sabato 30 settembre 2017

Quarto Vuoto

QUARTO VUOTO – Illusioni
Lizard Records
Distribuzione: BTF - GT Music - Pick Up - Ma Ra Cash – Syn-Phonic
Genere: Neo Prog / Psychedelic Prog
Supporto: cd – 2017


Il termine Progressive Rock nel tempo ha assunto differenti significati, questo ha fatto sì che attorno ad esso si aggiri oggi molta confusione. Basta visitare la pagina web Progarchives per rendersi realmente conto di quanti sottogeneri è composto il Prog odierno. Generalmente il termine si attribuisce ad una musica “datata”, anni ’70, sinfonica e piena di lunghe suite, tuttavia esso viene  estrapolato dal lontano Jazz degli anni ’50 in “Progressive Jazz” dove il significato sta proprio per  “Progredire”. Non necessariamente sperimentazione obbligatoria, ma innesti di vari generi che con gli anni comunque si sono formati naturalmente grazie all’evoluzione dei tempi. E qui scatta la confusione. Ma la musica per se è un mezzo semplice per emozionare, le parole non servono, come diceva Frank Zappa “Parlare di musica è come ballare di architettura”, e quindi veniamo alla musica.
I Quarto Vuoto suonano un Prog completamente strumentale che bene si incastonerebbe nella discografia Kscope, ossia quello sognante e ricercato alla Porcupine Tree prima era, ma anche con lo sguardo rivolto al passato, non mancano i riferimenti ai King Crimson più nervosi. Lo spirito della band è quello di colpire l’animo dell’ascoltatore con le sue arie, senza sprofondare in inutili tecnicismi, anche se la chitarra svolge un lavoro molto importante e la ritmica è ben rodata e presente con sferzate o virgole a seconda delle necessità. Le tastiere non sono mai invasive, piuttosto da tappeto ed atmosfera che da imponenti assolo. Il disco si presenta suddiviso in sei tracce, tutte di media e lunga durata. L’artwork oscuro è realizzato da Lorenzo Giol e bene si amalgama all’ascolto della musica.
Ma chi sono i Quarto Vuoto? Sono un gruppo trevigiano oggi composto da Edoardo Ceron (basso), Nicola D'Amico (batteria), Mattia Scomparin (tastiera e pianoforte) e Luca Volonnino (chitarra). Si formano nel 2010 e all'inizio del 2014 pubblicano con il cantante e violinista Federico Lorenzon l'omonimo EP autoprodotto “Quarto Vuoto”, ricevendo ottime recensioni da critici del settore sia in ambito italiano che internazionale. Partecipano e vincono nel tempo differenti contest fra i quali Vicenza Rock contest 2013, Veneto Rock contest (Treviso) 2013 e FreeYoungMusic 2011.
Ma anche in studio le atmosfere riescono a convincere l’ascoltatore, fra crescendo sonori ed arie leggiadre su note di pianoforte.
Il disco si apre con “Nei Colori Del Silenzio”, dove suoni di tastiere circondano subito l’ascoltatore sollevandolo dal mondo terreno. Un giro armonico decisamente semplice trascina ipnoticamente la melodia, mentre la batteria interviene sporadicamente e delicatamente. Un trip psichedelico tanto per iniziare il viaggio che prosegue con “Coscienza Sopita”. E’ il basso che introduce all’ascolto, per poi dialogare con la batteria più impegnata e presente. La chitarra echeggia inizialmente con sferzate psichedeliche per poi procedere in un lungo solo di Crimsoniana memoria.
I Quarto Vuoto dimostrano di avere personalità e se mi azzardo a fare qualche paragone è solo per indicarvi le sonorità intraprese, questo per l’onestà di cronaca.
Molto interessanti gli undici minuti di “Impasse” con Giulio Dalla Mora come ospite al sax tenore. Interessanti perché c’è un inizio pacato, oscuro, psichedelico e ricercato, quasi Krautrock per poi sfociare in un crescendo elettrico di matrice decisamente Math Rock. Altri undici minuti di musica piena, elettrica e ricercata, questa volta in “Apofis”, dove torna anche il sax. Il lato più duro del gruppo si esibisce in questo frangente.
Giochi con eco di chitarra in “Due Io” per poi gettarsi nella distorsione. Il brano si alterna quindi fra schiaffo e bacio.
Il momento migliore a mio gusto personale risiede nella conclusiva “Tornerò”, con solo enfatico e una melodia davvero toccante. Molti ci coglieranno i Mostly Autumn, altri del Prog italiano anni ’70, tuttavia è l’insieme che funziona, grazie anche al violino dell’ospite Mauro Spinazzè.

