Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

sabato 12 ottobre 2019

Metal Progressive Italiano

METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Dopo "Rock Progressivo Italiano 1980 - 2013" ecco la mia seconda opera enciclopedica, il METAL PROGRESSIVE ITALIANO. Il libro sarà disponibile a metà ottobre su tutte le piattaforme web (Amazon, IBS, Ebay, Hoepli, Mondadori, Feltrinelli, Librerie Universitarie etc.) e in tutte le librerie.


Disponibile dal 17 Ottobre


Il genere musicale metal si è nel tempo ramificato in più
sottogeneri; il più sperimentale e ricercato è il metal progressive.
Per quanto l’anno zero sia sempre stato collegato
al primo album degli americani Dream Theater negli
anni Ottanta, in realtà la storia parte dalla fine degli
anni Settanta. Questo libro vuole testimoniare un mondo
sonoro affascinante, ricco di sperimentazioni e di soluzioni
sbalorditive a partire dai capostipiti stranieri fino a
tutti i gruppi italiani che hanno tentato di modificare le
coordinate del metal. Un viaggio nella Penisola regione
per regione, con nomi e discografie a testimonianza di
un folto sottobosco di gruppi italiani. All’interno anche la
spiegazione di tutti i sottogeneri metal e il significato del
termine metal progressive.


Crayon Phase


CRAYON PHASE – Two Undred Pages
Progressive Promotion Records / G.T. Music
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2019


Esistono artisti che amano un genere musicale in maniera viscerale, e c’è chi ama più generi dimostrandosi amanti della musica in senso totale. I tedeschi (Ruhr) Crayon Phase sono ascoltatori totali e spaziano molto fra l’Hard Rock, il Rock Progressivo ed il Neo Prog. Esordiscono discograficamente nel 2013 con un concept di settanta minuti intitolato WITHIN MY RECOLLECTION (3Hund Records) parlando di debolezze umane e desideri. Ritornano oggi con la seguente line up: Raphael Gazal (voce), Wolfgang Bahr (chitarra), Arne Groschel (batteria), Frank Wendel (tastiere) e Peter Damm (basso).
Tutta l’esperienza musicale dei singoli componenti trasuda fra le note dei brani che qui sono nove per una durata totale di 70 minuti abbondanti. Riescono ad unire con sorprendente semplicità la musica Prog del passato, fra sinfonie e tutto quello che gli anni ’70 ci hanno regalato, con le nuove leve Progressive del cosiddetto Neo Prog. In parole povere si possono estrapolare influenze Genesis Yes miscelate con quelle di Marillion, Saga, Porcupine Tree, Spock’s Beard e molto altro ancora. Tuttavia la band gode di buona personalità, perché il tutto è assimilato e trasformato dalle menti dei componenti stessi.
“Two Undred Pages” è un altro concept album, questa volta basato sulla storia di un uomo che si sveglia tutte le mattine senza mai sapere cosa è successo il giorno prima. E’ consapevole di essere affetto da amnesia anterograda per questo motivo si ritrova sfruttato da una associazione criminale per coinvolgerlo continuamente in attività penali. Ma l’idea di farsi un diario personale lo aiuta molto… Il resto scopritelo voi.
La consueta ed elegante confezione cartonata che contraddistinguono i prodotti Progressive Promotion Records è ancora una volta impeccabile, così il suo libretto all’interno. Le atmosfere visivamente si presentano oscure, in tal senso il “Prologue”  si adopera, fra narrazione e suoni che lasciano presagire scene da film d’azione di stampo black. Per chi li conoscesse dico che le tastiere richiamano certi intro della one man band Ayreon. Sopraggiungono gli undici minuti di “Two Undred Pages” con un inizio stile Dream Theater “Metropolis Part1”. C’è energia ma allo stesso tempo tanta cura per le melodie, un Progressive gradevole e spazioso, ricco di cambi di tempo e di emozioni. “Turn Of Fortune” si presenta con una introduzione elettronica ed un riff pesante, Hard Rock che lascia subito luce al Prog di stampo classico. Le parti strumentali sono molto curate e bene arrangiate, il suono è dunque ampio ma anche d’impatto. “Procession / Empty Grave” ha anche nelle tastiere un accenno di “Felona E Sorona” delle nostrane Orme, ovviamente questo è un mio parere, non l’intento del gruppo. Il brano si incammina comunque nel sentiero Metal Prog  più classico.”Paralyzed” descrive sensazioni più grevi, anche se nei ritornelli strumentali delle tastiere tutto acquista magniloquenza. Tutto il disco procede in questa direzione, anche se tengo a sottolineare la mini suite “Retrospective”, davvero colma di elementi per poter godere a 380 della musica.
Nel sound dei Crayon Phase c’è tutto quello che un amante totale della musica si attende da un concept. Mai banale, sempre rispettosa dei tempi passati e moderni, un lavoro davvero grande che va premiato almeno con la vostra curiosità. Cercatelo. MS




Retrospective


RETROSPECTIVE – Latent Avidity
Progressive Promotion Records / G.T. Music
Genere: Metal Progressive
Support: cd – 2019


