domenica 17 giugno 2018

P.C.Translate


P.C. TRANSLATE – IV
ZA Project – Tra Bla Records
Genere: Psychedelic Rock, Doom Metal
Supporto: lp/cd – 2018


Paolo Catena è un artista puro nel movimento musicale italiano e non soltanto. Artista perché contro tendenza da sempre, ligio solo alle sue regole, in barba ad ogni tipo di logica di mercato e aperto ad ogni tipo di soluzione, mai decisamente di moda. La sua indole lo staglia nel mondo musicale anni ’80, quando il genere ed il vinile cavalcano i fasti del trionfo. Nel tempo si cuce addosso numerosi appellativi, Mr.Cat , Paul Cat, P.C,The Cat, a dimostrazione della ricerca continua di una musica che lo rappresenta soltanto al momento. Questo suo essere “artista” lo porta verso un pubblico di nicchia, un pubblico attento ed esigente, quello che dalla musica vuole sempre un qualcosa in più. Ma non è solo un musicista, Paolo dipinge dal 1979, famosi i suoi “Quadrimusicali”. Una ventina i dischi pubblicati sino ad ora, prevalentemente di elettronica ambient sperimentale e strettamente legati alla vibrazione della pittura astratta.
Il progetto Translate sorge nel 2003, subito dopo la “morte artistica” del suo vecchio personaggio, conosciuto ai più con uno pseudonimo che non è nient’altro che la traduzione letterale del suo nome in inglese (usato dal 1977 al 2003). Con l’ingresso di Lola Sprint nella vita dell’artista nel 2005 vengono aggiunte a Translate le lettere P.C. e con questo nuovo appellativo si produce il primo mini-cd “Lo-fi Lovers”. Il progetto resta nel cuore di Lola Sprint la quale auspica una continuazione discografica di questa realtà. Nel 2013 quindi esce un cd-r (per TRA BLA RECORDS) autoprodotto in sole 100 copie numerate, il materiale risulta buono, anche se la produzione sembra più accostarlo ad un demo tape. Il disco tuttavia prende vita e nuova veste in questo 2018, grazie all’incontro di Paolo Catena con Angelo Zermian, vecchio amico e musicista avvenuto casualmente alla Fiera del Disco in quel di Pesaro nel 2017. L’amore per le produzioni vintage ed il vinile accomunano i due portando alla nascita dell’etichetta discografica esclusiva dal nome ZA PROJECT.
Fra i master registrati in studio, la scelta ricade su “Inedits” del 2013, e vengono stampati in edizione limitata e numerata a mano solo 500 copie di cui le prime 100 in vinile trasparente e con all'interno una cartolina raffigurante il quadro in copertina autografata da Paolo Catena. La stampa in cd contiene invece  un’opera pittorica inedita creata appositamente dal musicista al fine di realizzare una nuova copertina.
La versione in vinile ha un impatto visivo nettamente anni ‘80 con in copertina il quadro intitolato “Four” e all’interno le foto di Catena con i suoi strumenti e di Lola Sprint nello stesso studio.
Undici le tracce sonore contenute, brani che riportano inesorabilmente l’ascoltatore indietro nel tempo.
La musica di P.C.Translate prende la mente, si innesta con psichedelia e Doom Metal, un connubio importante per la gestione delle emozioni, un viaggio che molto spesso rasenta l’onirico, anche se l’incubo è sempre dietro l’angolo. Eppure tutto fuoriesce in maniera naturale, quasi da sembrare molto semplicistico, ma così in realtà non è. La musica nasce spontanea dalle mani di Catena e dalle corde della sua chitarra, sembra una improvvisazione che segue un binario logico, quello dell’esperienza e del carattere. La chitarra a volte sferzante e a tratti ficcante racconta storie nervose ed instabili.
Umore nero nel lato A del vinile, ma anche puntate nel mondo progressivo come ad esempio in “Heavy Clouds”, un ipnotico rapimento encefalico dettato da un incedere senza risoluzione d’uscita. Chitarra elettrica più distorta in “Reason Of Changes”, ambiente più consono al Catena artista, un bagno nella pece. In questo mondo fatto di riff e di assolo sofferti, molto spesso ci si ritrova a ciondolare con il capo ad occhi chiusi. Ma non sempre è la chitarra elettrica la protagonista solista, ci sono casi come “Deep Sea (Of My Life)” in cui l’acustica trasporta l’ascoltatore fra echi di voce e accordi semplici in un mondo prettamente Pinkfloydiano. Spazio anche per il Rock in “Test Song”.
Il lato B del vinile si apre con “Heart In Flame”, connubio di suoni che potrebbero scaturire anche da un disco di musica Psichedelica di fine anni ’60, oltre che dal Krautrock.
Ma è “Poetry” il momento più importante del disco, ammaliante e sinuoso nell’intro quanto greve e sporco nell’incedere. Sonoramente parlando un vero e proprio macigno, qui fuoriesce il vero Paolo Catena, quello senza compromessi.
Frangente più gioviale con la ritmata “Vicend Sirios” ed ecco venire allo scoperto anche le tastiere. C’è ancora spazio per l’oscurità di “Surniacat” e per la ricerca di “The End Of Love (In The World)”, vero e proprio grido lancinante all’umanità intera. Brividi.
Questo incontro fra Catena e Zermian fa ben sperare in un nuovo mondo sonoro, dettato dall’amore per il vinile e per certi suoni che sembrano oramai incastonati in un tempo passato, ma che in realtà possono essere sempre attuali. Disco da non perdere per gli estimatori del genere e un gran benvenuto alla ZA Project, ci voleva proprio. Di questo lavoro ovviamente esiste anche la versione in cd. MS


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domenica 3 giugno 2018

Desounder


DESOUNDER – Desounder
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T.Music
Genere: Rock
Supporto: cd – 2018



