I Miei Libri
mercoledì 18 gennaio 2023
Carmine Capasso
CARMINE CAPASSO – Assenza Di Gravità
domenica 15 gennaio 2023
Lifestream
LIFESTREAM
– Alter Echo
Lizard
Records / Open Mind
Genere: Progressive Rock – Neo Prog
Supporto: cd – 2022
E’
un periodo che mi trovo spesso a raccontare concept album, questo mi fa molto
piacere, perché in fin dei conti ascoltare un album di musica cosiddetta
“colta” è come leggere un libro o vedere un film, un argomento unico che si
sviluppa fino alla fine, magari destando nell’ascoltatore riflessioni e perché
no anche sorprese nel finale. Di certo non è semplice il concepimento,
tantomeno facile cercare una trama d’interesse adeguata alla musica che si
vuole esprimere. Ci provano i toscani Lifestream che dopo l’esordio datato 2018
intitolato “Diary” (Lizard Records) si ripropongono con questo “Alter Echo” suddiviso
in tre fasi, “Ego”, “Omnis” e “Echo”. La storia racconta di due pianeti simili
abbastanza vicini ma distanziati dal tempo (no, non è la lotta fra il bene e il
male di “Felona E Sorona” delle Orme). Una catastrofe rende invivibile il primo
e gli abitanti, una volta venuti a conoscenza di un secondo simile, partono nel
viaggio alla scoperta di questa nuova papabile seconda casa. Il destino vuole
che una volta giunti a destinazione, si accorgono che il nuovo pianeta ha avuto
la stessa sorte del primo, qui gli abitanti precedenti hanno commesso lo stesso
stupido errore, la storia come per una beffa si ripete. In definitiva si può
interpretare anche in un'altra chiave di lettura, l’uomo primitivo e l’uomo
moderno, fra la ragione, gli istinti, la consapevolezza e l’indifferenza. A
supportare l’argomento c’è la musica che va ad attingere in differenti generi,
come l’AOR, il Progressive Rock e l’Hard Rock.
Alberto
Vuolato (chitarre), Andrea Franceschini (tastiere), Andrea Cornuti (basso) e Paolo
Tempesti (batteria, voce), ritornano in cabina di pilotaggio per farci
intraprendere questo viaggio sonoro che comincia con il capitolo “Ego” e
“Landscape Of Loneliness”, brano di undici minuti formato da stralci sonori di
differenti stati d’animo. Alcuni passaggi fanno ritornare indietro nel tempo
quando il Neo Prog ha avuto negli anni ’80 i momenti migliori. Il passaggio
centrale e strumentale dell’album affidato alle tastiere è davvero ricco di
emozioni, da assaporare con gusto. La
tecnica a disposizione degli artisti li aiuta a esprimere al meglio le idee
compositive, gradevole inizio grazie anche a belle coralità. Sopraggiunge
l’Hard Prog di “What Went Wrong”, semplice e diretto come piace agli estimatori
del genere. Si staglia avanti a noi il cosmo in “Habitat”, strumentale di tre
minuti e poco più ricco d’enfasi, sembra quasi d’ascoltare i mitici Rockets,
band francese degli anni ’70. La staffetta della narrazione passa a “The Long
Way Home”, canzone ballata che palesa le ottime capacità compositive della
band, fra un Hammond sornione e un ritmo lentamente cadenzato. Cori e crescendo
rendono il brano piacevole, poi l’assolo di chitarra fa il resto. “Rebirth”
ricalca le orme di passaggi precedenti mentre l’atto primo si conclude con la
strumentale “Cryosleep” che non so perché mi ricorda nel pianoforte alcuni
momenti delle nostrane e citate Orme. Neo Prog di classe. L’atto secondo “Omnis”
si apre con il breve intro “Out Of The Caves”, le gocce d’acqua accolgono
l’ascoltatore nella grotta e lo accompagnano verso “Pillars Of Creation” dove
la band mostra i propri muscoli. Un ambiente bucolico si appresta ad
accompagnare la fantasia durante l’ascolto di “Cradle Lullaby”, canzone
inaspettatamente Folk, ancora una volta perfettamente interpretata nelle
coralità. Questo è il vantaggio di un concept album, esso permette di mutare
stili senza avere il timore di tradire nessun ascoltatore, in parole povere il
semplice piacere di fare musica. Un piano è la base per “Seasons Passing By” e
la conclusione dell’atto spetta a “Losing Control”, scorribanda nel Rock
Progressivo in tutto e per tutto, annesso accenno alle vocalità in stile Gentle
Giant.
Atto
terzo, “Echo”, questo è composto di due brani, “Awareness” e la mini suite
“Alter Echo”. “Awareness” ha un inizio molto bello di pianoforte e una melodia
piacevole, mentre “Alter Echo” è degno suggello di questo concept che di certo
non passerà inosservato ai cultori della musica Prog, con accenni Jethro Tull e
molto altro. Bravi i Lifestream a realizzare questo disco di musica variegata
per generi e mutamenti sonori.
Dopo
alcuni ascolti in questo 2023 posso già sbilanciarmi nel dire che l’anno si
presenta in maniera interessante, già si ha l’occasione di immergersi in buoni
ascolti, appunto come nel caso di questo “Alter Echo”. MS
MinDance
MINDANCE
– Colors
Lizard
Records / Open Mind
Genere: Psichedelia/Post Prog
Moderno
Supporto: cd – 2023
Come
si dice in gergo, squadra che vince non si tocca, il tempo due anni ed ecco che
da Campobasso i Mindance ritornano con il loro secondo album in studio per
Lizard Records dopo “Cosmically Nothing”. Tonino Marchitelli (voce, tastiere),
Gianluca Vergalito (chitarra), Peppe Aloisi (basso, voce, synth, noises) e
Massimo Cosimi (batteria) non modificano la formazione e registrano “Colors”,
album intriso di psichedelia e Post Prog Moderno. Ho parlato già in passato del
disco di debutto tessendone anche alcune lodi perché la musica proposta costruisce
un viaggio sonoro dal forte impatto emotivo, ebbene le emozioni proseguono
nella nuova realizzazione e denoto anche una migliore incisione sonora nei
sette brani che compongono l’album.
Il
genere proposto oggi sta andando bene, ossia gode di buona luce da parte degli
ascoltatori perché band come Porcupine Tree, o se andiamo ancora indietro i
Pink Floyd, hanno creato questo sound leggermente malinconico con tanta psichedelia attorno, conducendo verso un connubio emotivo forte e funzionale.
Massiccia
e cadenzata apre “Bluesing Part One” con un cantato anni ’60 in stile Syd
Barrett per poi giungere alla title track decisamente Porcupine Tree primo
periodo, “Colors” è intrisa di una malinconia ponderata e comunque soave,
queste melodie aleggiate sono la forza di questo genere e i MinDance lo sanno.
