Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

sabato 23 ottobre 2021

Welcome Coffee

WELCOME COFFEE - Light Years Away
Autoproduzione/ Marco Parlante
Distribuzione: Overdub Recordings
Genere: Progressive Rock
Supporto: Soundcloud - 2021




Abbiamo lasciato i Welcome Coffee nel 2017 autori di quell’interessante EP intitolato “The Mirror Show” (autoproduzione) con tante buone intenzioni per il nuovo album. Oggi a distanza di quattro anni eccoci qui a raccontare i suoni e le emozioni di “Light Years Away”.
La band triestina formatasi nel 2012 giunge dunque al terzo disco ufficiale della loro carriera con la formazione attuale composta da Alessandro Cassese (chitarra), Stefano Ferrara (basso, chitarra acustica), Andrea “Armando” Scarcia (voce , armonica), Andrea Parlante (tastiere) e Michele Manfredi (batteria).
Nel tempo il sound acquisisce sicurezza, avvicinandosi ad un suono leggermente più duro, una forma di Rock maggiormente vivace pur mantenendo sempre ben saldi alcuni tipi di stilemi progressivi. Il disco ha dieci canzoni per una durata di circa 47 minuti, mentre la copertina è ad opera del grafico argentino Andres Furioso. Il cantato in lingua inglese è la strada scelta dal quintetto e lo possiamo ascoltare sin dall’iniziale “4th Dimension” che molto ha del carattere sonoro dei Muse. Il pezzo scorre bene nei cinque minuti sostenuto da un semplice ritornello e un buon uso delle tastiere in senso generale. Convincente anche la fase conclusiva di una chitarra che si immerge in un breve viaggio psichedelico. Con “She” la band mostra i muscoli addentrandosi in un condotto  energico impreziosito dai lievi cambi di tempo e di umore. Questa volta sono le chitarre a darsi da fare oltre che ovviamente la ritmica, qui in ottimo spolvero.
"Light Years Away" è il primo singolo del quale viene realizzato anche un videoclip. Qui si può apprezzare la crescita artistica dei Welcome Coffee dove gli arrangiamenti sono ben curati, arma vincente del brano. La melodia è orecchiabile in un contesto che ha del “senza tempo”. Energia positiva.
Il Progressive Rock compare in maniera netta nella canzone “Sick”, ancora una volta le melodie sono orecchiabili e gradevoli, la prova vocale di Andrea “Armando” Scarcia è perfetta nel contesto. Arriva anche il momento delle atmosfere rilassanti grazie a “Rainbows & Clouds”. I Welcome Coffee tornano a ruggire con "Ice in my mouth", qui un mix di Rock, Prog e Metal anni ’90 ad infarcire il brano. Molto ruffiana “Just Say No”, ennesima conferma della crescita artistica, certi trucchi di strutturazione del brano vengono messi in pratica in modo preciso e professionale, fino al raggiungimento di un risultato piacevole e mai monotono. Esperienza si, ma anche cultura musicale riguardante un certo tipo di passato prossimo sonoro. Un giro di basso apre nel Blues “We’ve Broken Up”, la base del Rock messa a disposizione del presente. Qui le tastiere fanno buona vetrina.
E’ la volta del secondo lento dell’album intitolato “Stolen Land”, mi viene da fare un paragone non tanto per il suono che poco o nulla ha da spartire, però l’andamento mi fa venire alla memoria i passaggi più acustici degli Opeth misti ai Queensryche più ricercati. Interessante l’innesto dell’armonica.
Il disco si chiude con il ruggito di “The Man Who Cried The World”, tanta sostanza e mestiere.
I Welcome Coffee hanno confezionato un prodotto moderno, snello e ricco di buone melodie, consigliato agli amanti della musica in senso generale, senza etichette. MS




Collettivo Casuale

COLLETTIVO CASUALE – Aria
Music Force  - Egea Music
Genere: Rock – Cantautore
Supporto: cd – 2021
 


Musica è innanzi tutto condivisione, le emozioni che un artista vuole trasmettere passano attraverso di essa. Non è raro che alcuni musicisti si incontrano per caso e poi trovare un buon feeling. Questo è ciò che è accaduto anche a Konrad, Diana Rossi e Piero Filoni. Durante il tour estivo di Konrad per la presentazione dell’ultimo album “Luce” (Music Force – 2019) avviene l’incontro e l’intesa da cui nasce questo progetto nominato Collettivo Casuale.
Konrad ho già avuto modo di presentarlo in una mia recensione (https://nonsoloprogrock.blogspot.com/2019/06/konrad.html)
ed è un cantautore poliedrico con alle spalle collaborazioni importanti come quella realizzata con Mauro Pagani, quando il chitarrista faceva ancora parte della band Radiolondra.
Piero Filoni studia violino al conservatorio di Milano sin dalla tenera età di sei anni! A dodici si trasferisce a Kuwait City dove si approccia alla chitarra e alla tromba. Il suo girovagare nel suonare per strada lo riporta in Europa e l’amore per il cantautorato è totale. Incide tre album, “Via”, “Il Film” e “Antozoologia”. Forse qualcuno di voi lo ricorderà nel reality game “Pekino Express” dove ha gareggiato assieme a Paola Barale.
Diana Rossi vive di energia pura suggeritagli dall’arte, fra colori, sperimentazione e canto. Organizza diversi laboratori ed eventi artistici, coinvolgendo il pubblico per risvegliare in loro capacità creative e percettive. Studia la voce ed è al momento coinvolta in spettacoli musico culturali.
L’incontro fra questi tre artisti porta alla realizzazione di “Aria”, album cantato sia in lingua italiana che in inglese e composto da dieci tracce. Tre caratteri differenti innestati fra di loro portano ad un percorso sonoro davvero policromo. E allora iniziamo proprio dalla canzone “Aria” e dagli  arpeggi di chitarre, questi ci introducono in un mondo sonoro che ha radici profonde e lontane, infilzate negli anni ’70. Bello il gioco di voce e contro voce fra Konrad e Rossi, così l’assolo di chitarra elettrica che fa del titolo della canzone un  nomen omen. Più allegra “Nessun Reso Previsto”, orecchiabile nell’incedere e nel ritornello, tanta storia italiana fra le note.
Una capatina nel Rock in stile Matia Bazar in “L’Io Egemone”, bene arrangiata con gli effetti vocal phone, e sottolineo anche il bel ritornello cantato da Rossi. Americana “My Little Thing”, altro bagno negli anni ’70 tra il Folk ed il Rock. Poteva mancare il Country? Direi proprio di no, cade a fagiolo “Giuly”. Toccante la ballata “Going Away” che per molti tratti mi ricorda il migliore James Blunt.
“Fabrizio” dal quale brano è tratto anche il video, è vicino al mondo di Fiorella Mannoia, tanto per fare intendere il contesto sonoro. Confesso che all’ascolto ti fa stare bene. Segue “Trema La Pioggia”, altro lento adatto alle caratteristiche vocali di Diana Rossi. Si respira aria di West America in “Strada Di Luce”, canzone da cantare tutti assieme la sera accovacciati avanti ad un bel falò. Il disco si conclude in maniera eterea con “Un po’ Di Sole Ancora”.
Collettivo Casuale, divertente alchimia artistica da ascoltare. Pochi aggettivi da aggiungere, è semplicemente un disco bello. MS




venerdì 15 ottobre 2021

Uomo e Musica

 

UOMO E MUSICA

Di Massimo Salari




 
La musica nasce con l’uomo, lo accompagna dai tempi dei tempi, è l’udito che ha fatto il suo naturale percorso. In fondo, il primo suono ritmico che ascoltiamo è già nella pancia della nostra mamma… Il suo cuore. Una volta nati viene il suono, ossia il riconoscere ed associare un oggetto, o una azione a quanto ascoltato. Esso ha una frequenza nel tempo.
 
