrangiamenti sono un altro pezzo forte delle qualità della band che gode nel risiedere in questo limbo sonoro così caro non soltanto a chi come me ha vissuto gli anni ’80 con consapevolezza, ma anche a chi fa del Rock uno stile di vita con classe. Un disco fresco da mandare giù tutto di un colpo per sentirsi sazi e rinfrescati. MS
 

domenica 9 agosto 2020

Logos

 

LOGOS – Sadako E Le Mille Gru Di Carta
Andromeda Relix – Pick Up records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020


Chi segue con attenzione il Rock Progressivo Italiano (RPI)  probabilmente conosce il nome Logos. I veronesi si formano nel 1996 suonando inizialmente cover di band quali Banco Del Mutuo Soccorso ed Orme in primis. Ma la qualità compositiva della band ben presto trova luce e spazio nell’album d’esordio “Logos” del 1999. Inizia la carriera della band, sempre rispettosa dei suoni curati e raffinati del Progressive Rock. Segue nel 2001 “Arsava”, altro album autoprodotto che porta il gruppo all’attenzione dell’Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa, la quale produce nel 2014 il loro terzo album intitolato “L’Enigma Della Vita”, ottimamente recensito dalla critica e ben accolto dal pubblico. Passo dopo passo, disco dopo disco, i Logos maturano e portano avanti nel tempo il credo sonoro. Ad oggi sono formati da Luca Zerman (voce, tastiere), Fabio Gaspari (voce, basso, chitarra, mandolino), Claudio Antolini (piano, tastiere) e Alessandro Perbellini (batteria).
Il cantato è in lingua italiana e racconta la storia triste di Sadako Sasaki, bambina di Hiroshima che all’età di due anni durante la seconda guerra mondiale, vede esplodere la bomba atomica nella sua città. 6 agosto 1945, ore 8:14 e 45 secondi del mattino. Riesce a salvarsi, ma ad 11 anni, dopo una competizione sportiva, è colta da malore. La sentenza dell’ospedale è spietata: leucemia. Ma Sadako non si arrende, conosce una leggenda giapponese che narra “Chi piegherà mille gru con la tecnica degli origami, vedrà i propri desideri esauditi”. La giovane inizia a piegare, ma purtroppo si fermerà a 644. Questo simbolo di pace verrà portato a conclusione dai suoi amici e da tutti coloro che sono rimasti colpiti dalla sua storia.
L’artwork che accompagna il concept è a cura dei Logos stessi e di Claudio Antolini, esso  racchiude le immagini delle opere di Marica Fasoli e le foto di Jim Kleeman, Alberto e Nicolò Gaspari e Andrea. All’interno anche la spiegazione degli origami e delle loro tecniche oltre che ovviamente i testi delle canzoni.
Nella musica si avvalgono dell’ausilio di special guest, qui famosi nell’ambito come Elisa Montaldo (voce in “Il Sarto”), Massimo Maoli (chitarra in “Sadako E Le Mille Gru Di Carta”), Simone Chiampan (batteria in “Il Sarto”) e Federico Zoccatelli (sax in “Paesaggi D’Insonnia”).
Lo strumentale “Origami In SOL-“ apre l’album con tastiere in evidenza, il sound è di per se Prog al 100%, ampio, enfatico ed orecchiabile, un mix fra passato e presente che sicuramente è la gioia degli estimatori. Esso conduce a “Paesaggi D’Insonnia”, supportato da una ritmica importante come un certo Banco Del Mutuo Soccorso esprime nei momenti strumentali in opere come “Darwin” o “BMS”. E poi giunge l’apertura tastieristica che ci catapulta nel mondo di PFM, New Trolls, Orme, in parole povere la storia è raccontata e tramandata. Undici minuti di grande musica, elegante, dinamica e ben arrangiata.
I Logos preferiscono esibirsi in brani lunghi, dieci minuti è la durata di “Un Lieto Inquietarsi”, fuga strumentale in partenza e musica per la mente a seguire. Il più breve ha la durata di sei minuti e richiama il sound dei Procol Harum, una dolce canzone impreziosita dalla voce di Elisa Montaldo intitolata “Il Sarto”. Il canto che si incrocia fra l’uomo e la donna ha sempre il suo grande fascino, la riuscita è assicurata.
Altra mini suite è “Zaini Di Elio”, un fantastico racconto sonoro. “Gonfiarsi di odori e di colori affondando le dita nel bordo dei cieli”, le parole narrano alla perfezione le sensazioni provate all’ascolto, una musica ampia, senza tempo che è incastonata nel dna del Prog.
In conclusione la vera suite, il brano portante, ossia “Sadako E Le Mille Gru Di Carta”. Quasi ventidue minuti di grande  musica. La tristezza dell’argomento “morte” esalta ancora maggiormente l’ascolto di note che spesso già da sole hanno la capacità di farci scorrere una lacrima sulla guancia il tutto fra nostalgia sonora e brividi.
I Logos hanno avuto il coraggio di trattare un concept forte, lo hanno fatto con rispetto ed amore, riportando in terra Sadako, una bambina come tante che per la stupidità umana non è potuta diventare donna. Anch’io alla fine del disco ho provato a fare una gru di carta, perdonami Sadako, non sono stato bravo, non ho grande manualità, ma voglio mettere questo risultato fra i miei dischi vicino a i Logos così anche tu, come la musica, resterai per sempre nel mio cuore. MS
 
