mercoledì 27 marzo 2013

Senza Nome

SENZA NOME - Senza Nome
Selfproduced

Distribuzione italiana: si
Genere: Prog Rock
Support: CD - 2008




Siamo ancora in Italia, con l’ennesimo gruppo di Rock Progressivo e ancora una volta mi ritrovo a tessere le lodi su un risultato sonoro davvero eccelso. I Senza Nome si formano a Marino di Roma nel 2003, proprio dove si sono composti i mitici del Banco Del Mutuo Soccorso. Le analogie con la band non si fermano al luogo di nascita , ovviamente anche la musica ne è contaminata, e come potrebbe non essere con Rodolfo Maltese alle spalle?
Principalmente nascono come una band live, la loro dimensione è quella concertistica e questa ha fatto si che la coesità sia l’arma vincente del loro sound. Solo oggi li ritroviamo su un cd con del materiale da studio. “Senza Nome” è suddiviso in nove tracce, tutte a cavallo fra il Prog degli anni ’70 e quello più moderno. “Illusioni Di Un’ Anima Lontana (I) Tesi” farà scorrere brividi sulla pelle a coloro che hanno vissuto gli anni che furono. La musica che fuoriesce dalle casse sembra l’assolo di “Non Mi Rompete”, ma questo è solo un sentore, perché il brano si sciolina con leggerezza, grazia e personalità. In “Illusioni Di Un’Anima Lontana (II)- Antitesi” l’accostamento alla band di Di Giacomo è ancora una volta inevitabile, specialmente per l’uso delle tastiere da parte di Stefano Onorati. La band è completata da Emanuele De Marzi alla chitarra e voce, Leonardo Bevilacqua alla batteria, Mirko G. Mazza alla chitarra e da Francesco Portelli al basso. La voce narrante di “Tumore” e di “Ulisse” è quella di Fabrizio Rinaldi.
Tratto da “Il Piccolo Principe” ecco sopraggiungere “Passi”, un brano dolce, narrato, con tastiere e chitarra in evidenza. Davvero bello. Tutto il disco è ovviamente cantato in italiano. E’ la volta degli otto minuti di “Tumore”, pezzo più duro di tutto il cd sempre con un occhio rivolto verso il Banco. La chitarra di Mazza disegna trame davvero intriganti che in me fanno sorgere immaginazioni paesaggistiche. Più cantautoriale e spensierata “Non Sono Mai Esistito”, una breve pausa prima di incontrarci con li brano più bello del cd, “Ulisse”. Undici minuti di musica apparentemente semplice e dotata di una magia intrinseca. Concludono “Si La Do” (il titolo mi sembra maliziosamente quasi un consiglio…eheheh), canzone più sperimentale e vicina alla PFM e la dolcissima “Sopra A Un Pensiero”. Nel disco troviamo anche una traccia video “Si La Do”, dove i ragazzi si divertono a recitare, il tutto ovviamente in maniera amatoriale.
“Senza Nome” è per me un debutto straordinario, ma forse io non sono del tutto obbiettivo, visto che amo da morire il Banco. Un disco che girerà spessissimo nel mio stereo, poi del resto…. Chi se ne importa? MS



