sabato 30 novembre 2013

Il Fauno Di Marmo

IL FAUNO DI MARMO - Canti, Racconti E Battaglie
Andromeda Relix/GT Music Distribution
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2013



Basta un semplice nome suggestivo per far sobbalzare il fans del Progressive Rock, anche senza ascoltare la musica. Basta leggere  il nome e guardare la copertina di questo cd per capire che qui c’è molta carne al fuoco per le sue orecchie. Se poi a tutto questo andiamo a nominare l’attenta Andromeda Relix, il cerchio si chiude.
Il Fauno Di Marmo è formato da musicisti del Friuli Venezia Giulia, con esperienza alle spalle e si compone nel 2001 a nome The Rebus. Realizzano due dischi in studio ed uno live, “Il Fauno Di Marmo” (2002 – Autoproduzione) e “Acroterius” (2005 – Autoproduzione), mentre il live è del 2009. Il gruppo formato da Luca Sterle (voce, flauto, sax), Valerio Colella (chitarra), Francesco Bonavita (tastiere), Alberto Ballarè (basso) e Luca Carboni (batteria), non può che proporre un Progressive Rock legato ai nostrani anni ’70 con interventi Jazz, atmosfere dark e vista la presenza del flauto, l’immancabile paragone con i Jethro Tull.
Il prodotto si presenta elegantemente, in cartonato plastificato con all’interno il libretto con foto e testi. L’Artwok grafico è a cura del chitarrista Valerio Colella, mentre i disegni colorati che infarciscono il tutto sono di Francesca Capone, con la collaborazione di  Antonio Zuberti.
Le nove tracce che si possono ascoltare in “Canti, Racconti E Battaglie” presentano una maturazione artistica ed una consapevolezza dei propri mezzi invidiabile. “Benvenuti Al Circo” gronda anni ’70 da ogni nota. Nel brano ci sono special guest come Simone D’Eusanio al violino e Federica Sterle come seconda voce ad impreziosire il tutto. Successivamente incontreremo anche Andrea Tomasin alle percussioni ed Alessandro Serravalle (leader dei Garden Wall) alla chitarra.
“Madre Natura” è un Rock’n Blues datato in stile Jethro Tull periodo “Benefit”, sia per l’approccio del flauto che come articolazione di composizione. Allegro e  giocoso, colorato proprio come la copertina dell’album, dal patos incontenibile.
Con “Hop Frog”, la vendetta del buffone ranocchio si realizza nei confronti del vil sovrano. Qui si va incontro ad una mini suite di undici minuti che ha tutti gli ingredienti al posto giusto per essere un classico del genere. Tastiere  presenti sia come tappeto che come effetti, chitarre Hard, flauto aggressivo, cariche sonore in stile Trip o primi Osanna, quelli di “Uomo”, fanno del pezzo uno dei frangenti più alti di tutto il disco. Non mancano richiami ai Gentle Giant. “Magic Kazoo” gode di un bel assolo di chitarra centrale, così di tastiera. “Nova Res” è un gradevolissimo brano strumentale (l’unico dell’album) spudoratamente anni ’70. Qui c’è tutto quello che abbiamo ascoltato in un intero decennio, a dimostrazione di una cultura degli elementi alquanto preparata.
Hard Prog in “Non Mollare Mai”, Biglietto Per L’Inferno? Trip? Jumbo? Questo è il sunto.
Ma ci imbattiamo in una cover davvero bella, quella di “Un Villaggio, Un Illusione” di Quella Vecchia Locanda tratto dall’album omonimo del 1972. Chiude “Dorian Gray” senza togliere o mettere nulla di nuovo a quanto detto.
“Canti, Racconti E Battaglie” è un disco che piacerà sicuramente ai vecchi nostalgici del genere in analisi e a me piace chiudere questa recensione con le loro parole tratte dal cd: “E’ il prodotto di una inestinguibile passione e dedizione alla musica che inizia da bambini, prosegue da ragazzi e continua da adulti, evolvendo e facendo da colonna sonora alle mille difficoltà dell’esistenza terrena”. A chi lo dite…mai ho letto in un cd parole più vere! (MS)


giovedì 28 novembre 2013

Gianni Pieri E Mauro Di Rienzo

GIANNI PIERI E MAURO DI RIENZO – Drum’ n Cello
Autoproduzione
Genere: Minimalismo - Etno-Jazz
Supporto: cd – 2011