Un disco decisamente maturo, dove i componenti dimostrano di sapere il fatto loro e se mi consentite lasciatemi fare ulteriori complimenti perché suonare oggi del Prog strumentale è davvero coraggioso, praticamente una nicchia nella nicchia. Molto valido. MS

domenica 17 settembre 2017

Aliante

ALIANTE – Forme Libere
M.P. & Records
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


Da una costola di Egoband (Jacopo Giusti e Alfonso Capasso sono stati membri del gruppo), si plasmano gli Aliante. Il nome lascia già presagire gli intenti sonori e il paesaggio in cui si vuole andare ad interagire. Sono formati da Enrico Filippi (Moog Sub 37, Kurzweil pc3 61 kore expansion, Roland Fantom G6, Yamaha P120, Korg Trinity plus), Alfonso Capasso (basso Ibanez Musicians, basso Fender Jaguar, distorsore Electro Armonix Big Muff, testata Mark big bang, monitor Ampeg) e Jacopo Giusti (batteria Yamaha Stage Custom, piatti Paiste Signature, Zildjian, Stagg e Gong Ufip).
“Forme Libere” è anche il titolo dell’intro narrato che porta all’ascolto di questo lavoro composto da otto canzoni, dove (lo avrete già intuito) le tastiere la fanno da padrona.
“Kilowatt Store” mette immediatamente in chiaro il fattore vintage, ossia la passione del trio alla musica Prog degli anni ’70 e visto lo schieramento, non possono che venire alla memoria gli EL&P, i Quatermass e le nostre immense Orme. Infatti le fughe strumentali lasciano decollare l’ascoltatore in un volo pindarico che tuttavia senza il rumore di un motore è silenzioso e puro.
I nostri non si perdono in inutili virtuosismi, l’ascolto va a godere di una musica che presto si ritaglia un angolo sia del nostro cervello che del cuore. Melodie semplici e a tratti toccanti, come in “Tre Di Quattro”, minisuite di quasi dieci minuti fanno del sound Aliante una vera boccata di ossigeno per il nostalgico Prog fans.
E via a planare verso “Etnomenia”, musica più Folk e Jazz, il lato della band che cerca di sperimentare di più, anche nelle ritmiche date dalle percussioni, quindi cambi di ritmo e di umore al suo interno.
“Kinesis” è un contenitore di musica scintillante, in cinque minuti tante emozioni e suoni da ascoltare in assoluto silenzio ad alto volume per poterne cogliere al meglio le caratteristiche. Tuttavia vorrei che passasse soprattutto il concetto di semplicità, perché gli Aliante come già detto, non fanno elucubrazioni ma badano al sodo, attingendo nella loro esperienza di musicisti e nella singola  passione musicale.
“Coda: Marea 03” è un breve intervento sonoro molto in stile Orme che porta all’ascolto della successiva “L’Ultima Balena”. Bellissimo l’inizio del piano in stile classico, una musica senza tempo che si articola ovviamente in più tasselli come genere ci insegna.
L’album completamente strumentale si conclude con la seconda mini suite dal titolo “San Gregorio”, in essa anche la ripresa di “Kinesis”.

Per chi vi scrive non esiste un brano migliore di un altro, tutti vanno a cozzare con il piacere del mio ascolto in quanto molto di parte, essendo io un grande amante delle band riferimento da me citate in precedenza, tuttavia faccio i complimenti agli Aliante per aver composto questo mosaico semplice e dai color pastello. Colori tenui, sempre gradevoli e mai esagerati. Cura per la musica, per i suoni e le melodie, un disco che fa affiorare la memoria ai tempi che furono , ma anche goderseli con la tecnologia di oggi. Consigliato agli amanti del genere. MS

giovedì 7 settembre 2017

Isproject

ISPROJECT – The Archinauts 
BTF/AMS Records
Genere: Post - Progressive Rock
Supporto: Soundcloud – 2017