Per l’uomo primitivo, l’associazione di suoni è poi d’importanza vitale, il riconoscere ad esempio le situazioni di pericolo o versi di alcuni animali pericolosi. Nasce anche la necessità di esprimersi a suoni, anche per lunghe distanze, il suono come mezzo di comunicazione, far viaggiare il suono al posto delle persone, molto più veloce e sicuro. Molte tribù comunicavano fra di loro percuotendo oggetti, come ad esempio tronchi vuoti o quant'altro. Si riunivano, descrivevano situazioni di pericolo o di allarme, ma a volte anche di festa. Il tronco vuoto percosso lascia così adito anche all'interpretazione del gusto personale, al piacere del movimento, perché il suono ritmico è anche rassicurante. Tutto si riallaccia al ritmo del cuore, quello che abbiamo sentito da sempre, sopra di esso come intensità, il suono ci invita a situazioni di euforia o di agitazione, più lento invece a situazione di tranquillità, calma o di riflessione. Non è naturale e quantomeno non usuale, adoperare ritmi veloci per momenti di meditazione, salvo alterazioni mentali dovute ad altre sostanze esterne non usuali. E’ nella nostra natura.
 
Nasce dunque la musica, per definizione così descritta:

“La musica (dal sostantivo greco μουσική) è l'arte dell'organizzazione dei suoni nel corso del tempo e nello spazio.
Si tratta di arte in quanto complesso di norme pratiche adatte a conseguire determinati effetti sonori, che riescono ad esprimere l'interiorità dell'individuo che produce la musica e dell'ascoltatore; si tratta di scienza in quanto studio della nascita, dell'evoluzione e dell'analisi dell'intima struttura della musica. Il generare suoni avviene mediante il canto o mediante strumenti musicali che, attraverso i principi dell'acustica, provocano la percezione uditiva e l'esperienza emotiva voluta dall'artista.”.
 
La musica si sviluppa, nel tempo cambiano i supporti per crearla, l’arte subentra già nell'era primitiva, quando al suono di percussioni si affinano strumenti appositi, magari anche nati casualmente, ma nel tempo modificati e resi funzionali all'uopo. Un esempio un bastoncino vuoto che soffiandoci dentro produce un suono, in seguito migliorato facendo su di esso dei buchi. Un piffero. Chiudendo i fori con le dita, i suoni cambiano. Ecco il suono al servizio del piacere e del diletto umano.
La musica viaggia soprattutto nel sistema limbico del cervello e scatena come già detto la dopamina, vera e propria droga. Essa non è indispensabile per i termini biologici, ossia non allunga la vita, si può vivere benissimo anche senza, tuttavia è adatta a stuzzicare le nostre capacità mentali.
Per questo esiste anche la musicoterapia, perché riesce a lenire del 15% il dolore fisico (esperimenti fatti sulle persone, con  mani immerse nel ghiaccio o ferro ardente che si scalda nella mano, dimostrano che chi ascolta musica resiste un poco di più al dolore). Con il tempo ci si accorge che esiste anche l’Amusia, ossia l’incapacità di ascoltare la musica e di memorizzarla, in fin dei conti è come la dislessia nella lettura. Grazie ad essa, si è capito che musica e linguaggio sono due cose ben distinte nel nostro cervello.
Amusici sono il 5% della popolazione mondiale. Altro fenomeno è la Sinestesia ossia la capacità di associare colori, sapori ed odori alla musica.




 
Nel tempo le strumentazioni rendono la musica più articolata e complessa, adatta a tutte le esigenze e nasce anche quella di scriverla per dettargli delle regole univoche per tutti. Fino circa al IX secolo i canti venivano tramandati mnemonicamente, ma grazie ai canti devozionali cristiani nel VIII secolo nascono i primi appunti rudimentali su carta,  i monaci durante la direzione dei cori si appuntano l’alto ed il basso del tono da eseguire, questi sali e scendi sono chiamati  segni chironomici. Da qui parte l’evoluzione sino al raggiungimento del  pentagramma e delle note.
I gusti della popolazione all’ascolto della musica, sono generalmente legati agli eventi della vita, ai singoli episodi stessi i quali modificano l’esistenza ed il modo di pensare, di conseguenza, essendo la musica un linguaggio anche scritto, è dunque cronaca del periodo.
Un esempio per far capire il concetto, la musica ed i testi di Bob Dylan non sarebbero stati tali senza la “Guerra in Vietnam”.
Tuttavia la musica ritmata per il ballo, ossia quella meno destabilizzante in quanto maggiormente ripetitiva, è quella che nei secoli va per la maggiore. La massa in essa si riconosce e si rassicura, nascono per questo anche i balli di gruppo. Si costruiscono posti dove poterla vivere al meglio, come balere e discoteche, dove la musica ad alto volume subentra nell’individuo rendendolo euforico e felice, portandolo al ballo liberatorio.
L’uomo mette necessariamente del tempo ad adattarsi ai mutamenti degli eventi, c’è chi più degli altri si spinge alla ricerca e alla sperimentazione, ma in generale questo individuo all’inizio viene emarginato e messo in una bolla precauzionale d’ indifferenza dalla massa, proprio come per un virus. Eppure è colui che progredisce e fa migliorare il nostro stile di vita, in effetti tutto questo viaggia  nella normalità dell’evoluzione della specie.
 
La musica “complessa” dunque esiste, necessariamente supportata da una tecnica importante, la ricerca di nuove soluzioni, nuovi suoni e situazioni, fanno dell’ascoltatore attento un  individuo che gode a pieno della musica, come un prolungamento del suo essere. C’è chi ama trovarsi destabilizzato, ossia che viene portato in nuovi ed inesplorati limbi sonori, e chi invece da tutto questo ne trae fastidio. Non esiste una regola precisa per tutti, resta il fatto che colui che modifica le regole, nel tempo e solo nel tempo, convince la massa che in qualche modo si adegua all’evoluzione stessa, facendola propria e riportandola nei canoni della stabilità, magari con qualche piccola variante. Ognuno per la causa aggiunge del proprio.
 
Nascono necessariamente i nomi dei generi musicali, questo per dare punti di riferimento all’ascoltatore. Essi sono relegati agli stili ed ai ritmi, ma anche in base alle strumentazioni. Esiste la musica classica, il blues, il rock, il folk, l’heavy metal, il reggae, l’elettronica e decine e decine di altri generi.
La musica psicologicamente riesce a modificare anche i nostri gesti quotidiani, per esempio fa spendere di più un acquirente nei negozi, specie quella classica, in cui inconsciamente ci fa sentire degli intenditori (ad esempio, si compera lo champagne più caro rispetto quello che costa di meno). Viceversa, una musica forte e ritmata o elettrica, spinge l’acquirente verso la cassa. La musica classica è anche adoperata da repellente per i vandali nelle metropolitane di Londra, non è musica cool e non piace al vandalo. Anche gli animali pur non componendo musica, hanno comunque differenti sensazioni all’ascolto, ad esempio, la mucca con Simon & Garfunkel fa più latte, mentre le galline fanno più uova con i Pink Floyd.
Sino ad ora abbiamo inteso la musica come coralità di strumenti e di suoni, ma lo strumento per eccellenza che ci portiamo tutti appresso ogni giorno è quello della voce. Essa sa modulare e trasformare l’aria in suono attraverso la cassa toracica che la contiene, il diaframma che la spinge, la gola che la armonizza attraverso le corde vocali e la bocca che l’indirizza tramite la postura della lingua.
Come per gli strumenti musicali, anche per la voce esiste chi ci sperimenta.
Quando in Italia si parla di sperimentazione vocale, non può che venire alla memoria il grande sforzo artistico del cantante degli Area (band jazz prog degli anni '70) Demetrio Stratos.