Probabilmente mancano assolo importanti che potrebbero donare all'insieme
quella spinta maggiore, resta il fatto che il brano scorre via con piacere e
lascia il ritornello bene stampato in mente. Non serve quindi strafare per
donare emozioni, ma basta sapersi muovere nell’ambito toccando le corde giuste.
Ci si avvicina molto anche al contesto No Sound per restare in ambito
nazionale, con pacatezza e tanta sospensione.
“Times”
aumenta il ritmo e sperimenta di più attraverso interventi di elettronica a
seguito. Il pezzo è maggiormente strumentale e qui, seppure brevi, gli assolo
ci sono e badano alla sostanza più che fare vetrina delle capacità balistiche
dei strumentisti.
Ruggisce
ancora di più “Gang’s Law”, alternando fasi vigorose ad altre intimistiche e
ipnotiche, come genere ha insegnato. Nonostante i differenti riferimenti che vi
ho citato i MinDance hanno personalità e quindi uno stile ben riconoscibile,
noi italiani in generale sappiamo con il tempo fare propria una caratteristica
rendendola unica, la storia del Rock Progressivo Italiano ne è piena di esempi.
Ritornando al brano, lo considero fra i miei preferiti dell’album, mi piace
quando ci sono cambi d’atteggiamento nel cammino.
Ed
ecco la mini suite, qui della durata di undici minuti intitolata “Hypnosis”,
nome più che indovinato! L’apertura è affidata alla sonorità onirica e spaziale
in stile Pink Floyd anni ’70 e non manca di certo nell’evolversi della
situazione l’immancabile crescendo. Voce modificata al microfono e tratti Hard
si aggiungono strada facendo rendendo il brano sempre più interessante, qui
anche con l’assolo che mi auspicavo. Chiudono due strumentali, “Bluesing Part
Two” e “Namastè”, il primo vede la chitarra elettrica protagonista in
espressioni sonore interessanti, mentre il secondo è avvolgente e sognante.
Alla
fine dei conti siamo entrati in un viaggio mentale dall’ampio respiro, musica
che si lascia ascoltare e che va giù come un bicchiere d’acqua, per chi ama il
Post Prog Moderno e tutto quello che ho citato è di certo una grande occasione
da non perdere. Aggiungo solamente che i MinDance stanno crescendo
notevolmente, occhio che ne ascolteremo delle belle, ne sono sicuro, tuttavia a
me già vanno bene così. MS
sabato 14 gennaio 2023
Andrea Vercesi
ANDREA
VERCESI – The Little Match Girl
Autoproduzione
Genere: Progressive Folk
Supporto: cd – 2022
Non
vi nascondo che per me incontrare la musica di Andrea Vercesi è stata una
sorpresa. Non perché non abbia ascoltato i suoi lavori tributo a Ian Anderson e
ai Jethro Tull, ma perché ascoltare materiale di suo pugno, mi ha colpito. La
somiglianza vocale con quella del folletto inglese è impressionante e su questo
non ci sono dubbi, ma non si tratta di flauto (assente), ma di attitudine.
Vercesi è un polistrumentista con una tendenza al cantautorato progressivo di
spiccata eleganza. Dopo “Songs From The Forum ...With You There To Help Me (The
2nd Little Tribute To Jethro Tull) ” del 2006 e “Mad Fallen Leaf” del 2009
dedicati ai Jethro Tull, l’autore si spinge in un territorio prettamente
personale con “The Little Match Girl”, un lavoro tendente all’acustico con la
partecipazione di Susanna Lecce alla voce e Sergio Ponti alla batteria.
Il
disco è composto di undici tracce ed esce sia in piattaforme digitali come ad
esempio Spotify o You Tube, ma anche in versione cd reperibile. Quindi dopo
lungo tempo passato a elargire tributi, Vercesi scommette su quest’album
concept ispirato alla fiaba di Hans Christian Andersen "La piccola Fiammiferaia”.
Si
comincia con “Intro (The Story Begins) ”, uno strumentale Folk Prog intenso
bene arrangiato attraverso una melodia accattivante accompagnata da uno sfondo
di velata malinconia, una buona chitarra elettrica e un ruggente Hammond, un aperitivo
goloso che prepara all’ascolto di “The Little Match Girl”. Ed ecco il cantato
in lingua inglese che spinge verso il Folk, una ballata ammaliante a due voci,
maschile e femminile, testimone di una cultura al riguardo di certo non
superficiale, oserei dire coinvolgente riguardo patos. Ancora di più è
“Slippers”, breve interludio a “Acradle With A Slipper”, qui l’ascolto diventa
corale grazie alle strumentazioni, mentre la voce di Vercesi si accosta ancor
più a quella di Anderson, brano che potrebbe benissimo uscire dalla discografia
Tull di fine anni ’70. Musica che scalda l’animo, da ascoltare magari con un
bel bicchiere in mano in completo relax, e a questo punto spuntano anche paesaggi
bucolici o la contemplazione dinanzi ad un bel camino acceso, la fantasia non
smette di trasmettere immagini al riguardo. Il merito è anche dello strumentale
“Walking Alone” dove la chitarra acustica è indiscussa protagonista.
Il
racconto prosegue con “Boxes Of Matches” assieme a Susanna Lecce, una canzone
apparentemente semplice ma efficace, non soltanto Jethro Tull, io ci associo
anche passaggi alla Clive Nolan (Pendragon, Arena, Shadowland, etc.).
“Picture
Of Misery” è Folk al 100%, tanta storia dentro, ovviamente i Déjà vu aleggiano
nelle note, ma non importa, il risultato è trascinante e questo basta anche per
battere il piedino al ritmo. L’energia accresce con “In A Corner”, avete
apprezzato “Stormwatch” dei Jethro Tull? Bene, allora avrete di che godere,
così in “Another Match”, temporale annesso. In “Bundle Of Matches” l’andamento
diventa sornione e comunque rispettoso del filone intrapreso per poi giungere
al finale strumentale “Outro”, piano e chitarra, una coccola sonora senza
sbavature oltre che ipnotica.
Andrea
Vercesi con questo “The Little Match Girl” fa il grande passo, ora è a tutti
gli effetti un autore, la sua esperienza annale è bene sfruttata e messa a
disposizione di noi ascoltatori. Questo disco non è consigliato solo ai
sostenitori degli artisti nominati, ma davvero a tutti, perché è musica per un
bel momento di evasione. Complimenti sinceri. MS
giovedì 12 gennaio 2023
Elder
ELDER – Innate Passage
Stickman Records
Genere: Stoner / Psichedelico
Supporto: cd – 2022
“Non
è la più intelligente delle specie quella che sopravvive; non è nemmeno la più
forte; la specie che sopravvive è quella che è in grado di adattarsi e di adeguarsi
meglio ai cambiamenti dell’ambiente in cui si trova. (Charles Darwin)”.
