I Miei Libri

I Miei Libri

mercoledì 18 gennaio 2023

Carmine Capasso

CARMINE CAPASSO – Assenza Di Gravità
Ma.Ra.Cash Records
Genere: Progressive Rock / Pop Rock
Supporto: cd – 2022




Il polistrumentista e chitarrista campano di origine sarde Carmine Capasso a dispetto della sua giovane età di trentaquattro anni, ha alle spalle una grande gavetta. Richiesto session man e turnista per The Samurai Of Prog, The Trip, Sasha Torrisi (Timoria), Delta Moon, Sherrita Duran (corista di Gianni Morandi), Antonio Onorato (collaboratore di Pino Daniele), e Arturo Stalteri (Pierrot Lunaire e tastierista di Rino Gaetano), esordisce con un ep nel 2017 e ritorna oggi con il debutto ufficiale intitolato “Assenza Di Gravità”.
Chiedeva ai suoi ospiti Gigi Marzullo, “La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?”, un argomento davvero profondo e alquanto trattato dalle mille sfaccettature, eppure sempre in voga. Capasso fa del sogno un concept album, il sentirsi leggero senza peso lo spinge in una sensazione di assenza di gravità, ma lo scenario cambia quando subentra l’argomento guerra, dove è sempre il popolo innocente a pagarne le spese. Considerazioni queste che vengono espresse su musiche sia Pop Rock che psichedeliche oltre che ricercate, il tutto in forma di cantautorato non convenzionale. Oltre ai fidi Ovidio Catanzano, Antonio Liccardi (batteria), e Francesco Di Pietro (piano, synth), nel realizzare questo album Capasso si coadiuva di una nutrita squadra di amici turnisti che di seguito vado ad elencare: Sasha Torrisi (ex Timoria), Marco Bernard & Kimmo Porsti (Samurai Of Prog), Marcus Eaton (David Crosby), Luca Sparagna (Le Orme), Adrian Shaw (Hawkwind), Elisa Montaldo (Il Tempio Delle  Clessidre), Marco  Grieco,  Danilo Sesti, Barbara  Rubin, Andrea Taddeo, Emilio Verrillo, Jenny  Puertas  (Agusa), Roberto De Rosa, Salvatore Santella, Alessandro  Di  Benedetti  (Inner  Prospekt), Andrea  Ranfa  (The Trip), Tony Alemanno (The Trip), Costantino  Taglialatela, Ivan  Santovito  (IsProject), Oscar Fuentes (Days Between Stations), e Alessandro Saltarelli.
Otto i brani contenuti, registrati e mixati da Vincenzo Mario Boi in un artwork realizzato per mano dello stesso Carmine Capasso.
Lo strumentale “Sogno Pt.1” è un intro decisamente dall’aria progressiva e questo non soltanto grazie alle tastiere di Francesco Di Pietro oltre che al piano di Danilo Sesti, ma proprio per l’attitudine, dove all’interno si possono scorgere frammenti anni ’70. Ed è proprio la title track che presenta al meglio lo stile di Capasso, in bilico fra Pop e Rock mentre la voce per cadenza ricorda quella di Francesco Renga. ”In Un Posto Che Non C’è” è una semi ballata armoniosa arrangiata splendidamente dal sax di Salvatore Santella e dagli archi di Barbara Rubin. Toccante l’assolo di chitarra semplice e diretto, messo al momento giusto per far crescere l’enfasi del brano a dimostrazione che l’autore conosce molto bene il mondo della composizione. Lo scenario non cambia nell’orchestrata “Immobile”, canzone perfettamente incastonata nel contesto italico. Si parla di guerra in “Neve Nera” e le atmosfere si fanno riflessive dove il racconto sposa la musica cadenzata impreziosita anche dal mellotron di Alessandro Di Benedetti. Ancora una volta l’assolo di chitarra finale colpisce il bersaglio. La musica italiana si presenta spesso amabile, solare e in qualche caso anche ruffiana, come accade in “Una Valigia Di Perché”, impossibile dimenticare il refrain alla fine dell’ascolto. “Milano Già Lo Sa’” presenta ulteriormente la maturità dell’autore che si congeda con “Sogno Pt.2” con al piano il bravo e giovane Ivan Santovito.
Carmine Capasso ha sognato, ma io di certo non mi sono addormentato, perché di carne al fuoco in “Assenza Di Gravità” ce n’è tanta, e l’attenzione rimane sempre alta grazie alle belle melodie facili da ricordare e cantare assieme a lui. MS





domenica 15 gennaio 2023

Lifestream

LIFESTREAM – Alter Echo
Lizard Records / Open Mind
Genere: Progressive Rock – Neo Prog
Supporto: cd – 2022




E’ un periodo che mi trovo spesso a raccontare concept album, questo mi fa molto piacere, perché in fin dei conti ascoltare un album di musica cosiddetta “colta” è come leggere un libro o vedere un film, un argomento unico che si sviluppa fino alla fine, magari destando nell’ascoltatore riflessioni e perché no anche sorprese nel finale. Di certo non è semplice il concepimento, tantomeno facile cercare una trama d’interesse adeguata alla musica che si vuole esprimere. Ci provano i toscani Lifestream che dopo l’esordio datato 2018 intitolato “Diary” (Lizard Records) si ripropongono con questo “Alter Echo” suddiviso in tre fasi, “Ego”, “Omnis” e “Echo”. La storia racconta di due pianeti simili abbastanza vicini ma distanziati dal tempo (no, non è la lotta fra il bene e il male di “Felona E Sorona” delle Orme). Una catastrofe rende invivibile il primo e gli abitanti, una volta venuti a conoscenza di un secondo simile, partono nel viaggio alla scoperta di questa nuova papabile seconda casa. Il destino vuole che una volta giunti a destinazione, si accorgono che il nuovo pianeta ha avuto la stessa sorte del primo, qui gli abitanti precedenti hanno commesso lo stesso stupido errore, la storia come per una beffa si ripete. In definitiva si può interpretare anche in un'altra chiave di lettura, l’uomo primitivo e l’uomo moderno, fra la ragione, gli istinti, la consapevolezza e l’indifferenza. A supportare l’argomento c’è la musica che va ad attingere in differenti generi, come l’AOR, il Progressive Rock e l’Hard Rock.
Alberto Vuolato (chitarre), Andrea Franceschini (tastiere), Andrea Cornuti (basso) e Paolo Tempesti (batteria, voce), ritornano in cabina di pilotaggio per farci intraprendere questo viaggio sonoro che comincia con il capitolo “Ego” e “Landscape Of Loneliness”, brano di undici minuti formato da stralci sonori di differenti stati d’animo. Alcuni passaggi fanno ritornare indietro nel tempo quando il Neo Prog ha avuto negli anni ’80 i momenti migliori. Il passaggio centrale e strumentale dell’album affidato alle tastiere è davvero ricco di emozioni, da assaporare con gusto.  La tecnica a disposizione degli artisti li aiuta a esprimere al meglio le idee compositive, gradevole inizio grazie anche a belle coralità. Sopraggiunge l’Hard Prog di “What Went Wrong”, semplice e diretto come piace agli estimatori del genere. Si staglia avanti a noi il cosmo in “Habitat”, strumentale di tre minuti e poco più ricco d’enfasi, sembra quasi d’ascoltare i mitici Rockets, band francese degli anni ’70. La staffetta della narrazione passa a “The Long Way Home”, canzone ballata che palesa le ottime capacità compositive della band, fra un Hammond sornione e un ritmo lentamente cadenzato. Cori e crescendo rendono il brano piacevole, poi l’assolo di chitarra fa il resto. “Rebirth” ricalca le orme di passaggi precedenti mentre l’atto primo si conclude con la strumentale “Cryosleep” che non so perché mi ricorda nel pianoforte alcuni momenti delle nostrane e citate Orme. Neo Prog di classe. L’atto secondo “Omnis” si apre con il breve intro “Out Of The Caves”, le gocce d’acqua accolgono l’ascoltatore nella grotta e lo accompagnano verso “Pillars Of Creation” dove la band mostra i propri muscoli. Un ambiente bucolico si appresta ad accompagnare la fantasia durante l’ascolto di “Cradle Lullaby”, canzone inaspettatamente Folk, ancora una volta perfettamente interpretata nelle coralità. Questo è il vantaggio di un concept album, esso permette di mutare stili senza avere il timore di tradire nessun ascoltatore, in parole povere il semplice piacere di fare musica. Un piano è la base per “Seasons Passing By” e la conclusione dell’atto spetta a “Losing Control”, scorribanda nel Rock Progressivo in tutto e per tutto, annesso accenno alle vocalità in stile Gentle Giant.
Atto terzo, “Echo”, questo è composto di due brani, “Awareness” e la mini suite “Alter Echo”. “Awareness” ha un inizio molto bello di pianoforte e una melodia piacevole, mentre “Alter Echo” è degno suggello di questo concept che di certo non passerà inosservato ai cultori della musica Prog, con accenni Jethro Tull e molto altro. Bravi i Lifestream a realizzare questo disco di musica variegata per generi e mutamenti sonori.
Dopo alcuni ascolti in questo 2023 posso già sbilanciarmi nel dire che l’anno si presenta in maniera interessante, già si ha l’occasione di immergersi in buoni ascolti, appunto come nel caso di questo “Alter Echo”. MS