DEMETRIO STRATOS

La voce la spinge dove nessun altro ha mai osato prima. Famoso il suo fischio glottico a diverse armoniche. "Se una 'nuova vocalità' può esistere dev'essere vissuta da tutti e non da uno solo: un tentativo di liberarsi della condizione di ascoltatore e spettatore cui la cultura e la politica ci hanno abituato. Questo lavoro non va assunto come un ascolto da subire passivamente, 'ma come un gioco in cui si rischia la vita' " (dalle note introduttive a METRODORA Collana DIVerso n. 5 di Demetrio Stratos, 1976).
Il grande pubblico lo conosce negli anni '60 con il gruppo I Ribelli (quelli di Pugni Chiusi), ma il suo ricordo è sempre associato agli Area.
Nasce in Egitto e si trasferisce in Italia, studia architettura ma il vero proposito è lo studio della voce, la sua fonetica ed il volerla liberare dagli stereotipi del modello canzone. Molti i vocalizzi sciamani nel suo immenso repertorio e persino armoniche quadrifoniche.
Muore trentaquattrenne in un ospedale Newyorchese il 13 Giugno 1979 a causa di una fulminante leucemia. Molti artisti ed amici organizzano un mega concerto nell'Arena civica di Milano nell'intento di racimolare dei soldi per la cura ma purtroppo il tutto tardivamente, il cantante muore tre giorni prima dell’evento.
L'idea di Stratos nel cercare la voce in quanto strumento, viene a lui ispirata dall'ascolto della lallazione di sua figlia di pochi mesi. L'uso della fonetica di un infante sta a significare il senso di ciò che si vuole, pur senza l'uso della parola. Lo stupore, il proferire vocalizzi nell’esternare il compiacimento di un buon cibo mangiato o semplicemente il pianto, sono punto d' ispirazione se accanto a questo si aggiunge il senso di una parola.
 
Il suono è dunque parte fondamentale della nostra esistenza e serve per vivere meglio, dovremmo dedicarci di più ad ascoltare che a sentire, perché ascoltare è dedicare l’attenzione a quel suono, mentre il sentire è un ascolto distratto senza concentrazione (ad esempio sentiamo passare una macchina ma non memorizziamo, in quanto suono già conosciuto). La nostra evoluzione passa anche attraverso l’ascolto, così la nostra cultura ed il benessere che ne traiamo.




 

mercoledì 13 ottobre 2021

Playlist Prog Scandinavo, Americano, Polacco

 PLAYLIST PROG SCANDINAVO, AMERICANO, POLACCO




Ho creato tre playlist su You Tube riguardanti il Progressive Rock, nei paesi nordici, in America ed in Polonia. Interessante è ascoltare la differenza fra le nazioni, anche se la globalizzazione di internet ha molto accomunato il genere. Il Progressive Rock nordico ha sicuramente atmosfere più scure e riconducibili ai King Crimson e Van Der Graaf Generator su tutti. L'America resta maggiormente orecchiabile in quanto propensa al prodotto che vende di più come suggerisce il loro dna (non tutte le band ovviamente sono commerciali,  ci sono anche moltissime che fanno musica impegnata... Intendiamoci, l'America è grande). La Polonia invece stupisce per modernità, ossia ricerca di più le soluzioni miste a psichedelia quella dettata da band più recenti come Porcupine Tree, No Man, Steven Wilson etc. In più hanno una grandissima tradizione Neo Prog, molte hanno come punto di riferimento i Pendragon o i Marillion. Non a caso proprio i Pendragon e gli Arena spesso registrano in Polonia i loro live. Spero che qui  possiate trovarci nuove emozioni. Buon ascolto. 


                                      PROGRESSIVE ROCK PAESI SCANDINAVI

             https://youtube.com/playlist?list=PLpblr4wcA1FRbz4q81YypiWAdRESkvEKb




PROGRESSIVE ROCK AMERICANO


 https://youtube.com/playlist?list=PLpblr4wcA1FQ3xiJI8wKw9IrBxT4ZmGSs



PROGRESSIVE ROCK POLACCO


https://youtube.com/playlist?list=PLpblr4wcA1FSaUqxOS2bcg3r37gOsTUOw 








domenica 10 ottobre 2021

Donazione

DONAZIONE

Tempi difficili per tutti. Per avere anche un blog dove recensire libri, dischi e quant'altro servono comunque soldi per comperarli. 
Colgo l'occasione per ringraziare tutte le case discografiche e gli artisti che mandano gratuitamente il loro materiale
Le recensioni tramite link di file vengono effettuate, ma ovviamente la precedenza spetta a chi manda  il disco fisico (o che compero io), anche perchè vengono valutati sia l'artwork che la qualità del suono nell'insieme. 
Per migliorare la qualità del blog e per disporre di più recensioni da oggi è possibile fare una semplice donazione cliccando sull'apposito pulsante che si trova all'inizio, in mezzo, e alla fine del blog:  


                                                                   


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sabato 9 ottobre 2021

Three Generations

THREE GENERATIONS - Caligiuri - Tavolazzi – Capiozzo
MaRaCash Records
Genere: Jazz/fusion
Supporto: cd/vinile - 2021




La buona musica si sa non ha tempo o età, nel senso che sembra vivere in un limbo inclassificabile, certamente la strumentazione può fare la spia e così il suono della registrazione, ma se nel caso le strumentazioni dovessero essere classiche, allora l’identificazione diventa ardua.
C’è un genere che ancor più sembra non tramontare mai, il Jazz, quello caro a molte band italiane che attraverso la mediterraneità hanno scritto pagine importanti della storia della musica italiana. Se andiamo ad analizzare il periodo più interessante e prolifico di questo filone ricade nei primi anni ’70 quando formazioni come Area, Perigeo, Bella Band, Arti & Mestieri, Agorà e moltissime altre ancora, hanno saputo deliziare i nostri padiglioni auricolari oltre che scaldare l’anima.
Il tempo passa, ma la tradizione di questa nobile arte si tramanda di artista in artista, ecco che certi incontri diventano una nuova valvola di sfogo e di idee, questo quando le nuove leve si innestano con i maestri del passato.
Il nome del progetto Three Generations sorto nel 2016 è proprio il sunto di questo preambolo, creato da tre musicisti di valore e di età differenti, il pianista e tastierista Leo Caligiuri (alcuni amanti del Prog lo ricorderanno nei Altare Thotemico), il bassista e contrabbassista Ares Tavolazzi (Area) e il batterista Christian “Chicco” Capiozzo, figlio del bravissimo Giulio Capiozzo (Boretto, 18 febbraio 1946 – Cesenatico, 23 agosto 2000) motore della band storica Area.
La strada intrapresa dal trio non può essere che quella del Jazz, ma anche della ricerca, ovviamente dentro c’è molto cuore Area e a tratti durante l’ascolto potrebbe anche scendere una lacrimuccia di commozione relegata i tempi che furono. Otto brani per più di 45 minuti di musica. Leo è un grande tastierista, non lo scopriamo sicuramente oggi, e ci delizia con i suoi tasti d’avorio che danno suono alla delicatezza d’animo. Christian è un talento puro, neanche a dirlo, e che dire del maestro Ares? Sempre preciso senza sbavature e poliedrico. Il disco suona molto bene e ci regala momenti caldi ed avvolgenti come in “Journey” o nell’iniziale “Cerambyx”. Giustamente alcune cose potrebbero benissimo risiedere nella discografia Area, come il brano “Indian Market” che tanto mi ha emozionato, e che dire di “Stratos”? Un grandioso tributo al cantante scomparso degli Area Demetrio Stratos (Alessandria d'Egitto, 22 aprile 1945 – New York, 13 giugno 1979). L’ascolto spesso viene effettuato ad occhi chiusi con il piede che batte il ritmo inesorabilmente, tutto questo perché la musica è davvero coinvolgente.
Quando mi riferisco alla delicatezza d’animo di Leo Caligiuri mi riferisco soprattutto a “Here”, brano delicato dal sapore antico, come quando Duke Ellington ci spaccava il cuore. “Memories” è un pezzo ricercato nelle soluzioni sonore, e piacevolissimo risulta l’intervento del flauto sempre ad opera di Caligiuri. La conclusione è affidata a “Sunset Poetry”, mentre l’ambiente circostante si riempie d’aria pura, una gemma che sfiora anche il mondo del Folk pur restando dentro certi canoni oramai noti.
Questo album è davvero piacevole, una chicca che nessun amante dei generi descritti si deve far mancare! Ve lo assicuro…  Mi saprete dire.
Del disco esiste anche la versione in vinile oltre che in cd. MS




