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lunedì 21 settembre 2026

Moby Dick

MOBY DICK – Moby Dick
Akarma Records
Genere: Hard Rock
Supporto: LP / Bandcamp – 1973 / 2001





Anche noi in Italia abbiamo avuto nei primi anni ’70 i nostri Led Zeppelin partenopei, anche se non ce ne siamo neppure accorti! È una storia strana che tenterò di raccontarvi.
Innanzi tutto vi dico che l'album “Moby Dick” non è stato pubblicato negli anni '70 al momento della sua registrazione, ma recuperato e distribuito decenni dopo tramite varie etichette discografiche specializzate nel collezionismo e nelle ristampe underground. La prima e più celebre pubblicazione ufficiale del materiale d'archivio risale al 2001 ad opera della storica etichetta italiana Akarma (sotto-etichetta della Comet Records), pubblicata sia in formato LP/vinile (cat. AK 1028) sia in CD Digibook. Successivamente è stato ristampato da Bull's-Eye (2009 / 2016) per il mercato americano ed europeo, e infine da Sommor Records / Guerssen (2024–2026), etichetta spagnola specializzata in Psichedelia, Hard Rock e Prog anni '60/'70.
Per quanto riguarda l'epoca originale (1973), gli unici due brani pubblicati in formato 45 giri (“Free Wheelin Cat” e “Provisional Baby Hip”) uscirono per la piccolissima etichetta indipendente campana A.B. Record (cat. AB 01).
I Moby Dick dunque rappresentano una delle gemme più affascinanti, elusive e contorte del panorama dell'Hard Rock e Prog Blues italiano. Attivi nella fervida e vulcanica scena partenopea, la stessa che vedeva germogliare e fiorire realtà celebri come Osanna, Cervello, Il Balletto di Bronzo, Napoli Centrale e Uno, i Moby Dick scelsero una via stilistica diretta, energetica e fortemente ancorata al sound anglo-americano, orientata verso l'Hard Rock chitarristico con forti sfumature Funk, Soul e Blues.
La band si forma a Napoli a cavallo tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70. La formazione storica vedeva figurare musicisti dotati di una tecnica formidabile e di un tiro ritmico eccezionale: Enzo Granato (chitarra solista e voce guida, mente creatrice e autore principale), Tonino Esposito (basso), Lino Muoio (batteria e percussioni) e Piero Framond (tastiere, presente nelle fasi successive e nelle registrazioni estese).
Inseriti nel vivacissimo circuito live campano del periodo, parteciparono ad alcuni dei più importanti festival Pop e Avant-Garde dell'epoca, facendosi notare per l'impatto dirompente dal vivo. Nonostante la qualità formidabile del loro repertorio, la band non riuscì a pubblicare un LP ufficiale all'epoca.
La stampa Akarma comprende dieci canzoni e basta ascoltare la prima, “Two Timing Girl”, per comprendere quanto la band sia ispirata da Plant, Page e soci. Il brano si apre con un riff d'impatto affilato ed energico, fortemente debitore dell'Hard Rock britannico di marca Free, Humble Pie e appunto, primi Led Zeppelin. La sezione ritmica di Esposito (non il famoso di “Kalimba De Luna”) e Muoio macina un groove serrato in 4/4, mentre la chitarra di Granato stacca accordi aggressivi e si lancia in un assolo acido e distorto. Il testo narra la classica vicenda del tradimento e del doppio gioco affettivo ("two-timing"). Il registro lirico è quello tipico del Rock'n'Roll viscerale con tanto di rabbia, delusione ed emancipazione da una relazione tossica con una donna infedele.
“Free Wheelin Cat”, pubblicato originariamente come lato A del 45 giri del 1973, è un pezzo sorretto da una linea di basso pulsante e rotonda. Il sapore è spiccatamente Funk Rock, con un uso ritmico della chitarra wah-wah che richiama le atmosfere americane alla Grand Funk Railroad o James Gang.
Per il resto l’album si aggira attorno a quanto descritto con buone soluzioni e ritmiche elevate.
In definitiva, l'album omonimo dei Moby Dick è la fotografia nitida e potente di quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Un disco che non pecca di alcun complesso d'inferiorità verso i mostri sacri dell'Hard Blues anglosassone dell'epoca e che dimostra quanto la Napoli dei primi anni '70 fosse un calderone creativo ben più ampio del solo prog sinfonico o del Napoli Centrale style. Un recupero interessante per chiunque voglia comprendere fino in fondo le diramazioni più viscerali, polverose e autentiche del Rock italiano d'archivio. Sorprendente! MS







Versione Inglese:


MOBY DICK – Moby Dick
Akarma Records
Genre: Hard Rock
Format: LP / Bandcamp – 1973 / 2001