MinDance

MINDANCE – Colors
Lizard Records / Open Mind
Genere: Psichedelia/Post Prog Moderno
Supporto: cd – 2023




Come si dice in gergo, squadra che vince non si tocca, il tempo due anni ed ecco che da Campobasso i Mindance ritornano con il loro secondo album in studio per Lizard Records dopo “Cosmically Nothing”. Tonino Marchitelli (voce, tastiere), Gianluca Vergalito (chitarra), Peppe Aloisi (basso, voce, synth, noises) e Massimo Cosimi (batteria) non modificano la formazione e registrano “Colors”, album intriso di psichedelia e Post Prog Moderno. Ho parlato già in passato del disco di debutto tessendone anche alcune lodi perché la musica proposta costruisce un viaggio sonoro dal forte impatto emotivo, ebbene le emozioni proseguono nella nuova realizzazione e denoto anche una migliore incisione sonora nei sette brani che compongono l’album.
Il genere proposto oggi sta andando bene, ossia gode di buona luce da parte degli ascoltatori perché band come Porcupine Tree, o se andiamo ancora indietro i Pink Floyd, hanno creato questo sound leggermente malinconico con tanta psichedelia attorno, conducendo verso un connubio emotivo forte e funzionale.
Massiccia e cadenzata apre “Bluesing Part One” con un cantato anni ’60 in stile Syd Barrett per poi giungere alla title track decisamente Porcupine Tree primo periodo, “Colors” è intrisa di una malinconia ponderata e comunque soave, queste melodie aleggiate sono la forza di questo genere e i MinDance lo sanno. Probabilmente mancano assolo importanti che potrebbero donare all'insieme quella spinta maggiore, resta il fatto che il brano scorre via con piacere e lascia il ritornello bene stampato in mente. Non serve quindi strafare per donare emozioni, ma basta sapersi muovere nell’ambito toccando le corde giuste. Ci si avvicina molto anche al contesto No Sound per restare in ambito nazionale, con pacatezza e tanta sospensione.
“Times” aumenta il ritmo e sperimenta di più attraverso interventi di elettronica a seguito. Il pezzo è maggiormente strumentale e qui, seppure brevi, gli assolo ci sono e badano alla sostanza più che fare vetrina delle capacità balistiche dei strumentisti.
Ruggisce ancora di più “Gang’s Law”, alternando fasi vigorose ad altre intimistiche e ipnotiche, come genere ha insegnato. Nonostante i differenti riferimenti che vi ho citato i MinDance hanno personalità e quindi uno stile ben riconoscibile, noi italiani in generale sappiamo con il tempo fare propria una caratteristica rendendola unica, la storia del Rock Progressivo Italiano ne è piena di esempi. Ritornando al brano, lo considero fra i miei preferiti dell’album, mi piace quando ci sono cambi d’atteggiamento nel cammino.
Ed ecco la mini suite, qui della durata di undici minuti intitolata “Hypnosis”, nome più che indovinato! L’apertura è affidata alla sonorità onirica e spaziale in stile Pink Floyd anni ’70 e non manca di certo nell’evolversi della situazione l’immancabile crescendo. Voce modificata al microfono e tratti Hard si aggiungono strada facendo rendendo il brano sempre più interessante, qui anche con l’assolo che mi auspicavo. Chiudono due strumentali, “Bluesing Part Two” e “Namastè”, il primo vede la chitarra elettrica protagonista in espressioni sonore interessanti, mentre il secondo è avvolgente e sognante.
Alla fine dei conti siamo entrati in un viaggio mentale dall’ampio respiro, musica che si lascia ascoltare e che va giù come un bicchiere d’acqua, per chi ama il Post Prog Moderno e tutto quello che ho citato è di certo una grande occasione da non perdere. Aggiungo solamente che i MinDance stanno crescendo notevolmente, occhio che ne ascolteremo delle belle, ne sono sicuro, tuttavia a me già vanno bene così. MS






sabato 14 gennaio 2023

Andrea Vercesi

 
ANDREA VERCESI – The Little Match Girl
Autoproduzione
Genere: Progressive Folk 
Supporto: cd – 2022




