RADIO GOLD di Fabriano ospita nel contenitore "Radio Canaja" il duo Max Salari e Fabio Bianchi in una serata di Rock, ironia ed altre amenità, fra latrati e note. Si parlerà di vinile, musica, politica, donne, e tutto quello che bazzicherà nelle teste semivuote dello staff RADIO CANAJA e ROCK & WORDS.
Qui il Podcast: https://www.spreaker.com/user/radiocanaja/rocce-parole-e-cazzate?tab=messages
CONTROINDICAZIONI: Nuoce gravemente alla salute mentale dei privi di ironia.
Indubbiamente
il Rock Progressivo italiano degli anni ’70 gode di un fascino particolarmente
marcato, vuoi per il tipo di sonorità scaturite dall’innesto della musica Rock
Inglese con la nostra mediterraneità ed anche per i contesti storici. “La
musica per giovani”, musica Pop, così la chiamavano negli anni ’70. Noi come
probabilmente già ben saprete, giungiamo con un buon ritardo rispetto ai paesi
esteri, ossia usufruiamo di questa musica in ritardo e solo ed esclusivamente avvicinandola
ad un concetto sociale e politico, diciamo rivolto verso una certa sinistra. Organizzano
grandi eventi per unire i giovani e per comunicare con loro, in una sorta di
controcultura ecco quindi Parco Lambro, Villa Pamphili, Gualdo Tadino etc. etc.
Tentativi di Woodstock, ma da noi falliti perché al posto dell’amore, del Rock
e della pace, c’è appunto la “politica”. Ecco perché questo genere resta in
Italia di nicchia, il pubblico è ristretto ed ecco perché alcuni dischi (prima
stampa) hanno valori collezionistici esorbitanti, uno di questi è
“Alphataurus”. In realtà alle band, o per meglio dire alla maggioranza delle
band, la politica interessava poco e niente, era solo un pretesto per suonare.
Gli
Alphataurus sono un quintetto composto da Pietro Pellegrini (Tastiere), Guido
Wasserman (chitarra), Giorgio Santandrea (batteria), Alfonso Oliva (basso) e
Michele Bavaro (voce). Registrano nel 1973 questo album dal titolo omonimo in
cui aleggiano tutte le prerogative del genere, piano, organo, Moog, vibrafono,
spinetta e tutto questo a disposizione dell’intagliatura strutturale colma di cambi di tempo e di umore. L’artwork
è importante, gatefold apribile in tre facciate. Storica la copertina di
Adriano Marangoni, con la colomba della pace
che mentre vola sgancia bombe dal petto, una sorta di cavallo di Troia
per uno scenario devastante e devastato. Dinosauri a cingoli visibili nel retro
della copertina probabilmente sono un richiamo a quel “Tarkus” che ha fatto la
storia del genere grazie ad Emerson Lake & Palmer. Colgo anche l’occasione proprio per salutare Emerson che
si è spento in questo dannato 2016 per il mondo del Rock.
Il
vinile è inciso molto bene, la ristampa porta freschezza sonora a questo album
senza tempo. Tre i brani nel lato A, “Peccato D’Orgoglio”, Dopo L’Uragano” e
“Croma”, due nel lato B “La Mente Vola”
e “Ombra Muta”. Tutti classici del genere. La formula canzone è comunque
rispettata, ossia ci sono frangenti orecchiabili e cantabili, con coralità care
a gruppi del tempo come i New Trolls. Musica inebriante, pulita, di
personalità, tanto da farci chiedere come mai un gruppo così all’epoca ha fatto
un solo album! Torneranno nel 1992 con “Dietro L’Uragano” e nel 2012 con un
album di nuove canzoni dal titolo “AttosecondO” del quale consiglio a sua volta
l’ascolto e l’acquisto.
Il
difetto di un album del genere? Ascoltato con l’orecchio di oggi potrei dire la
voce, vero tallone d’Achille di tutto il genere, anche se Bavaro in fin dei
conti fa una prova più che onesta, con enfasi e
sentimento. Non entro nei dettagli dei brani, perché chi conosce la band
già sa, mentre per gli altri potrà essere sicuramente una bella sorpresa. Anche
noi italiani quando ci mettiamo sotto sappiamo fare cose egregie! MS
I
Sintonia Distorta provengono da Lodi e si formano nell’ottobre del 1995 con
l’intento di suonare brani cover che vanno dalClassic Rock al Power,
dal Prog al Metal sempre mantenendo un gusto per la melodia. Hanno all'attivo 3
demo di pezzi propri e un demo di cover, mentre la scelta del cantato è in
lingua italiana.
Con
“Frammenti D’Incanto” si parla dunque di
debutto mentre la formazione è composta da Simone Pesatori (voce), Simone
Prestini (chitarre), Giampiero Manenti (tastiere, voce), Fabio Tavazzi (basso)
e Matteo Sabbioni (batteria).
Molto
bello il libretto che accompagna il prodotto sonoro, realizzato dalla oramai
riconoscibilissima grafica di Davide Guidoni, questo è ricco di informazioni,
con storie spiegate e testi lirici. I brani contenuti sono dieci e tutti di
media e lunga durata, a partire da “Anthemyiees (L’Isola Nel Buio)”, storia di
un capitano alla ricerca di una terra sempre sognata. Il rumore del mare e una
voce femminile che canticchia una nenia ci accoglie in questo lungo viaggio.
Adrenalina scorre fra le imponenti tastiere e le chitarre distorte autrici di
riff taglienti sono da partner alla bella voce di Pesatori, che nei momenti più
vigorosi mi ricorda un poco quella del maestro Bernardo Lanzetti.
