sabato 22 ottobre 2016

Audio'm

AUDIO’M – Audio’m
Autoproduzione- Amis
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2016


E’ sempre affascinante  pensare di poter fermare il tempo, magari solo per un istante, quello che può durare anche un disco che vorresti non finisse mai. Naturalmente ognuno di noi resta relegato alla propria età, e chi ha vissuto in gioventù gli anni ’70 con consapevolezza è convinto che la musica migliore sia li. Ovviamente il discorso è valido per tutte le età, chi pensa agli anni ’60, chi ’80 etc. Eppure la magia di certi suoni di dischi Rock Progressivo venuti alla ribalta grazie al massiccio proliferare di suoni sinfonici a partire dai King Crimson ai Gentle Giant, ma soprattutto al fascino antico dei Genesis era Gabriel, è fra le emozioni più forti che un amante di musica Rock può provare.
E allora i proseliti sono tanti ed attenti, il Rock Progressive è sempre vivo anche oggi, e chi lo suona non può che avere attenzione anche agli anni che furono, pur sempre esternando una propria personalità. E’ anche il caso di questo numeroso gruppo proveniente dalla Francia dal nome Audio’m.
Sono composti da Marco Fabbri (batteria), Michel Cayuela &Mathieu Havart (tastiere), Simon Segura (basso), Gary Haguenauer (chitarra), Dominique Olmo (chitarra ritmica), Emma Boudeau (viola da gamba francese), Lyse Mathieu (flauto traverso) e Emmanuelle Olmo-Cayuela (voce).
Questo album d’esordio dal titolo omonimo è suddiviso in sei tracce, con due mini suite  e brani comunque di lunga durata. Il libretto che accompagna il supporto ottico è disegnato da Valentin Bayle e la grafica di Mathieu Havart comprende anche i testi delle canzoni cantate in inglese.
I quasi quindici minuti di “Stolen Love Bite” aprono l’album palesando l’amore del gruppo nei confronti delle atmosfere “genesiane”, con quelle chitarre dal sapore antico a cui mi riferivo inizialmente. Buona la voce di Emmanuelle, di personalità e comunque malleabile. Di tanto in tanto trafilano puntate nel New Prog anni '80‘, in parole povere siamo dentro il Prog puro al 100%.
I brani sono composti in maniera da lasciare spazio alla creatività ed al dialogo fra gli strumenti, con tanto di cambi di tempo e di atteggiamento. Buona l’intesa ritmica e gradevoli gli assolo. Per chi li conosce dico che riscontro analogie con band svedesi come  Sinkadus ed Anglagard.
Segue la seconda mini suite “Mouning Dove”, canzone molto espressiva  in quanto ricca di ingredienti  sempre legati fra di loro da una linea melodica intrigante e non scontata. Le tastiere a volte ricoprono il ruolo di tappeto sonoro e a volte si esprimono in assolo. “The Human Race” è il brano più breve (sei minuti) ma in esso scorre il sangue Prog più fluido. Note in libertà anche in “Dead Quiet”, molto classicismo e un cantato a volte soave ed intenso. Quando subentra il Mellotron  e a seguire il flauto di Lyse i brividi inevitabilmente scorrono sulla pelle del Prog fans.
Altro buon frangente è “Run Away”, un connubio di stili e generi dove gli anni ’70 sorvolano inevitabilmente nella mente. Un organo apre “Friend-Less-R” e chiude l’album, quasi nove minuti di enfasi e personalità.
La band dimostra di nutrire un amore sconfinato  per la musica in generale, ma soprattutto al Prog dei tempi che furono, il tutto però con carattere. Ottime le fughe strumentali, proprio come quelle contenute nell’ultimo brano, funzionano i dai e vai. Non esprimo consigli in quanto il genere proposto è questo, la pomposità, l’astrusità e quant’altro fanno parte del Prog per antonomasia, per cui, abili ed arruolati. Ora mancate solo voi ad ascoltarli. MS


Contatti: facebook/groupeaudiom


martedì 18 ottobre 2016

Airbag

AIRBAG – Disconnected
Karisma Records
Genere: Psychedelic Rock/Progressive Rock
Supporto: cd – 2016