Non vi nascondo che per me incontrare la musica di Andrea Vercesi è stata una sorpresa. Non perché non abbia ascoltato i suoi lavori tributo a Ian Anderson e ai Jethro Tull, ma perché ascoltare materiale di suo pugno, mi ha colpito. La somiglianza vocale con quella del folletto inglese è impressionante e su questo non ci sono dubbi, ma non si tratta di flauto (assente), ma di attitudine. Vercesi è un polistrumentista con una tendenza al cantautorato progressivo di spiccata eleganza. Dopo “Songs From The Forum ...With You There To Help Me (The 2nd Little Tribute To Jethro Tull) ” del 2006 e “Mad Fallen Leaf” del 2009 dedicati ai Jethro Tull, l’autore si spinge in un territorio prettamente personale con “The Little Match Girl”, un lavoro tendente all’acustico con la partecipazione di Susanna Lecce alla voce e Sergio Ponti alla batteria.
Il disco è composto di undici tracce ed esce sia in piattaforme digitali come ad esempio Spotify o You Tube, ma anche in versione cd reperibile. Quindi dopo lungo tempo passato a elargire tributi, Vercesi scommette su quest’album concept ispirato alla fiaba di Hans Christian Andersen "La piccola Fiammiferaia”.
Si comincia con “Intro (The Story Begins) ”, uno strumentale Folk Prog intenso bene arrangiato attraverso una melodia accattivante accompagnata da uno sfondo di velata malinconia, una buona chitarra elettrica e un ruggente Hammond, un aperitivo goloso che prepara all’ascolto di “The Little Match Girl”. Ed ecco il cantato in lingua inglese che spinge verso il Folk, una ballata ammaliante a due voci, maschile e femminile, testimone di una cultura al riguardo di certo non superficiale, oserei dire coinvolgente riguardo patos. Ancora di più è “Slippers”, breve interludio a “Acradle With A Slipper”, qui l’ascolto diventa corale grazie alle strumentazioni, mentre la voce di Vercesi si accosta ancor più a quella di Anderson, brano che potrebbe benissimo uscire dalla discografia Tull di fine anni ’70. Musica che scalda l’animo, da ascoltare magari con un bel bicchiere in mano in completo relax, e a questo punto spuntano anche paesaggi bucolici o la contemplazione dinanzi ad un bel camino acceso, la fantasia non smette di trasmettere immagini al riguardo. Il merito è anche dello strumentale “Walking Alone” dove la chitarra acustica è indiscussa protagonista.
Il racconto prosegue con “Boxes Of Matches” assieme a Susanna Lecce, una canzone apparentemente semplice ma efficace, non soltanto Jethro Tull, io ci associo anche passaggi alla Clive Nolan (Pendragon, Arena, Shadowland, etc.).
“Picture Of Misery” è Folk al 100%, tanta storia dentro, ovviamente i Déjà vu aleggiano nelle note, ma non importa, il risultato è trascinante e questo basta anche per battere il piedino al ritmo. L’energia accresce con “In A Corner”, avete apprezzato “Stormwatch” dei Jethro Tull? Bene, allora avrete di che godere, così in “Another Match”, temporale annesso. In “Bundle Of Matches” l’andamento diventa sornione e comunque rispettoso del filone intrapreso per poi giungere al finale strumentale “Outro”, piano e chitarra, una coccola sonora senza sbavature oltre che ipnotica.
Andrea Vercesi con questo “The Little Match Girl” fa il grande passo, ora è a tutti gli effetti un autore, la sua esperienza annale è bene sfruttata e messa a disposizione di noi ascoltatori. Questo disco non è consigliato solo ai sostenitori degli artisti nominati, ma davvero a tutti, perché è musica per un bel momento di evasione. Complimenti sinceri. MS





giovedì 12 gennaio 2023

Elder

ELDER – Innate Passage
Stickman Records
Genere: Stoner / Psichedelico
Supporto: cd – 2022




“Non è la più intelligente delle specie quella che sopravvive; non è nemmeno la più forte; la specie che sopravvive è quella che è in grado di adattarsi e di adeguarsi meglio ai cambiamenti dell’ambiente in cui si trova. (Charles  Darwin)”.
Nel tempo abbiamo imparato a sposare questo pensiero dettato dai fatti successivamente inconfutabili. Questo vale anche per la musica, l’evoluzione è inesorabile, volente o nolente la nostra volontà. Siamo radicati al nostro passato, a quello che ci ha fatto crescere, alle sonorità che ci ricordano i periodi più belli della nostra vita e li sembra che tutto sia finito. Un vero artista non soltanto abbraccia la frase darwiniana, ma la vive sulla propria pelle, previa l’estinzione. La naturalità di certe scelte è dettata dalla volontà di sopravvivere e di dare sempre il meglio di se con la personalità comunque che ci contraddistingue. Un esempio nella musica lo abbiamo avuto dai Jethro Tull di Ian Anderson il quale ha sempre sposato la moda dei tempi pur mantenendo intatto il proprio stile, in questo caso quello del flauto. Di esempi poi ce ne sarebbero davvero a migliaia, oggi uno proviene dall’America e precisamente da Boston quando nel 2005 un trio di ragazzi iniziano a suonare Heavy Psichedelico: gli Elder.
Autori di sei album in studio, intraprendono la carriera musicale fra cambi di line up e riff massicci per esprimere una musica energica, dalle spiccate capacità tecniche. Una musica sia per il corpo sia per la mente ma disco dopo disco mutano pelle, arricchendo il proprio sound d’influenze “Progressive” e di una psichedelia spesso al confine con il Krautrock. La band di Nick Di Salvo (chitarra, voce, tastiere) torna dopo il buon “Elder & Kadavar: Eldovar – A Story Of Darkness & Light” (Robotor Records – 2021) a distanza di un anno e propone un disco che definirei “differente” rispetto i canoni del loro stile. Probabilmente la scelta di ammorbidire il suono con innesti sensibilmente articolati è un’arma a doppio taglio, quella che ti fa perdere fans per strada, ma che a mio modo di vedere te ne fa acquisire di nuovi. Il gruppo oggi è completato da Jack Donovan (basso), Michael Risberg (chitarra, tastiere) e Georg Edert (batteria). Con loro ci sono gli ospiti Behrang Alavi (voce) e Fabio Cuomo (tastiere).
Cinque i pezzi che compongono “Innate Passage”, e comunque i riff distorti in modello Stoner ci sono sempre, anche se ammorbiditi da passaggi acustici ed ambient.
Personalmente apprezzo molto lo stile di “Catastasis”, effetti eco, arpeggi, sottofondi di tastiere, cambi di ritmo, un incedere monolitico che fa di questa musica un vero e proprio trip sonoro da affrontare assieme agli autori. Meno Doom, più Prog, come in alcune veloci scorribande sui tasti d’avorio. Il mellotron dona al sound quella tinta vintage che non guasta nel contesto. La parte centrale del brano mi fa venire alla mente qualche passaggio della band nordica Anekdoten. “Endless Return” ha un inizio elettronico ed onirico per poi sfociare poi nel Rock fra giochi di chitarra e batteria. Ottimi strumentisti oltre che amanti del bel suono, gli Elder giocano e si divertono. “Coalescence” ha molto del DNA passato della band, una psichedelia trascinante e ricca d’idee che danno il meglio durante le parti strumentali. “Merged In Dreams – Ne Plus Ultra” è la classica suite che vorremmo non finisse mai, quella che ti fa chiudere gli occhi a tua insaputa. La conclusione è affidata a “The Purpose”, qui risulta più evidente l’ammorbidimento stilistico del combo. Nuove generazioni indirizzano una strada, chi li ama li segua, io di certo non li lascio soli, amo essere destabilizzato dalla musica quando questa sembra coccolarci, magari anch’io sopravvivrò, non lo so, ma di sicuro comunque andrà a finire avrò di che ascoltare. MS








domenica 8 gennaio 2023

Aquael

AQUAEL – Anthology
Toast Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: lp – 2022




