martedì 19 gennaio 2016

Uross

UROSS – Ovunque E’ La Bellezza Che Non Vedi
Audioglobe
Genere: Rock
Supporto: cd – 2015


Il Rock in Italia tiene duro, le nuove leve continuano a portare la fiaccola del genere crescendo fra mille difficoltà. Uross è il progetto RockAutorale di Giuseppe Giannuzzi di Monopoli (BA).  Ho detto crescendo perché Uross giunge con “Ovunque E’ La Bellezza Che Non Vedi” al secondo suggello discografico. Ho recensito nel 2011 quel debutto dal titolo “29 Febbraio (Lo Squilibrista)” e ho concluso dicendo che sono una promessa e che comunque l’ascolto andava spezzato magari anche con momenti più strumentali. E allora andiamo ad ascoltare i nuovi 12 brani che compongono il nuovo album cosa ci raccontano.
Apre “Tutto Tranne L’Inutile”, gli strumenti sono suonati da Giannuzzi, mentre le tastiere sono in mano ad Andrea Brunetti. La canzone è semplice e diretta, bene gli arrangiamenti, il suono pieno di certo aiuta ad accrescere l’enfasi di questo Rock popolare e radiofonico.
Il lato cantautorale di Uross esce a nudo in “La Strage Di San Valentino”, dimostrando anche una sicurezza nei propri mezzi più marcata rispetto l’album precedente. Con lui e Brunetti suonano anche Carletto Petrosillo al basso e Maurizio Indolfi alla batteria.
“Giallo” mi fa tornare alla memoria i primi Litfiba, non per il cantato ovviamente, ma per le melodie, i riff ed il ritornello. “Imparerò” con Vincenzo Perricci al basso è uno dei momenti più alti del disco, sia per le liriche che per intensità emotiva, un Uross impegnato e  referente del cantautorato che fu. Apprezzo molto anche l’acustica “Soffio Leggero”, e qui i momenti strumentali che mancavano al primo album ci sono, brevi ed intensi. “Papillon” con i suoi deja vu è semplice ed accattivante,  mentre “Madre” è una via di mezzo fra Bennato e Litfiba tanto per rendere un poco l’idea. Chitarra slide per “Komandante”, graziosa e fotografia di un soft Rock sempre funzionante per melodie ed enfasi emotiva. Bella “Silenzio In Blues”, Rock al punto giusto, mentre “Kanto Al DisinKanto” mi risulta più anonima. Non manca una cover, un bel tributo ad un grandioso artista, Luigi Tenco, sempre poco ricordato, qui “Ciao Amore Ciao” gli rende giustizia!
In conclusione troviamo “L’Ultima” e ci auguriamo che comunque così non sia, perché c’è bisogno anche della musica di Uross in un panorama sempre più banale come questo attuale.
Uross sta maturando, accresce la sua autostima e questo lo si evince dal paragone dei due album editi. Una musica fra cantautore e Rock, semplice e senza troppi orpelli, ma che fa della giusta melodia orecchiabile la propria forza. Ci sono ancora angoli da smussare, il distaccarsi un poco da certi stilemi probabilmente inflazionati, ma sono particolari che nell’insieme ne danno fastidio e ne sminuiscono l’ascolto, per cui, da parte mia…avanti cosi. MS



The D

THE D – United States Of Mind
Autoproduzione
Genere: Indie Rock
Supporto: cd – 2015