Il Rock racconta storie e situazioni sociali del momento, il Rock è sudore, passione, energia, il Rock muore presto, il Rock non muore mai, il Rock è un pugno o un bacio, il Rock è parte di noi, il Rock si odia oppure si ama, Il Rock è tutto ed il contrario di tutto.
Lo seguo con passione da sempre, è parte della mia vita ed è un viatico in cui rispecchio e conduco anche la mia personalità. Respiro Rock, non soltanto lo ascolto. Questo è quello che capita anche a molti artisti che si gettano anima e corpo in questo contesto, con tutte le caratteristiche qui sopra descritte.  Per chi suona ed incide i risultati non sempre sono positivi, capita anche di creare un prodotto non all’altezza delle volontà, altre volte si, tuttavia quello che resta ineccepibile e non criticabile è la passione con cui l’artista crea, così la sua sincerità. Ecco, si può dire che il Rock è sincero.
La storia dei Desounder è quella di molte altre band italiane, a testimonianza che il genere non morirà mai, i proseliti proseguono il loro cammino, la passione è grande, così come la voglia di emanare energia.
I Desounder si formano nel 2013 con il nome Rider’s Bone e partono come band live fra cover e brani propri. Nel 2017 iniziano la collaborazione con la casa Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa e qui parte ufficialmente la storia dei Desounder.
Dopo cambi di line up il gruppo è formato da Eleonora Nory Mantovani (voce), Nicolò La Torre  (chitarra), Matteo Valle (basso) e Martino Pighi (batteria), ideatore della band assieme a Eleonora.
Il debutto in analisi dal titolo omonimo è formato da undici canzoni a partire da “Reverse”, un intro sonoro che accompagna a “Man From The Moon”. Salta subito in evidenza la bellezza della voce di Eleonora ed una struttura musicale non scontata, con un mix di stili musicali che mostrano i differenti gusti dei singoli componenti. Non esula un gran bel momento di Prog Rock con un breve uso delle tastiere. Notevole il gusto per la melodia ed una particolare attenzione al ritornello, oltre che all’uso delle coralità vocali. Nel disco si possono anche ascoltare i fiati di Davide Teramano (sax), Ermanno Luise (tromba) e Livio Marconi (Trombone), questo in “Dear John”, dal profumo jazzy. Ottimo il lavoro della chitarra elettrica di Nicolò, questo lo si evince spesso, ma anche della ritmica intera. Il cantato è in lingua inglese.
Le doti vocali di Eleonora sono molteplici, ha estensione e capacità interpretativa, una personalità importante che dona carattere ad ogni brano di questo debutto, ascoltate anche  “Pain” per averne una chiara descrizione.
Rock completo dunque sempre alla ricerca di nuovi innesti seppur sempre radicato alle basi principali del genere. Non mancano neppure cambi di tempo all’interno dello stesso brano, assolo brevi ma ficcanti, dello sguardo verso certo Metal, quello anche caro ai Queensryche e anche a del malinconico Grunge. E non può mancare neppure il momento più riflessivo, qui dal titolo “I Take My Time”.
Mid tempo granitico in “Prisoner”, quel Rock che la chitarra elettrica evidenzia come un polverone in una strada di breccia al passaggio di una  Harley-Davidson. Rock puro, ma anche ricercato e non mi sfuggono nuovamente interventi dal mondo Prog, specie nell’uso del tapping. La breve “The King’s Entrance” fa il primo piano alla ruota e al piede del succitato motociclista, la chitarra in modalità country la racconta tutta, e poi via per correre in “King Of Nothing”, altro momento in perfetto stile Desounder. Un arpeggio di chitarra è la spina dorsale di  “The Void Of Absence” e quando arriva la voce di Eleonora, l’atmosfera diventa magica, specialmente nel crescendo sonoro.
Il fantasma dei Soundgarden aleggia. Immediatamente adiacente sopraggiunge “Save Our Souls” per poi chiudere l’album con “You Fall Again”, macigno Rock.
Debutto ma dalle idee molto chiare, il quartetto esprime il messaggio Rock con diversi punti di vista, un disco non scontato, gradevole, da ascoltare in ogni momento della giornata e indipendentemente dallo stato umorale in cui ci si trova. MS


Andrea Torello


ANDREA TORELLO – Appunti Di Viaggio
Lizard Records/ Zeit Interference
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


Parlare di Andrea Torello in me fa tornare alla mente momenti di ottimo Prog italiano anni ’90 quando i Quirsh ci regalavano lavori come “Sola Andata”, oppure i Nightcloud cavalcavano pentagrammi di metallica memoria, progetti nei quali figura sempre il nostro polistrumentista di Savona.
Andrea Torello con “Appunti Di Viaggio” intraprende la carriera solista, componendo tutte le canzoni e suonando al suo interno moltissimi strumenti come il basso elettrico, chitarra elettrica, tastiere, synth, batteria e anche voce. Nel viaggio si coadiuva di musicisti che rispondono al nome di Simone Piccolini (mellotron, synth, tastiere, piano e voci), Michele Torello (chitarra elettrica in “Ninna Nanna”) e Luciano Giorda (chitarra elettrica in “L’origine Del Mondo”).
Dieci tracce che si aprono con l’immancabile “Intro”, sin da subito si estrapola il messaggio di album intimista e riflessivo, con suoni sostenuti e spaziosi. Il lavoro è legato brano per brano, da ascoltare e capire nella sua interezza, uno strumentale che in trentasei minuti racchiude l’essenza di Torello uomo e artista.
“Ed E’ Quasi Per Caso” si lascia condurre dal basso elettrico il quale sciolina la melodia aggraziata ed orecchiabile, impreziosita da piccoli interventi vocali. Tutto molto semplice e diretto.
Tastiere sono le protagoniste di “Risveglio”, altro momento riflessivo e marcatamente Prog, come se le Orme dedicassero molto del proprio tempo ai passaggi più melodiosi. Più solare “Solo Per Te”, ancora una volta dal sound caldo grazie al lavoro del basso, paesaggi appaiono inevitabilmente avanti all’ascoltatore se impegnato ad un ascolto con gli occhi chiusi.
La musica esprime spesso grazia ed eleganza, come se avesse l’intenzione di non disturbare, quasi sommessamente, ma attenzione, non proprio da sottofondo, perché comunque il legame con l’emotività è davvero forte. Ascoltare “L’Origine Del Mondo” per comprendere al meglio questo mio concetto.
Torna il basso protagonista nella più breve “Te Lo Dico Così” con i suoi due minuti e mezzo. Altro frangente in cui l’ascoltatore può sentirsi fluttuare a mezz’aria. Suono sospeso, leggero anche in “Ninna Nanna”, vera e propria nenia dedicata allo scopo e comunque elegante sia nella struttura  che nell’esecuzione, in sunto una vera ninna nanna Prog.
Fra i momenti che più ho apprezzato nomino “Estate Di Sera”, vera fotografia di momenti che riempiono il cuore e l’anima. Ricerca in “Melodia D’Autunno”, fra elettronica e tastiere, mentre l’album si chiude con “Outro” e mi viene da aggiungere giustamente.
La musica di Torello è esaltata dalla ricerca del suono al quale l’autore tiene molto, basta dire anche che per il concepimento di “Appunti Di Viaggio” sono serviti ben due anni. Un delicato viaggio nell’interno del proprio io, se non si ha paura di lasciarsi trasportare da certe emozioni che quando sono forti potrebbero anche destabilizzare. Da ascoltare, non da sentire. MS



