I Miei Libri

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domenica 29 gennaio 2017

Astrolabio

ASTROLABIO – I Paralumi Della Ragione
Andromeda Relix / Lizard Records
Distribuzione: GT Music
Genere: Hard Prog
Supporto: cd - 2017


Chi dice che il Prog Rock è un genere dai testi astrusi, a volte fantascientifici ma che non parlano quasi mai di politica, probabilmente non ha mai ascoltato i nostrani Astrolabio. Se non li conoscete ve li racconto in poche righe: Si formano a Verona nel 2009 dalle ceneri della Hard Prog band Elettrosmog ed amano definirsi  gruppo di “Rock Degressivo Italiano”. Non manca loro il lato satirico ed umoristico, questo lo si riscontra nei testi generalmente incentrati sulla società post moderna in maniera polemica. Esclusi i demo, realizzano l’album d’esordio nel 2014 per l’etichetta Andromeda Relix in collaborazione con Lizard Records dal titolo  “L’Isolamento Dei Numeri Pari”. Sono composti da Michele Antonelli (voce, chitarra, flauto traverso), Alessandro Pontone (batteria), Massimo Babbi (tastiere) e Paolo Iemmi (voce, basso). Nel tempo affrontano una lunga serie di concerti, spesso affiancando nomi prestigiosi (La Locanda Delle Fate, La Coscienza Di Zeno, Osanna), numerosi festivals ed apparizioni televisive.
Detto questo veniamo a “I Paralumi Della Ragione”, suddiviso in nove tracce. Esso è un concept album che affronta un viaggio surreale sulle ali di un sogno, nel quale si intraprende un viaggio in un mondo grottesco, fantozziano, che fa ridere ma anche a denti stretti. Tutto è semplificato dal libretto che accompagna il cd con i testi e qualche “legenda” al riguardo. Molto simpatica la copertina ad opera di Marco Triolo con il pupazzo “One” al centro dell’attenzione…Tv accusata o tv che accusa?
Per partire nel sogno bisogna prima addormentarsi, e questo è ciò che accade in “Dormiveglia #1”, breve intro che richiama simpaticamente “Blackbird” dei Beatles, lo stesso che chiude il disco con “Dormiveglia #2”, il risveglio. “Nuovo Evo” è in effetti il primo brano dell’album e mostra subito lo stile Hard Prog degli Astrolabio. Nuovo Evo è un bivio, qui si parla di “porno- elettorale” e dei problemi sociali del nostro paese, ne fuoriesce un quadro di certo non edificante. Il primo momento folle del disco giunge con “ Una Cosa”, demenziale, con metodo onomatopeico ricreativo in cui si libera la propria fantasia. In alcuni momenti del brano i più attenti di voi potrebbero trovare analogie con “La Mela Di Odessa” degli Area. “Pubblico Impiego” ha intrinseco nel titolo il focus del mirino Astrolabio mirato al mal costume italico, alla burocrazia ed ai privilegi degli statali. La musica ancora una volta alterna cambi di tempo caratteristici del Prog  ad Hard Rock. Il ruolo delle tastiere è in principale modo quello dell’ accompagnamento, fornendo al suono corposità.
“Arte(Fatto)”, momento acustico e toccante, dove si espone il senso di disagio dell’artista di oggi, mal retribuito e sfruttato. Oltre che essere una canzone bellissima strumentalmente parlando, anche io che vi scrivo, ne faccio mio il messaggio proposto dagli Astrolabio, e lo sottolineo anche con rabbia, perché la cultura e l’arte di oggi sono appiattite da una società fortemente lobotomizzata dai social, dalla tv e da quant’altro il sistema moderno ci propone. Piano e voce, tutto soave e leggiero, quanto potente e devastante ne risulta il suo messaggio.
Ispirato ad uno strumentale degli Elettrosmog giunge “Otto Oche Ottuse”, favola strumentale che porta a “La Casa Di Davide”. Flauto e tanto Prog anni ’70 ed ancora piccoli legami con gli Area come il recitato in voce femminile e lingua araba (chi ha detto “Luglio, Agosto, Settembre Nero”?). “Sui Muri” si apre in un giro di basso per poi crescere nell’insieme a giunta delle strumentazioni, il tema questa volta è la vecchiaia ed il decadimento psichico e biologico di un essere umano.
Il disco in conclusione è un calderone di buone sonorità che ripercorrono tempi andati ma con personalità e testi importanti. Un ottimo risultato.

Attenzione: Il disco potrebbe far pensare, astenersi i fragili di mente. MS

Disequazione

DISEQUAZIONE – Progressiva Desolazione Urbana
Andromeda Relix
Distribuzione: GT Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd- 2016