Nel
tempo abbiamo imparato a sposare questo pensiero dettato dai fatti
successivamente inconfutabili. Questo vale anche per la musica, l’evoluzione è
inesorabile, volente o nolente la nostra volontà. Siamo radicati al nostro
passato, a quello che ci ha fatto crescere, alle sonorità che ci ricordano i
periodi più belli della nostra vita e li sembra che tutto sia finito. Un vero
artista non soltanto abbraccia la frase darwiniana, ma la vive sulla propria
pelle, previa l’estinzione. La naturalità di certe scelte è dettata dalla
volontà di sopravvivere e di dare sempre il meglio di se con la personalità
comunque che ci contraddistingue. Un esempio nella musica lo abbiamo avuto dai
Jethro Tull di Ian Anderson il quale ha sempre sposato la moda dei tempi pur
mantenendo intatto il proprio stile, in questo caso quello del flauto. Di
esempi poi ce ne sarebbero davvero a migliaia, oggi uno proviene dall’America e
precisamente da Boston quando nel 2005 un trio di ragazzi iniziano a suonare
Heavy Psichedelico: gli Elder.
Autori
di sei album in studio, intraprendono la carriera musicale fra cambi di line up
e riff massicci per esprimere una musica energica, dalle spiccate capacità
tecniche. Una musica sia per il corpo sia per la mente ma disco dopo disco
mutano pelle, arricchendo il proprio sound d’influenze “Progressive” e di una
psichedelia spesso al confine con il Krautrock. La band di Nick Di Salvo (chitarra,
voce, tastiere) torna dopo il buon “Elder & Kadavar: Eldovar – A Story Of
Darkness & Light” (Robotor Records – 2021) a distanza di un anno e propone
un disco che definirei “differente” rispetto i canoni del loro stile.
Probabilmente la scelta di ammorbidire il suono con innesti sensibilmente
articolati è un’arma a doppio taglio, quella che ti fa perdere fans per strada,
ma che a mio modo di vedere te ne fa acquisire di nuovi. Il gruppo oggi è
completato da Jack Donovan (basso), Michael Risberg (chitarra, tastiere) e
Georg Edert (batteria). Con loro ci sono gli ospiti Behrang Alavi (voce) e Fabio
Cuomo (tastiere).
Cinque
i pezzi che compongono “Innate Passage”, e comunque i riff distorti in modello
Stoner ci sono sempre, anche se ammorbiditi da passaggi acustici ed ambient.
Personalmente
apprezzo molto lo stile di “Catastasis”, effetti eco, arpeggi, sottofondi di tastiere,
cambi di ritmo, un incedere monolitico che fa di questa musica un vero e
proprio trip sonoro da affrontare assieme agli autori. Meno Doom, più Prog,
come in alcune veloci scorribande sui tasti d’avorio. Il mellotron dona al
sound quella tinta vintage che non guasta nel contesto. La parte centrale del
brano mi fa venire alla mente qualche passaggio della band nordica Anekdoten.
“Endless Return” ha un inizio elettronico ed onirico per poi sfociare poi nel
Rock fra giochi di chitarra e batteria. Ottimi strumentisti oltre che amanti
del bel suono, gli Elder giocano e si divertono. “Coalescence” ha molto del DNA
passato della band, una psichedelia trascinante e ricca d’idee che danno il
meglio durante le parti strumentali. “Merged In Dreams – Ne Plus Ultra” è la
classica suite che vorremmo non finisse mai, quella che ti fa chiudere gli
occhi a tua insaputa. La conclusione è affidata a “The Purpose”, qui risulta
più evidente l’ammorbidimento stilistico del combo. Nuove generazioni
indirizzano una strada, chi li ama li segua, io di certo non li lascio soli,
amo essere destabilizzato dalla musica quando questa sembra coccolarci, magari anch’io
sopravvivrò, non lo so, ma di sicuro comunque andrà a finire avrò di che
ascoltare. MS
domenica 8 gennaio 2023
Aquael
AQUAEL
– Anthology
Toast
Records
Genere:
Progressive Rock
Supporto:
lp – 2022
Dalla
collaborazione di due grandi intenditori di musica Rock progressiva, nasce quest’antologia
sia storica sia recente di una band torinese che nel tempo si è evoluta in
differenti realtà, sto parlando del leader tastierista e cantante Maurizio
Galia e del produttore Giulio Tedeschi (Toast Records), quindi del progetto
Aquael. Maurizio Galia oltre che musicista e disegnatore è anche autore
dell’enciclopedia “Prog 50” edita da Edizioni Applausi.
La
band vede mettere le proprie radici nel lontano 1978 e suona fino al 1994 per
poi cambiare nome l’anno successivo in Maury E I Promemoria. Con quest’appellativo
registrano “Ziqqurat Nel Canavese” (MP – 1997). Già dall’esordio risulta
evidente la passione della band per il Progressive Rock nostrano, su tutte per il
Banco Del Mutuo Soccorso e le Orme. Dopo cambi nella line up con ritorno di
componenti storici quali Nick Guerriero (chitarra) e Enrico Testera (basso),
nel 1999 cambiano ancora nome in Maury E I Pronomi. Per i collezionisti
annovero l’album compilation edito nel 2000 in 200 copie dal titolo “Tanganica,
Il Passato Ed Il Futuro” (autoproduzione). Nel 2004 la Mellow Records onora la
band con l’uscita dell’album “(Ec)citazioni Neoclassiche” (Mellow Records –
2004), un ottimo lavoro che convince pubblico e critica. I loro nomi in quest’antologia
sono Nicola Guerriero (chitarra), Maurizio Galia (tastiere, voce), Enrico
Testera (basso), Sergio Cagliero (tastiere), Marco Giacone Griva (chitarra
solista), Sylvia Delfino (voce), Carlo Bellotti (batteria), Sergio Ponti (batteria),
Bruno Giordanai (sax) e Dino Pelissero (batteria).
“Anthology” contiene canzoni che vanno dal
1997 al 2016 oltre a tre inediti. Il formato lo si può trovare sia in forma
vinilica che in cd.
Quello
che colpisce immediatamente l’appassionato di questa musica è la grafica del
vinile, apribile e ben curato da parte dell’artista brasiliano Elton Fernandes,
con grafica per opera dello stesso Maurizio Galia.
Inizio
sonoro decisamente Neo Prog in stile Marillion era Fish per la mini suite di
dieci minuti “Ziqqurat” del 1997, qui dopo una prima parte strumentale s’intrecciano
le voci maschili e femminili, quelle di Galia e di Sylvia Delfino. La musica è
in generale pacata, sorniona, basata molto sulle tastiere e in alcuni buoni
assolo di chitarra da parte di Nicola Guerriero.
“Altri
Tempi” vede alla voce Federica Gili oltre che a Galia, il pezzo è un singolo
inedito del 2016 con influenze primo Pino Daniele, non perché cantato in
dialetto, ma per struttura e sax per merito di Bruno Giordana. Altro brano
tratto da “Ziqqurat Nel Canavese” è “Part-Time”, questo chiude il lato A del
vinile. Il ritmo aumenta rispetto i brani precedenti, gli arrangiamenti sono
buoni e le tastiere si divertono a colloquiare con gli strumenti, soprattutto
con lo scatenato sax. Orecchiabile il ritornello che potrebbe far venire in
mente qualche passaggio del cantautore Zucchero. Una volta completato il rito
del giramento del disco, una ritmica riflessiva e cadenzata introduce
all’ascolto di “Murat Begins” cantata in lingua inglese da Sylvia Delfino. Il
territorio è ancora quello del Neo Prog, gli anni ’80 sembrano essere dietro l’angolo.