sabato 26 maggio 2018

Oteme


OTEME – Il Corpo Nel Sogno
Ma.Ra.Cash Records
Genere: R.I.O.
Supporto: cd - 2018


Gli Oteme rilanciano, la creatura di Stefano Giannotti sorta nel 2010 dopo “Il Giardino Disincantato” (2013) e “L’Agguato, L’Abbandono, Il Mutamento” (2015) fa ritorno con “Il Corpo Nel Sogno”. L’Osservatorio delle Terre Emerse ad assetto variabile riprende la sua ricerca nel mondo dei suoni, fra teatro musicale, cantautorato, classica contemporanea ed Art Rock, per essere a tutti gli effetti un laboratorio di linguaggi.
Stefano Giannotti, voce, chitarra elettrica, organo Farfisa, elettronica, percussioni, armonica oltre che compositore dei brani, questa volta si circonda di sette artisti che rispondono al nome di Valeria Marzocchi (flauto, voce), Lorenzo Del Pecchia (clarinetto, clarinetto basso), Maicol Pucci (tromba, flicorno), Marco Fagioli (basso tuba, trombone, sifone), Emanuela Lari (piano, tastiere, voce), Valentina Cinquini, (arpa, voce), Riccardo Ienna (percussioni) con la giunta delle voci di Gabriele Stefani e Edgar Gomez e di Antonio Caggiano (Ars Ludi) al vibrafono. Questo nutrito e variegato combo di musicisti chiarificano la situazione a cui si va incontro, ossia ad un mondo musicale a tratti complesso e comunque sempre attento alla melodia mai scontata. Con un artwork davvero curato in forma cartonata ed un nutritissimo libretto ricco di foto e testi sia in italiano che tradotti in lingua inglese, “Il Corpo Nel Sogno” è suddiviso in dieci tracce.
Il suono tende a strapazzare l’ascoltatore in una sorta di schiaffo o bacio, sorprendendolo alle spalle con intrecci ricercati oppure con melodie suadenti e calde. Il modus operandi è diventato oramai marchio di fabbrica per il gruppo, il quale si esprime con testi che riguardano sia la società moderna che frangenti di poesia.
“Rubidor#1” canto scanzonato, percussioni, flash strumentali e voce femminile in sovrapposizione. Canzone in stile Battisti/Panella, il disco si apre con questo approccio per poi passare all’arpeggio intimistico della title track “Il Corpo Nel Sogno”, nato in un giorno di forte mal di schiena. Le atmosfere sono delicate e calde. La metrica lirica segue anche lei una ricerca non convenzionale che potremo definire oramai in stile Oteme.
Strumenti a fiato interagiscono fra di loro in una sequenza slegata eppure retta da un filo logico in “Neglibor”, sogno popolato da figure inquietanti interpretate da voce femminile e maschile. La musica  quasi da camera si allaccia a uno stilema Jazz dal sapore passato. La breve “Blu Marrone” è uno strumentale con richiami a Stravinski che conduce a “Sono Invisibile”, fra cantautorato e ricerca strutturale. Non sempre c’è armonia nel suono, la voce fa contrasto con la musica e questo può destabilizzare l’ascoltatore, la metrica come sempre è stravolta e quindi non convenzionale. La musica non fa mai la voce grossa, piuttosto fa da compagna di viaggio alle parole, sottolineandole con improvvisi acuti o interventi di questo o quello strumento che può essere un fiato, una chitarra, una percussione.
Anche l’elettronica a disposizione del suono, come all’inizio di “Strippale”, strumentale basato soprattutto sulla chitarra, oppure in “Un Paradiso Con Il Mal Di Testa”.
Segue un brano strumentale di ricerca dal titolo “Nascita Dei Fiori”, formato da tre composizioni scritte rispettivamente nel 1989, 1996 e nel 2017. Qui la fantasia non conosce ostacoli, la musica tende a fondersi con la natura e il paesaggio. “Orfeo E Moira” si apre con percussioni cadenzate, senza acceleratore, un momento di quiete impreziosito dalle coralità vocali per poi scorrere verso il cantautorato sempre ovviamente in stile Oteme. Il disco si conclude ancora con “Rubidor”, un altro fotogramma sonoro di quiete ed indubbia sensazione di benessere, dal titolo “Rubidor#2”, per chi vi scrive il momento più importante (musicalmente parlando) dell’intero lavoro.
Questo è “Il Corpo Nerl Sogno”, consigliato a chi ha amato l’ultimo Battisti ma anche a chi aggiunge alla musica un aspetto non convenzionale, fatto di studio e ricerca. Nulla di scontato dunque, ma tanta voglia di comunicare cose nuove. MS


mercoledì 23 maggio 2018

Sambene


SAMBENE – Sentieri Partigiani (Tra Marche e Memoria)
FonoBisanzio
Genere: Folk
Supporto: cd – 2018


