Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

domenica 21 febbraio 2021

Pendragon


PENDRAGON - Love Over Fear
Toff Records
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2020


Più di 40 anni di carriera alle spalle, un punto di riferimento per il Neo Prog ispirato dalle sonorità Genesis, Pink Floyd e Camel, i Pendragon hanno una forte personalità, e di certo non scendono mai a compromessi. No si può dire che siano prolifici, anche se hanno registrato tredici album in studio, diciamo che generalmente si prendono il tempo dovuto. Sono di più i live e le compilation.
Nel loro percorso nitide le caratteristiche del dna musicale esposto, tastiere importanti e onnipresenti quelle di Clive Nolan, un lavoro chirurgico al basso, quello di Peter Gee, batterista nuovo dopo l’abbandono di Craig Blundell, poi alla corte del grande personaggio Steven Wilson, sostituito dal filippino Jan-Vincent Velazco, ma fondamentali risultano essere i contributi del leader cantante e chitarrista Nick Barrett. La sua chitarra è un punto focale irremovibile, gli assolo sostenuti alla David Gilmour sono alla luce del sole, così come la voce caratteristica e quell’accento non molto facile da imitare. Nick è il timone, il compositore, la mente sempre più in evidenza rispetto all’ispiratissimo Clive Nolan, anche lui impegnato in più fronti con Arena, Shadowland, Strangers On A Train ed altri progetti ancora.
Questo nuovo album dopo sei anni dal buon “Men Who Climb Mountains” è presentato anche in versione tre cd con cd1 contenente semplicemente l’album, il cd2 con la versione acustica del tutto ed il cd 3 con quella prettamente strumentale.
Va subito detto che in esso la chitarra è sempre più protagonista rispetto alle tastiere, sempre presenti ma relegate ad un compito meno impegnativo del solito. Lo stile è sempre quello, irremovibile, granitico, in alcuni momenti quasi vicino al Metal Prog,  stoico, epico e martellante. I ritornelli facili da ricordare, un disco che sicuramente viaggia nella media delle produzioni Pendragon.
Si inizia con “Everything”, canzone Pendragon che più Pendragon non si può, una sorta di riassunto delle puntate precedenti, uno sguardo anche verso il passato non proprio recente della band. Questo è Neo Prog cristallino e puro, quello che i fans del genere si attendono da gruppi come questo, IQ, Pallas e Marillion anche se questi ultimi hanno preso dopo la dipartita di Fish una strada completamente differente.
Un piano apre la ballata “Starfish And The Moon”, quasi una novità nella discografia di Barrett e soci, nell’approccio e nella formula canzone. Prende il cuore la melodia, specialmente nell’ingresso della chitarra che senza strafare sa con le sue corde toccare quelle dell’anima di chi ascolta. Nel frattempo nel corso degli anni il lavoro di Steven Wilson sia con i suoi Porcupine Tree che come solista, è preso come riferimento da molti altri artisti, o perlomeno influenza notevolmente l’operato di molti, ciò lo si evince di tanto in tanto anche all’ascolto di “Love Over Fear”. Un altro particolare che emerge dall’ascolto è quell’abbandono alla suite, che generalmente ha fatto sempre capolino negli album Pendragon, a favore di momenti più brevi di medio lunga durata che varia dai cinque minuti al massimo di otto. Questo sta a significare un approccio più aperto alla semplice formula canzone, un messaggio sonoro diretto senza troppi fronzoli che bada alla sostanza piuttosto che all’autocelebrazione con tecniche asfissianti.
Già noto l’arpeggio che apre “Truth And Lies”, ovviamente i deja vu ci sono e questo è inevitabile, comunque encomiabile lo sforzo compositivo di Barrett nel non apparire troppo ripetitivo, anche se sempre la cosa non riesce. Siamo al cospetto di un'altra semi ballata d’effetto, quella che quando parte la chitarra elettrica ti spettina. Prima ti stampano in mente un motivo ridondante e circolare, quando questo ti è entrato dentro quasi stancandoti è la volta di partire con l’assolo imponente. Questo modo di operare nel caso loro ha sempre funzionato e ne sono fra i maestri (Pink Floyd docet). In poche parole si è avanti ad  una sorta di “Break In The Spell” per farmi intendere meglio dai fans, e scusate se è poco!
“360 Degrees” mostra il lato più Folk del gruppo, quasi Marillioniano era Fish per alcuni versi. Violini, mandola, tanto sapore british e non nascondo che personalmente tutto questo mi mette molta nostalgia, facendomi riaffiorare alla memoria alcuni dei momenti più belli degli anni ’80 quando il Neo Prog sfondava il mio cuore. Con “Soul And The Sea” ritornano i Pendragon più canonici anche se il violino resta. Gli arpeggi di chitarra persistono insistentemente fra i brani dei Pendragon, così i classici crescendo. Qui i deja vu mi portano verso “Indigo”. Durante l’ascolto gli occhi si chiudono, il respiro diventa più ampio mentre i peli del mio braccio si alzano, a testimonianza che  qualcosa funziona a dovere. Tanti Genesis, specialmente nel finale.
Ricordate quando accennavo a Steven Wilson? Eccolo in “Eternal Light”. “Water” invece conduce verso il sound della metà carriera della band, si comincia ancora una volta con pacatezza per poi andare in crescendo. Tanta carne al fuoco in questo frangente sonoro sicuramente ben riuscito, sarò ripetitivo, ma voglio che passi bene questo concetto, Barrett e i suoi assolo sono qualcosa di grande! Vorrei non finissero mai.
Tastiere aprono “Whirlwind” in sospensione, leggere e riflessive, cinque minuti di forti melodie per la seconda ballata dell’album che si conclude con il sax. Adiacente, per meglio dire collegata, giunge “Who Really Are We?”, altra gemma elettrica invidiabile. Si chiude con “Afraid Of Everything” con la speranza di non attendere altri sei anni per il seguito di cotanto materiale.
Per quello che concerne l’artwork questa volta è ad opera di Liz Saddington. Rispetto al precedente “Men Who Climb Mountains” sicuramente un passo in avanti.
Questo è il disco che mi aspetto dai Pendragon, non altro, inutile che si dice “E’ la solita minestra”, “Sono ripetitivi”… Il mondo è vasto, specialmente quello sonoro quindi potete andare ad ascoltare milioni di altre cose, ma si deve aver rispetto di chi vive di Neo Prog e di cotanta musica davvero umana, prerogativa oggi sempre meno presente. Chi non conosce i Pendragon può benissimo iniziare anche da questo bellissimo album. Non capolavoro, ma senza dubbio professionale e duraturo nel mio stereo. Già lo so. MS


mercoledì 17 febbraio 2021

Mesmerising

MESMERISING – The Clutters Storyteller
Lizard Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020