Notevole l’assolo di chitarra. Questo
potremmo chiamarlo ancora una volta inedito, in quanto realizzato nel 2012 solo
per I-Tunes Store. Ritorniamo all’album di debutto con “Yokohama Via Satellite”,
canzone intimistica dalla storia triste, semplice ma non scontata dove le
tastiere ricoprono nuovamente il ruolo madre, così immancabile è l’assolo di
chitarra qui dalla Gilmouriana memoria (Pink Floyd docet). Il vinile si chiude
con la suite assemblata di brani come “Apollo, Minerva E L’Eutrusco”, Fiato
Immortale” e “Le Porte Dell’Averno” tratti da “(Ec)citazioni Neoclassiche” del
2004, il tutto sotto il nome “Il Racconto Degli Dei (Central Section)”. Ritmo e
enfasi s’intercalano di pezzo in pezzo, nella strumentale “Fiato Mortale” si
possono ascoltare le influenze Orme succitate, dove la band riesce ad esprimere
un bellissimo Progressive Rock. Nel finale riferimento ai The Trip di “Caronte”.
C’era
bisogno di quest’antologia per far conoscere al meglio il mondo di Galia &
company, peccato ignorare questa realtà che quasi silenziosamente nel tempo ha
saputo seminare emozioni. La passione trasuda dai brani, e quando si realizzano
lavori sinceri è difficile non rimanere perlomeno colpiti. Non conoscevate
questa storia? Bene, quale occasione migliore per approcciarsi agli Aquael se
non “Anthology”? MS
giovedì 5 gennaio 2023
Aleco
ALECO – Gli Amori Alle Stazioni
Music Force
Distribuzione: Egea Music
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2022
Una
delle poche certezze che ci sono nella vita si chiama amore, sentimento unico
per tutte le persone. Chi lo vive in maniera travagliata e chi spensierata,
altri con gelosia e ancora altri con trasporto, ma quello che più ci fa sentire
vivi sono i ricordi degli avvenimenti che segnano l’animo. Anche un piccolo particolare
fa sprigionare nelle nostre menti colori, odori, sensazioni che nel tempo
sembrano non trovare mai fine.
L’argomento
è pane quotidiano per i cantautori italiani, i quali affidano spesso la propria
arte a questo sentimento. Non è questione di età, tutti passiamo sotto questo
ponte, chi scrivendo poesie, chi dipingendo, chi suonando, chi semplicemente
godendo di attimi fotografati, ma tutti viviamo almeno un lampo di ricordi
specie quando un amore non è andato pienamente corrisposto.
Aleco
lo conosciamo bene, è il cantautore romano giunto con questo “Gli Amori Alle
Stazioni” al suo terzo album in studio ed ha uno spirito solare, sempre
gioioso, un approccio alla vita positivo ed ironico che nella sua musica
diventa inesorabilmente contagioso. Lui ricorda l’amore alle stazioni, quando
si attende una lei ma che non scende dal treno, l’attesa è non ripagata ed ecco
che l’amore ritaglia dentro di noi nutriti ricordi dolorosi.
Scenari
di vita spesso comuni. Qui in questo album Aleco (nome d’arte di Alessandro
Carletti Orsini) attraverso nove canzoni, ci racconta le sue esperienze, quelle
sensazioni che ci fanno fermare a riflettere anche a noi che semplicemente
stiamo ascoltando.
Molto
spesso mi è capitato di dire che il terzo album per un artista è quello della
maturità, Aleco non si distacca di certo da questo esame che ritengo naturale
nell’evoluzione di un musicista. Voce e chitarra acustica introducono
all’ascolto della breve “Intro GAAS”, passaggio per “Gli Amori Alle Stazioni”,
attraverso un jingle che ha incastonato in se il carattere artistico di Aleco.
Le voci giocano un ruolo di spessore in quanto si intrecciano sia nell’
interpretazione che nel contrasto maschile/femminile grazie all’ausilio di
Antonella Gentile. Il brano per tematica è in teoria malinconico, in realtà la
vitalità di Aleco lo rende semplicemente
leggero e ruffiano (ma non banale), tanto da farsi apprezzare immediatamente.
Ed eccolo l’autore già ridere in “Diavolo”, certi pensieri aleggiano nella
mente quando un amore è difficile, e qui la musica ha l’enfasi di un brano in
stile Zucchero. E volano nella memoria anche “I Fantasmi” di Mary, l’artista si
interroga sul sentimento che prova per la ragazza, fra lo stare bene e lo stare
male attraverso una musica che ha molti deja vu al proprio interno, non per
questo non gradevole. Un ritmo brasiliano invece accompagna “L’Isola/La
Tresca”, questo è il territorio in cui Aleco sa muoversi al meglio. La solarità
è avvolgente e calda come la sabbia infuocata di una spiaggia. Con “Bella” ci
si addentra nel cantautorato romano, un grande Aleco che mette a nudo la
propria anima attraverso la chitarra acustica. Il dialetto e l’interpretazione
sostenuta è di gran lunga un bel jolly da giocare. La canzone in molti
frangenti è toccante, facendosi ascoltare con grande piacere, grazie anche
all’utilizzo dei fiati. In “Occhi” ritorna Antonella Gentile, mentre lo stile
di Luca Barbarossa è con noi. “Notte Prima Degli Esami/Questa Notte E’ Ancora
Nostra” vede come ospite David Madnight ed è ovviamente la cover del famoso
brano di Antonello Venditti, altro punto di riferimento per Aleco. Il disco si
chiude con “Le Comitive” canzone matura e profonda dalle forti immagini
evocative.
In
tutto l’insieme risulta efficiente il lavoro d’arrangiamento fatto da Andrea
Micarelli (anche compositore assieme ad Aleco).
L’esame
del terzo disco a mio modesto parere è superato, Aleco è cresciuto, più
riflessivo e rispettoso del mondo cantautorale, tutto questo posso
semplificarlo nel termine “maturato”.
Date un ascolto se amate la classica musica italiana, quella che sa coccolare e
che (a proposito di amori) non tradisce mai. MS
DeaR
DEAR
– Mon Turin
Music
Force
Distribuzione: Egea Music
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2022
Il
disco è spesso per un artista un modo per esprimere il pensiero, un concetto e
soprattutto i ricordi indelebili che segnano la vita nel quotidiano. Come una
tela esso rappresenta un ritratto dato in pasto ai visitatori, sottolineando
soprattutto la personalità di chi decide di mettersi in gioco. Questione di
sensibilità e perché no, anche di coraggio. All’interno spesso risiedono cose
intime che fanno parte dell’essere uomo, in parole povere la vita di una
persona.