Compito della musica è in principale modo quello di comunicare differenti emozioni e stati d’animo, ad essa si associano anche ricordi, siano questi felici che nostalgici. La nostalgia generalmente è relegata al tempo, a quello che abbiamo vissuto di più bello nei nostri anni passati. Un genere, una passione. Bene si espongono su questo concetto i triestini Disequazione, amanti della musica Prog degli anni ’70 e fervidi esecutori della stessa anche nei giorni d’oggi. Un come back il loro che profuma di vintage DOC, ma soprattutto che spruzza passione da ogni nota.
“Progressiva Desolazione Urbana” è una sorta di cerchio che si chiude se si pensa che la band si forma negli anni ’80 grazie all’incontro tra Giorgio Radi (basso) e Vinicio Marcelli (chitarra), per poi vivere gli anni ’90 con concerti assieme ad Aldo Tagliapietra (ex Orme), sospendere successivamente il progetto per dedicarsi alla vita musicale di turnisti, e quindi ritornare oggi con la formazione iniziale a suonare il beneamato Prog. Disequazione 2.0? Probabilmente si ma anche no, perché la band nel disco mantiene le atmosfere del passato e persino le timbriche degli strumenti. La formazione è quindi completata da Dario Degrassi (tastiere), Fiodor Cicogna (batteria) e Luca Sparagna (voce).
“Progressiva Desolazione Urbana” è composto da cinque canzoni fra le quali spicca la suite finale dal titolo omonimo.
Il disco si apre con un brano che si sostiene sulla formula canzone dal titolo “Inutile”, perché il Prog dei Disequazione è comunque gradevolmente melodico. Tuttavia la band si diverte di tanto in tanto a mostrare i muscoli, nella musica sinonimo di tecnica strumentale, come ad esempio nell’assolo di chitarra finale, oppure nelle tastiere e nel basso in “Il Vaso Di Pandora”, brano che fa la gioia sicura di tutti i fans del genere. Nuovamente formula canzone in “E’ Giorno Ormai”, qui un delizioso mix fra le Orme, PFM, ed i mai troppo ricordati  Reale Accademia Di Musica. C’è di che godere.
“Nel Giardino Del Piccolo Gik” prosegue il percorso con un suono pieno, a tutto tondo,  grazie al lavoro delle tastiere di Degrassi. Piccola vetrina anche per la sezione ritmica. Ma è la suite finale il piatto forte dell’album, esempio di cosa è il Progressive Italiano, si perché la nostra mediterraneità dona questo calore emotivo come soltanto noi sappiamo riprodurre in musica, e a testimonianza che il genere è si di nicchia, ma immortale. Sono questi i dischi che fanno da muraglione fra chi ama il Prog e chi non lo digerisce perché “strano”, fuorviante, logorroico ed instabile, ma chi ne è al dentro con consapevolezza gode come pochi al mondo.

“Progressiva Desolazione Urbana” è un album da assaporare in comodità, come si faceva una volta con gli lp di classici. Questa è musica per la mente, ed ecco che i ricordi a cui mi riferivo in precedenza riaffiorano, come i colori ed i profumi degli anni ’70, sembra questa una frase scontata, trita e ritrita, ma chi ha almeno cinquanta anni sa bene di cosa sto parlando e se lo ha capito deve assolutamente procurarsi questo piccolo gioiellino Prog. Voi giovani?… Non siete curiosi? MS

venerdì 20 gennaio 2017

Ancient Veil

ANCIENT VEIL – I Am Changing
Lizard Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2017


Quando si parla di Progressive Rock Italiano, la mente volge inevitabilmente ai grandi nomi come Premiata Forneria Marconi, Banco Del Mutuo Soccorso, Le Orme, gli Area… E va bene, ma è ora anche di cambiare, o per meglio dire, di “aggiornare” questa nostra veduta culturale. E si, perché senza band come Arcansiel, Notturno Concertante, Nuova Era, Eris Pluvia e moltissime altre ancora, il genere non sarebbe restato così in vita dopo gli anni ’70. Un notevole merito va anche a coloro che hanno lavorato ai fianchi, e per questo a mio modo di vedere devono essere menzionati assieme ai grandi. Perché questo preambolo è presto spiegato, nel 1985 Alessandro Serri e Edmondo Romano sono negli Eris Pluvia, mentre nel 1992 lasciano la band e con Fabio Serri creano questo nuovo progetto sonoro dal nome Ancient Veil.
Eppure in tutti questi anni il progetto se ne esce solamente con un album dal titolo “The Ancient Veil” nel 1995, mentre gli Eris Pluvia ritornano nel 2010 con “Third Eye Light” e nel 2016 con “Different Earths”.  Nei dischi degli Eris Pluvia del 2010 e del 2016, Romano e Serri tuttavia non sono presenti. 
Ma veniamo a  “I Am Changing”, accompagnato dai bei dipinti di Francesca Ghizzardi, il disco è suddiviso in undici tracce, tutte di Prog classico e romantico. Nel percorso Serri e Romano si avvalgono di numerosi special guest.
Inizia la strumentale “Bright Autumn Dawn”, i dubbi sullo stile proposto vengono immediatamente fugati, il risultato è di alta classe e dimostra la cultura dei musicisti al riguardo. Alessandro Serri, chitarra alla mano e voce, apre “If I Only Knew” dove un whistle fa da sottofondo alla chitarra, musica d’ altri tempi, emozioni sempre garantite. Il patos sale in “You Will See Me” grazie al flauto di Elisabetta Comotto, all’oboe di Marco Gnecco, il violoncello di Stefano Cabrera ed al violino di Roberto Piga. Amo molto “I Am Changing” sia per come l’aria trasmette emotività che per l’assolo di chitarra elettrica. Ancora fiati a sostenere “Only When They’re Broken”, ma con un ospite d’eccezione alla chitarra classica, Mauro Montobbio dei Narrow Pass, altra interessantissima band del panorama Progressive Italiano attuale. Tutto il disco si muove su sinfonie delicate e spesso sognanti, ma anche buone canzoni strumentali come “ Fading Light”. Ancora voce e chitarra per Serri in “The Fly” mentre Damiano Rotella e John Bickhman accompagnano con batteria e percussioni. A mio modesto parere il brano più completo dell’album è proprio quello che lo chiude, ossia “A Mountain Of Dust”, qui un poco tutta l’essenza sia degli Ancient Veil che degli Eris Pluvia.

