Libro "Rock progressivo Italiano 1980 - 2013"

Libro "Rock progressivo Italiano 1980 - 2013"
Vincitore premio MACCHINA DA SCRIVERE 2018

domenica 15 settembre 2019

Vaniggio


VANIGGIO  - Solo Un Sogno
Music Force / Egea Music
Genere: Rock
Supporto: cd – 2019


Ivan Griggio è il nome che si cela dietro al moniker Vaniggio, bassista e cantante che nasce e vive in Svizzera dal 1972.
Studia il basso assieme al maestro Massimo Scoca e già nella metà degli anni ’90 rientra a far parte di diversi gruppi musicali del ticinese. La storia di Vaniggio è già importante in ambito Rock, si toglie anche ottime soddisfazioni aprendo concerti a gruppi come Marillion, Ligabue, Elio E Le Storie Tese, solo per fare dei nomi. La sua vita artistica è colma di collaborazioni come con il cantautore Gionata, o l’industrial Metal band Matamachete o con il bassista George Merk (figlio di Rita Pavone e Teddy Reno) nel 2013. Si dedica anche allo studio della batteria, mentre più recentemente pubblica il singolo “Nuova Luce” (feat. DJ Costa) che gli frutta una rotazione in Svizzera su Rete 3 RSI e Radio 3i.
Oggi lo troviamo a collaborare con il produttore Cristiano Arcioni, e già nel 2018 esce il singolo “ A Volte Basta”, che apre anche l’album di debutto in analisi “Solo Un Sogno”.
Il disco è suddiviso in nove tracce e l’incisione risulta pulita, dove ogni singolo strumento è ben rintracciabile e netto.
La voce Rock di Vaniggio bene si incastona nel contesto dei brani, dove la musica è un viatico di sensazioni e percezioni. Storie private, di amori più o meno andati o in divenire, constatazioni e riflessioni, favole e conclusioni, tutto questo in testi interessanti che ben si sposano con la causa Rock.
Il singolo “A Volte Basta” è cadenzato, il suono del basso è importante, ottimo propellente per una base ritmica funzionale sotto diversi aspetti. Qualche punto di unione con certi primi Litfiba e Vasco Rossi sono tangibili. L’artista si circonda di musicisti del calibro di Roberto Panzeri (batteria), Cristiano Arcioni (hammond e piano), Diego Belluschi (chitarra elettrica) e Roberto Invernizzi (chitarra acustica).
“Amoreuncazzo” ha un andamento più blando ma pur sempre ruvido, e realizza certe realtà di cuore. La facilità con cui Vaniggio rende tutto molto orecchiabile è tangibile. L’Hammond per chi vi scrive è uno strumento importante e quantomeno artiglio di un genere che mai scende a compromessi come il Rock.
Un arpeggio apre “Ogni Vestito”, ed è un altro tassello che ben si incastona nel puzzle “Solo Un Sogno”. Ritornelli semplici di auspicio per una buona riuscita live. Ancora più incisiva “Dai Un Nome Alle Cose” dove fa capolino il Rock degli anni ’70.
Non manca la semi-ballata dal sapore intenso, dove le emozioni trapelano nude e il maestro Vasco Rossi sopra a ciò spesso ci ha costruito una carriera, sto parlando della title track “Solo Un Sogno”.
Come struttura ed esecuzione molto mi è piaciuta “Mai Come Sembra”, anima Rock rozza e gentile allo stesso tempo. Un inedito Vaniggio in un Rock’n Blues acustico con “Una Carezza Non Vuol Dire Amore”, altro pezzo molto importante per la riuscita totale dell’album per poi passare a “Favola”, cadenzata ed intelligente. L’ascolto si conclude con “Stessi Sbagli”, dove si conferma tutto l’essere dell’artista.
Un debutto importante, da ascoltare in ogni occasione, in macchina, in casa, mentre si fa jogging, un disco per tutte le occasioni, da cantare e vivere, come lo è il Rock. MS

Alessandro Angelone


ALESSANDRO ANGELONE – Stars­­_At_Dawn
Music Force / Egea Music
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2019



Certo che il maestro Benny Conte ne ha avuti di allievi promettenti, ed è anche il caso del giovanissimo chitarrista Alessandro Angelone di Pescara.
Oggi raggiunge l’ottavo ed ultimo livello di acustica presso l’APM (Accademia Professione Musica).
Già nel 2017 ottiene il primo posto al concorso SGT Music Awards, così come all’Anxanum Music Awards nel 2018.
E’ l’incontro con Alessandro Carletti Orsini che gli consente di registrare questo debutto composto da undici tracce acustiche distribuite dall’Egea Music, dal titolo “Stars_At_Dawn”.
La registrazione sonora è buona, concentrando l’attenzione sui suoni acustici dell’intero disco strumentale. I pezzi hanno una durata abbastanza breve, raramente raggiungono i tre minuti. Tutte piccole tele dove l’artista dipinge il suo stato d’animo e la propria anima.
All’interno ci sono anche due cover, la storica “Love Never Felt So God” di Micheal Jackson e Paul Anka e “You Are Not Alone “ scritta da R. Kelly ma portata al successo ancora una volta dal maestro del pop Jackson. Angelone  riesce a farle entrambe sue con arrangiamenti personali e sentiti.
L’intro dell’album mette subito a nudo l’essenza del giovane artista, dimostrando l’intento del divenire. Ma è “The Key” comunque la prima e vera traccia dell’album, dove arpeggi solari e riflessivi attestano un anima leggera e sensibile, trasportando anche l’ascoltatore in ampi spazi dove può far lasciare cavalcare la fantasia.
“Dreams” raccoglie la natura già nel titolo stesso, più riflessiva e calda nel contesto.
Tutto il disco scorre fra riflessioni ed eleganza, non esiste un vero e proprio cavallo di battaglia, almeno al mio intendere, mettendo in mostra una tecnica davvero invidiabile e sempre a disposizione della melodia e senza strafare.
Fa sempre un certo effetto imbattersi oggi in un album completamente strumentale, una scelta sicuramente coraggiosa ma che comunque premia in emozioni. L’artista riesce a mettersi bene in luce e spero che gli si possano aprire porte importanti per una buona carriera musicale, Alessandro Angelone lo merita. MS

giovedì 29 agosto 2019

Massimo Dellanilla


MASSIMO DELLANILLA – Aqua
Riserva Indiana / Autoproduzione
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2017