Il Rock di matrice britannica, per intenderci quello classico proposto da band come Beatles e Rolling Stones, ha illuminato la strada a band ed artisti a seguire nel tempo. Chi non ha cantato almeno una volta nella vita brani di queste band? Sono passati decenni, malgrado tutto le icone continuano a risplendere e anche da noi in Italia nel nuovo millennio continuiamo a suggere da questa fonte. Un esempio odierno sono gli avellinesi The D, formati da The Dabbler (aka Giuseppe Matarazzo) (voce chitarra, synth), The Danger (aka Ciriaco Aufiero) (chitarra, cori), The Damned (aka Vincenzo Golia D'Augè) (basso, cori) e The Dario (aka Dario Botta) (batteria, chitarra acustica, cori), sotto la supervisione del produttore Federico Carillo.
Si formano nel 2010 con un film e una lettera in mente, ovvero la D di Jack Black in Tenacius D And The Pick Of Destiny, i The D debuttano dal vivo nel 2011, nel 2012 pubblicano il primo singolo The Book of Guinness, nel 2013 il primo EP Alf (distr. (R)esisto).
“United States Of Mind” nasce grazie al crowdfunding ed è formato da undici canzoni. I suoni comunque sono moderni e rispecchiano il sound del Rock odierno, non siamo al cospetto certamente di un gruppo clone privo di personalità. Infatti i The D graffiano gli strumenti, ricercano melodie e buoni arrangiamenti, cercano di fare propria l’essenza del genere con passione e spontaneità. Questo già scaturisce all’ascolto dell’intro “Pluto”.  “USM” presenta il gruppo nella sua nudità, perché loro sono così, si propongono per quello che sono, senza falsità  ruffiane o secondi fini, la musica ascoltata questo mi racconta. Certamente le melodie spesso sono inflazionate, tuttavia le idee funzionano e i pezzi restano scolpiti nella mente. Sicuramente si adattano perfettamente alla sede live.
“Felix, Theon & Mr. Fox” e “Checkmate” si fanno apprezzare per semplicità ed elasticità strutturale (chi ha nominato gli Oasis?).
Ma il gioco diventa serio con “All Star”, dove il profumo degli anni ’60 diventa più intenso, anche grazie a sventate Led Zeppelin prima carriera. Giocosa e spensierata “6,16,26”, ci riscontro all’interno anche influenze Punk.  Con “Pete” la scena diventa più ampia, quasi Surf Rock, gradevole e ballabile. Più ruvida “The Genius”, Rock sanguigno al punto giusto, come una buona tagliata (e dai ancora con gli Oasis…chi l’ha nominati?). “Black Ants Invasion” gode della mia simpatia, perché contagiosa nella sua semplicità, pur non essendo un momento particolarmente importante. Il brano lento, spesso caro alle band Rock, qui è rappresentato da “3 Pounds”, non melenso, tuttavia morbido e garbato. Chiude l’album la massiccia e cadenzata “Glenn Matthew”.
Sicuramente  i The D sono un gruppo da seguire soprattutto dal vivo, in quanto la musica proposta è proprio contagiosa e priva di inutili orpelli, elettrica e spassosa. Da sentire ad alto volume anche in macchina…perché no? MS



Sheen

SHEEN – Absence
RDM Records
Genere: Rock & Blues/ Sperimentale
Supporto: cd – 2015


Sheen è il progetto scaturito dall’unione di due artisti, la cantante Romina Daniele ed il polistrumentista (basso e chitarra) Lorenzo Marranini. Marranini proviene da un percorso Rock, e Folk/Blues, mentre Romina Daniele la conosciamo già come cantante e sperimentatrice del suono umano, non a caso è vincitrice anche del Premio Internazionale Demetrio Stratos, tanto per citarne uno. Assieme fondano nel 2010 la RDM Records.
Il connubio da alla luce questo album d’esordio dal titolo “Absence”, composto da nove tracce, tutte dallo stesso titolo, solo differenziato da un numero crescente. “Absence” è un prodotto che guarda lontano, cantato in inglese (escluso il pezzo “Absence 8”) e che non si ferma avanti alla formula canzone, qui lontana anni luce. “Absence” è il titolo della poesia di Romina pubblicata nel 2011 con la raccolta “Poesie 1995 – 2005” da RDM. Essa è la mancanza di autenticità nel mondo dinanzi alla quale la ricerca più propria è urgente e necessaria (cosi’ narra la biografia).
L’elettronica ricopre un ruolo importante nella riuscita dell’insieme, a volte oscura  ombra che insegue il suono, a volte tappeto sonoro che mette in evidenza la voce di Daniele. Acuti, parti recitate, versi, interpretazioni recitate si alternano a vocalizzi a volte anche polifonici.
“Absence 2” è tratto dalla poesia “L’Occhio Che Ascolta” ed è strutturato su una ritmica  ossessiva, vicina anche a un sound che potrebbe uscire dalla discografia di Paolo Catena.
Cadenzato e ancora oscuro è il brano “Absence 3”, tratto proprio dalla poesia “Assenza (O Soglia Del Mio Dolore)”, qui bene interpretato dal suono e dalla voce. La sensazione che provo all’ascolto è come uno scivolare in una caduta libera nell’oscurità e senza un appiglio, il tutto sembra non avere un fondo. Notevole. Il risveglio mi giunge solamente quando intervengono le schitarrate Pinkfloydiane, degne compagne di un percorso sia psichedelico che poetico.
“Absence 4” è greve e sprigiona dolore, lento agonizzare che porta immediatamente alla successiva fase dal titolo “Absence 5”. Ancora dolore, ancora oscurità.  Con “Absence 6” si arriva ad un anthem spettrale e greve, al limite del Doom dove il lavoro della chitarra è ottimo. “Absence 7” gioca sulla sovra incisione di voci, mentre “Absence 8” è quantomeno spettrale, Antonius Rex se  stai leggendo, contattali! La conclusiva “Absence 9” è una suite di quasi diciannove minuti, essa è un lungo viaggio spaventoso, a mezz’aria, sospesi nel vuoto.
Questo è un disco che esula da ogni parametro logico di struttura musicale, almeno per come la si intende generalmente.
Da ascoltare soprattutto al buio… se ne avete il coraggio! MS