Even here in Italy, back in the early '70s, we had our very own Neapolitan Led Zeppelin, even if we didn't even notice! It's a strange story that I will try to tell you.
First of all, let me tell you that the album “Moby Dick” was not released in the '70s at the time of its recording, but was retrieved and distributed decades later through various record labels specializing in collecting and underground reissues. The first and most famous official release of this archival material dates back to 2001 by the historic Italian label Akarma (a sub-label of Comet Records), issued both in LP/vinyl format (cat. AK 1028) and as a CD Digibook. Subsequently, it was reissued by Bull's-Eye (2009 / 2016) for the American and European markets, and finally by Sommor Records / Guerssen (2024–2026), a Spanish label specialized in '60s/'70s Psychedelia, Hard Rock, and Prog.
As for the original era (1973), the only two tracks released as a 7" single (“Free Wheelin Cat” and “Provisional Baby Hip”) came out on the tiny independent label A.B. Record (cat. AB 01) from Campania.
Moby Dick therefore represent one of the most fascinating, elusive, and intricate gems of the Italian Hard Rock and Prog Blues scene. Active in the fervent and volcanic Neapolitan scene—the very same that saw famous acts like Osanna, Cervello, Il Balletto di Bronzo, Napoli Centrale, and Uno sprout and flourish—Moby Dick chose a direct, energetic stylistic path strongly anchored in the Anglo-American sound, oriented toward guitar-driven Hard Rock with heavy Funk, Soul, and Blues overtones.
The band formed in Naples between the late '60s and early '70s. The historic lineup featured musicians endowed with formidable technique and exceptional rhythmic drive: Enzo Granato (lead guitar and lead vocals, mastermind and main songwriter), Tonino Esposito (bass), Lino Muoio (drums and percussion), and Piero Framond (keyboards, present in later phases and extended recordings).
Embedded in the vibrant local live circuit of the period, they took part in some of the most important Pop and Avant-Garde festivals of the time, making a name for themselves through their explosive live impact. Despite the formidable quality of their repertoire, the band failed to release an official LP back then.
The Akarma pressing includes ten tracks, and listening to the first one, “Two Timing Girl”, is enough to understand how deeply the band was inspired by Plant, Page, and company. The track opens with a sharp, high-impact, energetic riff, heavily indebted to British Hard Rock in the vein of Free, Humble Pie, and indeed, early Led Zeppelin. The rhythm section of Esposito (not the famous one of “Kalimba De Luna” fame) and Muoio grinds out a tight 4/4 groove, while Granato's guitar chops aggressive chords and launches into an acidic, distorted solo. The lyrics tell the classic tale of betrayal and emotional double-dealing ("two-timing"). The lyrical tone is typical of visceral Rock'n'Roll, complete with anger, disappointment, and empowerment from a toxic relationship with an unfaithful woman.
“Free Wheelin Cat”, originally released as the A-side of the 1973 7" single, is a track driven by a pulsing, round bassline. The flavor is distinctly Funk Rock, featuring a rhythmic use of the wah-wah guitar that recalls American vibes akin to Grand Funk Railroad or James Gang.
For the rest, the album revolves around what has been described, offering good musical solutions and high-octane rhythms.
Ultimately, Moby Dick's self-titled album is a sharp, powerful snapshot of what could have been and never was. A record that suffers from no inferiority complex whatsoever toward the sacred monsters of Anglo-Saxon Hard Blues of that era, proving how early '70s Naples was a creative cauldron far broader than just symphonic prog or the Napoli Centrale style. An interesting retrieval for anyone wishing to fully grasp the most visceral, dusty, and authentic offshoots of archival Italian Rock. Surprising! MS






sabato 15 agosto 2026

Mellow Candle

MELLOW CANDLE - Swaddling Songs
Deram / See For Miles
Genere : Prog Rock Folk
Supporto: LP / CD – 1972





Se c'è un album che incarna alla perfezione il concetto di capolavoro dimenticato dal mercato ma consacrato dalla storia, questo è “Swaddling Songs” dei Mellow Candle, pubblicato nel 1972.
Siamo in Irlanda, all'inizio degli anni '70, mentre la scena britannica è dominata dal Folk Rock dei Fairport Convention e dei Steeleye Span, i Mellow Candle guidati dal nucleo composto da Alison Williams (voce), David Williams (chitarre, voce), Clodagh Simonds (piano, voce), Frank Boylan (basso), e William Murray (batteria), scelgono una strada decisamente più complessa, cupa e progressiva. All'epoca della registrazione, le due ragazze erano poco più che adolescenti, ma la maturità espressiva riversata in questo unico, leggendario LP è sbalorditiva.
Il vero marchio di fabbrica del disco è quindi  il dualismo vocale tra Clodagh e Alison. Non si tratta di semplici armonie di sottofondo, ma di veri e propri contrappunti di stampo classico e madrigalistico. Le loro voci, celestiali ma venate di una malinconia profonda e ancestrale, si muovono su strutture mutanti.
A differenza del Folk tradizionale, la spina dorsale del sound è fortemente elettrificata e progressiva, grazie all’uso della chitarra la quale graffia con riff energici spezzando la delicatezza pastorale del pianoforte e del clavicembalo della Simonds che dettano geometrie barocche.
Uscito nel 1972 per la Deram Records (sotto-etichetta della Decca dedita ai suoni più progressivi e insoliti), l'album fu un totale fallimento commerciale. La casa discografica non seppe come promuoverlo, troppo Rock per gli amanti del Folk puro, troppo "tradizionale" per i rockettari duri e puri. La band si sciolse poco dopo, lasciando questo unico testamento.
A causa delle pochissime copie stampate all'epoca, il vinile originale con la caratteristica etichetta Deram bianca e marrone/rossa, è diventato uno dei dischi più rari e costosi in assoluto del panorama Folk Prog mondiale. Oggi, una prima stampa originale in condizioni eccellenti sul mercato del collezionismo viaggia stabilmente a cifre che superano i 1.500 - 2.000 euro.
Fortunatamente, nel corso degli anni, grazie a storiche ristampe di etichette attente come la Rise Above o la giapponese Si-Wan, la critica e gli appassionati hanno ampiamente riabilitato l'opera, riconoscendola oggi come il punto d'incontro perfetto, e insuperato, tra la purezza del Folk celtico e l'ambizione strutturale del Progressive Rock.
L'album di dodici canzoni, non ha punti deboli, scorre come un rituale pagano dall'inizio alla fine, ma alcuni episodi ridefiniscono il genere come “Heaven Heath”, un inizio etereo per piano e voce che si sviluppa in una ballata solenne e sognante, introducendo l'ascoltatore in un'atmosfera sospesa nel tempo.
“The Poet And The Witch” è uno dei vertici del disco dove la componente Prog emerge con forza in un ritmo incalzante e sincopato, dove le voci si inseguono descrivendo dinamiche teatrali e misteriose. “Silversong” risulta ammaliante e seducente, mentre “Reverend Sisters”  è il brano più cupo, quasi gotico nei suoi richiami religiosi e tradizionali. Il piano è il soggetto principale, perfetto e toccante.
Nonostante Clodagh Simonds e Alison Bersch fossero giovanissime all'epoca della scrittura, i testi evitano i cliché del bubblegum pop dell'epoca o del Folk più banale. C’è un senso diffuso di nostalgia, isolamento e decadenza, espresso attraverso metafore pastorali e immagini quasi oniriche. Le immagini bucoliche non sono mai puramente decorative e spesso nascondono un lato inquietante o misterioso, tipico delle antiche ballate celtiche. Molti brani affrontano il tema del distacco, dell'incomunicabilità e della fine della giovinezza, trattati con un lirismo obliquo.
I Mellow Candle creano un microcosmo letterario che si sposa alla perfezione con la musica dove il paesaggio irlandese diventa lo sfondo di un'esplorazione intima e senza tempo. Da riscoprire assolutamente per rendergli giustizia. MS







Versione Inglese: 


MELLOW CANDLE - Swaddling Songs
Deram / See For Miles
Genre: Prog Rock Folk
Format: LP / CD – 1972