 

sabato 2 ottobre 2021

La Società Virtuale

LA SOCIETA' VIRTUALE 

Di Massimo Salari



Nella società “virtuale” di oggi, dove è più facile chattare con uno sconosciuto piuttosto che parlare di persona con il tuo amico di fianco, ci sono cose che mi lasciano perplesso. Con internet abbiamo il mondo a casa, tutte le enciclopedie, la discografia mondiale, l’informazione in diretta… eppure non sappiamo. Non ci ascoltiamo, ci nascondiamo dietro ad un nick name per dire cose che non ci rappresentano. Facebook è un luogo di spionaggio su realtà che non esistono. Tutti filosofi… Italiani popolo di filosofi, peccato solamente che lo sono con le frasi degli altri. Viceversa siamo bravi ad insegnare ciò che non sappiamo spacciandolo per verità assoluta.

C’è Sanremo? Facile…fa schifo, boicottiamolo! (lo dicevano negli anni ’70 anche quando vincevano i Matia Bazar, figuriamoci oggi). Scrivono su Facebook: C’è il calcio? Non dobbiamo guardarlo! Fa schifo, troppi soldi! C’è X Factor? Solo i stupidi lo guardano, è la morte dell’arte! Boicottiamolo! C’è Il Grande Fratello? Peggio che peggio.
MA… ecco il MA… alla fine tutti guardano questi programmi o eventi. MILIONI di ascolti!!!
La politica? Tutto va male, io spacco questo, io spacco quello…BASTA! E’ ORA DI CAMBIARE. Poi non si fa nulla. Mai!
L’Italia è ridotta ad un feudalesimo becero e squallido, dove ognuno pensa esclusivamente al proprio orticello, fregandosene sempre di coloro che sono veramente in difficoltà, pensando semplicemente: “A me non capita”, l’orto è il loro. Non si è capito che stare comodi nella cabina del capitano, quando la nave affonda si muore ugualmente. Quando si affonda, si affonda.
Tutto questo accade nella società “virtuale”, dove con un clic hai tutto. Dove a casa non arrivi a fine mese, ma hai l’I Phone. Che strano, funzionavano meglio i ciclostili negli anni ’70, con il volantinaggio, si comunicava meglio…molto strano. Avevano anche le App, si chiamavano “allegati”.
Sento parlare molto male dei giovani. Mi dispiace, perché in realtà potenzialmente sono meglio delle generazioni passate, in quanto più informati. Io credo in loro, credo più in loro che nei miei coetanei, fautori del bell’orticello feudale. Le scuole non gli sono di grande aiuto, perché un governo che toglie soldi all’educazione dei propri figli, non è degno rappresentante di un popolo civile. Ma tant’è.
In questa società “virtuale” l’arte e la cultura è agonizzante, c’è una gara a chi la fa gratis. Con la scusa che non ci sono soldi, i locali ed i comuni o chiamano dj, Karaoke o cover band a poco prezzo. L’artista vero è tagliato fuori. Questi signori sono gli stessi che dicono “Sanremo fa schifo”, “In Italia non ci sono più artisti di una volta”. Non è vero! Guarda caso sono proprio loro che li uccidono.
La cultura è questa.
Intendiamoci bene, va bene il dj, va bene la cover band… però perché almeno per una volta non si chiama un artista con del materiale proprio? Se la risposta è “perchè non porta clienti” allora è la società “virtuale” che culturalmente è morta, la paura del nuovo che destabilizza la massa.
Pecore.
Ho visto artisti spostare marchingegni e service da cinquanta mila euro per suonare a 200 euro!
Schifo dite voi? E allora, perché dire solo “schifo” e non cambiare? Ascoltateli!
Questo monologo è uno sfogo, solo per far riflettere per un attimo, ma non voglio avere ragione, anzi, rispondetemi e spiegatemi dove sbaglio, perché io spero di sbagliare. Spiegatemi perché nell’era della comunicazione, non ci capiamo.
Aveva ragione Sigmund Freud, tutto gira attorno al sesso, anche oggi. Chi guadagna alla grande su internet è You Porn e simili. Si nutre non il cervello…ma un altro muscolo (intesi come forza).
Voglio vedere fra poco tempo ai nostri figli cosa daremo da mangiare, una bambola gonfiabile?

domenica 26 settembre 2021

Savelli - Zanotti

SAVELLI – ZANOTTI – Italian Kidd
Radici Music Records / Associazione Le Nuvole
Genere: Rock – Rock Progressivo
Supporto: cd – 2021