Un esordio discografico che definirei importante sotto molti punti di vista, fra memoria storica, folk e passione. I marchigiani Sambene si formano nel 2015 all’interno dell’ArsLive Accademia dei cantautori di Recanati, fondata da Lucia Brandoni (allieva di Roberto Leydi) nel 2012. Si formano per dare voce ad una musica che oggi come oggi stenta a sopravvivere, ma che tuttavia riesce a far ballare, pensare, ascoltare, ricordare e riflettere. Un genere che cavalca il sapere del passato.
Questa volta però prima di approfondire la recensione, mi sento di partire dall’artwork, un lavoro immane e dettagliatissimo, con 15 pagine che descrivono minuziosamente gli avvenimenti dei personaggi in memoria cantati dal gruppo Sambene. Si, perché “Sentieri Partigiani (Tra Marche e Memoria)” racconta  le gesta e appunto la memoria di chi ha donato la vita  per la lotta partigiana del territorio lungo i sentieri della resistenza. Fabriano, Tolentino, Urbisaglia, Arcevia, Macerata, Ancona, le strade e le forze si uniscono per un lontano periodo di lotte antifasciste ed i Sambene raccolgono dati per lasciare in vita coloro che l’hanno donata per un ideale, perché si sa che si muore veramente soltanto quando si è dimenticati.
Sambene in sardo significa “sangue” e il sangue è vita, la musica è vita e quando diventa viatico per narrare la società (di qualsiasi tempo essa sia), raggiunge vette emotive davvero elevate. Per questo resto colpito da questo debutto musicale, proprio per il forte impatto emotivo.
Tratto dalla biografia della band: “Il gruppo ha cercato di affinare, ai suoi esordi, la propria preparazione seguendo alcune lezioni con Riccardo Tesi e suonando in vari live con Francesco Moneti dei Modena City Ramblers, con i Gang, dai quali hanno, fra le altre cose, mutuato la passione per il combat folk e l’impegno politico/civile e con Michele Gazich, divenuto produttore e violinista del disco d’esordio dei Sambene, “Sentieri partigiani. Tra Marche e memoria”.
I Sambene sono formati da Veronica Vivani (voce e tamburello), Roberta Sforza (voce e cori), Marco Sonaglia (voce, chitarra acustica e banjo) e Emanuele Storti (fisarmonica). I più afferrati di voi già avranno avuto modo di conoscere il cantautore Marco  Sonaglia, autore di due cd molto gradevoli per contenuti e musica dal titolo “Il Pittore è l'Unico che Sceglie i Suoi Colori” (2013) e “Il Vizio Di Vivere” (2015), se non li conoscete ve li consiglio caldamente.
“Sentieri Partigiani” è composto da undici tracce, ogni pezzo è una finestra su un personaggio, ad iniziare da “Nunzia La Staffetta” di Tolentino. Il disco si apre con il canto di un partigiano sopravvissuto e qualche brivido già scorre sulla pelle. La musica composta da Sonaglia, Brandoni e Gazich ha il profumo del cantautorato forte, quello degli anni ’70 radicato a Guccini, De Andrè, De Gregori e molti altri del filone più acculturato del nostro Pop. Chitarre, voci e violino danno risalto alle parole.
“Nenè Acciaio”, partigiano della libertà, sottotenente nato a Marina Di Siracusa che si ferma nelle Marche per combattere, altro tassello di vita, forza e coraggio. “Sulla neve con gli sci sembrava un angelo”, questo il ricordo di Nunzia Cavarischia di Acquacanina. La musica è sempre un Folk penetrante e nuovamente esaltato dagli interventi del violino.
Fisarmonica e violino aprono la storia di “Eraclio Cappannini”, prigioniero dei tedeschi. Giochi di voce maschile e femminile si incastrano su tonalità differenti in contemporanea ed hanno grande fascino e potere penetrante nell’ascolto. Nel frattempo la lettera letta è quantomeno straziante. “Ruth E Augusto” è una storia che si svolge nel maceratese, ed anche sotto la guerra nasce l’amore. A Fabriano ci sono Elvio Pigliapoco e Ivan Silvestrini, caduti in una imboscata e successivamente fucilati davanti alla cinta murale del cimitero di Santa Maria e Marco canta le loro gesta con sentita enfasi. Ancora una volta il violino lancia latrati di dolore.
“Achille Barillati” al grido “Meglio la morte che il tradimento, Viva l’Italia Libera!” lascia questo mondo con fierezza e ad occhi aperti. Tutto questo accade a Muccia e lui è tenete di artiglieria.
Un saltarello con fisarmonica apre il brano che narra le vicissitudini di Derna Scandali” di Ancona. Un'altra storia, questa volta si va nel sociale, lei nel suo impegno femminista è operaia e lotta per i diritti dei lavoratori ed è anche nominata segretaria della cellula comunista di Agugliano. Un momento di felicità in questo percorso sonoro.
“Erich, Lo Straniero” è un'altra delle tante storie della guerra, un ferito è uguale ad un altro, un uomo straniero in terra straniera non è straniero se lo guardi negli occhi. Cantata dalla calda voce di Michele Gazich, la canzone mette alla luce il lato più umano della sofferenza, da qualsiasi parte essa derivi. Erich Klemera nasce a Bressanone e nel 1940 entra nella Wermacht del III Reich.
Inno alla consapevolezza dei fatti è “Il Vento Della Memoria”, Piazza Fontana, Piazza Loggia, e bombe di stato, così i Sambene gridano “La memoria è la mia libertà”.
Come può chiudersi un disco del genere? Ma ovviamente con “Bella Ciao” cantata dalla sezione femminile del gruppo. Nel disco in qualità di ospiti ci sono Sandro e Marino Severini dei Gang. Trovare un difetto a questo lavoro non è semplice, tuttavia a qualcuno potrebbe non piacere il fatto che non c’è la batteria. Ricordo che siamo nel Folk.
In definitiva i Sambene hanno fatto uno sforzo che va oltre la musica, quello della ricerca e il dare voce a chi ha gridato per noi e che oggi non sentiamo più perché siamo assordati dal futile e dal superfluo. Un popolo senza memoria è un popolo che va verso la propria estinzione.  Siamo storditi, lo avessero saputo questi eroi… MS


domenica 20 maggio 2018

Yesternight


YESTERNIGHT – The False Awakening
12 Sounds Production
Distribuzione: Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: Ambient Rock
Supporto: cd – 2017