Nella musica c’è da fare un distinguo, perché c’è chi la fa e chi la vive. Quest’ultima categoria è la più rara, in genere è quella che affonda le radici nel passato, soprattutto nel periodo anni ’70. Incuranti delle mode, delle tendenze, degli atteggiamenti da palco, di tutto quello che fa parte del carrozzone music industry, gli artisti “veri”, o se vogliamo “ruspanti”, sembrano inattaccabili ed immortali. Ma attenzione, con questo non che la categoria sia indifferente a ciò che la circonda, questi sono anche presi nel sociale e sempre attenti a quello che accade attorno a loro nella quotidianità. Questo preambolo semplicemente per esternare che la musica è fonte di vita, intesa come sensazioni, esperienze, idee e personalità messe in note, quindi non solo canzoncine o motivo assoluto di vendita (per carità, rispettabili anche queste, altrimenti la musica non sarebbe anche un lavoro).
La propria terra ricopre un altro ruolo importante di questa tendenza, il Folk si può innestare nel Jazz, nel Rock ed in qualsiasi altro genere ed espressione musicale, impreziosendone l’ascolto.
Nel mio girovagare indipendente e “progressivo”, alla ricerca sempre di nuove sensazioni, mi imbatto in questo progetto proposto da Gianni Pieri (violoncello, Basscello e Loop Station) e Mauro Di Rienzo (batteria). I due artisti si conoscono e collaborano assieme da oltre venti anni ed hanno militato nella formazione romana di Etno Folk, A Sud Di Nogales sin dai primi anni ’90.
Suoni minimali si mettono a disposizione della musica ed anche alla formula canzone, a testimonianza di un vagare strutturale e sonoro di certo non scontato. Con un violoncello ed una batteria si possono fare molte cose, non sembra ma questo lo si evince già dall’iniziale “Fermate Gli Orologi” e si denota uno spiccato senso per l’armonia. “Vento Caldo E Pioggia A Busso” rappresenta il lato più mediterraneo del disco, mentre “Tacchi A Spillo E Sberleffi”, da come preannuncia il titolo, è giocosa, spensierata e goliardica. “Sulle Ali Di Un Sogno” presenta un violoncello che si sostituisce propriamente ad una teorica voce, canzone molto bella sulla quale si potrebbero benissimo adattare immagini o danze. Si evincono giri che militano nel classicismo in una sorta di Rondò Veneziano e ben si accostano alla formula canzone. L’intesa fra i due è pressoché perfetta, i dettagli e le virgole che Di Rienzo disegna sotto al tappeto di corde è importante e ricolmo di sensibilità, ascoltate “Melodica” e cosa racconta sotto al basscello di Pieri. “La Canzone Sociale” è uno stato d’animo sentito e profondo, mentre il lato più ricercato e sperimentale del duo fuoriesce nel brano “Passeggiando Controcorrente”, grazie anche ai loop percussionistici.
Non esula la musica popolare che di quanto in quanto fa capolino fra le composizioni variegate, come in “Tarancellopoli Bis”. Ariosa e solare “Volteggiando Nell’Aria”, titolo più appropriato non può avere. Sale il ritmo nella “Tribal Song”, così la voglia di ricercare sonorità e nuove strutture musicali. Come nella poesia ermetica di Ungaretti , in “Sulle Corde Del Vento” si riesce a rappresentare il concetto con poche note e si ha proprio la sensazione di essere liberi e trasportati dal vento. Torna la formula canzone ne “Il Serpente Che Ride”, questa potrebbe benissimo risiedere nella colonna sonora del telefilm “Pinocchio” di Luigi Comencini, tanto per rendere l’idea del contesto sonoro. Libera metrica ancora una volta per “ABC – Prima O Poi”, sfogo umorale e stilistico di Pieri che accompagna alla conclusiva “Potere Fare Tutto”, orecchiabile e degna di sottolineatura.

“Drum ‘n Cello” è un disco che ci mette in pace con il mondo e con noi stessi, il vibrato dei suoni caldi è un lasciarsi coccolare che non sempre accade oggi, in questo mondo sonoro fatto di nervi e di elettricità. Se volete ascoltare buona musica vi consiglio di contattare questi artisti, come ho fatto io all’indirizzo giannipieri@alice.it perché a volte nella vita, non volendo, ci si imbatte in piacevoli sorprese. Godibile. (MS)

martedì 26 novembre 2013

Black Mirrors

BLACK MIRRORS – La Vita Sul Serio
Autoproduzione/Fabio “Dandy Bestia” Testoni
Genere: Punk/Rock
Supporto: cd – 2013