Dalla collaborazione di due grandi intenditori di musica Rock progressiva, nasce quest’antologia sia storica sia recente di una band torinese che nel tempo si è evoluta in differenti realtà, sto parlando del leader tastierista e cantante Maurizio Galia e del produttore Giulio Tedeschi (Toast Records), quindi del progetto Aquael. Maurizio Galia oltre che musicista e disegnatore è anche autore dell’enciclopedia “Prog 50” edita da Edizioni Applausi.
La band vede mettere le proprie radici nel lontano 1978 e suona fino al 1994 per poi cambiare nome l’anno successivo in Maury E I Promemoria. Con quest’appellativo registrano “Ziqqurat Nel Canavese” (MP – 1997). Già dall’esordio risulta evidente la passione della band per il Progressive Rock nostrano, su tutte per il Banco Del Mutuo Soccorso e le Orme. Dopo cambi nella line up con ritorno di componenti storici quali Nick Guerriero (chitarra) e Enrico Testera (basso), nel 1999 cambiano ancora nome in Maury E I Pronomi. Per i collezionisti annovero l’album compilation edito nel 2000 in 200 copie dal titolo “Tanganica, Il Passato Ed Il Futuro” (autoproduzione). Nel 2004 la Mellow Records onora la band con l’uscita dell’album “(Ec)citazioni Neoclassiche” (Mellow Records – 2004), un ottimo lavoro che convince pubblico e critica. I loro nomi in quest’antologia sono Nicola Guerriero (chitarra), Maurizio Galia (tastiere, voce), Enrico Testera (basso), Sergio Cagliero (tastiere), Marco Giacone Griva (chitarra solista), Sylvia Delfino (voce), Carlo Bellotti (batteria), Sergio Ponti (batteria), Bruno Giordanai (sax) e Dino Pelissero (batteria).
 “Anthology” contiene canzoni che vanno dal 1997 al 2016 oltre a tre inediti. Il formato lo si può trovare sia in forma vinilica che in cd.
Quello che colpisce immediatamente l’appassionato di questa musica è la grafica del vinile, apribile e ben curato da parte dell’artista brasiliano Elton Fernandes, con grafica per opera dello stesso Maurizio Galia.
Inizio sonoro decisamente Neo Prog in stile Marillion era Fish per la mini suite di dieci minuti “Ziqqurat” del 1997, qui dopo una prima parte strumentale s’intrecciano le voci maschili e femminili, quelle di Galia e di Sylvia Delfino. La musica è in generale pacata, sorniona, basata molto sulle tastiere e in alcuni buoni assolo di chitarra da parte di Nicola Guerriero.
“Altri Tempi” vede alla voce Federica Gili oltre che a Galia, il pezzo è un singolo inedito del 2016 con influenze primo Pino Daniele, non perché cantato in dialetto, ma per struttura e sax per merito di Bruno Giordana. Altro brano tratto da “Ziqqurat Nel Canavese” è “Part-Time”, questo chiude il lato A del vinile. Il ritmo aumenta rispetto i brani precedenti, gli arrangiamenti sono buoni e le tastiere si divertono a colloquiare con gli strumenti, soprattutto con lo scatenato sax. Orecchiabile il ritornello che potrebbe far venire in mente qualche passaggio del cantautore Zucchero. Una volta completato il rito del giramento del disco, una ritmica riflessiva e cadenzata introduce all’ascolto di “Murat Begins” cantata in lingua inglese da Sylvia Delfino. Il territorio è ancora quello del Neo Prog, gli anni ’80 sembrano essere dietro l’angolo. Notevole l’assolo di chitarra.  Questo potremmo chiamarlo ancora una volta inedito, in quanto realizzato nel 2012 solo per I-Tunes Store. Ritorniamo all’album di debutto con “Yokohama Via Satellite”, canzone intimistica dalla storia triste, semplice ma non scontata dove le tastiere ricoprono nuovamente il ruolo madre, così immancabile è l’assolo di chitarra qui dalla Gilmouriana memoria (Pink Floyd docet). Il vinile si chiude con la suite assemblata di brani come “Apollo, Minerva E L’Eutrusco”, Fiato Immortale” e “Le Porte Dell’Averno” tratti da “(Ec)citazioni Neoclassiche” del 2004, il tutto sotto il nome “Il Racconto Degli Dei (Central Section)”. Ritmo e enfasi s’intercalano di pezzo in pezzo, nella strumentale “Fiato Mortale” si possono ascoltare le influenze Orme succitate, dove la band riesce ad esprimere un bellissimo Progressive Rock. Nel finale riferimento ai The Trip di “Caronte”.
C’era bisogno di quest’antologia per far conoscere al meglio il mondo di Galia & company, peccato ignorare questa realtà che quasi silenziosamente nel tempo ha saputo seminare emozioni. La passione trasuda dai brani, e quando si realizzano lavori sinceri è difficile non rimanere perlomeno colpiti. Non conoscevate questa storia? Bene, quale occasione migliore per approcciarsi agli Aquael se non “Anthology”? MS






giovedì 5 gennaio 2023

Aleco

ALECO – Gli Amori Alle Stazioni
Music Force
Distribuzione: Egea Music
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2022




Una delle poche certezze che ci sono nella vita si chiama amore, sentimento unico per tutte le persone. Chi lo vive in maniera travagliata e chi spensierata, altri con gelosia e ancora altri con trasporto, ma quello che più ci fa sentire vivi sono i ricordi degli avvenimenti che segnano l’animo. Anche un piccolo particolare fa sprigionare nelle nostre menti colori, odori, sensazioni che nel tempo sembrano non trovare mai fine.  
L’argomento è pane quotidiano per i cantautori italiani, i quali affidano spesso la propria arte a questo sentimento. Non è questione di età, tutti passiamo sotto questo ponte, chi scrivendo poesie, chi dipingendo, chi suonando, chi semplicemente godendo di attimi fotografati, ma tutti viviamo almeno un lampo di ricordi specie quando un amore non è andato pienamente corrisposto.
Aleco lo conosciamo bene, è il cantautore romano giunto con questo “Gli Amori Alle Stazioni” al suo terzo album in studio ed ha uno spirito solare, sempre gioioso, un approccio alla vita positivo ed ironico che nella sua musica diventa inesorabilmente contagioso. Lui ricorda l’amore alle stazioni, quando si attende una lei ma che non scende dal treno, l’attesa è non ripagata ed ecco che l’amore ritaglia dentro di noi nutriti ricordi dolorosi.
Scenari di vita spesso comuni. Qui in questo album Aleco (nome d’arte di Alessandro Carletti Orsini) attraverso nove canzoni, ci racconta le sue esperienze, quelle sensazioni che ci fanno fermare a riflettere anche a noi che semplicemente stiamo ascoltando.
Molto spesso mi è capitato di dire che il terzo album per un artista è quello della maturità, Aleco non si distacca di certo da questo esame che ritengo naturale nell’evoluzione di un musicista. Voce e chitarra acustica introducono all’ascolto della breve “Intro GAAS”, passaggio per “Gli Amori Alle Stazioni”, attraverso un jingle che ha incastonato in se il carattere artistico di Aleco. Le voci giocano un ruolo di spessore in quanto si intrecciano sia nell’ interpretazione che nel contrasto maschile/femminile grazie all’ausilio di Antonella Gentile. Il brano per tematica è in teoria malinconico, in realtà la vitalità di  Aleco lo rende semplicemente leggero e ruffiano (ma non banale), tanto da farsi apprezzare immediatamente. Ed eccolo l’autore già ridere in “Diavolo”, certi pensieri aleggiano nella mente quando un amore è difficile, e qui la musica ha l’enfasi di un brano in stile Zucchero. E volano nella memoria anche “I Fantasmi” di Mary, l’artista si interroga sul sentimento che prova per la ragazza, fra lo stare bene e lo stare male attraverso una musica che ha molti deja vu al proprio interno, non per questo non gradevole. Un ritmo brasiliano invece accompagna “L’Isola/La Tresca”, questo è il territorio in cui Aleco sa muoversi al meglio. La solarità è avvolgente e calda come la sabbia infuocata di una spiaggia. Con “Bella” ci si addentra nel cantautorato romano, un grande Aleco che mette a nudo la propria anima attraverso la chitarra acustica. Il dialetto e l’interpretazione sostenuta è di gran lunga un bel jolly da giocare. La canzone in molti frangenti è toccante, facendosi ascoltare con grande piacere, grazie anche all’utilizzo dei fiati. In “Occhi” ritorna Antonella Gentile, mentre lo stile di Luca Barbarossa è con noi. “Notte Prima Degli Esami/Questa Notte E’ Ancora Nostra” vede come ospite David Madnight ed è ovviamente la cover del famoso brano di Antonello Venditti, altro punto di riferimento per Aleco. Il disco si chiude con “Le Comitive” canzone matura e profonda dalle forti immagini evocative.
In tutto l’insieme risulta efficiente il lavoro d’arrangiamento fatto da Andrea Micarelli (anche compositore assieme ad Aleco).
L’esame del terzo disco a mio modesto parere è superato, Aleco è cresciuto, più riflessivo e rispettoso del mondo cantautorale, tutto questo posso semplificarlo nel termine  “maturato”. Date un ascolto se amate la classica musica italiana, quella che sa coccolare e che (a proposito di amori) non tradisce mai. MS