If there is an album that perfectly embodies the concept of a masterpiece forgotten by the market but consecrated by history, it is “Swaddling Songs” by Mellow Candle, released in 1972.
We are in Ireland at the beginning of the 1970s. While the British scene is dominated by the Folk Rock of Fairport Convention and Steeleye Span, Mellow Candle—led by the core lineup of Alison Williams (vocals), David Williams (guitars, vocals), Clodagh Simonds (piano, vocals), Frank Boylan (bass), and William Murray (drums)—choose a decidedly more complex, dark, and progressive path. At the time of recording, the two girls were little more than teenagers, but the expressive maturity poured into this single, legendary LP is staggering.
The true trademark of the record is therefore the vocal dualism between Clodagh and Alison. These are not simple background harmonies, but genuine counterpoints of a classical and madrigal nature. Their voices, celestial yet tinged with a deep and ancestral melancholy, move across shifting structures.
Unlike traditional Folk, the backbone of the sound is heavily electrified and progressive, thanks to the use of the guitar, which bites with energetic riffs, breaking the pastoral delicacy of Simonds' piano and harpsichord that dictate Baroque geometries.
Released in 1972 on Deram Records (a Decca sub-label dedicated to more progressive and unusual sounds), the album was a total commercial failure. The record company did not know how to promote it—too Rock for pure Folk lovers, too "traditional" for die-hard rock fans. The band split up shortly after, leaving this single testament behind.
Due to the very few copies pressed at the time, the original vinyl with its characteristic white and brown/red Deram label has become one of the rarest and most expensive records in the entire global Folk Prog scene. Today, an original first pressing in excellent condition consistently commands prices exceeding 1,500 - 2,000 euros on the collectors' market.
Fortunately, over the years, thanks to historic reissues from mindful labels such as Rise Above or the Japanese Si-Wan, critics and enthusiasts have widely rehabilitated the work, recognizing it today as the perfect, and unsurpassed, meeting point between the purity of Celtic Folk and the structural ambition of Progressive Rock.
The twelve-track album has no weak points; it flows like a pagan ritual from start to finish. However, certain tracks redefine the genre, such as “Heaven Heath”, an ethereal opening for piano and voice that develops into a solemn and dreamy ballad, introducing the listener to an atmosphere suspended in time.
“The Poet And The Witch” is one of the album's highlights, where the Prog component emerges forcefully in a driving, syncopated rhythm, and where the voices chase each other, outlining theatrical and mysterious dynamics. “Silversong” is bewitching and seductive, while “Reverend Sisters” is the darkest track, almost Gothic in its religious and traditional undertones. The piano is the main subject—perfect and deeply moving.
Despite Clodagh Simonds and Alison Bersch being extremely young at the time of writing, the lyrics avoid the bubblegum pop clichés of the era or commonplace Folk tropes. There is a pervasive sense of nostalgia, isolation, and decay, expressed through pastoral metaphors and almost dreamlike imagery. The bucolic visuals are never purely decorative; they frequently conceal an unsettling or mysterious side, typical of ancient Celtic ballads. Many tracks deal with the themes of detachment, the inability to communicate, and the end of youth, treated with an oblique lyricism.
Mellow Candle create a literary microcosm that blends perfectly with the music, where the Irish landscape becomes the backdrop for an intimate and timeless exploration. An absolute must-rediscover to finally render it justice. MS




lunedì 20 luglio 2026

I Santoni

I SANTONI - Noi: I Santoni
Car Juke Box / Mellow Records (1995) / Akarma (2001)
Genere: Pop Rock /Progressive Rock
Supporto: LP / CD – 1972




Per l’Italia gli anni ’70 sono sicuramente il periodo in cui il Rock ha perseverato di più. Essendo un genere che non nasce da noi, ma bensì in America e successivamente portato all’estremo successo dall’Inghilterra, un decennio di cosiddetti “complessi” è quindi da considerarsi un grande risultato. Si, perché in verità non lo abbiamo nel DNA; sia il Rock che i suoi derivati, sono sempre stati rivolti ad un pubblico di nicchia, mentre gli anni ’70 hanno accolto un grande pubblico. Diciamoci la verità, noi siamo un popolo in cui il sole ha avuto la propria valenza, apportando alla musica gioia, melodia di facile assimilazione e molto meno ai riff di chitarra. Consideriamo che il Rock proviene dal Blues e che nasce come canto di protesta, cosa che noi italiani non abbiamo nella cultura. Ecco quindi che negli anni ’70 si palesano una marea di esempi in cui il Rock si mette a braccetto con la sonorità tipica italica donando risultati ibridi ma a volte  anche interessanti.
E’ anche il caso dei fiorentini I Santoni.
Nati alla fine degli anni Sessanta, sono guidati dalle tastiere e dalla voce di Bruno Mosti . Iniziano la loro avventura muovendosi nel circuito delle balere e dei festival locali. Il loro sound originario è fortemente debitore del tardo Beat italiano, ma l'ingresso in formazione dei fiati di Franco Bettazzi e Giorgio Gorini sposta progressivamente l'asse verso coloriture Jazz Rock e intuizioni barocche.
Nel 1972 riescono a incidere il loro unico 33 giri “Noi: I Santoni” per la CAR Juke Box fondata da Carlo Alberto Rossi. Purtroppo, a causa di una distribuzione pessima e dei limitati mezzi economici dell'etichetta, l'album passa quasi del tutto inosservato all'epoca. Il gruppo suona molto dal vivo, spingendosi anche in Francia e Svizzera, ma la mancanza di riscontri commerciali li porta allo scioglimento nel 1974. Come spesso accade nel Rock Progressivo italiano, il disco è stato sottratto all'oblio decenni dopo grazie al collezionismo internazionale e alle storiche ristampe della Mellow Records (1995) e della Akarma (2001/2003), che ne hanno decretato lo status di piccolo "culto", soprattutto in Giappone e nel Nord Europa.
Musicalmente non è un concept album strutturato a lunghe suite, ma si sviluppa attraverso nove tracce relativamente brevi. Venendo al mio preambolo, Il cuore pulsante del disco è l'assenza della chitarra elettrica solista (quando invece la chitarra era il simbolo del Rock), sostituita ritmicamente da sporadici interventi acustici. La scena è interamente dominata da due elementi: L'organo Hammond e il pianoforte di Bruno Mosti, che dettano i chiaroscuri barocchi e le progressioni classicheggianti.  I flauti traversi e i sassofoni, donano al disco un sapore pastorale e vagamente Jethro Tull-iano, alternato a spunti fiabeschi e Folk jazzati.  La voce di Mosti è teatrale, viscerale, tipicamente "settantiana", e sorregge testi che oscillano tra il pacifismo, la fuga dalla civiltà industriale, i traumi della guerra e il sogno utopico hippy.
Non vi faccio una analisi di ogni singolo brano perché in allegato avete il link per l’intero ascolto per farvene una personale idea, resta il fatto che questo era il modus operandi di moltissime band italiane del periodo.
Quindi “Noi: I Santoni” non ha la complessità tecnica o l'avanguardia spinta dei grandi colossi del Rock Progressivo Italiano del 1972, ma possiede un'autenticità artigianale, un calore melodico e un uso dei fiati che lo rendono una fotografia poetica e preziosissima di un'Italia musicale che non c'è più e che (a mio avviso) non tornerà mai più in quanto non ci sarà più il contesto sociale adeguato. MS







