giovedì 17 gennaio 2019

Bullfrog


BULLFROG – High Flyer
Grooveyard Records
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2018




Possiamo definire oggi a ragione i Bullfrog una band storica italiana in ambito Hard Rock. In attività dal 1993 il trio veronese giunge con “High Flyer” al loro quinto sigillo da studio. Una band che ha vissuto molto sui palchi, e che ha respirato molta polvere in strada per andare di concerto in concerto, ma anche con grandi soddisfazioni, hanno aperto per miti come Uriah Heep, Glenn Hughes (ex – Deep Purple), Uli Roth (ex-Scorpions) e moltissimi altri ancora. Il trio è composto da Silvano Zago (chitarra), Francesco Dalla Riva (basso, voce) e Michele Dalla Riva (batteria).
“High Flyer” si presenta in veste cartonata con l’artowrk  ad opera di Nicolò Carozzi e undici brani da sciropparsi tutti di un botto! Si perché è il genere stesso che lo esige, come si dice a tavola, “una ciliegia tira l’altra”.  Ho vissuto gli anni dell’Hard Rock con impeto e veemenza, essendo stato giovane, e ne ho ascoltato e visto live così tanto da poterne restare sazio, ma così mai è stato, anzi restando su argomentazioni culinarie, dico che l’appetito vien mangiando.
L’Hard Rock lo si ha nel sangue, scorre, e quando partono le chitarre nel brano d’apertura “Lola Plays The Blues”, mi sconquassa dentro. Fare esempi di punti di riferimento è alquanto semplice, alcuni nomi potrebbero essere Led Zeppelin, Deep Purple, Cream, Bad Company, Lynyrd Skynyrd, Hendrix, Mountain, alcuni Saxon ed altre cento storiche band, perché questo è il sentiero.
Mid tempo per “Losing Time” dal profumo zeppeliano alquanto marcato, tanto Hard Blues e sudore.
Resto folgorato da “Dangerous Trails”, più di otto minuti di goduria, piacevolmente colpito dal Rock sudista di “Hot Rod”, e ci sono anche momenti più rilassati ed acustici come “Johnny Left The Village” e la conclusiva “River Of Tears”, ma è tutto l’album che ha numerosi picchi di piacere.
Se vi chiedono che il genere oggi non esiste più o che perlomeno non ha validi spunti, sbattetegli in faccia “High Flyer”, e visto che vi ci trovate ditegli pure che bisogna farla finita di essere esterofili, qui appunto… “Si vola alto”. MS

Fist Of Rage


FIST OF RAGE – Black Water
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2018



Siete estimatori  dell’Hard Rock anni ’70?  Gruppi come Deep Purple e Rainbow fanno oramai parte integrante del vostro DNA? Allora fermatevi ad ascoltare i friulani Fist Of Rage, il discorso vale anche per chi non li conosce, date una occhiata a questa recensione.
I Fist Of Rage si formano alla fine del 2004 per suonare classici dell’Hard Rock, la loro passione. Accumulano esperienza live, sino a sentire nel tempo la necessità di comporre brani propri e nel 2010 esordiscono con l’album “Iterations To Reality” per la Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa. La critica apprezza e con l’evolversi degli eventi riescono anche a suonare con Eric Martin, Kee Marcelo, L.A. Guns e Ian Paice.
Oggi sono composti da Piero Pattay (voce), Marco Onofri (chitarra), Davide Alessandrini (chitarra), Stefano Alessandrini (tastiere), Alfredo Macuz (batteria) e Saverio Gaglianese (basso). Macuz è una new entry ed ha suonato con artisti come Milan Polak, Krampus ed Insanity Fair.
Il disco è accompagnato da un bel libretto contenente testi e foto della band, mentre l’incisione risulta pulita e ben equilibrata. La voce di Pattay gioca un ruolo importante, malleabile a seconda delle necessità, lo si evince sin dal primo brano “Just For A While” dal profumo anni ’80.
L’asso nella manica dei Fist Of Rage sono le melodie, gradevoli e da cantare a squarciagola con loro. Si muovono con sicurezza, una macchina perfettamente oliata, con una sezione ritmica importante. Conoscono molto bene le regole del gioco, si giocano tutte le carte e le opzioni possibili ed immaginabili, come i crescendo vocali su scala, i brevi e ficcanti assolo, i coretti e i ritornelli che richiamano un sensuale Hard Rock, come ad esempio nel brano “New Beginning” di scuola Bon Jovi. La title track  ha un inizio più ricercato, voce ed effetti su arpeggi di chitarra per poi svolgere il compito diligentemente, questa volta infiltrandosi in territori Aerosmith.
A metà percorso giunge l’immancabile ballata che spezza l’ascolto in una tregua gradevole e di classe, qui dal titolo “Lost”, ovviamente nello svolgersi del brano la voce sale e così l’enfasi. Buono il lavoro delle tastiere. Passata la tregua si riprendono le fughe metalliche in “These Days” che vanno in crescendo con la successiva “Awake”. Ricercata  “Set Me Free”, una composizione che mostra una natura differente, si rude ma anche “progressiva” sotto certi aspetti.
Il disco si conclude con la seconda ballata “September Tears” fra piano, voce ed effetti, grande prova di Pattay, struggente ed epica.
Bentornati Fist Of Rage, però questa volta non fateci attendere altri otto anni per ascoltare nuova bella musica. MS

sabato 12 gennaio 2019

Deadburger Factory


DEADBURGER FACTORY – La Fisica Delle Nuvole
Goodfellas/Snowdonia Dischi
Genere: Sperimentale
Supporto: 2013 -  Cofanetto 3cd