Dietro il nome Mesmerising c’è Davide Moscato, giovane autodidatta amante del piano. Classe 1977 si adopera nel mondo della musica sin dalla fine degli anni ’90, lavorando nei locali  con il suo pianobar. Malgrado la giovane età, le soddisfazioni ed i progetti si susseguono, passando anche per Sanremo Rock. Con Mental Maze ottiene due Akademia Music Awards in Florida per i singoli “Crossing The Infinity” e “From The Ashes” oltre al premio della radio statunitense LJDNRadio come miglior video clip nella categoria Pop, per “From The Ashes”.
Ma lasciatemi subito dire una cosa che non esterno da anni: Finalmente una bella voce nel Prog Italiano!
L’artista ligure è dedito sia al Prog degli anni ’70 con piccole fughe nel mondo delle Orme, e a quello più moderno. Con lui grandi artisti dell’ambito, la ZBand in grande spolvero con Fabio Zuffanti (basso, produttore artistico), Martin Grice (anche Delirium ai fiati), Giovanni Pastorino (tastiere), Paolo Tixi (batteria) e Simone Amodeo (chitarra).
Il risultato si intitola “The Clutters Storyteller”, contenente dieci canzoni per un totale di 43 minuti di musica.
Il disco comincia con un breve intro intitolato “Feel..” che porta all’adiacente “..My Dream” aperta da un breve solo di chitarra già da brivido. Il mondo delle Orme lascia spazio ad un Prog arioso e legato alla melodia in maniera forte. La voce è malleabile, si plasma a seconda della necessità e si alterna alla chitarra elettrica. Personalmente ci colgo affinità con gli ultimi The Pineapple Thief, lo dico per chi li dovesse conoscere. Effetti sonori di tastiere aprono “Ballad Of A Creepy Night”, un brano dall’incedere deciso impreziosito dai fiati di Martin Grice. Sale il ritmo con “Slave Of Your Shell”, in un mix fra Marillion e Blackfield, un brano gradevole e raffinato nella sua semplicità.
Il cantato lo avrete capito è in lingua inglese. “Underground” è il pezzo più lungo dell’album con sei minuti e mezzo. Il pianoforte accompagna sempre le melodie, a tratti anche il Mellotron e l’Hammond, il Prog è sempre presente e garbato. Gli assolo di chitarra di Simone Amodeo sono un piacere per l’anima e quando parte della ZBand nel finale si scatena, c’è di che godere.
Segue “The Vortex” che ha molta storia nel pentagramma, addirittura una cadenza Beatlesiana. Ancora una volta il flauto dona all’insieme il profumo vintage, così il sax. Non manca la ballata voce, basso, flauto e piano qui dal titolo “False Reality”, così la bella voce di Davide tira fuori il meglio di se. Un momento intimistico che non sfigurerebbe nella discografia dei Queen.
“In A Different Dimension” è un altro brano d’atmosfera di quasi due minuti, aperto alla coralità strumentale in crescendo come un certo Neal Morse sa fare, esso accompagna a “The Man Who's Sleeping”.
L’ultimo brano “The Last Time You Called My Name” mi fa scorrere qualche brivido sulla pelle delle braccia, ciò sta a significare che l’obbiettivo è raggiunto.
Davide Moscato fa della semplicità la carta vincente, si ai cambi umorali, si agli assolo, alle fughe, ma tutto  l’insieme è sempre legato dal Pop, il che fa delle canzoni frangenti da ricordare, fischiettare e cantare.
Bella musica che potrete anche ascoltare e prendere su Bandcamp all’indirizzo 

https://davidemoscato.bandcamp.com/album/the-clutters-storyteller MS




martedì 9 febbraio 2021

Raven Sad

RAVEN SAD - The Leaf And The Wing
Lizard Records
Genere: Rock Progressive / Psichedelico
Supporto: cd – 2021




Ho seguito nel tempo le gesta del chitarrista e cantante pratese Samuele Santanna nella sua evoluzione musicale, sin dagli esordi che sono tracciabili al 2005. L’artista non ha mai celato l’amore per certi Pink Floyd e Porcupine Tree nelle celestiali partenze sonore e psichedeliche, queste sono per lui base su cui costruire il bagaglio musicale oltre che nel Prog anni ‘70. L’esordio ufficiale del progetto inizialmente one man band è datato 2008 con quel “Quoth” già notato dalla casa discografica Lizard. Suoni semplici, minimali con un cantato etereo che fa venire alla mente anche certi lavori dei nostrani No Sound di Giancarlo Erra. Ma è solo l’inizio, con il tempo ed altri due album l’artista si circonda di una vera e propria band sino a giungere ad oggi con il quarto lavoro in studio intitolato “The Leaf And The Wing”.
La formazione è composta da Samuele Santanna (chitarra elettrica, chitarra acustica), Marco Geri (basso), Fabrizio Trinci (tastiere, voci), Francesco Carnesecchi (batteria) e Gabriele Marconcini (voce).
Samuele dimostra  ancora una volta attraverso la musica un animo gentile, sognatore ma non lasciamoci trarre in inganno, perché attraverso l’ascolto del disco si evince all’interno una cultura musicale non indifferente. L’artista ha assimilato la storia del genere e l’ha filtrata attraverso la propria personalità. Il passato per andare nel futuro.
Il disco è composto da otto tracce, l’artwork contiene la foto di Jos/attheparkinglot mentre la grafica è a cura del tastierista Fabrizio Trinci. Il cielo è sempre protagonista delle copertine Raven Sad, questo è sinonimo di musica spaziale, aperta e dall’ampio respiro. I brani rispetto al passato sono più lunghi e aggiungerei maggiormente Progressive Rock in senso generale, ad iniziare dalla breve “Legend#1” che fa da apri pista alla successiva “The Sadness Of The Raven”. Da ricordare anche per le origini del nome della band che The Raven è una poesia di Edgar Allan Poe del 1845.
Il pianoforte che accompagna il brano riporta con la mente indietro nel tempo sui dischi dei Pink Floyd come “Meddle”, questo nei frangenti più intimi. Buona l’interpretazione vocale senza sforzi inutili verso chissà quali vette, anche perché la musica non lo richiede. Quando la chitarra di Santanna parte c’è di che godere, l’artista toccato nell’animo da certi ascolti, riversa nella sua musica il meglio dei fattori emozionali memorizzati. Sto ovviamente parlando di note sostenute e trascinate a dovere. Si denota da subito la crescita compositiva dei Raven Sad che album dopo album suonano in maniera sempre più professionale.
“City Lights And Desert Dark” mostra un approccio ulteriormente Rock, all’inizio molto vicino al mondo dei svedesi Soen. Il brano nei suoi quasi dieci minuti è ovviamente composto da stop & go come il Prog Rock esige, una gemma sonora ancora una volta brillante, gioia degli amanti del genere. Buoni gli arrangiamenti dei cori. Il brano più lungo dell’album si intitola “Colorbox” con tredici minuti di musica immaginifica. Cori e piano aprono su una ritmica tastieristica ipnotica ed onirica per lasciare spazio alla partenza verso territori Genesis o per i più giovani di voi dico IQ/Pendragon. Ritengo personalmente a mio gusto “Colorbox” uno dei momenti più alti dell’intero lavoro. Trovo la voce di Marconcini molto simile a quella di Martin Eden della band Neo Prog tedesca Chandelier.
Buona la sezione ritmica che dimostra pulizia sia di suono che d’intenti, senza sbavature. Il ritornello si stampa immediatamente nella mente dell’ascoltatore, pregio non da poco perché ritengo che la musica al termine dell’ascolto deve sempre e comunque lasciare un segno del suo passaggio. Inutile sottolineare i brevi assolo di chitarra di Santanna, orami vero e proprio Nick Barrett della situazione o se volete Gilmour, ma qui non è questione di paragoni forzati, il mio intento non è comparare le capacità balistiche degli artisti, bensì dare un percorso netto a chi legge su che cosa stiamo ascoltando.
“Approaching The Chaos” mostra i muscoli in un ambientazione maggiormente incisiva, il merito va soprattutto alle tastiere. Si decolla, lo strumentale porta in spazi Porcupine Tree. “Ride The Tempest”, nomen omen, è un crescendo dalle caratteristiche eleganti, una formula che funziona sempre per impatto emotivo.
“Absolution Trial” necessita di ascolto ad occhi chiusi mentre lo strumentale “Legend#2” in cinque minuti chiude l’album come meglio non si potrebbe, grazie ancora ad un assolo di chitarra da pelle d’oca.