C’è differenza fra un pollo d’allevamento ed uno ruspante? C’è differenza fra il vino industriale ed il casareccio? Se avete dubbi in riguardo, oppure preferite i primi, per voi la recensione può terminare anche qui perché neppure i Black Mirrors fanno per voi.
Vi starete chiedendo se questa è una recensione musicale o culinaria, vi rispondo musicale, anche se non crediate che ci sia molta differenza. La musica in effetti ha un gusto, qualunque il genere sia, ha anche un modo di essere…ha una storia, quella preconfezionata invece non ce l’ha. E se faccio il nome di Fabio “Dandy Bestia” Testoni? Ecco che a molti di voi torna in mente il gruppo demenziale Punk, Rock e molto altro ancora, degli Skiantos e non solo (Dalla, Berti, Stadio). Negli anni ‘70/80 gli Skiantos hanno raccontato tante storie divertenti e di anticonformismo di rottura sociale tutte vere, cioè spinte dalla voglia di essere e di fare musica per il corpo. Testoni è il chitarrista co-fondatore con Freak Antoni degli Skiantos e viene a conoscenza di questo gruppo prettamente marchigiano, soprattutto della zona Fabrianese, cogliendo in loro l’essere ruspanti e li produce!
La storia che i Black Mirrors hanno alle spalle è annosa, si va a pescare alla fine degli anni ’70 fra amici e cantine, solo voglia di strimpellare e di stare assieme con l’amore per una band che da questi solchi esce sbrodolante in ogni dove, i mitici Clash. Oggi alla reunion  i Black Mirrors si ritrovano con Andrea Morbi alla batteria, Francois Belocq al basso, Gabriele “Cats” Gatti alla chitarra e cori e Giorgio “Camel” Tinelli alla voce per lasciare un segno, un ricordo, una sorta di riassunto delle puntate precedenti. In “La Vita Sul Serio” esiste la loro storia, l’ironia e la sagacia che li rende liberi e solari.
Ed è proprio il brano “La Vita Sul Serio” ad aprire il disco, la storia di Leonel Rugama, da venditore di tortillas a Sandinista. Non arrendersi al nemico dittatore Somoza, ma fronteggiarlo spavaldamente al grido “Che si arrenda tua madre”. Argomento Sandinista caro appunto ai già citati Clash, anche se le sonorità qui sono più riconducibili ad altri maestri di questo genere, i Ramones. Invece richiamando un inno del Punk “Anarchy In The UK”, i Black Mirrors si adattano nei testi al Vaticano con “Anarchy In VK”. Di questo brano, possiamo godere anche della versione in DUB, nella traccia conclusiva come bonus track, davvero una hit!
L’arma vincente di questo sound è l’immediatezza e la semplicità in cui tutto si svolge. Non esistono particolari tecnicismi, ma tanta compattezza e quei brevi solo strumentali di chitarra spezzano l’ascolto. Venendo all’attualità, ci facciamo due risate con la bella scappata dell’ex ministro Elsa Fornero nel brano “Choosy”, qui analizzata a dovere. Ritornello indovinato e facile da memorizzare sin dal primo ascolto. Polvere, bombe e sangue su “Gaza”, terra rubata, canzone più Rock che Punk rispetto quanto ascoltato sino ad ora.
In “Stalingrado” nel solo di chitarra c’è come ospite Dandy Bestia, canzone rivisitata del gruppo Stormy Six datato 1975, mentre “Il Treno”…corre, con una ottima interpretazione da parte di Tinelli. Ascoltiamo anche cantata in lingua argentina “Jodanse”, perché la nazione qui viene trattata parlando della crisi economica del 2001 e della sua restrizione. La musica ancora una volta è vicina allo stile Ramones. Venendo alle bonus track, ascoltiamo brani scritti nei primi anni ’80 dalla band, quando nella formazione risiede anche Paolo “Rox” Rossi, si può dire che la breve ”Keep On To The Left” ha un groove che trascina. “God Save Rock And Roll” vede nuovamente Dandy Bestia come ospite alla chitarra, mentre il pezzo potrebbe benissimo uscire dalla discografia dei Rolling Stones. Una citazione anche per il buon artwork a cura di Orazio Metello Orsini ed una chicca, la stella che risiede nel logo della band è stata disegnata a Bologna nel 1999 da Joe Strummer (Clash)!