Cosa significa avere rispetto della musica e di chi l'acquista, i Deadburger Factory di Vittorio Nistri con il triplo cd "La Fisica Delle Nuvole" si presentano nel 2013 con una storia teatrale ed un cofanetto contenente un libretto con 72 pagine esplicative del tutto. Artwork perfettamente incastonato nella musica da sentire e da vedere, sperimentazione e tecnica. Se si uniscono i tre cd uno a fianco dell'altro si ha il disegno del poster che rappresenta la cover del disco.
Ma veniamo con ordine al contenuto del cofanetto, tre i cd, il primo intitolato “Puro Nylon” con tanto di partiture cameristiche, il secondo “Microonde E Vibroplettri” con la chitarra suonata attraverso l’uso di vibratori al posto dei plettri ed il terzo “La Fisica Delle Nuvole” con tanto di orchestra psichedelica composta da otto elementi.
Tre album e tre storie completamente distinte.  Il disegno di Bacilieri come già detto, unisce le tre copertine con un filo conduttore alquanto etereo.
“La Fisica Delle Nuvole” è il quinto album dei Deadburger, qui nominati Deadburger Factory  per il grande lavoro industriale che risiede nel complesso. Non solo ogni album è una storia a se, ma anche un suono a se, qui si evince l’immane sforzo artistico e di personalità che risiede dietro a questo grande lavoro che difficilmente negli anni ho riscontrato con altre band. Un opera unica nel suo campo.
Cosa si ascolta? Jazz, Avanguardia, Rock, Psichedelia, Prog, Krautrock e molto altro, un calderone di suoni assolutamente variegato. Risiedono provocazioni in stile Area, specialmente nel secondo cd “Microonde E Vibroplettri”, dove Nistri nel pezzo “Microonde” ricerca e disturba l’ascoltatore rendendolo spettatore disarmato. Un mondo di suoni, jam e anche poesia, il tutto esaltato anche da una buona incisione sonora. Efficaci gli effetti stereo che riescono a coinvolgere a pieno, dando la sensazione durante l’ascolto di trovarsi proprio al centro della musica.
“Vibroplettri di Alessandro Casini agisce nel profondo con sonorità elettriche, violente come un fulmine su delle lamiere.
Fase più musicale nel terzo cd, dove la fisica delle nuvole prende corpo in maniera reale. Anche qui risiede ricerca strutturale, tuttavia la melodia è maggiormente  presente.
Nel complesso un opera importante, provocatoria e immagine di uno stato musicale libero, ma talmente libero che credo in pochi oggi lo apprezzino. Non ci sono canoni, solo comunicazione di stati d’animo, il tutto distante anni luce dal music business. Devastante. MS

Melanie Mau & Martin Schnella


MELANIE MAU & MARTIN SCHNELLA – Pieces To Remember
Autoproduzione
Genere: Rock/Progressive Rock
Supporto: cd – 2018





Che bella la musica quando si ha la voglia di spaziare di genere in genere e di esternare tutto il proprio bagaglio personale. Da dove veniamo, quali sono le canzoni che ci hanno segnato o quelle che ci hanno stupito e fatto amare la musica, magari proprio facendoci prendere in mano una chitarra. Chi almeno una volta nella vita ci ha provato, o lo ha fatto magari anche solo cantando.
Melanie Mau & Martin Schnella sono tedeschi e dopo due album interessanti come “The Oblivion Tales” e “Gray Matters – Live In Concert” del 2017, ritornano a far parlare di loro tramite un album acustico e di cover proprio per narrare il loro cammino sonoro. Melanie Mau è la voce, mentre Martin Schnella è voce, chitarra, basso e voce. Con loro suonano Lars Lehmann (basso), Fabian Godecke (batteria), Simon Schroder (percussioni) e Niklas Kahl (percussioni).
“Pieces To Remember” è un viaggio lungo quindici brani, tutti famosi e di band blasonate, quelle a cui mi riferivo in precedenza, ossia coloro che in qualche modo hanno segnato il cammino di questi artisti. Numerosi e rinomati anche i special guest che si prestano alla riuscita dei brani, ecco quindi Jens Kommnick (Iontach, Reinhard Mey) al whistles, Eric Brenton (Neal Morse) al violino, Martin Huck (Fury In The Slaughterhouse) alla chitarra, Leo Margarit (Pain Of Salvation) alla voce, Johan Hallgren (Pain Of Salvation) alla chitarra, Kristoffer Gildenlow (Pain Of Salvation, Kayak) al basso e Rolf Wagels (Cara) al Bodhràn.
Penserete a questo punto che sto trattando il solito album di cover, ebbene non è proprio così, qui le canzoni rivivono una nuova veste, una taglia che calza alla perfezione a questi bravi artisti che riescono a farle rivivere in maniera acustica e con forte personalità. Bella la voce di Melanie e ottimo l’approccio acustico della chitarra di Martin. Un gioco? Forse, proprio spensierato e dispettoso come quello che si può vedere nella scherzosa copertina dove in cucina si suona, si fanno biscotti e ci si tira la farina. Sono venuti buoni? Non si direbbe dalla faccia di Melanie, ma la musica di sicuro si!
Cosa si riesce a fare con una chitarra acustica quando si ha la capacità e la tecnica… Si spazia dall’Heavy Metal al Folk passando per il Progressive, il Punk ed il Pop. Si riesce a sopperire alla mancanza di ogni strumentazione aggiunta, si fa ballare, o far battere il piede in maniera incondizionata al suo ritmo, poi in alcuni assolo? Pelle d’oca. Notevoli le coralità, intesa e grado di scale che ben si incastonano nel brano. Adoro “Lay It Down/Carie” degli americani Spock’s Beard, “We All Need Some Light”, ma non dico altro per non penalizzare altri brani della  stessa caratura. Poco altro da dire, solo i titoli che compongono questo album che ha saputo farmi una grande compagnia con grazia e serenità: “Can’t Fight This Feeling” (REO Speedwagon), “With This Heart” (Kansas), “Be Good To Yourself (Journey), “Message In A Bottle” (The Police), “Sledgehammer” (Peter Gabriel), “Mission Profile/Stars And Satellites/Snowblind” (Threshold), “Land Of Confusion” (Genesis), “Like A Prayer” (Madonna), “Lay It Down/Carie” (Spock’s Beard), “Valley Of The Queens” (Ayreon), “Amaranth” (Nightwish), “A Touch Of Evil” (Judas Priest), “Wasted Years” (Iron Maiden), “We All Need Some Light” (Transatlantic) e “Love Will Keep Us Alive” (The Eagles). MS

