venerdì 1 marzo 2019

Sarah


SARAH – Le Coincidenze
Music Force / Egea Music
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2019


Con Sarah andiamo ad analizzare un esordio discografico dal titolo “Le Coincidenze”.
Dietro questo nome si cela Sara D’Angelo, artista pescarese che ha studiato strumenti a fiato, pianoforte e dedita al canto. Si specializza nel metodo innovativo di canto Vocal Power, ideato da Elisabeth Howard, con Alessandra De Luca.
L’album “Le Coincidenze” viene scritto assieme al polistrumentista Maestro e compositore Beny Conte, ed è composto da otto tracce. Il linguaggio adoperato dalla cantante e musicista è quantomeno raffinato, così da dipingere al meglio affreschi sonori grazie ad una tavolozza di emozioni variegate.
Il disco si apre proprio con la title track “Le Coincidenze”, soft, ammaliante e vetrina per la voce e l’interpretazione di Sarah, mentre un sax disegna sinuose linee sexy. La voce è modulata in maniera pacata, senza strafare, badando alla melodia e all’armonizzazione piuttosto che alla potenza.
Con “Il Mio Viaggio” si presenta la formula canzone più immediata, lo stile italiano, quello che ha fatto la fortuna della nostra musica all’estero (vedi Laura Pausini). Musica rilassante e da cantare assieme all’artista.
Un dolce suono di pianoforte sgocciola note in “Le Parlo Di Te”, un lento dall’impatto emotivo elevato. La musica di Sarah presenta un artista dall’animo morbido e caldo, una coccola sonora tira l’altra ed è la volta di “Senza Alibi”, qui come nel caso della title track si denotano passaggi in un mondo che sfiora il Jazz.
Torna la formula canzone “Negli Occhi Dell’Aquila” e con tale nominato animale in effetti si vola alto, la musica lascia interpretare ampi spazi e ariosi paesaggi. Con la grazia che la contraddistingue Sarah interpreta “Resisti”, un mondo dove il tempo non esiste.
Giunge anche un Mambo, “Sophia’s Mambo” elegante e sognatore, mentre il disco si chiude con un groove dolce e coccolone, “L’Esigenza” è anche il mio brano preferito, minimale e bene interpretato.
La musica italiana con Sarah viene a conoscenza di una potenzialità in più, una cantautrice che fa della voce e della musica un viatico emotivo rilevante, senza strafare e badando semplicemente al sodo. Buon esordio. MS


sabato 23 febbraio 2019

The High Jackers


THE HIGH JACKERS – Da Bomb
Music Force / Toks Records
Distribuzione: Egea Music
Genere: Rock
Supporto: cd – 2018


Non c’è nulla da fare, quando si assimilano le basi del Blues e del Rock, tutto può succedere in ambito compositivo. La musica degli anni ’60/’70 ha una forbice a dir poco devastante, una creatività che straborda originalità e buon gusto per le melodie, questa forbice è racchiusa nel periodo 1965 / 1975. Qui grandi dischi, e chi li ha vissuti ed assimilati sa bene di cosa sto parlando, alcuni nomi? Beatles, The Who e Rolling Stones solo per farne tre. Ma la storia del Rock è piena di grande musica, e moltissimi artisti odierni ancora vanno ad attingere in questo grande calderone sonoro.
E’ anche il caso di Mr. Steve, ossia di Stefano Taboga, che in questo esordio intitolato “Da Bomb” mette alla luce tutto quello che ha amato ed assimilato nella musica Rock. Taboga è il cantante e bassista della band The Mad Scramble di Udine.
Il risultato è un album formato da dodici tracce dove Mr. Steve canta, suona la chitarra ed il basso. Si coadiuva di un folto gruppo di musicisti, Marzio "scoot" Tomada (basso e voci), Alberto Pezzetta (organi e sintetizzatori), Emanuele Filippi (pianoforti), Fabio " Fabulous" Veronese (pianoforti), Jeremy Serravalle (organi e sintetizzatori), Alan Malusa' Magno (chitarra e voce), Andrea "Cisa" Faidutti (chitarra e voce), Giovanni Carta (chitarre), Filippo Orefice (Sax), Mirko Cisilino (tromba), Pablo De Biasi (batteria), e Marco "magic" D' Orlando (batteria), non c’è che dire, davvero una grande squadra.
Musica e voce spesso “nera”, come Rock’n Blues comanda, e sembra di fare un balzo spazio temporale quando la musica parte dallo stereo inondando la stanza. Il mio consiglio è di ascoltarla anche ad un buon volume per goderne a pieno le sfumature. Disco che può accompagnarci benissimo in auto per un bel viaggio, perché no da cantare anche ad alta voce, il Rock lo richiede.
Ma non solo Rock, ci sono anche puntate nel Beat e nel Garage Rock alla Who.
The High Jackers ha fatto un disco coraggioso, perché il Rock “vero” oggi ha si proseliti, ma abbastanza esigui, tuttavia la buona musica non ha limiti ne restrizioni per cui bene così, si necessita di portare alta la bandiera!
Come avete potuto vedere non ho fatto titoli di canzoni o altro, perché in realtà il lavoro è tutto di buon livello e non voglio togliervi la curiosità dell’ascolto, tuttavia lasciatemi dire che “Sunshine” mi ha steso, fra riff e tromba.
Richiami anche al genio Frank Zappa in “Everybody’s Burning”, e poi c’è il classico lentone? Certamente, in stile Moody Blues, “Hush Now”, la mia preferita, ma basta così, taccio.
Voglio solo ringraziare Stefano Taboga per questa boccata d’ossigeno.
Per i collezionisti e gli amanti della buona musica da godere a pieno, dico che ne sono state stampate anche 100 copie in vinile, più vintage di così… MS