Tornano i polacchi Retrospective con Latent Avidity”, ultimo sforzo creativo da studio, il quinto. La band oramai si è consolidata su certe atmosfere Metal Prog a tratti malinconiche e sempre colme di ottime melodie.
Bene rappresenta il contenuto sonoro la splendida cover di  Dimitra Papadimitriou che mi fa tornare alla mente quella dei thrasher svizzeri Coroner di “No More Color”, anche se ovviamente i stili musicali sono completamente differenti. Qui il lavoro “progressivo” del gruppo prosegue imperterrito, sino a raggiungere un risultato che sicuramente farà l’interesse dei fans di Anathema (quelli di “Alternative 4”), dei Riverside, Tool e Pain Of Salvation su tutti. Otto brani contenuti nell’album, anche se il primo è un brevissimo intro intitolato “Time”. Il gruppo ancora oggi è composto da Jakub Roszak (voce), Beata Lagoda (tastiere, voce), Maciej Klimek (chitarra), Luzask Marszalek (basso) e Robert Kusik (batteria).
Subito positivo l’impatto con “Still There”, vero e proprio singolo che ti fa innamorare del genere al primo ascolto. Etereo nelle chitarre, bene interpretato dalla voce pulita ed impostata di Jakub che in questo caso mi fa tornare alla mente quella di Geoff Tate dei Queensryche, ma quelli più pacati.
Tutti i brani sono di media o lunga durata, comunque sempre superiori ai cinque minuti, così “Loneliness” non esula dalla media. Qui è Beata che canta, una voce gradevole e mai dedita ad inutili grida che tanto sembrano andare di moda oggi. Un velo gotico avvolge il brano mentre le tastiere ripetono una sorta di loop che potrebbe benissimo uscire da canzoni New Wave. Più insistenze in ambito Metal nell’incedere del riff risulta “The Seed Has Been Sown”, brano di spiccata personalità malgrado alcuni piccolissimi deja vu dovuti probabilmente ad ascolti Riverside.
Splendido il finale della canzone con un gradevole assolo di chitarra.
I toni diventano introspettivi in “Stop For A While”, apre piano e voce per poi evolversi in una gotica semi-ballata. Toccante il cantato maschile e femminile, formula rodata e sempre funzionale. Un momento solare nel disco giunge da “In The Middle Of The Forest”, canzone che comunque  rispecchia tutti i canoni caratteriali della band polacca, così la successiva “Programmed Fear” fra Paradise Lost più recenti e Lacuna Coil.
Il disco si conclude con il brano più lungo, superati i dieci minuti in “What Will Be Next?” e per i gusti musicali del sottoscritto è sicuramente il momento più bello, anche per gli arrangiamenti oltre che per abbondanza di materiale. Diciamo che si accosta di più al Progressive Rock.
La musica dei Retrospective bada al sodo, diretta al cuore senza strafare giocando su giri armonici gradevoli che faranno avvicinare molti di voi sia alla band che al genere se sconosciuti. Gran bel disco, la band è in un momento di grazia compositiva, approfittiamone. MS

Metronhomme


METRONHOMME – 4
Autoproduzione
Genere: Psichedelia / Progressive Rock
Supporto: lp – 2019



Sono sempre stato un ammiratore di chi produce oggi musica non convenzionale e completamente strumentale. La scelta è coraggiosa e non sempre va incontro all’ascoltatore medio moderno. Mi dispiace per lui, ma io cerco dalla musica qualcosa che sappia farmi pensare ed ascoltare, dove non arrivano le parole li inizia la musica.
Lancio vinilico per la band marchigiana Metronhomme (Macerata) che si forma nel 2003, “4” è il quarto lavoro dopo “L’ultimo Canto Di Orfeo” (2005), “Neve” (2008) e “Bar Panopticon” (2010). Il bel disegno della copertina è ad opera di Tommaso Gomez. La musica proposta viaggia senza etichette particolari, ma se dobbiamo necessariamente farlo, possiamo racchiuderli tranquillamente nel Progressive Rock quello di stampo Psichedelico.
“4” è formato da undici tracce. La prima comunicazione che mi giunge all’ascolto del disco è l’amore per i Porcupine Tree primo periodo, buoni interventi di chitarra su basi spesso eteree e ben arrangiate dalle tastiere di Tommaso Lambertucci. La band viene completata da Mirco Galli (basso), Andrea Lazzaro Ghezzi (batteria), Marco Poloni (chitarre) e Paolo Scapellato.
“I Treni Di Gabo” sono l’immediato biglietto da visita della band. Forza e sensibilità in un unico guscio, così la successiva “L’uomo Ombra” lascia spaziare la mente in percorsi aurei e allo stesso tempo solidi. Un mix che solo la musica riesce a spiegare. Più dolce “Chiuso Per Gatti” con il contrabbasso dell’ospite Manuele Marani.
Ritmica perfetta e tante buone idee comunque legate sempre alla formula canzone.
Cambi di tempo in “Blow Up Automatic Chiodi” una delle canzoni più Progressive dell’album. A seguire la breve “R.I.P. Brian Diy (Get Rid Of The Bishop)” esposta su scale armoniche ripetute ed ipnotiche. Tuttavia aleggia anche una certa componente Jazzy. I mondi fantastici dei Metronhomme sono tutti incastonati in questi tasselli sonori che compongono il puzzle di “4” e “Quattro Pesci Rossi” mostra un altro volto, sempre pacato e Psichedelico, questa volta anche più rassicurante nella melodia centrale.
Si passa al lato B del vinile che si apre con “Ortega”, stilisticamente ineccepibile e aperta al mondo Prog e anche a quello dei nostrani Goblin. Il gruppo gode di buona personalità, le influenze citate sono perlopiù indicative per chi sta leggendo, perché la musica proposta ha il suo bel carattere definito.
“Salt” dimostra quanto detto, seppure nella sua semplicità. “Hapax” lascia l’ascoltatore ciondolarsi ad occhi chiusi mentre il profumo degli anni ’70 viene esalato nell’aria. “Uccideresti L’Uomo Grasso?” inizia con un rincorrersi fra il piano e la chitarra per poi sfociare nel suo incedere oramai classico. L’album si chiude con “Acrobazie” per chi vi scrive forse il momento più alto di “4”.
Chi ama la Psichedelia non invasiva, il Prog e certi Porcupine Tree, non può lasciarsi sfuggire questo lavoro, onesto, profondo e fresco. MS


sabato 5 ottobre 2019

Simone Piva & I Viola Velluto


SIMONE PIVA & I VIOLA VELLUTO – Fabbriche Polvere e Un Campanile Nel Mezzo
Music Force / Toks Records
Dostribuzione: Egea Music
Genere: Rock
Supporto: cd – 2019