Ricordo Samuele quando nei primi anni del 2000 iniziava a comporre e condividere con i suoi amici gli arpeggi ancora acerbi anche su facebook, essi già palesavano un animo gentile. Ecco, questo si è poi materializzato nella musica dei Raven Sad, album dopo album, un crescendo che porta in alto la fantasia, proprio in quei cieli rappresentati nelle copertine. Un consiglio quindi, la prossima dovrà essere incentrata nello spazio, perché la colpa è solo vostra cari Raven Sad, ci avete abituati troppo bene e quindi esigiamo sempre di più, oltre la stratosfera. Peccato per chi non apprezza questo genere e non ce l’ha nel sangue, mi dispiace davvero tanto…. MS 




lunedì 8 febbraio 2021

Aurora Lunare


AURORA LUNARE – Translunaggio (Nove tributi al Rock Progressivo)
Lizard Records
Genere: Rock Progressivo
Supporto: cd – 2018



La storia dei livornesi Aurora Lunare affonda le proprie radici nel lontano 1978, quando il genere in Italia sta dando gli ultimi colpi di coda. Una lunga storia che porta la band a fare musica controcorrente e a sciogliersi nel 1991 per poi riformarsi nel 2003, grazie al ritorno dell’interesse attorno al Prog “risorto”. Ciò che lasciano come testimonianza di quegli anni è un live datato 1980 dal titolo “Concerto Della Goldonetta”.
Una volta riformatisi, registrano l’album d’esordio in studio “Aurora Lunare” (Locanda Del Vento)  nel 2013, accolto dalla critica e dal pubblico in maniera favorevole.
L’amore per il Prog è davvero grande, così la voglia di gridare a tutti le proprie radici e dimostrare come si è formata la passione per suonare, così l’idea nel 2018 di registrare un album di cover, vero omaggio ad alcuni autori e musicisti Prog. In realtà a parte due brani, questa non è altro che una raccolta di brani già editi in altre compilation in tempi differenti, ma per questo c’è l’esaustivo libretto di accompagnamento al cd che chiarisce ogni dubbio.
Come dice il sottotitolo, in “Translunaggio” risiedono nove brani, e per la realizzazione  gli Aurora Lunare si avvalgono della presenza di special guest come Daniele Pistocchi (chitara), Greta Merli (voce), Valentina Cantini (violino), Alessandro Corvaglia (voce), Ares Tavolazzi degli Area (basso), Gianluca Milanese (flauto traverso), Giuseppe Tonetti (chitarra) e Marco Severa (flauto traverso).
Invece la band ad oggi è formata da Mauro Pini (voce, tastiere), Stefano Onorati (tastiere, chitarra), Luciano Tonetti (basso, chitarra) e Marco Santinelli (batteria).
Le cover dei brani godono tutti di buoni arrangiamenti e di personalità, gli artisti non si sono fermati a fare il compitino, bensì hanno donato loro nuova veste e stile.
Si apre con la voce di Corvaglia a cantare uno dei brani più importanti per la nascita del genere, quel “A Whiter Shade Of Pale” dei Procol Harum, brano proto Prog del 1967. Notevole l’assolo di tastiere annesso.
Sono felice per il tributo ad uno dei più grandi maestri che abbiamo avuto in Italia negli anni ‘60/ ‘70, Enrico Simonetti (si, il padre di Claudio dei Goblin), con Greta Merli alla voce. Il brano è estratto dalla compilation “Cani Arrabbiati Opening Themes… A Tribute” della Musea Records. Omaggio a Francesco Di Giacomo del Banco con il brano “Fino Alla Mia Porta”, e a proposito di grandi indimenticabili, a seguire “Hommage A Violette Nozières” degli Area e Demetrio Stratos. Al basso elettrico c’è lo stesso Ares Tavolazzi (Area) e nell’intro già si provano brividi. La prova vocale di Pini è notevole, così come gli arrangiamenti del brano, flauto compreso. Vengono omaggiati anche i maestri Yes con “Don’t Kill The Whale” tratto dalla compilation della Mellow Records “Tales From The Edge A Tribute To The Music Of Yes” del 2012. Ho citato prima I Goblin ed eccoli qua con “Connexion”, pezzo magistralmente arrangiato fra tastiere e violino. Se si parla di Prog non possono mancare i Genesis qui ricordati con il brano non scontato “Lorenzo” del 1996, scelta alquanto particolare. Un passaggio anche nel New Prog proprio per dare continuità al genere e per questo servono i mostri sacri Marillion ed il brano “The Party”, per giungere ai giorni nostri con i svedesi The Flower Kings del chitarrista Roine Stolt ed il brano “Trading My Soul” del 2007. 
Sono già passati quasi 50 minuti, il tributo ha raggiunto il suo scopo in maniera molteplice, sia per aver dato lustro ad un genere mai domo, sia per avermi fatto passare un ora di bella musica in totale rilassatezza. Complimenti Aurora Lunare. MS




sabato 23 gennaio 2021

Eyesberg

 

EYESBERG – Claustrophobia
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T.Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2021



Ne è passato di tempo dall’ottimo “Masquerade” del 2016, i tedeschi Eyesberg si sono fatti desiderare, ma questo è il loro modus operandi, se poi consideriamo che si fondano a Frankfurt nel 1980 ed hanno pubblicato solamente tre album compreso “Claustrophobia”. E’ vero che hanno avuto un lungo stop e sono ritornati nel 2014, tuttavia l’attesa c’è, anche perché si ha voglia di riascoltare ottima musica, come la band ci ha abituati.
Puntigliosi sia nei suoni che negli arrangiamenti, ritornano con Georg Alfter (chitarra, basso), Norbert Podien (tastiere), Malcom Shuttleworth (voce), Jimmy Keegan (batteria) e Emma Edingloh (voce). I più ferrati di voi avranno notato un nome familiare, quel Keegan che siede anche dietro le pelli della band americana Spock’s Beard, come nel precedente lavoro.
In “Claustrophobia” si narra della vita del pittore Van Gogh e della sua difficile adolescenza e vita, l’argomento è tanto caro a chi tratta Progressive, basti pensare ad esempio ai Marillion che ci hanno costruito sopra quasi una carriera sulla gioventù “fuori luogo”. Otto canzoni per una durata di cinquanta minuti di musica.
Essa ben si presta alla rappresentazione immaginaria del mondo colorato di Van Gogh, motivi forti visibili anche nell’artwork interno che accompagna il libretto ad opera di Georg Alfter.
L’inizio Pinkfloydiano di “Claustrophobia” mette in guardia riguardo le emozioni, chitarre slide su tappeti di tastiere sono il pane quotidiano di Gilmour e soci, ed è anche il brano più lungo dell’album grazie agli undici minuti. Musica diretta, impegnata a far degna figura di se attraverso melodie semplici. Semplici ma non scontate, ovviamente cambi di ritmo e di umore sono la base del Progressive Rock e gli Eyesberg dimostrano di saperlo. Anche i più mastodontici Genesis fanno capolino fra le note, questo ovviamente non dispiace. Il pittore si dimostra sin da giovane un ragazzo strano, “Strange Boy” ne narra le vicissitudini in maniera anche allegra sonoramente parlando per poi eclissarsi nei meandri della drammaticità degli eventi avversi.
“Walking In Storms” ha reminiscenze Spock’s Beard ma soprattutto Genesis, dieci minuti di Prog spumeggiante interpretato sentitamente, questo fa sicuramente la gioia degli amanti del genere. “Salamander Tree” è una semi ballata di tre minuti impreziosita dal flauto, essa è congiunta con “Sacrifice”, altra cavalcata sonora ricca di sorprese. Malcom Shuttleworth nell’interpretare il brano molto spesso fa il verso al Peter Gabriel degli anni ’70, soprattutto nei momenti più concitati del percorso sonoro. Più Hard “We Want You Out!”, mentre in “Into The Astylum” si possono apprezzare le chitarre alla Steve Hackett. Musica e colori si intersecano ancora una volta proprio come in una tela del maestro in questione. L’album si conclude con “Final Ride”, un momento Rock che descrive con veemenza la fine anticipata del pittore avvenuta il 29 luglio 1890, nella sua stanza all'Auberge Ravoux a Auvers-sur-Oise, nel nord della Francia. Van Gogh viene colpito da un proiettile allo stomaco. Il mistero aleggia sulla sua morte, il proiettile è sparato da sé stesso o da altri? Tuttavia morì due giorni dopo.
“Claustrophobia” è un punto di congiunzione fra passato e presente, un disco fresco e scorrevole, decisamente un degno ritorno, gli Eyesberg non scherzano. MS





giovedì 14 gennaio 2021

Melanie Mau & Martin Schnella

 