In definitiva questo album è frutto di voglia di divertimento, sincerità e di pensiero. Richiedetelo anche su https://www.facebook.com/BlackMirrors e vedrete che passerete una buona mezz’ora in allegria con della simpatica musica. (MS)

domenica 17 novembre 2013

Alla memoria di PEPPE COSTARELLI

PEPPE COSTARELLI, UNA VITA PER LA MUSICA


Chi vive nell'entroterra marchigiano e che almeno per una volta nella vita ha avuto a che fare con la musica, non può che aver conosciuto Peppe...si, Peppe, così veniva chiamato a Fabriano (AN) e famoso il suo caotico negozio di strumenti.  Esso mostra in ogni angolo sommerso di materiale la sua passione e bontà. Presente per tutti, disponibile, vero... Non ci sono parole per ricordarlo, per questo si è pensato di organizzare un MEGACONCERTO TRIBUTO proprio a Fabriano, dove non arrivano le parole , arrivano i SUOI strumenti. Da un idea di MARCO AGOSTINELLI (strumentista fabrianese) supportato dal duo ROCK & WORDS (Fabio Bianchi e Max Salari), da FRANCESCO BELLOCCHI e da una moltitudine di musicisti e tecnici volontari, si sta organizzando per il 7 Dicembre (il 5 è il giorno del suo compleanno) un concerto gratuito aperto a tutte le band locali e dei dintorni delle Marche. Chi avesse piacere di ricordarlo con noi e volesse suonare per lui, in questo Blog troverete tutti i chiarimenti :
COMPLEANNO DI PEPPE
 http://agomusic.jimdo.com/5-6-7-dicembre/

GRAZIE A TUTTI I PARTECIPANTI E CIAO PEPPE!

Roccaforte

ROCCAFORTE – Sintesi
Keep Hold
Genere: Pop/ New prog
Supporto: cd – 2013



Ricordo negli anni ’80 ad Alessandria, la band Arcansiel che ai “smarriti” fruitori del Prog italico, regalavano nuove boccate di ossigeno per le orecchie. Era il periodo del New Prog, sulla scia delle band inglesi come Marillion, IQ, Pendragon e Pallas, il risorgere di un genere che in teoria è stato dato per morto alla fine degli anni ’70. Questa è una vecchia storia, una come poche altre, si perché grazie a band come Arcansiel che in Italia sotto la cenere la brace è restata calda.
Sempre ad Alessandria dunque sorgono altre realtà, a testimonianza che agli inizi degli anni ’90 la materia è ancora trattata. Si formano i Roccaforte, certamente non derivativi degli Arcansiel, intendiamoci, ma che comunque nutre la passione in comune per il New Prog. Il gruppo composto da Daniele Malfatto (tastiere), Bruno Borello (basso), William Lucino (voce), Roberto Raselli (batteria) e Fabio Serra (chitarra), dimostra una predilezione per la formula canzone e Pop, piuttosto che avventurarsi in astrusi movimenti articolati o logorroici che siano.
Dopo la pubblicazione di tre ep come “Origine” (2012), “Metamorfosi” (2012) e del recente “Evoluzione”, tornano all’attenzione del pubblico con un disco che rivisita molto del materiale edito in passato, salvo ascoltare l’inedito “Avatar” proprio in apertura del cd. Quindi, i Roccaforte partono dal Pop per poi addentrarsi in questo nuovo percorso sonoro relegato a schegge di New Prog, in uno stile personale forgiato da numerose esibizioni live catturate negli anni.
Ebbene questa “Avatar” ci mostra una band fresca, rodata, con buone idee in fatto melodico e con adeguati arrangiamenti. Resta facilmente in memoria la canzone, come se fosse sempre stata nel nostro background mentale (Renga docet). Ma siamo ancora lontani dal New Prog, esso arriva con “20mq di libertà” grazie al giro di tastiere alla Marillion, pur restando sempre con i piedi nel Pop. I testi cercano di raccontare storie personali e situazioni psichiche, il tutto senza turbare troppo l’ascoltatore. Scorrevoli e gradevoli, così come la bella voce di William. “Vetrina” potrebbe nuovamente piacere ad un fans di Francesco Renga. Ottima “Vai” , grazie si alla ritmica perfetta e vigorosa, ma soprattutto per i solo centrali di tastiere e chitarra, oltre che ad un ritornello a dir poco ruffiano. “L’Aquilone” si apre narrato, per poi volare nella melodia che potrebbe essere stata composta anche da Lucio Dalla, uno dei momenti più importanti di “Sintesi”.
La forza dei Roccaforte risiede nel gusto arioso dei ritornelli, ma anche negli arrangiamenti, come ho detto in precedenza ed il risultato potrebbe interessare anche agli amanti di band come Negramaro.
Per potere ascoltare i Roccaforte  più vigorosi, bisogna giungere a “Giubbotto In Pelle Nera”. Altro brano degno di nota è il conclusivo strumentale “Metamorfosi”, sulle ali della chitarra elettrica di Serra, qui la band mostra il lato più Progressivo di se.
In conclusione “Sintesi” è la muta della pelle dei Roccaforte, un cambiamento che non stravolge troppo il loro modo di essere, ma che lo migliora, lo presenta più professionale ed adeguato ai tempi. Un disco consigliato a tutti coloro che amano sonorità di artisti qui citati e che comunque si lasciano coccolare da brani tranquillizzanti, a volte nel Rock c’è bisogno anche di questo. (MS)


