Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

giovedì 22 ottobre 2020

Geometry Of Chaos

 

GEOMETRY OF CHAOS - Soldiers Of The New World Order
Autoproduzione
Genere: Metal Progressive
Supporto: file digitale – 2020




Il genere Metal Progressive in Italia è composto da validi musicisti, la ricerca in questo campo non si è mai assopita, si dava negli anni ’80 il Metal un genere a breve scadenza ed invece si è sempre saputo rinnovare sino ai giorni nostri. Dirò di più, è spesso da qui che nascono interessanti sonorità dettate da innesti coraggiosi.
Personalmente ho apprezzato anche la musica cinematografica, ossia colei che riesce a darti immagini solo ascoltandola, colonna sonora spesso di concept album abbastanza filosofici. Un esempio in Italia ce lo propone questo nuovo progetto di Fabio La Manna (chitarra, basso) e Davide Cardella (batteria). Provenienti da Torino i Geometry Of Chaos si propinano un nome che è un ossimoro e si formano nel 2014 dopo aver lasciato la band Galileo’s Spectacles. La musica proposta rispecchia il nome ma soprattutto il concept che narra di un nuovo ordine mondiale, esso pur essendo di poche unità riesce a comandare il popolo terrestre. Ognuno del popolo lavora per mantenere poche persone al potere. La storia è ovviamente più attuale che mai e la musica ben rispecchia le caratteristiche.
“Soldiers Of The New World Order” è composto da otto brani ricercati su ritmiche spezzate e riff  taglienti. La tecnica è pulita e superiore alla media, così il suono.
“Idrolatry” mette subito in tavola le carte vincenti, fra cambi di tempo, assolo di chitarra e una voce graffiante espressa in un buon inglese. Banale ricercare somiglianze con altri artisti perché in questa musica risiedono tutte le caratteristiche del genere, oltretutto penalizzante in quanto i Geometry Of Chaos hanno una forte personalità. Apprezzabile dunque lo sforzo dei musicisti a propinarci un disco mai scontato. “Jocker’s Dance” è il singolo del quale ne scaturisce anche un video, brano divertente dal profumo fine anni ’80 primi ’90, con un ritornello di facile memorizzazione. Bello il frangente acustico che rilascia un velo aristocratico di nostalgia, così l’immancabile assolo. Tutti i brani sono di medio/lunga durata, mai inferiori ai sei minuti abbondanti. “Spiral Staircase” ha buoni arrangiamenti e riconduce al concetto iniziale di musica cinematografica, in esso anche storia, Rock  e Metal, così una punta di Dream Theater, quelli più introspettivi. Rispetto gli altri brani ascoltati sino ad ora potrei anche definirlo il più “progressivo” nel senso generale del termine.
“Garage Evil” è un pezzo strumentale articolato e ben strutturato, ottima vetrina per le qualità tecniche del duo in azione.
Il basso apre “Observer”, una struttura sonora che si alterna fra schiaffo e bacio, analogo il discorso per “Saturated”. i Geometry Of Chaos si scatenano in “Premonition” lanciando reminiscenze Savatage e Queensryche. Il disco si conclude con la title track “Soldiers Of The New World Order” e come di consuetudine si può dire dulcis in fundo.
Metal Progressive non scontato questo dei Geometry Of Chaos, proprio alla fine dell’ascolto ci si rende effettivamente conto del nome azzeccatissimo. Un disco molto curato anche nei particolari.
Ricordo infine la buona carriera solista di Fabio La Manna con due dischi interessanti dal titolo “Res Parallela” (2014 – autoproduzione) e “EBE” (2016 – autoproduzione) che potrete ordinare tramite mail all’indirizzo: fabiolamanna79@libero.it
. MS




mercoledì 21 ottobre 2020

Instant Curtain

 

INSTANT CURTAIN – Let Tear Us Apart
Autoproduzione
Distribuzione: G.T.Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2020




Instant Curtain, la debuttante band marchigiana di Macerata ha già nel suo nome  intrinseco l’amore per la scuola di Canterbury e le band di Robert Wyatt, soprattutto nei confronti dei Matching Mole visto che nei titoli di diverse canzoni si possono estrapolare le parole Instant e Curtain. In effetti la musica proposta in questo debutto dal titolo “Let Tear Us Apart” ha molto del genere ma anche di tutta quell’area vintage dal suono nervoso creato dalla chitarra di Robert Fripp (King Crimson). Ho fatto nomi importanti per una band che esordisce, come minimo serve una tecnica strumentale non banale, allora andiamo a vedere chi sono i componenti:
Giuseppe Petrucci inizia a suonare la chitarra da autodidatta e si appassiona alla musica di importanti guitar heroes come Hendrix, Malmesteen e molti altri ancora. Nei primi anni ’90 entra a far parte della band  Flying Gipsy e successivamente apre una scuola di chitarra, la Giuseppe Petrucci Guitar School. Ascolta Genesis, Yes e la scena elettronica tedesca.
Fabrizio Paggi è di Milano, apprezzato bassista ed esponente importante della scena locale in ambito Jazz e Rock. Suona lo strumento e lo studia dall’età di 12 anni. Nel 2008 si trasferisce nelle Marche dove inizia anche ad insegnare.
Carlo Maria Marchionni è colui che si adopera in studio per le registrazioni, oltre che svolgere seminari e concerti in tutta Italia sulla batteria.
Massimo Gerini è la voce. Inizia a cantare a cinque anni, a quattordici già fa parte di una band Pop Rock, per farla breve ha cantato per Ian Paice, batterista dei Deep Purple, il che la dice lunga.
Dopo le presentazioni arriviamo al disco che è composto da nove tracce. Ma prima di passare alla musica lasciatemi fare una constatazione, sempre di più il Progressive Rock anche in Italia si fa portavoce di una situazione societaria non appagante, anche la musica cosiddetta colta attraverso  i testi si sa lamentare come il padre Rock ha sempre saputo fare negli anni. I testi dei brani narrano dunque della situazione societaria nella nostra era e sono cantati in lingua inglese.
Fa comunque effetto nel 2020 ascoltare questo tipo di musica, “Reverse In The Sand” fa scorrere brividi sulla pelle dell’ascoltatore amante del vintage. Gradevole il giro del basso, 12 corde acustica, Mellotron, non vedo cosa altro un appassionato del genere possa desiderare.
“Tell The Tales, My I…” è un brano articolato sorretto da buone melodie e in alcuni frangenti anche struggente. “The Beginning”  è un frammento sonoro ampio, ricco di richiami storici ma anche molto attuale, il lato più ricercato degli Instant Curtain i quali nel ritornello richiamano (forse inconsciamente) anche i Beatles, colonna portante di tutto il Rock a venire post anni ’60. Molto buona la prova vocale e ancora una volta le chitarre sono in stile King Crimson.
“All White” si sbobina sul Mellotron e l’Hammond  in una  ritmica ricercata legata dalla chitarra 12 corde. Qui la band dimostra davvero una notevole personalità. “And The Ship Battle Down” probabilmente ha numerosi déjà vu, Genesis compresi, tuttavia sa farsi apprezzare nei suoi sette minuti abbondanti.
“The Rest Divide Us”  fra stop & go e progressioni risulta orecchiabile e gradevole con tanta storia alle spalle. Più solare “Safe As The World” (mi ritornano in mente gli Echolyn), in alcuni casi anche psichedelica, questo grazie soprattutto all’uso del sitar. “Stay” è uno dei momenti più melodici e malinconici dell’intero album, ed “April” conclude l’ascolto fra arpeggi e synth, un tassello importante del dna della band, un ponte fra il passato ed il presente.
 Concludo dicendo che nel 2020 è un piacere ascoltare dischi di questa caratura, alla faccia di chi dice che oggi la buona musica non esiste più. Signori, basta semplicemente aggiornarsi. MS




venerdì 16 ottobre 2020

Libro NEO PROG - Storia e Discografia

 NEO PROG - Storia e Discografia

Di Massimo Salari

 
(Arcana Edizioni)

Nella settimana 29 ottobre e 4 novembre esce il mio terzo lavoro enciclopedico dedicato alla storia del NEO PROG. 