Il Rock polveroso e sudista del chitarrista udinese Simone Piva ritorna a farsi ascoltare a due anni di distanza dal buon “Il Bastardo” (Music Force). Lo stile inconfondibile si fa spazio nella scena musicale italiana per freschezza, semplicità e buoni riff, che sono sempre la spina dorsale di chi fa della chitarra e del Rock un vero stile di vita.
Con Piva suonano Federico Mansutti (trombe), Luca Zuliani (contrabbasso), Alan Liberale (batteria) e Francesco Imbriaco (tastiere, cori). Appaiono come special guests Tony Longheu (chitarra slide), Michele Pirona (chitarra) e Davide Raciti (violino). Il disco è formato da nove canzoni bene registrate  all’East Land Recording Studio a Carmons da Francesco Blasig.
L’artwork richiama il vecchio west con le pistole e le scritte  stile “Saloon”, perché il Rock è anche cosa per duri. Il disco si apre con un inquietante “Impicchiamolo più in alto …Lo mangeranno gli avvoltoi…” nell’Intro ”che porta a “La Battaglia Infuria”, qui mi colpisce il testo che narra ”Le dure prove da affrontare e affrontate ci divideranno e ci uniranno, e la colla sarà l’amore”. Il sound ha per prerogativa la voce di Piva, grezza, ma che come una lima smussa gli angoli del brano.
Si chiede il protagonista “Oste, si può bere qualcosa? Tequila?” e si parte con “Da Dove Vengo” mentre il ritmo sale fra chitarre e trombe. Uno dei momenti più belli del disco per giuste melodie da cantare.
Più acida “Cani Sciolti”, testimonianza di una dura sopravvivenza in alcune zone del vecchio west. C’è anche il momento di quiete intitolato Imprevisti”, piano e voce in evidenza.
Rock Country sudista in “Oggi Si Uccide Domani Si Muore” con tanto di violino per saltellare nella stanza al ritmo della batteria. Lo stile di Piva oramai è inconfondibile.
Sembra di vedere il sole che ci batte negli occhi a mezzogiorno nel brano “Sergio Leone”, canzone dedicata al grande regista dei spaghetti western. La pistola è carica.
“Questa Estate” fra riflessioni e accelerazioni porta all’ascoltatore un altro brano da cantare.
Chiude l’album “Il Destino Di Un Uomo” con tanto di piano e violoncello, un tassello importante per la riuscita generale.
Simone Piva & I Viola Velluto procedono imperterriti il loro cammino nel mondo del Rock, senza compromessi e tanta passione. La cosa è contagiosa, si divertono gli autori e allo stesso tempo gli ascoltatori.
Si spazia, ci si distrae, si canta, con un disco che fa compagnia in ogni occasione della giornata. Tenetelo in considerazione. MS






SIMONE PIVA & I VIOLA VELLUTO – Il Bastardo
Music Force / Toks Records
Genere: Rock
Supporto: cd – 2017


Il nome di Simone Piva agli amanti del Rock non dovrebbe suonare nuovo. L’Artista di Udine ha alle spalle una nutrita esperienza oltre che quattro album in studio: “Trattato Postumo Di Una Sbornia” (2009), “Ci Vuole Fegato Per Vivere” (2011), “Polaroid… Di Una Vecchia Modernità” (2013) e “SP&iVV Simone Piva E I Viola Velluto” (2015) raccontano molte storie, rafforzate dalle  prestigiose date live con artisti importanti come Nada, Zen Circus, Tre Allegri Ragazzi Morti e Morgan.
Con Piva (voce, chitarra) suonano Luca Zuliani (contrabbasso, cori), Alan Liberale (batteria, percussioni), Federico Mansutti (trombe, cori), Francesco Imbraco (tastiere, cori) e Matteo Strazzolini (chitarre). “Il Bastardo” è composto da sette canzoni a partire proprio dalla title track. Duro, ruvido e diretto il Rock di SP&IVV ma molto attento al ritornello, quello che in definitiva è ciò che deve restare nella mente se si vuol cantare e ricordare un brano Rock in senso generale (chi ha detto Vasco Rossi?). Storie di bevute in poco più di due minuti. Sopraggiunge “Hey Frank”, musica Rock sudista come hanno saputo fare i Litfiba con “Lacio Droom”, ma qui in più ci sono le trombe ed è terra di Cowboy, anche se i cinesi…. Ascoltare per capire. Simone Piva racconta storie , lo fa tramite la sua chitarra, è vero, ma la voce graffiante e intensa sa fare ulteriormente il suo gioco. E poi a sorpresa c’è il Reggae, “Hello Madame” si propone come canzone di facile memorizzazione che probabilmente è anche il modo di spezzare l’ascolto e renderlo più fruibile. Importante il supporto delle trombe. Simone Piva stupisce ancora andando a parare nel cantautorato, nuovo stile proposto nel disco, qui dal titolo “Quando Saremo Giovani”. Sembra che l’artista cerchi una vera e propria identità, ma lo stile invece è comune a tutti i generi proposti, a dimostrazione che una base di personalità c’è ed è manifesta.
Torna il West, questa volta “Nord Est”, atmosfere chiare e pacate sopraggiungono con la mandria del bestiame e la diligenza che sembra lasciare dietro un nuvolo di polvere. E poi “Far West”, molto ben arrangiata e toccante, il lato più intimo dell’artista. Il disco chiude con “Noi”, ancora trombe e il supporto dell’ospite Giò con un ritornello ficcante e da tormentone.
Un disco semplice, quando la musica deve farti da compagnia, magari nello stereo dell’auto durante un lungo viaggio, dove il paesaggio che si sussegue velocemente ne è ottima fotografia. MS


Officina F.lli Serravalle

OFFICINA F.LLI SERAVALLE – Tajs!
ZEIT / G.T.Music / BTF / Lizard
Genere: Sperimentale
Supporto: cd – 2019