 

lunedì 3 agosto 2020

Mesmerising

MESMERISING – The Clutters Storyteller
Lizard Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020



Dietro il nome Mesmerising c’è Davide Moscato, giovane autodidatta amante del piano. Classe 1977 si adopera nel mondo della musica sin dalla fine degli anni ’90, lavorando nei locali  con il suo pianobar. Malgrado la giovane età, le soddisfazioni ed i progetti si susseguono, passando anche per Sanremo Rock. Con Mental Maze ottiene due Akademia Music Awards in Florida per i singoli “Crossing The Infinity” e “From The Ashes” oltre al premio della radio statunitense LJDNRadio come miglior video clip nella categoria Pop, per “From The Ashes”.
Ma lasciatemi subito dire una cosa che non esterno da anni: Finalmente una bella voce nel Prog Italiano!
L’artista ligure è dedito sia al Prog degli anni ’70 con piccole fughe nel mondo delle Orme, e a quello più moderno. Con lui grandi artisti dell’ambito, la ZBand in grande spolvero con Fabio Zuffanti (basso, produttore artistico), Martin Grice (anche Delirium ai fiati), Giovanni Pastorino (tastiere), Paolo Tixi (batteria) e Simone Amodeo (chitarra).
Il risultato si intitola “The Clutters Storyteller”, contenente dieci canzoni per un totale di 43 minuti di musica.
Il disco comincia con un breve intro intitolato “Feel..” che porta all’adiacente “..My Dream” aperta da un breve solo di chitarra già da brivido. Il mondo delle Orme lascia spazio ad un Prog arioso e legato alla melodia in maniera forte. La voce è malleabile, si plasma a seconda della necessità e si alterna alla chitarra elettrica. Personalmente ci colgo affinità con gli ultimi The Pineapple Thief, lo dico per chi li dovesse conoscere. Effetti sonori di tastiere aprono “Ballad Of A Creepy Night”, un brano dall’incedere deciso impreziosito dai fiati di Martin Grice. Sale il ritmo con “Slave Of Your Shell”, in un mix fra Marillion e Blackfield, un brano gradevole e raffinato nella sua semplicità.
Il cantato lo avrete capito è in lingua inglese. “Underground” è il pezzo più lungo dell’album con sei minuti e mezzo. Il pianoforte accompagna sempre le melodie, a tratti anche il Mellotron e l’Hammond, il Prog è sempre presente e garbato. Gli assolo di chitarra di Simone Amodeo sono un piacere per l’anima e quando parte della ZBand nel finale si scatena, c’è di che godere.
Segue “The Vortex” che ha molta storia nel pentagramma, addirittura una cadenza Beatlesiana. Ancora una volta il flauto dona all’insieme il profumo vintage, così il sax. Non manca la ballata voce, basso, flauto e piano qui dal titolo “False Reality”, così la bella voce di Davide tira fuori il meglio di se. Un momento intimistico che non sfigurerebbe nella discografia dei Queen.
“In A Different Dimension” è un altro brano d’atmosfera di quasi due minuti, aperto alla coralità strumentale in crescendo come un certo Neal Morse sa fare, esso accompagna a “The Man Who's Sleeping”.
L’ultimo brano “The Last Time You Called My Name” mi fa scorrere qualche brivido sulla pelle delle braccia, ciò sta a significare che l’obbiettivo è raggiunto.
Davide Moscato fa della semplicità la carta vincente, si ai cambi umorali, si agli assolo, alle fughe, ma tutto  l’insieme è sempre legato dal Pop, il che fa delle canzoni frangenti da ricordare, fischiettare e cantare.
Bella musica che potrete anche ascoltare e prendere su Bandcamp all’indirizzo 