In esso descrizione, storia ed approfondimenti sulle band più importanti del genere e le più interessanti al mondo divise per nazioni.

Prefazioni di Fabio Bianchi e Loris Furlan.



                                                 Video di AREA PROG (Brasile)








giovedì 15 ottobre 2020

Émonis

ÉMONIS- Avanti March!
Autoproduzione
Genere: Pop Rock
Supporto: Singolo – videoclip




Oramai Simone Pesatori è un artista rodato e soprattutto apprezzato da molta critica di settore e dal pubblico. La sua esperienza nel mondo musicale lo porta a visitare diversi luoghi sonori anche molto distanti fra di loro, cresce ascoltando Iron Maiden, Helloween, Metallica, collabora con Fabio Zuffanti (Finisterre, La Maschera di Cera), con i cantanti Roberto Tiranti (Labyrinth, New Trolls, Ken Hensley) e Sasha Torrisi (Timoria, Rezophonic) ed il chitarrista Paolo Viani (Warlord, Black Jester) così molti altri ancora, questo solo per far capire la caratura dell’artista cantante lodigiano.
Nel ’95 fonda i Sintonia Distorta, band che ha regalato al Prog italiano dischi davvero interessanti, fra i quali spiccano “Frammenti D’Incanto” (2015 – Lizard Records) e “A Piedi Nudi Sull’Arcobaleno (2020 – Lizard Records). Con il suo amico Federico Farnè ha il progetto Seventh Season con il quale ritorna alle sue vecchie origini, ossia alla musica Heavy Metal mentre negli ultimi anni da sfogo anche al lato più melodico del suo carattere con il progetto solista Émonis.
Nel 2018 registra il singolo “Love Is All We Need” legato anche lui come questo “Avanti March!” alla melodia moderna italiana.
Il gusto per la composizione orecchiabile è spiccato a dimostrazione della malleabilità dell’autore.
Pesatori è anche arguto narratore della società, con il nuovo singolo “Avanti March!” mette in evidenza la dipendenza delle persone ai media nel senso generale. Molto chiara la copertina che non è altro che un ottimo viatico del concetto. Sarcasmo, ottimo ritornello, ma soprattutto un buon arrangiamento. Il brano in alcuni frangenti mi richiama alla memoria la PFM periodo "Capitani Coraggiosi". Un applauso anche per la prova interpretativa al limite del Rap.
Lo scenario “..Tutti in fila avanti march” rilascia una immagine di storica Pinkfloydiana memoria, quando in “Another Brick In The Wall” gli alunni procedono lobotomizzati in un percorso che li conduce nel tritacarne. Se non c’è campo Wi-Fi oggi la società resta immobile, si ferma, completamente dipendente e stordita.
Bravo Émonis, la musica anche se spensierata è giusto che si faccia carico a volte di messaggi forti, svegliamo le coscienze, “…Perché il resto è zero”. MS





Le Forbici Di Manitù & Friends

 

LE FORBICI DI MANITU’ & FRIENDS – Tinnitus Tales Tour
Sussidiaria
Genere: Art Rock, Experimental
Supporto: cd / 45 giri / download digitale – 2020




Il linguaggio sonoro è variegato, un poco come succede con le lingue parlate ed i dialetti. Gli stili sono numerosi, il Rock, il Jazz, il Blues, l’Hard Rock, il Metal, il Prog, il Pop, l’Elettronica e moltissimi altri ancora. Parecchia di questa evoluzione passa anche attraverso la musica sperimentale, post-industriale e rumoristica, il linguaggio della musica non resta mai fermo e si plasma sia con le nuove strumentazioni date dalla tecnologia dei tempi, che attraverso  gli eventi che mutano la società. Esistono band che hanno costruito una carriera nella ricerca e nell’evoluzione, magari spesso a discapito della popolarità, perché chi osa qualcosa di differente al momento spesso non viene compreso.
Le Forbici Di Manitu’ ricadono nel contesto delle band che hanno sempre saputo rinnovarsi e questo sin dal lontano 1983, sotto la guida di Manitù Rossi. Quindici gli album all’attivo e vari anche gli ep e le compilation in cui compaiono. Nell’ottobre del 2016 Le Forbici Di Manitù realizzano un lavoro davvero imponente, creato attraverso l’ausilio di almeno cinquanta fra musicisti ed artisti visivi: “Tinnitus Tales”. Il progetto “audio educativo”  esce in un cofanetto composto da un vinile 10” e due cd, dove l’argomento è legato al tinnito altrimenti detto acufene, fastidioso ronzio o sibilo che colpisce molti musicisti (Pete Townshend, Ludwig Van Beethoven) e anche dj (Ed Rush, Optical, Jimmy Savile, Roger Sanchez).
A distanza di quattro anni Le Forbici Di Manitù ritornano  sul luogo del delitto grazie ai numerosi consensi ricevuti durante i tour e perfino dalle pubblicazioni scientifiche internazionali. L’idea è di riportare in cd il lavoro svolto in sede live, in più nel 45 giri due canzoni inedite sul fastidioso fischio agli orecchi. Il tour è del 2017 e nel cd compaiono anche tracce di “friends” in veste di ospiti con brani propri. Ecco dunque i flauti di Fabrizio Tavernelli, l’Electro-Shoegaze di Lettera 32 (Daniele Carretti), le sperimentazioni Techno-Etno-Ambient di Samora (Enrico Marani) e le orchestrazioni dei sperimentali Deadburger di Vittorio Nistri. Spettacolare la confezione cartonata in 10” come nel precedente caso, contenente i dischi e sempre accompagnata dalle illustrazioni di Emanuela Biancuzzi e progetto grafico di Laura Fiaschi/Gumdesign.
Il live registrato a Cavriago, Milano, Reggio Emilia e Viareggio inizia con otto brani de Le Forbici Di Manitù a partire da “Ginko Biloba”, voce, piano in cattedra e un sax freestyle su un  motivo orecchiabile dal profumo jazzy. “Hyperbaric Rendez-Vous” è interpretata in maniera impeccabile, ancora piano, voce e flauto questa volta tendenti verso il Neo Prog.
Manitù Rossi (voce, basso, clarinetto, sax), Gabriella Marconi (flauto), Stefano Menozzi (tastiere) e Vittore Baroni (voce, testi), sono Le Forbici Di Manitù.
“You Too” ripercorre i sentieri del primo brano, mentre la breve “Mr.T” aumenta il ritmo sempre dettato dal piano. Giunge a questo punto la title track “Tinnitus Tales”, sentita e ricercata narrante delle persone che soffrono di questo disturbo. Essa  si evolve in maniera cadenzata, come se ogni strofa fosse un incudine. Il brano più lungo si intitola “Through Vulcanian Ears” con i suoi cinque minuti. Di tanto in tanto si presenta il vibrafono di Gabriella Marconi, come in “Everyone Is Thinking Of Me”, più solare nella melodia rispetto i brani già ascoltati.
“Surface Noise” chiude il paragrafo Le Fobici Di Manitù che ritroveremo alla fine con “False Alarm Signal” e passa la staffetta a Fabrizio Tavernelli, il quale inizia la sua performance con dei sibili elettronici interpretanti l’acufene. Questo mi riporta ai tempi sperimentali degli Area, quando Fariselli negli anni ’70 si divertiva a disturbare il pubblico. Segue un altro esempio analogo intitolato “Flauto Dolce” e l’artista ripercorre il ricordo di una passeggiata ai giardini dove in lontananza sente un flauto dolce di un bambino che si sta esercitando allo strumento.
E’ la volta del brano di Lettera 32 (Daniele Carretti) dal titolo “Tintinnio” in quasi sette minuti l’autore ripercorre il sentiero elettronico supportato da strumentazioni come il Nord Electro2, Korg Monotribe, Boss RC-20 e Boss DD – 20. Inevitabili le reminiscenze Kraftwerk.
Samora (Enrico Mariano) sopraggiunge con “Tinnito multiplo”, il suono è sempre elettronico ma più spaziale e psichedelico.
A questo punto del live giungono i sperimentali e sinfonici Deadburger, una tempesta di suoni ricercati accolgono l’ascoltatore in “Il Dentista Di Tangeri”. Non è Jazz anche se ci sono strumentazioni ed accorgimenti che potrebbero farlo pensare, non è musica sinfonica, non è Rock malgrado certe parti crude, è piuttosto musica alternativa che risiede nel dna dei Deadburger e chi segue certo Rock Progressivo Italiano già conosce la band e quindi sa cosa dico. “Wormhole” si apre in maniera elettronica con il sopraggiungere delle strumentazioni classiche. Il sound è martellante per poi passare ad una aurea psichedelica che fa da ponte ad un piano melodico. Molta carne al fuoco in sei minuti e mezzo. Chiude la prestazione della band di Nistri “Marcia Degli Acufeni” con suoni che richiamano al problema ed i fiati. Il cantato è in questo caso in lingua italiana.
“Tinnitus Tales Tour” è una bella testimonianza di una fetta interessante della musica italiana, sta a ribadire che siamo una nazione di creativi, dove non sempre la banalità la fa da padrona. C’è chi con la musica esprime di più, c’è chi la tratta come un poliglotta e questo nel 2020 dove la globalizzazione regna sovrana non è altro che un fatto positivo. Oltretutto l’argomentazione sviluppata è davvero interessante ed inusuale. MS