DeaR

DEAR – Mon Turin
Music Force
Distribuzione: Egea Music
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2022




Il disco è spesso per un artista un modo per esprimere il pensiero, un concetto e soprattutto i ricordi indelebili che segnano la vita nel quotidiano. Come una tela esso rappresenta un ritratto dato in pasto ai visitatori, sottolineando soprattutto la personalità di chi decide di mettersi in gioco. Questione di sensibilità e perché no, anche di coraggio. All’interno spesso risiedono cose intime che fanno parte dell’essere uomo, in parole povere la vita di una persona.
L’ambiente in cui si soggiorna è fondamentale per la crescita dell’Io.
Una delle città più belle ed interessanti d’Italia è Torino, fra monumenti, arte, musica e misterioso esoterismo. Una città dal fascino particolare e spaccata da un polmone di verde chiamato Parco Valentino, oltre che dal fiume Po. Questa città ha dato natali a grandi musicisti italiani spesso ispirati proprio ad essa, quadrata nelle vie come nei vecchi accampamenti romani (così nacque), una città dalle mille sorprese.
Un musicista di Torino che si avvale di questa musa si chiama Davide Riccio, pianista innamorato delle proprie radici con il nome acronimo d’arte DeaR.
Grazie a “Mon Turin” raggiunge il secondo lavoro in studio dopo il buon “Out Of Africa” (Music Force – 2021). Autodidatta inizia a fare musica grazie ad una chitarra, alcune spese inizialmente non erano possibili,  ma nel tempo riesce a dedicarsi al suo vero e più grande amore, il pianoforte. Nel 2010 riesce a comporre qualcosa che ricorda il proprio sogno di musicista classico. Ed è qui che inizia la lunga gestazione di questa suite intitolata “Mon Turin” suddivisa in venti parti. Spiega Riccio “Il titolo è in francese perché fin da bambino ho sentito la “francité” di Torino e del Piemonte.”.
Nel corso dell’opera s’incontrano nomi importanti del mondo Progressive Rock ed affine, ad esempio in “Letters From Turin” la musica è composta da Pensiero Nomade (Salvo Lazzara e Davide Guidoni), in “Silent Lights…” la voce è quella magica di Claudio Milano, a molti conosciuto anche come Nickelodeon e poi Alessandro De Caro al piano in “Nocturnal”, Simonetta Matzuzi alla voce in “Un Treno Per Torino” e Maoro Sanna voce e effetti elettronici in “Blues…”.
Dopo una vigorosa overture giunge piano e voce in “Nocturnal”, le influenze anche Jazz si riscontrano di tanto in tanto durante il percorso. Piano e clarinetto nel capitolo “Jazz: Un Treno Per Torino Con La Valigia Di Cartone”, qui anche incroci di voci maschili e femminili. Una volta giunti alla stazione si visita “Pavana: Cit Turin, Il Piccolo Parigi”.  Ancora fiati e molti arrangiamenti bene eseguiti riempiono il suono dell’opera la quale sembra godere di piccole perle anni ’70. Non esiste un brano che supera altri in bellezza, la media compositiva si svolge sino alla fine fra parti maggiormente intimistiche ed altre più ricercate come la già citata “Letters From Turin”, atto più lungo dell’intero lavoro grazie ai suoi sette minuti e mezzo. Emozionanti i giri armonici del pianoforte che spesso riesce a disegnare perfettamente con il suono quello che l’artista vuol farci conoscere. Le mani di Riccio sono i nostri occhi. Ottimo esempio sta in “Passacaglia: L’Oltreuomo A Torino”.
Un artista che cresce musicalmente con influenze David Bowie, David Sylvian, Brian Eno e Kate Bush non può che essere avvantaggiato nel comporre musica, una cultura che lo accompagna a realizzare ottimi dischi che definirei vere e proprie colonne sonore, come questo caso di “Mon Turin”. Non la solita musica, prendetevi una pausa. MS






martedì 3 gennaio 2023

Alex Carpani

ALEX CARPANI – Microcosm
Independent Artist Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2022