Isproject è un duo di Andria formato nel 2013 da Ivan Santovito (voce, tastiere, synth, violino, basso) e Ilenia Salvemini (voce) dedito al filone Rock Progressive, quello moderno ma con l’attenzione rivolta anche al passato. Oggi viene definito Post Progressive Rock. “The Archinauts” è l’album d’esordio, e che i ragazzi abbiano talento da vendere  non solo è dimostrato dalla musica proposta ma anche dalla produzione di Fabio Zuffanti, nostrano musicista e scrittore tuttofare di Genova. Aggiungerei a questo punto anche talent scout.
Esordire con BTF/AMS è un altro messaggio che fa intendere la qualità del materiale proposto da Isproject, invece su quella sonora non mi posso esprimere più di tanto, in quanto l’ascolto  da me effettuato è derivato da Soundclouds, quindi non dal mio stereo, tuttavia sembra di buona qualità. Analogo il discorso per l’artwork, non a mia disposizione.
Le sette canzoni che compongono “The Archinauts” sono orecchiabili, supportate egregiamente da tappeti di tastiere che faranno la gioia di chi ama il Mellotron, Hammonds e molto altro ancora. L’intelligenza compositiva di Ivan Santovito risiede nell’equilibrare le  influenze sonore a lui care, fra il passato ed il presente, per cui ecco estrapolare all’ascolto frammenti di Orme, Banco, EL&P,  Yes, King Crimson, Genesis, ma anche Steven Wilson, Ayreon, Riverside, Muse, Anathema e molto altro ancora.
Le tastiere dicevo, esse fanno l’ossatura sia melodica che trainante  nel complesso, gran piano compreso nei frangenti più toccanti. La voce di Ivan ben si amalgama alle strutture sonore pur senza strafare e anche nei momenti più alti risulta gradevole e mai forzata (vedi “Lovers In The Dream”, in questa canzone mi sembra anche di riconoscere una chitarra familiare quella de “La Certezza Impossibile” nell’album di Zuffanti, in un assolo fantastico, ma potrei sbagliarmi). Richiami a Wilson li capto in “The Mountain Of Hope”, e quando parte il Mellotron tutto assume una valenza epica e spaziosa, uno dei frangenti più belli dell’intero lavoro, sarà anche perché amo Le Orme e qui ne colgo certa essenza.
L’album si apre come in numerosi altri casi con una “Overture”, qui però vero e proprio pezzo, non semplice “intro”. In esso già si denotano le caratteristiche del sound Isproject, vero calderone di suoni ed emozioni.
Tendenzialmente non vorrei descrivere brano per brano, in quanto il piacere dell’ascolto ve lo devo pur lasciare, e d’informazioni al riguardo ne ho già date molte, lasciatemi però sottolineare la soavità della conclusiva minisuite “Between The Light And The Stone”, piccolo gioiello sonoro grazie anche alla voce di Ilenia. Lasciatemi altresì dire che qui mi sembra di percepire maggiormente  lo zampino di Zuffanti.
Un esordio bellissimo, musica per la mente e per il corpo sotto ogni punto di vista, da avere e ascoltare più volte e questo consiglio non è rivolto soltanto a chi ama questo genere, ma anche a chi dalla musica esige grandi emozioni.

Intanto segno il nome Isproject sul mio taccuino di marcia. Schedati. Alla prossima. MS

sabato 2 settembre 2017

Roberto Frattini

ROBERTO FRATTINI – Little Domestic Ghosts
Psych Up Melodies
Genere: Blues / Psichedelico
Supporto: cd – 2017