Ogni
musicista ed ogni cantante è un cantastorie e l’argomento viene trattato in “Il
Cantastorie”, canzone che può piacere anche agli amanti del New Prog anni ’80,
pur avendo sempre le chitarre distorte in affidamento. “Menta E Fragole”, la
forza di un uomo (la menta) e la dolcezza di una donna (le fragole), il frutto
dell’amore e la magia della vita raccontata con toccante intensità in un
momento più riflessivo. “Il Mondo Dei Falsi Dei” invece subentra nel sociale e
le problematiche che si hanno se si fa uso di droghe. Il ritmo dunque sale
visto l’argomento e così la durezza del suono supportato da una buona ritmica.
Egoismo, esaltazione dell’ ”io” nel brano “Il Canto Della Fenice”, piacevole
sotto molteplici punti di vista, a partire dall’inciso al ritornello,
sicuramente piacevole per i più metallari di voi. Melodie in prima linea in “No
Seed A Show”, storia di palcoscenici. Il disco è dunque variegato, fra
sensazioni di bacio o schiaffo, ma sempre legato alla melodia di facile
assimilazione, una carta vincente che viene amplificata dai suoni tastieristici
e coralità. Non solo Prog duro, ma anche richiami al Metal vero, come nel caso
di “Pioggia Di Vetro”, dove gli Iron Maiden fanno capolino. Si torna a parlare
d’amore con “I Ponti Di Budapest”, fra arpeggi e sensazioni sentimentali. Non
manca un pensiero per chi vive in situazioni più disagiate in “Clochard”, dove
ancora una volta si possono estrapolare gli Iron Maiden. Si finisce con “Il
Vento Dei Pensieri”, una storia d’amore e di vecchi pensieri che volano sopra
le tastiere di Manenti.
In
conclusione “Frammenti D’Incanto” è un lavoro onesto, senza grandissimi picchi
qualitativi, magari avrei apprezzato di più se ci fossero stati solo
strumentali più lunghi o almeno un brano prettamente strumentale a spezzare
l’ascolto, ma va bene anche così, stiamo sempre parlando di debutto e quindi
benvenuti Sintonia Distorta e bravi. MS
Non
è la prima volta che la Lizard Records e “La Locanda Del Vento” di Loris Furlan
rendono giustizia al Progressive
Italiano. Capita che nella storia della musica molte band e loro canzoni
restino avvinghiate alla ragnatela del tempo, senza trovare una visibilità da
parte degli addetti ai lavori. Stiamo parlando dei Posto Blocco 19, una band che
si forma nel 1972 e si dedica al Rock Progressivo quello vero, caro a band come
PFM, Banco Del Mutuo Soccorso, Orme etc. In “Motivi Di Sempre” oggi si ascolta
si Prog anni ’70, ma con elementi più freschi, dati ovviamente dai tempi
moderni e dall’esperienza comunque accumulata dagli artisti nel tempo.
Cominciano a comporre materiale proprio dal 1978, probabilmente questo il
motivo per cui non hanno ricevuto la dovuta attenzione da parte degli addetti
ai lavori, proprio nel periodo di transizione e cambiamento fra il genere Prog
ed il Punk e la musica da discoteca. Il momento sbagliato. Nel 1981 registrano
per Pubbliart Bazar il disco omonimo, composto da due canzoni, una delle quali
qui è riproposta dal titolo “E La Musica Va”. Nel 2010 li ritroviamo nella
raccolta “The Divine Comedy - Part III – Paradiso” per Musea e la Finlandese Colossus con il brano “canto
IX : L'Ultima Acqua” e l’ospite vocale Bernardo Lanzetti (PFM). Sempre la Musea
Records chiede loro l’anno successivo anche la partecipazione nell’opera
musicale/letteraria “Decameron "Ten Days in 100 Novellas - Part 1",
questa volta con la nuova composizione “Scandendo Il Tempo”.
Ma
veniamo al disco in questione ed alla formazione, composta da Francesca
Campagna (voce), Massimo Casaro (basso), Raimondo Fantuzzi (chitarra, voce),
Stefano Savi (percussioni), Graziano De Palma (tastiere) e Vittorio Savi
(batteria).
“Motivi
Di Sempre” si presenta con cinque brani ed una bonus track, “L’Ultima Acqua”.
Colpisce anche il bell’artwork realizzato con l’aiuto del pittore De Palma.
Sin
dalle prime note del brano strumentale apripista “Ad Un Passo Dal Cielo
(Suite1)” le carte sono scoperte, pelle d’oca per il Prog fans incallito
vecchio stile, mentre la chitarra elettrica se la spassa comunicando con le
tastiere, un classico. Segue “E La Musica Va”, energia e vintage sotto una
buona formula canzone. I giochi si fanno ancora più seri con il brano “All’Alba
Del Giorno Dopo”, cantato da Francesca
Campagna, qui cambi di tempo ed umorali che personalmente mi portano
alla mente i lavori di band culto come i Raccomandata Ricevuta Ritorno. Ma
anche New Prog in stile IQ.
Arpeggi
aprono “Scandendo Il Tempo”, altro brano
totale, dove introspezione si alterna a momenti solari ed ariosi. “Ad Un
Passo Dal Cielo (Suite 2)” non sfigurerebbe nella discografia delle Orme, la
mia preferita, anche per l’enfasi della chitarra elettrica. Chiude la Bonus
Track tratta dalla collection del 2010 “The Divine Comedy - Part III –
Paradiso”, spettacolo vero assieme a Bernardo Lanzetti al microfono.