Indicativamente la musica è un linguaggio, dove non arrivano le parole inizia la musica, mi piace pensarla così, ma se la musica è supportata anche dalle parole il risultato emotivo è maggiore. La musica pur basandosi su sette note, non si supporta di un solo stile ben definito, essa è variegata in tutto e per tutto, pilotata sempre dalla mente dell’artista il quale molto spesso palesa la sua cultura passata e presente. La musica se è legata alla formula canzone risulta più facile da ricordare, se poi ha motivi gradevoli da canticchiare il successo è maggiore, e qui fra messaggi e suoni ecco nascere l’importante compito del cantautore.
Massimo Dellanilla è il nome d’arte di Massimo Gabanetti, artista gabianese amante della pittura e della musica in senso generale. Ascolta Blues, Rock, Folk, la Psichedelia, il Reagge e molto altro ancora. Sin da giovane si affeziona alla chitarra e impara a suonarla da autodidatta fino a fondare la band I Circus (nome molto adoperato nel tempo da molti artisti e in varianti simili) con la quale suonano classici del Rock.
In questo debutto solista dal titolo “Aqua” Dellanilla riunisce le composizioni che ha composto nel tempo dove l'acqua svolge da filo conduttore e dieci sono i risultati. 
Buona la registrazione fatta su nastro magnetico ad opera di Riserva Indiana.
La musica di Massimo rivolge un rispettoso sguardo al passato e al cantautorato impegnato, da Lolli a Vecchioni, Guccini, De Andrè e a tutta quell’ala culturale della nostra italica musica, tuttavia io ci riscontro in alcuni passaggi anche il buon Mario Castelnuovo. Con lui suonano Davide Chiari (anche produttore), Thomas Baruffaldi (basso, batteria, cori) e Marco Bonera (strumenti a corda, cori).
Le sue sono principalmente ballate, anche dal profumo francese in alcuni episodi, basate sulla chitarra e le voci, ad iniziare da ”L’Occasione Persa” ma il disco si apre con la buona “Il Canto Del Fiume”, dove le caratteristiche da me poco fa descritte si specchiano fra le note.
“Anima Gentile” con un refrain intrigante potrebbe indurre verso la melodia concepita anche da Enrico Ruggeri, una canzone che si lascia assaporare come una boccata di fumo e come tale si libera nell’aria in sinuose curve per poi svanire. “La bancarella” è una semi ballata Deandreiana in crescendo emotivo e sonoro, lo stile di Dellanilla è dunque questo, un insieme di cultura italiana a livello cantautorale rielaborata con la propria personalità e la voce sempre calda e rassicurante.
Popolare “Il Controllore” molto Avion Travel style, più ricercata e vintage “Ad Ogni Donna” che gioca molto con le voci a sostegno in coralità. Un canto di uccelli apre “La Quercia”, altra ballata colma di passato e Massimo diventa cantastorie.
“Villa Inferno” è riflessiva, “I Vecchi” e la conclusiva “Bisogna Andare” non si muovono molto dal modus operandi del cantautore.
Massimo Dellanilla in “Aqua” racconta tante storie, in maniera calda e semplice, magari da cantare assieme all’aperto avanti ad un bel fuoco. E’ un cantautore in via d’estinzione, poche nuove leve conosco al riguardo, uno è Marco Sonaglia, tuttavia non è questione di numeri, ma di qualità. Ascoltatelo. MS



SPOTIFY: https://open.spotify.com/artist/77EU3xCrzv6K9PSk81rAYO
SOUNDCLOUD: https://soundcloud.com/massimodellanilla

CONTATTI: https://www.facebook.com/massimo.gabanetti

domenica 25 agosto 2019

Call Porter


CALL PORTER – A Time Warp Into Cole Porter’s Music
The Banksville Records Company – Pkmp Communication London
Distribuzione: Banksville Distribution / CD Baby
Genere: Jazz/ Rock Alternative
Supporto: cd – 2019