Versione Inglese: 



I SANTONI - Noi: I Santoni
Car Juke Box / Mellow Records (1995) / Akarma (2001)
Genre: Pop Rock / Progressive Rock
Format: LP / CD – 1972






For Italy, the 1970s were definitely the period in which Rock persevered the most. Since it is a genre that did not originate here, but rather in America and was subsequently brought to extreme success by England, a decade of so-called “complessi” (bands) is therefore to be considered a great achievement. Yes, because in truth we do not have it in our DNA; both Rock and its derivatives have always been aimed at a niche audience, whereas the 1970s welcomed a large crowd. Let’s face it, we are a people where the sun has had its own significance, bringing joy and easily digestible melodies to music, and much less so to guitar riffs. Let’s consider that Rock comes from the Blues and was born as a chant of protest, something that we Italians do not have in our culture. Thus, in the 1970s, a multitude of examples appeared in which Rock walked hand in hand with the typical Italian sound, yielding hybrid but at times also interesting results.
This is also the case for the Florentine band I Santoni.
Born at the end of the 1960s, they were led by the keyboards and vocals of Bruno Mosti. They began their adventure moving through the circuit of local dance halls and festivals. Their original sound was heavily indebted to late Italian Beat, but the entry of Franco Bettazzi and Giorgio Gorini on woodwinds and horns progressively shifted the axis towards Jazz Rock colorations and baroque intuitions.
In 1972, they managed to record their only 33 rpm record “Noi: I Santoni” for CAR Juke Box, founded by Carlo Alberto Rossi. Unfortunately, due to terrible distribution and the label's limited financial means, the album went almost entirely unnoticed at the time. The group played live extensively, even pushing into France and Switzerland, but the lack of commercial feedback led to their disbandment in 1974. As often happens in Italian Progressive Rock, the record was rescued from oblivion decades later thanks to international collecting and the historic reissues by Mellow Records (1995) and Akarma (2001/2003), which sealed its status as a small "cult" item, especially in Japan and Northern Europe.
Musically, it is not a concept album structured in long suites, but develops through nine relatively short tracks. Returning to my preamble, the beating heart of the record is the absence of the lead electric guitar (whereas the guitar was the ultimate symbol of Rock), replaced rhythmically by sporadic acoustic interventions. The scene is entirely dominated by two elements: Bruno Mosti's Hammond organ and piano, which dictate the baroque chiaroscuro and classical-leaning progressions; the concert flutes and saxophones, which give the record a pastoral and vaguely Jethro Tull-esque flavor, alternating with fairytale touches and jazzy Folk. Mosti's voice is theatrical, visceral, typically "seventies-style", and supports lyrics that oscillate between pacifism, flight from industrial civilization, the traumas of war, and the utopian hippie dream.
I will not provide an analysis of every single track because attached you have the link for the entire listen to form your own personal opinion; the fact remains that this was the modus operandi of a great many Italian bands of the period.
Therefore, “Noi: I Santoni” does not possess the technical complexity or the extreme avant-garde of the great giants of 1972 Italian Progressive Rock, but it possesses an artisanal authenticity, a melodic warmth, and a use of wind instruments that make it a poetic and priceless photograph of a musical Italy that no longer exists and that (in my opinion) will never return, as there will never be the right social context again. MS



venerdì 17 luglio 2026

Corte Dei Miracoli

CORTE DEI MIRACOLI – Corte Dei Miracoli
Grog Records / AMS / Seven Seas / Vinyl Magic
Genere: Rock Progressivo
Supporto: LP / CD – 1976



Arrivato fuori tempo massimo, quando le multinazionali stavano già chiudendo i rubinetti al genere per fare spazio alla Target-Disco e al Punk, questo disco è una perla assoluta, sfarzoso, romantico, dominato da un intreccio monumentale di tastiere e privo (o quasi) di chitarre elettriche.
La band si forma a Savona nel 1973, ma la gestazione del disco è lunga e travagliata. I Corte dei Miracoli nascono inizialmente con una formazione a due tastiere che comprende Alessio Feltri e il talentuoso pianista Jazz Riccardo Zegna (che in seguito diventerà un nome di spicco del Jazz italiano), supportati da una solida sezione ritmica con Gabriele Siri al basso e Flavio Scogna alla batteria. Ai testi e alla produzione lavora l'esterno Mauro Scogna.
Dopo una lunga gavetta live in Liguria e vari cambi di formazione, la band attira l'attenzione di un padrino d'eccezione quel Vittorio De Scalzi fondatore dei New Trolls. De Scalzi li porta nei suoi storici Studio G di Genova, produce il loro esordio e li firma per la sua etichetta indipendente, la Grog Records.
Nonostante la qualità eccelsa, le vendite sono scarse a causa di una distribuzione limitata e del mutato clima musicale. Subito dopo l'uscita, la band si scioglie, lasciando un solo, preziosissimo testamento in studio, salvo ritrovarli nel 1992 con “Dimensione Onirica”, raccolta di demo datati 1973/74 rispolverati dalla Mellow Records.
Il nome stesso del gruppo evoca i bassifondi parigini medievali descritti da Victor Hugo in “Notre-Dame De Paris”, un luogo dove i mendicanti fingevano infermità di giorno e guarivano miracolosamente di notte.
I testi del disco, scritti da Mauro Scogna, riflettono questa estetica sospesa tra il letterario, il fiabesco e l'onirico, con forti tinte crepuscolari ed esoteriche. La voce potente, lirica e a tratti melodrammatica di Graziano Zippo, uno dei cantanti più tecnici e sottovalutati del Prog italiano, dà corpo a queste visioni.
L'intero album si sviluppa come un velato concept spirituale e psicologico. Si passa dall'attesa messianica di una rinascita umana alla fine dei tempi (“...E Verrà L'uomo”), al misticismo del sole come fonte di verità (“Verso Il sole”), fino a esplorazioni della psiche umana e della notte, vista come momento di ritualità magica e misteriosa (“Il Rituale Notturno”).
La suite conclusiva, “I Due Amanti”, riprende esplicitamente le atmosfere drammatiche e romantiche di stampo ottocentesco, parlando d'amore, morte e solitudine morale.
Musicalmente, i Corte dei Miracoli scelgono quindi una strada ben precisa, niente chitarra elettrica, l'unico accenno di sei corde in tutto il disco è un arpeggio acustico suonato da Vittorio De Scalzi nei primi secondi del brano d'apertura “… E Verrà L’Uomo”.
Tutto il resto è un'architettura sonora maestosa retta dalla doppia tastiera di Feltri e Zegna. I due tastieristi non si sovrappongono mai in modo caotico, ma si dividono i compiti con una classe cristallina, uno stende imponenti tappeti sinfonici e barocchi (Mellotron, organo Hammond, sintetizzatori analogici Moog e String Ensemble), mentre l'altro cesella ricami pianistici di chiara estrazione classica e jazzistica.
Nota di merito per Gabriele Siri (basso) e Flavio Scogna (batteria). Non si limitano a tenere il tempo, ma creano una trama intricata e mobilissima, indispensabile per non far risultare il muro di tastiere troppo statico o stucchevole.
I Corte dei Miracoli hanno saputo fotografare l'attimo fuggente in cui il Rock sinfonico italiano ha raggiunto la massima maturità tecnica, poco prima di scomparire dai radar commerciali. Chi ama il suono delle tastiere vintage e le atmosfere romantico-decadenti non può assolutamente prescindere da questo ascolto. MS 