Andy Micarelli


ANDY MICARELLI – Dreamy
Music Force
Genere: Strumentale
Supporto: cd – 2019


Il sassofonista e polistrumentista teatino Andy Micarelli torna  al pubblico con il quarto album da studio  “Dreamy”, miglior titolo non si poteva trovare per un mix fra silenzio e musica.
Micarelli è un tuttologo della musica, cantautore ed interprete si diploma in sassofono  presso il conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara, presta la sua opera a numerosi artisti nel tempo fra i quali Marco Contento, Mauro Di Maggio ed Edea, partecipa alla selezione di Sanremo Giovani e anche Sanremo Rock, vincendo la tappa abruzzese oltre che aprire concerti a band blasonate come Le Orme. In definitiva Micarelli respira musica e la crea professionalmente.
In questo nuovo album “Dreamy” ci sono sette canzoni completamente strumentali, ad iniziare dalla title track “Dreamy” che si apre con un tappeto di tastiere ed elettronica.
Una sensazione di rilassatezza conquista all’istante, e il refrain si amplia strada facendo in un crescendo sonoro importante ricco di buoni arrangiamenti. Il brano è orecchiabile, epico e di facile memorizzazione nel ritornello.
“Luoghi #2” è il singolo dell’album che si riallaccia a “Luoghi”, altro brano strumentale contenuto nel cd “Non Mi Frega E Canto” del 2014. Musica dall’ampio respiro che disegna nella mente di chi ascolta ampi paesaggi.
Un pianoforte apre “Se Pioverà”, strumentale decisamente più “canzone” dove il piano fa anche da voce, se così vogliamo dire. Per chi ama il primo Renato Zero qui noterà dei passaggi molto cari. “Oriente” come descrive il titolo ha sinuosità calde del sud, semplice e diretto, anche lui con un interessante crescendo.
Giunge la voce di Luca Breda nella traccia “11.09.2001”, poesia recitata in maniera toccante e profonda. La musica è inizialmente malinconica per poi aprirsi in svariate modalità, fra archi e suoni lirici compresi.
Ancora elettronica ad aprire un brano, questa volta si tratta di “Alba”, un movimento sonoro molto vicino al Krautrock. Il disco si chiude con una cover di un brano che fa parte della discografia di una band storica italiana , i lagunari Le Orme. Il brano si intitola “Venerdì” ed è arrangiato in maniera personale.
Andy Micarelli con “Dreamy” dimostra di avere un anima buona e leggera, un lavoro che si lascia ascoltare con grande piacere e professionale. MS