Call Porter è un progetto formato da due entità artistiche ben distinte, la cantante brasiliana Lica Cecato, amante del Jazz tradizionale, della poesia e della musica brasiliana, e un noto nome italiano in ambito Progressive Rock, Paolo Baltaro, già negli Arcansiel, S.A.D.O. e compositore solista.
Il loro punto d’incontro è la musica di Cole Porter. Con questo album gli artisti vogliono scomporre e ricomporre come in un puzzle musicale, la musica del noto artista americano, innestando diversi mondi sonori al suo interno, variando dal Rock Progressivo al Pop, al Jazz, al Metal, alla musica sperimentale etc. La voce di Lica ben si adatta a questo sforzo compositivo essendo molto malleabile, così Baltaro riesce ad arrangiare con personalità i brani in analisi.
La Paolo Baltaro Orchestra che suona nell’album, è composta da Luca Donini (sax), Andrea Beccaro (batteria), Gabriel Ferro (chitarra) e Paolo stesso polistrumentista.
Nell’album tuttavia partecipano anche numerosi special guest, nomi del calibro di Garrison Fewell, Pier Michelatti, Enrico Caruso, Ruggero Pari, Fabio Gurian, Gabriele Delta, Sandro Marinoni, e Vassilia Chachlakis.
Il primo brano è un intro che accompagna l’ascoltatore nel mondo compositivo e di arrangiamenti di Paolo Baltaro: “Time Machine”. Ascoltare il Melloton è sempre un grande piacere, mentre il basso suonato da Baltaro ha un suono caldo ed avvolgente. Contigua giunge “Let’s Misbehave” dove subito la voce di Lica trapela lo studio che c’è dietro alla materia, un piacere sentirla colloquiare con il sax jazz di Luca Donini davvero importante.
Segue il medley “Eggs For Phil – I’Ve Got You Under My Skin – Eggs For Phil (Reprise)”, molto Progressive Rock style, qui emergono le capacità di saper arrangiare le canzoni in maniera imponente di Baltaro ed il suo passato nei Arcansiel, band di Rock Progressivo Italiano. Anche qui un forte assolo di sax che ad alcuni attenti ascoltatori potrebbe portare ai Pink Floyd.
Vorrei anche spendere alcune parole per la qualità sonora, davvero curata e cristallina, gli strumenti staccano fra di loro alla perfezione e gradevole anche l’effetto stereo, un valore aggiunto all’intera opera.
Il medley “Inbye – Everytime We Say Goodbye – Tea For Burt – Wives And Lovers” mostra l’anima nera e soft Jazz di Cole Porter e qui Lica è davvero fondamentale, uno swing che nel centrale si lancia in un arrangiamento orchestrale a dir poco perfetto. In chiusura del brano si aggiunge Baltaro alla voce e uno scherzo sonoro vi attende nell’immediato. Un bell’Heavy Metal dal sapore Thrash in “ Let’s Do It (Let’s Fall In Love) – Zorterporn”, e anche qui Lica se la cava a dovere.
“It’s Allright With Me – Jimi And Miles’ Acid Merenda”, altro medley, altro genere musicale e questa volta si cade con entrambe i piedi nel Rock di Cream, Zappa, Hendrix e compagnia bella, dove il Blues è la base di un vigoroso Rock che ne consegue. Anche qui cambi di ritmo ed umorali.
Nella breve “Love For Sale” torna Lica e il movimento assume attraverso gli strumenti orchestrali ed elettronici un atteggiamento giocoso. Segue “I’Ve Got A Kick Out Of You”, inizialmente con eco vocali per poi lanciarsi un suono tipicamente anni ’60, quello dei Beatles.
Il tributo a Porter si conclude con “Night And Day – A Night In Turin – Disco Labirinto”, altro stravolgimento sonoro e ricercato.
I Call Porter sono un contenitore sonoro variopinto per orecchie preparate e non, avete letto i nomi di riferimento a cui vi ho rimandato, al suo interno si trova veramente di tutto e statene certi che per un onnivoro musicale come me, questo disco girerà spesso nel mio lettore e quindi promosso a pieni voti. Quando dalla musica si vuole qualcosa di più: la cultura e la professionalità. MS



Aliante

ALIANTE – Sul Confine
M.P. & Records. /G.T. Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2019




Nel 2017, la band Aliante stupisce pubblico e critica con un esordio discografico a dir poco notevole intitolato “Forme Libere”. Nel web e nei social questo disco spopola mettendo tutti d’accordo in quanto composto da brani molto orecchiabili, strumentali e vicini alla tradizione Progressive Rock in tutto e per tutto. I riferimenti alle nostrane Orme a volte sono evidenti, ma l’insieme è elaborato dalla personalità del gruppo che palesa un carattere importante. Si parlò quella volta di debutto, anche se la band in ambito Prog fece già vedere di che pasta fosse fatta, infatti alcuni componenti  (Jacopo Giusti e Alfonso Capasso) provengono dal progetto Egoband.
A distanza di due anni ritornano con il nuovo album “Sul Confine”, composto da otto brani.
Non ci sono suite all’interno, bensì canzoni di media o lunga durata, anche in questo caso Aliante bada al sodo senza pensare  ad eccessive elucubrazioni.
La sostanza si palesa già nel primo brano “Viaggio Nel Vento”, basato principalmente sul piano e le tastiere di Enrico Filippi. Anche questo nuovo lavoro è completamente strumentale e adatto proprio come suggerisce il nome della band, ai voli pindarici della nostra fantasia. Si presentano importanti passaggi nelle basi Jazz, esibiti soprattutto nella fase centrale del brano dove le tastiere si lasciano andare in una sorta di assolo improvvisato.
Il sound della band risulta essere sempre elegante, molto semplice e tuttavia accurato. La storia del genere viene assorbita e rielaborata con apparente semplicità, quel modo di fare che sembra essere semplice, ma che nella realtà non è alla portata di tutti. Il brano “Metzada” ne è la conferma.
Ritmi lenti, violino elettrico e tanta atmosfera in “Ai Confini Del Mondo”, dove mi ritornano alla memoria brani dei primi Mostly Autumn (per chi li conoscesse) o per intenderci maggiormente con i più pacati Pink Floyd. Un brano che sicuramente sarà acclamato dai più accaniti fans del genere. Qui gli Aliante fanno centro.
Sanno anche rendersi giocosi con i suoni come nel brano “La Rana”, dove sempre le tastiere restano  in evidenza con la giunta del grintoso Hammond a fare il verso alla rana. Nell’evolversi tutto torna nel binario rassicurante della formula canzone. Le dita volano sui tasti d’avorio in uno stile New Prog caro a maestri come Marillion era Fish o Clive Nolan dei Pendragon.
“Il Cigno Nero” mostra ancora una volta le capacità estremamente naturali di compore musica da parte degli Aliante. Segue “Il Quadrato”, brano più muscoloso dell’album in sonorità, qui il passato vintage è maggiormente evidente, soprattutto quello in stile EL&P. “Tenente Drogo” è un tuffo nel New Prog anni ’80 a testimonianza per l’ennesima volta (se ce ne dovesse essere ancora il bisogno), di una cultura musicale ad ampio spettro da parte dei musicisti.
L’album si chiude con il piano di “Nel Cielo” ed il suono onirico ci fa nuovamente volare.
Questo volo è quello che prenota incessantemente il Prog fans, con la speranza di non atterrare mai, perché la vita non è la partenza o l’arrivo, ma il viaggio e gli Aliante sono ottimi piloti. MS