MELANIE MAU & MARTIN SCHNELLA – Crowdless Sessions
Autoproduzione
Genere: Acustic Folk – Prog
Supporto: 2020 – cd/dvd




La musica è passione, condivisione, emozione, quante volte abbiamo allegato questi aggettivi a ciò che ascoltiamo, sicuramente tantissime. Ma non è prerogativa di chi ascolta, lo è soprattutto di chi crea e quando l’artista si diverte il risultato è contagioso, proprio come una fragorosa risata in pubblico.
La musica viaggia su differenti binari che noi per comodità e necessità abbiamo denominato generi, questi sono numerosi e ovviamente non tutti sono di personale gradimento, dipende dalla cultura di chi li ascolta. Questo vale anche per chi compone, la propria esperienza e conoscenza si riversa in tutto ciò che crea e più si conosce e più si ha la possibilità di riversare nel suono una moltitudine di soluzioni, quindi di emozioni. Tuttavia spesso nella semplicità risiede la carta vincente, se essa è accompagnata dalla passione e dalla sincerità.
Melanie Mau e Martin Schnella, coppia nella vita, ci hanno già deliziato e dimostrato con album semplici e anche di cover (tanto per far capire da dove deriva la loro passione per la musica), che la carta vincente è la semplicità. Folk acustico impregnato nel Prog fa parte del loro dna. Il lavoro svolto con la band tedesca Flaming Row poi è stato palestra per l’esperienza.
In questo anno nefasto le restrizioni hanno fatto si che i concerti fossero impediti, almeno in presenza di pubblico e molto utile per gli artisti penalizzati dalla situazione è risultato l’uso di internet, con la possibilità di organizzare comunque un qualcosa. Il duo alemanno con “Crowdless Sessions” in questo anno è alla seconda uscita discografica, ma questa volta realizzano molto di più, un cd e dvd. Con una formazione a cinque elementi completata da Mathias Ruck (voce), Lars Lehmann (basso) e Simon Schroder (percussioni), vanno a proporre materiale proprio e della band Flaming Row.
Il prodotto si presenta bene con la versione cartonata e l’artwork ad opera di Martin Huch. Il cd contiene dieci tracce acustiche immerse nel Folk e nel Prog con arrangiamenti essenziali e la bella voce di Melanie naturale e senza forzature ne è ciliegina sulla torta. Buono l’uso delle coralità, tutti i brani sono gradevoli e variegati. Spicca la suite “The Pure Shine”, un medley dei Flaming Row della durata di 26 minuti.
Il carattere di Schnella è solare come il suono della sua chitarra, un tutt’uno con l’anima. Nelle influenze che scaturiscono all’ascolto si possono estrapolare Mike Oldfield, cori alla Gentle Giant, Steve Hackett e molto altro che lascio a voi scoprire, il tutto per sottolineare ancora una volta la cultura musicale dei musicisti in questione. Ci sono anche brani cantati in lingua madre come “Die Zwerge Vom Iberg” e “In Dieser Zeit”, il resto è in lingua inglese. Numerosi i cambi di tempo, seppure l’andamento acustico prediliga la melodia standard della ballata. Le corde della chitarra vengono spesso pizzicate per creare un atmosfera rilassata, perfette compagne di viaggio per la voce di Melanie.
Il dvd è davvero ricco di materiale, la prima parte si intitola “Abbey Session” ed è del 2020. Cinque sono i brani eseguiti nei Overlodge Recording Studio, ad iniziare dalla bellissima “Aim L45”, qui si può assaporare visivamente la vera alchimia fra i musicisti. Buono il suono, pulito sia nelle frequenze alte che medie. La seconda parte del dvd contenente cinque brani si intitola “TV Session” ed è registrata nel 2019. Da sottolineare anche qui il buon suono e la qualità eccellente delle riprese ad opera di Marc Philip Ginolas.
Ricca la parte dei “Bonus” contenenti i video ufficiali di sei brani, “The Horseshoe”, “Erinnerungen”, “My Dear Children”, Die Zwerge Vom Iberg”, Close To The Heart” e “In Diser Zeit”. A seguire una lunga intervista di trentacinque minuti a tutta la band.
Questo è il prodotto ideale per addentrarsi totalmente nel mondo Folk di Melanie Mau & Martin Schnella, qualità, quantità e tanta bella musica per respirare aria pura a pieni polmoni. Approfittatene. MS



Per ordinare: www.gray-matters.de
                        https://melaniemaumartinschnella.bandcamp.com/

lunedì 28 dicembre 2020

martedì 15 dicembre 2020

Anandammide

 

ANANDAMMIDE – Earthly Paradise        
Lizard Records
Genere: Psichedelia Folk/Progressive Rock
Supporto: cd – 2020




C’è un album del 2003 che ricordo con estremo piacere e che ascolto ancora oggi di tanto in tanto, si intitola “Thirteen Tolls At Noon” (Lizard) ed è della band italiana Floating State. Non mi sono mai spiegato perché dopo un così interessante e ben fatto debutto, una band del genere non abbia proseguito il cammino. Stupito si ma non più di tanto, il mondo Prog è pieno di ottime band che rilasciano nel corso della loro esistenza un solo album, questo accade già a partire dagli anni ’70.
Nei Floating State al microfono c’è Michele Moschini e con piacere lo ritrovo oggi grazie alla Lizard Records autore di questo nuovo progetto internazionale denominato Anandammide. Il nome così complesso sta a definire un tipo di droga endocannabinoide recentemente scoperta nel 1992 nel laboratorio di Raphael Mechoulam dell’Università di Gerusalemme.
Il progetto getta le basi nel lontano 2007, ma vede prendere forma concreta nel 2017 quando a Moschini si aggrega il bassista britannico Owen Thomas. Per realizzare “Earthly Paradise“, il polistrumentista di Bari si circonda di artisti come Adrien Legendre (violoncello), Audrey Moreau (flauto), Stella Ramsden (violino, voce) e Pascal Vernin (basso). La musica proposta aleggia fra la psichedelia ed il Folk, con annesse influenze progressive.
Il disco si apre con un intro acustico folcloristico dal sapore antico e la voce narrante di Stella Ramsden intitolato “Singer Of An Empty Day” per passare subito alla title track “Earthly Paradise”. Atmosfere pacate  fanno sognare e ricordare i tempi di Simon & Garfunkel, il violoncello apporta all’insieme profondità mentre i fiati donano ventate di freschezza bucolica. Per chi li conoscesse dico che siamo ai livelli dei canadesi Harmonium, band culto del genere Prog Folk anni ’70.
“Lady Of The Canyon” si apre con arpeggi di chitarra acustica, la voce è sognante e soave, supportata da coralità che conducono l’ascolto verso mondi color pastello. Tutto il cantato è in lingua inglese.
Violoncello per “Porsmork”, ballata medioevale che nel proseguo lascia spazio alla bella voce di Moschini, il tutto sempre in maniera pacata e composta. Il mondo acustico prosegue con la breve “Anandi”, un piccolo riferimento a quello di Syd Barrett, qui il tempo sembra essersi fermato alla fine degli anni ’60. “Electric Troubadour” è decisamente english, lande verdi si stagliano all’ascolto fra flauti, violoncelli, chitarre e percussioni sempre pacate. In “Pilgrims Of Hope” la strumentazione cambia, questa volta fanno capolino anche le tastiere, ma non la sostanza.
“Satori In Paris” è un altro tassello Barrettiano e guarda caso il brano a seguire si intitola proprio “Syd”. “Iktsuarpok” e la conclusiva “Colette The Witch” suggellano il disco con tutti gli ingredienti descritti sino ad ora.
Un lavoro che non lascia spazio a schitarrate elettriche, a rullate di tamburi, bensì un magico tappeto volante su cui sdraiarsi e farsi trasportare in luoghi col
orati ricchi di pace ed amore, il tutto senza l’ausilio del  tempo. MS




sabato 12 dicembre 2020

Fabrizio Tavernelli

 