sabato 5 gennaio 2019

Kom


KOM – Grazie Vasco
Music Force
Genere: Rock
Supporto: 2018 – cd


Il Rock è il Rock e qui non ci piove.
Un genere musicale, uno stile di vita, a volte maleducato altre più coccolone, un  movimento che rappresenta comunque e sempre la società del momento. Oggi come oggi per alcune band esordienti ci sono alcune difficoltà ad emergere in esso, in quanto tutto è reso difficile da uno stile di vita differente da quello in cui il Rock navigava tempo fa con entusiasmo. Gli anni passano ed i viatici di protesta cambiano. In realtà il Rock “vero” di questo non se ne cura, e chi ha basi fondate negli anni passati e dedite ad artisti solidi, prosegue il proprio cammino senza curarsi di cosa gli accade attorno. Questo è Rock.
I pescaresi (Chieti) Kom hanno alle spalle una gavetta ed un credo da seguire: Vasco Rossi.
Sono la cover band dell’anno 2017, ed aprono il concerto di Vasco al Rimini Beach Arena davanti a 30000 persone. Collaborano con Claudio Golinelli "Il Gallo", Alberto Rocchetti, Maurizio Solieri, Andrea Innesto detto "Cucchia", Clara Moroni e Daniele Tedeschi. Escono nel 2018 con il singolo apripista “Grazie Vasco” e a seguire questo album da studio “Grazie Vasco” composto da sei brani inediti e “Vivere Una Favola” di Rossi-Elmi-Riva.
I Kom ono formati da Mirco Salerni (voce), Agostino Balice (chitarra), Emiliano Sabatini (chitarra), Mario Colasante (basso), Fabrizio Lauriente (tastiere), Davide Rovinelli (batteria).
Il disco inizia proprio con l’inno a Vasco, un tributo totale per quello che il cantautore ha lasciato nel cuore di molti suoi fans, “Grazie Vasco” con Claudio Golinelli “Gallo” bassista di Vasco come ospite. Un brano ruffiano che sa scartabellare alla perfezione il dna del Blasco.
Il secondo pezzo è una ballata intitolata “Il Tuo Profumo Nell’Aria”, la voce ovviamente è pressoché identica a quella del cantautore modenese, così la cadenza e si lascia ascoltare con estremo piacere. Il Rock inizia a picchiare con “Mentre Dormi”, lo stile ovviamente è quello in analisi, tuttavia i Kom dimostrano di avere un proprio carattere. Si sale con il ritornello, e le chitarre fanno diligentemente il loro dovere, compreso breve assolo di buona fattura, senza strafare.
Componenti elettroniche aprono “Scateniamoci”, più semplice nelle armonie e comunque supportato da un buon tiro. La ritmica basso e batteria si intendono a memoria, buon motore per questa macchina sonora.
La seconda ballata si intitola “Sto Pensando Che”, testi che parlano di vita comune e amore, proprio come sa fare il Blasco. Melodia intrigante e calda, fra chitarra elettrica e piano.
Segue “Festa”, il lato più ruvido dei Kom, Rock profondo che sa di polvere e sudore, e qui a sorpresa ci si può anche estrapolare un attitudine alla Litfiba, per me il brano migliore. L’album si chiude con “Vivere Una Favola”, bella cover anche come arrangiamento.  I componenti dimostrano di saper suonare e di avere il Rock dentro.
Le canzoni sono buone, non bisogna pensare solo a Vasco ma al suo stile Rock e questo i Kom lo hanno. Buona anche l’incisione e l’equilibrio dei suoni.
 “Grazie Vasco” è un alternativa per il fans del mito che a mio avviso deve dare almeno un ascolto ai Kom. MS


mercoledì 2 gennaio 2019

Premio Macchina Da Scrivere 2018

PREMIO MACCHINA DA SCRIVERE 2018




Il Mio Libro ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 edito da ARCANA EDIZIONI, ha vinto il premio MACCHINA DA SCRIVERE 2018 come migliore enciclopedia Italiana dell'anno.


Grazie a tutti voi che lo avete acquistato, grazie a tutti gli addetti ai lavori che si prodigano per questa sensazionale musica che mai vedrà fine, ma grazie soprattutto agli artisti che la creano, questo premio è vostro.



https://www.facebook.com/notes/premio-macchina-da-scrivere/premio-macchina-da-scrivere-2018-i-risultati/2002936576494695/

martedì 4 dicembre 2018

Émonis


ÉMONIS - Love Is All We Need
Vrec
Genere: Pop Rock
Supporto: singolo mp3/wav – 2018


Dietro al nome Émonis si cela un artista noto a molteplici addetti ai lavori del settore Metal e Prog, Simone Pesatori.
Il cantante e fondatore dei Sintonia Distorta si cimenta in un nuovo percorso musicale, come un volersi mettere alla prova ma allo stesso tempo cercare di dare un colore differente al proprio estro artistico.
In questo esordio solista dal titolo “ Love Is All We Need”, Émonis si coadiuva di musicisti importanti come Cosimo Zannelli (Litfiba, Pelù, Morandi) e Daniele “Barny” Bagni (EMOTU, Litfiba, Pelù), mentre il brano viene arrangiato da Luca Pernici (Ligabue, Mario Biondi).
La musica è solare e supportata da buoni arrangiamenti e non esulano chitarre che comunque sono leggermente distorte. Émonis dimostra di ritrovarsi a proprio agio al microfono, senza strafare e ne scaturisce una musicalità che risiede a cavallo fra materiale in stile Enrico Ruggeri ed ultima  PFM.
Importante il ritornello, ovviamente orecchiabile e di facile memorizzazione, la melodia italiana è presente in maniera vincente.
Musica che scorre piacevolmente e che entra nella testa ma non come un tormentone, un Pop Rock di classe e sentito da parte dell’artista. Il cantato è in italiano ed i testi non sono assolutamente scontati.  
Émonis è una sorpresa, perché nella sua musica si sentono comunque certe influenze passate, ricordiamo che l’artista è cresciuto ascoltando Iron Maiden, Helloween, Metallica, ha collaborato con Fabio Zuffanti (Finisterre, La Maschera di Cera), con i cantanti Roberto Tiranti (Labyrinth, New Trolls, Ken Hensley) e Sasha Torrisi (Timoria, Rezophonic) ed il chitarrista Paolo Viani (Warlord, Black Jester), tutto questo bagaglio è importante e ben sfruttato.
A questo punto non resta che attendere l’evolversi  degli eventi, se il buongiorno si vede dal mattino… MS


domenica 25 novembre 2018

Speciale ANTILABE'


Speciale ANTILABE'


ANTILABE’ – Diacronie
Autoproduzione
Genere: Folk – Jazz Prog
Supporto: cd – 2010