Quando mi imbatto in debutti del genere rimango sempre sorpreso, perchè la prova espressa palesa una precoce maturità. I polacchi Yesternight  sono un trio e quando vedo alla batteria il nome di Kamil Kluczyński (Art Of Illusion) allora mi spiego molte cose. Il suo tocco e approccio alla percussione mi richiama lo stile di Gavin Harrison, questo per far capire il livello tecnico ma anche di che musica si tratta. Infatti i Yesternight suonano Rock atmosferico con punte ambient, come hanno saputo fare nel tempo gruppi come Pink Floyd, Opeth, Anathema e Porcupine Tree.
Il trio è completato da Marcin Boddeman alla voce e Bartek Woźniak alla chitarra e tastiere. Dal disco che si intitola “The False Awakening” vengono estratti ben tre singoli, “Solitude”, “My Mind” e “Who You Are”, tutti e tre per la 12 Sounds Production.
Nove le tracce che compongono l’album, ad iniziare dalla breve “The False Awakening” , intro che introduce immediatamente nelle atmosfere nuvolose e soffici del percorso sonoro. Il suono si apre con aggressività all’inizio di “My Mind”, canzone che non sfigurerebbe di certo nella discografia dei Porcupine Tree ultimo periodo. Questa formula oramai rodata funziona sempre perché l’alternanza chitarre distorte e melodie di facile memorizzazione fanno atmosfera, specie se accompagnate da una bella voce come in questo caso, e che non tenta mai di strafare pensando  solamente all’interpretazione emotiva del brano. Non esulano brevi assolo che fanno da ciliegina alla torta. Le atmosfere si fanno più rarefatte con “Who You Are”, altro ritornello penetrante e un refrain nostalgico al punto giusto. “Solitude” è un volo pindarico nel nostro subconscio molto Opeth style. L’assolo di chitarra fa esplodere il brano, quello che genericamente si aspetta da questo genere di musica. Personalmente non mi stancherò mai di ascoltare queste armonie, semplici, dirette e con l’esclusivo scopo di emozionare.
“About You” è un altro percorso Procupine Tree sporcato da una parvenza Grunge, e durante l’ascolto mi ritrovo a ciondolare ad occhi chiusi. Unita da un piano segue “To Be Free”, con chitarra slide e un poco di Anathema, una sorta di psichedelia delicata ed avvolgente.
Con un ritornello ad apertura ampia di voce e volumi segue “Yesternight”, sunto dello stile della band. L’incisione pulita e ben equilibrata facilita l’ascolto anche ad alti volumi. “Lost” non toglie e non aggiunge altro a quanto detto, scorrendo velocemente senza alti ne bassi. Chiude il brano più lungo dell’album con i suoi quasi dodici minuti dal titolo “Just Try!”, praticamente come quando si guardano i fuochi d’artificio, tutto e di più viene sparato alla fine.
Consiglio a Kamil di approfondire questo progetto, sicuramente uno stile che va di moda e che è in ampia crescita. Tante belle emozioni. MS


Art Of Illusion


ART OF ILLUSION – Cold War Of Solipsism
12 Sounds Production
Distribuzione: Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2018


La Polonia ha saputo muoversi negli anni in ambito Rock Progressivo e dintorni in maniera spigliata e ricca di passione. Non starò qui a citare le centinaia e centinaia di band che hanno comunque lasciato il segno, tuttavia, SBB, Abraxas, Quidam, Millenium, Collage, solo per fare alcuni nomi, non sono cosa da poco. La musica è un mondo ricco di innesti e di ricerche, perché ogni artista ha la propria personalità, e per questo anche la capacità di saper modellare le proprie radici musicali con cui è cresciuto. Il Metal Progressive è un filone di nicchia, perché è un ibrido a cavallo fra il ricercato del Rock Progressivo ed il distorto dell’Heavy Metal, un ibrido che ai puritani del Prog non sempre va giù, ma è un genere in cui le sperimentazioni non mancano e soprattutto la tecnica strumentale (Dream Theater insegnano). In questo mare agitato di innesti spiccano con personalità gli Art Of Illusion, band composta da Filip Wiśniewski (chitarra), Paweł Łapuć (tastiere), Kamil Kluczyński (batteria), Mateusz Wiśniewski (basso), e Marcin Walczak (voce). Si formano nel 2002 e danno alle stampe il loro primo album solamente nel 2014 dal titolo “Round Square of The Triangle”, bene accolto dalla critica e dal pubblico. Dopo il singolo “Devious Savior” del 2017 è la volta dell’album “Cold War Of Solipsism”, composto da sette tracce e accompagnato da una edizione cartonata ed elegante compresa di testi.
Ho citato il Metal Progressive, i Dream Theater, tuttavia nella musica degli Art Of Illusion la band di Petrucci & company centrano poco, a dimostrazione della personalità succitata, invece si possono riscontrare punti di congiunzione con i connazionali Riverside, altra band spartiacque che nel solco tracciato lasciano fans o da una parte o dall’altra dello stesso. Momenti più psichedelici lasciano spazio a voli pindarici di coralità strumentali accompagnate spesso da una buona prova vocale, seppur senza strafare nel raggiungere vette altissime. La batteria di Kamil Kluczyński è una vera scoperta, chirurgicamente pulita, a tratti quasi stilografica, vero motore di questa band sostenuta degnamente anche dalla chitarra di Filip Wiśniewski. Non da meno il lavoro svolto dal resto della band, tuttavia questo è quello che mi salta più all’orecchio. Andare ad analizzare i singoli brani non mi sembra il caso, anche perché vorrei lasciare a voi la sorpresa di imbattervi in sonorità non sempre scontate, però voglio nominare quali sono i momenti che più ho preferito, e sono molteplici, perché la formula canzone è rispettata. La melodia è dunque al centro dell’attenzione, come in “Able To Abide” o l’ottima “Santa Muerte”, più ricercata e dal velo malinconico dettato anche dal piano. Io essendo un amante del Progressive Rock ho goduto soprattutto verso la fine dell’intero lavoro con le due canzoni conclusive, la prima “Cold War Of Solipsism” dal profumo Opeth e con la conclusiva mini suite di dieci minuti dal titolo “King Errant”, ma come ho già detto, il perché dovrete scoprirvelo da soli acquistando questo disco ben prodotto, confezionato, suonato e registrato. Faccio i complimenti alla band che ora attendo in prove ancora più avanzate, perché il Metal Progressive è un mondo musicale di ricerca e comunque gli Art Of Illusion lo sanno. Complimenti. MS