Baro


BARO – Prog-Jets “Lucillo & Giada” - “Topic Würlenio”
Andromeda Relix
Distribuzione G.T. Music
Genere: Progressive Rock Italiano
Supporto: cd – 2019


L’Andromeda Relix spesso pone l’attenzione su lavori che nel tempo non hanno avuto per qualsiasi tipo di motivo le giuste considerazioni, se non addirittura privati dell’uscita discografica. Una ricerca meticolosa e coraggiosa che molto spesso stupisce nel risultato. Capita che alcuni gruppi escono con un lavoro nel momento sbagliato, ad esempio esordire con il Progressive Rock nei primi anni ’80 è quantomeno penalizzante visto che il genere alla fine dei ’70 tira i remi in barca. Ma se qualcosa è valido lo è sempre, indipendentemente dall’anno o dalle mode.
Detto questo entriamo nel mondo di Alberto Molesini in arte Baro, bassista e polistrumentista, cantante e compositore. Negli anni ’70 ha fatto parte del gruppo La Sintesi, musicisti estimatori di band come King Crimson e Yes per le sonorità. Dal 2004 suona e scrive con la band Marygold, autrice anche dell’ottimo “One Light Year” del 2017.
Nel tempo Baro sente l’esigenza di poter dare voce a quei lavori di gioventù che poco hanno visto luce, escluso “Topic Würlenio” del 1983 pubblicato in vinile su una compilation di Radio Studio 94. Una veste nuova, ri-arrangiata, ad iniziare dal primo cd che si intitola “Lucillo & Giada”, opera Rock del 1980. Esso è un unico brano di quarantaquattro minuti suddiviso in quattro scene, un concept che parla di fantapolitica con spunti anche autobiografici.
Qui risiedono tutti i requisiti che fanno del Progressive Rock un genere a tratti sinfonico ed epico, con annessi cambi di umore e di tempo. Riesco a cogliere alcuni passaggi vocali cari a gruppi nostrani come i Giganti di “Terra In Bocca” o i New Trolls e un motivo di base che si stampa immediatamente in testa, perché la musica di Baro è altamente orecchiabile e d’effetto. Nel corso del disco, l’artista si avvale della collaborazione di special guest che rispondono al nome di Massimo Basaglia (chitarra), Gigi Murari (batteria), Paolo Zanella (tastiere) ed Elena Cipriani (voce).
La suite “Lucillo & Giada” è un grande volo pindarico, pane per il Prog fans più incallito, gli anni ’70 sono prerogativa, ma anche il fatto che gli ’80 sono arrivati, così il New Prog sta covando e qualche prototipo di passaggio lo si avverte. Ovviamente non mancano (specie in alcune chitarre) i passaggi alla Genesis, immancabili maestri del genere sinfonico in esame.
Sarà pure un lavoro di gioventù, ma io personalmente ci sento dentro tanto materiale e ne resto ampiamente soddisfatto e colpito.
Venendo a “Topic Würlenio” la cosa che risalta maggiormente è proprio il fatto che gli anni ’80 sono arrivati in pieno, il suono ne è spia. Il disco è suddiviso in nove tracce. L’intro di tastiere dal titolo “Mosaico D’Uomo” irrora l’ascoltatore di suoni epici e ridondanti conducendolo a “Tracce Di Un’Avventura”. Il basso gioca come sempre nella musica di Baro un ruolo quasi centrale, sciolinando riff e melodie dal suono caldo e pieno. Le parti strumentali sono sempre di grande effetto e mettono in evidenza le capacità compositive di Molesini. Belle le fughe  come in “Ach The Stomach Contraction”. Buoni gli arrangiamenti, musica curata nei particolari, suoni che fanno da controcanto al refrain principale completano il sound in maniera importante.
Baro gioca anche con grazia su certi passaggi strumentali, con rispetto delle melodie e buone idee, ascoltate “Chiare Gocce Di Pioggia” per credere.
Ottima la title track “Topic Würlenio”, così la conclusiva “Mosaico D’Uomo”. Simpatica nella costa della cover del cd la frase che richiama i Beatles (volutamente o no, non saprei) “Baro… With A Great Help From His Friends”.
Questo doppio lavoro di Baro sa dunque elargire molte emozioni, care a chi è intenditore di questa musica, dategli una possibilità e non ve ne pentirete. MS

Overkind


OVERKIND – Acheron
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T.Music
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2019