Gli Antilabè sono di Treviso e l’embrione del gruppo si forma nel 1993. Dopo l’esordio targato 1997 dal titolo “Dedalo” (Tring), è la volta di “Diacronie”, album di musica totale che spazia dalla World al Jazz, passando per il Folk e quindi racchiusa nel calderone del cosiddetto Rock Progressivo. Il disco è suonato da Carla Sossai (voce), Luca Crepet (batteria), Adolfo Silvestri (basso, chitarra, contrabbasso, bouzouki), Luca Tozzato (batteria) e Marino Vettoretti (chitarra, synth guitar).
Antilabè è il nome di un soldato combattente a Sparta ed in greco il nome significa “impugnatura”, probabilmente riferita al suo scudo di battaglia. Il concepimento sonoro come detto, spazia in differenti territori multietnici, con un cantato ricercato fra esperanto, Maja, dialettale ed italiano. Un affresco sonoro colorato proprio come la copertina che ben lo rappresenta ad opera di Paolo Bressasn. Nel disco si avvalgono della presenza di numerosi special guest, fra i quali spiccano l’americano Mike Applebaum, tromba principale nell’orchestra del maestro Ennio Morricone, e  Vittorio Matteucci alla voce, artista eclettico presente anche in musical di successo quali Notre-Dame de Paris e I Promessi Sposi.
Dodici storie ad iniziare da “Esperi” con Mike Applebaum e tanto calore sonoro, quasi accarezzati da reminiscenze world, dove la terra racconta e insegna.
Con la voce di Stefano Dall’Armellina giunge “Come Un Canto”, canzone spensierata, ricca di percussioni e molto cantautorale, il duetto vocale con Carla funziona ed il tutto su un testo in lingua italiana. Ancora sole in “Indionimago”, nello specifico  il calore sembra provenire dal Brasile, il viaggio mentale si intraprende in un attimo. Percussioni aprono “Deserto” e qui il sound è jazzy, da sottolineare anche l’interpretazione vocale di Carla Sossai, davvero ottima interprete dei testi con modulazione malleabile a seconda della necessità del caso.
Riuscite ad immaginare i Maja in versione Jazz? Gli Antilabè si adoperano anche in questo settore regalandoci “Quetzal”. In questo brano apprezzo le coralità che in me richiamano reminiscenze anni ’70.
Tradizioni partenopee, odore di vicoli intrisi di sugo con la pummarola in pentola, finestre che si aprono e persone che si parlano da un balcone all’altro mentre stendono panni, tutto questo ed altro che la vostra fantasia può sprigionare all’ascolto di “Notte Partenopea”. Musica che mette gioia e che ancora una volta presenta una cartolina ben distinta della nostra terra.
Si sogna ad occhi aperti in “Hadaha As-Sabah II”, il suono del vibrafono incanta. E a proposito di sogni, una fisarmonica apre “Danza Invisibile”, fantasmi e spiriti della notte danzano per noi.
Non svelo altro in quanto la musica degli Antilabè va scoperta capitolo per capitolo.
“Diacronie” è un disco che narra la storia dell’uomo in senso generale, la sua terra e la cultura, il tutto in maniera professionale perché i musicisti sono davvero di spessore tecnico elevato e aggiungo suonato anche con garbo, senza mai alzare troppo i toni.
Dicono nel libretto del cd: “Diacronie, alla scoperta del passato per vivere il presente e sognare il futuro”…Davvero! MS




ANTILABE’ - Domus Venetkens
Lizard Records / G.T. Music Distribution
Genere: Folk – World Prog
Supporto: cd - 2018