FABRIZIO TAVERNELLI – Homo Distopiens
Lo Scafandro
Genere: Cantautore - Alternative
Supporto: cd – 2020




Nel 2020 è difficile imbattersi con un cantautore, ce ne sono diversi direte voi ed è vero, ma sempre molto pochi rispetto a decine di anni fa. Non passano quasi mai per radio meno che meno in tv, al limite propongono sempre i soliti noti. Eppure sotto nell’underground c’è sempre fermento, basta cercare.
Fabrizio Tavernelli tuttavia non è assolutamente un nome nuovo nel campo musicale, anzi è  radicato nel tempo, inizia la carriera artistica negli anni ’80 con la band  En Manque D’Autre per poi passare negli Acid Folk Alleanza per tutti gli anni ’90. Ma ciò che lo rende più noto è la carriera solista composta da cinque album che intingono anche nel Rock alternativo.
Sagace, profondo, lungimirante, arguto, molti gli aggettivi che si addicono all’artista di Coreggio, la sua musica è importante in maniera equiparata ai testi, vera arma a sua disposizione. In questo ultimo lavoro intitolato “Homo Distopiens” si narra proprio dell’ ultima categoria umana, dopo l’uomo sapiens ecco giungere l’ultimo anello della nostra esistenza, ma forse proprio l’ultimo, ultimo! Dopo l’era della pietra, del bronzo, del ferro etc. oggi siamo in quella della plastica. L’uomo si autoinfligge guerre, inquinamento e chi più ne ha più ne metta, costringendolo probabilmente (ma questo vale soltanto per chi ha la possibilità economica) a fuggire dalla terra. Qui in questo pianeta resteranno probabilmente soltanto robot e creature che si sono adattate ai cambiamenti sia climatici che virali, oltre i virus stessi.
Tutto questo scenario è raccontato nel lavoro suddiviso in dodici brani contenuti in una elegante ed esaustiva edizione cartonata. Il disco si apre con un brano di oltre sei minuti del quale l’autore ne trae anche un video e si intitola “Cose Sull’Orlo”. La pacatezza dei suoni avvolti in una magica sfera psichedelica e la bella voce rilassata di Fabrizio, fanno contrasto con la durezza dei testi, una  drammatica narrazione di cose ed animali sull’orlo della loro estinzione. Certe chitarre sostenute e  tappeti tastieristici ricordano alcuni lavori di Steven Wilson. Sale il ritmo con “Distopia Muscolare” e prosegue l’apocalisse umana, uno scenario terrestre davvero desolato, un suggerimento dell’artista è quello di “…andarsene da questo mondo che ormai muore”. “Con Tormentoni E Tormenti” il suono è adagiato nell’elettronica Post Punk, la ricerca sonora è palese e nel dna di Tavernelli. Gli anni ’80 inoltrati sono presenti, e nella mia mente sopraggiungono frammenti di artisti passati come i nostrani Krisma.
Ritornano i suoni pacati in “Lune Cinesi”, buoni gli arrangiamenti anche per il gioco corale degli eco vocali. La melodia la fa da padrona, il gusto per l’armonia è marcato nella musica di Tavernelli. Chitarra acustica in apertura per “Spire”, brano ancora una volta avvolto nella Psichedelia, qui a tratti si hanno reminiscenze di Daniele Silvestri. Intrigante ed estroverso, è quasi un ossimoro fra musica e parole per un risultato affascinante, anche nel finale arabeggiante. Un coro di voci, quelle del Coro della Cappella Musicale San Francesco da Paola di Reggio Emilia diretto da Silvia Perucchetti, ci aprono un brano davvero profondo e magico, “Oumuamua”. La voce sussurrata e recitante spinge l’ascoltatore in uno scenario quasi cinematografico, mentre la tromba ha la capacità di addentrarci nel mondo magico di Ennio Moricone. Questo è uno dei brani più sperimentali e ricercati dell’album, davvero molto interessante. Ritorna il pessimismo cosmico in  “Il Mondo Senza Di Noi” altra analisi di un mondo privo di umanità. Il cantautore si apre introspettivamente all’ascoltatore nel brano “Secondo Fine”, mettendo a nudo alcuni lati del suo carattere, il tutto su una musica malinconica e ottimamente arrangiata grazie soprattutto all’uso della viola di Osvaldo Loi.
Sensazioni maggiormente grevi sopraggiungono in “L’Uccello Giardiniere”, cadenzata e lenta rappresentazione sonora di classe. A seguire la canzone “Pessimismo Co(s)mico” è più allegra, ma non per il testo e nuovamente Silvestri aleggia nell’aria. Torna la sperimentazione in “Ruscarola”,cantata in dialetto emiliano, qui la ricerca e la voglia di osare è palese,  mentre “Bargigli E Pappagorge” parla della vecchiaia in maniera graffiante e ruvida. Degno finale di un disco che ci ha vomitato addosso tutto il disagio umano, il pessimismo cosmico e solo a tratti piccoli spiragli di sole.
La musica di Fabrizio Tavernelli fa riflettere, un cantautore sempre attento al sociale e all’apertura mentale, questo fa di lui un artista non soltanto preparato, ma intelligente. Ascoltate perché ve lo consiglio. MS




sabato 28 novembre 2020

Rick Miller

RICK MILLER – Unstuck In Time
Progressive Rock Records
Distribuzione: G.T.Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020




Prosegue come una macchina schiacciasassi la vena compositiva del polistrumentista canadese Rick Miller, inesauribile talentuoso artista che da poco ha rilasciato l’album “Belief In The Machine” (2020 - Progressive Promotion Records). Il periodo di lookdown ha permesso a Miller di comporre ancora più alacremente, riuscendo quindi a realizzare un nuovo album a distanza di pochi mesi dal precedente. Il  titolo è “Unstuck In Time”, un poco lo scrollarsi di dosso il tempo che passa, un viaggio introspettivo che si svolge in nove tracce.
Assieme a lui suonano Barry Haggarty (chitarra), Kane Miller (violino, chitarra), Mateusz Swoboda (violoncello), Sarah Young (flauto) e Will (batteria).
Il mondo di Miller è un posto incantato per un Prog fans, dove le sonorità si associano a gemme senza tempo. I punti di riferimento sono sempre gli stessi, Genesis, Pink Floyd e Moody Blues su tutti.
L’apertura del disco è lasciata a “The Plauge” e alle sue chitarre “Pinkfloydiane”, il brano più lungo con dodici minuti e mezzo di durata. La voce è posata, quasi sussurrata in alcuni momenti. Un passaggio psichedelico si scontra con un movimento ecclesiastico per coralità ed il violino di Kane Miller, un mondo dal profumo antico dove in aggiunta il mellotron fa da catalizzatore. Molto bello il crescendo sonoro con la chitarra elettrica dopo un lungo barcamenare con l’acustica. Qualche brivido scorre inevitabilmente sulla pelle di chi come me è cresciuto quotidianamente con questa musica. Per chi mi ha capito aggiungo anche che molto spesso all’ascolto ci si chiudono gli occhi ed ovviamente non per la noia. Più canzone “State Of The Emergency”, narrazione di una realtà drammatica, quella che stiamo vivendo quotidianamente. Da sottolineare i buoni arrangiamenti, il gusto per il bello Miller lo ha acquisito negli anni, oggi professionista totale. Tre minuti tastieristici con innesti di elettronica per “Covid Concerto”, il titolo è più che esplicito. Il classicismo dato dai strumenti ad arco ed il suono moderno delle tastiere assieme raggiungono un risultato affascinante. Le atmosfere si fanno più tristi e cupe in “Fateful Apparitions”, il ritmo iniziale è molto lento dando la sensazione all’ascoltatore di aleggiare in una sorta di sospensione. Nel proseguo le condizioni peggiorano in una sensazione quasi spettrale salvo riaprirsi verso il finale con un assolo di chitarra dove i Pink Floyd hanno regnato nell’olimpo degli immortali.
Uno spicchio di sole arriva con “La Causa”, brano dal sapore iberico per l’approccio della chitarra acustica. Botta di King Crimson all’inizio di “Lost Continuum”, il mellotron ancora una volta colpisce per poi lasciare immediatamente il palco al flauto di Sarah Young e al violoncello. Uno strumentale intenso per emotività. Ritorna l’elettronica con “In Sync Whit The System”, inizialmente potrebbe benissimo essere la sigla di un programma televisivo degli anni ’70, questo per farvi capire l’ambiente sonoro. Per chi è a conoscenza della band americana Lands End dico che qui ci sono molte analogie, soprattutto nell’approccio vocale. “Broken Clocks” lancia schegge di
Simon & Garfunkel, ma è un breve lasso di tempo, appena due minuti e mezzo per poi arrivare alla title track “Unstuck In Time”, mini suite finale. Qui risiede l’anima di Miller e tutto il suo bagaglio sia tecnico che culturale riguardo questa musica.
 Quindici dischi in studio, un risultato ragguardevole che testimonia la passione e la creatività del musicista in questione, non si può restare indifferenti avanti a musica del genere, ascoltare per credere. MS