Fabio La Manna


FABIO LA MANNA – Ebe
Via Nocturna
Genere: virtuoso chitarra
Supporto: cd – 2017


Questo del chitarrista torinese Fabio La Manna è un ritorno dopo il buon album “Res Parallela” del 2013. Esso ha mostrato lo stile di La Manna, spesso molto vicino a quello di John Petrucci (Dream Theater), così ho fatto conoscenza di un chitarrista tecnico dalle grandi potenzialità anche compositive.
Non nascondo la curiosità a distanza di cinque anni nel poterlo riascoltare ed ecco allora “Ebe” che viene a colmare questo mio desiderio. Nove canzoni completamente strumentali con l’ospite Andy Monge alla batteria, un viaggio ispirato dai cieli con lo sguardo all’insù nell’attesa di una nuova comunicazione con altri esseri extraterrestri. Forse una utopia, ma soprattutto una speranza, quella di conoscere nuove forme di vita più intelligenti di noi umani che poco sappiamo dare al nostro pianeta, piuttosto siamo più bravi a togliere.
Il disco si apre dunque in un atmosfera rarefatta, impalpabile,”Beings Of Light” è un pezzo che strizza l’occhio alla psichedelia, dove la chitarra di La Manna disegna virtuosismi su scale a tratti difficili ed in altri casi più sostenute.
La title track “Ebe”, brano più lungo dell’album in quasi dieci minuti di durata,  racconta con il suono un momento di quiete, quasi di speranza, quello passato con lo sguardo verso il cielo, come avrebbero annoverato le nostrane Orme. Ancora la chitarra si presta a melodie gradevoli e sentite, il virtuosismo è pacato, non invasivo, l’artista pone priorità alla melodia e lontani sembrano i tempi dei Dream Theater. Un La Manna maturo, concentrato, voglioso di sognare e di comunicare questa oniricità. Sempre presenti i momenti Metal Prog seppur minimi, genere che il chitarrista comunque tende a sviluppare.
Ascoltando “Closer” ci si potrebbe estrare qualche stralcio di Anathema per chi li conoscesse, nel mentre La Manna ispirato dalla voglia di comunicare non soltanto con gli UFO ma soprattutto con il genere umano che oggi sembra rapito da una sorta di ipnosi telematica, sciolina note per un ascolto  fatto ad occhi chiusi, così da poterne meglio assimilare i passaggi. Catartico a seguire “In Love And Silence” ed il titolo la dice tutta. Per chi vi scrive è uno dei pezzi più belli dell’intero album.
Più greve e cadenzato in un mid tempo granitico “Elohim Song”, dove durante l’ascolto fanno capolino anche gli anni ’70.
Percussioni accompagnano “The Little People”, la chitarra suona in maniera ragionata e sentita, per poi giungere agli arpeggi di “The Vanishing Of Enoch”. Questa canzone ha al suo interno l’insieme degli stili, un calderone in cui si può ascoltare il bagaglio culturale dell’artista. Dolce l’apertura di “Starchild”, altro mio momento favorito dell’album, sia per l’incedere che per lo sviluppo del brano. Pizzicate nel mondo del Progressive Rock.
Il disco si chiude con “Luna-2”, spaziale incrocio di stili fra passato e presente, il tutto fatto semplicemente sui manici delle chitarre.
La musica è magia, riesce a farci vedere cose che non ci sono esclusivamente con il suono, La Manna la sta sviluppando con personalità e creatività, un mutamento di pelle che mi ha colpito molto. Tanta la differenza con l’album passato e questo è il sunto di chi è veramente artista, ossia di chi ha voglia di fare ciò che piace al momento a se stesso, poi viene tutto il resto. Quando è così si comunicano grandi cose. Un disco che si fa mangiare in un sol boccone tanto va giù bene. MS

Gianni Venturi/Lucien Moreau


GIANNI VENTURI / LUCIEN MOREAU – Il Vangelo Di Moloch
Autoproduzione
Genere: Elettronica/Progressive
Supporto: cd – 2018
 
Secondo passo per la ciclopica creatura Moloch, formata e concepita da Gianni Venturi (cantante, poeta e pittore) e dallo scrittore musicista Lucien Moreau. Il debutto risale al 2016 con “Moloch”, vero e proprio momento documentaristico fra scorci di società ed avvenimenti, il tutto visionato dal caleidoscopico sguardo di Gianni Venturi. La sua poesia e il modo di vedere il mondo ben si incastona fra le canzoni, a volte stridenti ed in altri casi veri e propri pugni allo stomaco. Venturi dimostra sempre di più di avere controllo e consapevolezza del suo strumento, la voce, passaggio per un concetto da esprimere in questo viaggio composto da ben quattordici tracce. Differenti culture s’intrecciano, molti di voi noteranno richiami agli Area e ciò è inevitabile visto l’approccio vocale ma non soffermatevi alla superfice, c’è di più.
Non vado a nominare nessun brano per lasciare a voi il piacere di scoprire, tuttavia tengo a sottolineare lo sforzo dei due artisti nel voler sfondare il muro di gomma che è la globalizzazione sonora di oggi, l’ovvietà, la spersonalizzazione. Qui c’è voglia di comunicare, di disturbare per raggiungere lo scopo del messaggio, argomentazioni forti come le religioni, andare contro il sistema, analizzare la nostra società ed il suo spesso becero comportamento. Si parla dell’operaio che lavora in fabbrica, di politica (quella corrotta) di futuro, e poi…Quale?
L’elettronica di Moreau dona all’ascolto un loop insistente ed angoscioso, strumento evidenziatore del messaggio Moloch, e suo perfetto viatico.
Interventi di voci femminili (Debora Longini) fanno capolino di tanto in tanto, donando rotondità all’ascolto, così alcuni fiati. Pianoforti malinconici stendono veli leggeri di suono sulle parole che in fase più quieta trattano anche di amore, un amore sudato e sofferto.
“Io credo che gli occhi della terra piangano mare, al grido dei bambini si sciolgono di mare”, il mare sa di sale come le lacrime, e questa è poesia pura, per chi vi scrive un frammento devastante.
Molta oscurità e pessimismo, ma se si va ad analizzare quanto detto nei testi nel riscontro della realtà delle cose, allora non si può fare a meno di annuire e successivamente chiederci anche il perché di questo nostro modo erroneo di essere “umani”.
Un lavoro concettualmente pesante, da prendere con il contagocce ed in uno stato d’animo appropriato, è come leggere un libro, lo si fa quando se ne sente la necessità.
Ora chiedo a voi, cosa volete dalla musica? Se cercate “sole, cuore, amore” o assolo di strumenti epocali, allora abbandonate Moloch, perché qui c’è ben altro. A me invece la musica deve dare, deve colpire, deve restare, non mi interessa se ciò mi giunge da un ritornello facile ma godibilissimo oppure da un frangente di poesia che mi sventra dentro, in entrambi i casi il risultato è raggiunto e ciò si chiama “emozione”.
Se ritenete che questa musica sia “difficile”, non posso darvi torto, ma neppure ragione perché bada al sodo, magari dategli un attento ascolto.
Il mondo è bello perché vario, c’è il momento in cui ci si vuol divertire e il momento per pensare, “Il Vangelo Di Moloch” non è musica da sottofondo, ma musica per pensare. MS
Per contatti:
https://molochthealbum.bandcamp.com/
and on iTunes / Amazon / Spotify or on limited edition CD.
http://www.facebook.com/moloch.thealbum
http://www.studioesma.com/moloch.html