https://davidemoscato.bandcamp.com/album/the-clutters-storyteller MS




lunedì 27 luglio 2020

Tributo da AREA PROG

AREA PROG e NONSOLO PROGROCK

E' con vero piacere e sorpresa che vado a ringraziare AREA PROG e Marcio Sà dal Brasile per il video tributo al mio blog. E' un piacere constatare che c'è chi apprezza il lavoro di un appassionato. Propellente per fare sempre di più e meglio.



Grazie



domenica 26 luglio 2020

TRASIMENO PROG FESTIVAL 2020

Trasimeno Prog Festival 2020

Anche quest'anno il 21 ed il 22 agosto si terrà il TRASIMENO PROG FESTIVAL a Castiglione Del Lago nel Teatro Della Rocca.


Monjoie

MONJOIE- Love Sells Poor Bliss For Proud Despair
Lizard Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cde – 2020



Ritornano i liguri Monjoie e lo fanno proseguendo il cammino intrapreso nel 2018 con  “And In Thy Heart Inurn Me” (Lizard Records), quello della poesia e del romanticismo inglese dettato da poeti come John Keats, Percy Bysshe Shelley e George Byron. Arte grafica, poesia, musica, sono muse che quando si incontrano danno inesorabilmente vita ad emozioni intense. Fa piacere nel 2020 incontrare ancora chi ama la bellezza e la eleva al giusto piano dell’ importanza.
I Monjoie in questo nuovo capitolo della loro esistenza sono Alessandro Brocchi (voce, chitarra, tastiere, tampura), Valter Rosa (chitarra, bouzuki), Davide Baglietto (flauti, tastiere, Musette del berry), Alessandro Mazzitelli (basso, tastiere, percussioni), e Leonardo Saracino (batteria, percussioni). Nel corso del lavoro si avvalgono dell’ausilio di special guest del calibro di Edmondo Romano (sassofoni e clarinetti), Fabio Biale (violino), Matteo Dorigo (ghironda), Alessandro Luci (basso), Simona Fasano (voce recitante) e Lorenzo Baglietto (Musette del berry).
La musica proposta è viatico di culture differenti associate a tempi distinti, fra passato e presente, lingua inglese antica e mondo greco passato, il tutto rivisitato anche in chiave Rock Progressivo.
L’edizione cartonata supporta il libretto interno con i testi, mentre il dipinto della copertina è ad opera di Giovanni Pazzano. La musica è scritta da Alessandro Brocchi eccetto per “A Dirge” (Davide Baglietto) e “To Night” (Valter Rosa).
Inizia la suite “Ode On A Grecian Urn”, suddivisa in cinque parti. Il mellotron è lo strumento più adatto per far tornare indietro l’ascoltatore alle sensazioni passate, in “Part1: Thou Still Unravish’d Bride Of Quietness” un suono lo catapulta verso la fine degli anni ’60 quando Moody Blues e Procol Harum compongono opere d’arte. Il whistle completa l’operazione.
Tampura, solina strings, basso fretless coronano il suono di “Part 2: Heard Melodies Are Sweet But…” , cantato anche in questo caso da Brocchi. Ancora strumentazioni d’epoca in “Part 3: Ah, Happy, Happy Boughs!”, questa volta si possono incontrare la ghironda, musette del berry (cornamusa del centro della Francia), l’harmonium , il bouzuki e la tampura (chitarra indiana). Eppure il tutto assume un connotato Neo Prog stampo Marillioniano di primi anni ’80, quando Fish e soci si divertono ad entrare nel folclore antico inglese. Le atmosfere restano sempre pacate, anche in “Part 4: Who Are These Coming To The Sacrifice?”, una ballata delicata da ascoltare ad occhi chiusi. La conclusiva “Part 5: OdeOn A Grecian Urn” è impreziosita dal sax di Edmondo Romano (Eris Pluvia, Avarta, Orchestra Bailam, Ancient Veil) ed ha connotati più moderni, se così vogliamo definirli rispetto quanto ascoltato sino ad ora. La bellezza prende il sopravvento.
Sulla poesia di Percy Bysshe Shelley giunge “Mutability”, il violino di Biale dona al complesso un aurea sognante, mentre il crescendo sonoro completa l’opera enfatica. “To Night” si rivolge più alla formula canzone, invece “A Lament” mostra i Monjoie più progressivi riguardante sia la ricerca sonora che compositiva. Tutto ciò tuttavia non comporta una complessità strutturale elevata, l’ascolto è semplice, congiunto a passaggi gradevoli e mai complessi. “The Flower That Smiles To-Day” prosegue il sentiero senza ulteriori diramazioni, mentre un pianoforte apre “A Dirge”, un accesso a ritroso nel tempo grazie alle coralità oltre che all’utilizzo stesso dell’harmonium e del musette del berry. Il disco si conclude nella poesia di George Byron in “She Walks In Beauty”.
Bellezza e cultura si sposano perfettamente in questo lavoro dove il tempo gioca un ruolo fondamentale, come in una sorta di elastico che ci trascina da un capo all’altro della sua massima estensione. Bungee jumping progressivo, semplicemente belle emozioni. MS