Venticinque anni di carriera musicale oggi come oggi è un traguardo davvero importante e i trevigiani Antilabè raggiungono questo obbiettivo probabilmente con il disco più interessante: “Domus Venetkens”.
Lo sforzo creativo è notevole, ne scaturisce un concept che narra la storia dell’antico popolo veneto. Racconta la leggenda che il popolo Enetioi (o Venetkens) parta dall’Asia Minore per giungere alle attuali coste venete per insediarsi e fondare alcune città. La suite musicale ispirata da questa trama è tratta dal libro che Adolfo Silvestri (basso) sta scrivendo, un fantasy/storico che viaggia nel tempo, dal 1700 d.C. al 1256 a.C..
Anche in questo caso, come è accaduto per l’ottimo “Diacronie” (2010 – autoproduzione), le lingue utilizzate nel canto di Carla Sossai sono differenti, dal veneziano del 1700 all’illirico raguseo del 1400, oltre che griko salentino su ritmi balcanici e mediorientali.
Ad oggi il gruppo viene completato da Luca Crepet (Batteria, percussioni, vibrafono), Graziano Pizzati (pianoforte, tastiere), Luca Tozzato (batteria) e Marino Vettoretti (chitarra, synth guitar, flauto). Anche in questo caso non esulano ospiti qui del calibro di Elvira Cadorin (voce), Piergiorgio Caverzan (clarinetto, sax) e Sara Masiero (arpa celtica).
Molta carne al fuoco dunque da ascoltare, ma anche sostanza per le mani e per la vista, il cd viene presentato in una edizione cartonata accompagnata da un libretto davvero ben confezionato con tanto di testi, fotografie e spiegazioni. La grafica di Laura Nardelli avvalora il progetto intero rendendolo completo e donando lui quel tocco di “Prog” che un amante del  genere percepisce al primo sguardo.
La musica scritta da Graziano Pizzati inizia con il pianoforte, come un narratore delicato accompagna l’ascoltatore nel viaggio in “Enetoi” nella Venezia del 1559. Viene fuori un antico segreto di cui gli Enetoi ne sono custodi gelosi. Le tastiere donano quel tocco di “progressivo” che ben si incastona con la musica ricercata fra il Jazz e il folk/world. Un festoso carnevale giunge magicamente nel brano “L’e’ Riva Carnoval”, ispirato dalle “Canzonette Veneziane Da Battello” del settecento. Gli strumentisti dimostrano ancora una volta di essere in possesso di una tecnica strumentale individuale notevole, ma mai sparata li in inutili virtuosismi, bensì badando alla sostanza emotiva. Gli assolo strumentali risultano essere sempre gradevoli e aggraziati, trapelando basi solide di studio. “Ignote Visioni” è un momento quasi del tutto strumentale nel quale il concetto si può evincere.
Bosnia 1463, “Glavize Visokoska” racconta della ricerca di un simbolo misterioso, la musica storica che scaturisce dagli strumenti degli Antilabè ne è ottimo supporto, in qualche frangente anche giocoso. Breve strumentale “In Balia Dei Flutti” per giungere naufraghi sulle coste bizantine, ed è “Orria Festa”. Esso è quasi un saltarello, musica tradizionale miscelata con alcuni passaggi più moderni, legati dalla bella voce di Carla. Altro breve strumentale in “Ionios Kolpos” , movimento che si lascia trasportare ed alzare in volo dalle note del pianoforte e del basso, esso porta a “Yi Eleuthera”, battaglia navale del 480 a.C. per la libertà.
In questa lunga suite c’è meno jazz rispetto ai lavori passati del gruppo, anche se di tanto in tanto affiorano alcuni movimenti, tuttavia lo stile è ben marcato, la personalità è calcata, per meglio dire “radicata”. Ottima l’interpretazione vocale dell’ospite Elvira Cadorin, vibrata quando serve e con un controllo estensivo ragguardevole. Si giunge quasi alla fine del viaggio, con la strumentale “Pythia” e “Gangra”, canzone più lunga della suite con i suoi quasi otto minuti lo conclude. 1256 a.C., il ritorno alle origini nella città dai tetti dorati.
“Domus Venetkens” è uno sforzo artistico gradevole sotto molteplici aspetti, elegante in tutto e scorrevole nell’ascolto, gli Antilabè la sanno lunga e la sanno pure raccontare. MS


venerdì 2 novembre 2018

Anima Mundi

ANIMA MUNDI – Insomnia
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T.Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


La discografia dei cubani Anima Mundi comincia ad essere nutrita e a parlare una lingua propria. Infatti la band ha costruito negli anni un particolare incedere, un modus operandi personale, raccogliendo nel tempo influenze sonore da gruppi vari moderni come Porcupine Tree tanto per citare un nome, ma anche dal passato, quegli anni ’70 che hanno dato vita a questo genere che fra mille difficoltà comunque non da segni importanti di cedimento.
“Insomnia” è il sesto album da studio dopo l’ottimo “I Me Myself” del 2016, il primo album con la casa tedesca Progressive Promotion Records, e che prosegue la trilogia appena intrapresa con il precedente. Nei testi si parla ancora di politica, finanza e tecnologia che avanza, analizzando puntigliosamente l’esistenza umana odierna e futura. Nella line up si denota la dipartita del cantante Michel Bermudez a favore di Alvis Prieto. Completano la formazione i soliti Virginia Peraza (tastiere, effetti, voce), Marco Alonso (batteria), Yaroski Coredera (basso) e Robert Diaz (chitarra e voce).
Il supporto al disco è ancora una volta piacevole alla vista e buon rappresentante del contenuto sonoro, classica edizione cartonata con tanto di libretto accurato con testi ed info, oltre che contenente belle foto. Ed è subito mini suite, il primo brano “Citadel” di undici minuti è suddiviso in tre atti, amalgamato su una spina dorsale sia sinfonica che jazz, quest’ultimo evinto nell’approccio vocale. La musica si adopera in differenti stadi umorali, toccando anche vette dark come nel secondo atto del brano intitolato “ActII – Scenary”. Alcuni suoni potrebbero risiedere anche nella discografia Pink Floyd di metà carriera. La terza parte del brano parte in un movimento caro al prog fans più incallito, una fuga strumentale  di matrice Spock’s Beard. Concatenata sopraggiunge “Nine Swans” e le tastiere diventano fondamentali per le atmosfere che riescono a disegnare, per chi li conosce diciamo in stile Arena più intimistici. Con questi punti di riferimento non vorrei che passasse il messaggio che gli Anima Mundi non hanno personalità, tutt’altro, cito nomi di band famose nell’ambito per cercare di far capire meglio l’approccio sonoro proposto dalla band, che spazia da uno stile all’altro con sicurezza e capacità strumentale.
Come in un'unica enorme suite sopraggiunge “Electric Credo”, in effetti elettrico è anche il pezzo qui molto ricercato e per certi versi sperimentale, passa alla mente inevitabilmente quel “On The Run” dei Pink Floyd. Il concept si spezza e subentra “The Hunter”, sensibile e delicato fra voce ed arpeggi di chitarra, ancora una volta supportati dall’importanza delle tastiere in un risultato decisamente New Progressive Rock.
La title track è il classico pezzo dall’ampio respiro, bene arrangiato anche nei supporti vocali sussurrati in sottofondo. Il brano, per li conoscesse, richiama alla memoria i Parallels Or 90 Degrees. Un ticchettio apre “Electric Dreams”, una stanza apparentemente vuota dove squilla a vuoto anche un telefono. Un countdown probabilmente uscito da una tv accesa, un suono spettrale, enfasi che lascia l’ascoltatore attento al divenire. Giunge un sax a rendere tutto apparentemente più tranquillo, ma un suono di sirena prolungato fa ritornare la sensazione d’ insicurezza, per fortuna ecco sopraggiungere il rumore di chiavi che aprono la porta: si esce.
Una tromba fusion accompagna “The Whell Of Days”, è mezzanotte e ancora si cammina per strada in attesa di domani. Il pezzo è Jazzy anche se coperto da un velo di oscurità. Jazz psichedelico. “New Tribe’s Totem è la seconda mini suite dell’album con i suoi dieci minuti di durata. Il brano mi fa cogliere l’occasione per sottolineare l’importanza del ruolo strumentale del basso in questo album, ben dosato e possente quanto serve nel momento giusto. Tutto questo rende il lavoro più intrigante, i suoni fra effetti stereo e per quantità variegata di certo non fanno scollare l’ascoltatore dallo stereo. Ed ecco fare capolino i Porcupine Tree, così nella conclusiva “Her Song”, canzone che per il sottoscritto è la più bella dell’intero album, chitarre Pink Floydiane comprese.
In generale, da sottolineare dunque gli ampi momenti passati nella psichedelia, sempre in agguato nel sinfonismo dei suoni.
Un disco che racconta una lunga storia e lo fa più marcatamente possibile, sigillando il connubio fra i suoni e le immagini della nostra fantasia supportate dalle parole dei testi e da quanto narrato sino ad ora. Finalmente un disco registrato nel rispetto non solo della musica ma anche degli effetti e delle sonorità. Attendo ora con impazienza la parte conclusiva di questa trilogia e spero che tutto questo accada abbastanza velocemente.