L’ambiente
in cui si soggiorna è fondamentale per la crescita dell’Io.
Una
delle città più belle ed interessanti d’Italia è Torino, fra monumenti, arte,
musica e misterioso esoterismo. Una città dal fascino particolare e spaccata da
un polmone di verde chiamato Parco Valentino, oltre che dal fiume Po. Questa
città ha dato natali a grandi musicisti italiani spesso ispirati proprio ad
essa, quadrata nelle vie come nei vecchi accampamenti romani (così nacque), una
città dalle mille sorprese.
Un
musicista di Torino che si avvale di questa musa si chiama Davide Riccio,
pianista innamorato delle proprie radici con il nome acronimo d’arte DeaR.
Grazie
a “Mon Turin” raggiunge il secondo lavoro in studio dopo il buon “Out Of Africa”
(Music Force – 2021). Autodidatta inizia a fare musica grazie ad una chitarra,
alcune spese inizialmente non erano possibili,
ma nel tempo riesce a dedicarsi al suo vero e più grande amore, il
pianoforte. Nel 2010 riesce a comporre qualcosa che ricorda il proprio sogno di
musicista classico. Ed è qui che inizia la lunga gestazione di questa suite
intitolata “Mon Turin” suddivisa in venti parti. Spiega Riccio “Il titolo è in francese perché fin da
bambino ho sentito la “francité” di Torino e del Piemonte.”.
Nel
corso dell’opera s’incontrano nomi importanti del mondo Progressive Rock ed
affine, ad esempio in “Letters From Turin” la musica è composta da Pensiero
Nomade (Salvo Lazzara e Davide Guidoni), in “Silent Lights…” la voce è quella
magica di Claudio Milano, a molti conosciuto anche come Nickelodeon e poi
Alessandro De Caro al piano in “Nocturnal”, Simonetta Matzuzi alla voce in “Un
Treno Per Torino” e Maoro Sanna voce e effetti elettronici in “Blues…”.
Dopo
una vigorosa overture giunge piano e voce in “Nocturnal”, le influenze anche
Jazz si riscontrano di tanto in tanto durante il percorso. Piano e clarinetto
nel capitolo “Jazz: Un Treno Per Torino Con La Valigia Di Cartone”, qui anche
incroci di voci maschili e femminili. Una volta giunti alla stazione si visita
“Pavana: Cit Turin, Il Piccolo Parigi”.
Ancora fiati e molti arrangiamenti bene eseguiti riempiono il suono
dell’opera la quale sembra godere di piccole perle anni ’70. Non esiste un
brano che supera altri in bellezza, la media compositiva si svolge sino alla
fine fra parti maggiormente intimistiche ed altre più ricercate come la già
citata “Letters From Turin”, atto più lungo dell’intero lavoro grazie ai suoi
sette minuti e mezzo. Emozionanti i giri armonici del pianoforte che spesso
riesce a disegnare perfettamente con il suono quello che l’artista vuol farci
conoscere. Le mani di Riccio sono i nostri occhi. Ottimo esempio sta in
“Passacaglia: L’Oltreuomo A Torino”.
Un
artista che cresce musicalmente con influenze David Bowie, David Sylvian, Brian
Eno e Kate Bush non può che essere avvantaggiato nel comporre musica, una
cultura che lo accompagna a realizzare ottimi dischi che definirei vere e
proprie colonne sonore, come questo caso di “Mon Turin”. Non la solita musica,
prendetevi una pausa. MS
martedì 3 gennaio 2023
Alex Carpani
ALEX
CARPANI – Microcosm
Independent
Artist Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2022
Ho
sempre seguito la carriera del polistrumentista franco italiano
Alex Carpani e ogni volta è sempre una sorpresa. Se consideriamo l’esordio
discografico avvinghiato al mondo delle nostrane Orme, tanto da far cantare nel
disco “Waterline” (2007) lo stesso Aldo Tagliapietra, e quanto prodotto in
seguito, si denota nel tempo una maturazione invidiabile. Sempre amante del sound
Genesis, Carpani dopo altri quattro album dall’esordio, giunge a noi oggi con
“Microcosm” ma questa volta sono presi di riferimento più stili e la
personalità oramai è ben forgiata, così com’è radicato il nome dell’artista nel
mondo del Progressive Rock. Alex non ha più nulla da dimostrare a nessuno,
nelle opere incise si è sempre coadiuvato di grandi musicisti, ad esempio
questa è la volta di: Jon Davison (Yes), David Jackson (Van Der Graaf Generator,
Peter Gabriel), David Cross (King Crimson), Theo Travis (Soft Machine,
Porcupine Tree, Steven Wilson), Bruno Farinelli (Elisa, Il Volo, Cesare
Cremonini, Lucio Dalla), Andrea Torresani (Vasco Rossi, Franco Battiato,
Tiziano Ferro), Emiliano Fantuzzi (Nek, Laura Pausini, Biagio Antonacci) e
Davide Rinaldi (Dark Lunacy).
Questo
già scopre le carte in tavola su quanto ci si aspetta dall’ascolto delle dodici
canzoni contenute nell’album. Carpani del disco dice: “Ogni essere umano è un
inconfondibile e autonomo microcosmo. È proprio ciò di cui volevo parlare; del
fatto che siamo dei piccoli universi e che ognuno di noi trascorre l'intera
esistenza su una linea di confine, quella tra il proprio universo (il
microcosmo) e tutto il resto che lo circonda e lo sovrasta (il macrocosmo). In
questa interazione, sul bordo di questa linea di demarcazione, si svolge la
nostra vita e tutto ciò che percepiamo di noi stessi, degli altri, del resto
del mondo, del cosmo, di Dio, del passato-presente-futuro. “Microcosm”,
insomma, è un caleidoscopio della vita, una rappresentazione colorata e
multiforme della sua imprevedibile e imperscrutabile magia.”.
A
sorpresa il disco si apre proprio con un brano stellare in tutti i sensi e
questa volta non sono prese di mira le Orme o i Genesis, bensì i maestri King
Crimson con l’intramontabile “Starless”. Carpani risuonandolo di certo punta
molto in alto, ma devo dire alla fine dell’ascolto che la cover è più che
riuscita, rispettando sia l’anima del brano originale che la personalità stessa
del chitarrista.
Su
“Kiss And Fly” la voce è quella del cantante degli Yes Jon Davison e la canzone
pur non facendo molto il verso agli Yes si getta a capofitto nel mondo del
Progressive Rock ma attenzione, con sonorità più moderne piuttosto che vintage,
un mix ben amalgamato. “God Bless Amerika” è orecchiabile pur mantenendo al
proprio interno i classici e immancabili cambi di tempo. Il Rock più energico è
protagonista in “The Mountain Of Salt”, quello che funziona nelle canzoni di
Alex Carpani non sono solo gli arrangiamenti ma le melodie stesse che
facilmente si lasciano approcciare dall’ascoltatore. Le atmosfere si placano
grazie ai fiati e al piano nell’apertura di “We Can’t Go Home Tonight”, canzone
sentita e in qualche modo vicina anche al mondo Psichedelico oltre che a quello
dei King Crimson. A questo punto giunge inatteso un brano che richiama il Neo
Prog degli anni ’80 e s’intitola “Footprints In The Heart”. Più ricercato, a
tratti jazzy e arabeggiante risulta “Prime Numbers”, dove gli strumentisti
impiegati si divertono davvero a dare il meglio. Il basso diventa protagonista
nella cadenzata “What Once Was” e tutto quello che segue è di una raffinatezza
sia ricercata che spontanea.