Quarto lavoro in studio per la band norvegese Airbag. Comincio nel dire che il quintetto ha da subito promesso bene, sin dal primo album “Identity” dell’anno 2009, le sonorità di matrice Pink Floyd (specie nelle chitarre) sono sempre ben marcate. In effetti negli anni non si spostano di una virgola, andando sempre a colpire l’enfasi psichedelica e alquanto malinconica. Una carta che si è rilevata vincente in quanto sono riusciti ad avere in breve tempo un nutrito gruppo di estimatori. Personalmente anch’io ho sempre apprezzato questo tipo di sonorità perché, diciamo la verità, i Pink Floyd sono mancati per troppo tempo, e per certi versi negli anni non sono stati più i Pink Floyd che ti sbudellano l’anima. Band come Airbag (con quei assolo di chitarra alla Gilmour) i fans le cercano con il lumicino.
Ed eccoli ancora una volta presenti e aperti a questo tipo di posologia.
Aggiungo anche che ho molto apprezzato il lavoro solista del chitarrista Bjørn Riis dal titolo “Lullabies in a Car Crash” (2014), tanto per dire come stimo la band e amo questo tipo di sonorità. Cosa mi aspetto dunque da “Disconnected”? Presto detto, musica per la mente e per il cuore, quella che ti fa volare alto, e pezzi come “Broken” sono qui ancora una volta per farmi volare.
Il disco si apre con un brano che ritengo uno dei più belli della loro discografia, la mini suite “Killer”, ma quello che ci denoto è un insistito deja vu che scaturisce dal cantato e dalle soluzioni che a mio avviso si stanno pericolosamente saturando.
“Slave” ha il classico open dettato da suoni sostenuti, come spesso il genere detta per poi aprirsi a raggio nell’insieme delle strumentazioni. Il ritmo è sempre cadenzato, mai sostenuto, a tratti greve e toccante, ma ancora una volta siamo li… Siamo sempre li. Non posso pretendere da un gruppo come gli Airbag una innovazione musicale e neppure uno stravolgimento di personalità, la formula funziona come dicevo prima, perché mutare? Eppure molti artisti che hanno intrapreso questo percorso hanno osato, vedi Steven Wilson, Anathema, Opeth, Pineapple Thief e molti altri ancora con buoni risultati. Sono scelte e perché no, anche passioni.
“Sleepwalker” è soltanto un nuovo titolo, la musica più o meno è quella, così la cadenza del cantato. Applaudo per la suite “Disconnected” vera gemma psichedica, qui si vola in alto, mentre la conclusiva “Returned” è una ballata malinconica gradevole che chiude con dignità questo album.
Che dire in conclusione? Prima di tutto che la qualità sonora è degna di un grande album, poi che gli Airbag sono questi, non tradiscono il fans della prima ora. Chi per la prima volta si imbatte  nella band ascoltando questo “Disconnected”, mi dirà sicuramente che sono stato cattivo a recensire un disco del genere con questa sufficienza e magari griderà anche al capolavoro e che poco ci capisco. Io invece al termine ho soltanto voglia di riascoltarmi “Identity”.