sabato 25 luglio 2020

Savelli & NoStress

SAVELLI & NOSTRESS – Doing Nothing “Live At The Tower”
Radici Music Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020



Alex Savelli è un nome importante per il nuovo Progressive Rock Italiano, alcuni di voi lo hanno conosciuto con il progetto Pelikan Milk, ma anche attraverso il grande maestro Massimo Manzi nel 2019 con il quale realizza l’album “Gettare Le Basi”, oppure sentito nominare in collaborazioni con artisti del calibro di  Eddie Kramer, Simon Painter, Paul Chain (Death SS – Paolo Catena), David Eserin, Ares Tavolazzi (Area), Andrea Giomaro, Gianpiero Solari, Elyan Fernova e molti altri ancora.
Quello che nel tempo ho sempre apprezzato della filosofia musicale del cantante e chitarrista bolognese è la libertà totale con cui si è sempre saputo muovere. Un artista che sembra essere fuori del tempo, relegato ad un modus operandi non più attuale, capace di esprimere solo ed esclusivamente ciò che prova al momento, non curando l’aspetto popolare, piaccia o meno ha sempre realizzato musica sentita e vissuta al momento senza compromessi. Lo relego nel puro spirito del Progressive Rock più significativo del termine, oggi purtroppo svalutato e storpiato per convenienze più o meno di comodo. Non trattasi di musica scimmiottante Genesis, King Crimson etc., bensì di personalità, pur avendo ovviamente punti di riferimento storici rielaborati dalla propria vena artistica.
Essendo io un vecchio ascoltatore collezionista, di quelli che tengono molto all’insieme del prodotto e quindi anche all’artwork, sottolineo che tutti i progetti di Savelli sono sempre stati supportati da un packaging importante, curati ed esaustivi. Anche in questo caso all’interno dell’elegante confezione cartonata si trova il libretto con i testi tradotti in italiano. Una forma di rispetto per l’ascoltatore che ho sempre apprezzato.
Savelli ritorna con un album registrato dal vivo in una torre medioevale, poco prima del nefasto evento pandemico. Con lui i NoStress, trio acustico bolognese formatosi nel 2013 e composto da Jeanine Heirani (voce, chitarra, basso, piano), Paolo Lapiddi (basso) e Max Bertusi (batteria, percussioni). L’album si intitola “Doing Nothing” e contiene dodici brani, di cui tre tratti dal primo disco dei Pelikan Milk “South Enough” (2000 - New LM Records) e sono “The Secret”, “Days” e “See You Later”.  La scelta della registrazione a presa diretta dona all’insieme ulteriore spinta, una sincerità aggiunta in un momento come questo dove la tecnologia e l’artefazione regnano sovrani, mentre il mastering viene realizzato a Los Angeles da Alex Elena (Bruce Dickinson).
“Doing Nothing” pur essendo un disco acustico lo relego nel Progressive Rock perché in esso convergono differenti stili sonori che variano dal Hard Rock al Folk passando per la Psichedelia sino a giungere alla base del Rock, ossia il Blues. Un filo conduttore lega le canzoni, un contesto prettamente Neo Prog, un argomento molto trattato in questo genere (Marillion, IQ etc.), ossia gli amori andati a cattivo termine e le relative esperienze.
“See You Later” inizia il percorso sonoro, il brano dei Pelikan Milk assume una veste Folk con dei passaggi di chitarra davvero notevoli. Più rilassate le atmosfere di “No Choice”, qui si poggia i piedi su due staffe, il Rock sudista (a tratti Beatelsiano) e la Psichedelia acustica cara a certi Porcupine Tree, il risultato è gradevole, anche grazie alle coralità di Jeanine che fanno da controcanto. Il suono caldo avvolge l’ascoltatore, l’ambientazione sicuramente gioca un ruolo importante.
Prosegue il cammino Folk/Country “By My Side”, vivace e gioiosa, un passaggio nell’America senza tempo. Ancora una volta fuoriescono i Porcupine Tree primo periodo nel brano dei Pelikan “The Secret”, tanta è la personalità che avvolge il brano in maniera delicata e rispettosa da rendere la musica da ascoltare ad occhi chiusi con una attenzione scevra da distrazioni. 
“The Seaside First” guarda al passato ma anche alla melodia di facile assimilazione, un piccolo esempio di come la semplicità paga sempre. Bello il frangente in cui il Blues  si lascia trasportare in stile primo Pino Daniele. Più Rock “Who’s That Man”, un territorio Pinkfloydiano rappresentato da brani come “Fearless”, un passaggio nei primi anni ’70 ma arrangiato in chiave decisamente moderna. E’ la volta della title track “Doing Nothing”, qui c’è l’essenza di Alex Savelli, la sua anima in splendida veste. Risale il ritmo con “Days” altro tuffo nella discografia passata e una chiave di lettura musicale più ricercata, un arrangiamento ben congeniato fa del brano un altro piccolo gioiello sonoro. Giunge a questo punto “Would You Kill Me”, singolo potenziale dell’album con un refrain ben congeniato e ancora una volta sostenuto dal gioco a più voci. Torna il Folk in “Little Girl”, ampi spazi si aprono avanti a noi durante l’ascolto. “Don’t Listen” ha reminiscenze Doors, fra Psichedelia e Folk, mentre la conclusiva “Ariaz” passeggia nel tempo e nell’Hard Rock acustico.