A distanza di un anno ritornano i fratelli Seravalle, Alessandro (chitarre, tastiere) e Gianpietro (suoni digitali, ritmiche, piano, synth, basso, generatore di frequenza) con un nuovo progetto di musica sperimentale che vaga fra la psichedelia e l’elettronica.
Il disco s’intitola “Tajs!” che in friulano sta a significare “Taglio”, ma anche bicchiere di vino e come dice il famoso detto “In vino veritas”. Il vino inebria, apre la mente e mette in salute, ovviamente se preso proprio come un bicchiere e non come una bottiglia, altrimenti l’effetto è assolutamente contrario.
Il cd è formato da dieci tracce, mentre l’artwork è a cura di Giulio Casagrande con il quadro del padre dei Seravalle, Giovanni.
I friulani si coadiuvano anche di special guests, Clarissa Durizzotto (sax alto) e una vecchia conoscenza in ambito sperimentale della voce, Claudio Milano. Ed è proprio quest’ultimo ad aprire l’album con il brano “Danzatori Di Nebbia”. I testi sono dedicati a Pierpaolo “Spirangle” Caputo, anche suonatore di ghironda e vengono ispirati da una conversazione che Milano ha avuto con Paolo Tofani (Area). La prova vocale è come nel costume dell’artista, sentita, ricercata e destabilizzante, perfetta nel contesto elettronico di supporto, un connubio felice.
“Ausa” inizialmente è angosciosa e tetra, sopra note di un piano che sembra quasi fare il verso a quello in riverbero di Richard Wright (Pink Floyd) nella famosa suite “Echoes”. A metà il brano prende ritmo con suoni campionati e ripetitivi. Un incedere battente e psichedelico.
“Aritmetica Dell’Incurabile” parte con un loop elettronico sopra il quale Alessandro tesse melodie con la chitarra. Il brano è più solare rispetto quanto ascoltato sino ad ora e lascia fluttuare l’ascoltatore con la fantasia. Un ritmo sincopato apre “Vuoto Politico”, contenente la voce di Bettino Craxi, politico italiano a processo per “Tangentopoli” avanti al procuratore Antonio Di Pietro, una pagina davvero torbida della nostra storia. Il vuoto è sottolineato dalla musica elettronica che spara suoni nervosi e a tratti troncati da eco.
La psichedelia ci fa volare in alto nel cosmo con “Saturno”, perfetta navicella spaziale con tanto di suoni e segnali. “NYC Subway Late At Night”, batteria e sax improvvisano e si rincorrono per poi giungere a “Bewusstsein Als Verhangnis” (la coscienza come fatalità) fra apprensione e sofferenza. Qui una voce fatta con il sintetizzatore narra estratti di Cioran, saggista e aforista rumeno. Le visioni per il futuro del genere umano non sono di certo positive.
“Insonnia” ci circonda con suoni non tranquillizzanti, fra incubo e dormiveglia. Tutto sembra assumere un aurea oscura, instabilità mentale e paura, queste le emozioni che scaturiscono all’ascolto.
In “Distopia” c’è il monologo tratto dal film “1984” di George Orwell, mentre la conclusiva “Decostruzione” è un insieme di suoni e melodie che vanno ricomposte ed amalgamate.
Dalla lettura alla filosofia, nella musica dell’Officina F.lli Seravalle si incontrano  Emil Cioran e George Orwell, fra Anthony Braxton, Techno, Ambient e Prog, stile davvero unico per personalità. Il sunto lo potrei definire in Psichedelia Elettronica.

A questo punto direi che un bel bicchiere di vino porta anche consiglio, mentre il mio è quello di dirvi di reperire il disco se siete stanchi della solita musica. Tajs! MS 




OFFICINA F.LLI SERRAVALLE - Us Frais Cros Fris Secs
Zeit Interference
Distribuzione: BTF/ GT Music/ Pick Up/ Ma Ra Cash/ Lizard Open Mind
Genere: Sperimentale
Supporto: cd – 2018