Un album delicato che non fa mai la voce grossa, un posto soffice dove appoggiare la mente e lasciarla riposare. MS

Eveline's Dust

EVELINE’S DUST – The Painkeeper
Lizard Records
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2016


Prosegue imperterrito e senza sosta il numero delle band che in Italia suonano Progressive Rock. Credo che oramai scrivere ancora che questo genere sia morto o moribondo sia obsoleto e fuori da ogni realtà. Ma di quale tipo di Progressive Rock si sta parlando? Il più gettonato è sempre quello dedito agli anni che furono ma con uno sguardo anche al moderno. Nascono dei connubi spesso e volentieri che hanno da dire cose interessantissime, equilibrando tecnica a melodie. King Crimson, Pink Floyd, Banco Del Mutuo Soccorso, Genesis, IQ, Arena, Pallas  ed altro, vanno ad infondersi con il Prog moderno di Steven Wilson e Porcupine Tree, questo accade anche nel sound dei pisani Eveline’s Dust.
La band formata da Lorenzo Gherarducci (chitarra), Nicola Pedreschi (tastiere, voce), Marco Carloni (basso) e Angelo Carmignani (batteria), con “The Painkeeper” giunge alla seconda registrazione in studio dopo l’ep “Time Changes” del 2013.Un album formato da nove canzoni e con un artwork simpatico, fresco e giovane ad opera di Francesco Guarnaccia.
“The Painkeeper” è un concept album cantato in inglese dedicato alla poesia “Il Custode Dei Dolori” di Federico Vittori.
Il disco si apre vigorosamente con l’intro “Awake”, breve ma efficacie, dove le carte si mettono subito in tavola ed il linguaggio della band è già forte e chiaro. Tastiere e chitarra in evidenza, ma anche una ritmica potente e pulita. Si arriva a “The Painkeeper”, nel suo dna c’è tanto materiale, molto di quello che ho già nominato prima, ma soprattutto buona personalità. Otto minuti fra arpeggi e buon solo di chitarra elettrica. Giochi di voce ad aprire “NREM”, strumentale si malinconico, ma dai squarci solari dettati dal suono caldo dell’ospite al sax, Federico Avella.
Fanno capolino i suoni nervosi dei King Crimson in “Clouds”, il tutto miscelato con i Porcupine Tree ed ovviamente alla personalità degli Eveline’s Dust. Carolina Paolicchi presta di tanto in tanto la sua voce per delle coralità, altra ospite di riguardo nella riuscita dell’album.
“Joseph” si apre con dei bellissimi arpeggi di chitarra per poi svilupparsi in un delicato crescendo sonoro, nei suoi otto minuti inevitabili i cambi di tempo. Questi sono i brani che un Prog fans vorrebbe ascoltare spesso. Un giro di basso apre “A Tender Spark Of Unknow”, canzone dai risvolti anche Jazz che comunque apre ad arie delicate, ancora una volta impreziosite dal sax soprano. In “Vulnerable” è il piano a salire in cattedra ed il brano è connesso al successivo “HCKT”, fra le composizioni più Prog dell’album nel vero senso del termine. A sua volta giunge la conclusiva “We Wont Regret”, semi ballata dall’ ampio respiro grazie soprattutto agli interventi della chitarra elettrica.

Qui signori miei, con “The Painkeeper” siamo a livelli alti e chi mi conosce sa che quando dico questo, un fondo di verità c’è sempre. MS

Méséglìse

MESEGLISE – Stranamente Sereno
Lizard Records
Genere: Progressive Rock/Cantautore
Supporto: cd - 2016


Tornano gli emiliani Méséglìse del tastierista Paolo Nannetti e del cantante chitarrista Marco Giovannini dei Sithonia, dopo “L’Assenza” (Lizard Records) del 2013, e lo fanno con Maya Seagull (basso, voce), Maurizio Lettera (batteria) e Maria Robaey (violino e mandolino). Il Progressive Rock proposto in questo nuovo album dal titolo “Stranamente Sereno” è ancora legato alla musica leggiera, al Folk e all’attenzione per il connubio testo/musica. Comunque il bagaglio Sithonia c’è e ancora lo si può ascoltare anche in tre brani dell’album, “Confusi In Mezzo Ai Simboli” tratto dal loro primo album “Lungo Il Sentiero Di Pietra” del 1989, “Festa In Collina” e “Con Altri Occhi” questi ultimi due tratti da “Hotel Brun” del 1998. Il supporto fisico al cd è molto gradevole, una confezione cartonata con un libretto di accompagnamento bene illustrato e nitido ad opera grafica di Liliana Corradini, supportata dai bei disegni di Paola Baiesi e dalle foto di Maurizio “Lello” Brunelli. Dodici tracce di cui due strumentali, le conclusive “Il Gioco Delle Parti” e “La Strada Verso La Collina (ripresa)”.
Pur essendo “Stranamente Sereno” un album di Progressive Rock, in esso non ci sono suite e neppure tecnicismi inutili, piuttosto traspare il legame musica/testo con classe e finezza, come  ad esempio hanno saputo fare le Orme. Il piano di accompagnamento de “Il Tempo Di Un Caffè” ne è efficacie testimone. Il violino dona spesso ai brani quell’impronta Folk che scalda l’anima per intensità, disegnando paesaggi malinconici ma rassicuranti. Da menzionare anche alcuni special guest che impreziosiscono l’ascolto dell’album, Alberto Celommi (chitarra acustica in “La Strada Verso La Collina” e “Caporale Milt” già con Kuzminac e Pierangelo Bertoli) ed Enrico Capalbo (chitarra ebow in “Trama Di Coincidenze”). Ci sono brani energici e comunque più gioviali come ad esempio “Con Il Pallone” o “Interno Notte”.
“Caporale Milt” è una canzone cantautorale dal profumo antico supportato dalle belle coralità femminili, frangente particolarmente godibile dell’album. Uno dei pregi con cui ci si imbatte durante l’ascolto  è il crescendo qualitativo dei brani, tutto questo rende inevitabilmente sempre alta l’attenzione dell’ascoltatore. Altro grande momento si intitola “Trama Di Coincidenze”, belle melodie finemente legate ai testi.