Buon disco, come sempre, ma qualche sbadiglio comincia a partirmi. MS

lunedì 17 ottobre 2016

Agorà

AGORA’ – Bombook
Cramps / Sony Music
Genere: Progressive Jazz
Supporto: cd 2016


Sull’onda del ritorno in voga del Progressive Rock, oggi si organizzano sempre più manifestazioni e festival al riguardo, la brace sotto la cenere è sempre calda. Non a caso ritorna anche la storica casa discografica Cramps, colei che negli anni ’70 ha saputo costudire i tesori di gruppi e cantautori fuori dalle regole, intrisi di cultura. Chi non ricorda Eugenio Finardi, Arti & Mestieri, Area e moltissimi altri ancora, e a proposito di Jazz Prog la scuderia riaprendo oggi, accoglie fra le fila i storici marchigiani Agorà.
Fra le numerose manifestazioni relegate al genere c’è “Progressivamente Festival” al Live Club di Roma, organizzato dal grande guru del Prog Guido Bellachioma, anche direttore della rivista “Prog”. L’incontro con Renato Gasparini (chitarre) è galeotto, gli Agorà incarnano lo spirito positivo degli anni ’70, il connubio Jazz, Prog e mediterraneità fanno della loro musica un tassello che non può mancare in questa grande manifestazione che poi si svolgerà il 20 settembre del 2015.
In questi ultimi anni gli Agorà hanno sempre suonato assieme, e a parte i due storici  “Live in Montreux” (1975 - Atlantic Records) ed “Agorà 2 (1976 - Atlantic Records), nel 2013 tornano con l’affascinante “Ichinen” (Aerostella). La formazione ad oggi oltre a Gasparini vede nelle file il sempre presente  Ovidio Urbani (sax soprano e contralto), il pluripremiato batterista Jazz italiano Massimo Manzi (batteria), Lucio Cesari (basso), Gabriele Possenti (chitarra acustica) e Gianni Pieri (violoncello).
L’esperienza che vanno ad affrontare a Roma in questo live è impreziosita da due notevoli special guest, e qui mi riallaccio alla Cramps quando nomino il tastierista degli Area, Patrizio Fariselli, mentre a seguire c’è il maestro e compositore Marco Agostinelli, anche presidente di Fabriano Pro Musica.
Quello che vado subito a riscontrare all’ascolto sia vinilico che  digitale di “Bombook” è la notevole qualità sonora, quando la professionalità finalmente fa la voce grande anche in Italia. Questo spesso è territorio di addetti ai lavori giapponesi, il che è tutto un dire.
Il live ripercorre un poco la storia musicale della band, anche se con nuovi arrangiamenti e quindi in una nuova veste, tuttavia non mancano quattro inediti, “Bombook”, “Reset”, “Oak Ballad” e “Puro”.
Il disco si apre proprio con la title track, scritta da Gasparini e Gianni Pieri ed è subito pelle d’oca per i nostalgici del genere e non solo! Tanta storia fra le note espresse, si possono riscontrare molte influenze, ma sarebbe riduttivo liquidare un brano così solare a un qualcosa di già sentito, perché esso gode di un aurea particolare, perché Bombook è il sunto della musica vissuta legata all’amicizia, quella storica dei componenti, e questo calore umano straborda ad ogni nota.
Un dolce arpeggio di chitarra apre “Reset”, accompagnato dal flauto di Agostinelli. Le scale melodiche non tendono mai all’eccessivo virtuosismo, privilegiando l’armonia e l’insieme. Proprio questo funziona nella musica degli Agorà. Solo di tanto in tanto ci si spinge in tecnicismi elevati, ma il tutto sempre controllato dalla cultura personale dei componenti davvero eccelsa. Massimo Manzi ha una calligrafia ritmica elegante, fatta con una stilografica. Il basso di Cesari mai invasivo, esegue egregiamente il proprio compito. Ritmo in “Costa Dell’Est”, un bel classico della band supportato dal sax di Ovidio Urbani e dal violoncello di Pieri.
Le atmosfere si fanno nuovamente leggiadre in “Sensei”, sereno e caldo, quello che spesso definisco brano di ampio respiro. Ma è con “Punto Rosso” che la qualità sale ulteriormente, fra gli interventi di Fariselli e le improvvisazioni, qui il gruppo è a proprio agio e viaggia che è un piacere.
Il lavoro di Possenti è importante, tessere trame a legare fra le strumentazioni per un risultato coeso ed elegante. “Ichinen” soffia  e sussurra serenità, per poi giungere al bellissimo brano di Possenti “Puro”. Segue un altro classico tratto dal primo album, quel “L’Orto Di Ovidio” che profuma intensamente di anni ’70 e di terra marchigiana. “Oak Ballad” è come dice il titolo una ballata che è incentrata principalmente fra il dialogo sax e chitarra, impreziosita successivamente dagli interventi di Pieri e Fariselli. Il live si conclude con altri due classici Jazz Prog, “Piramide Di Domani” e “Cavalcata Solare”, quest’ultima in questa esibizione davvero devastante.

“Bombook” è un album che accende i riflettori nuovamente su una grande realtà italiana, una band che non ha tempo, ma che nella sua maturità riesce a congiungere più generazioni di ascoltatori, infatti il disco non solo lo consiglio a chi ama il Jazz Prog, ma soprattutto ai giovani che si vogliono addentrare per la prima volta in questo mondo musicale, fatto di sole, calore, amicizia e bellezza. Imperdibile. MS

domenica 16 ottobre 2016

Celtic Frost

CELTIC FROST - Into The Pandemonium
Noise Records
Genere: Death – Black Metal
Supporto: 1987 – lp