Dopo il disco di esordio del 2014 dal titolo “La Memoria Delle Maschere'', ritorna il polistrumentista napoletano Roberto Frattini . A supportarlo è sempre la Psych Up Melodies di Fabrizio Di Vicino, con il quale nel tempo partecipa nel progetto Sistra.
Nel bagaglio culturale dell’artista, risiedono differenti stili musicali, che variano dal Progressive Rock, alla Psichedelia passando per il Blues, il Rock ed il cantautorato.
Il nuovo album “Little Domestic Ghosts” è composto da undici brani, di cui dieci rivisitazioni di canzoni degli anni ’20, ’30 e ’40 e uno, il conclusivo “Fratt Rag”, ad opera di Frattini stesso.
Tutti gli strumenti sono suonati dall’artista che comunque si coadiuva di special guest come Nevio Pizza (chitarra acustica in “Devil Got My Woman”), Francesca Filippi (basso in “Devil Got My Woman”) e Fabrizio Di Vicino (basso in “Fratt Rag”). L’artwork è ad opera di Edmondo Danti.
Grande Blues iniziale con “Rattlesnake Blues” di Charley Patton, Padre del Delta Blues del Mississipi verso la fine degli anni ’20. Il pezzo viene ri-arrangiato con chitarra acustica ed elettrica.
Subentra l’ausilio dell’elettronica e vocoder in “Hard Times Killing Floor” di Skip James, chitarrista e pianista americano famoso soprattutto per la sua “I'm So Glad”, ripresa dai Cream negli anni '60. Sua anche la cover “Devil Got My Woman” con un interessantissimo arrangiamento. Potrebbe benissimo uscire da un album dei Jethro Tull (quelli Folk/Blues ovviamente). Non manca il tributo alla grande Bessie Smith, cantante americana soprannominata “l’imperatrice del Blues” negli anni ’20 e ’30 con il brano “Carless Love”, una ballata gentilmente calda e “Hounted House Blues”.
Seguono due capostipiti della storia del Blues entrambi ciechi, Blind Willie Johnson con “Dark Was The Night Cold Was The Ground” e Blind Lemmon Jefferson con “Black Snake Moan”. Quest’ultimo è considerato fra i pionieri ed ispiratori di artisti successivi come Robert Johnson. Ancora una volta gli arrangiamenti di Frattini donano all’ascolto calore e rotondità, un suono avvolgente e spiritualmente toccante. E giù di slide guitars.
Rimanendo negli anni ’20 si giunge al suono di Hambone Willie Newbern del Tennessee con il brano “Roll And Tumble”, qui rispolverato e arricchito di nuova freschezza, più gioiale e giocoso. Buono l’uso della chitarra elettrica. Si torna al Delta Blues con Bukka White ed il brano “Good Gin Blues”, ritmato e graffiante. Ultimo tributo, ma solo per ordine cronologico e non per importanza, viene dato al chitarrista Blind Boy Fuller, fra i più influenti artisti dell’area Piedmont Blues, mentre la conclusiva e breve “Fratt Rag” è un saggio delle qualità chitarristiche di Frattini, davvero eccellenti.
Un album da ascoltare con un buon whiskey in mano, seduti e rilassati perché c’è di che godere e soprattutto onorare. MS



Sistra

SISTRA – Bearing
Psych Up Melodies
Genere: Sperimentale, Psichedelico, Progressive
Supporto: cd – 2011


“Bearing” è l’album d’esordio della band napoletana Sistra. Esso è una raccolta di brani registrati tra il 2005 ed il 2007.
Fabrizio Di Vicino (basso, batteria, chitarre, sintetizzatori, cori) è l’ideatore del progetto, dedito alla musica Psichedelica e a tutto quello che ruota attorno alla sperimentazione relativa. Inizialmente l’album è prettamente strumentale, per poi trovare il connubio con la canzone grazie all’incontro fra Fabrizio e la pittrice napoletana Gaia Vittozzi. Di lei anche la copertina del disco, le mani legate sembrano voler ricercare la libertà, proprio come la musica proposta nel disco, libertà da molti canoni.  Nel realizzare il tutto Di Vicino si coadiuva di artisti come Salvatore Pisano (organi e sintetizzatori) e appunto Gaia Vittozzi (voce). Non mancano neppure special guest, ossia Roberto Frattini (armonica, piano elettrico, cori), Barbara Radi (voce, cori) e Luigino Rubino (sintetizzatori).
La musica che si ascolta in “Bearing” ha diversi punti di riferimento, che variano dal Prog anni ’70 come in “Una Pedina“, alla Psichedelia supportata sia con ottime chitarre che con l’elettronica. Tuttavia la melodia nei dodici brani che compongono l’album, gioca un ruolo fondamentale, sperimentazione si, ma  relegata comunque alla formula canzone.
Spesso trovo ponti con certi passaggi in stile Orme, come ad esempio in “Chiaroscuri”. Belle ed importanti le chitarre elettriche in “Paralleli”, mentre la Psichedelia pulsante  abbraccia in “Onde”. Non esulano attimi acustici, come nell’inizio di “Le Parole”, canzone che poi sfocia nella distorsione della chitarra elettrica e nei suoni synth. Decisamente Prog ed acida, con cambi di umori è “Ziqqurath”, una delle mie preferite nell’insieme. La title track è energica, uno squarcio di suoni che rappresentano bene come ho avuto modo di dire in precedenza, le mani legate della copertina. Vorticoso basso all’inizio della “Crimsoniana” “Drunk Flight”, per lasciare successivamente spazio a del Krautrock eletronico periodo primi Kraftwerk. Analogo il discorso per “Living Casket”. Il resto lascio a voi il gusto di scoprire.
I brani tutti di medio lunga durata, raggiungono il totale di settanta minuti di musica.
Non apprezzo molto la registrazione delle voci che risultano a volte lontane  in una sorta di eco che non rende loro giustizia, ma questo è solo questione di gusto personale.
 Un esordio interessante, soprattutto per i seguaci dei generi e dei gruppi che ho citato. MS