Romina Daniele

ROMINA DANIELE – Spannung
RDM Records
Genere: Blues / Sperimentale
Supporto: 3cd – 2015


Dopo otto anni da “Aistànomai, Il Dramma della Coscienza”, ritorna a registrare Romina Daniele, artista sperimentale in ambito vocale oltre che pittrice, poeta e fotografa. Ritorna carica di esperienza, accresciutasi nelle numerose date live ricavate nel tempo e con una vena Blues che non ti aspetti.
La cantante ha registrato le sue capacità, riuscendo in questo suntuoso triplo cd a dimostrare che la sperimentazione vocale si può anche sposare con la musica in senso melodico. Un poco come è accaduto agli Area di Demetrio Stratos, quando con “Gli Dei Se Ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano” stavano riuscendo a fondere sperimentazione vocale con la formula canzone, solo una prematura fine di Demetrio ci ha potuto privare di chissà quali altri risvolti. Ma non voglio accostare banalmente Daniele a questo contesto, perché l’artista comunque sia riesce a fare delle sue doti vocali uno strumento a personalità ben definita, guidata dalla propria esperienza.
“Spannung” è accompagnato da un esaustivo e corposo libretto contenente frasi delucidanti riguardante il percorso emotivo dell’ascolto. In esso oltretutto si può anche godere delle foto che mettono in risalto il bel volto sensuale della cantante, oltre che l’aurea speciale che circonda l’espressione del viso e del corpo. Musica e essenza corporea, ricerca e dedizione al Blues, anche di classici, il tutto sotto una veste curata. Si evince anche un altro particolare, il colore rosso che circonda ogni immagine e che dona vigore in tutta la sua passionalità.
“Spannung” contiene canzoni registrate dal 2009 al 2015 ed inizia con ”Dasein I.I”, esso lo ritroveremo in tutti e tre i dischi, come un filo conduttore che si differenzia solamente dal titolo in crescendo numerico (Dasein I.II, Dasein I.III etc.etc.). Elettronica e voce, vibrato e  acuto, un intro che lascia presagire un percorso sonoro corposo e ricercato. Colpisce l’interpretazione di “Summertime”, rivisitata e corretta dalla corposità irruenta dell’uso vocale sopra ad una base ancora una volta elettronica. Il soul caldo di “Sycamore Trees” scritto da Angelo Badalamenti e David Lynch trova in questa nuova veste una freschezza moderna, accompagnata da sovra incisioni vocali che donano all’ascolto profondità. “Outside Me” è la nuova versione del brano scritto dall’artista stessa “All’Esterno Di Me”, più ricca ed enfatica. Il lato più ricercato ed introverso dell’essenza musicale e vocale, continuiamo a ritrovarlo nei successivi “Dasein”. Spesso la musica trasmette angoscia e lo riesce a fare non solo con i suoni, ma anche attraverso interpretazioni care al “Teatro Della Voce”.
Segue Blues che riscalda il cuore  attraverso il classico “Blue Spirit Blues” del 1930. Uno dei momenti più interessanti del disco a gusto di chi scrive, è la poesia “Assenza (O Soglia Del Mio Dolore)”, dove la cantante in questo caso anche narratrice, è accompagnata da Emanuele Cutrona al basso. Leggendo il libretto del cd durante l’ascolto, ci si incontra spesso con lo sguardo di Romina, intenso e profondo come la sua musica.
Il secondo cd si apre con un tradizionale, “Oh Rosie” registrato nel 2011. Il Folk fa capolino nel  background dell’artista, a dimostrazione dell’ampia visuale ed esperienza acquisita nel tempo. Bellissima anche la cover di Frank Sinatra “I Am A Fool To Want You (Take II)” dove non si trasporta il sound verso il melenso, ma si cerca di donargli intensità ed impeto,  quasi a cercare di profanarlo, spolpandolo e gridandolo.
Altro classico del Blues è “Backwaters Blues” di Bessie Smith, Romina Daniele fa capire quanto importante sia la base della musica moderna. Qui alla chitarra c’è Luca De Maio, mentre al basso Luca Caiazza. Altro brano tradizionale rivisitato e stravolto è “I Went To That Place Alone”, per poi tornare nel Blues con “Timber” di Odetta Holmes. C’è anche un pezzo con la band, compresa batteria, quella di Manuel Taranto, e si intitola “I Put A Spell On You”, intenso, sentito e  graffiante.  La seconda dedica al the Voice Frank, si intitola “I Am A Fool To Want You (Take I)”, rivoltata come un calzino, caracollante, finestra per un wah wah vocale al limite fra il provocatorio, lo sbadiglio e lo sberleffo.
Il terzo cd è composto da due brani, “La Natura Assente (III)”, lugubre palestra di suoni vibrati e ricercati, e la lunga suite “Dasein III”, a sua volta oscura presenza di vibrazioni spettrali.