domenica 11 ottobre 2020

Metronhomme

 

METRONHOMME - Tutto Il Tempo Del Mondo - 1.òikos
Autoproduzione – Micio Poldo Edizioni Musicali
Genere Progressive Rock
Supporto: EP – 2020




Come purtroppo ben sappiamo tutti, la nostra vita è cambiata. Le restrizioni per la pandemia Covid 19 hanno colpito l’economia, ma soprattutto il settore musicale il quale sta dando segni di sfinimento. La situazione non è che fosse stata rosea neppure in precedenza, la musica soprattutto di ricerca e più sperimentale ha sempre navigato in acque abitate solo da pochi amanti esperti del genere. Ma la passione è più grande di ogni avversità, oggi poi si ha la fortuna di avere un mezzo come internet che ci consente nel bene o nel male di restare uniti e aggiornati su tutto.
Molti artisti quindi hanno trovato nel periodo del lokdown internet come punto di congiunzione anche per poter suonare in diretta e comporre nuovo materiale. Il tempo libero nello stare rinchiusi per un mese in casa sicuramente ne scaturisce. In molti hanno vissuto questa esperienza in attesa di tempi migliori, i quali tardano ad arrivare, ma come dicevo in precedenza la passione per la musica è più grande di tutto.
I marchigiani Metronhomme sono fra coloro che non sono restati con le mani in mano, ecco quindi nascere “Tutto Il Tempo Del Mondo - 1.òikos”. La band di Macerata si forma nel 2003 come amante della musica sperimentale, legata a concept e soprattutto teatrale e tal proposito creano tre lavori di gruppo: L’ultimo Canto di Orfeo, Neve e Bar Panopticon. Nel 2019 il grande passo verso un pubblico più ampio, l’album “4” registrato anche in vinile convince sia la critica che il pubblico, donando loro maggiore visibilità (per dettagli potete leggere qui la mia recensione: https://nonsoloprogrock.blogspot.com/2019/10/metronhomme.html ).
La band oggi è formata da Tommaso Lambertucci (tastiere e synth), Marco Poloni (chitarra,  elettronica), Mirko Galli (basso) e Andrea Lazzaro Ghezzi (batteria, percussioni).
Il disco non vuole essere un concept vero e proprio narrante  il periodo del lokdown, tuttavia ne trae parecchi spunti, anche a livello strumentale. I componenti essendo chiusi in casa sperimentano nuovi modi di suonare, anche con oggettistica (fogli di carta, bacinelle, posate, specchi etc.)  il tutto dona al lavoro freschezza, curiosità e divertimento.
“Tutto Il Tempo Del Mondo - 1.òikos” è una vera e propria valvola di sfogo composta da sette brani ad iniziare dal singolo “Quarantine” del quale potete vedere anche il video su You Tube così da rendervi  conto come il suono della batteria non è elettronico, bensì dato da oggettistica. Lo strumentale è leggiadro, immerso in una psichedelia lieve ed orecchiabile. Il suono è minimale, così nella successiva “Come La Neve”, una delle poche volte in cui i Metronhomme si cimentano anche in parti vocali. La canzone ha un retrogusto vintage malgrado il sound moderno, trascinante nella fase finale dello strumentale, dove si ha la sensazione vera di trovarsi nella morbida neve.
La sperimentazione ritorna grazie a “… Di Una Moneta Che Cade”, le tastiere ancora sono le protagoniste così il suono di bolle d’acqua ed altri ancora, l’insieme fa si di farci sentire come in un paesaggio onirico. Quando le strumentazioni si aggiungono fuoriesce lo stile della band, quello che ci ha propinato nel tempo sensazioni forti date da melodie semplici ma ficcanti.
“Supermarket” invece disarciona il vecchio fans con suoni ricercati anche se lo stile in realtà non è intaccato. Contagioso il divertimento dei singoli componenti nel provare ad escogitare soluzioni nuove e suoni, qui mi ricordano i primi Kraftwerk quando con poche note si divertivano a comporre. Il pianoforte di “Arkè” riporta l’attenzione sulla melodia minimale e toccante, tutte le canzoni proposte hanno una durata alquanto limitata, al massimo di cinque minuti il che rende l’ascolto molto fruibile e veloce, scevro di frangenti di stallo.
Con “Il Rumore Del Mare” si ha la possibilità di ascoltare il secondo brano cantato molto vicino alle Orme degli anni ’80. A concludere “la Città Di K.”, pezzo più lungo e arricchito anche dall’oboe di Mohammed Amir Ibrahim. Lo strumentale è sostanzialmente in linea con quanto ascoltato nell’ep.
Ancora una volta i Metronhomme ci fanno ascoltare e vedere con l’orecchio. Immagini si sovrappongono come in un lento girare di diapositive. Il distanziamento porta al ricercarsi e al desiderio di contatto umano che sicuramente raggiungerà livelli più elevati quando si avrà la possibilità di risuonare assieme e nel mentre guardaci finalmente negli occhi. Intanto possiamo godere di buoni risultati anche in questa maniera, speriamo tuttavia che questa storia abbia una durata breve, anche se la vedo dura… Molto dura. MS
 



lunedì 5 ottobre 2020

Altare Thotemico

 

ALTARE THOTEMICO – Selfie Ergo Sum
Ma.Ra.Cash Records
Genere: Rock Progressivo
Supporto: cd – 2020