Il nome di Alessandro Serravalle a chi segue con passione il Progressive Rock italiano, di certo non risulta  nuovo, specialmente se vado a nominare una band storica degli anni ’90 ad oggi, i bravissimi friulani Garden Wall. Musica che ha sempre colpito per freschezza, ricerca e quindi sperimentazione, quest’ultima è la chiave di lettura anche del nuovo progetto di Serravalle.
Coinvolti membri della famiglia nel progetto Officina F.lli Seravalle, con Alessandro (chitarra, tastiere) c’è il fratello Gianpietro (suoni digitali, ritmiche, piano, synth, basso, generatore di frequenza), mentre  la copertina dell’album è ad opera del padre Giovanni Serravalle. Sono convinto che quando ci sono legami così forti fra persone, in questo caso familiari, il risultato è sempre e comunque emozionante. 
Un voler uscire dalla norma, in questo album intitolato “Us Frais Cros Fris Secs” (scioglilingua che sta a significare “Uova marce rane fritte fichi secchi”), il genere non è di facile collocazione, in esso elettronica, New Age e molto altro (chi ha detto Nick Cage?). Perché la musica è questo, è comunicazione sonora, non necessariamente deve far rilassare o cantare oppure ballare, può benissimo essere strumento di stupore. Ecco, la parola giusta è “stupore”, perché oggi purtroppo siamo sempre meno avvezzi alla sorpresa e all’essere stupiti. Serve dunque stupore! La moda ed i tempi di oggi invece ci raccontano storie differenti, di stabilità ed uniformità, l’assoluta mancanza di voler essere distratti da un qualcosa che faccia troppo pensare, piuttosto essere tutti uguali per non destabilizzarsi.
Ebbene, in questo album ci sono nove tracce strumentali che di sicuro vi trapaneranno il cervello per quasi un ora. Destabilizzatevi, a partire dal suono metallico ed elettronico di “Atrofia Del Verbo”. Un suono nervoso che si ripete come in una sorta di loop non può che far venire alla mente i linguaggi dei più recenti King Crimson. Di sicuro è anche un buon test per il vostro stereo, avendo nei brani molti effetti stereo e sonorità su frequenze alte e basse, il mio Pioneer ringrazia, perché finalmente si fa sul serio.
Inizialmente più musicale “Que Viene El Coco”, fra basso, batteria e tastiere, poi l’elettronica ipnotizza, proprio come sanno fare certi Kraftwerk.
Spettrale l’incedere di “Buran”, un incubo fatto suono, ed ecco la magia della destabilizzazione e dello stupore, il connubio è perfetto per lasciare l’ascoltatore a bocca aperta. Più rapida nei suoi tre minuti “Brevi Apparizioni”, ispirata dalla famosa incisione del 1799 di Francisco de Goya, ed occhio all’uomo nero.
“GW150914 6.15” ha del Pinkfloydiano,  specie nella nota a goccia iniziale che richiama i fasti di “Echoes”, ma null’altro a che vedere con la band di Cambridge. Disturbi sonori su una ritmica più accelerata rispetto quanto ascoltato sino ad ora. Nulla è uguale in questo labirinto di suoni, si va a scartabellare nei meandri della mente anche in “In memoriam: Il Gabo Del Plalanet”, mentre  l’elettronica qui da il meglio di se, per poi passare la staffetta alla chitarra elettrica e alla batteria.
“Padiglione” è semplicemente elettrica ma con un incedere in crescendo. Si giunge poi al brano più lungo dell’intero lavoro con i suoi quasi nove minuti intitolato “N-a Fost Să Fie”, un susseguirsi di loop sonori che lasciano spazio al cambio di tempo solo alla metà del brano. Uno dei momenti maggiori in cui il suono mostra i muscoli ma allo stesso tempo anche il lato più decadente. In chiusura “Je Fais Semblant D’être Ici”, un modo diretto per prenderti a pugni il cervello.

Al termine dell’ascolto il suddetto è fritto, cotto da un olio bollente di sonorità e sensazioni. Una percezione che non provavo da anni, ogni tanto serve anche questo. Ricordatevi di avvalorare lo stupore perché abbiamo la fortuna di avere i fratelli Serravalle che ci aiutano! Massiccio. MS



martedì 1 ottobre 2019

Speciale Frederick Livi & CrownHeads


CROWNHEADS – CrownHeads
LM-RECORDS/Autoproduzione
Genere: Hard Prog
Supporto: cd – 2002



Dietro al moniker Crownheads c’è il cantautore Frederick Livi, amante dell’Hard Rock e della musica in senso totale. L’incontro con Nick Ermini (basso, chitarra) ed i Pelican Milk di Alex Savelli (basso, chitarra), vecchia conoscenza del Progressive Rock Italiano, porta verso gli inizi degli anni 2.000 a concepire il primo album da studio intitolato “CrownHeads”. A seguire il lavoro nel missaggio troviamo anche Paul Chain, e l’ascolto lascia presagire atmosfere cupe e pesanti.
Così lo è in parte, Livi si lascia ispirare dalla musica in maniera travolgente, storie dure e in alcuni casi anche ballate riflessive. L’Hard Rock e le chitarre elettriche  alzano strati di polvere, gli assolo sono toccanti e diretti, come al genere piace. Il cantato è in lingua inglese.
Il disco è suddiviso in nove tracce, mentre la formazione che suona (dopo diversi assestamenti) è completata da Fabrizio (Lask) Cattalani (batteria) e Tesh Todaro (tastiere), mentre Livi canta e suona anche l’armonica a bocca.
Il disco si apre con una “liberazione”, come la copertina lascia intendere, una persona che va al bagno ad espellere i liquidi  e subito attacca la ruvida “Blue Hell”, dove fra le note elettriche fuoriesce in maniera evidente l’amore dell’artista per un certo Hard Rock dalle tinte oscure. Il riff è ruffiano e di facile presa, mentre il solo di chitarra è una bella rasoiata. In questo momento dell’ascolto appaiono avanti ad i miei occhi gli anni ’80 e la mano di Chain.
Più solare “Choose Your Evolution”, un Hard Rock intelligente che non resta avvinghiato ad un ginepraio di titoli o nomi, il genere si lascia contaminare e fuoriesce come deve essere nelle sembianze di spirito libero.
“Wake Up (Going Is A Golden Word)”, è maligna, così come la voce di Livi ed ancora una volta si torna ad un Hard Rock Dark movimentato da un riff ficcante. Il brano a metà si spezza in un approccio acustico ed introspettivo, lanciando l’ascoltatore su alti lidi soprattutto durante il solo di chitarra elettrica. Chi ama il genere mi ha capito sicuramente e già starà cercando il disco.
Più formula canzone “This Is Not Time”, un brano che coccola, caldo ed avvolgente, grazie anche all’uso degli archi che ben arrangiano il brano. L’uso del piano è perfetto, sgocciolando note delicate e di personalità. Quando i particolari sanno fare la differenza.
“Between Dark And Light” nei suoi sette minuti ci racconta molto dei CrownHead e su come intendono concepire il significato di fare Rock. Ancora una volta il piano apre il brano e le atmosfere si fanno rarefatte per poi aprirsi in maniera spaziosa nel proseguo e sappiamo bene come funzionano i crescendo sonori, il culmine lo raggiungono sempre con un assolo di chitarra e qui non si esula dal modus operandi. “Think Of My Future” è molto acustica e facile da memorizzare nel suo incedere rilassato e ponderante. Ancora formula canzone per Sail Away” più semplice nel complesso, ma nel finale mi sembra di riconoscere il suono della chitarra di Paul Chain.. Il ritmo sale con “Still Feel”, Rock sicuramente adatto per essere cantato in sede live.
Il disco si chiude con “Jesus”. Armonica a bocca e un velo di oscurità che copre il tutto.
I CrownHeads fanno Rock sincero, conservando lo spirito artistico che la musica dovrebbe avere sempre intrinseco, spazio all’arte oltre che all’adrenalina.  Il disco comprende anche una bonus track, “Child In The DarkProject” dove i proventi andranno proprio a “Child In The Dark Project” per adozioni a distanza. MS