Quando
il Progressive Italiano gira a questi livelli, si capisce il perché
dell’eternità del genere. Un disco che
non può assolutamente mancare nella vostra discografia Prog degna di
questo nome! MS
I
bolognesi Moorder sono il progetto del chitarrista Alessandro Lamborghini. Con
lui, in questa seconda fatica suonano Simone Pederzoli (trombone), Alberto
Danielli (tuba), Daniel Csaba Dencs (batteria) e Luca Cotti (basso). Tornano
dopo l’esordio del 2008 dal titolo “Moorder”, sempre per Lizard Records. Qui
chiariamo subito senza troppi giri di parole che la proposta è variegata e per
palati fini, musica mai scontata, ricercata, ben eseguita ed arrangiata come
poche volte si riesce a sentire in questo tipo di musica. Si ascolta di tutto,
dal Jazz al Post Rock, fino a giungere al Prog schizzato di Fripp ed i suoi
King Crimson, questo in generale è il territorio in cui si muovono. Il
disco è composto da dodici tracce suddivise in 37 minuti, questo lascia già
intendere la brevità dei brani proposti. E si, perché i bolognesi non si
perdono in inutili orpelli, badano al sodo…Alla sostanza. Il
libretto di accompagnamento al cd è ricco di tavole a fumetti che raccontano
una storia, quella di una ragazza che fra difficoltà di genere sociale, si
innamora con il classico colpo di
fulmine di un giovane ragazzo al quale porta il disco in vinile “Moorder II”.
Lui a sua volta gli dona un chupa choops rappresentante la pace, la libertà e
appunto l’amore. Le tavole sono ad opera di Simone Cortesi. “Jesus
Zombies Crew” fa intendere immediatamente di che pasta sono fatti i Moorder,
pezzo vigoroso ed elettrico, con il trombone che si diverte a giocare fra i
riff ruffiani. Come restare impassibili avanti ad un brano come “Flact Kick”,
ma soprattutto, come non accostarlo a Jaco Pastorius? E poi avanti con il Funky
di “Disco In Ferro”, i ragazzi hanno anche buon senso dell’umorismo. “Pipum” si
diverte inizialmente a far ballare, basata su percussioni e ritmiche con il
basso, un pezzo che si articola nel suo incedere, ma che lascia anche spiazzati
miscelando allegria e tristezza allo stesso tempo. “Moztri” all’inizio è soft
ed avvolgente, successivamente la chitarra parte in un micidiale assolo. Sempre
e comunque nello stradello crimsoniano. “Afro
Bones” in alcuni istanti è musica per Big Band, ma quando riparte la chitarra
elettrica, ci si aggira in territori cari a geni come Frank Zappa, e scusate se
è poco. Non
mi piace comunque svelarvi tutto il percorso, in quanto di sorprese ce ne sono
all’interno e non mi sembra giusto privarvene la scoperta, in fondo avete già
capito di che disco si tratta. Gli
artisti giocano con il pentagramma, rilasciando in conclusione un lavoro
divertente e per molti momenti davvero gioioso. Mettono in mostra non solo
tecnica esecutiva, ma anche cultura personale riguardo la musica ascoltata. Davvero
godibili, dategli una opportunità. MS
Sono
già passati dieci anni dall’uscita di “Heroes Temporis”, debutto discografico
dei salernitani Magni Animi Viri. Un disco di successo che riesce a convogliare
Progressive Rock, Metal, sinfonia classica e lirica. Il duo Giancarlo Trotta e
Luca Contegiacomo (musicisti di
estrazione Classica e Rock) tornano all’attenzione del pubblico con l’intento di rispolverare il fortunato disco
del 2006, riportando nuova linfa e nuove idee, il cantato in inglese con ospiti
importanti come il cantante Russell Allen (Symphony X, Adrenaline Mob, Star One
e Allen-Lande) e Amanda Somerville (After Forever, Edguy, Kamelot, Epica,
Avantasia), mentre alla voce narrante si incontra Clive Riche.
Di
cose ne sono cambiate nel tempo, il chitarrista Marco Sfogli l’anno scorso ha
sostituito Mussida nella PFM, mentre purtroppo Randy Coven è scomparso due anni
fa. Tuttavia ritroviamo intatta la base musicale, compresa l’orchestra Bugarian
Symphony Sif 309 condotta dal maestro Giacomo Simonelli. “Heroes Temporis World
Edition” è un concept incentrato sul viaggio di conoscenza e purificazione del
protagonista, un itinerario di consapevolezza della realtà come illusione.
Ma
il grande intento per cui viene rispolverato “Heroes Temporis” è un altro e
nobile:
Il
ricavato delle vendite sarà devoluto all'Associazione Heroes Temporis For
Autistic Children ONLUS - di cui MAV è il primo testimonial - a favore del
costituendo reparto ludico-diagnostico della clinica/centro diagnostico MerClin
di Campagna (SA). Il materiale ludico e diagnostico servirà a integrare questo
reparto per bambini, nel quale opererà anche un team specializzato in clownterapia.
Sarà possibile effettuare le donazioni dal sito http://heroestemporis.org
Tornando
alla musica, “Heroes Temporis” già lo sapete è suddiviso in quattordici tracce
per un ora spaccata di musica. Il disco si presenta in edizione cartonata
contenente il libretto esaustivo di testi e info necessarie.
Oltre
che dai componenti prima citati, il disco viene suonato anche da Simone
Gianlorenzi (chitarra acustica), Roberto D'Aquino (basso, Stick) e John
Macaluso (batteria). Un supergruppo.
Con
Russell alla voce al posto del tenore Francesco Napoletano (Fondazione Arena di
Verona) e di Amanda Somerville al posto di Ivana Giugliano, il disco prende i
connotati di opera Metal Prog epica dalle forti tinte Prog. Sempre d’impatto la
canzone “Heroes…”, gloriosa e sinfonica, ma tutto il disco è a voi noto, se non
lo dovesse essere, questa è una grandissima occasione per porre rimedio alla
mancanza, perché non solo fate del bene alla vostra mente ed alla vostra anima,
ma anche a chi ne ha bisogno.