Versione Inglese: 


CORTE DEI MIRACOLI – Corte Dei Miracoli
Grog Records / AMS / Seven Seas / Vinyl Magic
Genre: Progressive Rock
Format: LP / CD – 1976




Arriving past the genre's prime, at a time when major labels were already cutting off funding for progressive rock to make room for Euro-Disco and Punk, this album is an absolute gem—sumptuous, romantic, dominated by a monumental intertwining of keyboards, and completely (or almost) devoid of electric guitars.
The band formed in Savona in 1973, but the album's gestation was long and troubled. Corte dei Miracoli initially started with a dual-keyboard lineup featuring Alessio Feltri and the talented jazz pianist Riccardo Zegna (who would later become a prominent figure in Italian jazz), backed by a solid rhythm section with Gabriele Siri on bass and Flavio Scogna on drums. External collaborator Mauro Scogna worked on the lyrics and production.
After a long period of playing live gigs across Liguria and undergoing several lineup changes, the band caught the attention of an exceptional godfather: Vittorio De Scalzi, the founder of New Trolls. De Scalzi brought them into his historic Studio G in Genoa, produced their debut, and signed them to his independent label, Grog Records.
Despite its outstanding quality, sales were poor due to limited distribution and the shifting musical climate. Right after its release, the band split up, leaving behind a single, invaluable studio testament—until they resurfaced in 1992 with Dimensione Onirica, a collection of demos from 1973/74 unearthed by Mellow Records.
The group's very name evokes the medieval Parisian slums described by Victor Hugo in The Hunchback of Notre-Dame, a place where beggars feigned infirmities by day and "miraculously healed" by night.
The album's lyrics, written by Mauro Scogna, reflect this aesthetic suspended between the literary, the fairytale-like, and the dreamlike, with strong twilight and esoteric undertones. The powerful, lyrical, and at times melodramatic voice of Graziano Zippo—one of the most technical and underrated vocalists in Italian Prog—gives substance to these visions.
The entire album unfolds as a veiled spiritual and psychological concept. It moves from the messianic expectation of a human rebirth at the end of time ("...E Verrà L'uomo"), to the mysticism of the sun as a source of truth ("Verso Il sole"), and finally to explorations of the human psyche and the night, viewed as a time of magical and mysterious ritualism ("Il Rituale Notturno").
The closing suite, "I Due Amanti," explicitly revisits 19th-century-style dramatic and romantic atmospheres, dealing with love, death, and moral loneliness.
Musically, Corte dei Miracoli chose a very specific path: no electric guitar. The only hint of six strings on the entire record is an acoustic arpeggio played by Vittorio De Scalzi during the opening seconds of the first track, "...E Verrà L’Uomo".
Everything else is a majestic sonic architecture sustained by the dual keyboards of Feltri and Zegna. The two keyboardists never overlap chaotically; instead, they divide their duties with crystal-clear elegance—one laying down imposing symphonic and baroque textures (Mellotron, Hammond organ, Moog analog synthesizers, and String Ensemble), while the other carves out piano embellishments deeply rooted in classical and jazz traditions.
A special mention goes to Gabriele Siri (bass) and Flavio Scogna (drums). They don't just keep time; they create an intricate, highly dynamic groove that is absolutely essential to keep the wall of keyboards from feeling too static or overbearing.
Corte dei Miracoli managed to capture the fleeting moment when Italian symphonic rock reached its peak technical maturity, just before vanishing from commercial radars. For anyone who loves the sound of vintage keyboards and romantic-decadent atmospheres, this album is an absolute must-listen. MS



venerdì 3 luglio 2026

Campo Di Marte

CAMPO DI MARTE – Campo Di Marte
United Artists /Mellow Records / AMS Records
Genere: Rock Progressivo
Supporto: LP / CD / Digital – 1973