Ho sempre seguito la carriera del  polistrumentista franco italiano Alex Carpani e ogni volta è sempre una sorpresa. Se consideriamo l’esordio discografico avvinghiato al mondo delle nostrane Orme, tanto da far cantare nel disco “Waterline” (2007) lo stesso Aldo Tagliapietra, e quanto prodotto in seguito, si denota nel tempo una maturazione invidiabile. Sempre amante del sound Genesis, Carpani dopo altri quattro album dall’esordio, giunge a noi oggi con “Microcosm” ma questa volta sono presi di riferimento più stili e la personalità oramai è ben forgiata, così com’è radicato il nome dell’artista nel mondo del Progressive Rock. Alex non ha più nulla da dimostrare a nessuno, nelle opere incise si è sempre coadiuvato di grandi musicisti, ad esempio questa è la volta di: Jon Davison (Yes), David Jackson (Van Der Graaf Generator, Peter Gabriel), David Cross (King Crimson), Theo Travis (Soft Machine, Porcupine Tree, Steven Wilson), Bruno Farinelli (Elisa, Il Volo, Cesare Cremonini, Lucio Dalla), Andrea Torresani (Vasco Rossi, Franco Battiato, Tiziano Ferro), Emiliano Fantuzzi (Nek, Laura Pausini, Biagio Antonacci) e Davide Rinaldi (Dark Lunacy).
Questo già scopre le carte in tavola su quanto ci si aspetta dall’ascolto delle dodici canzoni contenute nell’album. Carpani del disco dice: “Ogni essere umano è un inconfondibile e autonomo microcosmo. È proprio ciò di cui volevo parlare; del fatto che siamo dei piccoli universi e che ognuno di noi trascorre l'intera esistenza su una linea di confine, quella tra il proprio universo (il microcosmo) e tutto il resto che lo circonda e lo sovrasta (il macrocosmo). In questa interazione, sul bordo di questa linea di demarcazione, si svolge la nostra vita e tutto ciò che percepiamo di noi stessi, degli altri, del resto del mondo, del cosmo, di Dio, del passato-presente-futuro. “Microcosm”, insomma, è un caleidoscopio della vita, una rappresentazione colorata e multiforme della sua imprevedibile e imperscrutabile magia.”.
A sorpresa il disco si apre proprio con un brano stellare in tutti i sensi e questa volta non sono prese di mira le Orme o i Genesis, bensì i maestri King Crimson con l’intramontabile “Starless”. Carpani risuonandolo di certo punta molto in alto, ma devo dire alla fine dell’ascolto che la cover è più che riuscita, rispettando sia l’anima del brano originale che la personalità stessa del chitarrista.
Su “Kiss And Fly” la voce è quella del cantante degli Yes Jon Davison e la canzone pur non facendo molto il verso agli Yes si getta a capofitto nel mondo del Progressive Rock ma attenzione, con sonorità più moderne piuttosto che vintage, un mix ben amalgamato. “God Bless Amerika” è orecchiabile pur mantenendo al proprio interno i classici e immancabili cambi di tempo. Il Rock più energico è protagonista in “The Mountain Of Salt”, quello che funziona nelle canzoni di Alex Carpani non sono solo gli arrangiamenti ma le melodie stesse che facilmente si lasciano approcciare dall’ascoltatore. Le atmosfere si placano grazie ai fiati e al piano nell’apertura di “We Can’t Go Home Tonight”, canzone sentita e in qualche modo vicina anche al mondo Psichedelico oltre che a quello dei King Crimson. A questo punto giunge inatteso un brano che richiama il Neo Prog degli anni ’80 e s’intitola “Footprints In The Heart”. Più ricercato, a tratti jazzy e arabeggiante risulta “Prime Numbers”, dove gli strumentisti impiegati si divertono davvero a dare il meglio. Il basso diventa protagonista nella cadenzata “What Once Was” e tutto quello che segue è di una raffinatezza sia ricercata che spontanea.
Dimenticavo solo un altro grande nome del panorama Rock italiano che ha partecipato alla riuscita di questo album che non trapela difetto alcuno, il nome è quello di Gigi Cavalli Cocchi, autore dell’artwork. MS






sabato 31 dicembre 2022

Phoenix Again

PHOENIX AGAIN – Vision
Ma.Ra.Cash
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2022




Quando si ascolta la musica, si crea fra l’artista e l’ascoltatore un ponte di emozioni che si condividono quando queste viaggiano sulla stessa frequenza. Non tutta la musica può piacere, anche se fatta a dovere o con il cuore, ognuno di noi ricerca una sonorità che ricordi in qualche modo la nostra esistenza fatta d’immagini, emozioni e azioni. Quante volte si è detto che dove finiscono le parole arriva la musica. Nel mondo del Rock in generale però creare un album completamente strumentale è un’arma a doppio taglio, molti ascoltatori vogliono sempre un qualcosa da cantare e ricordare, altri invece preferiscono soltanto la musica, specie se il cantante non è all’altezza della situazione. Chi ha ragione? Nessuno, la musica è soprattutto un’espressione di esseri che condividono vibrazioni e quindi in quello che realizzano c’è dentro il proprio essere, ciò che si vuole manifestare, se vogliamo è una valvola di sfogo. In conclusione c’è chi vibra con l’artista allo stesso suo modo e chi invece resta indifferente all’ascolto, non siamo tutti uguali.
Questo nuovo lavoro strumentale dei bresciani Phoenix Again è il quinto in studio e poi vanno aggiunti anche tre live e un EP. La famiglia Lorandi è radicata al mondo del Progressive Rock sin dal lontano 1981 quando ancora si chiamava Phoenix, di certo esperienza e buoni album non mancano oggi nel loro curriculum. Nel 1988 si sciolgono e si rifondano nel 2010 con il nuovo nome Phoenix Again e la prematura scomparsa del fratello Claudio Lorandi nel 2007 è ciò che fa scattare la molla della reunion, una sorta di continuità con il passato per omaggiare e tenere in vita il ricordo del compianto.
Oggi sono formati da Sergio Lorandi (chitarra elettrica, chitarra acustica, voce), Marco Lorandi (chitarra elettrica, chitarra acustica, voce), Antonio Lorandi (basso elettrico, basso acustico, voce), Giorgio Lorandi (percussioni), Silvano Silva (batteria e percussioni) e Andrea Piccinelli (tastiere, pianoforte acustico). Con loro nella stesura di “Vision” compaiono come special guest numerosi altri musicisti: Daris Trinca (glockenspiel), Annibale Molinari (corno), Lorenzo Poletti (trombone), Erika Marca (tromba), Giovanni Lorandi (coro), Karin Pilipp (coro), Simona Cecilia Vitali (coro) e Alessandra Lorandi (coro).
La musica proposta dalla band è variegata, a cavallo fra passato e presente con influenze Jazz Rock, King Crimson, Genesis ed EL&P. Cinquanta minuti di musica divisa in nove tracce fra composizioni più recenti e altre recuperate nel tempo. Ciò che colpisce immediatamente l’ascolto è la quantità di idee che vanno ad attingere da diversi stili e situazioni, il tutto per giungere a un risultato di certo non ripetitivo.
Le tastiere di “Overture” lasciano presagire un viaggio sonoro emozionante relegato anche agli anni ’70 quando la musica correva via a briglie sciolte senza restrizioni. Ovviamente in brani strumentali ciò che serve è una melodia da ricordare, e su questo i Phoenix Again ne sono consapevoli. La mini suite di dieci minuti “Moments Of Life” aleggia fra Genesis ed elettronica, sembra di trovarci al cospetto di una colonna sonora di qualche film, tanto è ampia l’espressività del suono. Più robusta nell’incedere “Triptych” con la chitarra elettrica spesso in primo piano. Arpeggi di chitarra acustica aprono “Air”, nomen omen. Tuttavia il brano che più mi ha accalappiato è “Psycho”, per atteggiamento il più progressivo dell’intero album. Una cavalcata sonora alla Emerson Lake & Palmer con spolverata di Gentle Giant per intenderci, ma anche con suggerimenti che provengono dal sound odierno, un vero gioiello sonoro esempio di capacità tecnica e di gusto per la melodia. Altro pezzo non indifferente è “La Fenice Alla Corte Del Re” e qui siamo sul territorio King Crimson in maniera molto evidente, così come nel successivo “Propulsione” arricchito da coralità che rimandano a “In The Court Of The Crimson King”. Gradevole e geniale “Mamma RAI” basata su un nostalgico suono di tastiere a rendere omaggio a “Intervallo”, e all’“Almanacco Del Giorno Dopo” oltre che alla sigla dell’”Eurovisione” a coccolare l’ascoltatore come volesse proteggerlo e farlo sentire a proprio agio, come spesso è riuscita a fare la TVdi Mamma RAI. La chiusura è affidata a “Threefour”, spensierata e scivolosa nell’incedere Folk.
Personalmente apprezzo molto di più questo “Vision” piuttosto che il precedente “Friends Of Spirit” del 2019, perché lo trovo più snello grazie al suo variare di stili come ho già avuto modo di spiegare. In definitiva "Vision" è un buon ritorno sulle scene che lasciano presagire altre belle emozioni per il futuro, intanto godiamoci di gran lunga queste. MS






venerdì 30 dicembre 2022

The Sundering

THE SUNDERING - Ravenous Silence
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: digital / EP – 2022