ALIANTE – Forme Libere
M.P. & Records
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


Da una costola di Egoband (Jacopo Giusti e Alfonso Capasso sono stati membri del gruppo), si plasmano gli Aliante. Il nome lascia già presagire gli intenti sonori e il paesaggio in cui si vuole andare ad interagire. Sono formati da Enrico Filippi (Moog Sub 37, Kurzweil pc3 61 kore expansion, Roland Fantom G6, Yamaha P120, Korg Trinity plus), Alfonso Capasso (basso Ibanez Musicians, basso Fender Jaguar, distorsore Electro Armonix Big Muff, testata Mark big bang, monitor Ampeg) e Jacopo Giusti (batteria Yamaha Stage Custom, piatti Paiste Signature, Zildjian, Stagg e Gong Ufip).
“Forme Libere” è anche il titolo dell’intro narrato che porta all’ascolto di questo lavoro composto da otto canzoni, dove (lo avrete già intuito) le tastiere la fanno da padrona.
“Kilowatt Store” mette immediatamente in chiaro il fattore vintage, ossia la passione del trio alla musica Prog degli anni ’70 e visto lo schieramento, non possono che venire alla memoria gli EL&P, i Quatermass e le nostre immense Orme. Infatti le fughe strumentali lasciano decollare l’ascoltatore in un volo pindarico che tuttavia senza il rumore di un motore è silenzioso e puro.
I nostri non si perdono in inutili virtuosismi, l’ascolto va a godere di una musica che presto si ritaglia un angolo sia del nostro cervello che del cuore. Melodie semplici e a tratti toccanti, come in “Tre Di Quattro”, minisuite di quasi dieci minuti fanno del sound Aliante una vera boccata di ossigeno per il nostalgico Prog fans.
E via a planare verso “Etnomenia”, musica più Folk e Jazz, il lato della band che cerca di sperimentare di più, anche nelle ritmiche date dalle percussioni, quindi cambi di ritmo e di umore al suo interno.
“Kinesis” è un contenitore di musica scintillante, in cinque minuti tante emozioni e suoni da ascoltare in assoluto silenzio ad alto volume per poterne cogliere al meglio le caratteristiche. Tuttavia vorrei che passasse soprattutto il concetto di semplicità, perché gli Aliante come già detto, non fanno elucubrazioni ma badano al sodo, attingendo nella loro esperienza di musicisti e nella singola  passione musicale.
“Coda: Marea 03” è un breve intervento sonoro molto in stile Orme che porta all’ascolto della successiva “L’Ultima Balena”. Bellissimo l’inizio del piano in stile classico, una musica senza tempo che si articola ovviamente in più tasselli come genere ci insegna.
L’album completamente strumentale si conclude con la seconda mini suite dal titolo “San Gregorio”, in essa anche la ripresa di “Kinesis”.

Per chi vi scrive non esiste un brano migliore di un altro, tutti vanno a cozzare con il piacere del mio ascolto in quanto molto di parte, essendo io un grande amante delle band riferimento da me citate in precedenza, tuttavia faccio i complimenti agli Aliante per aver composto questo mosaico semplice e dai color pastello. Colori tenui, sempre gradevoli e mai esagerati. Cura per la musica, per i suoni e le melodie, un disco che fa affiorare la memoria ai tempi che furono , ma anche goderseli con la tecnologia di oggi. Consigliato agli amanti del genere. MS

mercoledì 14 agosto 2019

Issun


ISSUN – Dark Green Glow
Autoproduzione -
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd  - 2019