FREDERICK LIVI & CROWNHEADS – Traveling
Contact Zone s.r.o.
Genere: Hard Rock
Supporto: cd -2016


Nel titolo “Traveling” è intrinseco il significato di viaggio ed è proprio così che il polistrumentista e cantante Frederick Livi vuole intendere, la vita è un viaggio.
Lo ritroviamo dopo l’ottimo “CrownHeads” del 2002 con tanta carne al fuoco in questo lavoro dove risiedono dieci tracce sonore registrate nel corso di differenti anni. Con lui partecipano al progetto numerosi musicisti anche di fama mondiale, Alex Savelli (chitarra, basso), Fabrizio (Lask) Cattalani (batteria), Roberto Galletto (piano), Sabrina Bursi (piano, tastiere), M. Lucas (chitarra, basso, tastiere), Marck Eno (Marco Talevi) (batteria), Simone Oliva (chitarra) e Marco Massa (cori).
“Traveling” è un messaggio di libertà, un operazione contro i sistemi dello showbiz, lontano dai talent, tanto da portare l’autore a registrare il tutto in luoghi improvvisati per un grande guadagno in sincerità.
Ed il viaggio si apre con “I Am Your Boy (Angel Face)”, un Country di due minuti e mezzo, semplice e diretto per poi passare a “Belong To The Wind”, il Rock che ti prende. Livi muta pelle costantemente durante il proseguo dell’ascolto, ma qui si sente che è il suo territorio, quello che ci ha mostrato nel precedente album “CrownHeads”. Chitarre elettriche e buone melodie da cantare con l’artista.
“Sweet Babe” nomen omen, una semi ballata Rock a tratti avvolgente che si lascia ascoltare con piacere, il viaggio è fatto di differenti emozioni, l’importante non è la nascita o la morte, è il durante… La vita, e qui nel brano ci sono saluti per i nostri compagni di viaggio. Chitarra acustica, armonica e voce in “Down The Bridge”, un mix strano fra David Bowie, Bob Dylan ed Edoardo Bennato tanto per rendere l’idea.
Torna il Rock con “Betania” (premiata nel 2011 come miglior colonna sonora  al “Tabloid Witch Award”  Hollywood (CA) USA)  in un incedere caparbio supportato da tastiere importanti ed effetti sonori. Il pezzo potrebbe benissimo risiedere nel calderone del Progressive Rock a dimostrazione della preparazione musicale di Frederick Livi. Altro lento con “Mad Cowboy Disease”, da segnalare l’ottima intensità del cantato, sentito e ben interpretato.
Ho apprezzato molto la personalità di “Bloody Feet On The Floor”, classico brano che si può ascoltare ad occhi chiusi e che ti fa muovere in maniera incondizionata tutto il corpo. Potreste trovarvi in mezzo alla stanza a suonare la vostra chitarra invisibile, non ci sarebbe nulla di strano.
Segue “Babe Blue (Fuckin’ Lies)”, più canzone rispetto quanto ascoltato sino ad ora, molto sentita dall’artista che interpreta il brano su atmosfere molto ariose.
Il piano di Roberto Galletto è un valore aggiunto in “Child In The Dark” la voce di Livi sembra quella di Cat Stevens e tutto assume un aurea spirituale.
In chiusura l’acustica “Shining Shoes” che potrebbe benissimo risiedere nel disco “The Final Cut” dei Pink Floyd.
“Traveling” è un disco variegato, mai fermo su uno stile unico, tanto quasi da farmelo relegare nel genere Progressive Rock, ma non conta il genere conta l’essere, poi ognuno di noi la può pensare come vuole. Tuttavia il messaggio è chiaro, godersi il viaggio attraverso le esperienze, questa è la vita, e questa è la musica di Frederick Livi & CrownHeads, ascoltiamola. MS

giovedì 26 settembre 2019

Algebra


ALGEBRA – Deconstructing Classic
Andromeda Relix
Genere: Progressive Rock
Supporto: 2cd – 2019