martedì 26 marzo 2013

The Ex KGB

The EX KGB - I Putin
Prosdocimi Records

Distribuzione italiana: si
Genere: Prog
Support: mCD - 2010




Si è parlato molto spesso dell’importanza di certe band del Rock Progressivo nel corso degli anni. Notoriamente sono quelle del periodo anni ’70 ad aver fatto più proseliti, a partire dai Genesis, Yes, Gentle Giant e King Crimson, solo per fare alcuni nomi. Proprio il Re Cremisi di Robert Fripp è una delle più clonate. Le sonorità che hanno evoluto nel tempo sono note a molti dei cultori, hanno iniziato con l’intervento massiccio del Mellotron in “In The Court Of The Crimson King”, per poi proseguire negli anni con un suono più elettrico e nervoso, quasi martellante, grazie all’uso del poderoso warr guitar. Quindi la carriera dei King Crimson è una delle più saccheggiate nella storia del Rock in generale. Ne troviamo un ottimo esempio nei nostrani The Ex KGB, trio veneto formatosi nel recente 2009 con Alberto Stocco alla batteria, Emanuele Cirani al Chapman Stick e basso e da Mike 3rd alla chitarra.
Non è semplice muoversi nelle turbolente sonorità sperimentali del Rock Eclettico, quel ramo dove la sperimentazione vuole essere legata saldamente alla tecnica individuale e alla fantasia compositiva. Sovente si rischiano cantonate, in quanto tutto ciò che è “nuovo” destabilizza la quiete, per cui momentaneamente non compreso. Tuttavia nella musica del trio ci sono suoni piacevoli, pur trasmettendo il nervosismo sonoro dei King Crimson, non a caso alla produzione c’è Ronan Chris Murphy (King Crimson, Tony Levin , Terry Bozzio). La cosa la dice lunga sulle capacità degli Ex KGB, lo Stick di Emanuele riesce a dare una spinta ulteriore, ma questo non vuole essere una esaltazione individuale, in quanto è il trio che lavora bene a pari livello. Infatti la batteria è presente in maniera potente e precisa, mentre le chitarre di Mike sanno graffiare al momento giusto. Il minicd è della durata di 21 minuti suddivisi in nove tracce. La solidità della musica che ascoltiamo è supportata da una ritmica assolutamente efficace, ricca di cambi di tempo ed inevitabilmente d’umore. Il cantato speso è in stile Talking Heads , ben incentrato nel contesto e fa si che gli Ex KGB abbiano in un certo qualmodo una singolare personalità. Il suono elettrico porta l’ascoltatore a muovere il piede in modo inconscio, la musica trae l’ispirazione dalla voglia di andare, lasciarsi trasportare senza freni inibitori, questo potrebbe farvi conoscere nuove frontiere e noterete poi che la sperimentazione a volte non è poi così incomprensibile. A questo punto vi chiederete da dove derivi il nome della band ed il titolo del disco, ebbene l’università Cà Foscari e la tv russa hanno dato ad intendere che il presidente russo abbia origini venete, proprio come i nostri musicisti in questione e la cosa li ha incuriositi.
Non sono quindi neppure banali nelle liriche, ad esempio in “Dangerous Toys” dove si parla di Greenpeace, oppure del sopraccitato presidente in tante altre canzoni.
Provate ad ascoltare questo disco, lasciatevi trascinare dalle contagiose chitarre, dalle ritmiche roboanti e magari ne resterete piacevolmente colpiti. Se poi consideriamo che il prezzo del disco è di sette euro, io direi che ne vale assolutamente la pena. MS

lunedì 25 marzo 2013

SADO

SADO - Weather Underground
Banksville Records

Distribuzione italiana: si
Genere: Vocale / Sperimentale / Free Jazz / RIO
Support: 2CD - 2010



Raccontare i SADO non è di certo un impresa semplice, in quanto sono ambasciatori di singolari sonorità. Non risiedono di certo nella fiera dell’ovvio, si muovono fra percorsi più intriganti e sperimentali dell’odierno microcosmo musicale, spaziando dal Prog al Blues passando per il Jazz, la Psichedelia e l’Hard Rock! Se fossero sorti negli anni ’70 li avremmo paragonati sicuramente a band del calibro di Stormy Six, Henry Cow e simili.
Ma chi sono i SADO (Società Anonima Decostruzionismi Organici)? Alcuni di voi, i più appassionati di Progressive Rock, ricorderanno una validissima band di Alessandria, dedita ad un New Prog stile anni ’80 di nome Arcansiel, ebbene, i SADO sono gli Arcansiel con l'aggiunta del bravissimo Boris Savoldelli al microfono. Il doppio cd non risulta convenzionale neppure nelle liriche, qui estratte da un soggetto di Guido Michelone e scritte da Franz Krauspenhaar.
Weather Underground ha un significato, non è altro che il nome di una organizzazione sovversiva nata in America negli anni ’70, terrorismo che non ha procurato vittime a causa della sempre tempestiva rivendicazione la quale non consentiva la riuscita dell’evento, sempre abortito al momento. Tuttavia questo serviva a sensibilizzare la mente della popolazione, un gridare forte senza colpo ferire. Il disco proposto è suddiviso in due supporti ottici, il primo tutto cantato in italiano, il secondo in inglese. Gli artisti si avvalgono anche della presenza di special guest quali Barbara Rubin alla voce, Enrico Caruso alle tastiere ed il “fido” (in tutti i sensi visto che è un cane) Filippo!
Il premio ricevuto nel 2008 dai SADO come migliore band al “Premio Darwin Musiche Non Convenzionali” non è di certo preso casualmente, John Cage ed il Dadaismo fanno capolino fra il pentagramma disegnato con ponderazione e cognizione. Per Paolo Baltaro questo ultimo periodo musicale è di certo molto movimentato, oltre che aver realizzato l’ottimo album solista dal titolo “Low Fare Flight To The Earth” (2009), qui lo troviamo sia in veste di polistrumentista che di produttore. Eccoci dunque partire in questo viaggio controverso, l’ascolto ci porta in differenti luoghi, apparentemente non compatibili fra di loro, ma di grande presa emotiva. Fusione sembra essere la parola d’ordine di questo gruppo musicale, una unione di generi differenti, legati in maniera originale per un risultato fuorviante solo per chi non concepisce la musica come insieme di emozioni, ma semplicemente come un inutile e ripetitivo standard sonoro inflazionato. Possibile incontrare i Pink Floyd, che fanno staffetta con Frank Zappa, oppure con del Jazz, resta il fatto che i componenti dimostrano grande conoscenza in materia. Mai come in questo caso il termine “musica per la mente” è adatto, una cinquantina di minuti per ascoltare e riflettere, fra sax, Rock e molto altro. Schegge di Area in stile “La Mela Di Odessa” mettono alla luce la voglia di comunicare teatralità, uscire dai canoni pur richiamando palesemente riff storici come ad esempio quello di “Money” dei Pink Floyd. I SADO in definitiva sono un Juke Box temporale, legato da una regia dadaista ad un contesto storico sociale di ex protesta.
Cosa vogliono comunicare? Ambiziosi, oppure semplici amanti del suono in assoluto? Io li ho ascoltati con piacere, anche perché sono aperto di mente ad ogni tipo di soluzione sonora e non solo. “Weather Underground” è un disco al quale non bisogna soffermarsi al primo ascolto, perché nell’evolversi affiorano sempre sfumature che al primo impatto non vengono captate. La produzione sonora è ottima, per cui un piacere in più ad un ascolto che non lascia delusi. Il Progressive odierno passa anche attraverso i SADO, band coraggiosa ma che sa benissimo dove andare a parare… fidatevi. MS