Death Riders

DEATH RIDERS – New Captivity
Autoproduzione
Genere: Metal Prog / Power Thrash
Supporto: mp3 – 2013



Ritornano dopo due anni dal buon debutto “Through Centuries Of Dust” i fabrianesi Death Raiders con “New Captivity”. Intanto quello che salta all’occhio è il passaggio di testimone al basso da parte di Cristiano Coppa a favore di Federico Mori, per il resto formazione invariata con Marco Monacelli alla chitarra, Valerio Gaoni alla voce, Francesco Pellegrini alla chitarra ed Alessio Monacelli alla batteria.
Il Metal Prog proposto risulta più fresco rispetto il buon esordio del 2011, sempre epico e ben curato, soprattutto nei suoni. L’acustica intro, “Lacerated Skies” presagisce quello che potrebbe accadere, ossia un massiccio attacco sonoro supportato da una ritmica chirurgica e secca. L’epicità in stile Blind Guardian è sempre presente nel sound dei Death Riders, ma questa volta il lato melodico è più marcato, aiutato da coralità importanti. Infatti la prerogativa di “New Captivity” è proprio questa, l’attenzione per le giuste melodie.
La prova di Gaoni al microfono è buona e di personalità, mentre le chitarre si ritrovano alla perfezione, sincronizzate da anni di convivenza. Un altro lato che tengo a sottolineare è quello della presenza di buoni assolo di chitarra, seppur di breve durata. E’ sempre difficile trovare nuove idee in un genere epico come questo, ecco dunque l’importanza delle giuste melodie che si intersecano con le sciabolate elettriche delle chitarre, in un connubio dolce-salato che in qualsiasi maniera accalappia l’attenzione di chi ascolta. Fin troppo eloquente “Side Effect”, qui il concetto espresso è ben capitalizzato ed eseguito.
Non esulano macigni sonori, pericolo caduta massi in “Bleeding Formy Pain” ed avanti tutta con “Frail Cages”. “Introspection” morde e sale di pathos, arioso nel ritornello, un vero inno.
I Death Riders amano le fughe, scorribande nelle scale ed anche stop and go. In “New Captivity” non fanno sconti ad emozioni, godendo di suoni fragorosi e appunto di epicità. Il gruppo cresce di personalità ed ha trovato a mio avviso il proprio sound, quello che li differenzia da altri gruppi del genere, ma sono serviti anni per giungere a questo risultato. Un uso aggiuntivo di synth e quindi di effetti elettronici (seppur rari), è a mio avviso indovinato in quanto impreziosisce l’insieme.
Se devo cercare un neo, posso lamentare la mancanza di un brano davvero più lento (a parte il breve intro) che magari a metà percorso avrebbe fatto rifiatare l’ascolto, tuttavia “New Captivity” scorre via che è un piacere.
Amanti del Metal e degli inni, io non mi perderei l’ascolto di questo secondo sigillo da studio dei marchigiani, questo è Metal D.O.C.

Lo potete trovare su tutte le piattaforme come ITunes, Soundcloud e ReverbNation. (MS)

martedì 12 novembre 2013

Psicosuono

PSICOSUONO – Eta Carinae
Autoproduzione
Genere: Rock Progressive
Supporto: cd – 2013