Dimenticavo
solo un altro grande nome del panorama Rock italiano che ha partecipato alla
riuscita di questo album che non trapela difetto alcuno, il nome è quello di Gigi
Cavalli Cocchi, autore dell’artwork. MS
sabato 31 dicembre 2022
Phoenix Again
PHOENIX
AGAIN – Vision
Ma.Ra.Cash
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2022
Quando
si ascolta la musica, si crea fra l’artista e l’ascoltatore un ponte di
emozioni che si condividono quando queste viaggiano sulla stessa frequenza. Non
tutta la musica può piacere, anche se fatta a dovere o con il cuore, ognuno di
noi ricerca una sonorità che ricordi in qualche modo la nostra esistenza fatta d’immagini,
emozioni e azioni. Quante volte si è detto che dove finiscono le parole arriva
la musica. Nel mondo del Rock in generale però creare un album completamente
strumentale è un’arma a doppio taglio, molti ascoltatori vogliono sempre un
qualcosa da cantare e ricordare, altri invece preferiscono soltanto la musica,
specie se il cantante non è all’altezza della situazione. Chi ha ragione?
Nessuno, la musica è soprattutto un’espressione di esseri che condividono
vibrazioni e quindi in quello che realizzano c’è dentro il proprio essere, ciò
che si vuole manifestare, se vogliamo è una valvola di sfogo. In conclusione
c’è chi vibra con l’artista allo stesso suo modo e chi invece resta
indifferente all’ascolto, non siamo tutti uguali.
Questo
nuovo lavoro strumentale dei bresciani Phoenix Again è il quinto in studio e
poi vanno aggiunti anche tre live e un EP. La famiglia Lorandi è radicata al
mondo del Progressive Rock sin dal lontano 1981 quando ancora si chiamava
Phoenix, di certo esperienza e buoni album non mancano oggi nel loro curriculum.
Nel 1988 si sciolgono e si rifondano nel 2010 con il nuovo nome Phoenix Again e
la prematura scomparsa del fratello Claudio Lorandi nel 2007 è ciò che fa scattare
la molla della reunion, una sorta di continuità con il passato per omaggiare e
tenere in vita il ricordo del compianto.
Oggi
sono formati da Sergio Lorandi (chitarra elettrica, chitarra acustica, voce),
Marco Lorandi (chitarra elettrica, chitarra acustica, voce), Antonio Lorandi (basso
elettrico, basso acustico, voce), Giorgio Lorandi (percussioni), Silvano Silva
(batteria e percussioni) e Andrea Piccinelli (tastiere, pianoforte acustico).
Con loro nella stesura di “Vision” compaiono come special guest numerosi altri
musicisti: Daris Trinca (glockenspiel), Annibale Molinari (corno), Lorenzo
Poletti (trombone), Erika Marca (tromba), Giovanni Lorandi (coro), Karin Pilipp
(coro), Simona Cecilia Vitali (coro) e Alessandra Lorandi (coro).
La
musica proposta dalla band è variegata, a cavallo fra passato e presente con
influenze Jazz Rock, King Crimson, Genesis ed EL&P. Cinquanta minuti di
musica divisa in nove tracce fra composizioni più recenti e altre recuperate
nel tempo. Ciò che colpisce immediatamente l’ascolto è la quantità di idee che
vanno ad attingere da diversi stili e situazioni, il tutto per giungere a un
risultato di certo non ripetitivo.
Le
tastiere di “Overture” lasciano presagire un viaggio sonoro emozionante
relegato anche agli anni ’70 quando la musica correva via a briglie sciolte
senza restrizioni. Ovviamente in brani strumentali ciò che serve è una melodia
da ricordare, e su questo i Phoenix Again ne sono consapevoli. La mini suite di
dieci minuti “Moments Of Life” aleggia fra Genesis ed elettronica, sembra di trovarci
al cospetto di una colonna sonora di qualche film, tanto è ampia l’espressività
del suono. Più robusta nell’incedere “Triptych” con la chitarra elettrica
spesso in primo piano. Arpeggi di chitarra acustica aprono “Air”, nomen omen.
Tuttavia il brano che più mi ha accalappiato è “Psycho”, per atteggiamento il
più progressivo dell’intero album. Una cavalcata sonora alla Emerson Lake &
Palmer con spolverata di Gentle Giant per intenderci, ma anche con suggerimenti
che provengono dal sound odierno, un vero gioiello sonoro esempio di capacità
tecnica e di gusto per la melodia. Altro pezzo non indifferente è “La Fenice
Alla Corte Del Re” e qui siamo sul territorio King Crimson in maniera molto
evidente, così come nel successivo “Propulsione” arricchito da coralità che
rimandano a “In The Court Of The Crimson King”. Gradevole e geniale “Mamma RAI”
basata su un nostalgico suono di tastiere a rendere omaggio a “Intervallo”, e all’“Almanacco
Del Giorno Dopo” oltre che alla sigla dell’”Eurovisione” a coccolare
l’ascoltatore come volesse proteggerlo e farlo sentire a proprio agio, come
spesso è riuscita a fare la TVdi Mamma RAI. La chiusura è affidata a
“Threefour”, spensierata e scivolosa nell’incedere Folk.
Personalmente
apprezzo molto di più questo “Vision” piuttosto che il precedente “Friends Of
Spirit” del 2019, perché lo trovo più snello grazie al suo variare di stili
come ho già avuto modo di spiegare. In definitiva "Vision" è un buon
ritorno sulle scene che lasciano presagire altre belle emozioni per il futuro,
intanto godiamoci di gran lunga queste. MS
venerdì 30 dicembre 2022
The Sundering
THE SUNDERING - Ravenous Silence
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: digital / EP – 2022
Il
2022 ha dato molto al genere Rock Progressivo, specialmente per quello che
concerne il paese italico, molte le uscite e alcune davvero interessanti a
conferma che anche oggi questa musica ha buona salute nonostante l’età. Il
tempo sembra non scalfire certe sonorità le quali si adeguano al sound più
moderno pur mantenendo il rispetto delle radici.
Da
Sassari giungono i The Sundering, band oggi formata da Fabio Cuccu (chitarre,
voce, Hammond, clavinet, Wurlitzer, sintetizzatori), Carlo Berretta (basso,
contrabbasso, voce, pianoforte, Mellotron, Hammond, sintetizzatori), Lorenzo
Murineddu (batteria e percussioni), e Davide Mura (chitarre, mandolino, cori).