Eye 2 Eye

EYE 2 EYE – Nowhere Highway
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2020




La Francia ha avuto molte band importanti in ambito Rock Progressivo, la storia ci lascia i Magma, gli Ange, i Minimum Vital, Mona Lisa, Pulsar ma moltissime altre anche negli anni a venire, quindi non soltanto nei ’70, ’80 e ‘90. Il Neo Prog francese è altrettanto fiorente ed interessante, gruppi come Drama, Saens, Aside Beside, Skeem e Nemo solo per fare alcuni nomi, ne sono la prova. Fra i più conosciuti ci sono anche gli Eye 2 Eye, quintetto composto oggi da Jack Daly (voce), Bruno Pegues (chitarra), Philippe Benabes (tastiere), Etienne Damin (basso, chitarra) e Didier Pegues (batteria). La loro musica è un incrocio fra il Prog sinfonico, con la psichedelia legata ai Pink Floyd.
“Nowhere Highway” è il quinto album in studio, ne sono già passati di anni dal buon debutto del 2006 intitolato “One In Every Crowd”. Oggi l’album è un concept dove il titolo principale (che si tramanda di brano in brano suddiviso in più parti) è “Ghost”.
“Ghost pt.1”  però è contenuto nel precedente album “The Light Bearer” edito nel 2017, quindi in “Nowhere Highway” si comincia direttamente con “Behind The Vail (Ghosts Pt.2)”. Il concept narra la storia di un artista il quale per trovare la sua vena creativa la ricerca purtroppo nel Whisky, ma bicchiere dopo bicchiere entra in coma. Qui giunge nell’”Autostrada del nulla” (Nowhere Higway) dove appunto inizia la lotta con i propri fantasmi per cercare di uscirne fuori per ritrovare la vena artistica sopita.
Nel viaggio sonoro si coadiuvano special guest quali Michel Cerroni (voce narrante e cori), Claudine Istri (cori), Marie Pascale Vironneau (violino) e Terry Lalet (flauto).
L’inizio psichedelico fa intendere attraverso la rumoristica che l’artista apre bottiglie per poi perdersi nei fumi dell’alcool, “Behind The Veil (Ghosts Pt.2)” può far venire alla memoria l’inizio di “Metropolis pt.3: Scenes From A Memory” dei Dream Theater, per aprirsi susseguentemente ad una parte strumentale prettamente Neo Prog, mellotron annesso. La chitarra elettrica ricopre nella fase terminale il ruolo di protagonista.
“The Hidden Muse (Ghosts Pt.3)” mostra la duttilità della voce di Daly, capace di adattarsi a qualsiasi tipo di situazione. Peccato soltanto per la batteria elettronica che a mio gusto personale in certi contesti proprio non ci entra. La parte strumentale centrale si fa perdonare tutto. Con “The Choice (Ghosts Pt.4)” si passa alla prima suite suddivisa in sei capitoli. Molta enfasi iniziale con influenze Clive Nolan, sia per le tastiere che per certi episodi sonori che si possono riscontrare durante l’ascolto di band come Arena o Shadowland. Teatralità, musica cinematografica e in qualche momento anche “Marillioniana” periodo Fish. Il Neo Prog necessita di questo come il pane e lo sa alternare a frangenti pacati con chitarre alla Gilmour, in parole povere gli Eye 2 Eye hanno capito bene la storia del genere, lo amano e lo rappresentano più che degnamente. Della suite apprezzo anche il solo di violino che si alterna alla chitarra elettrica, reminiscenze High Tide che però non credo i nostri amici abbiano richiamato volutamente perché gli stili non combaciano.
In “Moons Ago (Ghosts Pt.5)” tornano certi arpeggi alla Marillion, canzone piacevole e bene eseguita, a dimostrazione della preparazione dei componenti. Una tiratina d’orecchi alla qualità sonora di tutto l’album che ha un suono non proprio nitido ma leggermente offuscato nell’insieme, se la cosa è voluta va anche bene, ma non riscontra il mio ideale di suono. Il classico “De Gustibus” ma per onore di cronaca devo dirlo. Chiude il concept la suite “Nowhere Highway (Ghosts Pt.6)” con venti minuti spaccati di ottima musica bene orchestrata e bilanciata nei crescendo e calando. In questo caso sono gli IQ ad essere chiamati in causa, qui palesati in maniera convinta. Tante le belle emozioni.
Gli Eye 2 Eye hanno realizzato un gran bel disco, Neo Prog con i fiocchi, esempio di professionalità e capacità, ma occhio a certe sfumature perchè spesso fanno la differenza. MS
 
 

venerdì 20 novembre 2020

Fiaba

FIABA – Di Gatti Di Rane Di Folletti E D’Altre Storie
Lizard Records
Genere: Prog Folk Metal
Supporto: cd – 2020