“Insomnia” è dedicato al loro amico Heidi Burgs passato a miglior vita. MS





sabato 27 ottobre 2018

Old Rock City Orchestra


OLD ROCK CITY ORCHESTRA – The Magic Park Of Dark Roses
Avanguardia Convention
Genere: Dark Prog Rock
Supporto: cd - 2018




Ho già avuto modo nel tempo e nei vari canali in cui opero,  di tessere le lodi della band orvietana Old Rock City Orchestra. Nel 2012 colpiscono l’attenzione sia della critica che del pubblico con l’ottimo album d’esordio dal titolo “Once Upon A Time” (M.P. & Records/G.T. Music), un disco dove la Psichedelia, il Blues ed il Prog si convogliano in canzoni ben interpretate dalla voce di Cinzia Catalucci. A seguire “Back To Earth” (M.P. & Records/G.T.Music) del 2015, ulteriore passo verso la maturazione artistica che generalmente per ogni artista si concretizza ufficialmente nel terzo album in  studio, in questo caso trattasi di “The Magic Park Of Dark Roses”, dunque  qui o si vola o si cade.
E allora andiamo a vedere cosa ci propongono gli Old Rock City Orchestra in questo nuovo lavoro:
La prima cosa che salta subito all’occhio è il cambiamento di stile grafico, i colori e gli spazi lasciano il posto alla ristretta oscurità gotica dei paesaggi e dei disegni, questi ad opera di Lucy Ziniac con le fotografie di Francesca Mancinetti. Anche il look del trio Cinzia Catalucci (voce), Raffaele Spanetta (chitarra, basso, tastiere) e Michele “Mike” Capriolo (batteria), non lascia adito a dubbi. Dieci canzoni per intraprendere un lungo viaggio nella fantasia musicale, dove passato e presente si incontrano saldandosi in maniera perfetta. Lo stile è ben marcato e come sempre la voce è punto di riconoscimento.
“The Magic Park Of Dark Roses” apre il disco e rilascia come in un affresco le pennellate di musica a rappresentare la sua veste immaginaria. Non è poi così oscuro il parco, ma gode di tanto in tanto di uno sprazzo di luce. Non nascondo da parte mia di scovare certi richiami sonori ai Black Widow. “Abraxas” ne è appendice.
Resto colpito da “ The Fall”, qui l’artwork si sposa alla perfezione, un andamento alla “Child In Time” sorprende all’inizio, anche se ovviamente siamo distanti dallo stile Deep Purple.  Un intercedere nel Gothic Rock monolitico, alleggerito solo dalla soavità della voce. Giunge poi un flauto, quello della ospite Chiara Dragoni ad aprire ed a stemperare l’atmosfera con “Vision”, il sound diventa improvvisamente nordico e certe lande si spalancano avanti gli occhi della nostra immaginazione.
“A Night In The Forest”  racconta sensazioni forti rilasciate da una notte nella foresta, e quello che musicalmente si estrapola è la semplicità con cui basta emozionare l’ascoltatore. Pochi tecnicismi, un riff efficace, diretto e ben arrangiato. Il canto qui è maschile. Il ritmo sale in “The Coachman”, tuttavia non muta l’essenzialità delle movenze artistiche dei strumentisti.
Rimango affascinato dalle sonorità di “A Spell Of Heart And Soul Entwined”, dove le tastiere ricoprono un ruolo fondamentale, sia per il supporto che per l’andamento dell’insieme.
“Thinkin’ Bout Fantasy” prosegue l’essenza oscura della proposta, mentre la successiva “ Soul Blues” spiazza l’ascoltatore, riportandolo a certi fasti Blues di un tempo sporcato da innesti Progressive Rock, un pezzo che nell’insieme del disco non ti aspetti. Gradevole e di classe. L’album si conclude con un brano strumentale, “Golden Dawn”, epitaffio di un bosco oscuro alla scoperta dei suoi ospiti, a partire da chiese e sentieri che donano brividi alla vista, ma anche piacevole curiosità.
Gli Old Rock City Orchestra stanno intraprendendo un percorso artistico che sentono a pelle, oggi sono così,  in questo caso la prova del terzo album è passata, anche se ho come la sensazione che il bello debba ancora venire…O divenire? MS