Ora
attendo nuove evoluzioni da parte del duo Trotta / Contegiacomo, capsico che
scrivere opere e di questa portata non è cosa di tutti i giorni, ma…visto mai?
MS
Un
Euro! Niente SIAE, solo un Euro su Badcamp per regalare a tutti un momento di
arte concentrato a nome Moloch. A questo
ci pensano Gianni Venturi (poeta, pittore e voce degli Altare Thotemico) e lo
scrittore musicista Lucien Moreau. Non ci sono scusanti per non avere questo
piccolo gioiello sonoro fatto di luce, ombre, pensieri, cuore, genialità,
rabbia, consapevolezza e molto altro a cui lascio a voi il piacere della
scoperta. Questo è Moloch.
Conosciamo
oramai Venturi per le sue poesie in musica, (non riesco più a chiamarli semplicemente testi) ed anche per
il suo approccio vocale rivolto verso il canto sciamanico. Un artista a volte
solo, arrabbiato con il mondo circostante per ciò che accade, mai indifferente
e sempre pronto con arguzia e spesso anche con ironia ad abbattere il muro
dell’indifferenza e dell’essere necessariamente uno uguale all’altro. Venturi
non ci sta e si dimostra nella sua arte individuo unico, a se e pensante!
Per
una mosca bianca dell’arte odierna serve conseguentemente un viatico sonoro
pari merito, non scontato e graffiante, stridente ed irriverente proprio
come le sue liriche. Come hanno saputo
fare gli Area con “Lobotomia” per colpire l’ascoltatore in maniera violenta e
farlo risvegliare dal suo torpore mentale, “Moloch” tendenzialmente riesce
nello stesso intento solo con l’aggiunta di testi profondi.
Quindici
canzoni ad iniziare da “Dorje Phurba”, ingresso granitico di Moloch.
L’elettronica in mano a Lucien gioca un ruolo importante, con l'ausilio di Federico Viola, tecnico del suono. “Eindao” alterna ironia a narrazione di fatti attuali,
sopra una ritmica martellante e supportata da coralità fonetiche sempre ad
opera di Venturi. Base greve, martellante e ruffiana, stato d’animo ben
definito. Di “Kaddish” vi consiglio anche la visione del bellissimo video su
You Tube, uno dei momenti più alti dell’intero racconto. Sputo sulle guerre.
“Senza profitto non c’è conflitto”. Interpretazione drammatica che sfocia in un
grido di dolore con il piano che sgocciola note per una musica in
contrapposizione…. Geniale. “Tiger Tiger” vede la collaborazione di Chiara
Megan Munari alla voce narrata. Ritmo incalzante e synth sinfonici a supporto.
Fa
pensare “Il Circo Dei Normali”, siamo tutti invitati al circo ed al suo
spettacolo, uno spettacolo amaro, fra banche, razzismo, calcio, padroni
dell’acqua, pedofili, qui Venturi è fuori del tendone ad invitare i passanti ad
entrare…a guardare…. guardare cosa siamo: Clown. I pensieri possono sfociare in
“Rivoluzione”, per utopia o nascosto desiderio? Chissà, ma di sicuro le parole
si trasformano in macigni, così la musica di sottofondo. “Satori” vede la
partecipazione della melodica voce di Alice Lobo, sopra una ritmica minimale ed
un intreccio vorticoso di polifonie.
Quando
a Moloch non servono le parole, a suo ausilio giungono le vibrazioni delle
corde vocali. Poesia in “Anime Erranti”, malinconia piena di luce, anche in
questo caso due componenti lontani per
significato e quindi affascinanti contrasti nell’insieme.
Torna
Alice Lobo in “Bambina Di Fragola”, storia dalle parole che scrocchiano come
ossa vecchie che danno dolore. Belli gli effetti sonori di eco e voci. Non può
mancare l’ ”Urlo” vero e proprio, altro tassello di lucida follia con tanto di
voce radiofonica che descrive cosa è Moloch in lingua inglese. Si passa poi a
“La Soluzione”, gioco disturbato di elettronica e voce, piccoli frammenti di
Area e un Venturi sarcastico ed acido come poche volte mi è capitato di
ascoltare. Freddo analizzatore dei tempi moderni.
Un
pianoforte apre “Canto Armonico Del Silenzio”, uno dei frangenti più musicali
dell’album. Segue “Qohèlet”, altra poesia
sull’ “io” narrata sopra un supporto di voci che rendono tutto molto
triste ed oscuro. C’è anche il momento di sfogo spontaneo e liberatorio,
“Libera La Follia”, canzone circense ancora una volta tracciata dal pianoforte
che funge da ritmica e arricchita dalla voce di Alice. “Moloch” si conclude con
il brano ”Lo Sciamano”, questa volta con Chiara Megan Munari.
Dimenticatevi
in Moloch la formula canzone, non esiste, esistono suoni, sensazioni, ritmi,
voci.
Uscirà
anche il cd in edizione limitata. Una preziosa e unica edizione origami,
realizzata e piegata a mano, numerata e firmata da Gianni Venturi e Lucien
Moreau. Un autentico pezzo da collezione.
Oramai
Gianni Venturi per me non è più una sorpresa, anzi, lo aspetto sempre con
curiosità ed impazienza, perché a me piace pensare ed essere stupito. Se anche
voi siete stanchi della solita musica, con “Moloch” avete di che ascoltare…e
sottolineo nuovamente ad un Euro! MS
C’è
chi sostiene che il terzo disco per una band sia quello della verità, ossia da
qui in poi o sei o non sei. Non so se questa teoria sia fondata su serie basi,
tuttavia è a mio avviso da verificare. Invece per chi giunge al terzo disco è sicuramente
un buon traguardo. I Piacentini tornano
con “Amore Di Vinile” dopo “Particelle” del 2011, sempre fieri della propria
personalità.