Amo gettarmi dentro alcune sfide sonore che hanno tracciato un epoca, ma che allo stesso tempo segnano la fine di una band. Gruppi che hanno modificato le coordinate di un genere, in questo caso il Black Metal, con grandi idee non al momento apprezzate dai fans, addirittura tacciando la band di “tradimento” ma che negli anni si scopre vero e proprio punto di riferimento per generi a venire.
La vita dei svizzeri Celtic Frost non è di certo semplice e lineare.
Il trio nasce a Zurigo nel 1984 ed esordisce con un vero e proprio must, quel “Morbid Tales” ancora oggi  molto ricercato anche fra i collezionisti di vinile. Tom Gabriel Fischer (voce, chitarra, logo, artwork, produttore) ne è il leader indiscusso, con il suo cantilenare graffiante e monotono soltanto spezzato di tanto in tanto da quel “Uh!” gutturale che diviene nel tempo loro marchio di fabbrica.
Il trio si completa con Martin Eric Ain (basso, effetti, produttore) e Stephen Priestly  (batteria, percussioni). Il look è quello delle band Metal nordiche, con tanto di face paint, borchie, pelle e catene, non si lascia adito a dubbi su quello che il gruppo può proporre musicalmente. Nel tempo cambia anche il look, verso una sterzata Glam, questo accade con il disco “Cold Lake” nel 1988,  ma già i fans stanno loro girando le spalle da tempo. Ma vediamo il perché.
Ho accennato a “Morbid Tales”, devastante e corrosivo album di Black Metal classico, quello che il 90% delle persone considera “rumore”. Nasce dunque il mito underground, fra i metallari girano le cassette, allora prototipo di nostrano ed odierno “You Tube”. Il passaparola si faceva così, fra amici e a mano. Ebbene in breve tempo i Celtic Frost hanno un buon seguito, “To Mega Therion” (1985) è la conferma ufficiale, un album irriverente, con in copertina un Cristo adoperato dal diavolo come fionda, un album nel suo genere perfetto, nero come la pece. Fra i due lavori c’è un buon ep dal titolo “Emperor's Return” (1985). Ma Tom Gabriel “Warrior” non è una persona che si accontenta di quello che da, vuole fare di più, sfida, cerca, vuole stupire e creare nuovi innesti nella musica. Ecco nascere  “Into The Pandemonium”, un album che va ascoltato e capito nel contesto anno 1987, perché ascoltato oggi può  non indurre a stupore. Invece lo stupore c’è, chi nel 1987 ha miscelato Disco, Death, Black, Doom Metal estremo, drum machine,  sinfonia e lirica assieme? Sono generi completamente distanti l’uno dall’altro ed ecco dunque lo stupore dell’ascoltatore dinanzi ad un risultato quantomeno per i tempi fuorviante. Invece a seguire, moltissimi altri gruppi hanno saccheggiato questo album e fatto di esso una propria carriera. Meravigliosa la copertina gatefuld, un  dettaglio tratto dal Trittico del Giardino delle delizie di Hyeronimus Bosch.
L’album si apre con una cover dei Wall of Voodoo, “Mexican Radio” per poi passare alla malinconica e lamentosa “Mesmerized”, primi (anche se moderati) segni di sperimentazione che di li a poco arriveranno, ma prima la devastante canzone Celtic Frost dal titolo “Inner Sanctum”, un classico. Ed ecco il primo pugno allo stomaco all’ascoltatore, “Tristesses De La Lune”, canzone archi e voce in francese, quella femminile di Manü Moan. Ci pensa “Babylon Fell” a far tirare un sospiro di sollievo al fans Celtic, ma è solo una mera illusione. Si passa ad un Doom lamentoso intervallato da Death classico con “Caress Into Oblivion (Jade Serpent II)” ed a “One In Their Pride (Porthole Mix)”, quest’ultima pezzo dance fatto con la drum machine! Rumori si susseguono con voci codificate e violini dissonanti! Niente più chitarre distorte. Genialità od incoscienza?
I Celtic Frost si fanno perdonare con un classico che sarà anche il singolo di questo album “I Won't Dance (The Elders Orient)” e comunque sempre distante dal modus operandi di “Morbid Tales”. Giunge a questo punto il Metal Doom lirico con accompagnamento di voce femminile di “Rex Irae (Requiem)”, territorio dove band come Therion hanno costruito una carriera. Il clamoroso disco si conclude con corni, orchestra e Doom grazie a “Oriental Masquerade”, ed è veramente il pandemonio!