GUARDA ANCHE:

 https://nonsoloprogrock.blogspot.com/2015/05/old-rock-city-orchestra.html

https://nonsoloprogrock.blogspot.com/2012/07/old-rock-city-orchestra.html

Watershape


WATERSHAPE – Perceptions
Watershape Productions
Distribuzione: Atomic Stuff Promotion
Genere: Metal Progressive
Supporto:cd – 2018


Se la storia del Progressive Rock è contorta e piena di incertezze riguardo la direzione degli stili musicali da intraprendere nel tempo, quella del Metal Progressive pur essendo più breve, non ha altrettanto vita semplice. Infatti, l’unione fra la cosiddetta “musica colta” (Prog) e la “musica grezza” (Metal), come alcuni la definiscono, per molti ascoltatori risulta essere una sorta di mostro sonoro ricolmo di incongruenze. Due stili inconciliabili? Eppure iniziò tutto molto semplicemente, quasi in sordina, passando per l’Hard dei Rush nella fine anni ’70 al sound Queensryche più ricercato negli anni ‘80. La svolta fu data dai Dream Theater verso la fine degli anni ’80, e se andiamo bene a guardare di cosa si è trattato in fin dei conti fu soltanto l’ingresso delle tastiere nel Metal. Poi la sinfonia, il classicismo, la tecnica e quant’altro, hanno avuto una rilevanza fondamentale.
Questa mia arringa iniziale sta a dimostrare che comunque sono passati già quasi 30 anni dall’ufficializzazione della nascita del genere, e da quello che in definitiva fu denominato allora  “un aborto”, ma tutto questo ancora persiste ed ha persino un buon seguito.
I vicenzini Watershape  lo hanno recepito e con la propria personalità hanno dato vita a questo album d’esordio dal titolo “Perceptions”. Si formano nel 2014 dopo che il batterista Francesco Tresca (Arthemis, ex-Power Quest) lascia la band Hypnotheticall. La line up viene completata da Nicolò Cantele (voce), Mirko Marchesini (chitarra), Mattia Cingano (basso), e Enrico Marchiotto (tastiere).
Se all’ascolto dei nove brani dell’album andiamo ad analizzare le influenze a cui la band fa riferimento, si possono evincere gruppi sia del passato Progressive Rock come King Crimson, Genesis, Gentle Giant, che capisaldi del Metal Progressive come Dream Theater, Pain of Salvation e  Opeth. Il sunto di tutti questi innesti risiede in un unico grande artista di nome Steven Wilson e nei suoi Porcupine Tree. Questo è quello che si evince sin dall’ascolto del primo brano dal titolo “Beyond The Line Of Being”. Scale alla King Crimson ossessive nell’incombenza, spezzate dalla bella voce di Cantele su modalità Gentle Giant. Le chitarre distorte sono la presenza del Metal mentre le tastiere ricoprono il ruolo alla “Dream Theater” per intenderci, et voilà il Metal Progressive è servito.
I Watershape lo sanno fare molto bene, con consapevolezza e stile. “Cyber Life” gioca con la musica, si districa fra coralità e cambi di tempo, qui a sorpresa c’è anche una spolveratina di Metal anni ’90 al confine con il Grunge. Ottima la parte centrale strumentale per idee.
Ho parlato dei Porcupine Tree, questi si possono estrapolare anche dall’ascolto di “Alienation Deal”, canzone fra i momentii più alti dell’intero disco. Se poi si vuole entrare nel mondo Watershape al 100% , basta ascoltare “Stairs”, bel sunto sonoro di quanto detto. E’ indubbia la capacità compositiva e la tecnica di questi ragazzi, ma soprattutto il gusto per la melodia e per un ritornello sempre affabile.
Ancora coralità richiamano i Gentle Giant in “The Puppets Gathering”, altra gemma di “Perceptions” con tanto di voce femminile, quella dell’ospite Chiara Vecchi. E a proposito di ospiti, troviamo anche Antonio Gallucci al sax in  “Inner Tide” e  in “Cosmic Box #9”. Proprio “Inner Tide” è un lento che mette in mostra le capacità interpretative dei vocalist. La voce grossa i Watershape la sanno fare in “Fanciful Wonder” mentre “Season” fa sognare ad occhi aperti, un “sogno teatrale”.
Questo, ne sono sicuro, è un disco che può piacere anche a chi non fa del Metal il suo credo, perché ho parlato tanto di etichette e di stili, ma in definitiva trattasi soltanto di musica, di tanta buona musica. MS