Di sicuro “Stranamente Sereno” è un album di grande compagnia, come un amico che con te si confida e che ti rassicura in alcuni momenti di bisogno. Il tutto senza strafare. MS

Mezz Gacano & Zone Experimentale

MEZZ GACANO & ZONE EXPERIMENTALE – Froka
Lizard Records
GENERE: RIO
Supporto: cd – 2016


C’è chi la musica la vive per diletto, chi per passione, chi l’adopera da sottofondo, chi la rovescia come un calzino per trarne nuove emozioni. Esistono situazioni dove l’artista parte con l’intenzione di creare qualcosa di differente, disinteressandosene  del responso pubblico, questo accade quando l’arte prende il sopravvento. In Italia abbiamo vissuto e stiamo vivendo queste situazioni seppure in maniera dosata, come ad esempio con i Stormy Six nel passato, oppure oggi con alcuni progetti di Fabio Zuffanti o gli Yugen solo per fare pochi nomi.
Mezz Gacano e’ un progetto musicale palermitano che prende forma nel 1997 grazie a David(e) Nino Urso Mezzatesta, formatosi dalle ceneri di Multimedial Stigghiolizing Enterprise e Tchazart. Le influenze musicali  si possono estrapolare dall’ascolto di artisti come Frank Zappa, King Crimson, Gong, Naked City, Mr.Bungle e Oziric Tentacles. La carriera musicale del gruppo è ricca di esperienze ed artisti, fino al raggiungimento del primo album in studio intitolato “Palòra Di Boskàuz” (Sasime – 2002), dove al proprio interno anche una ballad può essere Punk!
L’approccio musicale di Mezz Gacano è questo, e se poi  a quanto detto ci si va ad unire la collaborazione con l’ensemble svizzero Zone Experimentale (nomen omen), non può che nascere un prodotto quantomeno interessante e non scontato.
“Froka” è un concerto registrato live suddiviso in undici movimenti sonori che non potremo mai chiamare “canzoni”, ad iniziare dalla breve ed introduttiva title track “Froka”. L’aria accompagna all’ascolto catturando immediatamente l’attenzione dell’ascoltatore. L’album strumentale si apre a tutti gli effetti con “Okain Loiknaf” fra cambi di ritmo e d’ umore. Con archi e flauto che giocano a colloquiare, si giunge a “Lioschi Lioschije”, aria a tratti sospesa, solamente animata dalla discussione fra strumenti che più che suonare, parlano fra di loro. L’energia sprigionata da “Bechamel” mette alla luce il lato  Crimsoniano del progetto, fra suoni nervosi e cadenzati. Ciò accade anche nel successivo movimento “Lioschi Lioschije”. Andamento ondivago per “Kitch Bitch Beach”, giocoso ed irriverente. Ma non vorrei togliere tutto il gusto della scoperta, lascio a voi il piacere di essere stupiti, in fin dei conti avete già focalizzato da queste mie parole il tipo di prodotto. Vorrei comunque sottolineare che “Froka” è registrato nel 2013, ed è solo grazie all’attenzione della Lizard che il progetto vede la distribuzione vera e propria, affidata a BTF, GT Music, Pick Up, Ma.Ra.Cash e Syn-Phonic.
“Froka” è musica da “ascoltare”, non da “sentire”, una sorta di opera sperimentale moderna che non ha la pretesa di essere un classico, ma che ha la brillantezza e la capacità di risultare unica nel suo genere, e questo si grazie all’estro compositivo di Mezz Gacano, ma anche agli arrangiamenti di Flavio Virzi.

Buon ascolto. MS

Corpo

CORPO- I & II
Lizard Records
Genere: Rock Psichedelico
Supporto: cd 1979/2016


Non si finisce mai di scavare  nella musica Rock italiana degli anni ’70. Un continuo scoprire e stupire. Molte realtà sono state ignorate, e non sono qui per cercarne i motivi che potrebbero essere molteplici, ma per godere con voi di questi ritrovamenti. Molto spesso sono gli artisti stessi nel tempo a fuoriuscire con delle registrazioni mai edite, come nel caso dei Corpo, band salentina dei fratelli Calignano, Francesco e Biagio.
I nastri che compongono “I & II” sono rimasti celati in una soffitta per ben 35 anni, ma hanno visto la luce grazie all’interessamento e all’incoraggiamento di Giuseppe Calignano. Loris Furlan della Lizard Records ha fatto il suo, stampando in cd queste registrazioni del 1979 che ovviamente non possono essere di alta fedeltà essendo dei demo, tuttavia ancora passabili.
Ma cosa suonavano i Corpo? In realtà tendevano l’attenzione verso una Psichedelìa cara ad un certo Kraut Rock, ma ascoltando i demo le sorprese, vi giuro, non sono poche.
Fra le note si estrapolano divagazioni Folk ma soprattutto Kraut Rock, tuttavia essendo il periodo a cavallo con gli anni ’80, in certe situazioni si possono scorgere tentazioni New Wave. Musica di facile assimilazione, che ben presto stampa la sua melodia nella mente dell’ascoltatore. I brani sono tutti strumentali.
Personalmente mi piacciono le acide fughe di chitarra, come ad esempio accade in “C#2” o ne “Il Giorno Della Mia Morte”. Ci sono brani a cavallo fra ingenuità e ricercatezza, apparentemente semplici come “C#3” ma che vogliono comunicare qualcosa di “spazioso” e questo grazie soprattutto all’uso dell’elettronica.  Le tastiere di Biagio a volte giocano un ruolo che non ti aspetti, piccoli tappeti sonori che saranno la base di li a poco per il New Prog negli anni ’80, ecco le sorprese a cui mi riferivo. Brevi cavalcate alla Can non possono mancare, visto il genere suonato, come nella breve “C#5”.
“Messapia” è un ibrido a cavallo fra Wave e Rock basato soprattutto sulle tastiere, a dimostrazione che il periodo sonoro ’70 sta mutando definitivamente. “SM De Finemunnu” è invece un pezzo tirato fra Rock e Jazz, aperto, libero e in qualche modo Psichedelico, il lato più interessante a mio avviso dei Corpo. Batteria in evidenza nella conclusiva “Tympanon” con il suo gradevole assolo.