Lo dico spesso, cambiano i tempi, cambiano le mode così la musica e l’arte in generale, ma per fortuna c’è sempre chi si sofferma a riflettere, a pensare. Questa prerogativa è prettamente degli anni ’60 e ’70 quando il Rock resta un viatico di protesta impetuoso e non un ruscello come quello di oggi. Tuttavia di band che uniscono il “pensiero” con la “canzone” attualmente ne esistono ancora, magari meno seguite a causa di una dissimile società da quella vintage. Oggi l’immagine è più importante dell’essere, l’uomo non risiede più al centro dell’interesse quindi il fatto di essere tutti uguali porta a creare cose simili e ad un ascolto meno impegnativo, oltre che più rassicurante per la massa.
L’immagine…
Perfettamente incastonato l’argomento da quel poeta che sempre è stato Gianni Venturi (Altare Thotemico, Moloch, Mantra Informatico), attento e critico microscopio della società moderna, uomo non rassegnato ed arrabbiato con tutto ciò che disturba il senso del vivere comune, gli interessi politici, le guerre e tutto quello che ruota attorno al dio denaro. Nella sua carriera ne ha raccontate di vicende e ha rappresentato al meglio il suo essere con il progetto Altare Thotemico, esordito discograficamente nel 2009 con “Altare Thotemico” riconosciuto anche in campo internazionale dai premi Progawards (terzo nella categoria “Miglior Debutto”). Il gruppo bolognese negli anni cambia formazione ma resta sempre attento alla sostanza e meno all’immagine.
L’immagine…
L’autoreferenzialità è un tassello importante per la società tecnologica, dove tutti si è connessi a testa bassa avanti ad un apparecchio elettronico per mostrare agli altri cosa che in effetti non siamo,  tanto da non salutarci neppure per strada. Eppure siamo tutti li dentro, con differenti maschere, leoni, belli, ritoccati.
L’immagine…
Mi faccio un bel selfie per dire al mondo che esisto (selfie, ergo sum) e che lo faccio come dico io perché così voglio apparire. Ecco il nodo societario increspato ed incastrato nel pettine dell’esistenza, io oggi devo apparire non essere, mi deresponsabilizzo.
Gli Altare Thotemico ci immergono in questo percorso suddiviso in nove brani e rappresentato da un artwork assolutamente eccezionale, che definirei “storico” per  perfetta rappresentanza del concetto. Il gruppo oggi è formato da Gianni Venturi (voce),  Marika Pontegavelli (piano, synth, voce), Agostino Raimo (chitarra), Giorgio Santisi (basso) e Filippo Lambertucci (batteria), con Emiliano Vernizzi al sax e Matteo Pontegavelli alla tromba.
 “Non In Mio Nome” si apre con un arpeggio di chitarra ed il solito Venturi efferato, narratore ficcante in questo caso di guerre da evitare, quelle sul petrolio. Il suono s’irruvidisce con l’ingresso delle percussioni e di una chitarra distorta, Hard Prog che mostra sin da subito le capacità balistiche della band. “Senza profitto non c’è conflitto”, così il primo schiaffo lo abbiamo incassato.
“Game Over” aumenta il ritmo, giochi elettronici in binario stereo impattano l’ascolto, mentre Venturi dialoga con Marika Pontegavelli. Le atmosfere sono grevi, così il ritornello mentre l’amore viene analizzato in un contesto non banale.
Il brano più lungo dell’album si intitola “Schopenauer” ed ha una durata superiore ai nove minuti. Qui il lato progressivo della band è più evidente con cambi di ritmo e di umore. Il sound va a raschiare il calderone del Prog vintage, la storia viene amalgamata e riplasmata con la personalità elevata della band. Un balzo indietro nel tempo che farà la gioia dei fans accaniti del RPI (Rock Progressivo Italiano). Ritornano anche i vocalizzi sciamani di Venturi, noto appassionato e ricercatore del suono della voce. Toccante il frangente piano e voce mentre il pezzo si conclude in stile Area.
Voci si rincorrono e sovrappongono in “Madre Terra”, dove la creazione viene analizzata assieme alla nostra beneamata abitazione planetaria. Un analisi ancora una volta scura, che volge ad esaminare ciò che non funziona nella madre terra, malgrado ciò l’autore esprime l’amore incondizionato nei suoi confronti, fra ricordi e sensazioni. “Ologramma Vivo” ospita il sax di Emiliano Vernizzi, la formula della canzone è strutturata su un crescendo sonoro, Venturi decide di spostare il sound Thotemico in versanti Metal, questo per rendere ancora più incisivo il messaggio della sua poesia, la quale alterna ad esso spicchi sonori acustici e toccanti. Tutti i brani ascoltati sono di elevata caratura tecnico compositiva, ma “Ologramma Vivo” resta quello che più mi ha colpito, grazie ad un insieme equilibrato e mai banale.
Per “Luce Bianca” vale il discorso di “Game Over” mentre la sperimentazione e la ricerca proseguono imperterriti.
Ma veniamo alla title track “Selfie Ergo Sum”, qui risiede tutto quello che ho descritto sino ad ora, un sunto delle capacità e delle idee mentre il soggetto lirico lo abbiamo trattato a sufficienza. Musica per la mente, da ascoltare senza distrazioni per godere al meglio delle potenzialità.
“Bianco Orso” è fiabesco, una filastrocca cantilenante apre il movimento che si sviluppa in doppia vocalità maschile/femminile. Atmosfere antiche, quasi medioevali avvolgono l’ascolto, ennesimo esempio di ricerca e rispetto del passato.
Il disco si conclude con “Poesia Crepuscolare”, nomen omen.
Gli Altare Thotemico realizzano a mio modesto parere il loro migliore album, quello della maturazione artistica, della maggiore consapevolezza nelle proprie capacità. La forza del messaggio, l’irruenza e la determinazione necessitano anche di suoni ruvidi e questi a tratti fuoriescono al momento giusto, per il resto grande musica, Prog raffinato e vissuto. Gianni Venturi non smette mai di creare, scrivere ed interpretare, raro esempio di vero artista moderno che lotta contro i molini a vento di questa società che tenta solo di apparire.
L’immagine… MS.
 



sabato 26 settembre 2020

Massimo Dellanilla

 

MASSIMO DELLANILLA – Sottosopra
Autoproduzione
Genere: Cantautore
Supporto: 2cd – 2020