Quando l’amore per un genere musicale è totale, le basi storiche che fungono da palestra diventano fondamentali per la crescita di un artista.
Gli Algebra sono di Benevento e si formano agli inizi degli anni ’80. Tanta la materia amata e studiata dai componenti storici della band Rino Pastore (tastiere), Salvatore Silvestri (batteria) e Mario Giammetti (chitarra, voce), mentre il bassista Carmine Ielardi nel tempo abbandona il gruppo.
Amore per il Prog, soprattutto quello dei Genesis, Gentle Giant, Marillion e Moody Blues, portano la band a partecipare a numerose compilation tribute, come ad esempio in “The River Of Constant Change – A Tribute To Genesis” (Mellow Records – 1995)  o in tribute album ai Marillion, Camel etc. Conoscono anche uno stop nel giugno del 1984 per poi ritrovarsi nel 1993 grazie all’interessamento della Mellow Records. L’album che ne scaturisce si intitola “Storia Di Un Iceberg” ed è il loro debutto discografico ufficiale. Tutta l’esperienza annosa viene esibita nel disco, dedito ai fans di band come Genesis, Camel e Marillion. Nel 2009 è la volta del secondo album intitolato “JL”, dove la band si arricchisce di nuovi elementi per una line up composta da Mario Giammetti (voce, chitarre), Rino Pastore (tastiere), Roberto Polcino (tastiere), Francesco Ciani (batteria), e Maria Giammetti (sax, flauto). Numerosi ed importanti anche gli special guest che partecipano, su tutti Steve Hackett alla chitarra, il fratello John Hackett al flauto, Goran Kuzminac, Aldo Tagliapietra (Orme), Lino Vairetti (Osanna) e Graziano Romani alla voce e tanti altri ancora.
Oggi il tributo degli Algebra a questo intrigante genere musicale è stampato dalla sempre attenta Andromeda Relix con il titolo “Deconstructing Classic”, un doppio cd in cui gli artisti vanno a dare lustro a vecchi classici e nuovi.
Una parola di elogio per l’accurato artwork che accompagna il prodotto, in edizione cartonata contenente un libretto approfondito  per liriche, descrizioni del contesto (in inglese), fotografie e cura per i particolari, il tutto ad opera di Roberto Conditi per i layout e la grafica, mentre per le foto  e la copertina Maurizio ed Angela Vicedomini di IconPhoto.
Il cd 1 si apre con “La Cura” di Franco Battiato” e special guest d’eccezione, Steve Hackett e Anthony Phillips dei Genesis, a seguire una serie di classici del Prog. “Dusk” dei Genesis mette inizialmente la veste Neo Prog e poi si lascia andare nel suo essere anni ’70. Segue il suono dei Camel con “Song Within A Song”. Gli Algebra si mettono alla dura prova con “Funny Ways”, pezzo magistrale dei tecnici Gentle Giant dove le tastiere ricoprono un ruolo importante. Tutti i brani sino ad ora citati fanno parte di relative compilation tribute. Non fa specie la suite  “Felona E Sorona” delle grandi Orme con richiami “Gioco Di Bimba”, il brano è estratto dalla mastodontica compilation della Mellow Records “Zarathustra’s Revenge – A Tribute To Italian Progressive Rock Of The Seventies”. Gli Algebra passano con indifferenza fra uno stile ed un altro a dimostrazione di una ottima preparazione sia tecnica che culturale. Fra tanti giganti non potevano mancare gli EL&P qui omaggiati con “Take A Pebble”. Scuola di Canterbury con “Old Rottenhat” di Robert Wyatt, a seguire altro pezzo di una compilation, da “Songs For Jethro – Vol1” la canzone “Up To Me” veramente ben arrangiata. Ancora più indietro nel tempo con “Dear Diary” dei maestri Moody Blues estratto da “Higher And Higher – A Tribute To The Moody Blues”. C’è spazio anche per il sud americano Luis Miguel e la sua “Què Hacer”.
Tuttavia gli Algebra si trovano benissimo nel Neo prog, e la prova arriva con “This Train Is My Life” dei Marillion estratto dalla compliation Mellow “Recital For A Season’s End – A Tribute To Marillion”. Il primo cd si conclude con “Sleepers” di Steve Hacett.
Il cd 2 inizia con un altro brano tributo, questa volta ai Moody Blues, “Strangers In Space” registrato nel 2016 ci porta una formazione in ottima salute. Nel 2010 registrano un brano scritto da Graziano Romani, “Hallelujah Joe”, molto cantautorato storico, quello profondo e non banale degli anni ’70. Nello stesso anno registrano “Goodbye Baby Blue” di Ray Wilson e “God If I Saw Her Now” dei primissimi Genesis. Una puntata verso i Fairport Convention con “The Lobster” registrata nel 2005, così nello stesso anno “Straight”, questa volta però il brano è della band stessa.
Ci sono anche due brani registrati a presa diretta, il primo è “Ripples” dei Genesis ed il secondo ancora “Up To Me” registrati nel 2003. A sorpresa giunge anche una variante di “Dusk”, la breve strumentale “Il Crepuscolo” suonata dall’ospite Anthony Phillips (Genesis) nel 2016.  Ci sono anche tre brani registrati dal vivo a Cusano Milanino nel gennaio del 1996, “Dusk”, “Russian Suite” e “Open Door”. Il disco si conclude con due canzoni che raccontano la storia degli esordi Algebra, “The Clouds Are Always Present” del 1984 e “Il Muro” del 1983, entrambi scritti da Rino Pastore. 
Gli Algebra riescono a far proprie le canzoni, non cercano di imitarle, un lavoro d’amore e rispetto, quello che oggi nel mondo musicale è sempre più difficile incontrare. “Deconstructing Classic” è il titolo perfetto per tanta bella musica. MS

Arcadelt


ARCADELT – ARC8
Lizard Records / GDC Rock promotion
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2019