Otto lunghi anni distanziano “La Pelle Nella Luna” a questo atteso ritorno intitolato “Di Gatti Di Rane Di Folletti E D’Altre Storie”. Ho sentito la mancanza del giullare narratore Giuseppe Brancato, della batteria folcloristica di Bruno Rubino e della chitarra di Massimo Catena. Sono ventisei anni che i siracusani ci raccontano favole, questo fa si che non si ha più la volontà di crescere, ma di lasciarsi travolgere da certi scenari e situazioni fantastiche, in fondo l’uomo è sempre stato un eterno bambino, semplicemente perchè la realtà è noiosamente squallida. Oggi a completare la band ci sono Graziano Manuele (chitarra) e Davide Santo (basso).
Voglio subito spendere alcune parole per l’artwork, questa volta superiore ai precedenti, il libretto che accompagna il disco è nutrito sia di testi, che di spiegazioni oltre alla foto centrale a tutta pagina, ma la cosa che ci tengo di più a sottolineare è il fatto che si legge tutto chiaramente, nero su bianco! Oggi trovare un booklet leggibile ad un cd è quasi un miraggio. Complimenti.
Ascoltare un disco dei Fiaba è distaccarsi dalla realtà, un momento di magia, ma che musica stiamo ascoltando? E’ Metal? E’ Folk? E’ Prog? Io di base la definirei Metal, le chitarre distorte lo certificano, eppure ha un fascino che cattura anche il Prog fans. Non ci sono tastiere, ma due chitarre elettriche, altro punto a favore del Metal, ma certi movimenti riportano quasi al medioevo, sonorità del passato che hanno il loro inossidabile fascino.
La voce di Brancato è una istituzione sempre possente ed impostata non tradisce mai, il cappello a tre punte torna a incantare sin da “La Gemella Tradita”. Il riff semplice si stampa in mente, nel brano molta storia del Metal passato, ma anche incantevole liricità. Un folletto birbaccione (forse Martinetto?) inverte le coppe di un vino avvelenato alle due sorelle, una di esse trama qualcosa di losco…
“La Rana E Lo Scorpione” è una ballata triste, la storia di una rana che aiuta uno scorpione ad attraversare il fiume portandolo sulla schiena, ma la sua indole naturale ed incontrollata lo conduce a trafiggere la rana alle spalle con il suo aculeo, così muoiono entrambi, lei avvelenata e lui affogato. Ritmo cadenzato per “Il Gatto Con Gli Stivali”, favola famosa bene arrangiata e supportata da un groove potente. Questi tre brani sono quelli concepiti più recentemente, a venire si susseguono pezzi sempre nuovi ma tratti da periodi differenti della loro lunga esistenza.
La medioeval Rock band prosegue con la breve “Il Re Bambino Del Paese Di Quissadove”, una simpatica danza irriverente fra l’acustico e l’elettrico con un Brancato in splendida forma. Segue un'altra ballata, questa volta malinconica che narra della storia del principe ranocchio, in questo caso però a parti invertite, “La Principessa Rana”. Ma i Fiaba sfoggiano altre influenze sonore, anche psichedeliche come nel caso di “La Brace Loro”. Essa è la leggenda della foresta di Paimpont nell’antica Broceliandia, attuale Bretagna.
Amano molto giocare con le filastrocche, come potrebbe essere altrimenti? Ecco quindi “Hambarabah Ciicci Cockoo”, classica filastrocca di un autore anonimo che abbiamo recitato tutti nella nostra vita. Ritmo sostenuto ed irresistibile, perfettamente atto ad una performance live coinvolgente. Torna la chitarra acustica in “Il Gatto Del Campo Dei Biancospini”, stramba ballata progressiva con un crescendo imponente in un continuo cambio umorale. Decisamente uno dei migliori momenti dell’intero album. “E’ Male” con i suoi venti secondi porta a “Dentro Il Cerchio Delle Fate”, di sicuro il brano live per eccellenza dei Fiaba, qui sfoderato il loro dna cristallino, ciò che si deve capire della band è sunto qui in questi quattro minuti. L’attenzione all’ascolto si sviluppa brano dopo brano in un prosperante piacere come se i Fiaba volessero rapirci e farci perdere nel bosco della fantasia. La chiusura è in mano a “I Passi Nel Solaio”, altra ballata malinconica spolverata di quella magia infantile che ci accompagna sempre, celata in un angolo del nostro cervello come se non volesse essere scovata per paura di essere strappata via. Degna conclusione di un disco altamente professionale, anche per qualità d’incisione.
Ha senso oggi nel 2020 raccontare ancora delle favole? Non vorrei sembrare polemico, ma in realtà ce ne raccontano quotidianamente, io però preferisco queste di folletti e di boschi. Un ritorno gradito e maturo, a mio giudizio “Di Gatti Di Rane Di Folletti E D’Altre Storie” è il loro migliore album, consigliato per un bel momento di relax. MS




Zaal

ZAAL – Homo Habilis
Lizard Records / Open Mind
Genere: Jazz Rock / Fusion
Supporto: cd – 2020




In questi anni non è che il tastierista Agostino Macor sia rimasto con le mani in mano, La Maschera Di Cera, Finisterre, Blunepal, Rohmer, Ombra Della Sera, The Chanfrughen sono soltanto alcune delle sue partecipazioni in ambito progressivo e dintorni. Tuttavia sono passati dieci anni dal secondo lavoro in studio intitolato “Onda Quadra” ed oggi si ripresenta al pubblico con un lavoro registrato in presa diretta durante alcune sessioni. Il risultato si intitola “Homo Habilis”, una ricerca sul rapporto uomo/macchina in questo periodo tecnologico moderno.
In prevalenza fra le note di questo album completamente strumentale scaturisce un Jazz Rock/Fusion molto interessante, ma le influenze sonore arrivano da ogni parte, World, Prog, cameristica, Ambient ed altro ancora, questo grazie anche agli ospiti che lo accompagnano in questo viaggio di otto motivi.
Una mini orchestra composta da  Emanuele Ysmail Miletti (sitar), Sergio Caputo (violino) Paolo Furio Marasso (contrabbasso), Melissa Del Lucchese (Violoncello), Francesco Mascardi (sax), Roberto Nappi Calcagno (tromba), Andrea Monetti (flauto) e Alessandro Quattrino (percussioni) sono la base della band. Gli ospiti sono importanti e conosciuti nell’ambito Rock Prog, Edmondo Romano (legni e fiati), Mau di Tollo e Federico Branca (batteria).
Le aspettative sono alte e non nascondo che personalmente ho un debole per le registrazioni in diretta, perché l’alchimia che si crea nello studio è più sentita che mai, suonare guardandosi negli occhi porta ad avere un intesa maggiore, una spinta che sa di sincera realtà emotiva. La classica marcia in più.
Le macchine hanno molteplici componenti così come il corpo umano, altra macchina perfetta che riesce però nel miracolo di creare emozioni con le mani e la mente. Capta nell’aria la chimica spirituale trasformandola in musica, sono entrambi cose invisibili ma reali, l’ascolto di “Meccanica Naturale” ne è schietta conferma. Sembra di stazionare nei primi anni ’70, il sitar dona un fascino psichedelico avvolgente.
Il pianoforte di Macor apre “Revéil (Post Big Bang)”, il brano più lungo dell’album grazie ai quasi otto minuti di durata. Il suono diventa cinematografico, l’ascoltatore spazia in queste quasi improvvisazioni fra fiati e percussioni, ripercorrendo la strada evolutiva dell’uomo.
Ritmica cadenzata, quasi un orologio che avanza sul tempo con il suo inesorabile ticchettio in “Presences”, la tromba di Nappi Calcagno mi fa ritornare alla mente certe sonorità dei Nucleus, questo lo dico per i più ferrati di voi in questo settore musicale. Il crescendo sonoro è trascinante, l’ensemble si intende a dovere, proprio a conferma del mio pensiero espresso sulla registrazione in diretta.
Le atmosfere si quietano, il sitar suona su di un tappeto di suoni fievoli all’inizio di “Homo Habilis”, brano ricercato con influenze mediorientali e ancora una volta in crescendo, questa formula funziona sempre. ”Jaime S*mmers” è un breve e pacato strumentale fatto di tastiere, il suo minuto accompagna a “Instruments”, vera e propria carovana di suoni. La ripresa di “Réveil” ancora una volta è una passeggiata nella ricerca sonora, quasi cameristica, mentre “Androids Void”  è la traccia Ghost che chiude l’album, qui c’è elettronica, il momento è quieto, spaziale e armonioso mentre il piano sgocciola note come se stessero riflettendo su dove cadere.
Un lavoro decisamente mirato ad un pubblico esigente, di certo non da ascoltare con superficialità, si rischierebbe soltanto di paragonarlo ad un fastidio. Serve silenzio ed il giusto approccio, quello della passione per la musica. MS





Scherzoo

SCHERZOO – 05
Lizard Records/Open Mind
Genere: Progressive Rock – Zeuhl
Supporto: cd – 2020