Il 2022 ha dato molto al genere Rock Progressivo, specialmente per quello che concerne il paese italico, molte le uscite e alcune davvero interessanti a conferma che anche oggi questa musica ha buona salute nonostante l’età. Il tempo sembra non scalfire certe sonorità le quali si adeguano al sound più moderno pur mantenendo il rispetto delle radici.
Da Sassari giungono i The Sundering, band oggi formata da Fabio Cuccu (chitarre, voce, Hammond, clavinet, Wurlitzer, sintetizzatori), Carlo Berretta (basso, contrabbasso, voce, pianoforte, Mellotron, Hammond, sintetizzatori), Lorenzo Murineddu (batteria e percussioni), e Davide Mura (chitarre, mandolino, cori). L’idea prende forma il 2010 e si stabilizza nella line up nel 2012, tuttavia servono altri sei anni prima di debuttare discograficamente e questo accade nel 2018 con “Pentamerone”. A marzo del 2022 è la volta dell’EP “Barren Hearts” e a settembre dello stesso anno il nuovo EP “Ravenous Silence”. Qui assieme a loro partecipa l’ospite Mimmo Fancellu (Low whistle). Il disco è composto di tre brani a iniziare da “An Invitation”, dove flauto e chitarra acustica introducono l’ascolto nel mondo del Progressive Folk. Fra coralità i The Sundering s’immergono nel contesto Jethro Tull di fine anni ’60 spezzando le armonie con un basso slap e buoni assolo sia di chitarra elettrica sia di tastiere. I cambi repentini di tempo fanno tornare alla memoria anche i prestigiosi Gentle Giant. In realtà se andiamo ad analizzare l’insieme della struttura del brano non possono che trapelare anche influenze più recenti, come quelle degli americani Echolyn.
“The Great Siege Of Yleim” è una mini suite di undici minuti dove la band si diverte a scorrazzare nel mondo del Prog, fra tecnica e melodia, quest’ultima di certo non trascurata. Ancora una volta i cori hanno forte valenza, e una certa affinità con la PFM anni ’70 è manifesta. La band quindi dimostra di conoscere tutta la storia del genere, Genesis compresi, peccato solamente per una registrazione che rende il suono un po’ troppo appiccicato, questo solamente per mio gusto personale.
I giovani componenti avvalorano la padronanza degli strumenti, sia il carattere che le idee. La copertina di Carlo Berretta bene introduce all’ascolto, la musica contenuta nell’EP è colorata, enfatica al punto giusto, tanto da catapultare l’ascoltatore nei folcloristici reami rappresentati.
“Weakness” è maggiormente ricercata nella struttura che si apre lentamente fra basso e voci per poi crescere nell’incedere.
Per il 2023 la band promette l’uscita del loro primo concept album e vi assicuro che ci sarà di che ascoltare, se le premesse sono queste. MS



https://thesundering.bandcamp.com/




giovedì 29 dicembre 2022

Nonsolo Progrock e ProgSky

 NONSOLO PROGROCK e PROGSKY




AMICI DEL PROG, da giovedì inizia la mia collaborazione con il programma radio Prog Rock Polis di RADIO PROGSKY Brasile. Leggerò e farò ascoltare alcune mie recensioni che troverete nel mio blog NONSOLO PROGROCK assieme all'amico conduttore Max Prog Polis. Un programma ricco di ospiti, musica ed informazione. Allora se vorrete... A presto, di giovedì o in podcast se meglio preferite. 





Aura

AURA – Underwater
My Kingdom Music
Genere: Post Prog Moderno
Supporto: cd – 2022




Ho parlato spesso del Post Prog Moderno e ne ho scritto un libro per Arcana Edizioni intitolato proprio “Post Prog Moderno – L’Alba Di Una Nuova Era”, decantando le gesta di band che tracciano nella ricerca musicale una linea retta con il passato. Si necessita dunque di un nuovo termine, perché ad esempio i Genesis non suonano come i Porcupine Tree. Non posso trovare al riguardo esempio migliore che la carriera dei salernitani Aura, al quarto album passano dalle sonorità Genesis e Dream Theater a queste di “Underwater” fra Porcupine Tree e Leprous. Un’evoluzione se vogliamo anche naturale in linea con i tempi e altresì una maturazione sonora tangibile della band rispetto agli album precedenti. La band è composta oggi da Giovanni Trotta (batteria, voce), Giuseppe Bruno (chitarre), Angelo Cerquaglia (basso), e Francesco Di Verniere (tastiere, synth).
La copertina realizzata da Annalisa Di Verniere rappresenta al meglio quello che è oggi il suono Aura, fatto di melodie intense e atmosfere sognanti.
Nella musica di quest’album si bada dunque al sodo senza troppi fronzoli, cercando emozioni piuttosto che elucubrazioni anche se non mancano i classici tempi dispari e annessi cambi umorali. Il mutamento della pelle si denota immediatamente dall’ascolto di “Lost Over Time”.
Il suono rude delle chitarre non scarseggia neppure in “Keep It Safe”, così il cantato sognante e il moderarsi delle arie che puntualmente giunge e si da staffetta con il Metal. Il ritornello funziona e si ascolta anche un (seppur breve) assolo di chitarra che spettina l’ascoltatore. “On Time” è attualissima nel sound e lascia strabordare malinconia ponderata, mai eccessiva, quel tanto che basta a rendere il pezzo onirico. Dalle spalle robuste il riff di “Time To Live”, immaginate di ascoltare gli inglesi IQ suonare Metal, strano vero? Eppure in qualche modo sembra funzionare.
A metà album c’è il pezzo intimistico, “My Last Words To You”, qui il carattere probabilmente esce poco perché c’è molto deja vu quindi si tarda a decollare. Il discorso cambia con “Promises”, il range torna nella media Aura.
“Eternal Bliss” ricorda sia per titolo sia per stacco iniziale materiale dei Muse, ma siamo in un altro contesto seppure adiacente. Più ricercato “Lights Behind The Clouds”, strumentale vigoroso e convincente. La title track chiude ottimamente il disco per lasciare successivamente spazio alla cover di “Astronomy Domine”, storico brano dei Pink Floyd a testimonianza che il passato è comunque nel DNA. Come l’hanno rifatta? A mio gusto personale direi ottimamente, molto fedele all’originale seppure con qualche piccola variazione.
“Underwater “ è consigliato a chi ascolta Porcupine Tree, Opeth, God Is An Astronaut e Leprous la band, sta crescendo disco dopo disco e qui siamo nel professionismo. MS






mercoledì 28 dicembre 2022

Marco Ragni

MARCO RAGNI - Anything You Want
Mind Dazed Records
Genere: Psichedelico / Progressive Rock
Supporto: Bandcamp, Spotify – 2022