Il
Progressive Italiano ha moltissime sfaccettature al proprio interno, spesso
vetrina e sfoggio delle proprie caratteristiche e soprattutto della propria
cultura musicale. Infatti numerosi sono
gli innesti e questi cambiano a seconda di chi ha assimilato gli eventi passati
con la propria personalità. Le idee.
Lagartija
è a mio avviso presente, passato e futuro, il sound al terzo disco è così
definito, un mix di sonorità che
lasciano spazio alla melodia, supportata ancora una volta dalla bella
voce di Sara Aliani (anche basso). La formazione viene completata da Michele
Molinari (batteria, tromba, cori), Andrea Poggi (chitarra, organo, voce), Marco
Libè (chitarre), Cristian Piga (sax) e Alessandro Austoni (chitarra).
“Amore
Di Vinile” è un disco che si presenta in una confezione cartonata semplice e
con otto canzoni, ad iniziare dalla title track. Brano con suoni pacati, Rock
gentile e a tratti psichedelico, ma non uno psichedelico colorato, bensì
sbiadito…Tenue.
Ancora
più introspettivo “Ferrovia”, tanto da chiedermi se sono ammiratori dei Paatos.
Musica che emoziona e fa chiudere gli
occhi per la concentrazione al suono, arricchito dall’ingresso del sax.
“Ottobre”
racconta storie di vita quotidiana, cresce con l’incedere, ancora una volta per
sfociare in un solo di sax. L’autunno prosegue nel brano successivo dal titolo
“E’ Già Da Un Po’ Che Cadono Le Foglie”, cantato da Andrea Poggi.
Stiamo
tuttavia parlando sempre di Rock, una evoluzione particolare verso sonorità
malinconiche e toccanti, come in “Fermo”, dove il Prog nordico di casa Landberk
fuoriesce in tutto il suo splendore. “Psiche” non cambia di una virgola il
percorso, invece “Carnale”, cantata
ancora una volta da Poggi, è rilassante e soffice. Chiude l’album “Anomalie” e
il tempo sembra essere volato.
I
Lagartija sembrano oramai avere trovato la loro dimensione, spregiudicatamente
delicata, priva di compromessi, dedita solamente all’anima.
Devo
approfondire meglio la storia del terzo disco, potrebbe anche avere una sua
valenza. MS
Gli
Entity si formano nel 1994 nella provincia di Nuoro dalla scissione del gruppo
I Teatro, da un idea di Mauro Mulas (tastiere) e Gigi Longu (basso, chitarra).
Subito nel 1995 registrano un demotape dal titolo “Fantasia”. Dopo svariati
cambi di line up si stabilizzano con Mauro Mulas (tastiere), Gigi Longu (basso
e chitarra), Marco Panzino (batteria), Marcello Mulas (chitarre) e Sergio
Calafiura (voce).Il sound proposto è influenzato dal Prog
tipico degli anni ’70 e da qualche reminiscenza Jazz, ma nel debutto “Il Falso
Centro” c’è molta altra carne al fuoco. Il cd contiene oltre che sette brani
anche una traccia multimediale in PDF con le belle poesie liriche di Yuri
P.Deriu. Il
pianoforte apre la strumentale “Davanti Allo Specchio”, atmosfere calde e di
classe, lontane dalla banalità e vicine allo studio dello strumento. La qualità
tecnica della proposta è certamente elevata,
e molto bello risulta l’ingresso della chitarra elettrica. Le Orme fanno
capolino nella suite “Il Desiderio”, per sottolineare poi i crescendo sonori,
formula che nel Prog funziona sempre alla perfezione. Le tastiere ricoprono
quindi un ruolo importante nell’economia Entity. La prova vocale di Calafiura è
buona, sicuramente sopra la media di questo tipo di proposte, sapete bene che
la voce nel Prog italiano (salvo i soliti noti) è un problema. Segue la
bellissima e poetica “Il Tempo”, qui gli Entity cullano l’ascoltatore per poi risvegliarlo con enfasi. “Il
Trip Dell’ego” si apre ancora una volta con il piano che gioca ad inseguirsi
con la chitarra. Il brano è ricercato nella struttura e nel cantato. Ma è con
“Ant” che ho il piacere più elevato nell’ascolto, qui gli Entity si dimostrano
maturi e coscienziosi dei propri mezzi,
anche compositivi. “L’Armatura”
è una suite all’inizio vigorosa, fra chitarra elettrica ed Hammond, in quel
mondo musicale che si chiama New Prog di stile anni ’80. “La Notte Oscura
Dell’Anima” chiude il disco che al suo termine lascia la bella sensazione di
appagamento. Gli
Entity hanno lasciato un bel segno con questo debutto, ora spero in una
successiva realizzazione, perché le basi per fare ottime cose ci sono tutte. Se
devo proprio cercare il pelo nell’uovo, oltre che magari a qualche soluzione un
po’ troppo inflazionata, posso ricercarlo nel suono della batteria, non
equilibrato, i piatti poi a volte quasi non si sentono, ma sono gusti personali
che non vanno ad intaccare un giudizio che a mio parere è più che sufficiente.
Di questi tempi non è poca cosa. MS
Ce
l’abbiamo fatta! Siamo costretti ad abbandonare la terra, non più vivibile per
nessuna creatura al mondo. Lo facciamo con una stramba balena /astronave,
quella creata dai Downlouders. “Il trasporto è popolato
da poche centinaia di persone alla ricerca di nuovi mondi abitabili in vista
dell’imminente morte della Terra.”, così descrivono nel loro sito ufficiale.
Viaggio cosmico nell’universo della Psichedelia dalle influenze anni ’70.