A tre anni di distanza da “Aqua”, ritorna il cantautore gabianese Massimo Gabanetti in arte Massimo Dellanilla con un doppio cd.
Dellanilla fa parte di quel cantautorato oggi sempre meno rappresentato, uno spaccato culturale dove si possono attingere rimembranze di De Andrè, Guccini e tutto ciò che negli anni ’70 ha rappresentato la musica italiana in senso culturale. La personalità dell’artista è forgiata dalla sua ampia conoscenza in ambito musicale che spazia dal Blues alla Psichedelia, Rock, Folk e molto altro ancora.
L’album proposto si intitola “Sottosopra” ed è suddiviso in due storie comunque concatenate, il primo disco è “Sotto”, il secondo “Sopra”. Il filo conduttore che unisce il concept è dettato da due elementi di cui è composto il nostro pianeta, terra (sotto), aria (sopra). I due sono legati nel mezzo da ciò che la vita ci propone, ad esempio l’amore in tutte le sfumature. L’autore  assieme alla sua chitarra si coadiuva dell’amico e produttore Davide Chiari proprio come nel precedente “Aqua”.
“Sotto” si apre con “Nebbia”, uno spaccato in equilibrio fra il Country e il cantautorato italiano, i testi sono incisivi, descrivono situazioni e immagini nitide malgrado il titolo. Il ritmo è lento, caldo e avvolgente, fornendo anche alcune coralità di fondo. Uno squillo di tromba inserisce “Il Sovrano Del Regno Di Niente”, le atmosfere si offuscano in maniera malinconica, come in alcune ballate di Fabrizio De Andrè primo periodo. Il ritmo sale con “Falena” pur mantenendo un velo riflessivo, più decisa “Birichino” dal profumo prettamente anni ’70 e qui si spalancano le porte della discografia Gucciniana. Di cantautore in cantautore si possono incontrare anche note di un pentagramma scritto da Angelo Branduardi, “Son Troppo Felice (E Ne Son Triste)” ed è il più ricco di strumentazioni, percussioni e tromba annessi. In realtà i nomi che faccio di noti cantanti sono solo per dare un punto di riferimento nella lettura, va sottolineato che Massimo Dellanilla ha un suo carattere ben definito.
“Stazione Do Est” è impreziosita da cori femminili e lo spaccato descritto nei testi mi fa tornare alla memoria un altro cantautore poco considerato ma di elevata caratura, Mauro Pelosi. “Mentre Scivoli Via” fa capolino nel passato dall’ispanica memoria, soprattutto nel tratto con le trombe, questo prosegue anche in “Pensieri Neri”.
Uno dei momenti più interessanti di questo primo cd si intitola “Lucida Follia”, dove l’autore entra in una fase più introspettiva. Chiude “La Crisi”, canzone lunga della durata di sette  minuti.
“Sopra” esordisce con un breve intro “La Verità”, un brano che sembra registrato inizialmente in presa diretta per poi aprirsi con un grande organo e sorpresa…Una chitarra elettrica. Qui in   “Sinfonia Agrodolce” scritta in musica da Davide Chiari il cantato è narrato, ed in cattedra sale l’amore, in tutte le sue sfaccettature. Il finale è decisamente Prog ed improvvisato in stile Area. Si ritorna nei binari con “Prigioniero”, brano analogo a “Nebbia” nell’incedere. Molto bella “Dimmi Cara”, semplice e diretta con quel velo vintage che accompagna un ritornello difficile da dimenticare. “Kalispera” porta l’ascoltatore nelle braccia del vento, “Donna Graziosa” è una coccola onirica, quasi cosmica mentre “Ho Scalato Una Torre” risulta semplice, una narrazione di vita su di un ritmo classico. Fra i brani che ho apprezzato di più c’è “Tutto Cambia”, qui il Dellanilla più introspettivo e riflessivo. Il finale è in crescendo, con due brani davvero interessanti e di lunga durata, “Rimanga Tra Di Noi” e “Minuscola Preghiera” che fa il verso alla “Smisurata Preghiera” di De Andreiana memoria. Il lungo viaggio si conclude e lascia comunque qualche traccia in noi, perché le canzoni sono tutte davvero molto orecchiabili oltre che belle. Una attenzione maggiore alla registrazione tuttavia è consigliata, i suoni non sempre risultano nitidi ed equilibrati.
Confessa l’artista nella sua pagina facebook che questo lavoro è stato sofferto in quanto nel tempo impedito da molte vicissitudini avverse, tuttavia la caparbietà e la voglia di rappresentare la propria anima in musica vince, come sempre. MS
 
 

domenica 20 settembre 2020

Bridgend

 

BRIDGEND – Rajas
Autoproduzione
Genere: Psychedelic, Post Rock, Progressive
Supporto: cd- 2020




I Bridgend si formano nel 2015 da un idea del chitarrista Andrea Zacchia. Provengono dal centro Italia, una spola fra Bologna e Roma e si completano con Leonardo Rivola (tastiere), Massimo Bambi (batteria) e Matteo Esposito (basso).
Propongono Prog Rock prettamente strumentale e con esso tuttavia raccontano concept fra di loro concatenati. Questo ultimo “Rajas” non è altro che il prequel del precedente album “Rebis”. Importanti nell’economia del sound gli innesti psichedelici che danno quel tocco di modernità al sound altrimenti rivolto verso il Prog anni ’70 e precisamente verso quello di band storiche come Genesis.
“Rajas” è composto da sei brani di medio-lunga durata e l’artwork che accompagna il disco è ad opera di Paolo Di Orazio.
Il disco si apre con un pianoforte ed una melodia atavica e toccante che lascia spazio all’ingresso della strumentazione elettrica. La chitarra sin da subito è protagonista, dotata di buona tecnica mentre le tastiere sono fondamentali sia per ciò che concerne il tappeto sonoro che per gli arrangiamenti ed i solo sono il loro forte. Le atmosfere diventano grevi per passare a rilassate con “Appena Un Respiro”, di base il tutto si regge su di una musicalità orecchiabile e facile da memorizzare. Non si corre a mille all’ora, bensì si pondera, si ragiona e si dipinge con le note un quadro che sembra fatto con la tecnica acquerello.
“La Quiete Generale” rincorre stilemi tracciati da Steven Wilson ma anche dalla storia del genere che sicuramente rilascia una coda vintage davvero lunga. Non ci sono cambi repentini di tempo o di umore, bensì si percorre il cammino in maniera costante senza grandi sobbalzi. Una parola in più per il solo di piano davvero meritevole per leggiadria. “La Fatica Del Singolo” sembra uscire da un album delle prime Orme fra ricerca sonora e note sgocciolate. A metà di esso lo scenario cambia, lasciando spazio ad un godibilissimo solo di basso e ad un armonia indovinata. “Nocturnale” è uno dei brani più complessi dell’album con ritmiche spezzate e molte avventure nel pentagramma, una sorta di vetrina per le capacità balistiche della band.
La chiusura è nelle mani di “La Luce Ci Divide”, il lato più psichedelico del gruppo il quale con questo “Rajas” ci ha fatto dono di uno spaccato musicale davvero piacevole e il ringraziamento da parte mia non è affatto scontato. Di questi tempi…. MS
 
Per i collezionisti dico che esiste anche la versione in vinile acquistabile qui: https://wall.cdclick-europe.com/projects/rajas




sabato 19 settembre 2020

Soul Secret

 

SOUL SECRET – Blue Light Cage
Layered Reality Productions
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2020



La band napoletana Soul Secret è una realtà nostrana già affermata e rodata. Quattro album in studio alle spalle tutti in un crescendo qualitativo costante. “Blue Light Cage” è il quinto tassello della loro discografia, e ancora una volta con esso dimostrano di essere capaci di ulteriore maturazione. I testi assumono una valenza sempre più rilevante, trattando temi globali come la vita lavorativa e le lotte interiori, ma anche argomenti più contemporanei come le fake news e l'influenza dei mass media sulle persone. Intelligente l’approccio che ruota attorno alle storie comuni che possono accadere a chiunque, così che l'ascoltatore può trovare elementi con cui relazionarsi.
Ma la protagonista indiscussa è la musica, il Metal Progressive, questa volta  più vicino alla formula canzone. Ogni strumento ha una sua personalità ben definita, che nell’insieme apporta ad un concepimento strutturale conscio dei propri mezzi, la band sa dove andare a parare ed il risultato è di gradevole fattura.
E a proposito di strumenti, nella line up si può annotare l’avvicendamento alla chitarra elettrica da Antonio Vittozzi a Francesco Cavezza, mentre la band è completata da Claudio Casaburi (basso), Antonio Mocerino (batteria), Luca Di Gennaro (tastiere) e Lino Di Pietrantonio (voce). Importante per la riuscita finale del prodotto anche l’ausilio del manager Davide Guidone, il quale prende parte al processo come supervisore, fornendo alla band alcuni buoni spunti.
“Blue Light Cage” è composto da nove brani e si presenta in edizione cartonata con tanto di libretto contenente foto dei musicisti e testi.
Il viaggio inizia con un brano strumentale dal titolo “Opening Sequence” con il quale si palesano immediatamente le qualità tecniche in dotazione ai singoli componenti. Esso è un intro dall’apertura sonora spaziosa, specie durante il solo di chitarra, mentre la ritmica risulta essere precisa e rodata. Le tastiere assumono un ruolo importante, il suono si riempie e l’insieme ne trae vantaggio. Impossibile non trovare punti di congiunzione con i maestri Dream Theater, così nel brano successivo dal titolo “The Ghost Syndacate” soprattutto durante l’approccio vocale che nelle coralità a supporto. Qui suona le tastiere come ospite anche l’ex Dream Theater, Derek Sherinian. Quando il Metal Progressive si lancia in aperture strumentali diventa un genere impossibile da non amare e questo vale anche per chi non mastica molto le note distorte. Ascoltare “ A President’s Speech “ è un piacere, punto d’incontro fra melodia e tecnica, divertente anche nello spunto jazz. Il suono è pulito, lineare, così gli arrangiamenti risultano sufficientemente curati, grazie ancora una volta al lavoro delle tastiere di Luca Di Gennaro. Una piccola giostra di emozioni che dura sei minuti. Un breve break acustico di due minuti toccanti dal titolo “Switch On” per ripartire con “la title track “Blue Light Cage”. Il brano è di classe con il sax affidato a Marek Arnold (Cyril, Flaming Row, Seven Steps To The Green Door, etc.). Di stampo classico è “We’ll Become Dust”, piccolo vademecum sul genere.
I Soul Secret sanno dosare alla perfezione la tecnica con la melodia orecchiabile, una prerogativa non da tutti. “Going Home” mostra i muscoli, Così “Jump Right In” che ostenta una band molto  attenta ai particolari. E come spesso accade, dulcis in fundo, “Breath And  Recover” è una suite che sugella un disco con un carnevale di suoni e di colori, elettronica compresa.
La qualità è alta, in tutti i settori, un disco che mostra le capacità delle band italiane nel sapere calarsi in ruoli da protagonisti, questo prodotto è sicuramente sopra la media di quanto ho potuto ascoltare all’estero riguardo al genere. Se amate il Metal Progressive non potete ignorare questa piccola perla sonora, così è consigliato anche a tutti coloro che vogliono approcciarsi per la prima volta al genere in questione. MS