Certe operazioni aiutano a conoscere meglio un determinato momento della nostra storia, una ulteriore testimonianza, un altro tassello a favore di questa nazione che di artisti ne ha avuti tanti e che continua a proporli, sta solamente alla nostra voglia di sapere e di godere di musica fare il resto. MS

venerdì 13 gennaio 2017

Che Prog Rock ci attende nel 2017?

Che Prog Rock ci attende nel 2017?



Da osservatore imparziale del genere, quale mi ritengo, faccio una piccola disamina sulle probabilità di direzione sonora del Rock Progressive in questo 2017. Ci siamo posti molte volte la domanda “Cosa è il Progressive Rock?”, “Dove sta andando?”, ebbene, al riguardo comincio (a mio parere, si intende) ad avere le idee abbastanza chiare.
Tuttavia per giungere al concetto, necessito di un piccolo passo indietro. Negli anni ’80 è servita l’ondata inglese (nuovamente) per tirare fuori il genere da una morte apparente, Marillion, IQ, Pendragon, Pallas, 12th Night, Haze ed altri ancora hanno dato voce a quel filone che abbiamo denominato New Prog. In generale i punti di riferimento per questo “come back” sono stati i Genesis ed i Pink Floyd nella quasi totalità dei casi. Negli anni ’90 una forte ondata nordica europea porta al genere il suono oscuro, nervoso e a volte malato dei King Crimson, questo grazie a band come Anglagard, Anekdoten, Landberk, Sinkadus, White Willow etc. etc. Ma nel tempo si intromette un particolare non da poco: internet. Con esso la musica diventa fruibile a chiunque e ovunque, anche a gratis. Si ha la possibilità di ascoltare cose che difficilmente si sarebbero ascoltate anni prima. C’è una sorta di globalizzazione sonora. Tuttavia il genere Prog resta sempre spaccato in due, ossia colui che è avvinghiato alle sonorità vintage e quello che invece è aperto a nuovi innesti. “Prog” e “Prog”. (Il termine Prog così espresso da solo non ha significato, ma questo è un altro discorso).
Negli anni 2000 la tecnologia, la globalizzazione sonora porta inevitabilmente ad una maggiore confluenza di innesti, anche i più bizzarri, tanto da fare inorridire molto spesso i fans estremisti del genere. Ecco il Metal, la Psichedelia Pinkfloydiana, il Post Rock, il Math Rock ed altro ancora miscelarsi in alchimie particolari per un risultato primordiale. Ma è solo questione di tempo, manca chi traccia un solco netto fra “Prog” e “Prog”. La strada sembra essere indicata dai Porcupine Tree di Steven Wilson. Non a caso guru del New Prog come i Pendragon nei loro ultimi album danno segno di aver assimilato qualche cellula della band inglese. E’ inevitabile che chi traccia una retta divisoria, si frappone fra due sentimenti: odio o amore. Ma le vendite danno lui ragione. Eccoci giungere ai giorni nostri con sempre più band rivolte a questo tipo di sonorità. Non dimentichiamo i No Man, i Blackfield, i The Pineapple Thief, Opeth, Riverside e moltissime altre. A proposito di Riverside, l’ondata polacca giocherà anche in questo anno un ruolo importante, i Disperse sono un'altra promessa anche se più rivolta al Metal, oppure i Retrospective, ma non andrei nel singolo caso in quanto è un tronco che si sta evolvendo in più diramazioni.
In conclusione, il 2017 ci propinerà molto Progressive classico, quello non passerà mai di moda, con innesti Genesis, Jazz, Gentle Giant, King Crimson o chi volete voi, insomma il classico suono che conosciamo, ma una forte spinta giungerà da questo ramo che definirei a questo punto Post Prog, fra suoni acidi, malinconici, sostenuti, metallici e comunque melodici.
L’evoluzione continua, ci piaccia o meno.


venerdì 30 dicembre 2016

T

T – Epistrophobia
Progressive Promotion
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: New Prog
Support: cd -2016


Il polistrumentista tedesco Thomas Thielen, in arte T, torna anche quest’anno puntuale sulla scena musicale Progressiva. “Epistrophobia” è il sesto lavoro in studio, e tengo a rimarcare la buona qualità delle precedenti realizzazioni. Infatti Thielen è riuscito nell’arduo compito di miscelare tecnica e melodia in eque parti, lasciando sempre alla fine dell’ascolto quella sensazione di sazietà mentale e di soddisfazione.
“Epistrophobia” è la seconda parte del poema epico scritto nel 2015 “Fragmentropy”, tanto che  i tre brani, o per meglio dire le tre suite che compongono il nuovo album si intitolano “Chapter Four: A Poet’s Downfall”, “Chapter Five: Contingencies” e “Chapter Six: The Place Beyond The Skies”. Importante dunque anche la parte testuale delle canzoni, ispirate all’avanguardia della poesia moderna de “Lettera Del Veggente” di Arthur Rimbaud: “Je Est Un Autre” (Io E’ Un Altro).
Il disco ha una durata di 78 minuti, il che la dice lunga sull’approccio musicale dell’artista. E quindi suite sia, ad iniziare dal capitolo quattro. T gioca molto sul crescendo emotivo e sonoro, chitarre di natura Pinkfloydiana intervengono dopo un intro Psichedelico d’atmosfera, ed è subito forte emozione. Il cantato per alcuni versi richiama alla mente l’approccio di David Bowie. Interventi elettronici vengono a supporto della complessa struttura compositiva, ricca di passaggi variegati. La cultura musicale di Thielen fuoriesce dalle composizioni dimostrando una vasta area di azione che passa dalla Psichedelia, al Prog, sia passato che moderno, quello di matrice Marillion era Hogarth su tutto.
Davvero molteplici i passaggi sognanti e di grande impatto emotivo, specie nei momenti di chitarra e per spiegarmi meglio non nascondo che a tratti mi sovvengono anche gli ultimi Anathema, non tanto per lo stile, quanto per l’approccio alla struttura del brano.
Ma come ho già accennato, T non è solo uno stile, e quando c’è da tirare fuori i muscoli, riesce a farlo con naturalezza, il polistrumentista si diverte a sondare differenti paesaggi. L’ascolto ci guadagna in fluidità lasciando la monotonia e lo scontato  in altri lidi.
La controprova deriva dal fatto che i settantotto minuti sono pressoché volati via in un attimo.
Anche questo nuovo lavoro di Thielen è da elogiare non soltanto per quanto descritto sino ad ora, ma anche per la registrazione sonora e per l’artwork che come sempre la Progressive Promotion Records cura in maniera eccellente. L’artista cresce disco dopo disco e a proposito di questo,
ci preannuncia che “Epistrophobia” sarà seguito da un terzo album contenete i capitoli sette, otto e nove. Bene così. MS