L’idea prende forma il 2010 e si stabilizza nella line up nel 2012, tuttavia
servono altri sei anni prima di debuttare discograficamente e questo accade nel
2018 con “Pentamerone”. A marzo del 2022 è la volta dell’EP “Barren Hearts” e a
settembre dello stesso anno il nuovo EP “Ravenous Silence”. Qui assieme a loro
partecipa l’ospite Mimmo Fancellu (Low whistle). Il disco è composto di tre
brani a iniziare da “An Invitation”, dove flauto e chitarra acustica
introducono l’ascolto nel mondo del Progressive Folk. Fra coralità i The
Sundering s’immergono nel contesto Jethro Tull di fine anni ’60 spezzando le
armonie con un basso slap e buoni assolo sia di chitarra elettrica sia di
tastiere. I cambi repentini di tempo fanno tornare alla memoria anche i
prestigiosi Gentle Giant. In realtà se andiamo ad analizzare l’insieme della
struttura del brano non possono che trapelare anche influenze più recenti, come
quelle degli americani Echolyn.
“The
Great Siege Of Yleim” è una mini suite di undici minuti dove la band si diverte
a scorrazzare nel mondo del Prog, fra tecnica e melodia, quest’ultima di certo
non trascurata. Ancora una volta i cori hanno forte valenza, e una certa
affinità con la PFM anni ’70 è manifesta. La band quindi dimostra di conoscere
tutta la storia del genere, Genesis compresi, peccato solamente per una
registrazione che rende il suono un po’ troppo appiccicato, questo solamente
per mio gusto personale.
I
giovani componenti avvalorano la padronanza degli strumenti, sia il carattere
che le idee. La copertina di Carlo Berretta bene introduce all’ascolto, la
musica contenuta nell’EP è colorata, enfatica al punto giusto, tanto da
catapultare l’ascoltatore nei folcloristici reami rappresentati.
“Weakness”
è maggiormente ricercata nella struttura che si apre lentamente fra basso e
voci per poi crescere nell’incedere.
Per
il 2023 la band promette l’uscita del loro primo concept album e vi assicuro
che ci sarà di che ascoltare, se le premesse sono queste. MS
https://thesundering.bandcamp.com/
giovedì 29 dicembre 2022
Nonsolo Progrock e ProgSky
NONSOLO PROGROCK e PROGSKY
AMICI DEL PROG, da giovedì inizia la mia collaborazione con il programma radio Prog Rock Polis di RADIO PROGSKY Brasile. Leggerò e farò ascoltare alcune mie recensioni che troverete nel mio blog NONSOLO PROGROCK assieme all'amico conduttore Max Prog Polis. Un programma ricco di ospiti, musica ed informazione. Allora se vorrete... A presto, di giovedì o in podcast se meglio preferite.
Aura
AURA
– Underwater
My
Kingdom Music
Genere:
Post Prog Moderno
Supporto: cd – 2022
Ho
parlato spesso del Post Prog Moderno e ne ho scritto un libro per Arcana
Edizioni intitolato proprio “Post Prog Moderno – L’Alba Di Una Nuova Era”,
decantando le gesta di band che tracciano nella ricerca musicale una linea
retta con il passato. Si necessita dunque di un nuovo termine, perché ad
esempio i Genesis non suonano come i Porcupine Tree. Non posso trovare al
riguardo esempio migliore che la carriera dei salernitani Aura, al quarto album
passano dalle sonorità Genesis e Dream Theater a queste di “Underwater” fra
Porcupine Tree e Leprous. Un’evoluzione se vogliamo anche naturale in linea con
i tempi e altresì una maturazione sonora tangibile della band rispetto agli
album precedenti. La band è composta oggi da Giovanni Trotta (batteria, voce), Giuseppe
Bruno (chitarre), Angelo Cerquaglia (basso), e Francesco Di Verniere (tastiere,
synth).
La
copertina realizzata da Annalisa Di Verniere rappresenta al meglio quello che è
oggi il suono Aura, fatto di melodie intense e atmosfere sognanti.
Nella
musica di quest’album si bada dunque al sodo senza troppi fronzoli, cercando
emozioni piuttosto che elucubrazioni anche se non mancano i classici tempi
dispari e annessi cambi umorali. Il mutamento della pelle si denota
immediatamente dall’ascolto di “Lost Over Time”.
Il
suono rude delle chitarre non scarseggia neppure in “Keep It Safe”, così il
cantato sognante e il moderarsi delle arie che puntualmente giunge e si da
staffetta con il Metal. Il ritornello funziona e si ascolta anche un (seppur
breve) assolo di chitarra che spettina l’ascoltatore. “On Time” è attualissima
nel sound e lascia strabordare malinconia ponderata, mai eccessiva, quel tanto
che basta a rendere il pezzo onirico. Dalle spalle robuste il riff di “Time To
Live”, immaginate di ascoltare gli inglesi IQ suonare Metal, strano vero?
Eppure in qualche modo sembra funzionare.
A
metà album c’è il pezzo intimistico, “My Last Words To You”, qui il carattere
probabilmente esce poco perché c’è molto deja vu quindi si tarda a decollare.
Il discorso cambia con “Promises”, il range torna nella media Aura.
“Eternal
Bliss” ricorda sia per titolo sia per stacco iniziale materiale dei Muse, ma
siamo in un altro contesto seppure adiacente. Più ricercato “Lights Behind The
Clouds”, strumentale vigoroso e convincente. La title track chiude ottimamente
il disco per lasciare successivamente spazio alla cover di “Astronomy Domine”,
storico brano dei Pink Floyd a testimonianza che il passato è comunque nel DNA.
Come l’hanno rifatta? A mio gusto personale direi ottimamente, molto fedele
all’originale seppure con qualche piccola variazione.
“Underwater
“ è consigliato a chi ascolta Porcupine Tree, Opeth, God Is An Astronaut e
Leprous la band, sta crescendo disco dopo disco e qui siamo nel professionismo.
MS
mercoledì 28 dicembre 2022
Marco Ragni
MARCO
RAGNI - Anything You Want
Mind
Dazed Records
Genere:
Psichedelico / Progressive Rock
Supporto: Bandcamp, Spotify – 2022
Non
è di certo mia consuetudine rilasciare recensioni di raccolte, credo in questi
decenni sia la prima volta che mi accade, tuttavia è in effetti il viatico più
adeguato per addentrarsi nel fantastico mondo di Marco Ragni.
Il
polistrumentista, chitarrista e produttore di Rovigo ha alle spalle una nutrita
discografia che inizia nel 2010 con “In My Eyes” per poi rilasciare in totale
undici album in studio, due live, tre raccolte e undici singoli, niente male
per un artista italiano che si cimenta in una delle prove più difficili che si
possa affrontare, ossia il mondo infinito dei Pink Floyd. Non che Ragni sia un
autore privo di personalità, intendiamoci, ma l’amore per la band di Camdridge
è grande, così che il suono della chitarra spesso è debitore a quello di David
Gilmour. E se tutto questo non dovesse bastare, io vado a parlare proprio di
una raccolta di brani suonati con il popolare chitarrista nordico della band
Airbag Bjorn Riis, lui si davvero debitore ai Pink Floyd in maniera maniacale.