I
Downlouders debuttano nel 2009 con “Haustillio” tra sonorità Soul e Rock
Psichedelico, Pop, Grunge e Surf. Nel 2012 è la volta del concept album
“Asimov”, proprio dedicato allo scrittore fantascientifico.
Nel
2015 scrivono questo “Arca”, altro concept suddiviso in nove canzoni, come nove
sono i componenti della squadra che realizzano il disco: Andrea Cajelli
(batteria, percussioni), Marco Sessa (sintetizzatori, elettronica), Enrico
Mangione (chitarre, sintetizzatori, tromba, voce), Andrea Manenti (basso,
voci), Yed Giordano Viganò (chitarre), Matteo Laudati (chitarre), Giandomenico
Fraschini (piani elettrici, batteria), Massimo Martinenghi (cetacei, voci),
Andrea Tomassini (artwork).
Ci
si imbarca in “Bake Kujira”, composizione malinconica aperta ad un ampio Space
Rock, familiare anche a gruppi storici come Can od Amon Duul II. Con “Moto
Perpetuo” i suoni si dirigono verso la Psichedelia e non si può fare a meno di
pensare ai Pink Floyd fine anni ’60. Il crescendo sonoro funziona sempre, è
d’impatto ed emotivo.
I
giri di basso sono importanti per la causa “Downlouders, “anche “Uno” ne è una
prova tangibile. Il sound è trascinante
ed ossessivo, un trip da fare ad occhi chiusi. Gli anni ’70 strabordano da ogni
dove. “FTL” ha del futuristico, uno Stargate fra passato e futuro, un suono
ampio e spaziale che rende tutto attorno
a noi vuoto.
Ritorna
protagonista il basso in “Deriva” ed in questo caso mi vengono alla memoria i
primi Porcupine Tree, perché qui l’elettronica “spaziale” viene accantonata a
favore di echi e sonorità tirate come Wilson ha ben saputo fare. Con “Metoth”
siamo avanti a qualche entità aliena, sperduti nello spazio, la sensazione è
questa, magari no, tuttavia voci grevi,
ritmi lenti e cadenzati, chitarre drammatiche questo fanno immaginare
all’ascolto. Ma attenzione alle “Tempeste Di Meteoriti”, scampato il pericolo
si viaggia alla “Velocità Di Crociera”, canzone più solare dell’intero disco,
quasi serena. Il viaggio si conclude con “Spermaceti”…L’inizio di una nuova
vita ed umanità? Mi auguro di si, anche perché questa a me non piace, mentre mi
piace l’utopia che ho ascoltato e così questa musica che perlomeno ha avuto la
gentilezza di farmi estraniare dal mondo anche se solo per pochi istanti. Grazie
Downlouders, lasciatemi un posto nella vostra astronave che arrivo. MS
Ci voleva la Lizard Records per dare voce ad
una band del territorio milanese (Arese) attiva da più di venti anni. Come si
dice in gergo, giustizia è fatta!
Per
la serie “La Locanda Del Vento”, il disco “L’Orizzonte Degli Eventi” subentra
nella cultura di quel Prog caratterizzato da testi riguardanti il sociale ed il
relazionarsi. L’evoluzione rappresentata
dalla copertina di Antonio Emanuele Sergi e Massimo Valerio è
emblematica, il passaggio da scimmia a scarafaggio, l’unico essere vivente che
può sopravvivere nel tempo dopo una ipotetica guerra nucleare.
Gli
Anacondia sono Gabriele Ramilli (voce),
Andrea Canonico (piano, tastiere e cori), Antonio Sergi (batteria,
percussioni) Walter Marocchi (chitarra elettrica e cori), Vincenzo Valerio (basso)
e Nicoletta Bartola (sax, flauto, cori).
Apre
l’Hard Prog di “Eroi Di Solitudine”, canzone che mette in evidenza il lavoro
della chitarra e del basso. La successiva e breve “Nel Silenzio” mi piace molto,
il flauto è a mio avviso uno strumento che con il Prog si sposa alla perfezione,
e la struttura armoniosa che vede come punti di riferimento gruppi come La
Maschera Di Cera o Finisterre di Fabio Zuffanti, conferma che anche il Prog
moderno comincia a fare finalmente proseliti, esulando i soliti noti degli anni
’70.
Arioso
New Prog dalle tinte Folk viene proposto nel brano “Ideale O Verità”, bene
arrangiato e bene eseguito. “Come Un Fiume In Piena” lo vedo come singolo del
disco (magari non lo è), per la struttura melodica e decisamente più
radiofonica. Non sfugge il ritornello ruffiano con il coretto da cantare assieme a loro.
Ritorna
il Prog moderno in “Un Foglio Bianco”, buone le chitarre ritmiche sopra il
piano che fa da tappeto alle voci maschili e femminili, una formula che
funziona sempre. Il suono si indurisce nel granitico brano “Gerico”, le
chitarre offrono passaggi più elettrici e vibrati che si alternano a frangenti
più pacati.
Chiude
l’album il brano che preferisco di più, “Il Colore Dell’Aria”, poetico,
ammaliante e caldo, grazie anche all’uso del sax.
La
carta vincente degli Anacondia è la capacità di scrivere canzoni mai uguali, a
dimostrazione non solo di cultura musicale, ma anche di saggezza, infatti il
risultato è che sono passati quasi 38 minuti in un battibaleno e viene subito
la voglia di ripremere Play. MS
Dodicesimo
lavoro per Airportman, progetto di Giovanni Risso e Marco Lamberti, musicisti
di Cuneo molto attenti alla scena Post Rock.
Procede
anche il sentiero minimale del gruppo, dove la struttura canzone incede
solitamente in crescendo sonori a partire da suoni psichedelici. Nenie si
intersecano con suoni ricercati, come il piano che sgocciola note lentamente, fra
sensazioni di malessere e cori lamentosi su armonie a tratti nervose, dettate
dalla chitarra ficcante ed incalzante.