domenica 13 settembre 2020

E' morto KLAUS BYRON

Addio ad un maestro del giornalismo musicale: KLAUS BYRON



Ci ha lasciati incredibilmente un amico che è sempre stato vicino a tutti noi, grazie al  lavoro e alla musica proposta. Klaus Byron nelle sue riviste "metalliche" come il mitico FLASH con cui ho avuto la fortuna di collaborare, ha contribuito culturalmente ad accrescere il gusto musicale degli italiani, il tutto sempre con modestia e professionalità. Ora mi resta davvero difficile trovare parole per ricordare Klaus e quello che per me ha significato, tuttavia in Facebook mi sono imbattuto nel ricordo fatto da un altro grande maestro del giornalismo musicale, Gianni Della Cioppa ed è qui che mi associo con tutto il cuore, parola per parola. R.I.P. master!


Di GIANNI DELLA CIOPPA:

 KLAUS BYRON TRIBUTE. Una volta i giornali si facevano per telefono. Ore e ore al telefono ad impostare, decidere, togliere, aggiungere, si, no, voto 8, voto 7, voto 10. Ed è così che ho imparato a conoscere Klaus Byron, con telefonate fiume, dove ci conosce davvero, dalla musica si passa allo sport, poi alla famiglia, la vita e tutto il resto. Posso dire che per qualche anno, primi '90, eravamo davvero amici intimi, sapevamo tutto uno dell'altro, pur se lontani. Klaus mi aveva voluto nella squadra di Flash, sorta di costola di Metal Shock, che lui ha poi saputo trasformare in una splendida rivista autonoma, dirigendola da toscano vero, tra sorrisi ed incazzature. Ricordo la riunione a casa sua per dare vita a Flash, c'era un entusiasmo che ci fece capire che il progetto avrebbe avuto successo. E cavolo se funzionò... Poi ci siamo persi, la vita va così, ma grazie a questo social ci siamo ritrovati e qualche chiacchierata ce la siamo fatta ancora, ma senza nostalgia, solo con la soddisfazione di aver fatto al meglio quello che sapevamo fare, ovvero raccontare la musica. Ieri Klaus a 58 anni è morto. La notizia mi è arrivata mentre andavo ad un concerto... E subito sono partiti mille pensieri... Quello che ha fatto Klaus per il metal è un fatto, una certezza che resterà, ci sono migliaia di pagine a testimoniarlo. Ciao Klaus, vai subito a salutare Fabio e Roberto della tua amata Strana Officina, gli amici che tanto hai pianto. Oggi siamo noi a piangere te amico mio e come dicevi tu per sfottermi... "Ciao Gianni e Forza Milan". Si Klaus, oggi un'interista malato come me ti dice "Ciao Klaus e Forza Milan con tutto il cuore". #klausbyron #flashmagazine #HeavyMetal #rivistemusicali

 


venerdì 4 settembre 2020

Marquette

 

MARQUETTE – Into The Wild
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Crossover Prog
Support: cd – 2020




La Germania si dimostra nel tempo una nazione molto attenta al fenomeno Rock, sia esso spaziale, che elettronico oltre che Progressivo. Una dedizione ed una cura che ha portato nel tempo a risultati importanti, tanto da renderla una delle nazioni più influenti in ambito Rock Progressivo. Famoso il genere Krautrock, punto di riferimento per moltissime altre band al mondo. Anche oggi sorgono di tanto in tanto nuovi progetti, a volte con componenti storici di altre band, questo è il caso del progetto Marquette, con il tastierista, chitarrista e compositore Markus Roth. Esso ha militato in gruppi come Horizontal Ascension, Force Of Progress, Flaming Bless e Mindmovie. Con loro ha toccato stili musicali come il Prog melodico, il Metal, il Jazz e la Fusion, e dal risultato di queste esperienze nasce proprio il gruppo Marquette. “Into The Wild” è il secondo album dopo l’esordio datato 2015  dal titolo “Human Reparation”. Il nuovo lavoro composto da otto brani, è ispirato alla vita di Christopher McCandless, che viaggia attraverso gli Stati Uniti con attrezzature minime e senza soldi, nel tentativo di diventare un tutt'uno con la natura, ma che invece trova una tragica morte nel deserto dell'Alaska. Storia e musica si pongono come un esempio della costante ricerca di se stessi, e della propria identità.
Con Roth suonano Sebastian Schleicher (chitarra, basso), Reiner Wendland (chitarra), Dennis Degen (batteria), Maurizio Menendez (voce), Robin Mock (sax) e Art Lip (tromba).
Atmosfere oscure accolgono l’ascoltatore in “No Answer”, inizio strumentale del viaggio basato su un lieve tappeto Metal Prog, un intro deciso e comunque ricco di cambi di tempo e buoni momenti di chitarra. Esso porta alla prima mini suite dell’album intitolata “Seven Doors”. Qui si può cogliere molta storia di Prog e Neo Prog, l’artista mette sul tavolo tutte le carte a sua disposizione, creando con stile e saggezza frangenti sonori gradevoli oltre che ricercati. Quasi un quarto d’ora di musica variegata concepita come fosse una colonna di un film. Nell’economia sonora, ancora le chitarre sono coloro che rendono di più, mentre le tastiere si accontentano spesso di fare da base su una ritmica buona senza sbavature. I tasti d’avorio si lanciano solo a tratti in brevi assolo che lasciano spazio anche al sax di Mock.
Più allegra “Criminal Kind”, prima canzone cantata rivolta verso il Jazz Prog, qui il basso disegna buone melodie, un momento funzionale e diretto. Tuttavia la musica dei Marquette è di certo ricercata, il mix di stili ne è la causa, in “Alexander Supertramp” ne abbiamo un altro tangibile esempio. Scale di note vengono sciolinate con veemenza lasciando improvvisamente spazio ad assolo più pacati e riflessivi, anche se in controtempo. Magia del Prog e chi lo segue mi ha di certo capito.
Una voce apre “Sensuality”, altra composizione impregnata sempre di quella nota malinconica che fa da canovaccio a tutto l’album. La tecnica sale, così la difficoltà esecutiva a dimostrazione anche di una preparazione ragguardevole dei singoli musicisti coinvolti. Il brano è in bilico fra Prog e Metal Prog. “Portait Of Men” si adagia nel pentagramma con leggiadria, altro brano cantato e comunque più riflessivo del contesto. Il Mellotron fa scorrere sulla pelle qualche brivido.
Il monolite delle tastiere resta, ma si aggiungono le chitarre distorte in “Poisoned Homeland”, altro momento ricercato, mentre l’album si conclude con la seconda mini suite, la title track  di quasi 20 minuti intitolata appunto “Into The Wild”.
In effetti il detto dulcis in fundo è proprio indovinato, ben si sposa in questo contesto mai banale e ricco di sorprese. Musica acustica si alterna a quella elettrica lasciando nella mente di chi ascolta più di un segno.
I Marquette sono ritornati con le idee ben chiare, ossia quelle di unire il Metal Prog al Neo Prog, un innesto che potrebbe sembrare al primo momento incongruente, ma che invece riesce a dare buoni frutti. Il Crossover Prog è proprio questo, di certo non digeribile per tutti i puritani del Prog, tuttavia anche qui risiedono buone idee e melodie. Un album da ascoltare più volte prima di essere metabolizzato a dovere, e che riesce a dare comunque sincere soddisfazioni. MS
 