Gli Overkind sono una band giovane, formata nel 2016 a Verona dal chitarrista Riccardo “Richie” Castelletti, dal bassista Filippo “Jin” Zamboni e dal cantante e tastierista Andrea Zamboni. Poco dopo si aggiunge alla batteria Nicolò “Tino” Fraccaroli. Non sono nuovi nel panorama Metal Prog italiano, sorgono dalle ceneri della band Fatal Destiny, autrice dell’ottimo “Palindromia” che riscuote buoni consensi anche a livello internazionale.
“Acheron” trae spunto dalla Divina Commedia di Dante ed è a tutti gli effetti un concept album.
Si presenta in confezione cartonata con tanto di libretto interno contenente i testi e l’artwork di Simone Bertozzi.
L’opera come si può immaginare è suddivisa per gironi, “Circle I”, “Circle II”, “Circle III” etc e dodici tracce, tutte cantate in lingua inglese.
Suono d’acqua, che fa pensare ad una traghettata di Caronte, apre il concept con “Acheron”, a seguire la musica che non nasconde la passione per un gruppo storico come i Queensryche. Ottima la prova vocale di Zamboni che tuttavia non fa il verso a nessuno, rimanendo personale e curata. Numerosi i cambi di ritmo e gli stop & go, un andamento a tratti caracollante e in altri più spedito. La chitarra di Castelletti è ficcante e precisa, tagliente quando deve esserlo e tecnica quanto basta. Adiacente “Love Lies (Paul & Francis)”, un mid tempo di personalità sia nella scelta ritmica che nella metrica melodica del testo. La band si dimostra aperta alla ricerca, lasciando lo stile in un limbo non proprio qualificabile, in fondo questo è anche il volere dei quattro musicisti.
“Cerberus” mostra il lato più delicato degli Overkind e la voce si adatta subito a questo andamento, una semi ballata Rock gradevole e di personalità. Una breve acustica e tastieristica “Circle IV’s Interlude” accompagna l’ascolto ad “Anger Fades”, più roboante ed aperta ad innesti anni ’80 e ‘90.
Il Metal Prog è questo, un continuo mutamento di situazioni e di emozioni e questo è chiaro anche agli Overkind che potrebbero farne scuola.
“Flames” si avvicina più alla formula canzone rispetto quanto ascoltato sino ad ora, quando certe melodie sanno dove andare a parare. Ottima la chitarra. “Hollow Man’s Secret” apre con arpeggi e si snoda con delicatezza, altra bella vetrina per la voce di Zamboni, non da meno “My Violent Side” qui accompagnato dal piano per poi sfociare il tutto in un bel solo seppur breve di chitarra elettrica. Si torna a correre con “All Is Gray” ed i suoi cambi di tempo. “End Of A Souless Thief” prosegue il cammino nei gironi con enfasi mentre torna il piano in “Traitor’s Letter”, momento sentito ed appassionato completamente strumentale.
L’opera si chiude con “The Fiend”, un sunto dello stile Overkind.
I ragazzi mostrano passione ed idee cercando di staccarsi dai soliti cliché che il genere spesso ci ha propinato e lo fanno con tecnica e sapienza, portando sempre rispetto per la storia passata. Un disco che consiglio agli ascoltatori più open mind del Metal e agli amanti del Rock. MS

EX


EX – I Nostri Fantasmi
Andromeda Relix / Defox Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Rock
Supporto: cd – 2019


I veronesi Ex hanno alle spalle una storia annosa con una ricca discografia alle spalle. Iniziano il percorso musicale nel 1997 dall’unione di musicisti derivanti da varie formazioni allora importanti come ad esempio i Spitfire, una delle prime band Metal italiane. La somma delle varie esperienze dei singoli componenti portano ad un sunto Rock di rilevanza considerevole e fortemente influenzata dagli anni ’70.
Gli Ex dall’alto della loro esperienza fanno proprio il Rock, personalizzandolo e comunque lasciando la semplicità in cattedra.
“I Nostri Fantasmi” è il settimo album escludendo le partecipazioni a varie compilation ed è formato da undici canzoni. Ottimo l’artwork formato poster, con foto grande della band e testi inclusi.
Oggi gli Ex sono composti da Roberto Mancini (voce), Stefano Pisani (chitarra), Gabriele “Ago” Agostinelli (basso e voce) e Yari Borin (batteria e voce).
Sempre dritti per la loro strada e mai compromessi, gli Ex accumulano anche una importante sequenza di date live che nel tempo li porta a toccare nazioni come la Svizzera, la Francia e la Scozia.
Il Rock prende fuoco immediatamente con “Vieni A Vedere”, breve brano dal riff granitico e testi semplici e diretti. Segue “La Mia Donna Odia Il Rocchenròll” e gli anni ’70 pervadono la stanza. Le sonorità mi fanno tornare alla memoria i primi New Trolls più elettrici e debitori nelle chitarre al mitico Jimi Hendrix. Il solo di chitarra è quello che ci si aspetta da questa musica e non tarda ad arrivare. Musica ormonale.
In “No Panic” il suono si fa più grezzo e duro, il ritmo sale ed i Saxon per certi versi fanno capolino di tanto in tanto. La sezione ritmica è una macchina oliata e perfetta, il motore è su di giri. Un giro di basso apre “L’Ambiguità”, brano più rivolto alla formula canzone e per certi versi anche più melodico.
Un mondo da decifrare, una società che non gira come dovrebbe, i testi si fanno portavoce del Rock, viatico di protesta e segnalatore degli eventi, gli Ex bene adoperano il genere. E gli assolo di chitarra continuano a far godere. “Ora”, “La Sconfitta Del 2000” e “(Ogni Giorno E’) Un Nuovo Giorno” sanno il fatto loro e ben esprimono il concetto appena esposto.
 “Idee Uniche” è graffiante e melodica allo stesso tempo, mentre “California” riporta la marcia su una strada polverosa e sconnessa. Più gioviale nell’andamento “Santi E Delinquenti”, un Rock che potrebbe anche scaturire dalla discografia dei Ramones più melodici, mentre i testi non la mandano a dire, stato compreso. Il disco si conclude con “Cicatrice”, canzone più lenta dell’intero lavoro e anche la più intrigante.
Questo ritorno discografico degli Ex è quanto ci si attende da loro e dal Rock in generale, un disco che ha un suo binario ben definito, impossibile deragliare. Buon viaggio a tutti. MS

martedì 19 febbraio 2019

Celeste


CELESTE – Il Risveglio Del Principe
Mellow Records
Genere: Progressive Rock Italiano
Supporto: cd – 2019

