A LIQUID LANDSCAPE – Rouge Planet
Glassville
Music
Genere: Crossover Prog
Supporto: CD / LP / Digital – 2026
La
genesi dei A Liquid Landscape risale al 1999 nei Paesi Bassi settentrionali, su
iniziativa dei fratelli Niels van Dam (chitarra solista) e Robert van Dam
(basso), insieme al cantante e chitarrista Fons Herder. Dopo i primi anni
trascorsi a sperimentare sotto diversi pseudonimi e con vari batteristi, la
formazione trova la sua stabilità definitiva nel 2007 con l'ingresso dietro le
pelli di Coen Speelman. Il nome definitivo della band viene adottato
ufficialmente nel 2009.
Nello
stesso anno pubblicano l'EP autoprodotto “Long Lost Traveler”, che desta
l'interesse della Glassville Records. Nel 2012 esce il debutto sulla lunga
distanza, “Nightingale Express”, missato e co-prodotto da Forrester Savell
(noto per i suoi lavori con Karnivool e Dead Letter Circus), che mette in luce
la loro capacità di fondere Art Rock e asperità alternative.
Nel
2014 pubblicano “The Largest Fire Known To Man”, avvalendosi stavolta della
co-produzione e del mix di Bruce Soord (leader dei The Pineapple Thief), che ne
smussa le spigolosità valorizzando le trame atmosferiche e melodiche. Dopo
l'EP del 2016 “Stories Left Untold”, sopraggiunge una lunga fase di stasi, gli
impegni familiari, la nascita dei figli e, infine, le restrizioni della
pandemia portano il progetto a un totale arresto delle attività pubbliche.
Tornano oggi con “Rouge Planet e la formazione composta da Fons Herder (voce, chitarra ritmica, sintetizzatori),
Niels Van Dam (chitarra, cori), Robert Van Dam (basso, cori) e Coen Speelman
(batteria).
Dal
punto di vista sonoro, il disco mantiene la matrice Art Rock e Crossover Prog
atmosferica tipica della band, ma accentua le spigolosità e le chitarre distorte,
guardando con decisione all'Alternative Rock di fine anni '90 e primi anni 2000
palesando influenze Thrice, Dredg, e Porcupine Tree.
“Rouge
Planet” è strutturato come un concept diviso in capitoli ed inizia con “Few And
Far Between Pt. 1”, un tappeto sonoro inquieto, una sferzata di vento
strumentale che cresce progressivamente. Le chitarre si fanno via via più aspre
e turbolente, creando un clima di imminente tempesta. E giunge la quiete con l’ingresso
della bella voce di Herder. Molti i richiami ai Porcupine tre, mentre i testi sono
un grido di sveglia per l'umanità, un preavviso di sventura di fronte a un
destino di isolamento autoimposto.
La
seconda parte “Few And Far Between Pt. 2” è una vera gioia per gli amanti dei
Pink Floyd grazie alle atmosfere sognanti sorrette da arpeggi di chitarra e
tastiere.
“Intention”, ha una struttura fluttuante e
riflessiva, guidata da arpeggi ipnotici e una linea di basso pulsante ma
profonda. I testi sono un'analisi introspettiva sulle buone
intenzioni umane che si scontrano ciclicamente con l'incapacità di adattarsi
alla realtà. Raccontano la debolezza della condizione umana e la tendenza a
ripetere gli stessi errori sistemici. Il Rock diventa spigoloso in “Consequence”
dove
le chitarre di Niels Van Dam si fanno taglienti ed esuberanti, culminando in un
assolo sghembo, imbilanciato, quasi funambolico. La traccia si chiude
improvvisamente lasciando spazio a un campionamento sfocato, un discorso
arringante in uno spazio pubblico, simbolo della manipolazione delle masse.
Giunge
un brano breve e di transizione, prevalentemente acustico e confidenziale dal
titolo “Raven Song Pt. 1”. L'atmosfera è intimista, quasi
notturna, dominata dalla voce pulita ed evocativa di Herder supportata da
accordi riverberati che conducono a “Raven Song Pt. 2”. Qui le dinamiche si
gonfiano e gli arrangiamenti si stratificano, unendo la dolcezza melodica a un
muro di suono chitarristico tipico del Post Prog moderno. Il testo rappresenta
l'accettazione del disincanto. C'è un contrasto netto tra la rassegnazione e un
debole, fragile barlume di speranza per chi è rimasto disilluso dalle promesse
della modernità.
La
suite finale “Virgo Calling” è il culmine emotivo dell'opera. Inizia con una
chitarra acustica che introduce linee vocali eteree, descritte come
"sibili d'eco" che invitano l'ascoltatore a sognare. Successivamente,
il brano cresce d'intensità, dove le chitarre si liberano in un riffing potente
e un ritornello maestoso che sale costantemente di tono fino all'esplosione
finale, prima di spegnersi in una coda evocativa.
“Rouge
Planet” è un disco che farà la gioia degli amanti dei Porcupine Tree e dei Pink
Floyd, me compreso, perché non c’è nulla di più piacevole che lasciarsi
trasportare dalle atmosfere sognanti e in crescendo, poi de gustibus non
disputandum est. MS
Versione Inglese:
