Chi
è “David”? Il caso potrebbe risolversi leggendo le poesie scritte nel libretto
interno di accompagnamento, fatto a forma di poster ripiegato. La lettura è
apparentemente senza una logica, come fossero quadri di sensazioni random,
accompagnati dalle illustrazioni di Chiara Dattola, anche loro oscure ed
inquietanti.
Un
unico brano suddiviso in sei movimenti, dove appunto l’inquietudine a volte
lascia spazio a piccoli raggi di sole. Di certo Steven Wilson potrebbe
apprezzare alcuni di questi momenti, non troppo distanti dal suo primordiale
esordio. Ma è l’oscurità che vigila sovente.
L’elettronica
ha la sua importanza nel contesto compositivo, tuttavia ad uscirne fuori sono
sempre gli arpeggi della chitarra e i tocchi del piano, quest’ultimo non visto
come mezzo di virtuosismo, piuttosto un viatico per sensazioni ammalianti e
minimali. La controprova la potete avere nel movimento numero tre del disco.
Se
si vuole ascoltare una ritmica quantomeno insistente bisogna giungere al quarto
movimento. Quello che manca a “Davide” a mio modesto avviso, sono i ritornelli,
cioè sembra un infinito refrain. Ok, quando una musica emoziona ha raggiunto il
proprio scopo, ma deve anche avere almeno un qualcosa che rimanga nella mente,
un momento perlomeno che esuli dalla ripetizione degli eventi sonori
rappresentati. Anche la musica di ricerca a mio avviso deve avere un attimo di
tregua durante l’ascolto, un qualcosa che spezzi, perché qui gli assolo strumentali,
intesi come tali non ci sono, e pensare che è musica prettamente strumentale.
Altrimenti si rischia di avere a che fare con musica da sottofondo.
Airportman
è un progetto interessante, intimistico, valente sotto gli aspetti che ho
descritto, ma che è rivolto ad un pubblico preparato, “David” è l’ennesimo
tassello Ambient della loro lunga discografia. MS
Non
posso certo parlare di nuovo album di Steven Wilson, in realtà non è un disco
ma un mini disco della durata poco più di mezz'ora. In esso ci sono sei brani,
che molti critici di settore ho visto denominare “scarti di altri album".
Non
penso sia il termine giusto, non tanto per il valore delle canzoni che possono
piacere o meno a seconda dei gusti, ma perché ad esempio un brano live non è lo
scarto di nulla! Il brano in questione è “Don’t Hate Me” dei suoi Porcupine
Tree (progetto al momento congelato), tratto dall'ottimo “Stupid Dream” del
1999, qui cantato assieme all'israeliana Ninet Tayeb. In verità la cantante non
mi piace molto, brava per intensità e una bella voce, ma il suo forzato gridolino
di “passione” mi disturba un poco, per chi legge e non ascolta posso
denominarlo “cigolìo”.
Ma
veniamo alla carne. Solo il primo brano “My Book Of Regrets” vale l’acquisto di questo disco! Esso
è stato scritto in due tempi, nel 2013 e nel 2015. La musica ricorda molto l’album
“The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)”, non a caso proprio del
2013. Influenze crimsoniane e tutto quello che oggi definiamo Post Prog. Sempre
dalle stesse sessioni giunge la riflessiva “Year Of The Plague”, qui l’artista
si funge da polistrumentista, e si fa accompagnare solo da Adam Holzman al
piano. Canzone d’atmosfera, come solitamente ci ha abituato, da far sognare ad
occhi aperti.
Dalle
registrazioni dell’ultimo album “Hand. Cannot. Erase” giungono due canzoni, la
prima dal titolo “Happiness III”, molto orecchiabile, forse troppo, nel senso
che è formata da strofe e ritornelli già usati in altri brani, tuttavia molto
bella, mentre la seconda si intitola “Sunday Rain Sets In”. Questa canzone è
nuovamente d’atmosfera, bello il mellotron e comunque la melodia è oramai
rodata, e potremmo definirla alla Wilson. L’ultimo brano del 2013 si intitola “Vermillioncore”
e qui fuoriesce il lato più aggressivo
dell’artista. Rasoiate di chitarra e buoni giri di basso, fra King Crimson ed
Opeth. La ritmica serrata ricopre un ruolo fondamentale e da meraviglioso
sfoggio di se.
“4
1/2” è un album trascurabile della discografia di Steven Wilson? Io non lo
trascurerei, come dicevo prima almeno per il brano di apertura, tuttavia se dei
cinque album da studio devo scartarne uno, logicamente scarterei questo. Anche lui intelligentemente lo ha intitolato "4 1/2". Devo
anche spendere parole di elogio per la produzione? Vengono da se, oramai
conoscete la qualità a cui ci ha abituato.
Molti
dicono che Wilson si deve prendere un momento di pausa, visto il ritmo
incessante di uscite, per me no, è in un momento di grazia, lasciatelo stare, se
non vi piace non comperatelo, il mondo è pieno di dischi. Io in realtà mi sono
preso anche l’lp…per dire…. MS
Il
Rock in Italia tiene duro, le nuove leve continuano a portare la fiaccola del
genere crescendo fra mille difficoltà. Uross è il progetto RockAutorale di
Giuseppe Giannuzzi di Monopoli (BA). Ho
detto crescendo perché Uross giunge con “Ovunque E’ La Bellezza Che Non Vedi”
al secondo suggello discografico. Ho recensito nel 2011 quel debutto dal titolo
“29 Febbraio (Lo Squilibrista)” e ho concluso dicendo che sono una promessa e
che comunque l’ascolto andava spezzato magari anche con momenti più
strumentali. E allora andiamo ad ascoltare i nuovi 12 brani che compongono il
nuovo album cosa ci raccontano.