Gli estimatori del Rock Progressivo italiano conoscono il nome della band Celeste, in quanto autrice di dischi di notevole fattura ad iniziare dagli anni ’70 con “Celeste (Principe Di Un Giorno)” (1976), “Celeste II”  nel 1991, “I Suoni In Una Sfera” nel 1992 e questo inaspettato quanto gradito ritorno dal titolo “Il Risveglio Del Principe”, titolo più che indovinato.
Hanno un passato musicale importante, come il Museo Rosenbach si fondano in Liguria (Sanremo) dalle ceneri del gruppo Il Sistema. Il genere allora denominato Pop è di moda, e in questa scissione i Celeste di Ciro Perrino (tastiere, batteria), intraprendono un percorso decisamente più acustico e pacato rispetto al Museo. Solo con il secondo album ristampato dalla Mellow Records si gettano verso un Jazz Rock più articolato. Perrino assieme a Mauro Moroni sono i fondatori della casa Mellow Records.
Venendo a “Il Risveglio Del Principe”, il disegno dell’artwork è a cura di Laura Germonio e rappresenta al meglio con il proprio tratto delicato il contenuto sonoro dell’album, come un gancio ancorato al mondo del Prog.
Questa è la musica, immagine e sensazione, un promemoria per la nostra vita nella quale vengono scritte pagine da associare.
L’opera è formata da otto tracce e tutte sono composte da Ciro Perrino, liriche comprese. Con lui partecipano Enzo Cioffi alla batteria, Mauro Vero alle chitarre, Francesco Bertone al basso, Sergio Caputo al violino, Marco Moro al flauto e sax, Massimo Dal Prà al piano e clavicembalo, Mariano Dapor al violoncello e cori ed Andrea De Martini al sax contralto e tenore. Ospiti importanti si adoperano per la riuscita d’insieme, Alfio Costa (organo Hammond), Elisa Montaldo (voci), Claudia Enrico (rainstick) e Ciro Perrino Junior (voce recitante).
Il Principe ha deciso dunque di tornare e di raccontare una nuova storia, all’ascolto di “Qual Fior Di Loto” in apertura dell’ album, un uomo nobile e solitario deluso dalle vicissitudini dei suoi simili, narra le proprie gesta in un argomento che sembra essere ancora attuale.
Un suono acustico pervade l’ascolto, acquarello per l’orecchio fra pacatezza e melodia dal profumo vintage. Il brano è un collante fra il presente e quel “Principe Di Un Giorno” che tanto ha fatto amare i Celeste al pubblico.
La magia del Mellotron esplode in tutto il suo fulgore con fiati, violino e arpeggi nel piccolo capolavoro intitolato “Bianca Vestale”. I King Crimson anni ’70 più melodici ci fanno alzare il pelo sulle braccia, gli occhi si chiudono e tutto il resto non esiste più. Un rapimento vero e proprio.
Ma è solo l’inizio, le emozioni proseguono con un arpeggio di chitarra di matrice spagnola, fra melodie arabeggianti e violino, il brano si intitola “Statue Di Sale” e già si può sentenziare la qualità eccelsa del disco. Il Principe a cavallo del suo destriero prosegue il cammino.
Con “Principessa Oscura” subentra la parte femminile che vediamo anche rappresentata nella copertina dell’album, il suono diventa più onirico, le atmosfere sono rarefatte, eteree, violino e violoncello, il Mellotron e quant’altro fanno ritornare nella mia mente reminiscenze Gentle Giant, quelli più acustici e melodiosi. Il Principe e la Principessa si saranno mai incontrati? Non lo so, ma il primo album dei Celeste e questo nuovo lavoro di sicuro si!
Più vigoroso l’inizio di “Fonte Perenne”, con il Mellotron immancabile e il violino di Caputo. Il brano è completo fra archi, fiati e tutto quello che il gruppo Celeste ha a disposizione,  un suono progressivo vintage che più progressivo non si può.
“Giardini Di Pietra” è uno strumentale che potrebbe benissimo risiedere nella sfarzosa discografia delle nostrane Orme, gli anni ’70 invadono la stanza dell’ascolto.
Dall’alto di una collina il Principe scruta il panorama e le sensazioni vengono immortalate nelle note di “Falsi Piani Lontani”, ancora una volta solari e pacate. Violino, sax, pianoforte e sempre Le Orme in cattedra. Un coro maschile accompagna il tutto con enfasi.
Il disco si conclude con il secondo brano strumentale dal titolo “Porpora E Giacinto” che per motivi di spazio e di qualità sonora non è presente nel vinile di “Il Risveglio Del Principe”, bensì solo sul cd. In esso aleggia tutta l’essenza dei Celeste e la filosofia dell’intendere il Progressive Rock italiano.
Questo disco non deve mancare in nessuna discografia di chi ama la musica nel senso generale, ma è obbligatorio in quella del Prog fans.
Capolavoro? Quasi, perché manca qualche mordente in più, una sorta di aumento di tono, quello che spesso serve al Prog per essere più variegato ed inaspettato. In realtà la natura dei Celeste è questa, e probabilmente  quanto detto da me porterebbe soltanto a snaturare l’essenza della loro anima, così hanno ragione loro, e non posso fare altro che consigliarveli. Al termine  premere nuovamente il tasto “Play”, si ha inesorabilmente l’esigenza. MS



giovedì 31 gennaio 2019

Presentazione libro e premio Macchina da Scrivere 2018 di Salari Massimo


PRESENTAZIONE LIBRO Rock Progressivo Italiano 1980 - 2013 e Premio Macchina Da Scrivere 2018.