Quello dei Campo di Marte è uno dei più affascinanti e clamorosi "one-shot" (un solo album e poi lo scioglimento) della gloriosa stagione del Progressive Rock italiano degli anni '70. Pubblicato nel 1973 dalla United Artists, l'album omonimo è un mezzo capolavoro concettuale interamente ideato, scritto e arrangiato dal chitarrista Enrico Rosa.
È un disco figlio di un paradosso e di un pasticcio discografico, ma dotato di una forza espressiva straordinaria. Curiosamente, la casa discografica dell'epoca stravolse completamente l'ordine dei brani sulla prima stampa in vinile rispetto a come la band lo eseguiva dal vivo e lo aveva concepito.
Il nome della band e dell'album non è solo un omaggio al noto quartiere di Firenze, ma evoca direttamente Marte, il dio della guerra. I testi sono molto scarni, quasi ermetici e l'intero concept dell'album sono una durissima critica alla follia della guerra e alla violenza militare.
L'artwork di copertina è iconico e spiega visivamente il messaggio, un antico disegno raffigura dei mercenari turchi nell'atto di ferirsi da soli con delle lame per dimostrare al proprio comandante il loro coraggio e la resistenza al dolore, tutto al solo scopo di ottenere una paga più alta. Un'analogia potente di come l'umanità si autodistrugga per scopi futili o per assecondare i potenti.
I testi appaiono come flash poetici, immagini frammentate e dolorose che ricordano la poesia di Giuseppe Ungaretti, in particolare “San Martino del Carso”. Il contrasto tra la bellezza della natura e l'orrore del conflitto è il perno lirico dell'opera:
"Ricordo quel prato... coperto di fiori. Correvo felice... alla luce del sole chissà. Rivedo quel luogo... migliaia di croci.".
La distruzione si contrappone al desiderio di pace, alla riflessione interiore e infine a una sorta di catarsi.
Tra sinfonismo, Hard Rock e fiati, musicalmente i Campo di Marte si distinguevano dalla massa dei gruppi Prog coevi per una cura strumentale eccellente e un bilanciamento perfetto tra momenti Hard Rock aggressivi e aperture pastorali e sinfoniche.
La formazione vantava una particolarità notevole, la doppia batteria (Mauro Sarti e Carlo Felice Marcovecchio) che dava una spinta ritmica e un dinamismo pazzeschi, permettendo inoltre a Sarti di staccarsi liberamente per suonare il flauto. Un altro elemento unico era la presenza del polistrumentista Alfredo Barducci, che oltre alle tastiere suonava il corno francese, donando al disco un respiro epico e orchestrale rarissimo nel Rock dell'epoca.
I brani non hanno titoli classici ma sono suddivisi in "Tempi" (o movimenti), proprio come una composizione di musica classica.
Il “Primo Tempo” si apre con un riff di chitarra elettrica ruvido e Blues Rock, dominato dall'organo Hammond. Quando entra la voce, l'atmosfera si fa cupa e intimista, per poi aprirsi in un meraviglioso intermezzo di flauto traverso che smorza la tensione Rock.
Il “Secondo Tempo” è un gioiello acustico e bucolico. Qui la chitarra classica di Enrico Rosa e il flauto di Barducci dialogano in modo sublime, creando atmosfere che ricordano i primi Genesis di “Trespass”.
Il “Terzo Tempo” è considerato da molti il vertice del disco. Un brano schizofrenico e geniale in cui una chitarra elettrica quasi "acida" e distorta aggredisce l'ascoltatore, alternandosi a stacchi di pianoforte classico sbalorditivi. Rappresenta musicalmente il caos e l'orrore del conflitto.
Nel “Quinto Tempo” spuntano cori Folk quasi fiabeschi (un leggero "lalala" che spezza la tensione), mentre il “Sesto Tempo” è puro Prog sinfonico dove il corno francese fa la sua comparsa solenne, evocando un richiamo militare che si fonde con tappeti di Mellotron e improvvise fiammate Hard Rock.
Nonostante il valore immenso dell'opera, l'album soffrì di una promozione praticamente inesistente. La band si sciolse quasi contemporaneamente all'uscita del disco, frustrata dai tempi lunghi della burocrazia discografica e dalla mancanza di supporto.
Oggi, “Campo Di Marte” è considerato a tutti gli effetti un piccolo classico del Rock Progressivo Italiano (RPI), riscoperto e venerato dagli appassionati di tutto il mondo per la sua capacità di far convivere la delicatezza del flauto e l'impeto della chitarra elettrica sotto un unico, grande manifesto pacifista. Da rispolverare assolutamente per capire al meglio la nostra storia. MS 







Versione Inglese: 


CAMPO DI MARTE – Campo Di Marte
United Artists / Mellow Records / AMS Records
Genre: Progressive Rock
Format: LP / CD / Digital – 1973




Campo di Marte's self-titled release is one of the most fascinating and striking "one-shots" (a single album followed by disbandment) from the glorious era of 1970s Italian Progressive Rock. Released in 1973 by United Artists, this eponymous album is a conceptual near-masterpiece entirely conceived, written, and arranged by guitarist Enrico Rosa.
The record is the product of a paradox and a record-label blunder, yet it is endowed with extraordinary expressive power. Curiously, the record company at the time completely shuffled the tracklist on the first vinyl pressing, changing it entirely from how the band performed it live and originally conceived it.
The name of both the band and the album is not only a tribute to the well-known neighborhood in Florence, but also directly evokes Mars, the god of war. The lyrics are very sparse, almost hermetic, and the entire album concept stands as a harsh critique of the madness of war and military violence.
The cover artwork is iconic and visually conveys this message: an ancient drawing depicts Turkish mercenaries in the act of self-inflicting wounds with blades to prove their courage and pain tolerance to their commander, all for the sole purpose of receiving higher pay. It is a powerful analogy of how humanity destroys itself for futile reasons or to please those in power.
The lyrics appear as poetic flashes—fragmented and painful images reminiscent of Giuseppe Ungaretti's poetry, particularly “San Martino del Carso”. The contrast between the beauty of nature and the horror of conflict is the lyrical centerpiece of the work:
"I remember that meadow... covered in flowers. I ran happily... in the sunlight who knows. I see that place again... thousands of crosses."
Destruction is juxtaposed with the desire for peace, inner reflection, and ultimately, a sort of catharsis.
Blending symphonism, Hard Rock, and wind instruments, Campo di Marte stood out musically from the crowd of contemporary Prog groups due to their excellent instrumental craftsmanship and a perfect balance between aggressive Hard Rock moments and pastoral, symphonic openings.
The lineup boasted a remarkable feature: a dual-drum setup (Mauro Sarti and Carlo Felice Marcovecchio) that provided an insane rhythmic drive and dynamism, while also allowing Sarti to freely step away to play the flute. Another unique element was the presence of multi-instrumentalist Alfredo Barducci, who played the French horn in addition to keyboards, giving the album an epic and orchestral breath very rare in the rock music of that era.
The tracks do not have traditional titles but are divided into "Tempi" (or movements), just like a classical music composition.
“Primo Tempo” opens with a gritty, Blues Rock electric guitar riff, dominated by the Hammond organ. When the vocals enter, the atmosphere becomes dark and intimate, before opening up into a wonderful concert flute interlude that softens the Rock tension.
“Secondo Tempo” is an acoustic and bucolic gem. Here, Enrico Rosa’s classical guitar and Barducci’s flute engage in a sublime dialogue, creating atmospheres reminiscent of early Genesis from “Trespass”.
“Terzo Tempo” is considered by many to be the peak of the album. A schizophrenic and brilliant track where an almost "acid" and distorted electric guitar assaults the listener, alternating with stunning classical piano breaks. It musically represents the chaos and horror of conflict.
In “Quinto Tempo”, almost fairytale-like Folk choirs emerge (a light "lalala" that breaks the tension), while “Sesto Tempo” is pure symphonic Prog where the French horn makes its solemn appearance, evoking a military call that blends with layers of Mellotron and sudden bursts of Hard Rock.
Despite the immense value of the work, the album suffered from virtually non-existent promotion. The band disbanded almost simultaneously with the record's release, frustrated by the long delays of record-label bureaucracy and a lack of support.
Today, “Campo Di Marte” is considered in all respects a minor classic of Italian Progressive Rock (RPI), rediscovered and revered by fans worldwide for its ability to bring together the delicacy of the flute and the impetus of the electric guitar under a single, great pacifist manifesto.
An absolute must-revisit to fully understand our musical history. MS