Apre
“Tutto Tranne L’Inutile”, gli strumenti sono suonati da Giannuzzi, mentre le
tastiere sono in mano ad Andrea Brunetti. La canzone è semplice e diretta, bene
gli arrangiamenti, il suono pieno di certo aiuta ad accrescere l’enfasi di
questo Rock popolare e radiofonico.
Il
lato cantautorale di Uross esce a nudo in “La Strage Di San Valentino”,
dimostrando anche una sicurezza nei propri mezzi più marcata rispetto l’album
precedente. Con lui e Brunetti suonano anche Carletto Petrosillo al basso e
Maurizio Indolfi alla batteria.
“Giallo”
mi fa tornare alla memoria i primi Litfiba, non per il cantato ovviamente, ma
per le melodie, i riff ed il ritornello. “Imparerò” con Vincenzo Perricci al
basso è uno dei momenti più alti del disco, sia per le liriche che per
intensità emotiva, un Uross impegnato e
referente del cantautorato che fu. Apprezzo molto anche l’acustica
“Soffio Leggero”, e qui i momenti strumentali che mancavano al primo album ci
sono, brevi ed intensi. “Papillon” con i suoi deja vu è semplice ed
accattivante, mentre “Madre” è una via
di mezzo fra Bennato e Litfiba tanto per rendere un poco l’idea. Chitarra slide
per “Komandante”, graziosa e fotografia di un soft Rock sempre funzionante per
melodie ed enfasi emotiva. Bella “Silenzio In Blues”, Rock al punto giusto,
mentre “Kanto Al DisinKanto” mi risulta più anonima. Non manca una cover, un
bel tributo ad un grandioso artista, Luigi Tenco, sempre poco ricordato, qui
“Ciao Amore Ciao” gli rende giustizia!
In
conclusione troviamo “L’Ultima” e ci auguriamo che comunque così non sia,
perché c’è bisogno anche della musica di Uross in un panorama sempre più banale
come questo attuale.
Uross
sta maturando, accresce la sua autostima e questo lo si evince dal paragone dei
due album editi. Una musica fra cantautore e Rock, semplice e senza troppi
orpelli, ma che fa della giusta melodia orecchiabile la propria forza. Ci sono
ancora angoli da smussare, il distaccarsi un poco da certi stilemi
probabilmente inflazionati, ma sono particolari che nell’insieme ne danno
fastidio e ne sminuiscono l’ascolto, per cui, da parte mia…avanti cosi. MS
Il
Rock di matrice britannica, per intenderci quello classico proposto da band
come Beatles e Rolling Stones, ha illuminato la strada a band ed artisti a
seguire nel tempo. Chi non ha cantato almeno una volta nella vita brani di queste
band? Sono passati decenni, malgrado tutto le icone continuano a risplendere e
anche da noi in Italia nel nuovo millennio continuiamo a suggere da questa fonte.
Un esempio odierno sono gli avellinesi The D, formati da The Dabbler (aka
Giuseppe Matarazzo) (voce chitarra, synth), The Danger (aka Ciriaco Aufiero) (chitarra,
cori), The Damned (aka Vincenzo Golia D'Augè) (basso, cori) e The Dario (aka
Dario Botta) (batteria, chitarra acustica, cori), sotto la supervisione del
produttore Federico Carillo.
Si
formano nel 2010 con un film e una lettera in mente, ovvero la D di Jack Black
in Tenacius D And The Pick Of Destiny, i The D debuttano dal vivo nel 2011, nel
2012 pubblicano il primo singolo The Book of Guinness, nel 2013 il primo EP Alf
(distr. (R)esisto).
“United
States Of Mind” nasce grazie al crowdfunding ed è formato da undici canzoni. I
suoni comunque sono moderni e rispecchiano il sound del Rock odierno, non siamo
al cospetto certamente di un gruppo clone privo di personalità. Infatti i The D
graffiano gli strumenti, ricercano melodie e buoni arrangiamenti, cercano di
fare propria l’essenza del genere con passione e spontaneità. Questo già
scaturisce all’ascolto dell’intro “Pluto”.
“USM” presenta il gruppo nella sua nudità, perché loro sono così, si
propongono per quello che sono, senza falsità
ruffiane o secondi fini, la musica ascoltata questo mi racconta. Certamente
le melodie spesso sono inflazionate, tuttavia le idee funzionano e i pezzi
restano scolpiti nella mente. Sicuramente si adattano perfettamente alla sede
live.
“Felix,
Theon & Mr. Fox” e “Checkmate” si fanno apprezzare per semplicità ed
elasticità strutturale (chi ha nominato gli Oasis?).
Ma
il gioco diventa serio con “All Star”, dove il profumo degli anni ’60 diventa
più intenso, anche grazie a sventate Led Zeppelin prima carriera. Giocosa e
spensierata “6,16,26”, ci riscontro all’interno anche influenze Punk. Con “Pete” la scena diventa più ampia, quasi
Surf Rock, gradevole e ballabile. Più ruvida “The Genius”, Rock sanguigno al
punto giusto, come una buona tagliata (e dai ancora con gli Oasis…chi l’ha
nominati?). “Black Ants Invasion” gode della mia simpatia, perché contagiosa
nella sua semplicità, pur non essendo un momento particolarmente importante. Il
brano lento, spesso caro alle band Rock, qui è rappresentato da “3 Pounds”, non
melenso, tuttavia morbido e garbato. Chiude l’album la massiccia e cadenzata
“Glenn Matthew”.
Sicuramente i The D sono un gruppo da seguire soprattutto
dal vivo, in quanto la musica proposta è proprio contagiosa e priva di inutili
orpelli, elettrica e spassosa. Da sentire ad alto volume anche in macchina…perché
no? MS