Poco
negli anni si è parlato di Marco Ragni, raffinato compositore che si avvicina
al mondo musicale alla tenera età di sei anni grazie alla tastiera Farfisa
ricevuta per regalo nel 1975. Approccia alla musica in modo diretto attraverso
la band Deshuesada, dedita a un Rock Psichedelico che lo tiene impegnato fino
al 1998. Dal 2000 al 2007 fa parte della band Quartafila (successivamente Heza),
mentre nel 2008 è la volta dei Mokers, ma tutto questo comincia a stare stretto
a un artista compositore dalla spiccata fantasia. Nella carriera solista
consiglio vivamente l’ascolto di “Mother From The Sun” del 2014 vera e propria
opera Psichedelica che sicuramente farà la gioia dei Pink Floyd fans.
Anche
con questa raccolta “Anything You Want” il discorso per i suddetti fans cambia
di poco, qui i brani con Riis sono davvero tanti, così da formare addirittura
un doppio cd. Nella carriera Ragni si coadiuva spesso di special guest e anche
di alto calibro come ad esempio Marius Halleland dei Wobbler oppure Luca
Zabbini dei Barock Project, il risultato è sempre sopra la media delle
produzioni al riguardo, questo tengo a sottolinearlo.
E
anche certi titoli restano avvinghiati ai Pink Floyd, o perlomeno li richiamano
di striscio, qualche analogia nella mente sopraggiunge leggendo “Anything You
Want” e pensando a “Any Colour You Like”.
Sedici
i brani contenuti in questa raccolta per una durata totale di un’ora e
quarantasei minuti di musica. Le atmosfere sognanti sono all’ordine del giorno,
ogni brano si lascia ascoltare interamente a occhi chiusi, un poco come accade
per la già nominata band Airbag, molte le similitudini. Le parti strumentali
sono tutte di ottima fattura, come ad esempio nella strumentale “Anything You
Want (Part Two)”.
Toccanti
e oniriche le partiture acustiche e arpeggiate, ma è la musica in generale che
segue questo binario psichedelico orecchiabile e sempre supportato dal suono
delle chitarre elettriche che sostengono le note a lungo. Non esulano frangenti
maggiormente vigorosi e tuffi nel Progressive Rock oltre che nel mondo dei
Beatles, band sempre amata da Ragni.
Questa
raccolta potrebbe essere il primo passo per addentrarvi al meglio nel mondo
musicale di quest’artista che a mio modo di vedere è sempre stato poco
considerato e in maniera ingiusta, ma tranquilli, abbiamo tutto il tempo per
rimediare. MS
domenica 25 dicembre 2022
Pryzme
PRYZME
– Four Inches
Autoproduzione
/ Bad Dog Promotion
Genere: Post Prog Moderno
Supporto: cd – 2021
I
più appassionati di Rock Progressivo francese di sicuro conosceranno il nome
Lingus, primo logo della band Pryzme formatasi nel 2014 per il volere dei chitarristi
e cantanti Dominique Blanchard e David Chollet. Nel 2015 trovano il definitivo
nome Pryzme e stabilità con l’ingresso di Maxence al basso fino alla fine del 2018,
e di Gabrielle Duplenne alla batteria fino al 2019 i quali consentono loro di partire
per date live anche in Inghilterra.
Invece
ai più arguti di voi il nome Pryzme avrà sicuramente suggerito qualcosa, quella
storica copertina di Storm Thorgerson a favore di un album epocale intitolato
“The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd: il prisma. Giunti al 2019 subiscono
un cambio nella line up, Lucas Planque alla batteria e Benoit Toquet al basso
sostituiscono Gabrielle e Maxcence ed è la volta dell’esordio discografico
intitolato “Four Inches”.
La
musica contenuta in quest’album spazia notevolmente, va dai Porcupine Tree ai
Pink Floyd passando anche per Toto e Pat Metheny, a testimonianza di un ampio
spettro di cultura musicale da parte dei componenti. Otto canzoni che lasciano
l’ascoltatore sempre attento grazie al proprio stile raffinato.
Nel
genere, con annessa e immancabile voice phone in stile Steven Wilson, ecco
immergerci nell’ascolto attraverso l’iniziale “Fusion”, canzone ricca di buoni
spunti, cori e un ritornello piacevole. La ritmica è ottima, oserei dire
trascinante, così interessante è anche il lavoro della chitarra che fa sia da
accompagnatrice ritmica sia da solista. Sale ulteriormente il ritmo in “Vision”,
dai e vai fra le chitarre come in una staffetta e un ritornello indovinato per
orecchiabilità. In dischi così le canzoni vanno spillate come le carte al
poker, ognuna ha un valore e “After Wichita” probabilmente è un Jack, fra le
più alte. Qui sento maggiore personalità, ossia più sincerità rispetto gli
altri brani comunque nel contesto in qualche maniera derivativi.
Il
giro di basso all’inizio di “Nothing To Say” è gradevole, così l’evolversi del
brano molto attento alle giuste melodie, qui si denota l’amore della band per
un certo tipo di Rock anni ‘80/90. In fondo, cosa si desidera da una canzone?
Vanno bene ricerca e tecnica come esige il Prog Rock, ma anch’esso ha bisogno
del suo “I Know What I Like (In Your Wardrobe)” oppure sempre restando nel
mondo Genesis al “Follow You Follow Me” etc. Come amo dire spesso, qualcosa
alla fine dell’ascolto deve rimanere, se non da cantare almeno da fischiettare.
“Pretty
Princess” suggerisce una passeggiata nel mondo della psichedelia, quella
composta di chitarre sostenute, fra eco e suoni. Ben ci sta a questo punto
dell’ascolto, perché l’attenzione sale nuovamente, assieme all’elettronica del
pezzo che sfocia in un riff quasi funky. “The Ride Of Your Life” è un brano
maturo, fra deja vu e raffinatezza, qui a tratti la batteria segue la strada
intrapresa da Gavin Harrison (Porcupine Tree, King Crimson, Claudio Baglioni,
The Pineapple Thief, etc).
“Morning
Song” è fragrante, fresca, ricca di buone proteine a questo punto oserei dire
in stile Pryzme. La suite omonima “Four Inches” chiude il disco come fanno i
fuochi d’artificio al termine dell’esibizione, tirando fuori di tutto e di più.
A
dispetto del nome Pryzme in “Four Inches “ci si sarebbe atteso molto Pink Floyd
style, invece a parte qualche parentesi, si è ascoltata molta musica multicolore
e anche farina del proprio sacco. Ma la cosa che più mi ha sorpreso è il tempo,
che durante l’ascolto mi è volato via e questo sappiamo bene tutti cosa sta a
significare. MS
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