Quante volte etichettiamo la musica? Viene naturale, anche per cercare di far capire a chi legge  di cosa si tratta e che genere è. In realtà gli artisti non è che si sentono rappresentati da una etichetta, essi sono liberi di viaggiare con il proprio credo e modo di esprimersi. Comunicano un concetto sia con gli strumenti che con le parole, poi se l’insieme di questo ricade dentro un determinato genere, probabilmente potrebbe essere accaduto non volontariamente.
Il Metal Progressive è un termine che può contenere al suo interno molteplici significati, può esserlo quello dei Dream Theater come quello degli Opeth, due concepimenti distanti eppure rivolti ad una ricerca, sia essa più o meno sinfonica. I primi sono fra i padri del genere, i secondi sono un perfetto esempio di evoluzione di carriera, disco dopo disco all’insegna del costante mutamento.
Ho fatto questo preambolo per chiederci: dove sta andando oggi il Metal Progressive? Chi sono le nuove leve? Ebbene, mi giunge dalla Germania un esordio che sicuramente riesce a mettere d’accordo molti fans, gli Issun. Nel disco intitolato “Dark Green Glow” si possono trovare tutti gli ingredienti sia del passato (Dream Theater compresi) che del presente, il tutto sotto la bandiera della grande melodia, assoluta protagonista!
Il disco è formato da dieci tracce di medio lunga durata, compresa una suite, per una durata totale di 70 minuti di musica. Il gruppo è formato da Marc Andrejkovits (basso), Tobi Schröder (voce), Simon Schröder (batteria) e Markus Ottenberg (chitarra).
Il disco è un concept horror che narra le vicissitudini di una misteriosa foresta verde ed incandescente, presupposto perfetto per un viaggio sonoro dalle differenti sfaccettature.
Già il piano nell’introduttiva “Think I’ll Stay In Bad Today” ci rammenta la scuola del teatro dei sogni, ma in questo disco le melodie sono più importanti della tecnica soffocante, estratta solamente al momento giusto, quello dei brevi assolo strumentali. Sin da subito risulta buono l’uso della voce da parte di Tobi Schröder, malleabile a seconda delle esigenze. Unificatamene giunge “Lost Generation”, vero singolo dell’album di facile memorizzazione.
Più ricercata “Falling Aways”, ovviamente ricca di cambi umorali, fragile in certi movimenti, più di carattere in altri, pur rimanendo negli ambiti della musica melodica, il piano molto spesso sottolinea il concetto. Molto Progressive Rock. A seguire la più ritmata “Sleep In The Forest”, brano di cui potete vedere anche il video su You Tube. Qui noterete ciò che ho detto sin dall’introduzione, ossia l’unione fra il passato ed il presente con l’attenzione rivolta alla formula canzone.
Giunge poi la suite “Tempest Of Laughter” con i suoi diciassette minuti per farci capire al meglio di che pasta sono fatti gli Issun. Sempre in cattedra la voce di Tobi, sempre convincente il modo di comporre la musica da ascoltare con assoluta attenzione e trasporto. Il solo di chitarra mi lascia spaziare con la fantasia, mentre il tutto si affaccia anche nel mondo del Rock Progressivo, specialmente quello degli anni ’80 caro a band come Marillion, IQ, Pendragon, Pallas etc.
Parte centrale della suite carica di energia, e la voce sale, per poi tornare anche a sussurrare.
Dopo questa scorpacciata serve una tregua, in realtà “Twilight Forest” è una mezza tregua, la ricerca continua, specie nella ritmica e comunque sempre nel recinto della melodia facile.
Gli Issun qualche volta sembrano andare un poco con il freno a mano tirato, ossia vogliano domare l’anima Metal che c’è in loro, facendola affiorare solo di tanto in tanto, ma questa è anche il loro stile, per cui va bene così. Mi riferisco soprattutto alla title track “Dark Green Glow”.
“Jessica” è davvero un momento di stacco dell’album, dove tutto è nelle mani della robusta ritmica di Simon Schröder.
“Remember Me” è fra le mie favorite, per intensità e groove in crescendo. Il disco si conclude con “Ever”, un mix stilistico fra IQ e Toto degli anni ’80.
La musica degli Issun è un punto di congiunzione fra i “metallari” ed i “progghettari”, questi ultimi una volta tanto potrebbero fare uno sforzo per entrare in questo mondo sonoro non sempre necessariamente aggressivo e comunque ricco di sorprese. MS
                                                                                                                           
Ordini o contatti: tobis.drumbeat@yahoo.de


sabato 13 luglio 2019

Unfolk


UNFOLK – File Under Oblivion
MP&Records
Distribuzione: G.T.Music /Burning Shed
Genere: Progressive/Pop Rock
Supporto: 2cd – 2019