La musica di Savelli & NoStress  rilascia una sensazione di rilassatezza e al contempo di pacatezza che rende l’anima netta da ogni scoria moderna che in questo ultimo periodo ci aggredisce. Disintossicatevi anche voi con “Doing Nothing”, è efficace. MS




mercoledì 22 luglio 2020

Barbara Rubin

BARBARA RUBIN – The Shadows Playground (Piano Works)
Autoproduzione – Neraluce Studio
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020


 

Il mondo del Progressive Rock Italiano dalla sua nascita risalente circa al 1970 ha avuto prettamente un pubblico maschile. Questo non per sessismo o quant’altro, il dato si può semplicemente estrapolare dalla media mondiale di persone che ascoltano o suonano il Rock in senso generale, sono molti di più gli uomini. Il perché è difficile da interpretare, molto probabilmente (ma è solo un mio modesto parere) è dato dal fatto che il Prog con i suoi cambi repentini di tempo e di stile, destabilizza molto l’ascoltatore, mentre la donna non ama sentirsi destabilizzata. Probabilmente non è neppure così, ma una verità di fondo esiste, ossia il dato della percentuale uomini-donne. Il PRI dunque viaggia su percentuali analoghe a quelle di chi ascolta il Rock, e le protagoniste più note si contano veramente sulla punta delle dita, a partire da Silvana Aliotta dei Circus 2000 a Jenny Sorrenti (sorella di Alan Sorrenti) dei Saint Just, oppure Donella Del Monaco (Opus Avantra) o la bravissima Sophya Baccini.
Tuttavia le nuove leve oggi ci sono, internet negli anni ha aperto un mondo anche a chi non ha avuto la possibilità di documentarsi su tutto, molta nuova gente si è accostata a questa musica e in alcuni casi anche con risultati soddisfacenti (quasi mai di vendite, ma questo è un discorso a parte).
Ho avuto la fortuna di ascoltare la pavese Barbara Rubin nel suo disco d’esordio “Under The Ice”, nel 2009 apprezzandola anche nei ProgAwards, li ho conosciuto un artista sensibile e dotata. Posso anche definire Barbara Rubin una “one woman band” in quanto autrice di tutte le liriche, musiche e strumentazioni. Lei suona dalla viola al violino, pianoforte, synth, chitarra, basso e batteria. Un artista totale che si getta anima e corpo nella propria musica.
Nel 2017 realizza assieme a Simona Sottocornola l’ep “Luna Nuova”, un progetto di tre canzoni riguardante la violenza sulle donne, argomento sempre poco trattato e che più spesso andrebbe approfondito, soprattutto nei nostri tempi. L’ep contiene il brano strumentale “Gradalis”, “Luna Nuova” e “Libera”. Il primo si concentra in un movimento piano/violino toccante e d’effetto, tanto che le parole non servono per estrarre dalla mente le sensazioni che si provano sull’argomento. Il secondo mette in evidenza la voce limpida di Barbara, arie scure come certi Anathema sono riusciti ad esporre attraverso voce e piano. “Libera” è più canzone rispetto le precedenti, con un ritornello davvero d’effetto, un ep che mostra Rubin con le idee ben chiare.