I Scherzoo provengono dalla Francia e precisamente da Lione. Si formano nel 2005 grazie all’idea del compositore e polistrumentista François Thollot. Inizialmente la formazione non trova molta stabilità, essa la raggiungono circa intorno al 2011, anche se nel tempo le pedine cambiano nuovamente, tuttavia nel frattempo la band si mette alle spalle molta esperienza suonando dal vivo.
La musica proposta è completamente strumentale ed è un mix di generi che spaziano dal Jazz Fusion  al sound di Canterbury, Zeuhl, RIO e Prog sinfonico classico. Come il titolo dell’album lascia presagire con “05” siamo al quinto sigillo da studio, mentre gli album precedenti hanno sempre il titolo con numero progressivo, iniziando da “01” che è dell’anno 2011.
La formazione oggi vede Clément Curaudeau alla batteria, Anthony Pontet alle tastiere e sintetizzatori, Grégoire Plancher al piano e Mellotron e François Thollot  al basso. Il packeging che accompagna il disco è molto semplice ed è in forma cartonata, mentre l’artwork risulta ad opera di Blériotte.
Il quartetto si presenta subito coeso in “Sunday Theraphy”, canzone dalla ritmica spezzata ed interessante. Frammenti di Mellotron fanno capolino su una base prettamente sorretta da tastiere, il profumo degli anni ’70 aleggia nell’aria, pezzo ben strutturato e armonioso. Un intro Jazz Fusion apre “Le Réveil” in maniera quasi sorniona per poi aprirsi in scale decise ed efficaci. Come avrete capito nelle canzoni non ci sono chitarre, tuttavia qui si può estrapolare qualche influenza King Crimson e Gentle Giant. I brani sono adiacenti come in un'unica suite. Il gioco a doppia tastiera ha un fascino davvero intenso, qualche volta una gioca il ruolo di ritmica, un poco come fanno i Supertramp, anche se qui della band di Davis non c’è quasi nulla, piuttosto molto del gigante gentile. Le fughe sonore improvvise a spezzare l’ascolto sono decisamente un valore aggiunto.
Attaccato giunge  “Plastic Lizard”, pezzo ricercato ricco di cambi di tempo, alcune soluzioni derivano quasi dall’improvvisazione. Dei passaggi mi fanno venire alla memoria composizioni di gruppi svedesi come i Kaipa o i Sinkadus. Intensa l’apertura di “Xzioz”, altra dimostrazione dell’intesa fra i componenti della band. Qui molto materiale per il Prog fans che ha di che ascoltare. Ottima la parte centrale che rimanda anche ai nostrani Goblin.
Sale ancora il ritmo in “Tourmente Des Nombres” ma è soltanto un momento per poi scorrere via sorniona, da apprezzare anche il lavoro del basso. Il brano più breve dell’album con i suoi tre minuti e trentotto secondi s’intitola “Bacchanales Bucoliques”, breve ma di personalità, lo stile dei Scherzoo è ben definito. La lunga suite prosegue con “Le Baron Perché”, rispetto a tutto il materiale sino ad ora ascoltato si può dire che questo è uno dei momenti più melodici del disco, anche se non esiste una vera e propria ballata all’interno ma soltanto momenti più pacati e ricercati. Suite a parte ci sono anche i quattordici minuti conclusivi di “Tsunami”, grande dimostrazione di composizione, groove e tecnica davvero notevoli.
“05” si ascolta con piacere, non aggredisce mai e allo stesso tempo muta, sfugge. Un lavoro onesto che fa di questa musica un gentile e rispettoso abbraccio al Prog fans, sempre notoriamente esigente e mai sazio. MS

Qohelet

QOHELET – Qohelet
Lizard Records / Open Mind
Supporto: cd – 2020
Genere: Sperimentale




Quando due personaggi importanti dell’ambito sperimentale italiano s’incontrano, non possono che far scaturire forme d’arte  quantomeno inusuali. Il progetto Qohelet nasce dall’incontro del polistrumentista friulano Alessandro Seravalle (Garden Wall, Officina F.lli Seravalle) e del cantante/poeta bolognese Gianni Venturi (Altare Thotemico, Moloch, Mantra Informatico).
La musica è una forma d’arte che ha soltanto apparentemente delle regole, ossia si basa su note con le quali si può comporre ogni tipo di sonorità. Dico soltanto apparentemente perché pur essendo le note solamente sette, le soluzioni che offrono sono immense, in quanto con la possibilità di poterle sostenere si ha la classica situazione ad infinito.
Suoni che mettono a disagio, disturbano, fanno riflettere, raccontano storie, una rappresentazione adatta ad un vero e proprio spettacolo teatrale.
Il Qoelet o Ecclesiaste, è un testo contenuto nella Bibbia ebraica e cristiana, in questo caso gli artisti lo adoperano come un messaggio mistico.
Lo sviluppo del disco è avvenuto a distanza, i due musicisti in realtà non si sono mai incontrati, Alessandro manda la musica e Gianni ci canta sopra tramite file in rete. Dicono di Qohelet: “Con la voce mi sono accoccolato tra suoni e versi, con melodie suoni mantrici e recitazione sospesa. (Gianni Venturi)”, “Un dettato musicale lacerante si combina con i testi squartanti che divorano le parole nel momento in cui esse sono pronunciate. Un disco che è un esperimento di rottura dell’assurdo dell’esistere e l’assurdo dell’esistere è un tema fondante delle parole di Qohelet. Una meravigliosa esperienza poetico musicale destinata non a lasciare un segno ma a tracciare un solco di sangue nelle parole che sprechiamo. Questo vostro e nostro Qohelet apre uno sguardo ancor più disincantato sul nostro inferno dei viventi (Nicola Vacca)”, quest’ultima descrizione è riportata anche all’interno del libretto che accompagna il cd.
La metrica poetica di Gianni Venturi oramai è nota a tutti gli ascoltatori minimamente amanti del Prog italiano, una voce graffiante, profonda, a tratti sguaiata a seconda dell’occorrenza del caso, per poter dare vita alle parole, mangiate e vomitate.
Sei sono le tracce contenute per una durata totale di cinquanta minuti sonori. Subito profonda la narrazione di Venturi su un giro di tastiere malinconico che fanno da perfetto tappeto alla storia de ” Il Bipede Eretto”. Giochi di voci, echi, squarciano le parole visionarie in un contesto surreale. Alienante e psichico il lavoro di Seravalle, il fascino accresce se l’ascolto viene effettuato a luci spente.
“Il Sapiente Che Dice Di Sapere” ha una ritmica abbozzata dettata dalle voci sovra incise, mentre Venturi urla la sua rabbia fra alti e bassi emotivi. Si passa dal sussurrato al parlato sino al grido, oramai il cantante bolognese ci ha abituati a queste straordinarie performance. “Avvinghiati A Un Algoritmo” ha maggiori coralità, le tastiere s’improvvisano astruse compagne di viaggio per un malessere che contagia l’ascolto, sensazioni scure e dolorifiche. La traccia più lunga si intitola “Moto Perpetuo” grazie ai suoi dieci minuti. Canti sciamani, profondità di suoni avvolgono l’ascolto.
“21 Grammi” è un perfetto equilibrio di effetti, suoni a loop e voci che sembrano strumenti. A mio parere il brano più interessante dell’album. Chiude “Fame Di Vento”  altra vetrina, l’ennesima, per la bellezza dei testi di questo poeta che sembra essere un vulcano in eruzione senza fine. Fondamentali restano tuttavia per la riuscita i suoni di Alessandro Seravalle. Voglio fare i miei sinceri complimenti alla Lizard Records/Open Mind perché è una finestra aperta in una stanza chiusa, quella del mercato della musica scontata, la label si getta sempre anima e corpo su questi progetti che lacerano di netto le regole del mercato musicale. Serve coraggio e lo so bene.
Questa è difficile definirla musica, perché non c’è da cantare, non c’è da fischiettare, poco di armonioso da memorizzare se non suoni psichedelici e improvvisati. Un lavoro che è rivolto ad un pubblico molto preparato, un pubblico che esige emozioni forti. Viaggiare con la mente  e pensare, ne avete il coraggio? MS