Il Collettivo Unfolk è il progetto di Alessandro Monti (Quanah Parker), musicista/polistrumentista veneziano autodidatta. Inizia il proprio percorso musicale nel 2006 rilasciando diversi dischi per la Diplodisc, etichetta autogestita. Il genere primordiale espresso è un Post-Folk che negli anni va mutando in un genere non proprio ben definito, e proprio per la ricercatezza delle soluzioni e negli innesti di generi che io li vado a collocare nel “Progressive Rock”, ma non quello rivolto ai soliti anni ’70, bensì al più moderno, di sviluppo. Infatti il nome  ha intrinseca l’evoluzione, il senso della progressione, questo è il vero significato del Progressive Rock, negli anni ’70 nominato semplicemente “Musica Pop”. Lasciati dunque i paragoni sbagliati con Genesis, Yes, Gentle Giant, King Crimson e compagnia bella, veniamo al nuovo doppio album di Unfolk, esso per essere realizzato ha necessitato di più anni di lavoro. Il primo disco parla di un oblìo esistenziale ed artistico, dove tuttavia lascia intravedere per il futuro possibilità positive, mentre il secondo cd tocca un argomento molto vasto per contenuti sociologici: il mondo di internet.
In questo lungo viaggio creativo dove numerosi stili si vanno a miscelare, come il Pop e la Dance, oltre che il Rock, Monti si coadiuva di special guest come Tim Bowness (No-Man, Henry Fool), Mauro Martello (Opus Avantra) e Visnadi (Livin’ Joy. Alex Party) quest’ultimo per il lato dance.
In generale il Collettivo Unfolk è composto da: Roberto Noè, Claudio Valente, Daniele Principato, Alex Masi, Elisabetta Montino, Riccardo De Zorzi, Franco Moruzzi, David Mora, Matteo Lucchesi, Tullio Tombolani, Bebo Baldan, Andrea Marutti ed Alessandro Monti.
L’artwork di Jarrod Gosling è di stile “neutro”, ossia non rappresenta al 100% un unico genere musicale come spesso avviene per altre copertine, ma lascia adito a differenti interpretazioni, mentre è musa del  primo brano introduttivo del secondo cd, “Doorways”.  Molto bella la confezione in senso generale, semplice, contenente i testi (cantati in lingua inglese) e la descrizione su chi suona nei singoli brani.
Il primo cd è suddiviso in undici tracce, mentre il secondo in otto.
L’”Oblivion Signal/Introduction” ci immette nella prima parte del viaggio fra suoni psichedelici e descrizione di arte e creazione con voce femminile, esso conduce a “Time Capsule 1983: The Shadow”. Un loop  di synth si lascia raggiungere dalla chitarra elettrica di Roberto Noè e da un gorgoglìo di suoni che  tracciano nella stanza in cui si ascolta sinuose atmosfere magiche. La voce inconfondibile fragile e sussurrata del collaboratore di Steven Wilson nei No Man, Tim Bowness non può che narrare un brano acustico e delicato dalla vena malinconica, qui dal titolo “Guides To Oblivion”. A raggiungerlo nella parte centrale del brano la voce femminile di Elisabetta Montino (Quanah Parker) in una coralità che va ad impreziosire il crescendo sonoro del brano mentre sfocia in un graffiante  muro sonoro sostenuto dalla chitarra elettrica. Monti si fa notare nel brano strumentale “Time Capsule 1988: Format For Matt”, orecchiabile e sentito, qui la melodia la fa da padrona, mostrando il lato più sensibile dell’artista. Si ritorna alla Psichedelia con gli otto minuti di “Every Note Of Us” e la voce di Claudio Valente, la chitarra di Alex Masi, le percussioni di Roberto Noè e il sax di Mauro Martello. Sul brano aleggiano le ombre di David Bowie, quello più recente. Molti di voi noteranno anche frangenti di Pinkfloydiana memoria.
“Time Capsule 2008: Mr. Vuh Returns” fa capolino nel Pop e nel Prog più delicato, quello per esempio dei concittadini Orme, grazie all’uso delle tastiere quasi sgocciolate nel tocco e delle melodie eteree.
Una chitarra acustica apre “Dreams Of Angels/Apocryph”, un sentiero dove ancora una volta le capacità tecniche di Monti vengono alla luce per poi passare ad una fase più Dance e Pop. Ricercatezza e semplicità, due cose ben distinte che invece in questo brano dimostrano di poter convivere in maniera perfetta. Qui possiamo estrapolare il sunto del progetto Unfolk, ossia il non fossilizzarsi su un genere  o in uno stile sonoro in senso generale. Elettronica  nei quasi tre minuti della strumentale “Q: Are We Not Humans?” fra sintetizzatori e basso per passare a “Oblivion Loop”, una sorta di Dance sussurrata. Con “Time Capsule 2018: Stimmen Der Engel” ritorna il brano strumentale ancora una volta narrato dalle chitarre di Monti, assieme ad un gradevole slide.
Il cd 1 si conclude alla grande con “Time Capsule 1999: Skybus To Oblivion”, sunto sonoro di quanto ascoltato in questo già lungo percorso, con la giunta preziosa del flauto in un susseguirsi di immagini sonore.
Il secondo cd si apre con il brano ispirato dalla copertina “Doorways”, un mix fra Psichedelia e Pop che conducono verso lo spazio infinito per chi ha uso di fantasia abbinata al suono. “Dance In Opposition” è nomen omen, il ritmo sale e si può anche ballare. Si parla di internet e dell’uso sbagliato che ne facciamo, portando la musica quasi alla morte, quando invece usato a dovere potrebbe essere soltanto che un oggetto di fondamentale importanza culturale. “Dance In Opposition: Lost In Translation” non fa altro che proseguire il discorso intrapreso dal brano precedente. Più articolata e ricercata “Dance In Opposition: Before It’s Too Late, qui si apportano  modifiche alla struttura sonora base. I brani si richiamano, anche se l’autore non definisce il proprio operato un concept album. Si esce da questo loop sonoro con “Modern Art Blues”, pur sempre navigando sopra suoni elettronici, questa volta però compare la chitarra. C’è anche la versione Visnadi rmx di “Doorways” e quella inedita completamente strumentale di due minuti e poco più.
Si giunge alla fine del disco con “Alpha/Black Hole/Omega” ancora fra echi, elettronica e in questo caso anche di rumoristica che ci fa accedere ad un mondo parallelo decisamente onirico.
Avrete dunque capito che questo nuovo lavoro del Collettivo Unfolk è decisamente un prodotto non adatto a chi dalla musica vuole solo spensieratezza o perlomeno canticchiarla (qui tuttavia possibile in alcuni frangenti), si necessita di ascolto e statene pur certi che al suo interno troverete anche della destabilizzazione, quella che invece piace moltissimo agli ascoltatori incalliti di Rock Progressivo e dintorni. Viene in mente il classico detto: “O lo si ama o  lo si odia”. MS

domenica 7 luglio 2019

Kaoll- Rio De Lagrimas


RIO DE LAGRIMAS – Brazilian Progressive Rock Soundtrack Vol. 1 (Kaoll)
Masque Records
Genere Progressive Rock
Supporto, cd/ libro – 2019