Ma veniamo a “The Shadows Playground”, nove nuove canzoni che mettono alla luce storie, viaggi e riflessioni raccolte dall’artista nel corso della vita. Giochi di chiaro scuro si palesano nelle foto ad opera di Simona Sottocornola contenute nell’artwork, così come la musica che riesce a rappresentare. Anche in questo nuovo lavoro come in “Under The Ice”, Rubin si coadiuva dell’aiuto di Andrea Giolo alla voce. Il cantato è in lingua inglese e dona all’ascolto quel tocco di internazionalità che non guasta mai.
“Endless Hope” non può che aprirsi con voce e piano, un giro armonico lento e malinconico che ha l’onere di entrare nel cuore di chi ascolta. Una fase intima di solitudine che l’artista non esita a manifestare, l’enfasi successivamente cresce con l’ingresso del violino e la voce di Andrea Giolo. Più struggente “Seven” una goccia scura nel mare del sentimento. Effetti vocali rendono il brano “progressivo”.
“La Maddalena” racconta la storia del viaggio di Maria verso il sud della Francia, la storia con Gesù e le sensazioni provate. “Clouds” è un breve interludio voce e piano che rivolge uno sguardo verso il cielo (come direbbero le Orme) quando le nuvole disegnano figure che la nostra mente riesce con fantasia ad interpretare, in questo caso il volto della mamma di Barbara. La title track è profonda, quasi una ballata in stile Branduardi, quello più toccante. Giungono ora i tre brani conclusivi ispirati dal romanzo “Heresy” di Hais Timur, il primo si intitola “Sleeping Violin” ed ovviamente lo strumento a corda è il protagonista non soltanto del brano ma anche della passione musicale di Rubin in generale, sin dai suoi albori artistici. E’ musica immaginifica, quasi cinematografica, una colonna sonora melodiosa e classica. Lo strumentale di quasi sette minuti risulta essere uno dei punti più alti dell’intero album.
Le belle sensazioni proseguono in “La Ballata Degli Angeli”, dove l’artista vibra assieme al proprio violino e rilascia fantastici momenti di quiete. “Helen’s Word” chiude il viaggio sonoro con classicismo e sentimento, grazie anche all’intervento soprano di Veronica Fasanelli.
“The Shadows Playground (Piano Works)” è un disco ben realizzato, inciso bene e soprattutto sincero. Di esso ne esiste anche la versione vinilica.
Nella cover l’artista ci porge il Graal, un gesto che richiama Maria Maddalena e le donne  in generale, un messaggio che fuoriesce da uno sfondo scuro, un richiamo, un tentativo di augurarsi il meglio per una nuova alba, così lo interpreto, malgrado oggi le cose non vadano sempre per il verso giusto (così interpreto lo scuro). Prosit Barbara e grazie per la tua arte progressiva, sicuramente questa ti aggiunge fra le donne più influenti del nostro Progressive Rock, considerando poi le annesse difficoltà nel barcamenarsi autonomamente. Fortemente consigliato. MS