venerdì 22 maggio 2026

L'Uovo Di Colombo

L’UOVO DI COLOMBO – L’Uovo Di Colombo
EMI
Genere: Progressive Jazz / Hard Prog
Supporto: LP / CD / Digital - 1973





Il Progressive Rock italiano negli anni ’70 ha rilasciato perle notevoli, più o meno note. Esistono band che hanno inciso solamente un disco, ma che hanno fatto la storia del movimento. Un fenomeno, questo, particolarmente singolare, in quanto dettato dalla legge momentanea della controcultura in cui ognuno doveva essere un individuo a sé stante e, quindi, non uguale a nessuno: tanta personalità e voglia di emergere.
Fra i dischi più ricercati in questo ambito, soprattutto dai collezionisti, vi è “L’Uovo Di Colombo” della band omonima.
Nati a Roma nel 1972, rappresentano uno dei tanti "supergruppi" meteorici dell'epoca che hanno lasciato un'impronta indelebile con un unico, monumentale album.
La band non era composta da novellini, ma da musicisti già attivi nella scena capitolina: Tony Tartarini, voce (proveniente dai Cherry Five); Enzo Volpini, tastiere e chitarra acustica (ex Flea on the Honey); Elio Volpini, basso e chitarra (anche lui dai Flea on the Honey, poi negli Etna) e Ruggero Stefani, batteria (ex Fholks, passerà poi ai Samadhi e ai Nova).
Pubblicato per l'etichetta EMI (serie Columbia), il disco è un perfetto esempio di come il Prog italiano sapesse mescolare la complessità classica con un'energia quasi Hard Rock. A differenza di altre band dell'epoca più sognanti o pastorali (come la PFM dei primi tempi), L'Uovo di Colombo puntava su un suono potente e ritmato, dominato dalle tastiere. Enzo Volpini fa un lavoro magistrale con l'organo Hammond e il sintetizzatore, creando intrecci che ricordano i The Nice o gli ELP, ma con una sensibilità melodica tipicamente italiana, mentre Elio Volpini e Ruggero Stefani formavano una delle basi ritmiche più solide e tecniche del periodo, capace di cambi di tempo repentini e incastri Jazz Rock. Dal canto suo, Tony Tartarini ha un timbro graffiante e potente, perfetto per i testi (scritti da Sergio Bardotti) che spaziano tra riflessioni esistenziali e immagini oniriche.
La copertina originale, con l'uovo bianco su sfondo nero, è diventata negli anni un oggetto di culto per i collezionisti di vinili, con quotazioni che spesso raggiungono cifre considerevoli per le prime stampe.
Il disco si apre con “L’Indecisione”, ed esplode con un riff di organo Hammond distorto e aggressivo, supportato da una sezione ritmica che lavora in modo sincopato. L'influenza di Keith Emerson (Emerson, Lake & Palmer) è evidente, ma filtrata da una grinta quasi Hard Rock. A metà brano, la composizione si apre a fughe tastieristiche dove Enzo Volpini dimostra un virtuosismo notevole, alternando momenti di tensione a risoluzioni armoniche più classiche. La voce di Tony Tartarini è uno degli elementi distintivi, qui il suo canto è teatrale, quasi rabbioso, perfetto per interpretare le liriche. Come suggerisce il titolo, il testo esplora il tormento interiore dell'uomo moderno, l'incapacità di scegliere e il peso delle responsabilità. È un grido contro l'immobilismo psicologico:
"E cerco di capire se è meglio andare o stare..."
In “Io”, come suggerisce il titolo, c’è un'indagine sulla propria identità. Non è un "io" narcisistico, ma un "io" fragile, smarrito, che cerca di definirsi rispetto al mondo esterno. Emerge una forte sensazione di solitudine intellettuale e spirituale. Il protagonista si guarda allo specchio e si interroga sul senso della propria esistenza in un mondo che sembra non avere risposte. È un brano che invecchia benissimo perché non è legato a una moda sonora passeggera, ma a un sentimento universale.
Con “Anja” si viene a conoscenza del lato più sperimentale della band, tra atmosfere oniriche e frammentate. Il testo è quasi impressionista; descrive una figura femminile sfuggente, forse una musa o un fantasma del passato. C'è un senso di fascinazione mista a timore.
“Vox Dei”, già dal titolo in latino, evoca immagini grandiose e sacrali. Non si tratta necessariamente di un pezzo religioso in senso stretto, ma piuttosto di una riflessione sulla potenza della parola, dell'autorità e della verità superiore. Nel contesto del Prog anni '70, il richiamo a temi filosofici e "alti" era quasi un obbligo, e L'Uovo di Colombo lo affronta con una maturità impressionante. Qui Enzo Volpini sale in cattedra: l'uso dell'organo Hammond non è solo d'accompagnamento, ma crea strutture quasi barocche che ricordano le fughe di Bach rivisitate in chiave Rock. I passaggi sono veloci, tecnici e imponenti.
“Turba” mette in evidenza le capacità tecniche e compositive della band in uno strumentale in cui l’Hard Rock si sposa con il Jazz Rock, a seguire “Consiglio”, brano che respira, con tempi meno serrati che permettono all'ascoltatore di immergersi nella melodia. Il testo è un invito, un dialogo tra due persone (o forse un dialogo interiore). È una sorta di incoraggiamento a non lasciarsi andare, a cercare la propria strada nonostante le difficoltà del mondo esterno.
In “Visione Della Morte” ogni nota serve a sottolineare il dramma e la solennità del tema trattato. Non viene descritta la morte in senso fisico, ma la sensazione del distacco, il momento del bilancio finale. Per la prima volta si fa buon uso di coralità.
I 24 secondi di “Scherzo” chiudono l’album.
Nonostante l'ottima accoglienza critica e la partecipazione a festival importanti (come quello di Villa Pamphili), la band si sciolse poco dopo l'uscita del disco nel 1973. Le ragioni furono le classiche divergenze artistiche e le chiamate da altri progetti: Elio Volpini tornò con i Flea (che diventarono gli Etna), mentre Ruggero Stefani continuò il suo viaggio nel Prog con i Samadhi.
È un album che oggi suona incredibilmente fresco, se amate le sonorità dominate dall'organo e le strutture ritmiche che non ti lasciano un attimo di tregua, è un ascolto obbligatorio.
A sorpresa la band, capitanata da Elio Volpini, ha fatto ritorno nel 2024 con l’album “Schiavi Del Tempo” (Ma.Ra.Cash Records) e una formazione completamente rinnovata. MS