La creatività non ha confini.
Non credete a coloro che vi dicono “Una volta la musica era meglio”, sono solamente persone  che si sono fossilizzate, semplicemente perché questa o quella canzone gli ricorda il periodo più bello della loro vita, la gioventù, se non i primi amori. Ci si crea quindi una bolla dalla quale non si vuole far entrare null’altro, egoisticamente solo quello che sembra opportuno. Nessuno potrà mai dissuaderli o convincerli che il mondo si evolve, che l’arte è bella in ogni periodo e che non è paragonabile con il passato semplicemente perché gli eventi che mutano la società non sono gli stessi. E’ come se noi volessimo ballare un valzer quando in realtà stanno suonando una tarantella, è semplicemente ridicolo.
La musica è ricerca, collaborazione, coraggio, cuore oltre che mille altre cose!
Alex Savelli sembra uscire dal cuore del Rock Progressivo inteso proprio come atteggiamento di ricerca, non da paragonare con il sound dei miti del passato per intenderci i Genesis, Gentle Giant etc. bensì è un ricercatore puro e semplice. Molte le realizzazioni e restando in ambito progressivo posso citare il suo progetto Pelican Milk, ma il polistrumentista è aperto a tutto, notevoli le collaborazioni nel tempo, una su tutte con il maestro batterista Massimo Manzi.
Ivano Zanotti è un batterista che definirei per approccio “ruspante”, la sua carica di energia si sprigiona nel suo drumming. Il musicista Bolognese ha studiato con il maestro Mauro Gherardi e ha frequentato il corso di percussioni nel Conservatorio G.B. Martini di Bologna. Vanta collaborazioni con artisti del calibro di Eugenio Finardi, Vince Tempera, Alan Sorrenti, Gang e moltissimi altri. Incide diversi album e partecipa anche a colonne sonore per film, oggi insegna la materia nelle scuole, insomma un artista a tutto tondo.
Parlavo precedentemente di collaborazioni, ebbene anche questo album ne è colmo con ben undici special guest che andrò a nominare durante il corso dell’ascolto. Tanti personaggi più o meno noti del mondo musicale si alternano nelle canzoni, apportando ai 70 minuti di musica un insieme di stili differenti, ecco quindi il Rock, il Jazz, il Folk, il Pop e molto altro ancora. L’artwork contiene all’interno il poster della copertina, una fotografia in bianco e nero di Manuel Magni. L’edizione è cartonata.
“Loud Mouth Went Crazy” apre con la voce di Luca Fattori, quello che subito risalta all’ascolto è l’arrangiamento curato, oltre la capacità del ritornello di restare immediatamente avvinghiato alla mente. Rock con un assolo centrale di chitarra elettrica davvero ben eseguito. Il ritmo consente anche il ballo se lo si desidera, il basso è autore di una spinta ulteriore.
Tutta altra materia “Not Alone” cantata dalla profonda voce di Luciano Luisi, un lento caldo e ruffiano. Di questo brano esiste anche la versione in lingua italiana alla fine del disco e si intitola “Non Siamo Soli”. Torna il Rock nella breve “Dogman” ed il riff sembra uscire da un disco dei Led Zeppelin, precisamente “IV”, la voce è quella di Massimo Danieli. Tanta energia e qui i nostri due artisti si divertono di cuore, e il divertimento è assolutamente contagioso! Un arpeggio di chitarra inizia “Dead End”, soave come la voce di Jeanine Heirani (Nostress), il crescendo sonoro è ipnotico mentre ancora una volta gli arrangiamenti sono buoni, in questo caso sono i cori sa spingere il brano. E come sulle montagne russe, si sale e si scende velocemente ossia ritorna il Rock  anzi, in questo caso l’Hard Rock con “Take Me Back” e la voce di Michele Menichetti (La Gabbia). Odore di cavi elettrici, pedaliere e polvere di palco.
E giù… Arpeggi alla Genesis per “Rosita” impreziosita dall’interpretazione di Teresa Iannello, testa e cuore. E su… “Spears” con la bellissima voce di Lorenzo Giovagnoli che molto abbiamo apprezzato con la sua band Progressive Rock Odessa. Provate a rimanere immobili durante l’ascolto di questo pezzo se ci riuscite. Valentina Gerometta (Zois) addolcisce le atmosfere in maniera intima di “The Shepherd”, altro frugale istante che non so il perché mi fa venire alla memoria qualcosa dei Porcupine Tree, forse anche la psichedelia che ha intrinseca, oppure la ritmica che è cara al Wilson del periodo primi anni 2000.
“NSD (Natural Space Drift)” è intensa, ricercata, diretta, e qui la mia visione dei Porcupine Tree è ancora una volta più palesata. Una Psichedelia ben arrangiata e curiosamente supportata da un cantato che in alcuni momenti sfocia nel mondo del Punk.
Adrenalina.
“The Bat From Whuan” è una rasoiata espressa da una prestazione vocale di Luca Fattori davvero sopra le righe. La batteria viaggia come deve per un brano dall’amperaggio elevato, occhio ai fusibili, una scorciatoia per l’inferno? Per sentire la voce di Alex Savelli bisogna arrivare a “Unspoken”, cadenzata e comunque granitica per indole, e vai ancora di chitarra elettrica! Francesco Grandi e Omar Macchione dei Qvintessence spettinano in “Don’t Get A Word”, la batteria sale in cattedra, Zannotti ci da del lei. Un brano che mi colpisce molto è "The Stranger", sia per gli effetti della chitarra che per il sound pachidermico cucito alla perfezione e indossato con assoluta eleganza da Frederick Livi (Crownheads), un connubio interessantissimo.
“UFG (Unidentified Flying Girl)” è un'altra piccola gemma ancora una volta con Valentina Gerometta, qui le soluzioni sono davvero giocose e bene supportate anche dai Synth e dal basso roboante.
In “Italian Kidd” ascoltate la musica, ma davvero tanta! Ancora una volta il geniaccio di Savelli fuoriesce da ogni composizione, il tutto evidenziato dalla batteria di Zannotti. Che dire…. Dategli una opportunità, non ve ne pentirete sicuramente. MS




 
 
 

Marco Nocera

MARCO NOCERA – Look Ahead
Music Force / Egea Music
Genere: Rock
Supporto: cd – 2021




La musica ha effetti benefici nell’uomo, lo fa stare bene.
Cerca la musica, il suono che lo tranquillizza e che lo fa emozionare, ballare, cantare e perché no, anche piangere. Se ci pensiamo bene oggi siamo fortunati a vivere in questa era, perché i metodi ed i mezzi per poter esprimere e creare suoni sono davvero molteplici. Non soltanto molti strumenti ci vengono incontro, ma anche la tecnologia che giorno dopo giorno si aggiorna e progredisce in potenzialità. Non tutti riusciamo a stare dietro alle novità, però c’è chi lo fa per noi realizzando anche lavori interessanti. Non tutti gli artisti hanno lo stesso approccio per accedere nel mondo musicale, molti passano attraverso  il conservatorio oppure semplicemente iniziano come autodidatta.
La storia di Marco Nocera risiede nel mezzo, proveniente da Brindisi comincia con la radio poi si innamora delle tastiere, degli impianti Hi-Fi, mixer e console DJ. Ecco che la voglia di migliorarsi subentra a breve e questa passione lo conduce a studiare solfeggi e canto. Nel 2007 debutta con “Hate Or Love” nella famosa emittente radiofonica brindisina Ciccio Riccio. Tuttavia il debutto vero e proprio, quello ufficiale avviene con “Homeland Atmosphere” nel 2019.
Oggi è la volta di “Look Ahead”, un contenitore ampio dove nelle nove canzoni si analizzano storie di vita quotidiana, di amori andati, ricordi, libertà e sogni. Ma non finisce qui, si aggiungono altre sei tracce fra extended version e mix.
Molta carne al fuoco dunque ed iniziamo ad assaggiarla da “Silent Emotion”, tanta elettronica ed effetti eco nella voce, il tutto a sostegno di una melodia che molto va ad attingere negli anni ’80. Ballabile e ancor più ruffiana nel senso buono del termine risulta “Escape Way To Freedom”. Mi richiama alla mente qualche passaggio dall’ultimo album di Steven Wilson “The Future Bites”, specialmente nel falsetto vocale. La breve “Without Lights” conferma le buoni doti compositive dell’autore. Il ritmo trasporta in “Busted Love” e qualcosa di New Wave aleggia nell’aria, anche Ultravox & company.
Un attimo di tregua ritmica giunge con la delicata “Spinning Doors”, cantata in italiano da Federica Cesano in maniera davvero impeccabile. Questa canzone ha decisamente alte potenzialità. Atmosfere rarefatte aprono “Look Ahed”, brano dall’ampio respiro oltre che molto orecchiabile. Adiacente giunge “Sunset Over Miami” i suoni tastieristici circondano la mente, il pezzo è strumentale e lascia adito a fantasiosi voli pindarici. La fantasia di Marco Nocera è estesa e lo si evince anche all’ascolto di “Still Here”, non è assolutamente semplice saper creare tormentoni sonori, si rischia di passare attraverso sbadigli inevitabili, qui invece gli arrangiamenti sia con il sax che con gli interventi vocali rendono il tutto molto vivace. E per finire “Nessuno C’è”, un nuovo ritorno alla formula canzone, altro giro melodico lievemente malinconico ed un ritornello indovinato.
Fa piacere ascoltare musica fresca, composta da giovani che tengono i piedi su due staffe, quelle della melodia italiana e la ricerca elettronica, innovazione e radici. Per me (come direbbe qualcuno) è un si!
La realizzazione del disco è stata possibile grazie alla collaborazione con Aerum Group, azienda coinvolta nelle attività di progettazione e produzione industriale. MS