Sabato 2 Febbraio alle ore 18.00 presso la libreria Pandora di Fabriano (AN)Il critico/storico musicale MASSIMO "MAX" SALARI, autore del libro ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013, vincitore del premio Macchina Da Scrivere 2018 per la categoria "Migliore enciclopedia dell'anno", parlerà oltre che del suo libro, del Rock e della musica in generale con brevi esempi sonori. Dove sta andando oggi la musica, come si è evoluta, e resterà a disposizione per qualsiasi vostra curiosità.


Per info. 0732-771200



Libreria Pandora Fabriano www.antichilibrionline.com
Via Giuseppe Verdi, 3, 60044 Fabriano


sabato 26 gennaio 2019

Gianni Venturi


GIANNI VENTURI – Mantra Informatico (Of Voice And Men)
M.P. & Records / G.T. Music Distribution
Genere: Sperimentale
Supporto: cd – 2018



L’universo Venturi è un universo di poesie, suoni, riflessioni, constatazioni, grida, ricerca…
L’universo di Venturi è oggettivamente pericoloso perché fa pensare.
L’universo di Venturi è in fase di continua espansione, come la materia che compone il tutto, quindi in perfetta sintonia con le cose.
Venturi è un narratore dei tempi, senza filtro, acido, duro, consapevole e diretto. Negli anni ho imparato ad ascoltarlo e ad apprezzarlo in tutti i suoi progetti, dai primordiali Altare Thotemico a Vuoto Pneumatico, Moloch, il risultato è sempre poesia e riflessione. Nella fine del 2018 apre la collaborazione con Vannuccio Zanella ed approda nella prestigiosa ed attenta G.T. Music. Il risultato è “Mantra Informatico (Of Voice And Men)”, composto da tredici tasselli sonori. Assieme a Gianni c’è il fido ed immancabile fratello Valerio Venturi al basso, mentre il fonico programmatore di ritmiche ed arrangiamenti è Daniele Bagnoli. Il libretto che accompagna il cd contiene foto e testi ed è ad opera di Alessandro Corona.
Le riflessioni nei confronti della società iniziano immediatamente su un ritmo spezzato in “Distonia”, fra sussurri e grida. Il sunto è una sentenza glaciale, “Nulla sono, nulla sarò”. Giochi e ricerca vocale accompagnano tutti i brani, anche “Isole” in cui si parla di stranieri, il vagabondare nel nostro stesso mondo, significativo lo stralcio “Ora vago con gambe molli alla ricerca dell’infelicità sconosciuta…”.
Non sfugge alle analisi di Venturi neppure il mondo  dell’informazione, argomento principe ed ispiratore dell’album, quel “Mantra Informatico” che ci mette avanti ad un mondo nudo e freddo, dove un clic basta per far sparire una notizia che non ci piace, “E tutto si acquieta”.
“Plastica Lucente” è una vera poesia che oserei definire in maniera blasfema “giornalistica”, in essa fotografie di parole e situazioni. Il ritmo qui si fa pulsante, tuttavia la musica non è mai protagonista nelle opere di Venturi, ma un necessario pennarello evidenziatore.
Il concetto sullo straniero si fa ancor più rilevante in “Straniero Ovunque”, mentre la melodia si piega al volere delle parole.
A sottolineare il pensiero “Nulla sono, nulla sarò” giunge il brano “Assenza” dove l’autore si sente “La pietra lapidaria non angolare, nel muto dialogare”. Una visione pessimistica della vita societaria che molto spesso sa di inesorabile sentenza. Eppure nella poesia di Venturi c’è anche spazio all’amore, ma un amore ponderato, raccontato in maniera dettagliata per sensazioni ataviche che raccontano di noi. Il velo di tristezza e crudezza è sempre posato sulle parole. “Dolore Antico” spiega.
Chiuso in un bozzolo inossidabile, Venturi cerca di proteggersi dalla massa di cervelli spenti che vede attorno a se, uomini grigi “che sembrano umani in divenire” ed aggiunge: “ La massa mi spaventa”, il “Nulla”.
Non la passa liscia neppure la politica delle banche, ci pensa “Pensiero Portante”. Si torna a parlare d’amore in  “Dimmi Che Mi Ami”, “Fa che duri la notte, reagisci colpo su colpo” perché si ha bisogno di amare, in uno sfogo che comunque naviga nel dolore.
Si analizza il razzismo in “La Visione Di Leonardo!”, traccia più dura dell’intero “Mantra Informatico”, qui Venturi va a briglia sciolta, arrabbiato e duro come non mai. Ce n’è per tutti!
Il frangente più sperimentale del disco è “Iside”, poesia ed elettronica, un connubio fra passato e presente davvero coinvolgente e toccante (ma anche destabilizzante).
L’album si chiude con “Mother”, voce/fonetica e ritmica in una sorta di world riveduta e corretta. Nel brano sono ospiti Lucien Moreau (voce), Debora Longini (elettronica) ed Emiliano Vemizzi (sax).
So bene che la musica serve per distrarsi, per sfogarsi, cantare, o ballare, ma c’è musica e musica, qui serve per riflettere. L’autore è un poeta del presente dal quale oramai, annosamente, non posso più fare a meno di attingere alla sua fonte, per capire in maniera distaccata dove stiamo andando e cosa stiamo facendo. La sua visione delle cose è pessimistica, ma se in realtà si vanno ad approfondire i concetti, non sono altro che cruda e sporca verità, piacciano o meno.
Che il pessimista sia un ottimista informato con esperienza? Ecco il “Mantra Informatico”.
Venturi, mi hai illuminato ancora una volta, grazie.  MS