 

Melanie Mau & Martin Schnella

 

MELANIE MAU & MARTIN SCHNELLA – Through The Decades
Autoproduzione
Genere: Acustic Folk – Prog
Supporto: cd – 2020



Il periodo di reclusione forzata dovuto al Covid-19 nel lockdown, musicalmente ha dato comunque alcuni frutti. Molti artisti si sono cimentati in prove casalinghe più o meno impegnative. Melanie Mau e Martin Schnella sono oramai conosciuti in ambito Progressive Rock, specialmente grazie al progetto Flaming Row ed anche loro ne approfittano per registrare il terzo album di cover dopo “Gray Matters” (2015) e “Pieces To Remember” (2018).
Pure in questo caso trattasi di un disco acustico, con Melanie alla voce e Martin Schnella alla chitarra e voce, con loro Mathias Ruck ancora alla voce, Simon Schroder alle percussioni e Lars Lehmann al basso. Nel disco compaiono anche special guest, Jens Kommnick (whistle, violoncello), Marek Arnold (sax, clarinetto) e Jelena Dobric (voce).
L’edizione è curata, con un libretto contenente spiegazioni, foto e credits dell’ascolto, il tutto dentro un formato di cartone. L’artwork ed il design è ad opera di Martin Huch. La durata del disco è estesa, ben settantaquattro minuti di musica suddivisi in quattordici tracce dove gli artisti in questione vanno a toccare differenti generi della musica Rock e Metal, rielaborandoli in veste acustica. Davvero molti i classici che ci aspettano in questo lungo percorso sonoro, ad iniziare da “Dancing Whit The Moonlit Knight” dei Genesis. Toccare un mostro sacro del Progressive Rock è davvero da coraggiosi, specie se lo si vuole interpretare in maniera personale, questo perché il fans del genere è notoriamente geloso dei suoi credo. Ne scaturisce un brano polifonico, Folk, quasi celtico e questo mostra una grande personalità del gruppo. Per chi vi scrive, il bello risiede proprio qui, il coraggio di rendere un brano proprio è encomiabile, specie se il risultato è gradevole e sorprendente. Dopo questo inizio coraggioso è la volta di “Running Up That Hill” di Kate Bush, canzone delicata già del suo grazie soprattutto alla classe immensa dell’artista e qui brava è Melanie a scegliere di non farle il verso, bensì di interpretarla con ben altra personalità. Vigorosa nel ritornello e nell’incedere centrale, la canzone trasporta l’ascoltatore con enfasi.
Il Folk si sposa alla perfezione con il brano “Poesie Im Sand” della band islandese  Árstíðir, brano che potrebbe benissimo risiedere nella discografia dei Capercallie. Viene preso in considerazione anche l’Heavy Metal, ovviamente non nelle sonorità delle chitarre elettriche distorte, bensì nei suoi lati più tenui e folcloristici, i Blind Guardian hanno lasciato piccole perle acustiche al riguardo, qui viene presa in analisi “Harvest Of Sorrow”. La voce di Melanie ben si adatta a tutti gli stili con efficacia.
Bene eseguito il brano “Miracles Out Of Nowhere” dei Kansas, con Martn Schnella in grande spolvero alla chitarra e ancora una volta funziona il gioco polifonico delle voci. Un altro classico del Rock è “Don’t Stop Me Now” dei Queen, brano gioioso, aperto, ricco di voci qui ottimamente interpretato nell’insieme e sottolineo anche  la difficoltà del pezzo solo apparentemente adagiato nel mondo della “canzoncina”. Solido e importante.
Esiste un nuovo supergruppo nel mondo del Progressive Rock moderno, esso si chiama Flying Colors, con un Neal Morse (ex Spock’s Beard) molto ispirato, Melanie & Martin ne omaggiano una delle canzoni più interessanti ed orecchiabili, “Kayla”. Un altro artista importante per la causa Rock è Peter Gabriel (ex Genesis), qui trattato con il brano “In Your Eyes”, impreziosito dal sax, in un momento molto pacato e riflessivo. Musica per la mente.
Restando nel mondo magico e dotto del Progressive Rock, ci si imbatte anche con i maestri del “complicato” i grandi Yes che molto hanno dato alla causa specialmente negli anni ’70. Non a caso il gruppo interpreta un loro classico, quel “And You And I” che va a ripetere quanto da me detto inizialmente nei confronti di “Dancing Whit The Moonlit Knight”. A seguire “Dark Water” (Agent Fresco), “Reason” (Pain Of Salvation), “Creeping Death” (Metallica), “I Am Above” (In Flames) e “Als Ich Fortging” (Karussel). Una parola in più per il brano dei Metallica, davvero arrangiato in maniera impeccabile, specialmente nella ritmica, stravolto ma rispettato nell’essenza. Spero che gli artisti originali abbiano ascoltato questo risultato.
Anche in questo caso “Through The Decades” è una prova di rispetto e di personalità, cover si ma con classe, perché qui gli artisti in questione ne hanno da vendere. Questo disco è consigliato non soltanto agli amanti dei gruppi trattati, ma anche a tutti coloro che amano le melodie semplici. MS 
 
 
http://gray-matters.de/produkte/melanie-mau-martin-schnella-through-the-decades
 



lunedì 17 agosto 2020

Oteme

 