mercoledì 16 maggio 2018

Ancient Veil


ANCIENT VEIL - Rings Of Earthly... Live
Lizard Records
Distribuzione: Black Widow
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


Parlare di trenta anni di carriera per la band Ancient Veil mi fa un effetto davvero strano. E si, il tempo vola, chiaramente, ma sembra ieri che il new Prog italiano comincia a darsi seriamente da fare dalla metà degli anni ’80. Eppure è così, ma la cosa strana è che ancora oggi stiamo parlando e ristampando vinili di Rock Progressivo italiano anni ’70 (addirittura si comperano in edicola), perseverando su band e lavori che in realtà non sempre hanno convinto, mentre di band come Eris Pluvia Nuova Era, Ezra Winston e molti altre ancora non se ne parla mai, come se non avessero fatto nulla di importante. Il Prog fans per chi vi scrive è davvero un mistero fantasmagorico.
La musica quindi non è una equazione matematica, non sempre ha un risultato che porta bene, tuttavia c’è sempre tempo per correggere e Alessandro Serri  (chitarre, voce e flauto traverso), Edmondo Romano (sax soprano, flauti dritti, clarinetto, low whistle, melodica), Fabio Serri (pianoforte e tastiere), Massimo Palermo (basso), Marco Fuliano (batteria e chitarra acustica) ce la mettono tutta in veste live.
“Rings Of Earthly... Live”, già il titolo richiama "Rings Of Earthly Light" che Serri e Romano hanno composto e prodotto nel 1991 con la band da loro fondata Eris Pluvia, un classico che tutti noi dobbiamo riscoprire, qui dunque in veste nuova e colmo di carica emotiva. Il disco viene registrato durante due concerti realizzati nel 2017 nel bellissimo spazio de “La Claque” di Genova avvenuti il 12 maggio e l’11 novembre del 2017. La copertina a colori pastello come sempre sposa in maniera perfetta la causa musicale contenuta nel live, i dipinti in fronte e all’interno del cd sono ad opera di Francesca Ghizzardi.
Il live si apre con sei brani tratti da “The Ancient Veil” (Mellow Records 1995), oggi nuovamente edito con il titolo “New - The Ancient Veil remastered” (Lizard Records 2018) e subito salta all’orecchio la buona registrazione sonora.  La tecnica sempre più sopraffina dei musicisti è a disposizione della musica e della melodia e non una passerella di inutili virtuosismi. Fiati ed hammond si intrecciano con vigore in un passaggio nel New Prog intrinseco di cambi umorali e di tempo. La sede live dona una luce diversa ai brani, più sentiti ed impreziositi da una personalità accresciutasi nel tempo. Un tepore “Dance Around My Slow Time”, l’anima viene riscaldata con questa ballata di classe grazie soprattutto agli interventi dei fiati e della chitarra elettrica che si esprime in un solo breve ma profondo, buona anche l’interpretazione vocale di Serri. La breve e strumentale “The Dance Of The Elves” è un gioiello Folk, da ascoltare e riascoltare. La seconda parte del disco live tratta l’album ”Rings Of Earthly Light” del 1991 degli Eris Pluvia, nella suite troviamo come ospite Valeria Cauciono, voce originale in “Sell My Feelings”. E a proposito di ospiti, in "In The Rising Mist" ne troviamo di importanti, Fabio Zuffanti e Stefano Marelli, parte dei storici Finisterre e Marco Gnecco all’oboe. A concludere tre brani tratti da “I Am Changing”, ultimo album del 2017 bene accolto da pubblico e critica. La title track in questa nuova veste si esalta e dona maggiore energia, grazie anche al solo di batteria. “If I Only Knew” è una ballata in stile Ancient Veil, mentre il live si conclude con “Bright Autumn Dawn”, perla di musica ed esempio totale di Progressive Rock.
Occasione favolosa per entrare in questo mondo di nuovi classici, che di sicuro nel genere riescono a dare diversi giri ad alcuni troppo valutati album degli anni ’70, non perdetevela! MS

sabato 28 aprile 2018

Visionoir


VISIONOIR – The Wavings Flame Of Oblivion
Autoproduzione
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2017