Dopo così tanti anni, Romina Daniele non può lasciare indifferenti gli ascoltatori, ecco dunque un suntuoso lavoro dove ricerca, angoscia, ed anima si incontrano in un risultato lontano dallo scontato dei prodotti odierni. Musica e suoni per pensare, per urtarsi i nervi, per rilassarsi, per spaventarsi, per stupirsi, per imparare, per riscaldarsi, per gelarsi, per…. (MS)

lunedì 4 gennaio 2016

Martigan

MARTIGAN – Distant Monsters
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music Distribution
Genere: New progressive Rock
Supporto: cd – 2015


Sinceramente avevo perso speranza nel riascoltare i Martigan, buona band della Germania dalle influenze IQ, Pendragon , Jadis, Pallas, Marillion tanto per indicarvi l’area in cui operano. Li avevo lasciati nel 2009 con l’ottimo “Vision”, un album che allora reputai fra i migliori usciti in quel periodo.
Probabilmente sulla scia di un ritorno inaspettato al successo del genere, i Martigan oggi hanno preso nuova linfa e si gettano nuovamente in pasto agli amanti del New Prog.
“Distant Monsters” è il quinto album da studio senza considerare live o raccolte. Iniziano la carriera discografica nel 1995 con “Stolzenbach”,  crescendo disco dopo disco, e giungono a noi oggi con la formazione modificata solamente al basso che non è più in mano a Peter Kindler ma a Mario Koch. Completano Bjorn Bisch (chitarra), Oliver Rebhan (tastiere), Kai Marckwordt (voce) e Alex Bisch (batteria).
Ritornano con ben 75  minuti di musica, New Prog sinfonico e altresì variegato, con tematiche  favolistiche inerenti a mostri di pietra ben descritte nei testi contenuti all’interno del cd, in un libretto d’accompagnamento ricco e particolareggiato. Otto tasselli sonori suddivisi fra canzoni di media, breve e lunga durata.
Apre “Theodor’s Walls” con un suono ben registrato, colpisce subito il piano e il greve incedere delle strumentazioni a seguire, con la chitarra e la batteria in evidenza. Il cantato in inglese dalla voce di Kai, descrive l’enfasi misteriosa ed epica della storia. Il ritornello è decisamente ispirato allo stile Pendragon. Elettronica nella parte centrale del brano con assolo di chitarra d’effetto che nel susseguirsi lascia spazio anche ad interventi Metal. Le tastiere fanno da sfondo come il genere ci insegna per un risultato sicuramente d’effetto ed emozionante.
Nel New Prog  c’è una caratteristica predominante, l’inciso ha la stessa valenza del ritornello, entrambi i particolari sono curati in forma melodica nell’eguale maniera, questo lo si evince anche dall’ascolto di “Lion (White, Wild & Blind)”. Altro fattore che troviamo spesso, anche in tutto il disco, è l’uso degli assolo di chitarra, come facevano i Marillion, Pendragon ed IQ, quei momenti ariosi che danno respiro all’intero brano, mostrando di se oltre che la capacità compositiva, anche la parte tecnica.
“Simplicius” è un brano introspettivo, “Complicius” gioca sulle ritmiche, ma il livello sale ancora con la suite “The Lake”, sunto di un intero genere oltre che dello stile Martigan. “On Tiptoe” richiama l’intro di “Theodor’s Walls”, canzone che si basa molto sull’enfasi dell’esecuzione, la più breve dell’album con i suoi cinque minuti e mezzo. “Fire On The Piper” è un'altra mini suite, carica di energia e ben strutturata. Chiude a mio avviso la canzone più bella dell’intero disco, “Take Me Or Leave Me”, forse perché anche io sono un inguaribile romantico per quello che concerne il New Prog, mi ricordano i migliori Pallas.

“Distant Monsters” dopo l’ascolto non può lasciare indifferenti nessuno, figuriamoci un amante del New Prog, qui troverete acqua con cui dissetarvi. Fa piacere vedere nel 2015 che ancora  il genere gode di buona salute. Ben tornati Martigan. MS