Non è di certo mia consuetudine rilasciare recensioni di raccolte, credo in questi decenni sia la prima volta che mi accade, tuttavia è in effetti il viatico più adeguato per addentrarsi nel fantastico mondo di Marco Ragni.
Il polistrumentista, chitarrista e produttore di Rovigo ha alle spalle una nutrita discografia che inizia nel 2010 con “In My Eyes” per poi rilasciare in totale undici album in studio, due live, tre raccolte e undici singoli, niente male per un artista italiano che si cimenta in una delle prove più difficili che si possa affrontare, ossia il mondo infinito dei Pink Floyd. Non che Ragni sia un autore privo di personalità, intendiamoci, ma l’amore per la band di Camdridge è grande, così che il suono della chitarra spesso è debitore a quello di David Gilmour. E se tutto questo non dovesse bastare, io vado a parlare proprio di una raccolta di brani suonati con il popolare chitarrista nordico della band Airbag Bjorn Riis, lui si davvero debitore ai Pink Floyd in maniera maniacale.
Poco negli anni si è parlato di Marco Ragni, raffinato compositore che si avvicina al mondo musicale alla tenera età di sei anni grazie alla tastiera Farfisa ricevuta per regalo nel 1975. Approccia alla musica in modo diretto attraverso la band Deshuesada, dedita a un Rock Psichedelico che lo tiene impegnato fino al 1998. Dal 2000 al 2007 fa parte della band Quartafila (successivamente Heza), mentre nel 2008 è la volta dei Mokers, ma tutto questo comincia a stare stretto a un artista compositore dalla spiccata fantasia. Nella carriera solista consiglio vivamente l’ascolto di “Mother From The Sun” del 2014 vera e propria opera Psichedelica che sicuramente farà la gioia dei Pink Floyd fans.
Anche con questa raccolta “Anything You Want” il discorso per i suddetti fans cambia di poco, qui i brani con Riis sono davvero tanti, così da formare addirittura un doppio cd. Nella carriera Ragni si coadiuva spesso di special guest e anche di alto calibro come ad esempio Marius Halleland dei Wobbler oppure Luca Zabbini dei Barock Project, il risultato è sempre sopra la media delle produzioni al riguardo, questo tengo a sottolinearlo.
E anche certi titoli restano avvinghiati ai Pink Floyd, o perlomeno li richiamano di striscio, qualche analogia nella mente sopraggiunge leggendo “Anything You Want” e pensando a “Any Colour You Like”.
Sedici i brani contenuti in questa raccolta per una durata totale di un’ora e quarantasei minuti di musica. Le atmosfere sognanti sono all’ordine del giorno, ogni brano si lascia ascoltare interamente a occhi chiusi, un poco come accade per la già nominata band Airbag, molte le similitudini. Le parti strumentali sono tutte di ottima fattura, come ad esempio nella strumentale “Anything You Want (Part Two)”.
Toccanti e oniriche le partiture acustiche e arpeggiate, ma è la musica in generale che segue questo binario psichedelico orecchiabile e sempre supportato dal suono delle chitarre elettriche che sostengono le note a lungo. Non esulano frangenti maggiormente vigorosi e tuffi nel Progressive Rock oltre che nel mondo dei Beatles, band sempre amata da Ragni.
Questa raccolta potrebbe essere il primo passo per addentrarvi al meglio nel mondo musicale di quest’artista che a mio modo di vedere è sempre stato poco considerato e in maniera ingiusta, ma tranquilli, abbiamo tutto il tempo per rimediare. MS





domenica 25 dicembre 2022

Pryzme

PRYZME – Four Inches
Autoproduzione / Bad Dog Promotion
Genere: Post Prog Moderno
Supporto: cd – 2021




I più appassionati di Rock Progressivo francese di sicuro conosceranno il nome Lingus, primo logo della band Pryzme formatasi nel 2014 per il volere dei chitarristi e cantanti Dominique Blanchard e David Chollet. Nel 2015 trovano il definitivo nome Pryzme e stabilità con l’ingresso di Maxence al basso fino alla fine del 2018, e di Gabrielle Duplenne alla batteria fino al 2019 i quali consentono loro di partire per date live anche in Inghilterra.
Invece ai più arguti di voi il nome Pryzme avrà sicuramente suggerito qualcosa, quella storica copertina di Storm Thorgerson a favore di un album epocale intitolato “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd: il prisma. Giunti al 2019 subiscono un cambio nella line up, Lucas Planque alla batteria e Benoit Toquet al basso sostituiscono Gabrielle e Maxcence ed è la volta dell’esordio discografico intitolato “Four Inches”.
La musica contenuta in quest’album spazia notevolmente, va dai Porcupine Tree ai Pink Floyd passando anche per Toto e Pat Metheny, a testimonianza di un ampio spettro di cultura musicale da parte dei componenti. Otto canzoni che lasciano l’ascoltatore sempre attento grazie al proprio stile raffinato.
Nel genere, con annessa e immancabile voice phone in stile Steven Wilson, ecco immergerci nell’ascolto attraverso l’iniziale “Fusion”, canzone ricca di buoni spunti, cori e un ritornello piacevole. La ritmica è ottima, oserei dire trascinante, così interessante è anche il lavoro della chitarra che fa sia da accompagnatrice ritmica sia da solista. Sale ulteriormente il ritmo in “Vision”, dai e vai fra le chitarre come in una staffetta e un ritornello indovinato per orecchiabilità. In dischi così le canzoni vanno spillate come le carte al poker, ognuna ha un valore e “After Wichita” probabilmente è un Jack, fra le più alte. Qui sento maggiore personalità, ossia più sincerità rispetto gli altri brani comunque nel contesto in qualche maniera derivativi.
Il giro di basso all’inizio di “Nothing To Say” è gradevole, così l’evolversi del brano molto attento alle giuste melodie, qui si denota l’amore della band per un certo tipo di Rock anni ‘80/90. In fondo, cosa si desidera da una canzone? Vanno bene ricerca e tecnica come esige il Prog Rock, ma anch’esso ha bisogno del suo “I Know What I Like (In Your Wardrobe)” oppure sempre restando nel mondo Genesis al “Follow You Follow Me” etc. Come amo dire spesso, qualcosa alla fine dell’ascolto deve rimanere, se non da cantare almeno da fischiettare.
“Pretty Princess” suggerisce una passeggiata nel mondo della psichedelia, quella composta di chitarre sostenute, fra eco e suoni. Ben ci sta a questo punto dell’ascolto, perché l’attenzione sale nuovamente, assieme all’elettronica del pezzo che sfocia in un riff quasi funky. “The Ride Of Your Life” è un brano maturo, fra deja vu e raffinatezza, qui a tratti la batteria segue la strada intrapresa da Gavin Harrison (Porcupine Tree, King Crimson, Claudio Baglioni, The Pineapple Thief, etc).
“Morning Song” è fragrante, fresca, ricca di buone proteine a questo punto oserei dire in stile Pryzme. La suite omonima “Four Inches” chiude il disco come fanno i fuochi d’artificio al termine dell’esibizione, tirando fuori di tutto e di più.
A dispetto del nome Pryzme in “Four Inches “ci si sarebbe atteso molto Pink Floyd style, invece a parte qualche parentesi, si è ascoltata molta musica multicolore e anche farina del proprio sacco. Ma la cosa che più mi ha sorpreso è il tempo, che durante l’ascolto mi è volato via e questo sappiamo bene tutti cosa sta a significare. MS