Due Acoustic

DUE ACOUSTIC – Stop!
Music Force / Egea Music
Genere: Pop
Supporto: cd – 2021




Spesso i buoni risultati nascono esclusivamente per passione. Quando parliamo di musica si sa che il primo sogno di un artista che si getta nell’arena del mondo musicale è quello di suonare dal vivo, ossia mettere a nudo e alla prova ciò che si è. Passata questa prima soglia, il passo nel volere incidere un disco è immediato, una volta acquisita la consapevolezza dei propri mezzi si sente il bisogno di creare un qualcosa di proprio. Questa storia è comune a moltissimi artisti, ed è anche il caso del Due Acoustic proveniente da Ascoli Piceno e dintorni.
Si formano nel recente 2019 e sono composti  da Morena Contini alla voce e Sandro Di Nino alla chitarra acustica. Il bagaglio culturale dei protagonisti è ampio, varia dal Jazz al Blues sino a giungere nel cantautorato. Sandro Di Nino è chitarrista, compositore ed arrangiatore mentre Morena Contini oltre che cantante è autrice e produttrice.
Il risultato del connubio musicale viene registrato in questo album di debutto intitolato “Stop!” composto da otto brani ad iniziare da “Tu L’Albero Io Il Tuo Fiore”. Lo stile proposto è armonioso e delicato, molto vicino al mondo di Fiorella Mannoia. L’interpretazione è sentita, a tratti quasi recitata, mentre la base musicale delicatamente sembra non voler disturbare il duetto vocale. La title track “Stop” è immersa nel Blues dal sapore sudista, decisamente sensuale e genuina, difficile tenere a bada i piedi che si muovono da soli al ritmo lento dell’andamento. Gradevolissimo e centrato il breve solo di chitarra che personalmente mi emoziona facendomi ricordare il mai troppo compianto chitarrista texano Stevie Ray Vaughan. Con “Dimmi” si torna nel cantautorato, ancora una volta vestito con un velo di malinconia. Molta eleganza e sostanza.
Sale il ritmo sino al Funky a testimonianza dell’ampio spettro sonoro a disposizione del Due Acoustic in “Honey”, certamente un riff già sentito ma sempre funzionante per coinvolgenza.
La voce di Morena è decisamente duttile all’evenienza.
“Ninna Nanna” è nomen omen, sostanzialmente una dolce ballata dedicata ad un ipotetico “lui”. Si rialza il ritmo attraverso l’attuale “Donna Allo Specchio”, canzone che riesce a mixare con intelligenza il passato ed il presente. Essa è il brano più ricercato ed arrangiato dell’album con soluzioni davvero gradevoli oltre che interessanti.
Un salto nel mondo spagnolo e gitano in “Ciao Che Fai”, il pezzo mette in evidenza le buoni doti chitarristiche di Sandro Di Nino. A chiudere “Lost” con un pizzico di slide guitar, altra carezza emotiva questa volta cantata in inglese.
“Stop!” è un buon disco che in sostanza ha voluto mettere in evidenza i mondi dei due protagonisti, il classico “da dove veniamo”, ora per i prossimi passi c’è da capire quale strada si deve intraprendere perché la personalità ha bisogno del suo inevitabile cammino. Sicuramente il debutto è molto buono, dietro questa musica c’è comunque sapienza e consapevolezza oltre che effettiva capacità. MS  




sabato 18 settembre 2021

CHE STORIA! Ivan Graziani

 CHE STORIA! Ivan Graziani




Fabio Bernacconi in questo episodio di CHE STORIA, narra un mio articolo su un grande del cantautorato italiano: IVAN GRAZIANI. Emozionante e sincero, come l'amore che nutriamo nei confronti del chitarrista. Il montaggio è ad opera di Simone Moscatelli. Buon ascolto!


https://open.spotify.com/episode/2mXXeTJvzMDpp3IykambjT?si=fXXohgh8SVSvnheJR2y4tA&utm_source=copy-link&dl_branch=1&fbclid=IwAR0-jFC28Z5X3z6vQBceixqmXJ95fzGRONZCXZ-0UihRbAx4GqZnVYBfTic&nd=1




Noisy Diners

 

NOISY DINERS - The Princess Of The Allen Keys (The History Of Manto)
VideoRadio
Genere: Progressive Rock Italiano
Supporto: cd - 2021




Non nascondo la mia ignoranza svelandovi che ho avuto l’opportunità di conoscere Noisy Diners navigando su You Tube. Incuriosito dall’ascolto vado alla ricerca di informazioni: dietro al nome del progetto c’è Fabrizio Dossena (autore teatrale e musicista compositore) e “The Princess Of The Allen Keys (The History Of Manto) è una Rock Opera che narra della nascita della città di Mantova prendendo spunto dalla leggenda di Manto.
L’artista dice riguardo al proprio lavoro: “ Una mia intuizione è stata quella di riunire musicisti di provenienze stilistiche diverse: Ezio Secomandi (batteria) dal Punk e dall' Hard Metal, Davide Jori (chitarra solista) dal rock psichedelico, Donata Luani (voce) dal jazz, Cristiano Roversi (tastiere Chapman Stick) dal Progressive e io stesso Fabrizio Dossena (chitarra folk 12 corde) dalla musica classica. Il tutto supportato da altri musicisti di indiscusso valore come Mirko Tagliasacchi (basso), Erik Montanari (Chitarra folk) Mauro Negri (sax), ed ad altri ospiti / interpreti come Stefano Boccafoglia (Tiresia), Aran Bertetto (Caronte), Beatrice Cotifava (The Princess), e soprattutto Nad Sylvan (Agents Of Mercy, Unifaun) voce della Steve Hackett Band nei panni di Virgilio.”.
All’ascolto della musica non si può fare a meno di trovare molteplici influenze, ma quella che maggiormente si palesa è rivolta al mondo dei Genesis. L’uso delle tastiere da parte di Roversi (Moongarden e Submarine Silence), Mellotron compreso è davvero imponente, così piacevoli sono gli assolo di chitarra.
Il primo brano “Tiresias” è subito una mini suite di quasi tredici minuti composta da parti sia strumentali (come nel maestoso finale) che cantate. La voce narrante è graffiante e coinvolgente. In certi frangenti grazie all’uso della doppia voce in sottofondo, mi sembra di ascoltare “The Final Cut” dei Pink Floyd, non riguardo la musica intendiamoci.
Di poco meno la durata di “Manto And Tibrys”, dove Fabrizio Dossena palesa tutta la cultura posseduta a livello musicale. Buona la personalità che riesce ad amalgamare differenti stili. Il cantato di Donata Luani è intenso e ben eseguito, voce pulita e giustamente coinvolta. Il ritmo sale, così il coinvolgimento dell’ascolto che ancora una volta viene coccolato dalla grandezza delle tastiere. A supporto giunge anche il sax, ma notevole risulta  il finale di chitarra elettrica, ancora una volta coinvolgente ed energico. Le arie come dicevo variano dal sognante al vigoroso, passando per melodie di facile memorizzazione, un esempio lo si ha nella serie “Duel Pt1” e “Duel Pt.2” dove le voci di Sylvan e della Luani ben si incastonano. Non distante il modus operandi di “The Bad Boat”. A seguire “The Weak Fog”, qui Manto e Virgilio dialogano ancora, l’intensità del brano è coinvolgente altro piccolo gioiello dell’album che si conclude con “The Princess Of The Allen Keys”, fra sax godibilissimo, cascate di tastiere, e molto altro di ciò che si aggira nel mondo “Progressivo”.
Raccogliendo informazioni su internet “The Princess Of The Allen Keys (The History Of Manto)” sembra dover far parte di una trilogia, e questo fa ben sperare per il futuro del progetto che oggi ben si è presentato.
I Noisy Diners sono una bella sorpresa, a testimonianza del folto vivaio con cui il Rock Progressivo Italiano prosegue la sua storica esistenza. Ascoltateli! MS