giovedì 24 gennaio 2019

Litai

LITAI - Litai
Open Mind

Distribuzione italiana: Lizard
Genere: Jazz Prog
Support: CD - 2012




In ambito musicale capita anche di vincere prima un concorso (Omaggio A Demetrio Stratos) e poi di esordire discograficamente. Ciò è accaduto ai veneziani Litai, autori di un Jazz Prog marcato e dalle spigolature Crimsoniane. Il genere proposto dal quartetto non è sicuramente dei più commerciali, ma si indirizza verso un pubblico preparato ed attento.
Stefano Bellan (batteria), Mattia Dalla Pozza (sax), Francesco Piraino (chitarra) e Michele Zavan (basso), ci accompagnano verso un viaggio lungo otto tracce per una durata di cinquanta minuti di musica.
Ascoltare "Vadapianov" che apre il disco è come fare un salto sia nel tempo che fra generi musicali quali il Prog, il Jazz e la Scuola Di Canterbury, un concepimento strutturale al quale bisogna dedicare attenzione. Non passano di certo inosservati i giri di chitarra in stile Fripp (quello più recente) sopra i quali il sax di Pozza si diverte a rotolare. Brividi scorrono sulla pelle all'ascolto dell'intro arpeggiato di "Bagnasco", sensazioni dettate dal profumo degli anni '70 che emana la musica. Queste di tanto in tanto fanno capolino fra le note che comunque tendono a restare relegate ad un contesto più moderno. Ovviamente non possono mancare i cambi di tempo ed umorali, i Litai tendono a muoversi in base alla loro apertura mentale, senza vincoli o restrizioni di sorta. Buono il lavoro della ritmica a dimostrazione di una band coesa e per nulla inesperta.
"Babinia" in alcuni tratti mi fa ritornare alla mente gli Arti & Mestieri, per poi però lasciarsi andare verso contesti più attuali, una sorta di Akinetòn Retard (per chi conoscesse questi cileni) all'italiana. Narrazione vocale introduce "Cantico", acido e tagliente, una sorta di Area più King Crimson, il tutto sempre sotto la supervisione del sax.
"Hybris" ha il retrogusto dei paesi nordici e l'artwork del disco ad opera di Marta Cupoli, ben rappresenta la situazione con grigiore e nebbia. Rabbia e dolore nel cantato recitato. Così è anche per "Olio Su Tela", qui cadono proprio a pennello (scusate il gioco di parole) i termini degli Arti & Mestieri di "Tilt": "Immagini Per Un Orecchio".
Ritmiche stoppate aprono il brano che si sviluppa fra sussurri e buoni basi ritmiche dettate dal preciso basso di Zavan. Quando parte la chitarra elettrica, personalmente mi giungono alla mente i Landberk, ma i Litai fanno presto a cambiare nuovamente strada. Questo è uno dei brani che apprezzo di più.
"Oltraggio" prosegue il cammino di ricerca strutturale e a questo punto dell'album l'orecchio si è piacevolmente adeguato all'andamento della situazione. "Kamasutra Gong" chiude il discorso e mi ritornano alla mente di nuovo le band nordiche, ma questa volta si trattano degli Anekdoten.
Avrete dunque notato la quantità di paletti che vi ho piantato per i punti di riferimento stilistici, molti nomi a paragone e questo dimostra la preziosa proposta dei veneti. Un disco non scontato ed aperto a tante soluzioni, sono certo che alcune di loro piaceranno ai più "open mind" di voi. MS

lunedì 21 gennaio 2019

Speciale ANTILABE'


Speciale ANTILABE'



ANTILABE’ – Diacronie
Autoproduzione
Genere: Folk – Jazz Prog
Supporto: cd – 2010