SISTRA – Communication Deferred
Psych Up Melodies
Genere: Space Rock, Psichedelia, Krautrock
Supporto: cd – 2014




Non vi nascondo subito che ascoltare un album di musica Psichedelica, al confine del Krautrock, con il cantato in italiano non è un fatto usuale, almeno per chi vi scrive. Ne resto colpito dai testi comunque interessanti e non banali.
I Sistra sono una band campana (Napoli) che si forma attorno la metà degli anni 2000 per esordire  discograficamente nel 2011 con “Bearing”, e sono formati da Fabrizio Di Vicino (basso, chitarra, batteria, tastiere, cori), Roberto Frattini (organo, armonica, cori), Biagio Vesce (batteria) e Barbara Milizia (voce). Il cd supportato da un piccolo libretto contenente i testi, è composto da dodici tracce.
Apre “Falene” e quello che si evince al primo impatto è che la registrazione non è delle migliori, in quanto l’oscurità dei suoni offusca troppo l’operato della band. Un arma che a volte può giocare a favore di certe atmosfere ma che in generale penalizza. La voce di Barbara Milizia da il meglio nei momenti più sentiti e pacati, quando si alza di tono spicca troppo rispetto alle strumentazioni, probabilmente questioni di volumi.
“Lupi” gioca con le voci e le coralità in una atmosfera che a tratti attinge negli anni ‘60/70 ma che torna ai tempi nostri grazie agli interventi di tastiere ed ai giochi Psych Rock. Bel viaggio mentale con “Shard Of Winter”,  formato da registrazioni strumentali al contrario, Psichedelia pura. “Antilopi” mette in evidenza l’ottimo lavoro al basso di Fabrizio Di Vicino, ed è uno dei frangenti migliori del disco, anche grazie al lavoro delle tastiere e della chitarra. Il tutto sembra improvvisazione, in realtà nasconde una buona cultura nei confronti di un certo tipo di Krautrock.
Più vicina alla formula canzone “Eon”, anche se sempre in veste Space Rock. Ancora una volta la voce  non è equilibrata rispetto all’insieme. Notevole “Radar Pulse”, altro viaggio supportato da elettronica e chitarre “fuzz”, i migliori Sistra assieme a “Homing Missile” e “Fantasmi”. Conclude il disco la buona “Blue Overdose”, mini suite attenta ai dettagli e dalle numerose sorprese (strumentalmente parlando) che non voglio svelarvi per mantenere vivo l’interesse attorno a questo secondo album dei Sistra.

In conclusione voglio dire che il disco potrebbe essere stato decisamente migliore se avesse avuto una cura maggiore, perché di carne al fuoco in esso ce n’è molta e anche di qualità, soprattutto in ambito emotivo, in realtà mi sembra più un demo. Tuttavia complimenti alla band che si muove in territori non certo usuali e lo fa con buona personalità, cosa rara ai nostri tempi. MS