giovedì 16 settembre 2021

Force Of Progress

FORCE OF PROGRESS – R3Design
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: Progressive Rock/Metal Progressive
Supporto: cd – 2021




Molte volte si è fatta diatriba fra Progressive Rock e Metal Progressive, spesso sono trattati come due mondi completamente differenti, chi ama il rock non gradisce eccessive distorsioni elettriche, chi invece ama il Metal si accosta con più semplicità al Rock. Ma quando l’equilibrio è perfetto allora nascono produzioni che possono lasciare esterrefatti entrambi i fans dei due generi.
Il nome di Force Of Progress non è di certo nuovo a chi vive di questa musica, band dotata di tecnica palesata nei due lavori strumentali davvero gradevoli intitolati “Calculated Risk” (Progressive Promotion Records – 2017), e “A Secret Place” (Progressive Promotion Records – 2020), recensiti anche in questa sede.
La formazione subisce un cambio passando da quattro elementi a tre, Dominik Wimmer alla batteria non è più nelle file lasciando il posto a special guest, per cui restano Hanspeter Hess (The Healing Road) alle tastiere, Chris Grundmann (Cynity) alle tastiere, chitarra e basso, e Markus Roth (Marquette, Horizontal Ascension) alle tastiere, chitarra e basso. Cambio anche nella confezione del disco, sia per tipologia di artwork, qui decisamente semplice e lineare rispetto i disegni colorati e particolareggiati precedenti, sia in tipo di confezione, non più cartonata ma di plastica.
“R3Design” racchiude sei brani per una durata di cinquanta minuti abbondanti.
Il disco parte a mille con una vetrina balistica davvero apprezzabile, “Ultra Conservation” sembra un pezzo uscito dalla discografia dei Dream Theater (quelli più in vena) ovviamente senza la voce. Qui risiede tutto quello che un fans del Metal Prog cerca, scale su scale, ritmi su ritmi. Resto colpito dai dieci minuti di “Viral Signs I – Ambassador Of Light”, come stile vuole si comincia con una bella melodia orecchiabile per poi svilupparla nel proseguo dell’andamento, il tutto condito con cambi di tempo e d’umore. Buone le chitarre che sono sia da accompagnamento che da base oltre che protagoniste di pregevoli assolo. Le tastiere risultano quelle che negli anni ci hanno fatto apprezzare personaggi come Jordan Charles Rudess o Kevin Moore, sale sulla coda del suono. Le scale sono a tratti vertiginose ma in altri momenti si gode di quiete melodiosa. Prima di giungere alla suite seconda parte di “Viral Signs” ad inframezzare c’è “Next”, composizione che si articola fra atmosfere Black e sonorità più solari il tutto in una specie di gara fra schiaffo o bacio, top l’assolo di chitarra finale. Ma il brano più bello dell’album a gusto di chi vi scrive è la suddetta suite di sedici minuti intitolata “Viral Signs II - Incident 3030”. Essa rispecchia il mio modo d’intendere il Metal Progressive ossia il giusto equilibrio a cui facevo cenno nell’inizio della recensione, fra tecnica e melodia Prog Rock. Hammond, coralità ad opera di Markus Scheley, effetti elettronici, rumoristici e un assolo di chitarra da parte di Achim Wierschem davvero godibile (Pink Floyd style).
Un lungo viaggio sulle montagne russe del pentagramma.
Dopo questa scorpacciata serve un brano più breve e meno articolato, infatti ci sono i quattro minuti di “Lady Lake” a dare al disco un piacevole break che si approssima anche alla formula canzone. Chiude “Redesign”, inizialmente composto da sonorità Yes ed Emerson Lake & Palmer, a conferma che il trio è attento anche al passato, per poi passare al lento ritmico di una ballata supportata dalla chitarra elettrica di Claus Flittiger, ma non c’è bisogno di aggiungere altro.
La qualità dell’incisione è più che buona, i suoni appaiono ben distinti e il tempo alla fine sembra essere volato. Magia della buona musica. MS





domenica 12 settembre 2021

Playlist Rock Progressive Nordico

 LA PLAYLIST DI MASSIMO "MAX" SALARI SUL PROG NORDICO


Sperando di aver fatto cosa gradita, questa è la mia playlist riguardante il PROGRESSIVE ROCK NORDICO. Non tutto ovviamente, ma una grande fetta. Trattasi di Norvegia, Finlandia, Svezia e Danimarca. Qui vi risparmiate di andare a cercare nel web sull'argomento, diciamo che è una ottima scorciatoia per conoscere queste band. Buona scoperta e buon ascolto.


https://www.youtube.com/watch?v=yDafT7st-uU&list=PLpblr4wcA1FRbz4q81YypiWAdRESkvEKb

(Evidenzia il link, click tasto destro del mouse e vai alla pagina...)






giovedì 9 settembre 2021

Nichelodeon - InSonar & Relatives

NICHELODEON/INSONAR & RELATIVES – Incidenti, Lo Schianto
Snowdonia
Distribuzione: Adioglobe
Genere: Avanguardia – Sperimentale
Supporto: cd – 2021