Dietro al progetto Visionoir si cela il nome del polistrumentista Alessandro Sicur, unico membro e compositore di questo debutto discografico dal titolo “The Wavings Flame Of Oblivion”. L’idea nasce nel 1998 a San Daniele Del Friuli e subito viene registrato un demo tape dal titolo “Through The Inner Gate”. Sicur suona il basso anche nella band Blind Mirror.
L’album è formato da un insieme di generi, l’approccio Progressive risiede proprio in questa volontà di unire più stili, alcuni anche apparentemente incompatibili, per un risultato che l’artista definisce “Progressive Doom”. Qui Synth Space Rock, Metal, Gothic e Post Rock, quindi molta carne al fuoco che va a comporre questo album formato da nove tracce.
“Distant Karma” apre subito con un refrain ipnotico, tastiere in loop su un sound greve ed oscuro dettato soprattutto dalla chitarra elettrica. Uno strumentale che ha dentro molto materiale e gran parte dello stile Visionoir, cambi di tempo annessi. Il suono è pieno e rotondo, così buoni anche gli effetti stereo.
In “The Hollow Men” c’è una voce narrante, quella di T.S. Eliot, altro frangente sonoro che si sostiene sulle chitarre elettriche con tappeto tastieristico di supporto. Effetti sonori arricchiscono l’ascolto, mentre l’atmosfera è di nuovo cupa fra nervosismo e pacatezza. Tastiere aprono “7ven”, classico pezzo Metal Prog come il genere richiede, con fughe strumentali e quant’altro, compreso buon motivo da assimilare con facilità, ossia quello che ti si stampa in mente.
Ezra Pound presta la voce narrante nel brano “The Discouraging Doctrine Of Chances”, canzone più rude nelle chitarre e ancora una volta aleggiano nuvole sopra le nostre teste, quell’oscurità al confine fra luce e buio, il brano ben si presta a far lavorare di fantasia l’ascoltatore. Potere indiscusso della musica.
Una schiarita la si ha con la più dolce “Shadowplay” questa volta più sostenuta dai synth che dalle chitarre, anche se sempre protagoniste nell’incedere del brano. Teatro della voce in “Electro-Choc”, a sorpresa la voce di Antonin Artaud si palesa, quella che fu anche punto di curiosità per cantanti come Demetrio Stratos (Area). Qui Artaud non esperimenta, bensì narra semplicemente, mentre la musica (sempre piena e rotonda con effetti stereo importanti) si staglia ancora una volta su cime oscure e grevi. Lo stile Visionoir avrete oramai memorizzato che è questo. Così “Coldwaves” prosegue il cammino sonoro, con un piano in apertura e poi via nuovamente per scale sonore a tratti cadenzate e in altri momenti più ricercate. In “A Few More Steps” la voce narrante in sottofondo è quella di Dylan Thomas, ma come spesso capita di dire, dulcis in fundo, si perché la canzone finale che potremmo anche definire mini suite (undici minuti), è come un fuoco d’artificio, con tutti i colori, gli stili e le armi che ha a disposizione l’artista. Qui in “Godspeed Radio Galaxy” tutto è sparato addosso all’ascoltatore, da sottolineare che la traccia è una bonus track.
In conclusione “The Wavings Flame Of Oblivion” è un disco piacevole, che probabilmente a tratti manca di assolo importanti, quelli che spezzerebbero l’ascolto in maniera più variegata, tuttavia è scorrevole e ripeto, piacevole.
Alessandro Sicur gioca sulle emozioni e ci riesce, dando all’ascoltatore la sensazione di trovarsi davanti ad un film. MS 

mercoledì 25 aprile 2018

Crystal Palace


CRYSTAL PALACE – Scattered Shards
Progressive Promotion Records
Distribuzione: GT. Music
Genere: New Prog – 2018




Si parla molto di Progressive Rock in senso generico nei canali addetti, soprattutto di quello anni ’70, mentre molto meno si parla del New Prog. E’ vero che questo negli anni ‘80 giunge in maniera più ruffiana rispetto ai padri del genere, ossia che le band si agganciano allo stile Genesis e Pink Floyd in primis, come ad esempio ci hanno insegnato i Marillion, IQ, Pallas  e Pendragon, quindi molto orecchiabile e poco sperimentale, tuttavia bisogna dare merito al genere di aver rialzato la testa. Quindi questo New Prog non vorrei che passasse per genere “minore”, anche perché da esso di capolavori ne sono scaturiti, e non soltanto dalle band che ho citato.
La Germania è sempre stata annosamente attenta al fenomeno, molte le band New Prog anche in tempi molto recenti. Una di queste si chiama Crystal Palace e si forma nel 1994. Subiscono nel tempo numerosi cambi di line up, iniziando con Helmut Hirt (voce), Jürgen Hegner (chitarra), Ralf Jaschob (chitarra) e Jens Uwe Strutz (basso, voce) arrivando oggi con Yenz (voce), Frank Kohler (tastiere), Tom Ronney (batteria) e Nils Conrad (chitarra). Otto gli album in studio, compreso questo nuovo album dal titolo “Scattered Shards” formato da otto brani tutti di media lunga durata. Molto bello e curato l’artwork di Reimar Walter con l’uomo che si destruttura in frammenti fragili come il vetro, immagine forte che raggiunge la nostra coscienza.
Un sound potente, ma con altrettanti momenti eterei e sognanti, punti di riferimento come Marillion, Pendragon e Saga sono evidenti.
Si comincia con un classico giro di tastiere New Prog e voce, come il genere ha insegnato, ospite anche il clarinetto di Tobias Walter nel brano “Inside The Box”. Tanta melodia ed enfasi.
Collegato al brano di apertura giunge “Scattered Shards” con innesti elettronici e frangenti più elettrici, il disco infatti decolla anche fra distorsioni di chitarra e l’ingresso della batteria. Ciò che funziona sono gli assolo di chitarra, sempre dall’ampio respiro e questo è il New Prog classico. Torna un loop elettronico all’inizio di “Inside Your Dreams”, così la voce melodica di Yenz che  accompagna verso un giro di arpeggi alla “Slainte Mhath” dei Marillion. Il crescendo sonoro è una formula rodata che funziona sempre, e nello svolgersi della canzone questo è palesato con successo.
“The Logic Of Fear” è fra i miei momenti preferiti dell’album, più cadenzato, quasi Hard Prog, anche perché sono fermamente convinto che il genere si sostiene soprattutto grazie alla formula canzone che ben si stampa nella mente dell’ascoltatore, anche pronto a cantare con loro.
Lo stile Crystal Palace è dunque ben chiaro e definito, il quartetto si adopera in brevi solo efficaci quanto servono, come in “Craving”, altra canzone in crescendo emotivo e sonoro. Ancora Hard Prog in “Collateral” per poi giungere al brano più lungo dell’album con i suoi otto minuti dal titolo “SICI”. Qui tutte le carte del gioco sono scoperte. Non mancano gli inevitabili deja vu. Il disco si chiude grazie a “Outside The Box”, la storia della fragilità umana esce allo scoperto, il viaggio è concluso.
Buona anche la qualità sonora, con suoni nitidi e ben definiti oltre che equilibrati.
“Scattered Shards” è un disco che si lascia ascoltare tutto di un fiato, come una birra fresca d’estate, assaggiare per credere. MS