  

 
 
 


sabato 11 luglio 2020

Programmi Web e Radio Prog

PROGRAMMI WEB E RADIO PROG

Nel web ci sono davvero molti programmi musicali dedicati al Progressive Rock, a dimostrazione che il genere è davvero seguito anche oggi da irriducibili fans. Scaturisce da questa constatazione una sorpresa alquanto gradita, tutti sono concentrati soprattutto sul genere  Rock Progressivo Italiano. 
In questo post voglio mettere in evidenza i più interessanti a mio modo di ascoltare. 
Un ringraziamento ai protagonisti ad iniziare dal capitano Gianmaria Zanier a Max Polis, Renato Scuffietti,  Donato Zoppo, Mirella Catena e il grande amico dal Brasile Marcio Sà.
Buon ascolto!



RADIO VERTIGO ONE  - "Prog & Dintorni" https://www.radiovertigo1.com/progedintorni.html







PROG SKY - "Web Rock Radio Station" https://www.progsky.com/










RADIO POPOLARE - " From Genesis To Revelation" https://www.radiopopolare.it/trasmissione/from-genesis-to-revelation/





WITCH WEB RADIO - "Overthewall" https://witchradio.wixsite.com/witchwebradio





RADIO.IT - "100% Rock Progressive" https://www.radio.it/s/progressiverock






MOROW - "Prog Rock Radio" https://www.morow.com/




RADIO CITTA' BENEVENTO - "Rock City Night" https://www.radiocitta.net/




sabato 4 luglio 2020

Apogee

APOGEE – Endurance Of The Obsolete
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Crossover Prog
Supporto: cd – 2020



Mi sento in dovere ad apertura di recensione, di confessare che per Apogee  personalmente ho sempre avuto stima. Arne Schäfer è l’ideatore di questo progetto one man band, cofondatore dell’eccellente band Versus-X ispirato anche dalla musica dei connazionali RPWL e Sylvan. Chi segue questa scena sarà sicuramente colpito da questi grandi nomi. Con “Endurance Of The Obsolete” raggiunge il ragguardevole traguardo del decimo album da studio. Il primo “The Border Of Awareness” risale al 1995. Tutta la discografia staziona ad alti livelli, anche sperimentali e spesso vicino al mondo dei Van Der Graaf Generator. Ricerca, tempi dispari, arrangiamenti importanti, il tutto sempre supportato da una qualità sonora eccellente.
L’amore per il Progressive Rock da parte di Arne è totale,  cura anche dei particolari e rispetto per la storia, in questo ultimo lavoro si presentano anche molte sonorità care ai Gentle Giant. L’artwork a cura di Bernd Webler è molto curato, anche nel libretto interno che rappresenta il tema trattato dei nostri tempi: l’inquinamento. Con Arne (tutti gli strumenti) suona alla batteria Eberhard Graef. Sei i brani contenuti di cui tre mini suite.
Resto già appagato all’ascolto di “Interpretation”, perché anch’io sono un vecchio amante del Prog e avendo conosciuto i fasti del genere so a che livello stiamo viaggiando. Ascoltare i cori polifonici in stile Gentle Giant mi fa solo che piacere oltre che rimandarmi con la mente indietro nel tempo. Eppure la musica incredibilmente ha un qualcosa di moderno. La chitarra elettrica si lancia in un bell’assolo, a tratti evocando Hackett (Genesis) e in altri momenti con propria personalità. Probabilmente proprio questo connubio è la carta vincente del disco che già vi dico che è da avere, ossia l’alternanza storia/personalità moderna.
I quasi sei minuti di “Waiting For The Dawn” si aprono proprio alla Genesis, con un arpeggio atavico, la voce è perfetta interprete dei testi, i quali ci ricordano che per troppo tempo l’uomo ha ignorato l’appello dei scienziati nei confronti dell’inquinamento e del surriscaldamento del globo. La ballata potrebbe benissimo risiedere nella discografia dei Pendragon. Il suono della chitarra è perfetto, sembra di trovarsela proprio dentro la stanza avanti a noi.
La prima mini suite è la title track “Endurance Of The Obsolete”, e annette al proprio interno tutto ciò che il Prog ha raccontato per decenni, mentre la chitarra ancora una volta sale in cattedra.
“Spirits Disengage” è un brano Neo Prog dal profumo anni ’80, più semplice e diretto rispetto al materiale ascoltato sino ad ora, ma non per questo da considerarsi minore. Nel refrain fanno capolino addirittura i Beatles. Il finale è sinfonico e chitarristico. “The Complex Extensive Way” come tutte le suite prende la rincorsa per poi lanciarsi nei numerosi ed immancabili cambi di tempo. Qualche reminiscenza Marillion era Fish si propaga di tanto in tanto nel corso del brano. Il disco si conclude con la canzone più lunga grazie ai quasi 17 minuti di durata, con eleganza e consapevolezza dei propri mezzi.
Proprio per questo immagino il nome Apogee è incastonato nel sapere. Da avere. MS