Ricercare, osare, isteria, sarcasmo, l’essere se stessi fino all’estremo, tutto questo può bastare per definirsi dei folli? Ma cosa è in realtà la follia? E’ uno stato di alienazione mentale determinato dall'abbandono di ogni criterio di giudizio; pazzia, demenza. Si ha paura della follia, essa destabilizza perché non sai mai cosa  riserva. Eppure nella musica c’è bisogno di follia come l’aria, perché l’evoluzione passa attraverso la trasgressione della regola. Immaginatevi voi se non ci fosse chi osa, ancora oggi saremmo qui a battere un ramo su di un tronco vuoto.  Tuttavia la follia non porta sempre a risultati positivi, anzi spesso deraglia nell’estremismo incompreso, ma anche in esso si celano idee che magari un altro artista nel tempo estrapola e migliora (fosse la prima volta che accade). Questo è l’habitat in cui notoriamente opera il cantante Claudio Milano in arte Nichelodeon. Esso respira l’arte e l’assorbe assimilandola per poi vomitarla addosso al pubblico senza mezzi termini con veemenza.
Sono serviti sette anni per la realizzazione di “Incidenti – Lo Schianto”, e sto parlando del quarto lavoro in studio (sesto se si considera il progetto InSonar) dopo il buon “Bath Salts” (Lizard Records). Un lavoro granitico suddiviso in 17 tracce denominate “Senza Valore” dove l’autore compositore e cantante  si coadiuva della collaborazione di ben 44 musicisti dai nomi più o meno noti nel circuito come Paolo Tofani, Vincenzo Zitello, Laura Catrani, Vittorio Nistri, Mauro Corvaglia, Luca Olivieri etc.
La musica espressa non segue uno stile unico, anche se essenzialmente gira attorno al dialogo fra il violino di Erica Scherl e i fiati di Evaristo Casonato, coesistono orchestrazioni e un insieme di generi come l’Avant-Metal, il Folk medievale ed il Jazz. L’artwork contenuto nel formato cartonato è ad opera dello stesso Milano, con la partecipazione dei grafici Paolo Rosset e Marco Latagliata. Esso è composto da quattro dipinti in bianco e nero che ben trasudano il lavoro sonoro contenuto all’interno definito dallo stesso autore “Un monolite oscuro ma dalle tante sfaccettature”. Ci sono anche quattro stick questa volta a colori che praticamente rovesciano in maniera ironica il significato della copertina accompagnando l’ascoltatore verso la follia, a voi il piacere di scoprirli, su questo non vi rovino la sorpresa.
Il soprano Laura Catrani incomincia il viaggio nel suono decantando le parole con intensa veemenza attraverso una impostazione più che esemplare, conducendo verso un suono psichedelico ed oscuro ricolmo di rumoristica.
L’oscurità ammanta la mente.
Il basso roboante di Andrea Grumelli si staglia all’inizio di “How Hard Tune!”, un breve concerto cameristico avvolto da un gioco di voci al limite del logico, la follia comincia a prende piede. Il passo è breve, il fatto si compie con “Variations On The Jargon”, uno dei brani più interessanti che mi sia capitato di ascoltare in questo 2021, denso di ricerca vocale, Metal in stile Celtic Frost periodo “Into The Pandemonium” il tutto sopra una ritmica free style. Milano con la voce fa ciò che vuole.
Ne “Il Barbiere Degli Occhi” si apprezzano i testi visionari come ad esempio in questo estratto:
 
Fuori dalle scuole,
nei luoghi di culto,
per pozzi sì bui,
sono il Creatore più grande,
chi confonde le mappe
di astri e labirinti,
delle vene e dei geni,
delle frecce scoccate
da Dèi troppo stanchi.
 
Ma le parrucche le più richieste sono,
arcobaleni di fogge oblique e rette,
a caccia di
consolazioni dolci,
allucinazioni selvagge,
un collasso di gioia.
 
Tutto è recitato, narrato, cantato, accennato, sussurrato dalla voce malleabile dell’artista.
“Con Dedica” è arrangiata assieme a Stefano Giannotti e Gianni Lenoci, coesistono richiami al passato sia nella musica che nel canto. Il flauto in conclusione dona una parvenza di serenità al tutto ma è una breve illusione, “Senza Ritorno” si palesa in una sequenza di coralità tonali decisamente non convenzionali. Apprezzabile il gioco degli effetti stereo che dona all’ascolto un piacere in più.
“La Scatola” possiede una metrica lirica ricercata su di una musica orchestrata e bene arrangiata da Andrea Quattrini, Stefano Ferrian, Stefano Giannotti e Ulisse Tonon. Facile avere visioni all’ascolto, la musica porta a questo, le immagini oniriche trasportano dentro il racconto. A questo punto dell’album si può dire che l’ascoltatore comincia a socializzare con la follia che sembra divenire sempre più normalità.
Che la bestia non sia poi così nera?
“L’Ultima Sigaretta (Fantasmi Ad Argun)” è diabolica, le voci che circondano il nostro cervello preso d’assalto brandiscono sembianze di un nuvolo di zolfo più che di fumo, questo grazie ai tornelli di voce. Fa capolino anche il Mellotron, suonato da  Marco Lucchi. Le atmosfere si quietano con “Idiota/Autoritratto (Tadzio’s Death)”, melodicamente più presente rispetto al materiale ascoltato sino ad ora. La breve durata lascia subito spazio alla sarcastica ed aritmica “Ho Gettato Mio Figlio Da Una Rupe Perché Non Somigliava A Fabrizio Corona)”, canzone geniale nella sua complessa semplicità, nenia annessa, si non ho sbagliato a scrivere perché il sentiero dell’ascolto una volta intrapreso mi conduce a questa riflessione. Ed ecco una citazione di “Mamma Mia Dammi Cento Lire” che rende il tutto decisamente paradossale, ciò avviene in “PT II: Cento Vite”. Nella terza parte del brano intitolata “Il Coro Dei Critici All’Ultima Sponda Del Commiato” ci si sente circondati e tutto comincia a ruotare intorno a noi, voci, suoni, imitazioni (Maurizio Costanzo compreso), ma la musica?  Ce la possiamo anche dimenticare, al contesto non serve. La voce protagonista in tutto e per tutto ribolle in ogni dove fra genio e sregolatezza. La destabilizzazione raggiunge vette elevate anche in “Sabbia Scura”, impreziosita dai testi di Salvatore Lazzara.
“Del Mondo Gli Occhi (New Moses)” è breve, ma poco più di un minuto basta per apprezzare ancora una volta la voce di Laura Catrani. Nobili citazioni in “Nyama (Gettarsi Oltre)”, quelle tratte da “Una Strana Zingarella” di Dino Campana e “Profezia” di Pier Paolo Pasolini, il violino di Erica Scherl pensa al resto, tanto da sembrare dotato di parola. Oboe e fiati aprono “La Montagna E Il Trono” in un gioco di percussioni burlesco, un ambito solo in apparenza sgraziato ma che nell’insieme ha una sua armonia logica, qui Milano ancora una volta tesse una tela di voci che cattura noi povere prede. A chiudere “Out Let – Viae Di (S) PHjga”, di certo l’ironia non manca, ma con queste atmosfere c’è poco da ridere.
Tantissime le sorprese, di certo non ve le ho svelate tutte perché “Incidenti, Lo Schianto” è un vero e proprio caleidoscopio sonoro. Alla fine dell’ascolto si esce storditi, sfiniti, Nichelodeon ci ha condotto nel suo mondo sonoro e se non gli tenete la mano rischiate seriamente di perdervi all’interno, la follia va condivisa, ma mai restare soli… Guai!
 
 
Ogni brano è dedicato a una persona, mentre l’intero album è rivolto al ricordo del suo amico e maestro Gianni Lenoci e al giornalista di Rockerilla Enrico Ramunni.
 
INFO: A dicembre 2021 uscirà una versione vinilica limitatissima in 10 copie (ma pur disponibile in formato digitale su Bandcamp e Spotify).
Il lato A presenta:
"Ho Gettato mio Figlio da una Rupe perché non Somigliava a Fabrizio Corona" (extended version)
 
Videoclip/performance: https://www.youtube.com/watch?v=h11J8C86vuk
 
Il lato B:
"Ho Gettato Fabrizio Corona da una Rupe perché non Somigliava a mio Figlio"
 
La composizione è tale affinché le due tracce siano concepibili come consecutive in un unico ciclo indefinito pari ad una lunga suite di 26 minuti divisa in due capitoli, ciascuno da 13 in modo speculare.
MS