Questo album personalmente mi ha fatto capire negli anni ’80 che il Metal può essere comunque una strada parallela al Progressive Rock, perché in esso transitano degli artisti che sfidano le regole, forse più dei Progghettari stessi! Personalmente la musica mi deve dare emozione, stupire e far pensare, non mi accontento solo di canzoni da canticchiare, vanno bene anche quelle, ma non ho piacere come l’ ho all’ascolto di dischi epocali come “Into The Pandemonium”, anche se non capiti o di facile assimilazione. MS

martedì 4 ottobre 2016

Savatage

SAVATAGE – Edge Of Thorns
Atlantic
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 1993


17 ottobre 1993,  in seguito ad un incidente stradale muore il chitarrista Christopher Michael Oliva, detto Criss. La sua presenza terrena ha lasciato un segno indelebile, soprattutto nello stile chitarristico, paragonato a quello dell’altrettanto grande  Randy Rhoads (Quiet Riot, Ozzy Osbourne). Con il fratello Jon in Florida forma una delle band più interessanti in ambito metal, a cavallo fra Power, Sinfonico e Prog, una band che ha rilasciato negli anni notevoli capolavori come “ Hall Of The Mountain King”, “Gutter Ballet” e “Streets: A Rock Opera”, ma per qualche arcano motivo non si ha mai avuto la soddisfazione di collocarli fra i grandi di tutti i tempi. Una band sfortunata sotto molteplici punti di vista, ed  uno stile unico e ben riconducibile. Probabilmente l’intelligenza compositiva non riesce a convincere molteplici fans del genere, non ci dimentichiamo che i dischi fuoriescono in un contesto quantomeno particolare, quello dove il Metal Prog  (a parte qualche nome ancora acerbo come Dream Theater e Queensryche), in quel periodo non è ancora ben sviluppato. Le tastiere nel Metal…per carità! Gli esordi  partono dal lontano 1975 e ovviamente  non hanno ancora la spina dorsale che avrà negli anni ’80 e ’90.
“Edge Of Thorns” è l’ottavo album in studio, diciamo di metà carriera, è l’album dove il cantante Jon si fa temporaneamente da parte per dedicarsi completamente alle tastiere. Il ruolo verrà ricoperto dal giovane talentuoso  Zak Stevens.
L’artwork di “Edge Of Thorns” è affascinante, curato nei particolari, così come è curata la musica in maniera quasi maniacale. Canzoni senza sbavature, dotate di tecnica e buon gusto per la melodia, soprattutto nelle ballate come “All That I Bleed” e “Sleep”. Capolavoro assoluto la title track che apre l’album, il piano di Jon scandisce il tempo come un orologio. Il brano ha tutte le caratteristiche della perfezione compositiva, dal ritornello ai riff per non parlare del solo, dove la chitarra di Criss sembra dare scariche elettriche. Si ha sempre l’impressione che il musicista non riesca mai a staccare le mani dallo strumento.
Non disdegnano passaggi oscuri e malinconici, i Savatage su questo ci hanno abituato anche con altri dischi. “He Carves His Stone” e “Follow Me” sono esempi di come si intende il Metal di classe. Punti qualitativi difficilmente raggiunti da altri gruppi. Ma qui tutto funziona a dovere, l’album scorre velocemente fra energia e  melodia.
Da bravo collezionista del vinile mi sono anche cercato il doppio lp contenente le bonus tracks acustiche “All That I Bleed” e “If I Go Away”. Il doppio vinile all’interno oltre che ai testi, contiene tutta la storia dei brani, un libro vero e proprio, una chicca da non perdere in quanto anche il suono ci guadagna, assumendo una rotondità differente rispetto alla versione del cd. Suono più caldo e profondo.
I Savatage successivamente rilasceranno altri piccoli gioielli, ma questo avevo voglia di metterlo nuovamente in luce, perché la vita non è sempre giusta, ci sono dischi che probabilmente escono in un momento sbagliato e noi allora gli rendiamo giustizia. MS


« Ha vissuto per quella chitarra. Quando andavo a casa sua a trovarlo non importava cosa stava facendo, telefonando, mangiando, Criss aveva sempre una chitarra in mano».
(Il padre di Criss Oliva)
(Fonte: Wikipedia)