Ho ascoltato nel 2008 con vero piacere (e non nascondo che ancora lo faccio) l’album d’esordio dei Psicosuono “Aut Aut”, un piccolo atollo nel mare della banalità Rock di oggi. Come dissi allora, non è semplice fare giuste melodie senza cadere nella trappola delle banalità, questo è un territorio che comunque può risultare minato, tuttavia non è questa la sede per approfondire l’argomento. Lo è invece per andare a trattare  il nuovo lavoro della band di Stefano De Marchi (chitarra) ed Elisabetta Giglioli (voce), “Eta Carinae”. Nella costellazione della Carena c’è una stella blu ipergigante, questa ha il nome di Eta Carinae, tuttavia invisibile ad occhio nudo. Essa è uno spettacolo dell’universo, l’infinito che ci circonda e che ci ispira sensazioni di immane bellezza. Le stelle ispirano l’arte, spesso e volentieri, perché fanno parte della nostra esistenza, siamo legati indissolubilmente a tutto questo equilibrio, così la musica.
In otto canzoni, ecco come intendono oggi il Rock i Psicosuono, un mutamento stilistico che porta non solo ad ascoltare, ma anche a pensare. Infatti le buone melodie ancora si aggirano, ma accresce la ricerca sonora, le influenze stilistiche si susseguono così come i cambi di tempo. Subentrano soluzioni care al Prog, già dall’iniziale “Il Conte Orlok”, grazie alle tastiere di Andrea Illuminati ed al sax di Betty Accorsi. I solo strumentali sottolineano il concetto, buono specialmente quello di chitarra, divertente quando duetta con le tastiere. Durante il percorso sonoro si aggiunge l’ascolto della voce di Morena Cappai ai cori. Pulita e precisa la sezione ritmica formata da Fabrizio Carriero alla batteria e da Luca Pissavini al basso.
In  direzione canzone “ Uomo Di Latta”, con le coralità gentili e la farcitura di un sax accattivante e caldo. Una valenza aggiuntiva è quella dei testi scritti da De Marchi e Giglioli, mai scontati ed espressi in una metrica composta di personalità, applicata al brano. “La Scena” è ariosa e decisa, trascinata da un solo di tastiere finale esplosivo, qui si sprigiona nell’aria il profumo degli anni ’70, così nella successiva “I Just Know That Wind Has Set” cantata da Betty Accorsi. Una semi ballata che attinge nella cultura Folk per quello che concerne le sonorità, tanto per riallacciarmi al discorso precedente dell’evoluzione stilistica dei Psicosuono, del concetto di arricchimento rispetto al precedente “Aut Aut”. Ritengo questa canzone uno dei momenti più belli dell’intero lavoro, la band viaggia amalgamata a dovere, resta impossibile tenere a bada il piede , deve battere il ritmo. Alessandro Mornati collabora alla stesura dei brani e nelle liriche, come in “Perché Il Futuro”, semplice, diretto curato negli arrangiamenti, così come lo è tutto l’album, perché gli arrangiamenti risultano essere il vero punto di forza di “Eta Carinae”. Questo accade anche con “L’Indiano” e nella conclusiva “Vedo”. Più Psichedelica ed intimistica “Mare profondo”. L’album si chiude con un buon ensemble sonoro, grintoso e di personalità, la band è matura.
Ora però vorrei che voi lettori ed usufruitori di musica per una volta tanto  non pensaste che questa recensione riguardi una band italiana…fate finta che è straniera, perché noi siamo fatti così, abbiamo in casa buoni artisti, ma non li supportiamo a dovere, salvo poi dare soddisfazioni immeritate a prodotti largamente ridicoli stranieri. Per questo i Psicosuono ci vengono incontro anche con “Eta Carinae” in versione inglese, interamente cantato in inglese, operazione commerciale? Certamente ed ascoltate come ne esce fuori…. Impossibile ignorarli. Potete anche reperire gli album su ITunes, Amazon, Emusic, Goggle Play e Nokia Music per la versione in digitale. Ora però un appello ai Psicosuono, ma che dobbiamo attendere altri cinque anni per avere un vostro nuovo album? Egoisticamente parlando spero di no. Consigliato. (MS)


sabato 9 novembre 2013

Central Unit

CENTRAL UNIT - I See You
Musiche Particolari & Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2010




Erano sei anni che i bolognesi Central Unit non si riproponevano al pubblico del Progressive Rock. Sotto la supervisione di Vannuccio Zanella, la band propone nove nuovi brani. La proposta è alquanto allettante, perché le note si compongono fra Jazz Rock e Progressive, con l’intervento di suoni Sampler. La personale sensazione è di ascoltare una band anni ’70 con in mano la più moderna strumentazione. La band è composta da Alberto Pietropoli (sax, flauto e voce), Roberto Carmelli (sampler e voce), Riccardo Lolli (voce e tastiere), Enrico Giuliani (basso) e da Andrea Ventura (batteria).
Il mondo Central Unit si apre a noi con una frenetica “Maintenumb”, dove l’elettronica gioca un ruolo importante, tanto quanto il sax di Pietropoli. Le tastiere sono onnipresenti, punto focale delle composizioni. Frangenti più introspettivi aprono la mente di chi ascolta, fornendo una musica riflessiva, come in “Wooden Bread”, qui si possono assaporare i migliori Central Unit. Giochi chiaroscuri con “Bankful Of Money”, rappresentati da un flauto in apertura del brano, il primo cantato. Musica più essenziale rispetto la precedente, ma in continua evoluzione, un crescendo sia sonoro che emotivo.
 Il gruppo è coeso ed il suono di buona personalità. Non disdegnano passaggi psichedelici, il tutto per coronare un sound quantomeno personale. “FeldPato” cela numerose sorprese, immaginate di miscelare i primi Porcupine Tree con i Perigeo! Certamente non è musica da ascoltare distrattamente, in quanto in essa transitano molte idee e soluzioni, pane per gli appassionati della musica per la mente.
Qui Rossana Glorioso, special guest, si diletta in coralità toccanti. “Ballamme” mostra i muscoli, ritmo sostenuto e sax in evidenza. “See You” fornisce un atmosfera sbiaditamente malinconica, una piccola colonna sonora che potrebbe far parte di qualsiasi film, in quanto capace di far sorgere immagini avanti agli occhi di chi ascolta. Gli arrangiamenti in questo caso sono a dir poco perfetti.
Torna l’elettronica con “Too Late” e la voce di Rossana, impostata in maniera decisamente Jazzy, dialoga nuovamente con il sax. “Hear Your Shadow” è forse la canzone più commerciale dell’intero lavoro, con un ritornello semplice e godibile, mentre “Perno Moncone” osa di più e chiude fra Psichedelìa e ricerca sonora.
Questo ritorno dei Central Unit non deve passare inosservato, perché è un lavoro coraggioso che non disdegna la melodia canonica. Onore al merito. (MS)