OTEME – Un Saluto Alle Nuvole
Ma.Ra.Cash Records
Genere: RIO
Supporto: cd – 2020



La musica ci racconta storie, spesso diventa il mezzo per distribuire i racconti amplificandone  le sensazioni, interviene dove le parole singole non riescono sempre allo scopo.
L’accoppiata voce e musica porta a grandi risultati, ascoltare un disco equivale a vedere un film. Gli Oteme di Stefano Giannotti (voce, chitarra), sempre hanno usato la musica come amplificatore di sensazioni, sperimentando e unendo melodia a ricercatezza. Si sono sempre rivolti ad un pubblico attento, amante della musica senza distrazioni e neppure distinzioni, raggiungendo il traguardo di quattro dischi in studio, compreso questo nuovo dal titolo “Un Saluto Dalle Nuvole”.
Nel 2012 Giannotti gira un documentario sull’Hospice di San Cataldo (Lucca), luogo dove i malati terminali vengono sottoposti a cure palliative per il loro ultimo viaggio. Il video originale si intitola appunto “Un Saluto Alle Nuvole” dove infermieri, dottori e parenti dei malati rispondono alle domande sulla morte, la felicità e la memoria. Da qui l’idea di riprendere le risposte e spingerle ulteriormente con la musica, proprio come dicevo in precedenza. Esse assumono una potenza maggiore, le riflessioni diventano veri e propri materiali poetici. Per l’occasione gli Oteme si estendono da sei elementi a tredici.
Il libretto di sedici pagine che è contenuto nell’edizione cartonata del disco è curatissimo, ed è ad opera di Stefano Giannotti con la grafica di Tommaso Tregnaghi e le foto di Giannotti, Christian Mazzoncini e Claudio Bianchi. In esso tutte le descrizioni dei testi brano per brano, traduzione in inglese, chi ci suona e le tempistiche.
Dieci le canzoni e gli Oteme sono qui formati da Irene Benedetti (voce, flauto), Valeria Marzocchi (voce, flauto), Elia Bianucci (clarinetto), Lorenzo Del Pecchia (piccolo clarinetto), Stefano Giannotti (voce chitarre), Emanuela Lari (voce, piano, Harpsichord, synth), Valentina Cinquini (arpa, voce), Vittorio Fioramonti (voce, basso), Riccardo Ienna (batteria), Edgar Gomez e Gabriele Stefani (voce), con gli special guest Blaine L. Reininger (violino) e Antonio Caggiano (vibrafono).
Molte persone  hanno avuto una esistenza complicata, fatta di sacrifici fra povertà e stenti, questa è una delle tante storie che vengono raccontate all’Hospice e “Chiudere Quella Porta” raccoglie questa testimonianza rappresentandola in musica. Coralità femminili e voce maschile si incrociano in una struttura libera da restrizioni e regole, quasi in un contesto camerale. Più strumenti differenti, più voci.
“E c’è Qualcuno” è acustica, grazie all’arpeggio della chitarra classica e si avvicina alla formula canzone, bello il frangente con i fiati. Ogni brano si apre con uno scorcio dell’intervista, “Un Ricordo Bello” parla dell’arricchimento individuale che ottiene la persona che opera nell’Hospice stando a contatto con queste persone. Rapporto umano che si interscambia in un dare e ricevere. La musica torna ad essere ricercata, quasi voce stessa delle tonalità in una sorta di lallazione. Il canto di uccelli finale trasmette serenità.
“Dieci Giorni”, conto alla rovescia inevitabile per la fine della travagliata esistenza, è un passaggio sonoro cadenzato da un insistente conto alla rovescia in lingua inglese su di un incedere ritmico pachidermico. L’arrivo della voce di Valeria Marzocchi assieme a quella di Giannotti riporta ad un certo ordine concettuale. Giunge a questo punto un momento strumentale intitolato “Gli Angeli Di San Cataldo”, sul libro dell’Hospice “Angeli” è il nome dato al personale infermieristico dal familiare di un paziente li deceduto. Dissonanze ed incontri strumentali rendono il brano cinematografico, una colonna sonora delle sensazioni.
In “Quando La Sera” ancora incontro di voci e strumenti, una vera e propria staffetta fra parole e musica, quest’ultima si adegua alla voce e non viceversa. Il brano “Turni” come ben dice il titolo spiega l’operato degli addetti ai lavori ed è il brano più lungo dell’album grazie ai dodici minuti di durata. Ancora chitarra acustica e voce in “Una Mamma Disperata” per poi sfociare nella ricerca sonora, DNA degli Oteme.
Una scappata nel mondo del Jazz con la strumentale “Per I Giorni A Venire” e così l’album si chiude con la breve “Un Saluto Alle Nuvole”, il frangente più soave dell’intero lavoro.
Come ben sappiamo gli Oteme amano ricercare, usare la musica come una voce, uscire in qualche modo dal coro regalando sensazioni differenti. Il pubblico più esigente della musica troverà in loro una fonte di refrigerio, altri magari rimarranno perplessi, ma proprio questo è il vero significato e scopo della musica: emozionare. MS



martedì 11 agosto 2020

Røsenkreütz

 

RØSENKREÜTZ - Divide Et Impera
Andromeda Relix / Opal Arts
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020



Dai tempi dell’antica Roma si sa che “Divide Et Impera” (dividi e comanda) è un detto su cui un tiranno può fare ciecamente affidamento. Quando un popolo è diviso, distratto dalle rivalità interne e dalle discordie, il governatore può dormire sonni tranquilli e fare ciò che meglio crede. Oggi nel 2020 ancora questo detto non è intaccato da un filo di ruggine.
Lo sa bene anche Fabio Serra, autore del gruppo Røsenkreütz. Inizialmente nato come progetto solista, oggi si avvale di musicisti come Massimo Piubelli (voce), Gianni Sabbioni (basso), Gianni Brunelli (batteria), Carlo Soliman (tastiere) e Eva Impellizzeri (viola, tastiere, cori), mentre Fabio Serra ne è chitarrista, tastierista, bassista e cantante.
Il tema del concept è quindi il controllo nel senso più ampio del termine, otto canzoni nel quale esso viene osservato, studiato, raccontato.
“Divide Et Impera” giunge dopo sei anni dall’esordio di “Back To The Star”, edito sempre dall’Andromeda Relix. La musica è ancora una volta rivolta al Crossover Prog, fra classico e moderno. Lo scatto di Christophe Dessaigne è la copertina dell’album presentato in edizione cartonata con un ricco libretto di venti facciate, impreziosito dalla grafica suggestiva delle immagini di Lara Zanardi.
Ciò che si nota sin dal primo ascolto di “Freefall, brano che apre l’album, è l’ottima qualità sonora. Il sound può ricondurre a quello dei Kaipa con una lieve tendenza verso il Neo Prog. Molto orecchiabile e bene eseguito. Le tastiere mettono gioia, così il ritmo spezzato mentre la chitarra elettrica ci regala un buon assolo.
“Imaginary Friend” può risedere anche nella discografia dei primi Spock’s Beard con innesti anni ‘80, non a caso siamo nel Crossover Prog. La viola di Eva Impellizzeri dona un tocco di classicità che non guasta, ma quello che nuovamente colpisce l’ascolto è la melodia orecchiabile, di sicuro alla fine dell’ascolto qualcosa in testa rimane. Massimo Piubelli (anche Methodica) al microfono se la cava ottimamente, con professionalità. Dopo tanto ritmo un momento riflessivo coglie l’ascoltatore in “The Candle In The Glass”, una ballata con la chitarra tirata in modalità primi Porcupine Tree.
“I Know I Know” fa un balzo indietro nel tempo, andando a rovistare nella Psichedelia Hard Rock degli anni ’70 mentre “Aurelia” è una dolce ballata molto sentita e di carattere, come ad esempio certi Queensryche hanno saputo raccontare. “True Lise” è il brano più breve del disco con i suoi quasi sei minuti, composizione che nel ritornello ha molto dei Toto. “Sorry And…” cela fra le note tanta storia, ma il brano che più colpisce per coralità di suoni e di stili è il conclusivo “The Collector”, una mini suite di 15 minuti che sa come intrattenere, fra suoni elettrici, Nero Prog stile Arena, melodie accalappianti e personalità.
I Røsenkreütz hanno fatto un grande passo in avanti rispetto il buon esordio, Fabio Serra si dimostra ottimo compositore oltre che un polistrumentista preparato. Il Prog è trattato con i guanti, così l’Hard Rock  e tutto ciò di cui ho narrato. Un insieme che lascia appagati al termine dell’ascolto, un altro pregio consiste nella scorrevolezza dell’insieme, mai un momento di calo, l’attenzione è sempre alta. Un disco che può piacere a molti di coloro che amano le buone melodie senza limitazioni di stili. “Divide Et Impera” è in definitiva un disco onesto e professionale che anche molti dall’estero potrebbero invidiarci. MS