Gli Antilabè sono di Treviso e l’embrione del gruppo si forma nel 1993. Dopo l’esordio targato 1997 dal titolo “Dedalo” (Tring), è la volta di “Diacronie”, album di musica totale che spazia dalla World al Jazz, passando per il Folk e quindi racchiusa nel calderone del cosiddetto Rock Progressivo. Il disco è suonato da Carla Sossai (voce), Luca Crepet (batteria), Adolfo Silvestri (basso, chitarra, contrabbasso, bouzouki), Luca Tozzato (batteria) e Marino Vettoretti (chitarra, synth guitar).
Antilabè è il nome di un soldato combattente a Sparta ed in greco il nome significa “impugnatura”, probabilmente riferita al suo scudo di battaglia. Il concepimento sonoro come detto, spazia in differenti territori multietnici, con un cantato ricercato fra esperanto, Maja, dialettale ed italiano. Un affresco sonoro colorato proprio come la copertina che ben lo rappresenta ad opera di Paolo Bressasn. Nel disco si avvalgono della presenza di numerosi special guest, fra i quali spiccano l’americano Mike Applebaum, tromba principale nell’orchestra del maestro Ennio Morricone, e  Vittorio Matteucci alla voce, artista eclettico presente anche in musical di successo quali Notre-Dame de Paris e I Promessi Sposi.
Dodici storie ad iniziare da “Esperi” con Mike Applebaum e tanto calore sonoro, quasi accarezzati da reminiscenze world, dove la terra racconta e insegna.
Con la voce di Stefano Dall’Armellina giunge “Come Un Canto”, canzone spensierata, ricca di percussioni e molto cantautorale, il duetto vocale con Carla funziona ed il tutto su un testo in lingua italiana. Ancora sole in “Indionimago”, nello specifico  il calore sembra provenire dal Brasile, il viaggio mentale si intraprende in un attimo. Percussioni aprono “Deserto” e qui il sound è jazzy, da sottolineare anche l’interpretazione vocale di Carla Sossai, davvero ottima interprete dei testi con modulazione malleabile a seconda della necessità del caso.
Riuscite ad immaginare i Maja in versione Jazz? Gli Antilabè si adoperano anche in questo settore regalandoci “Quetzal”. In questo brano apprezzo le coralità che in me richiamano reminiscenze anni ’70.
Tradizioni partenopee, odore di vicoli intrisi di sugo con la pummarola in pentola, finestre che si aprono e persone che si parlano da un balcone all’altro mentre stendono panni, tutto questo ed altro che la vostra fantasia può sprigionare all’ascolto di “Notte Partenopea”. Musica che mette gioia e che ancora una volta presenta una cartolina ben distinta della nostra terra.
Si sogna ad occhi aperti in “Hadaha As-Sabah II”, il suono del vibrafono incanta. E a proposito di sogni, una fisarmonica apre “Danza Invisibile”, fantasmi e spiriti della notte danzano per noi.
Non svelo altro in quanto la musica degli Antilabè va scoperta capitolo per capitolo.
“Diacronie” è un disco che narra la storia dell’uomo in senso generale, la sua terra e la cultura, il tutto in maniera professionale perché i musicisti sono davvero di spessore tecnico elevato e aggiungo suonato anche con garbo, senza mai alzare troppo i toni.
Dicono nel libretto del cd: “Diacronie, alla scoperta del passato per vivere il presente e sognare il futuro”…Davvero! MS




ANTILABE’ - Domus Venetkens
Lizard Records / G.T. Music Distribution
Genere: Folk – World Prog
Supporto: cd - 2018


Venticinque anni di carriera musicale oggi come oggi è un traguardo davvero importante e i trevigiani Antilabè raggiungono questo obbiettivo probabilmente con il disco più interessante: “Domus Venetkens”.
Lo sforzo creativo è notevole, ne scaturisce un concept che narra la storia dell’antico popolo veneto. Racconta la leggenda che il popolo Enetioi (o Venetkens) parta dall’Asia Minore per giungere alle attuali coste venete per insediarsi e fondare alcune città. La suite musicale ispirata da questa trama è tratta dal libro che Adolfo Silvestri (basso) sta scrivendo, un fantasy/storico che viaggia nel tempo, dal 1700 d.C. al 1256 a.C..
Anche in questo caso, come è accaduto per l’ottimo “Diacronie” (2010 – autoproduzione), le lingue utilizzate nel canto di Carla Sossai sono differenti, dal veneziano del 1700 all’illirico raguseo del 1400, oltre che griko salentino su ritmi balcanici e mediorientali.
Ad oggi il gruppo viene completato da Luca Crepet (Batteria, percussioni, vibrafono), Graziano Pizzati (pianoforte, tastiere), Luca Tozzato (batteria) e Marino Vettoretti (chitarra, synth guitar, flauto). Anche in questo caso non esulano ospiti qui del calibro di Elvira Cadorin (voce), Piergiorgio Caverzan (clarinetto, sax) e Sara Masiero (arpa celtica).
Molta carne al fuoco dunque da ascoltare, ma anche sostanza per le mani e per la vista, il cd viene presentato in una edizione cartonata accompagnata da un libretto davvero ben confezionato con tanto di testi, fotografie e spiegazioni. La grafica di Laura Nardelli avvalora il progetto intero rendendolo completo e donando lui quel tocco di “Prog” che un amante del  genere percepisce al primo sguardo.
La musica scritta da Graziano Pizzati inizia con il pianoforte, come un narratore delicato accompagna l’ascoltatore nel viaggio in “Enetoi” nella Venezia del 1559. Viene fuori un antico segreto di cui gli Enetoi ne sono custodi gelosi. Le tastiere donano quel tocco di “progressivo” che ben si incastona con la musica ricercata fra il Jazz e il folk/world. Un festoso carnevale giunge magicamente nel brano “L’e’ Riva Carnoval”, ispirato dalle “Canzonette Veneziane Da Battello” del settecento. Gli strumentisti dimostrano ancora una volta di essere in possesso di una tecnica strumentale individuale notevole, ma mai sparata li in inutili virtuosismi, bensì badando alla sostanza emotiva. Gli assolo strumentali risultano essere sempre gradevoli e aggraziati, trapelando basi solide di studio. “Ignote Visioni” è un momento quasi del tutto strumentale nel quale il concetto si può evincere.
Bosnia 1463, “Glavize Visokoska” racconta della ricerca di un simbolo misterioso, la musica storica che scaturisce dagli strumenti degli Antilabè ne è ottimo supporto, in qualche frangente anche giocoso. Breve strumentale “In Balia Dei Flutti” per giungere naufraghi sulle coste bizantine, ed è “Orria Festa”. Esso è quasi un saltarello, musica tradizionale miscelata con alcuni passaggi più moderni, legati dalla bella voce di Carla. Altro breve strumentale in “Ionios Kolpos” , movimento che si lascia trasportare ed alzare in volo dalle note del pianoforte e del basso, esso porta a “Yi Eleuthera”, battaglia navale del 480 a.C. per la libertà.
In questa lunga suite c’è meno jazz rispetto ai lavori passati del gruppo, anche se di tanto in tanto affiorano alcuni movimenti, tuttavia lo stile è ben marcato, la personalità è calcata, per meglio dire “radicata”. Ottima l’interpretazione vocale dell’ospite Elvira Cadorin, vibrata quando serve e con un controllo estensivo ragguardevole. Si giunge quasi alla fine del viaggio, con la strumentale “Pythia” e “Gangra”, canzone più lunga della suite con i suoi quasi otto minuti lo conclude. 1256 a.C., il ritorno alle origini nella città dai tetti dorati.
“Domus Venetkens” è uno sforzo artistico gradevole sotto molteplici aspetti, elegante in tutto e scorrevole nell’ascolto, gli Antilabè la sanno lunga e la sanno pure raccontare. MS