giovedì 7 novembre 2013

Outopsya

OUTOPSYA – Sum
Videoradio
Genere: Experimental Metal Prog
Supporto: cd – 2009


In attività dal 2003, gli Outopsya sono due giovani artisti che rispondono al nome di Luca Vianini (chitarra, voce, tastiere) ed Evan Mazzucchi (basso). Provenienti da Rovereto (TN), malgrado la giovane età i nostri si sono esibiti in numerosissimi concorsi e rassegne musicali, sennonché numerose date live. Dal 2003 ad oggi hanno realizzato quattro demo ed un DVD: “Out Of Psychical Activity” (2003), “Demo 504” (2004), “Live Demo N 2005” (2005), “Frames Of Our Madness” (2006), e “Der Golem Live” (dvd  2007). Ma ufficialmente questo “Sum” edito dalla Videoradio è il loro debutto discografico ufficiale.
Si presenta elegantemente, in una confezione cartonata illustrata psichedelicamente da Michela Eccheli, mentre i brani contenuti sono otto, per una durata di quasi cinquantacinque minuti.
Ylenia Zenatti li accompagna con la propria voce nei brani “Mothal” e “Don’t Mind”. Ma cosa suonano gli Outopsya? Difficile relegarli in un contesto unico, in quanto si spazia dal Prog alla Psichedelia , passando anche per il Jazz e del Metal. Ovviamente avrete capito che non è musica da fischiettare in auto e che necessita di una particolare attenzione all’ascolto. Tuttavia gli Outopsya non sono difficili da assimilare, le armonie spesso nervose riescono comunque ad avvolgere l’ascoltatore, incuriosendolo oltremodo.
Gia l’iniziale “Lord Of Hate” è destabilizzante, sfuggente, uno slalom fra le sensazioni umane. Non mancano neppure i cambi di tempo, malgrado la batteria non sia canonica. Chi segue Davin Townsend oppure i Freak Neil Inc. troverà questa band assolutamente interessante.
Altri otto minuti di sperimentazione, questa volta si cavalca l’Epic Metal con la voce di Ylenia per poi giocare con dissonanze Jazz e ritmiche spezzate. Importante il lavoro al basso di Evan. Sembra di stare in un frullatore di musica con gli Outopsya, dove non si sa mai cosa può attenderti da un riff ad un altro. Questo brano si intitola “Mothal”.
Tre invece sono i minuti della greve “Mus”, una vampata rabbiosa nel circuito Metal Sperimentale. Con “Don’t Mind” c’è più Psichedelia all’inizio, suoni più che musica che solo con il tempo lasciano spazio a delle armonie dissonanti e ad una ritmica pesante e spezzata. Torna qui la bella voce di Ylenia Zenatti.
“Tarred Life” riesce in qualche modo ad avvicinarsi di più al termine brano, lasciando anche qualche refrain Metal di vecchia scuola. Qui fuoriesce il lato più metallico dei ragazzi. Più sperimentale anche in ambito vocale risulta “Mechanical 7”, anche a questo punto dell’ascolto l’effetto sorpresa sembra essere svanito e tutto comincia ad assumere una propria dimensione. Ovviamente il merito è di questi ragazzi che malgrado la difficoltà dell’espressione musicale, sono riusciti ad imporre su chi ascolta la propria personalità.
“Sandness” è per chi scrive il brano migliore, o perlomeno che più ha saputo emozionarmi, mentre la conclusiva “ Sum” è davvero un labirinto sonoro che lascio giudicare solo alle vostre orecchie. In conclusione questo degli Outopsya è un disco con il quale dovete prendere confidenza, non da prendere ad occhi chiusi, tuttavia emerge una grande verità, qui in Italia piccoli grandi artisti crescono ed io li terrei sott’occhio.
(MS)




martedì 5 novembre 2013

Il Pan Del Diavolo

IL PAN DEL DIAVOLO - Sono All'Osso
La Tempesta
Distribuzione italiana: Venus
Genere: Folk Rock
Support: CD - 2010