Adoro quando dietro ad un disco si cela un lavoro importante fatto di cura dei particolari e rispetto per chi acquista il materiale. In un era dove la copertina non ha quasi più il senso di esistere, ecco che dal Brasile giunge un lavoro quantomeno ottimo: “Rio De Lagrimas – Brazilian Progressive Rock Soundtrack Vol. 1”. Questo è un progetto musicale scritto da Bruno Moscatiello che per la sua realizzazione si avvale di special guest noti in ambito Prog brasiliano come Willy Verdaguer (Secos & Molhados/Humahuaca), Eduardo Aguillar (Vitrial), Claudio Dantas (Quaterna Réquiem), Saulo Battesini, Kleber Vogel (Kaizen), Fabio Ribeiro (Blezqi Zatsaz), fred Barley (O Terco/Dialeto) ed Enrico Jones e Edu Varallo.  Il disco è accompagnato da un libro realizzato a fumetti in acquarello da Renato Shimmi su una storia scritta da Glaucus Noia.
Il tratto oscuro, psichedelico e sanguigno porta ad un ascolto mirato, mentre la storia è una parafrasi della politica di destra.
Si narra della moglie ferita di un guerriero di un tempo passato che per essere guarita necessita di una cura “costosa” e il soldato chiede aiuto al re per scende a patti con il Minotauro che è il custode del tutto. Le cose materiali all’essere mitologico non interessano, dovrà essere qualcosa di molto prezioso per il soldato.  Esso dice: “Per un prezzo così alto, cosa potrei dare come garanzia?” E il Minotauro risponde “ Qualcosa della tua vita. Un giorno saprai cosa ho deciso. Accetta il contratto e avrai il tuo oro.”. Trattasi della vita di molti soldati. La donna guarisce, ma nel frattempo c’è chi trama contro il Minotauro per vendicarne il ricatto. Molto sangue scorre a fiumi, e che fine abbia fatto in seguito il Minotauro di preciso non si sa, c’è chi dice sia morto ma dell'oro che ha nascosto, nessuno sa dove sia. Resta soltanto il fiume di lacrime.
Anche il libretto che accompagna il cd è esaustivo sulla storia e su chi suona nel progetto, i Kaoll, il tutto  suddiviso in undici tracce. Uno sforzo musica-immagine di notevole fattura e questo tengo a rimarcarlo nuovamente!
L’opera Prog si apre con “O Acordo”, l’organo e le tastiere di Saulo Battesini, il violino di Kleber Vogel e le percussioni di Claudio Dantas disegnano  sonorità maestose e rilasciano anche un velo di malinconia, quella che pervade anche nei disegni di Renato Shimmi. Ed ecco che dopo il breve intro si apre a “Batalha Dos Minotauros. Ancora all’inizio insiste l’incedere a carattere militaresco per poi lasciarsi andare ad un Rock Progressivo ampio ed importante, dove la chitarra elettrica di Moscatiello ricopre un ruolo importante.
“Rio De Làgrimas” è un tema toccante che si regge sul suono di una chitarra slide in stile Pink Floyd anni ’70. Il tema è il brano più lungo dell’album con i suoi sette minuti e mezzo, toccanti ed emotivi. Concatenato al tema che accompagna l’album in senso generale subentra “Morte Do Sonho”, brano chitarra e tastiere, quelle di Fabio Ribeiro.
“O Ultimo Ato” alza il ritmo e si svolge in un impetuoso incedere per passare in successione fra enfasi e classicismo.
Con “Sob Os Olhos De Eva” si apre la virtuale seconda parte del disco, con effetti elettronici che lanciano a seguire il flauto di Yuri Garfunkel, e voi sapete che valenza ha un flauto nel Rock. Il brano è molto orecchiabile e forse anche il più solare. Un arpeggio di chitarra classica apre “O Exìlio Da Serpente”, sentito e toccante e ancora una volta supportato dal flauto nel segno della continuità che si propaga anche in “Kopernik” e nella più ricercata “Julgamento E Morte De Giordano Bruno”, supportato dal lavoro della chitarra elettrica e dal piano.
Il ritmo sale nuovamente in “A Rua Contra Os Reis” e il flauto resta sempre il protagonista della melodia centrale. Il pezzo è probabilmente il più Rock dell’intero album. Chiudono i cinque minuti di “Dharma Em Chamas” e qui fuoriesce tutto il dna del Rock brasiliano caro a band storiche come  gli O Terco.
Un disco importante, completo, ampio e ricco di risorse anche storiche, una grande produzione Masque Records, oggi sempre di più una importante realtà del Progressive Rock moderno. MS




Tempus Fugit


TEMPUS FUGIT – The Dawn After The Storm (Extended & Remastered Edition)
Masque Records
Genere: Rock Progressive
Supporto: cd – 2019