domenica 20 gennaio 2019

Aurora Lunare


AURORA LUNARE – Translunaggio (Nove tributi al Rock Progressivo)
Lizard Records
Genere: Rock Progressivo
Supporto: cd – 2018



La storia dei livornesi Aurora Lunare affonda le proprie radici nel lontano 1978, quando il genere in Italia sta dando gli ultimi colpi di coda. Una lunga storia che porta la band a fare musica controcorrente e a sciogliersi nel 1991 per poi riformarsi nel 2003, grazie al ritorno dell’interesse attorno al Prog “risorto”. Ciò che lasciano come testimonianza di quegli anni è un live datato 1980 dal titolo “Concerto Della Goldonetta”.
Una volta riformatisi, registrano l’album d’esordio in studio “Aurora Lunare” (Locanda Del Vento)  nel 2013, accolto dalla critica e dal pubblico in maniera favorevole.
L’amore per il Prog è davvero grande, così la voglia di gridare a tutti le proprie radici e dimostrare come si è formata la passione per suonare, così l’idea nel 2018 di registrare un album di cover, vero omaggio ad alcuni autori e musicisti Prog. In realtà a parte due brani, questa non è altro che una raccolta di brani già editi in altre compilation in tempi differenti, ma per questo c’è l’esaustivo libretto di accompagnamento al cd che chiarisce ogni dubbio.
Come dice il sottotitolo, in “Translunaggio” risiedono nove brani, e per la realizzazione  gli Aurora Lunare si avvalgono della presenza di special guest come Daniele Pistocchi (chitara), Greta Merli (voce), Valentina Cantini (violino), Alessandro Corvaglia (voce), Ares Tavolazzi degli Area (basso), Gianluca Milanese (flauto traverso), Giuseppe Tonetti (chitarra) e Marco Severa (flauto traverso).
Invece la band ad oggi è formata da Mauro Pini (voce, tastiere), Stefano Onorati (tastiere, chitarra), Luciano Tonetti (basso, chitarra) e Marco Santinelli (batteria).
Le cover dei brani godono tutti di buoni arrangiamenti e di personalità, gli artisti non si sono fermati a fare il compitino, bensì hanno donato loro nuova veste e stile.
Si apre con la voce di Corvaglia a cantare uno dei brani più importanti per la nascita del genere, quel “A Whiter Shade Of Pale” dei Procol Harum, brano proto Prog del 1967. Notevole l’assolo di tastiere annesso.
Sono felice per il tributo ad uno dei più grandi maestri che abbiamo avuto in Italia negli anni ‘60/ ‘70, Enrico Simonetti (si, il padre di Claudio dei Goblin), con Greta Merli alla voce. Il brano è estratto dalla compilation “Cani Arrabbiati Opening Themes… A Tribute” della Musea Records. Omaggio a Francesco Di Giacomo del Banco con il brano “Fino Alla Mia Porta”, e a proposito di grandi indimenticabili, a seguire “Hommage A Violette Nozières” degli Area e Demetrio Stratos. Al basso elettrico c’è lo stesso Ares Tavolazzi (Area) e nell’intro già si provano brividi. La prova vocale di Pini è notevole, così come gli arrangiamenti del brano, flauto compreso. Vengono omaggiati anche i maestri Yes con “Don’t Kill The Whale” tratto dalla compilation della Mellow Records “Tales From The Edge A Tribute To The Music Of Yes” del 2012. Ho citato prima I Goblin ed eccoli qua con “Connexion”, pezzo magistralmente arrangiato fra tastiere e violino. Se si parla di Prog non possono mancare i Genesis qui ricordati con il brano non scontato “Lorenzo” del 1996, scelta alquanto particolare. Un passaggio anche nel New Prog proprio per dare continuità al genere e per questo servono i mostri sacri Marillion ed il brano “The Party”, per giungere ai giorni nostri con i svedesi The Flower Kings del chitarrista Roine Stolt ed il brano “Trading My Soul” del 2007.