Esistono in Italia numerosi artisti con idee fresche e buone intenzioni, purtroppo generalmente poco considerati, soprattutto se osano qualcosa di più. Il Rock ha numerose ramificazioni, ed Il Pan Del Diavolo si divertono a cavalcarne alcune di esse. Rock, Folk, cantautorato e una sfumata di Punk fanno di questo esordio dal titolo “Sono All’Osso” un lavoro davvero frizzante e penetrante. I testi graffiano, come la voce di Pietro Alessandro Alosi, ideatore del progetto. La chitarra, pur se acustica, è spesso nervosa e grintosa.
Ogni brano è una storia a se stante, dodici motivi brevi, soprattutto acustici che si divertono a scrutare percorsi folcloristici, come in “Università”, “Il Mistero Dello Specchio Rotto” oppure nello stornello di “ Scarpette A Punta”. Ma Il Pan Del Diavolo è un duo ed il compagno di viaggio di Alosi è Gianluca Bartolo. Come ospiti speciali troviamo i The Zen Circus con Ufo al basso acustico, Karim alla batteria minimale, Andrea Appino alla chitarra elettrica e voce di in "Bomba nel cuore". Si fa presto ad entrare nel mondo sonoro di questi artisti, ci si lascia trascinare con facilità, pur restando sempre con la mente accesa, perché la proposta mette sulla bilancia musica e testo allo stesso livello. Fra le note a tratti fuoriescono le influenze musicali, anche un Celentano Rock o un Tenco profondo, ma la personalità del duo è davvero forte e fanno di questo disco un lavoro assolutamente unico nel genere.
A questo punto, essendo per il sottoscritto Il Pan Del Diavolo una sorpresa, non mi resta che cercare anche l’EP che precede questo intrigante esordio.
Dedicategli un ascolto e non ve ne pentirete. MS



sabato 2 novembre 2013

Ulver

ULVER – Wars Of The Roses
K Scope
Genere: Dark Ambient Metal
Supporto: cd – 2011



Chiarisco subito che io sono un annoso amante di band quali Anathema, Katatonia, Opeth, Porcupine Tree, Blackfield, per cui il genere lo apprezzo in maniera forse anche poco obbiettiva. Non vi nascondo neppure che non sono mai stato un grande sostenitore di questo trio che a mio modo di vedere ha avuto una discografia discontinua, a differenza delle band sopraccitate.
Ho apprezzato molto l’evoluzione stilistica dei norvegesi, questo si, il loro coraggio e lo stile con cui lo hanno fatto, tuttavia alcuni dischi di transizione ci sono stati.
Come gli Anathema, Ulver diventano sempre più minimali ed intimistici, tanto da farmi chiedere perché ancora si portano dietro l’epiteto di band Metal (una volta addirittura Black Metal).
Kristoffer Rygg ama sempre spiazzare il proprio ascoltatore e secondo me con questo “War Of The Roses” ci riesce nuovamente, ancora un passo evolutivo rispetto “Shadow Of The Sun”.
Le sonorità oscure ed antiche che abbiamo ascoltato nel 2007 lasciano spazio a del personale Post Rock moderno ed alla Psichedelia che gioca un ruolo importante. Ho notato anche un fatto interessante, la produzione del disco è di John Fryer, gia con Depeche Mode e Cocteau Twins, questo qualcosa vorrà pur dire!
Tanta malinconia fra le note, ma anche del Pop Rock, come nell’iniziale “Febraury MMX”. “War Of The Roses” riesce a far scaturire molteplici stati d’animo, persino a commuoverci come nella conclusiva “Stone Angels”.
Gli Ulver non sono mai stati banali, in quanto profondi e questo sguardo verso la Psichedelia lascia gia intendere il futuro percorso evolutivo della band. Ma vuoi vedere che i “lupi” ci fregheranno un'altra volta? Ben venga, certo è che questa musica è da ascoltare seduti e comodi, in quanto la mente viene offuscata e rapita, per cui c’è il rischio di cadere. Rispetto altri, questo lo ritengo un disco transitivo, ma forse mi sbaglio perché gli Ulver, da veri artisti, suonano solo quello che amano e sentono al momento, fregandosene di tutto e di tutti. Chi non ce lo dice che prima o poi tornino al Black Metal iniziale?
Consigliato a chi ama lasciarsi strappare l’anima! (MS)