C’è chi nel mondo del Rock Progressivo è cresciuto con band storiche come Genesis, Gentle Giant, King Crimson, Yes etc, e chi invece grazie ad una età minore lo ha fatto attraverso il Neo Prog.
Entrambi i stili scaturiscono dalla terra di Albione ed è fatto noto che gruppi come Marillion, IQ, Pendragon e Pallas su tutti, nei primi anni ‘80 costruiscono la loro carriera sopra a quella di band storiche come Genesis e Pink Floyd.
Anche noi in Italia abbiamo numerosi proseliti devoti al Neo Prog, una di queste band si chiama Arcadelt e si forma nel 1992, quando il genere rialza la testa nuovamente sotto la spinta di gruppi come Spock’s Beard, Landberk, The Flower Kings, Anglagard, Anekdoten, Porcupine Tree ed altre ancora. Nascono come band strumentale composta da quattro elementi, mentre oggi sono formati da  Pierfrancesco Drago (voce), Fabio Cifani (basso), Sandro Piras (batteria), Fabrizio Verzaschi (chitarra), e Giacomo Vitullo (tastiere). Nel tempo hanno una buona attività live, partecipando anche  a festival nazionali oltre che esibirsi spesso a Roma.
Il primo lavoro in studio si intitola “Enjoy” (Progland Records – 1995), ma nel 1997 c’è lo scioglimento del gruppo. Si ritrovano solo nel 2009 ed in quattro elementi per pubblicare l’ep per il mercato giapponese (sempre attento all’italico Prog) “EnjoyPan”. A dieci anni di distanza li ritroviamo con nuova linfa e ispirazione con l’intento di mettere alla portata del pubblico tutta l’esperienza accumulata in questi anni, il risultato è “ARC8”, composto da sette nuove tracce.
“Behind The Curtain” mostra subito una band coesa e una capacità di arrangiamento importante, esaltato il tutto da una buona incisione, la quale dona profondità alle strumentazioni. Le tastiere e la chitarra elettrica disegnano movimenti su tele Neo Prog che fanno la gioia dei fans di Marillion, IQ e Pendragon. Ovviamente non possono mancare i richiami ai Genesis, questi alla metà del brano grazie all’uso sincopato delle tastiere.
Ma la musica degli Arcadelt non è solo nostalgia, ci sono fughe solari, ariose e ricercate un punto di contatto fra passato e presente come anche altre band giovani nel settore oggi hanno imparato a fare.
Pianoforte e voce introducono “The Heartbeat”, ancora una volta legata ai giri di tastiere stile Clive Nolan e Mark Kelly, brano classico nel suo genere. Più ricercato “Dogs In Chains” pure restando relegato al contesto. Le parti strumentali convincono e riempiono la stanza di suoni in una sorta di muro. Ottimo il solo di chitarra.
Una favola narrata apre “Caledonia”, una storia che dura quasi otto minuti fra cambi umorali e di tempo come genere insegna.
“Assenze” è una dolcissima ballata inizialmente voce e piano per poi lasciarsi travolgere da sinfonie armoniose. Una piccola gemma sonora che coccola l’ascoltatore. Si alzano i toni con il graffiare della chitarra distorta in “Blood On” ed un canto (sempre ottimo Pierfrancesco Drago) che in alcuni momenti fa il verso a Fish.
Il disco si conclude con “The Blue Side”, altri otto minuti di tanto materiale Prog. Musica cromatica come l’artwork che accompagna il disco.
Le melodie sono accattivanti e spesso ci si ritrova ad ascoltare ad occhi chiusi e questo a mio avviso è sinonimo di obbiettivo centrato. Sicuramente un disco che girerà spesso nel mio lettore. MS

Franco Giaffreda


FRANCO GIAFFREDA – Gli Strani Giorni Di Noi Nessuno
Autoproduzione/ GDC Rock Promotion
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2019


Per un artista  che sempre ha dato alla causa musica con molti progetti, è traguardo ambito e di soddisfazione quello del disco solista, un coronamento che chiude un cerchio e apre un nuovo ciclo.
E’ il caso del chitarrista lecchese Franco Giaffreda.
Ha militato nella band Metal Progressive Evil Wings con cui registra quattro dischi ed un dvd, nel 2009 entra a far parte della storica band Biglietto Per L’Inferno e registra “Tra L’assurdo E La Ragione”, nel festival Prog Exibition duetta con l’ex chitarrista dei Jethro Tull, Martin Barre ed entra a far parte come cantante e flautista nella tribute band dei Genesis Get’Em Out.
Scatta dunque in questo attimo della sua carriera la necessità di esprimere il proprio essere, forte di una esperienza annosa accumulata negli anni.
Registrato nei Street Studio di Albese Con Cassano (CO) sotto l’attenzione dell’ingegnere del suono Mauro Bertagna, “Gli Strani Giorni Di Noi Nessuno” è un album composto da quattordici momenti musicali cantati in italiano da Giaffreda, autore anche dei testi. Nel disco si avvale della collaborazione di Walter Rivolta (batteria) e Alessandro Cassani (basso).
Quando l’Hard Rock incontra il Progressive Rock, spesso scaturiscono composizioni interessanti e qui Giaffreda mette nel disco tutta la sua capacità ed esperienza.
“Corri Con I Pensieri” è già una prova di forza per doti tecnico esecutive e compositive, con un refrain gradevole e trascinante, un buon muro sonoro.
Resto colpito dalla successiva “e strumentale “In Un Vortice Di Pensieri” dove anche il carattere Rock’n Blues esce allo scoperto donando al disco il profumo degli anni ’70, quando ci si lasciava travolgere dalle improvvisazioni elettriche.
I brani sono tutti correlati come in una lunga suite, giunge quindi la breve e ancora una volta strumentale “Identità Confusa”, qui con una chitarra classica, preludio per “Domande”, movimento più lento e ricercato. Domande sul futuro, l’artista diventa introspettivo fra gli arpeggi della sua chitarra. Torna a far parlare le mani in maniera importante in “Viaggiando Lontano”, uno dei miei momenti preferiti dell’album dove tecnica e melodia si sposano alla perfezione senza strafare. La chitarra torna a ruggire con “Anime Di Latta”, molto legata alla formula canzone, qui Il Biglietto Per L’Inferno fa capolino. Cadenzato Hard Rock con “Ladri Di Sogni”, brano che sicuramente ha una riuscita live importante, impossibile restare fermi all’ascolto. Altro breve intro dal profumo progressivo intitolato “Solo” accompagna all’ascolto di “Dormiveglia”, un momento Jazz accompagnato da un flauto.  Dal dormiveglia si passa all’”Incubo Notturno”, canzone più lunga dell’intero lavoro della durata di quasi nove minuti. Qui c’è tutta l’esperienza dell’artista, fra momenti Dark, fughe Hard e cambi di tempo progressivi. Prosegue il motivo del dormiveglia qui intitolato “Prima Del Risveglio” per giungere a “La Ballata Di Nessuno”, tenera e sentita.
“Alba Interiore” continua con gli arpeggi, mentre la conclusiva “Ricominciare Ad Essere” chiude l’album con personalità.
L’arte di Giaffreda è colma di esperienza, diretta, a tratti dura per poi passare a frangenti teneri in una sorta di gioco “schiaffo o bacio” e a noi sicuramente piace giocare, perché la buona musica ci mantiene sempre giovani. MS