NORTH
SEA ECHOES – How To Cast A Shadow
Metal
Blade Records
Genere: Post Prog Moderno
Supporto: LP / CD / Bandcamp – 2026
Conoscevo
I North Sea Echos grazie all’ascolto del loro debutto discografico datato 2024
e dal titolo “Really Good Terrible Things”, oggi li ritrovo con il nuovo “How
To Cast A Shadow” nel quale ho denotato una crescita compositiva alquanto ragguardevole.
Le
basi per fare bene ci sono sin dalla partenza, anche perché stiamo parlando di
artisti noti nel campo Metal Prog. Nascono dal sodalizio artistico decennale
tra Jim Matheos ,chitarrista, compositore e mente dei Fates Warning, oltre che
di progetti come OSI e Arch/Matheos, e Ray Alder, storica voce dei Fates
Warning e dei Redemption. Dopo oltre quarant'anni di carriera
trascorsi nel campo del Progressive Metal tirato e tecnico, i due musicisti
hanno sentito l'esigenza di esplorare territori sonori differenti fra spazi
intimi, malinconici, orientati verso l'Art Rock, l'Ambient, l'elettronica
soffusa e il Prog atmosferico.
Rispetto
all’album d’esordio, molto acustico, in “How To Cast A Shadow”, Matheos e Alder
decidono di reintrodurre chitarre più distorte e la batteria acustica reale
(affidata al batterista Dennis Leeflang), ottenendo un suono più solido e
dinamico senza rinunciare alla loro tipica vena malinconica.
L’apertura
di “A Time Of Innocence And Purpose” è subito intimista, gestita da un arpeggio
di chitarra pulita e delicati strati sintetici. La struttura cresce
gradualmente, aggiungendo la sezione ritmica fino a esplodere in un climax
emotivo. Il brano è una riflessione nostalgica e disillusa sul tempo che passa,
sulla perdita dell'innocenza e sulla ricerca di un senso di direzione quando
gli ideali della giovinezza sfumano.
In
“Enjoy The View”, si esplora il lato oscuro della psiche umana e la tendenza di
alcune persone a scegliere l'apatia e il torpore emotivo rispetto al dolore di
vivere e affrontare la realtà e lo fa in alternanza tra strofe sommesse ed
eteree e con un ritornello sorretto da rullante e chitarre distorte ben
piantate.
Arpeggi
di chitarra aprono “Good Enough”, una ballata malinconica in cui la bella voce di
Alder è focalizzata sulle insicurezze personali e sull'eterna sensazione di
svalutazione. Il costante e doloroso tentativo di capire se si è mai abbastanza
per le persone che ci circondano o per noi stessi. Come confermato dalla band, “I'll
Leave A Light On” è uno dei brani più pesanti e scuri mai incisi per questo
progetto (se pesante possiamo definirlo…). Le chitarre si fanno dense e cupe,
rievocando a tratti le atmosfere dei Fates Warning più riflessivi. Liricamente
è ispirato a un personaggio di una saga di fantascienza. Il tema ruota attorno
alla solitudine nello spazio profondo, alla speranza e al mantenere una guida
di luce nel buio. Altra chicca oscura è “All Fall Away”, supportata da effetti
e da un ritornello granitico. Qui gli artisti riflettono sul senso di
disorientamento e sulla dissoluzione del passato ("Days blurring into days
while bridges turn to rust..."), sostenendo che è proprio quando ci
sentiamo più persi che riusciamo a scoprire chi siamo veramente. Sale il ritmo
ed il groove con “Revenge” dal sapore anni ’80. E’ il momento
della vendetta che viene dipinta non come un atto di rivalsa liberatorio, ma
come una prigione emotiva che consuma chi la progetta.
Le
acque si quietano subito nella ballata “Villains Or Saints” che
richiama la tradizione delle grandi canzoni Rock intimiste, impreziosita da un
assolo di chitarra espressivo di Matheos. Nell’album risiede anche un frangente
Ambient, ci pensa “What Is And What Was” ad immergere l’ascoltatore e
commuoverlo attraverso testi filosofici riguardanti il contrasto tra la realtà
oggettiva del presente e i ricordi rielaborati del passato, mettendo in dubbio
l'affidabilità della memoria. A questo punto sopraggiunge “All That Comes After”,
brano
di stampo radio oriented e Crossover Rock, dotato di un rullante presente, un
gran tiro ritmico e un ritornello estremamente memorabile. Esso è uno sguardo
proteso verso il futuro, il tentativo di lasciarsi alle spalle le macerie di
una crisi per affrontare l'ignoto e ciò che verrà dopo.
La
title track chiude l’album con il minutaggio più lungo formato da sei minuti
abbondanti di introspezione acustica, crescendo orchestrale, riff pesanti e finale
sognante.
In
definitiva, “How To Cast A Shadow” è il ritratto maturo di due artisti che non
hanno più nulla da dimostrare, ma ancora moltissimo da dire. Con una produzione
pulita e bilanciata, Jim Matheos e Ray Alder dimostrano come sia possibile
alleggerire le strutture tipiche del prog metal senza perderne l'anima e la
profondità compositiva. Non cercate i tempi dispari esasperati o i virtuosismi d'alta
scuola dei Fates Warning, qui a guidare la rotta sono l'atmosfera, il peso
delle parole e una costante, affascinante malinconia. Un ascolto intimista e
rigenerante, pensato per chi sa ancora concedersi il lusso dell'oscurità e del
silenzio. MS
Versione Inglese:











