martedì 10 luglio 2018

Il Tusco


IL TUSCO – Degeneratorium
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Rock
Supporto: Vinile rosso limited (300 copie) / MP3


Dietro Il Tusco si cimenta il cantante Diego Tuscano, e con la sua band Valdo/Anglo/Torinese ritorna all’attacco grazie all’Andromeda Relix sempre attenta ai fenomeni Rock e dintorni italiani. Dopo “ Il Tusco Canta E Mao Gliele Suona!” (2015) e “Il Tusco Feat. Luke Smith” (2016) è la volta del terzo album dal titolo “Degeneratorium”. Un disco che si sfrega all’ascoltatore come un gatto e quando questo si sente a proprio agio, viene sorpreso da fughe lisergiche e psichedeliche. Cinque canzoni per un vinile rosso in edizione limitata di 300 copie, ma tranquilli, esiste ovviamente anche la versione digitale.
Un sound amplificato dalla presenza di due bassi, un muro sonoro che comunque viene surclassato spesso e volentieri da assolo di chitarra importanti.
Il gruppo è composto da Diego Tuscano (voce), AleAlle (basso, voce, compositore, arrangiatore), Stefano Trieste (basso), Todaro (batteria, voce), Lerco (chitarra), Luke Smith (chitarra), Snooky Chivers (tastiere, armonica).
Il disco si apre con una suite di tredici minuti fra cantautorato e fughe strumentali di matrice Rock Psichedelico. Il ritornello è martellante, semplice e diretto, come piace a chi vuol cantare le canzoni con la band, specie in sede live. Il brano si intitola “Benvenuto Nella Macina” e la band non nasconde puntate nel Prog. Il pezzo centrale di chitarra spettina e fa alzare il pelo nelle braccia del rocker.
Un arpeggio di chitarra accoglie l’ascolto all’inizio di “Altro Da Me”, una semi ballata orecchiabile che si lascia trasportare nuovamente a metà del brano da un altro assolo di chitarra importante. Bella la voce di Diego Tuscano, pulita e sempre sul pezzo, senza mai strafare.
In “Idee Cattive” ritrovo lo stile dell’immenso Ivan Graziani, vero cantautore Rock italiano e questo non può che farmi piacere.
“La Distanza” ha il profumo degli anni ’70, a dimostrazione di una cultura musicale a tutto tondo della band, Orme e Prog italiano vintage fanno capolino di tanto in tanto, mentre il finale si affida all’Hard Rock!
Il disco si chiude con “Indecidibilità”, che nulla toglie e nulla aggiunge a quanto detto.
“Degeneratorium” è un lavoro che ha molto da dire, un muro sonoro che si alterna alla melodia di facile fruizione in una sorta di schiaffo e bacio. Di aggettivi se ne possono trovare tanti, ma in realtà è più semplice di come si pensa: E’ bello. MS

domenica 8 luglio 2018

Seasons Of Time


SEASONS OF TIME – Welcome To The Unknown
RecordJet – Soul Food
Genere: New Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


Sono passati ventuno anni da quel debutto discografico intitolato “Behind The Mirror” e già quattro dall’ottimo “Closed Doors To Open Plains”, di certo non possiamo dire che i tedeschi Seasons Of Time sono una band prolifica. Questo solitamente gioca a favore della qualità della musica proposta, non che sia una regola intendiamoci, ma dedicare più tempo ed attenzione alle proprie composizioni, porta molto spesso a risultati più soddisfacenti.
Il genere proposto è in generale il New Prog, quello che pone le proprie radici negli anni ’80, nel grande mondo dei vari Marillion, IQ, Pendragon, Pallas etc. etc. Dove i Genesis ed i Pink Floyd vengono presi come punto di riferimento per la rinascita del genere assopitosi alla fine degli anni ’70 sotto i colpi del Punk, della Discomusic e della New Wave.
Ritornano con un album ben registrato di sei canzoni ed un artwork ricco di foto in bianco e nero ad opera di Kai Perkuhn & Dirk Berger con tanto di testi. Sono formati da Dirk Berger (basso, tastiere e voce), Florian Wenzel (chitarra) e Julian Hielscher (batteria).
Nel sound si nota uno sforzo creativo a volgere in un New Prog più moderno, con una componente New Wave sempre stile anni ’80, questo lo si evince già all’ascolto di “Toward The Horizon”. Tuttavia nel finale del brano tornano le tastiere tanto care alle band  sopra citate e il classico assolo di chitarra che fa la gioia del Prog fans. IQ sounds.
“Plans To Make Plans” è un brano vigoroso che a sua volta va ad attingere negli anni ’80 in senso generale e con un ritornello facile da ricordare.
“Dreams Of A Madman” ha un dna più progressivo, grazie all’uso delle chitarre, e non mancano neppure giochi d’elettronica alla voce. Nell’album alberga anche la classica suite qui dal titolo “Joana”, quindici minuti di alti e bassi umorali, fra intimismo ed energia pura. Un buon esempio di maturità artistica della band. Anche chitarre distorte e tanti buoni assolo.
“Driven To Drive” ripresenta  componentistica elettronica ed un sound più ricercato, così la conclusiva “The Last Ship”.
Se andiamo a cercare i difetti li possiamo riscontrare probabilmente in un cantato troppo cadenzato, magari sarebbe stato meglio averlo maggiormente variegato.
Sembra che i Seasons Of Time cerchino di scrollarsi di dosso l’etichetta di semplice Prog band, andando ad interpretare altre sonorità, anche se la componente New Prog in loro resta davvero alta. MS

domenica 1 luglio 2018

Il Progressive Metal


PROGRESSIVE METAL
Di Massimo Max Salari




Il Rock ha subito nel tempo moltissime deviazioni e sviluppi, da quando i Fab Four di Liverpool (Beatles) hanno cominciato a cambiare le regole del gioco negli anni ’60. Possiamo definirli “innesti” e sappiamo bene che spesso portano anche a buoni frutti. Tuttavia per analizzare il significato di Progressive Metal si necessita di un passo indietro nel tempo abbastanza notevole, ossia ritornare agli anni dei Beatles. Verso la fine dei ’60 con il brano “Eleanor Rigby” il noto quartetto pone una spinta notevole al mutamento del Rock, apportando in esso la strumentazione ad archi di stampo classico, ecco dunque che il Rock non è più fatto solamente di chitarre elettriche, ma anche di strumentazione “alternativa” per il genere, ossia il classico. Questa spinta è il seme di quello che successivamente verrà chiamato Progressive Rock. L’idea fu sviluppata successivamente dai Moody Blues, dai Procol Harum, dai Nice di Keith Emerson, fino a giungere nel 1969 al primo disco ufficiale del Progressive Rock, quel “In The Court Of The Crimson King” dei King Crimson con tanto di tastiera Mellotron a sopperire l’assenza di una vera e propria orchestra. Ma il gioco è fatto, il Prog Rock è nato con il suo modo “colto” di proporsi, non più dedito a canzoncine, bensì a lunghe suite. Testi più complessi, modo di presentarsi più teatrale, concept album, elucubrazioni strumentali e molto altro nella musica di giganti come Genesis, Yes, King Crimson, Pink Floyd, Gentle Giant, EL&P etc. etc. Dal 1970 al 1978 il Rock subirà al riguardo decine e decine di innesti, Prog Jazz, Prog Folk, Crossover Prog, Prog Psichedelico etc. etc. fina a giungere allo sfinimento ed ecco allora che nel 1978 la gente comincia a stancarsi di questo modo “complesso” di suonare e delle lunghe suite, cambiano le mode, giunge la “Febbre Del Sabato Sera” e la musica da discoteca così nel Rock si sviluppa parallelamente il Garage Rock in Punk, tre note, brani brevi spacchiamo tutto e divertiamoci, esattamente lo spirito contrario del Prog (Sex Pistols in cattedra). Ma questo si sa risiede nella natura delle cose, si cambia e la musica è specchio della società del momento. Ecco dunque nel 1980 innestarsi un nuovo ramo nel Rock, l’Hard Rock rappresentato da band come Led Zeppelin, Deep Purple, Atomic Rooster, Black Sabbath si va a congiungere con il Punk di moda in questo momento per far nascere in Inghilterra la NWOBHM (New Wave Of British Heavy Metal).
Per intenderci l’Heavy Metal è musica dura, distorta, assolutamente non comparata a “musica colta” tanto che i giornalisti ciecamente la tacciarono di vita breve. Il termine Heavy Metal viene estrapolato da un brano dei Steppenwolf del 1968 dal titolo “Born To Be Wild” dove all’interno del testo c’è la frase Heavy Metal Tunder”, come un fulmine nel metallo e questo è piaciuto ai giornalisti per rappresentare al meglio il frastuono di giovani band come Iron Maiden, Motorhead, Saxon etc. etc.
Negli anni ’80 dunque l’Heavy Metal gode di ottima salute e di numerose vendite, mentre il Progressive Rock è tramortito, quasi sparito. Ma per la legge degli innesti e dell’evoluzione, c’è sempre un qualcuno che la fa strana, una sorta di piccolo Beatles. Dal Canada giunge un trio che sposta l’Hard Rock in lidi poco convenzionali, anche se il distorto delle chitarre elettriche ancora non è al massimo, loro si chiamano Rush e certi brani sono complessi e anche di lunga durata tipo suite, un anomalia per il processo del momento. Così anni dopo una band di Seattle di nome Queensryche si azzarda ancor di più a modificare l’Heavy Metal, lo fa consapevolmente? Forse no, probabilmente tutto questo nasce loro spontaneo, ma la musica si sposta verso numerosi cambi di tempo e di umore, cosa che in una canzone Heavy Metal classica questo solitamente non avviene. Subentrano le tastiere (bestemmia per un metallaro), tanto da contaminare anche i maestri dell’Heavy metal, ossia i Judas Priest nell’album “Turbo” del 1986, ma qualcosa di alieno accade di li a poco, la consacrazione del termine Progressive Metal giunge nel 1989 attribuita ad una band americana di nome Dream Theater. Con l’album “When Dream And Day Unite” (MCA – 1989) le regole cambiano nuovamente, i Dream Theater fanno ricoprire alle tastiere un ruolo quasi fondamentale, così relegano la tecnica strumentale e vocale ad altissimi livelli, proprio come segno di riconoscimento del genere, ossia il Metal colto, qui nato in maniera definitiva!
Tutto questo farebbe pensare che il Progressive Metal non dovrebbe esistere, è un ossimoro, possono condividere musica grezza e musica colta? Il tempo e l’evoluzione dei suoni ci risponderanno di si.


Come tutti i generi musicali nel tempo anche il Metal Progressive subisce a sua volta numerosi innesti, ma qui non vorrei mandarvi in confusione più totale e quindi prima iniziamo con ordine ed ascoltiamo i classici del genere:

I Classici

Dream Theater - “Surrounded”: https://www.youtube.com/watch?v=xnnBgyhAaPU
 “The Spirit Carries On”: https://www.youtube.com/watch?v=-J6PPkKBXoU
Queensryche – “Operation: Mindcrime”: https://www.youtube.com/watch?v=vAI2QOBMlTA
Fates Waring – “Leave The Past Behind”: https://www.youtube.com/watch?v=DmJmf10NNEE
Crimson Glory – “Lost Reflection”: https://www.youtube.com/watch?v=-polqoaTEQU
Helloween – “Dr. Stein”: https://www.youtube.com/watch?v=3FFTQRmsK0k
Mastermind – “Child of Technology”: https://www.youtube.com/watch?v=3vl3czQzk98
Symphony X – “Smoke and Mirrors”: https://www.youtube.com/watch?v=qhUWYOnTV3c
Yngwie Malmsteen Rising Force – “Black Star”: https://www.youtube.com/watch?v=TZp323l7hes



Ora avete memorizzato cosa si intende per Progressive Metal classico. Ovviamente l’universo musicale è più ampio, ma qui avete assunto ciò di che si necessita per averne buone basi. A questo punto ci si può spingere oltre ed andare ad ascoltare e conoscere nuovi innesti e quindi nuovissime sonorità.
Il Metal si spacca in moltissimi sottogeneri, grazie a band come Metallica, Slayer, Celtic Frost,  Voivod, Obituary, Candlemass, Venom,  ognuno in un suo campo, il Thrash Metal, il Gothic Metal, il Doom Metal, il Black Metal, il Death Metal, l’Experimental / Avant Garde Metal, Sludge Metal, Groove Metal, lo Psychedelic Metal etc. etc. Questi sottogeneri a loro volta verranno trattati da alcune band in maniera “Progressiva” ed ecco nascere un immenso calderone di nuovi suoni e di tanta sperimentazione. Ecco che con “Progressive Metal” si intendono oggi numerose soluzioni per cui si è dovuto necessariamente suddividere a loro volta i sottogeneri con altrettanti nomi (quelli fatti sopra con l’aggiunta del termine “Progressive” es. Progressive Thrash Metal), tuttavia accorpare il tutto sotto l’unica bandiera Metal Progressive va comunque bene.
Ed ora potete ascoltare cosa si intende per sottogeneri di Metal Progressive con numerosi innesti e noterete un mondo completamente differente, pur avendo le stesse basi dei classici. Ovviamente stiamo parlando di band più recenti rispetto la nascita del genere, essendo questa una evoluzione.


SOTTOGENERI METAL PROGRESSIVE

Ayreon – “Computer Eyes”: https://www.youtube.com/watch?v=tA0UtJQFbog
Voivod – “The Unknown Knows”: https://www.youtube.com/watch?v=Y2QeFd7M0mk
Opeth – “Windowpane”: https://www.youtube.com/watch?v=qEaf9LqIUZQ
Porcupine Tree – “Blackest Eyes”: https://www.youtube.com/watch?v=SWsYG_pE76o
“Arriving somewhere but not here”: https://www.youtube.com/watch?v=WbWhpfXisZw
Tiles – “Reasonable Doubt”: https://www.youtube.com/watch?v=qI6_Ku81p5I
Ulver – “So Falls the World”: https://www.youtube.com/watch?v=OIfmD7lz99w
Celtic Frost – “I Won’t  Dance”: https://www.youtube.com/watch?v=ySijB9hUvBM
Evergrey – “Distance”: https://www.youtube.com/watch?v=WqoJTWmG4Xs
Threshold – “Sunrise On Mars”: https://www.youtube.com/watch?v=k4XKq5ArCPU
Shadow Gallery – “Crystalline Dream”: https://www.youtube.com/watch?v=OXjEKQAMWpk
Power Of Omens – “Alone I Stand”: https://www.youtube.com/watch?v=U-falVbVNeE
Vanden Plas – “Beyond Daylight”: https://www.youtube.com/watch?v=f3Y66H24GLQ
Liquid Tension Experiment – “Paradigm Shift”: https://www.youtube.com/watch?v=pofqHfSvy_8
Stratovarius – “Elysium”: https://www.youtube.com/watch?v=ikDS1TBAElo
Redemption – “Little Man”: https://www.youtube.com/watch?v=ZjrM0wsEK5Y
Magellan – “Estadium Nacional”: https://www.youtube.com/watch?v=ilI3nOH-krU
Riverside –“Conceiving You”: https://www.youtube.com/watch?v=mMXG7kM8YZk
Sieges Even – “These Empty Places”: https://www.youtube.com/watch?v=DuoxFRW6u7s
Circus Maximus – “Sin”: https://www.youtube.com/watch?v=4HD0bapCVZ0
Dante – “November Red”: https://www.youtube.com/watch?v=bSq6legCqH0
Epica – “Storm The Sorrow”: https://www.youtube.com/watch?v=dNoTvg0t52c
Garden Wall – “Negative”: https://www.youtube.com/watch?v=tlUVhwTPzp8
Labyrinth – “Moonlight”: https://www.youtube.com/watch?v=jFaaIZQy_do
Rhapsody Of Fire – “Dawn of Victory”: https://www.youtube.com/watch?v=0L_iOnLNt9M
Blind Guardian – “A Past and Future Secret”: https://www.youtube.com/watch?v=i8GIVtCNlCk
Walls Of Babylon – “Let Me Try”: https://www.youtube.com/watch?v=e-uawcJ05c8
Mind Key – “Waiting For The Answer”: https://www.youtube.com/watch?v=lDoVz9CAwbk
Moonlight Comedy – “Hidden Truth”: https://www.youtube.com/watch?v=qXTS0hKG5Y8
Royal Hunt – “Until The Day”: https://www.youtube.com/watch?v=LYfeoH9MGyI
Seventh Wonder – “Victorious”: https://www.youtube.com/watch?v=XhubRsr11rk
Sons Of Apollo – “Coming Home”: https://www.youtube.com/watch?v=J_1N8kVYfkE
Stramonio – “Desert Night”: https://www.youtube.com/watch?v=CJ62KDZfdfI
Therion – “Rise Of Sodom And Gomorrah”: https://www.youtube.com/watch?v=L_NtCdMdGrg
Time Machine – “Cold Flames Of Faith”: https://www.youtube.com/watch?v=opeCYXpAhTo
Haken – “The Point of No Return”: https://www.youtube.com/watch?v=Xt03KJw2IAU




A questo punto per approfondire l’argomento e renderlo più esaustivo servirà la vostra curiosità, ovviamente solo se in tutto questo avete trovato spunti interessanti. Magari avete scoperto un nuovo genere che vi aggrada e questo è lo scopo di questo piccolo speciale. Oggi abbiamo internet per scoprire e ricercare, quindi buon divertimento. MS

sabato 30 giugno 2018

Apogee


APOGEE – Conspiracy Of Fools
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: New Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


Torna il polistrumentista Arne Schäfer (Versus X) a distanza di tre anni dall’ottimo “The Art Of Mind” e lo fa con “Conspiracy Of Fools”, nono album da studio. Voce, chitarre, basso e tastiere sono di sua competenza, mentre per la batteria si avvale del supporto di Eberhard Graef. Oramai l’artista si è fatto un seguito consolidato, sia con il nome Apogee che con la sua band Versus X, e la musica proposta è sempre radicata al Progressive Rock classico, fra sinfonie, arrangiamenti dinamici, suite e punti di riferimento come Jethro Tull, Yes, Genesis, Gentle Giant, Frank Zappa e Rush.
Nomi che da soli già mettono una pulce nell’orecchio del Prog fans, ma la musica proposta dal musicista tedesco, gode di personalità? Se avete la discografia di Apogee, o anche qualche disco sapete già cosa attendervi. Ma andiamo ad analizzare questo nuovo lavoro in studio composto da sei canzoni, tutte di lunga durata (sui dodici minuti di media) esclusa la più breve “Losing Gentle Control” di cinque minuti. La consueta confezione cartonata della Progressive Promotion Records è raffinata e nuovamente esaustiva nell’artwork, questa volta ad opera di Bernd Webler.
Il disco si apre con la title track “Conspiracy Of Fools”, lo scenario è apocalittico e fantascientifico, un mondo distrutto da piogge acide e dall’uomo. Le tastiere aprono il brano con un tema alquanto malinconico, il concetto viene cantato su un tema New Prog che molto si avvicina sia allo stile Pendragon che Arena, dove punto il di fusione è proprio il tastierista Clive Nolan. Anche il cantato richiama quello di Nick Barrett. Sulla tre quarti del brano giunge il solo di chitarra elettrica che ogni Prog fans si auspica di poter ascoltare in ogni occasione.
Un pianoforte stenta note all’inizio della successiva suite “Incomprehensible Intention” in un atmosfera che ha del nordico, un incedere in crescendo con tanto di cambiamenti di ritmo pur rimanendo in un contesto compositivo abbastanza semplice. La formula Progressive Rock è rispettata e sfruttata al meglio. La linea sonora del pianoforte dunque continua a dettare la strada da percorrere tornando di tanto in tanto, mentre gli strumenti in generale si presentano singolarmente in brevi assolo.
Più ritmata “Override Our Instincts”, o per meglio dire un poco più solare e ricercata nelle melodie vocali. Scaturisce anche un barlume di anni ’70, un buon refrain strumentale ed un accompagnamento di chitarra semplice ed efficace. Canzone che gioca anche con voci sovra incise in alcuni brevi frangenti. Molto gradevole l’acustica “Losing Gentle Control”, una ballata semplice e diretta, una piccola parentesi del disco che si riattiva immediatamente con “Colors And Shades”.  Tutte le carte in gioco, così l’esperienza del polistrumentista.
Il disco si chiude con le atmosfere sfumate e magiche delle tastiere con l’ennesima suite qui dal titolo “The Whispering From Outside” e ancora una volta in New Prog è rappresentato al meglio.
Avete dunque memorizzato il concetto, qui si tratta di avere tutti gli ingredienti per fare ciò che il genere richiede e Arne Schäfer riesce a farlo molto bene. Chi non segue  Pendragon, Arena, Nolan e compagnia bella probabilmente troveranno il disco monotematico, anche se alcuni punti di fuga dallo stilema di tanto in tanto compaiono. Ben prodotto e ben registrato, ora la decisione passa a voi. MS


domenica 24 giugno 2018

HeavenBlast


HEAVENBLAST – STAMINA
Music Force
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2018


L’Italia Metal Progressive è più grande di quello che si possa immaginare. Numerosissime (a migliaia) le formazioni che si dilettano a suonare gesta di gruppi come Iron Maiden, Helloween, Gamma Ray, Angra, Dream Theater, Pain of Salvation, Ayreon, Scorpions, White Skull, Devin Townsend, Labyrinth, Rhapsody of Fire ed una di queste proviene da Chieti con il nome Heavenblast. Si formano nel 1995 fra i banchi di scuola, come molte volte accade, ma bisogna attendere il 1998 per vedere una formazione quantomeno stabile e nel 2000 danno luce a due demo tape di genere Power Metal. Pubblicano per Underground Symphony due album, Heavenblast” (2003) e “Flashback” (2007), in questo secondo c’è un atteggiamento progressivo più marcato. Nel 2008 subiscono uno stop per un momentaneo scioglimento dovuto ai vari impegni dei singoli componenti, ma nel 2011 il progetto ritorna attivo.
Il gruppo è formato da Chiara Falasca (voce), Donatello Menna (chitarra), Matteo Pellegrini (tastiere) e Alex Salvatore (batteria).
Il ritorno discografico odierno si intitola “STAMINA” ed è un concept album composto da nove canzoni in cui l’argomento è la ribellione e la libertà. Nel percorso gli Heavenblast si coadiuvano di special guest tra cui Diego Regina e Michele Melchiorre oltre che a sei voci.
Il disco si presenta bene anche visivamente, grazie alla copertina, alle foto e all’artwork in senso generale da parte di Alberto Di Muzio e Federica Di Tizio.
Dopo il breve ed immancabile intro strumentale qui dal titolo “Mind Introuders” si parte subito a scheggia su una ritmica quantomeno veloce con “Purity” e le carte sono già scoperte. Si evince l’importanza dei tappeti sonori dettati dalle tastiere di Pellegrini, una ritmica rodata e presente, la chitarra non invasiva nei momenti giusti sa fare il proprio dovere, la voce di Chiara Falasca svolge il suo senza andarsi a perdere in meandri non consoni sia in altezze che in tonalità basse. I ragazzi hanno capito l’importanza della melodia, sfoggiano si grande tecnica individuale palesando cambi di tempo e di umore, ma sempre tenendo in considerazione la canzone, perché quello che in definitiva deve restare alla fine dell’ascolto è almeno un qualcosa di canticchiabile. Molti di voi già avranno pensato ai Dream Theater, ebbene si, ci sono richiami ai maestri del genere Metal Prog, ma qui aleggia qualcosa di differente, ossia l’innesto del Power Metal e del Gothic (in maniera minima). “Altro esempio è “Alice In PsychoWonderland”. Momento toccante in “We Are State” ed il gioco fra voce maschile e femminile è ben rodato e perfettamente funzionale alla causa. “The Rovers” è più graffiante nella parte centrale del brano anche se il giro di tastiere di accompagnamento fanno l’occhiolino al New Progressive degli anni ’80. Da questo momento in poi gli Heavenblast alzano l’asticella sotto tutti gli aspetti, sia compositivi che esecutivi, resto colpito dalla fragilità dell’inizio di “Don’t Clean Up This Blood” che sfocia in un anthem importante ed in un crescendo di potenza che vira  in altri lidi sonori in maniera repentina. Prog Metal a tutti gli effetti. Lavoro davvero importante.
“Sinite Parvuols Venire Da Me” è cantata in latino ed ha un fascino davvero assoluto, ho ascoltato nel Prog i bravi fiorentini Deus Ex Machina, ma nel Metal Prog…Mi mancava. Da sottolineare anche l’intervento vocale in growl. Avrete capito che all’ascolto di “STAMINA” non ci si annoia, ed avete capito bene, la title track prosegue il cammino creativo come uno schiacciasassi. L’opera concept si chiude con “Canticle Of The Hermit”, degno sigillo e sunto dello stile Heavenblast.
Un disco sorprendente, consigliato anche a coloro che storcono il naso quando sentono parlare di Metal Progressive, perché qui c’è tanta carne al fuoco ma messa in maniera precisa, nessuna confusione, nessuna formuletta che funziona da ripetere all’infinito, solo tanta buona musica e ricerca emotiva. Non ci crederete ma ora vado a premere di nuovo il tasto “play”. MS



Blue Cash


BLUE CASH – When She Will Come
Toks Records / Music Force
Genere: Folk Rock
Supporto: cd – 2017


Nel leggere il nome di questo quartetto acustico di Udine la domanda sorge spontanea, ma Blue Cash è un richiamo al grande Johnny Cash? La risposta all’ascolto della musica è si, ma non soltanto il mitico Country Folk fuoriesce dalle note delle canzoni, il materiale proposto è variegato come variegato è il bagaglio culturale dei singoli componenti.
E allora andiamo a conoscerli brevemente iniziando da Andrea Faidutti (chitarra e voce), giovane chitarrista autodidatta che inizia a suonare lo strumento dall’età di tredici anni. Suona con Galliano E I Pessimi, successivamente con la Induo Band dedita alla scena Blues nel bolognese. A seguire Vertical Invaders del batterista U.T. Gandhi,  i Diavoli Rossi di Claudio Cojaniz, e dal 2012 intraprende lo studio del sitar con il maestro Saleem Kahn, a Lahore, Pakistan.
Alan Malusà Magno (chitarra e voce), anche lui è un musicista autodidatta proveniente dalla scena teatrale. E’ un attore diplomatosi alla Civica Accademia D'Arte Drammatica Nico Pepe di Udine nel 1998-2001, a seguire altre compagnie. La sua passione per il Jazz lo porta ad approfondire lo studio al conservatorio Giuseppe Tartini di Trieste diplomandosi con il maestro Giovanni Maier nel 2011.
Marzio Tomada (contrabbasso e voce) studia il basso sotto la guida di Paolo Viezzi. Attualmente studia jazz (basso e contrabbasso) presso il conservatorio di Udine sotto la guida di docenti di carattere internazionale. Nel tempo anche lui suona con differenti gruppi che spaziano dal Pop al Rock, al Blues e al Jazz.
Andrea Fontana (batteria) è anche lui un musicista autodidatta, vista anche la tenera età (tre anni) con cui inizia a battere sulle pelli. La sua abilità con le percussioni, invece, è frutto di sei anni di studi al Conservatorio di Trieste. Collaboratore stretto di Tiziano Ferro, ha altri musicisti italiani nel bagaglio musicale e poi Jazz, Hip Hop e Funky.
“When She Will Come” è il loro album di debutto ed è formato da dodici brani che spaziano dal Jazz al Blues, e poi Rock, Folk e Pop.
E tutto è chiaro sin dalle prime note dell’armonica a bocca, provate voi a restare fermi al suo ritmo frenetico e a non sentirvi in Arkansas o in Tennessee con “The End”. Sempre ritmo sostenuto anche nella successiva “Junkie Man”, canzone che scopre il limite umano, il nostro carattere e ci fa fare una riflessione, capita a volte che siamo noi stessi il nostro nemico. Più cadenzata “Do It For Nothing”, ma pur sempre allegra e solare. Il tempo sembra subire un balzo all’indietro con “Stay With Me” negli anni ’60, ma solo nell’ apparenza perchè la musica dei Blue Cash è acustica, ma si avvale spesso di effetti, distorsioni ed echi vari, rendendo il tutto più moderno ed intrigante. Si estrapolano richiami anche a Beatles e a gruppi più “nervosi” quali Nirvana o Blur. Strani connubi dunque, fra i quali ci aggiungerei Dylan, Bowie e Neil Young, a dimostrazione del bagaglio culturale del quartetto.
Più ragionata e sensibile “King Of Nothing” con un cantato in stile Caravan di “In The Land Of Grey And Pink.”. Un caldo contrabbasso apre “Message To A Friend” per far risalire il ritmo in un primordiale Rock’N’Roll a cavallo con il Rockabilly, assolo di chitarra annesso (chi ha detto Stray Cats?). Giochi di voci in “The Gift”, altro esempio d’ insieme dei concetti al momento esposti.
Si va ancora più veloci in “Jenny Doin’The Rock”, il titolo dice tutto. Impossibile resistere all’ascolto, come minimo vi ritroverete a muovere le gambe inconsapevolmente. E qui esce fuori un notevole Bob Dylan. “When She Will Come” è il brano che più ho apprezzato, per un insieme di fattori, il suo incedere con cambi di ritmo, un tuffo nella psichedelia lisergica e un profumo anni ’70 che quasi stordisce.
Il disco si chiude con un ritmo alla Led Zeppelin e un Rock che la dice lunga sulla qualità di questi musicisti, il brano strumentale si intitola “Maledetti Cash”.
Questo “When She Will Come” è il secondo album per il gruppo, dopo l’esordio dal titolo “Blue Cash” e all’ascolto si denota un piccolo passo avanti verso il Rock.
E’ un disco che consiglio caldamente, almeno per conoscere una musica che anche oggi dimostra che con dovuti innesti al posto giusto si può suonare tranquillamente senza sapere di stantio,   portando al raggiungimento di risultati emotivi notevoli. MS

Giuseppe Calini


GIUSEPPE CALINI – Verso L’Alabama
Music Force
Genere: Rock / Cantautore
Supporto:cd – 2017


Ne è passata d’acqua sotto i ponti da quel disco d’esordio intitolato “Spirito Libero” (JEEPSTER Music) del 1988, ma il legnanese Giuseppe Calini dopo ben diciassette album in studio, ancora oggi resta radicato a quello che è il sound del suo DNA: Il Rock. Impassibile e ligio alla sua frequenza, perché Calini sa che il Rock oltre che musica è uno stile di vita. Non bisogna fare sforzi per esserlo, o si è o non lo si è. A braccetto con il genere si sposa l’ironia dell’artista, il quale di tanto in tanto viene palesata anche nelle proprie canzoni.
Quindi Calini spirito libero lo è tuttora, con la sua Telecaster sempre a tracolla e la voglia di sfornare nuovi riff polverosi come la strada che porta ad Alabama.  E così il viaggio sonoro proposto in questo suo ultimo sforzo porta proprio il titolo di “Verso L’Alabama”.
“Verso L’Alabama” è anche il frutto di collaborazioni con musicisti di alta qualità come Simone Sello (Vasco Rossi), Matt Laug (Slash, Guns N’ Roses), Leonardo De Bernardini, Johnny Tad e al mix Mike Tacci (Metallica, Cheap Trick, Vasco Rossi).
Ben sedici i brani che compongono l’album e quasi tutti della durata media di quattro minuti. Tanti i messaggi che scaturiscono dalle note, “Il Rock Degli Anni ‘70” segna un Calini che non si schioda dal Rock degli anni ’70, uno stile ed un modello che non tradisce mai. I riff sono di stampo classico e funzionali, i brevi assolo di chitarra hanno racchiuso dentro il sunto del genere, e a chi lo ama sicuramente all’ascolto si alzerà il pelo.
“Take It Easy” oltre che un brano ampiamente ruffiano e simpatico è anche quello da cui scaturisce un video promozionale che potrete visualizzare anche su internet. Noterete l’ironia a cui facevo riferimento in precedenza. Richiami a Vasco Rossi sono palesati in quasi tutti i brani. Non mancano le ballate Rock , “Una Lunga Strada Da Casa”, “Peter Pan” e “Quando Gira Male” dedicata ad un suo Bulldog. Bello il giro di note scaturite dal pianoforte che accompagna la voce di Calini. Molta allegria su “Il Sogno Non C’è”, il ritmo è contagioso e trascinante. Ci sono momenti anche più ricercati come in “Tu Sei Qui”, semiballata dall’assolo ficcante e “Io Sarò Con Te”. Ma la strada polverosa a cui facevo riferimento in precedenza è quella di “Verso L’Alabama”, canzone di Rock sudista, diretta e grezza.
Si parla d’amore in “Marco E Marina” e mentre la chitarra traccia il suo ennesimo assolo, si evince la passione totale dell’artista per il Rock.
Più greve “Ho Finito Le Cartucce”, ruspante e ruvida dove la chitarra è il fucile da caricare.
Sono tutte canzoni dal forte impatto live, facili da cantare con l’artista e da saltare sotto al palco, immaginate di farlo con “Un Altro Giorno perfetto”, Io Sono Il Tuo Capitano”, “Rock’N’Roll” o “Sangue Nervoso”, tanto Vasco style, questa volta anche nei testi.
“Verso L’Alabama” è un disco maturo e incentrato sulla facile fruibilità dell’insieme, ben confezionato e quindi di facile assimilazione, questo è quello che si esige dal Rock, e quando gli ingredienti ci sono tutti al posto giusto, allora lasciatevi travolgere dall’adrenalina e dalla voglia di vivere, Giuseppe Calini lo sa. MS


Parco Lambro


PARCO LAMBRO – Parco Lambro
Toks Records / Music Force
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2016


Sentendo nominare il nome Parco Lambro, gli appassionati di Progressive Rock già avranno alzato le antenne interrogandosi se trattasi del mega festival concerto che si teneva annualmente in quel di Milano negli anni ’70, oppure di altro. In questo caso trattasi di altro, ossia di una band musicale di Bologna formatasi agli inizi del 2014, ma il nome è servito all’uopo.
Infatti il gruppo composto da Clarissa Durizzotto (sax contralto, clarinetto, voce), Mirko Cisilino (tastiere, tromba, trombone), Giuseppe Calcagno (chitarra, basso), Andrea “Cisa” Faidutti (chitarra, basso) e Alessandro Mansutti (batteria) è dedito ad un sound rivolto con lo sguardo al passato Prog dalle tinte Canterburyane ma anche ispirato dalle sonorità FreeJjazz, psichedeliche e Noise.
Il disco si apre  con il sax di Clarissa Durizzotto sopra una ritmica frenetica nel brano “#5” e non è difficile accostare il tutto ai Van Der Graaf Generator. Potenza e cambi di tempo, un fraseggio di chitarra fa tornare la mente agli anni ’70, fra Psichedelia ed improvvisazione, questo brano strumentale del suo mostra il forte carattere della band.
Il suono diventa mansueto in “Nord”, pezzo suddiviso in due parti, ma questo soltanto all’inizio perché il crescendo è dietro l’angolo. E sono ancora i fiati a rendere il tutto molto nervoso e d’impatto. Il fraseggio centrale del brano si appoggia nuovamente alla Psichedelia, un trip di tastiere su di una ritmica spezzata fanno del brano un volo da effettuare ad occhi chiusi. L’assolo di chitarra elettrica è incastonato in una fase ulteriormente crescente, un muro sonoro che farà la gioia degli estimatori del genere.
“Not For You” è una mini suite di dodici minuti dove all’inizio si può ascoltare un pacato giro di Jazz che inevitabilmente va alzandosi di volume ed intensità, come stile Parco Lambro ci insegna.  Ovviamente al proprio interno le fasi si susseguono mutando  di forma e contenuto, una musica instabile ma che nel suo incedere ha un proprio ordine. Lontana la formula canzone, nessun pezzo da fischiettare o da cantare (anche se qui la voce si fa presente), solo fiumi di assolo che si sovrappongono in un intercalare sempre più elevato.
Segue un'altra suite di un quarto d’ora dal titolo “Notturno” ed immaginate di miscelare i Pink Floyd degli anni ’70 ai Van Der Graaf Generator. Il disco si chiude con “Ibis”, pezzo suddiviso in due trance, “Parte I” e “Parte II”, e nulla cambia da quanto detto.
La musica dei Parco Lambro è questa, strumentale, legata all’ improvvisazione come hanno saputo fare in passato gli Area o i Soft Machine. Di sicuro un percorso mirato ad un pubblico di nicchia e preparato a certe forti emozioni. MS