T – Fragmentropy
Progressive Promotion Records
Distribuzione Italiana: GT Music
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2015


Come vola il tempo! Mi sembra ieri che è uscito “Psichoanorexia”, invece sono già passati due anni! Ma è sempre un piacere invecchiare con buona musica, anzi, forse è proprio quella che fa volare il tempo, perché è notorio che quando si sta bene il tempo scappa via. La buona compagnia ce la regala il polistrumentista Thomas Thielen con “Fragmentropy”, quinto sigillo della sua nobile carriera musicale.
Frammenti di storie che parlano d’amore e non, di un viaggio nel proprio essere e come in tutte le più belle storie, non c’è fine. Tre lunghi capitoli, tre suite, due di mezz’ora ed una di quasi venti minuti, questo il percorso scelto da Thielen nel raccontare ed emozionare.
Apre “Chapter One: Anisotropic Dances”, una profondità di suoni netta e pulita stupisce per bellezza, così il lento subentrare della musica rarefatta, Psichedelica e drammatica. Gli stati d’animo si susseguono fra chitarre distorte e melodie pacate, quasi in stile Marillion era Hogarth. Bella e come sempre ottima interprete la voce di Thielen. A tratti si aprono ampi scenari ariosi, squarciando nebbiosi lidi di malinconia. I frangenti migliori arrivano nelle aperture epiche sonore, quando T si lascia andare in tutta la sua imponenza, questo perché in essa sa adoperare la melodia giusta e toccante elevandola ai massimi livelli grazie all’uso degli strumenti e in principale modo delle tastiere. D’atmosfera è il gioco di voci che si aggirano attorno alla nostra mente all’ascolto, sussurrate e femminili.
“Chapter Two: The Politics Of Entropy” è New Prog Doc, ancora lo stile Marillion ultimo periodo si affaccia all’ascolto, prendendo come punto di riferimento quel capolavoro intitolato “Brave”. L’imponenza delle tastiere spesso fa scorrere sulla pelle qualche brivido, specialmente se sopra questo tappeto subentra la chitarra elettrica.
Nella musica in generale c’è una sorta di passaggio staffetta fra il passato ed il presente, chiamando in causa (come per gli album precedenti) gruppi come Radiohead, Porcupine Tree, Marillion e Genesis. Fare coincidere così tanti stili non è uno scherzo, si rischia di fare un malloppo sonoro che potrebbe lasciare solo scontenti tutti gli amanti dei differenti gruppi citati, serve equilibrio e la personalità, quella che rende alla fine  il tutto riconducibile ad un solo artista, in questo caso a T.
Il terzo capitolo “Chapter Three: The Art Of Double Binding” non  si discosta di una virgola a quanto detto sino ad ora, giocando fra gli scambi umorali e sonori, fra malinconia ed epicità.
“Fragmentropy” è un album più oscuro che chiaro, consigliato a chi durante l’ascolto vuole sentirsi toccare dentro, a colui che quando chiude gli occhi si sente sollevare da terra, ovviamente invece chi fa della musica un inno alla tecnica o quant’altro fa passare un oretta nella distrazione di sottofondo, in esso troverà molta difficoltà di assimilazione.

Per ascoltatori attenti e di ampie vedute, in teoria quello che dovrebbe essere un ascoltatore di Progressive Rock, ma che ultimamente così spesso non è. MS

Steve Hughes

STEVE HUGHES – Once We Were – Part One
Progressive Promotion Records
Distribuzione Italiana: GT Music
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2016


Se siete fans del Prog e vi faccio alcuni nomi, sono sicuro che vi diranno qualcosa: Big Big Train, Kino, Enid. Cosa hanno in comune queste grandi band New Prog? L’ex batterista Steve Hughes. Nomi altisonanti, gruppi che hanno dato molto alla causa e ancora stanno facendo, con uno stile che equilibra la melodia con la tecnica. La formula canzone è presente, mai dimenticata nelle composizioni, così Steve Hughes al riguardo ha una notevole esperienza.
Ad un anno di distanza dal debutto solista dal titolo “Tales From The Silent Ocean”, torna con un nuovo concept, “Once We Were-Part One”. Trattasi di un viaggio nel tempo, fra passato, presente e futuro, fra amore, morte, dolore, famiglie spezzate e guerra. Argomentazioni forti per testi forti, dove l’autore  si getta a capofitto in una lunga apnea sonora. Hughes canta e suona tutti gli strumenti, ma sa circondarsi anche di importanti special guest, come Dec Burke dei Frost alla chitarra, Alex Tsentides degli Enid al basso,e poi Keith Winter alla chitarra, Angie Hughes e Katja Piel alla voce.
Un racconto importante non può che iniziare in maniera altrettanto significativa, ossia con una suite di trentatré minuti, altrimenti non saremmo nel Prog, ecco dunque “The Summer Soldier” a fugare immediatamente ogni dubbio sull’operato inciso. L’ascolto è consigliato con in mano il libretto di accompagnamento al cd con tanto di testi e disegni di Jim Trainer. Le tastiere ricoprono un ruolo importante, ci si riscontrano influenze oltre che delle band citate, anche di gruppi come IQ. Ritmi sostenuti si alternano a brevi e fugaci assolo, come quello di tastiere o chitarra, mentre il cantato è al centro della composizione. Nella suite la musica si articola con naturalezza, quasi una conseguenza stessa del suo incedere, come quando gli artisti si lasciano prendere la mano e si lasciano andare. Personalmente apprezzo maggiormente i solo di chitarra ariosi misti fra Pink Floyd e Genesis, come il New Prog ha saputo elargire nel tempo. Non esulano interventi di ritmica elettronica a spezzare l’ascolto. Nel proseguo Hughes approccia al concept con un intento più popolare se mi concedete il termine. Dopo una scorpacciata sonora si passa alla formula canzone e alle melodie orecchiabili, come nella fragile e malinconica “A New Light”. Molto bella “For Jay”, così “Kettering Road”, un mix fra IQ e Marillion, il tutto elaborato con l’accresciuta cultura musicale di oggi, dettata dalla personalità di Hughes che dimostra si di aver fatto tesoro della storia, ma anche di saperla elaborare. Brevi interventi di piano e tastiere in “Propaganda Part1”, mentre  per chi vi scrive uno dei momenti migliori del disco sono “That Could’ve Been Us” e la conclusiva “Saigo Ni Moichido”, giusto equilibrio fra armonie e Prog.
Il merito di “Once We Were-Part One” è quello di non esasperare l’ascoltatore con inutili orpelli, si bada al sodo, Hughes gioca molto sul lato emotivo dell’ascolto, lasciando spazio all’immaginazione di chi ascolta la descrizione musicale. Un film da ascoltare.
In due anni il batterista propone due album di buona fattura, ora non resta che attendere la parte due di “Once We Were” e visto i ritmi sostenuti di produzione, non credo poi accadrà chissà fra quando. MS.





STEVE HUGHES – Once We Were-Part Two
Progressive Promotion Records
Distribuzione Italiana: GT Music
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2016


Torna il polistrumentista inglese Hughes con la seconda parte del viaggio fantastico nel tempo, fra passato, presente e futuro “Once We Were”. Con lui si alternano artisti ospiti del calibro di Angie Hughes, Katja Piel (voce), Richie Phillips (sax), Maciej Zoinowski (violino), Keith Winter, e Dec Burke (chitarra).
La musica prosegue il cammino intrapreso con l’opera precedente, alternando influenze Jazz, Reggae, Progressive e Symphonic Rock. Il disco è suddiviso in nove tracce ed è accompagnato da un bellissimo artwork cartonato ed esaustivo ad opera di Jim Trainer, supportato dal Thunted Hex Designs Laboratory. Musica da ascoltare ma anche da vedere.
Si comincia con i sei minuti di “The Game”, canzone  delicata ed aperta a coralità. Il crescendo sonoro trova l’apice nel sax di Phillips. Gradevole nel contesto anche il solo di chitarra. Sale il ritmo con “Life’s A Glitch”, brano vivace con sprazzi di elettronica e vaghi richiami agli anni ’80. Le tastiere giocano un ruolo maestro.
La breve strumentale “Propaganda: Part Two” accompagna  a “They Promise Everything”, canzone ricercata per molteplici motivi che vanno dai cambi di tempo e di umore, alla batteria elettronica per poi tornare al classico Prog con fughe di tastiere e di chitarra annesse. Uno dei momenti più belli dell’intero album. Segue “There’s Still Hope” e le atmosfere diventano inizialmente solfuree. Loop ritmici donano frangenti di luce, così i cori femminili. Si torna alla formula canzone ed al Prog Rock con “She’s”. “Spider On The Ceiling” è un esempio di come si può fare una canzone melodica breve ma non scontata, fra Reggae e Rock. Anche in questo disco Prog Rock non manca la suite, qui della durata di dodici minuti dal titolo “Clouds” e strumentale. Apre il pianoforte per incedere in atmosfere Genesiane. La suite si sviluppa come in un caleidoscopio musicale, mutando le geometrie ed i colori. Il viaggio si conclude con “One Sweet Word”, canzone che si basa molto sull’enfasi canora e corale.
Avrete capito che “Once We Were-Part Two”  è un buon disco, variegato e di classe, non a caso Steve Hughes ha suonato la batteria con band come Big Big Train, Kino ed Enid. Sa sicuramente il fatto suo. MS


mercoledì 21 dicembre 2016

Windshades

WINDSHADES – Crucified Dreams
Atomic Stuff Promotion
Genere: Gothic Metal
Supporto: Ep – 2016