Ho già avuto modo diverse volte di parlare anche nel mio blog NONSOLO PROGROCK, del progetto brasiliano di Andrè Mello (tastiere, voce) Tempus Fugit. Si formano verso gli inizi degli anni ’90 da un idea di Mello per poi diventare nel tempo un quartetto. Il primo album si intitola “
Tales From A Forgotten World” ed è del 1997, ma il successo vero e proprio  lo raggiungono grazie a questo loro secondo album dal titolo “The Dawn After The Storm”, registrato fra il 1998 ed il 1999.
Stiamo parlando di Rock sinfonico di alta classe, con puntate nel Neo Prog  di stampo storico, quello che gruppi come Marillion, IQ, Pallas e Pendragon ci hanno insegnato, con tanto di interpretazione vocale sentita e recitata.
In questa riedizione di “The Dawn After The Storm” c’è l’intero album rimasterizzato con in più due lunghe bonus tracks (sopra i dieci minuti l’una) registrate nel più vicino 2016. L’edizione cartonata è molto elegante e i disegni di Bernard Design donano al tutto quel nonsoché di Progressive Rock Pendragoniano. Nel 2018 i Tempus Fugist sono composti da Ary Moura (batteria), Henrique Simeones (chitarra), Marquinhos Dos Santos (basso), e André Mello (tastiere).
E’ una grande emozione poter riascoltare “Daydream” con un suono che spettina l’ascoltatore, uno strumentale che a mio avviso dovrebbe far parte del patrimonio del genere. Enfasi, melodia tipica del Prog Brasiliano con tastiere in cattedra e un lavoro di chitarra quantomeno fresco ed esaustivo. Concatenato giunge “The Dawn After The Storm”, altro pezzo di quasi nove minuti ed ancora una volta completamente strumentale. In esso aleggia tanta storia del Prog. Sono brani che se risiedessero anche  nella discografia di molte band anche più blasonate, sarebbero un lusso per chi li ospita.
“Never, composta da Mello è un altro classico del disco basato su un refrain molto orecchiabile e dai cambi di tempo dove le tastiere e le chitarre reggono il gioco verso il sound Neo Prog di stampo classico. C’è chi ci potrà trovare i Camel, chi i Genesis , ma soprattutto Marillion e Pendragon.
“Tocando Vocé” fa la gioia del Prog fans, con l’inizio arpeggiato di chitarra, un mandolino e un incedere in crescendo spettacolare, dall’ampio respiro e granitico nel solo di chitarra. “The Fortress” è un altro strumentale questa volta in stile Pendragon. Segue una breve vetrina per le capacità tecniche della chitarra classica, il brano si intitola “Preludio De Sevilla” e di certo strappa più di un applauso. Torna il cantato in “The Sight” così le melodie di facile memorizzazione, tutte velate con un poco di malinconia che bene si allacciano con i sprazzi di sole che solo artisti brasiliani e perché no, anche noi mediterranei sappiamo dare. Un grande piacere quando partono le cavalcate degli assolo strumentali.
“O Dom De Voar” arricchita dal flauto dell’ospite Marco Aureh è uno strumentale melodico toccante e gioioso allo stesso tempo, una puntata leggermente fuori dal Prog ascoltato sino ad ora in un Folk davvero gradevole e sentito. Il disco ufficiale si chiude con “Discover” un altro dei momenti più alti dell’ascolto in senso generale.
Ma veniamo ai due nuovi brani datati 2016, il primo “The Last Day” senza ombra di dubbio è nel segno della continuità artistica del quartetto che anche dopo l’album datato 2008 dal titolo “Chessboard” ha dimostrato un crescendo di tecnica e composizione importante. La loro musica si arricchisce non soltanto di Neo Prog come abbiamo potuto ascoltare sino ad ora, bensì anche di cenni storici importanti con quelli dei già citati Camel ed i Caravan in cattedra. Questo brano completamente strumentale è dedicato alla memoria di Orlando Rodrigues Almeida e José Carlos Fagundes De Souza Lima. Il secondo inedito non è altro che il mix fra “Daydream “ e “The Dawn After The Storm”, il tutto live in studio. Nuovi arrangiamenti, nuova veste più pulita e fresca.
In conclusione “The Dawn After The Storm (Extended & Remastered Edition)” è un  disco che agisce sulle emozioni ed i sentimenti, molto cuore e tecnica, per fortuna oggi rimasterizzato e arricchito con due brani notevoli, da non perdere. MS

Luiz Zamith


LUIZ  ZAMITH – Introspecção
Masque Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2018



Con Luiz Zamith andiamo a fare la conoscenza di un importante chitarrista carioca dedito nel tempo ad un Progressive Rock raffinato e contaminato.
Nasce nel 1964 ed inizia a suonare la chitarra studiandola in conservatorio. La formazione classica gli è fondamentale per entrare dal 1984 al 1986 nell' Orchestra Chitarra di Rio de Janeiro. Nello stesso momento si interessa al Progressive Rock, genere del quale ovviamente si necessita di una tecnica strumentale importante per esprime al meglio i concetti composti. Dunque nella sua musica traspaiono le influenze di band storiche come i Genesis e gli Yes.
Il disco “Introspecção” si presenta in una elegante edizione cartonata con tanto di libretto d’accompagnamento contenente spiegazioni, testi e foto.
Il progetto nasce nel 2016 fra aprile e luglio dove Zamith presenta l'embrione di questo lavoro originale in concerti al Botafogo Teatro Solar nella città natale di Rio De Janeiro in compagnia di musicisti come Elcio Cafaro (batteria), Paulo Teles (flauto), Ronaldo Rodrigues (tastiere), Augusto Mattoso (basso) e come special guest la cantante Masè Sant’Anna. Il disco è dedicato alla memoria di Luiz Fernando Zamith, violoncellista e zio di Luiz. Alcuni brani del disco sono registrati proprio nella sessione live e tre in studio.
“Introspecção”, brano iniziale, è proprio una overture che porta l’ascoltatore dentro le atmosfere introspettive del viaggio sonoro e dopo tre minuti si giunge a “ Alguém Ainda Se Lembra Das Antas?” dove l’argomento sonoro parla del tapiro, animale molto amato in Brasile. Nel brano c’è il tentativo di connettere il lato naturalista di Zamith con la musica in un perfetto connubio di biosistema. La chitarra qui assume le vesti di quella di Steve Hackett (Genesis). I sette minuti alternano importanti assolo con accompagnamento di flauto e anche di tastiere Hammond.
“Outro Dia (Another Day)” è una vetrina per le capacità tecniche dei singoli musicisti ed in essa fuoriesce anche il carattere caldo e giocoso dei carioca. Qui risiede più Jazz che Rock e il brano risulta spettacolare nell’insieme.
“Cantiga (Ditty)” ritorna nel Prog grazie alle inusuali ritmiche e ad armonie complesse e dopo il brevissimo “Tema N°1” si passa a “Vice-Versa”, dove gli strumentisti dialogano fra di loro come in una sentita discussione fra botta e risposta. Non manca la ballata Prog, qui dedicata alla moglie di Zamith Luciana, con il titolo “Balada (Ballad)”. Il flauto ricopre un ruolo importante perché disegna melodie toccanti ed ariose, come il tema suggerisce. Si giunge poi al brano cantato intitolato “Trem De Cao”, dove la bella voce di Masé Sant’Anna lega al meglio testo e musica.
Il disco viene concluso da “Essencia (Essence)”, brano arioso che descrive al meglio il concetto fra essenza e musica.
“Introspecção” è un album che potremmo paragonare ad una finestra aperta che serve per cambiare l’aria consumata in casa, in questo caso nella casa della musica, dove un poco di ossigeno basta già per aprirci nuovamente la mente. Si necessita. MS