giovedì 2 luglio 2020

Saris

SARIS – Beyond The Rainbow
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2020



I Saris sono una band tedesca che si fonda nel 1981 grazie ad un idea del chitarrista e tastierista Derk Akkermann. Negli anni accadono loro molte vicissitudini, così cambi interni di formazione e momenti di pausa, tuttavia sono autori di quattro album tutti di buona fattura. Propongono un Neo Prog attento sia agli anni ’70 che all’Hard Rock, un connubio interessante dove potersi giocare molte carte.
Sono passati tre anni dal buon “Ghosts Of Yesterdays” e “Beyond The Rainbow” è il loro quinto album, in questo caso per la realizzazione si avvalgono della competenza di Progressive Promotion Records, casa discografica molto attenta sia ai gruppi tedeschi che mondiali. Un viaggio nel fantastico a bordo di una futuristica mongolfiera capitanata da Derek Akkermann (chitarra, tastiere), Henrik Wager (voce), Anja Günther  (voce),  Lutz Günther (basso) e Jens Beckmann (batteria e percussioni).
Dieci gli episodi sonori per una durata totale di circa sessantadue minuti di musica ad iniziare da “Avalon” in cui si denota già dalle prime note  la passione per una certa sinfonia. Enfasi e potenza proprio come spesso riescono a fare gli Arena, oserei definire tutto ciò Neo Prog D.O.C..
“Time Machine” come lascia presagire il titolo, è un viaggio con tanto di effetti sonori, le tastiere ricoprono quindi un ruolo importante in tutto il disco, qui si lanciano anche in un giro armonico trascinante. Non mancano i cambi di tempo. Il refrain è facile da memorizzare e tutto il brano scorre fra parti cantate e brevi assolo, annessi quelli di chitarra elettrica. La qualità sonora è più che buona, specie nel suono della batteria, pulito e importante.
I Saris puntano molto sulle belle melodie, arrangiando i brani in maniera elegante, anche con cori femminili come nel caso di “Oblivion”. C’è anche una mini suite della durata di undici minuti, si intitola “Beyond The Rainbow” ed è l’immagine che rappresenta la copertina del disco, in questo viaggio aereo fantastico ci si imbatte in un arcobaleno, qui interpretato da una miriade di suoni che variano dall’epico al sinfonico passando per l’acustico. Un brano dove i Saris dimostrano e giocano tutte le loro carte a disposizione, annesse quelle dell’esperienza annosa, quindi della loro relativa cultura musicale.
“Orphan” potrebbe essere un brano lento dei Dream Theater, anche per l’approccio vocale di Henrik Wager. Ritorna la sinfonia in “Strange Melody”, una ballata delicata adatta a tutti i gusti, non soltanto per chi ascolta il Progressive Rock.
Salgono in cattedra i Pendragon di “The World” in “New World” grazie all’intro delle tastiere, ma il proseguo cantato a due voci, maschile e femminile, riporta il sound verso la personalità dei tedeschi in analisi. In “Heaven’s Gate” ci sono tutti gli ingredienti che fanno di un disco Rock un contenitore ricco di sorprese, poi quando parte la chitarra qualche brivido sulla pelle scorre inevitabilmente. Semplice “Away From You” mentre “Infinity” conclude il viaggio portando l’ascoltatore verso l’ignoto, Prog energico e cadenzato misto ad AOR.
In conclusione “Beyond The Rainbow” è un disco consigliato agli amanti del genere, ma anche dell’AOR, e perfino chi segue gli Ayreon. Proprio per tutti i gusti. MS