Windshades è il progetto musicale di Chiara Manzoli (voce) e dal batterista Carlo Bergamaschi, creato  nel 2015 in provincia di Mantova. L’attenta Atomic Stuff Promotion non si è fatta sfuggire una band che gioca molto sull’enfasi della voce “operistica” di Chiara, un Heavy Metal dalle fosche tinte dark e gotiche di notevole presa.  Non nascondo neppure che il bell’artwork dell’ep ha giocato nel mio giudizio finale un punto in più, perché amo quando le copertine riescono a rappresentare perfettamente la musica contenuta nel prodotto. Il gruppo viene completato dalla presenza di Matteo Usberti (chitarra), Riccardo Soresina (chitarra) e Andrea Bissolati (basso).
I brani sono tre, il primo “Metafora” inizia con un riff alla Iron Maiden, così che le due chitarre giocano il ruolo di machete affilato. Rasoiate si alternano a momenti più pacati, ma nell’insieme la ritmica spinge e resta anche difficile rimanere fermi durante l’ascolto. Buono anche l’assolo di chitarra.
“Resurrection” si apre in arpeggio di chitarra, la ritmica successivamente parte in doppio pedale e il tutto assume anche tinte fosche. Interessante composizione che non esula di inevitabili accostamenti a band come Evanescence e Nightwish, tuttavia il genere è questo. A conclusione un roboante basso apre “Crucified Dreams” il brano più intrigante dell’ep. Qui i Windshades mostrano i muscoli, la sezione ritmica comprova di essere notevolmente importante nell’economia della riuscita.
L’esordio è buono, certamente sopra la media di questi prodotti, la band si mostra affiatata e preparata, le canzoni funzionano specialmente quando sono spezzate dai lancinanti solo di chitarra. Ora non resta che attendere ulteriori sviluppi, ossia la prova a lunga durata: il cd.
“Crucified Dreams” è registrato, mixato e masterizzato da Oscar Burato nell’Atomic Stuff Studio in provincia di Brescia. Lo potete trovare in formato digitale su iTunes, Spotify e tutte le principali piattaforme di download. MS


Daniel Gazzoli Project

DANIEL GAZZOLI PROJECT – Night Hunter
Street Symphonies Records / Andromeda Dischi
Genere: Heavy Metal – Virtuoso
Support: cd – 2016


Ho sempre apprezzato chi ha proposto musica Heavy Metal in stile anni ’80, anche perché per il genere non sono stati altro che i migliori. Di conseguenza ho seguito con attenzione anche la scena di chitarristi virtuosi, su tutti giusto per fare un solo nome, J.Y. Malmsteen. Resta di fatto che molto spesso ci si andava ad avvinghiare nella tela dell’esagerazione, dove il tecnicismo prendeva spesso e volentieri il sopravvento a discapito della melodia.
Anche in Italia ci siamo sempre difesi bene, una nutrita serie di chitarristi hanno dato luogo sia a concerti che a dischi interessanti. Ma non è facile riuscire a propinare questo genere ad un vasto pubblico, generalmente si relega ad una nicchia che comunque ha il suo giusto seguito.
Il perché è scritto nelle mie parole, ossia comunque la musica deve essere in qualche modo di facile memorizzazione, scale infinite in pochi secondi a lungo andare non rendono giustizia al brano.
Ecco quindi che parlare oggi di Daniel Gazzoli è un piacere, e per chi vi scrive anche una gradita scoperta. Si, un piacere perché nel disco “Night Hunter” si celano emozioni che variano di stile e di intensità. La tecnica è a favore della composizione e il tutto fa guadagnare  in freschezza. Probabilmente anche il gusto per un certo tipo di AOR che rende l’ascolto più semplice e ruffiano, sarà perché la base Blues si sente, ma nei nove brani che compongono l’album non c’è mai da annoiarsi.
In questo progetto personale, Gazzoli si avvale di validi musicisti come Leonardo F. Guillan (voce), Luke Ferraresi (batteria) e Luca Zannoni (tastiere).
I brani si aggirano tutti attorno ai cinque minuti, ad iniziare dalla title track “Night Hunter” e la voce di Guillan sale subito in cattedra. Reminiscenze Queensryche e molti anni ’80 in questa sorta di macchina del tempo. Segue l’Hard Rock di “Forged By The Pain” e l’AOR di “Liar” brano denso di déjà vu, ma proprio per questo efficacie e da cantare. Odore di Aerosmith in “Self Destruction Blues” mentre cresce l’enfasi con “Heartblame”, refrain godibilissimo e un nuovo tuffo nel passato. Sale il ritmo e l’epicità con “Run”. Si tira il fiato con la ballata “Prayer For An Angel”, voce e piano iniziano e colpiscono nell’animo, in un crescendo sempre di facile riuscita, specie nel momento del solo di chitarra. “Dont Leave Me Alone” è un altro frangente AOR godibilissimo e a chiudere “The Beat Of My Heart”, un mix fra Saxon ed Iron Maiden per intenderci.
Il disco scorre piacevolmente e questo si sa è sinonimo di buona riuscita.
Complimenti a Daniel Gazzoli e alla sua band, sono sicuro che questo disco girerà spesso nello stereo della mia macchina perché questo Rock è anche stradaiolo, compagnia da viaggio per rimanere piacevolmente svegli e pimpanti. Dategli una possibilità. MS


mercoledì 30 novembre 2016

COMPLEANNO DI PEPPE 2016

Compleanno Di Peppe 2016 Terza Edizione


Anche quest’ anno ritorna l’evento “Il Compleanno Di Peppe”, il compleanno di tutti quelli che aiutano la musica a nascere e crescere, organizzato dall’associazione FABRIANO PRO MUSICA in collaborazione con PAPERSOUND.
La terza edizione dedicata al sempre amato Giuseppe Costarelli, noto venditore di strumenti musicali scomparso tre anni fa, anche questa volta sarà ricca di band locali tutte autrici di brani propri. Si alterneranno sul palco de LA ROSA NERA il 9 Dicembre dalle ore 21.00 le seguenti band in ordine alfabetico:

Black Mirrors
Brainsane
Confusioni Intense
Cosmos
Creatura
Gabriele Brencio & Duccio Spacca
Gasparini Renato
Kerat
Maria Grazia Todi
Rusty
Simone Franchini
Soundsick
Spacecakes
Tlön

Special Guest: Orchestra Concordia

Il megaconcerto sarà condotto da ROCK & WORDS (Fabio Bianchi e Max Salari).
Un saluto ad un icona storica della nostra città.
Impossibile mancare, una no stop con tanta “Musica Viva”

Ingresso libero



RENATO GASPARINI



RUSTY




CONFUSIONI INTENSE


TLON



ORCHESTRA CONCORDIA



BLACK MIRRORS