Versione Inglese: 



L’UOVO DI COLOMBO – L’Uovo Di Colombo
EMI
Genre: Progressive Jazz / Hard Prog
Format: LP / CD / Digital - 1973






Italian Progressive Rock in the 1970s released remarkable gems, both well-known and obscure. There are bands that recorded only one album but nonetheless made history within the movement. This is a particularly singular phenomenon, driven by the transient laws of the counterculture where everyone sought to be a distinct individual and, therefore, like no one else: a wealth of personality and a desire to stand out.
Among the most sought-after records in this field, especially by collectors, is “L’Uovo Di Colombo” by the band of the same name.
Born in Rome in 1972, they represent one of the many meteoric "supergroups" of the era that left an indelible mark with a single, monumental album.
The band was not composed of novices, but of musicians already active in the Roman scene: Tony Tartarini, vocals (formerly of Cherry Five); Enzo Volpini, keyboards and acoustic guitar (ex-Flea on the Honey); Elio Volpini, bass and guitar (also ex-Flea on the Honey, later with Etna); and Ruggero Stefani, drums (ex-Fholks, later moving on to Samadhi and Nova).
Released on the EMI label (Columbia series), the record is a perfect example of how Italian Prog could blend classical complexity with an almost Hard Rock energy. Unlike other bands of the time that were more dreamy or pastoral (such as early PFM), L’Uovo di Colombo focused on a powerful and rhythmic sound, dominated by keyboards. Enzo Volpini does a masterful job with the Hammond organ and synthesizer, creating textures reminiscent of The Nice or ELP, but with a typically Italian melodic sensibility, while Elio Volpini and Ruggero Stefani formed one of the most solid and technical rhythmic sections of the period, capable of sudden time signature changes and Jazz Rock patterns. For his part, Tony Tartarini has a gritty and powerful timbre, perfect for the lyrics (written by Sergio Bardotti) which range from existential reflections to dreamlike imagery.
The original cover, featuring a white egg on a black background, has become a cult object for vinyl collectors over the years, with early pressings often reaching considerable prices.
The album opens with “L’Indecisione,” exploding with a distorted and aggressive Hammond organ riff, supported by a rhythm section working in syncopated fashion. The influence of Keith Emerson (Emerson, Lake & Palmer) is evident, but filtered through an almost Hard Rock grit. Midway through the track, the composition opens up into keyboard fugues where Enzo Volpini demonstrates remarkable virtuosity, alternating moments of tension with more classical harmonic resolutions. Tony Tartarini's voice is one of the distinctive elements; here his singing is theatrical, almost angry, perfect for interpreting the lyrics. As the title suggests, the text explores the inner torment of modern man, the inability to choose, and the weight of responsibility. It is a cry against psychological stagnation:
"And I try to understand if it's better to go or to stay..."
In “Io,” as the title suggests, there is an investigation into one's own identity. It is not a narcissistic "I," but a fragile, lost "I" seeking to define itself against the outside world. A strong sense of intellectual and spiritual loneliness emerges. The protagonist looks in the mirror and questions the meaning of his existence in a world that seems to offer no answers. It is a song that ages beautifully because it is not tied to a fleeting sonic fashion, but to a universal sentiment.
With “Anja,” we encounter the band's more experimental side, amidst dreamlike and fragmented atmospheres. The lyrics are almost impressionistic; they describe an elusive female figure, perhaps a muse or a ghost from the past. There is a sense of fascination mixed with fear.
“Vox Dei,” starting with its Latin title, evokes grandiose and sacred imagery. It is not necessarily a religious piece in the strict sense, but rather a reflection on the power of the word, authority, and higher truth. In the context of '70s Prog, referencing philosophical and "high" themes was almost a requirement, and L’Uovo di Colombo approaches it with impressive maturity. Here, Enzo Volpini takes center stage: the use of the Hammond organ is not merely accompaniment, but creates almost Baroque structures reminiscent of Bach's fugues revisited in a Rock key. The passages are fast, technical, and imposing.
“Turba” highlights the band's technical and compositional skills in an instrumental where Hard Rock marries Jazz Rock, followed by “Consiglio,” a track that breathes, with less frantic tempos that allow the listener to immerse themselves in the melody. The lyrics are an invitation, a dialogue between two people (or perhaps an inner dialogue). It is a kind of encouragement not to give up, to find one's own path despite the difficulties of the outside world.
In “Visione Della Morte,” every note serves to emphasize the drama and solemnity of the subject matter. It does not describe death in a physical sense, but the sensation of detachment—the moment of the final reckoning. For the first time, good use is made of choral harmonies.
The 24 seconds of “Scherzo” close the album.
Despite excellent critical reception and participation in major festivals (such as the one at Villa Pamphili), the band broke up shortly after the album's release in 1973. The reasons were the classic artistic differences and calls from other projects: Elio Volpini returned to Flea (who became Etna), while Ruggero Stefani continued his journey in Prog with Samadhi.
It is an album that still sounds incredibly fresh today; if you love organ-driven sounds and rhythmic structures that don't give you a moment's rest, it is mandatory listening.
In a surprise move, the band, led by Elio Volpini, returned in 2024 with the album “Schiavi Del Tempo” (Ma.Ra.Cash Records) and a completely renewed lineup. MS