venerdì 22 marzo 2013

Allan Glass

ALLAN GLASS - Guzznag
The Toilet Smokers Club Records
Genere: Noise /Rock Psichedelico
Supporto: EP - 2012



Secondo EP per il giovanissimo duo Alessandrino (Pontecurone) Allan Glass composto da Marco Matti (chitarre e voce) e da Jacopo Viale (Batteria - Drum Machine - Synth). Il primo esce nel 2008 con il titolo "Stanze Con Crepe". La musica proposta è a cavallo fra il Noise ed il Rock Psichedelico. Poco più che ventenni, gli autori si spingono in un lavoro composto da cinque tracce, tutte correlate fra di loro in stile concept album, per un unico viaggio sonoro di poco più di venti minuti.
Interessante l'uso analogico dei supporti digitali, che rendono il risultato finale dal significativo retrogusto vintage e tutto inizia con i psichedelici due minuti di "Satellite Tra Le Dune".
Alienazione e disturbo subentrano con la chitarra in primo piano (forse anche troppo) de "Il Sergente", pezzo diretto ed adrenalitico. Lo sforzo creativo maggiore arriva con "5 Giorni Bugiardi", una suite di tredici minuti dove il duo si incammina per territori gia percorsi dagli autorevoli Porcupine Tree.
 I testi sono scritti da Marco Matti. Spesso emergono freddezza ed oscurità fra le note della chitarra, una sensazione cara a chi crede nel Noise e che grazie anche ai cambi di tempo, riesce comunque a catturare l'attenzione dell'ascoltatore generico.
Crescendo sonori sono uno dei punti focali di questo "Guzznag" e della suite che consiglio anche ai non amanti del genere. Serve soltanto di lavorare su un maggiore equilibrio dei suoni, anche se appositamente rivolti verso il suono elettrico della chitarra.
"Marty's Swallow" è acustica e profondamente psichedelica, accompagnata da rumoristica elettronica e voci replicate da efficaci effetti eco. Nuovamente l'anima di Steven Wilson e soci fuoriesce di tanto in tanto fra i solchi ottici. Personalmente questo è il brano che prediligo dell'intero EP. Chiude l'enigmatica "A Cena Con Woland" per mostrare il lato più sperimentale di Allan Glass.
Gli interventi della chitarra acustica sono a cura di Filippo Morini, così come l'artwork.
"Guzznag" è dunque un episodio che conferma il fermentoso vivaio italico di nuove leve che cercano di esprimersi con personalità e che sentono il bisogno ancora di viaggiare con la musica. Alla faccia di chi crede che da noi esiste solo musica commerciale.
Dategli un ascolto e contattateli ai seguenti indirizzi: (MS)

www.myspace.com/allanglassrock
www.facebook.com/allanglassrock
www.facebook.com/allanglassmusic
http://www.facebook.com/smokersclub
allan.glass@yahoo.it

giovedì 21 marzo 2013

QUELLA VECCHIA LOCANDA

QUELLA VECCHIA LOCANDA – Quella Vecchia Locanda
VM 2000-BTF
Genere: Rock Progressive
Supporto: LP – 1972


Interessante parlare di un gruppo italiano che molto è ricercato da tutti gli amanti del genere Prog e che ora grazie alla BTF è di nuovo disponibile dopo la prima vera stampa datata 1972 su etichetta HELP. Il combo è formato da Giorgio Giorgi (voce , flauto ed ottavino), Massimo Rosselli (tastiere e voce) , Donald Lax (violino classico ed elettrico), Patrick Traina (percussioni), Romualdo Coletta (Basso) e Raimondo Maria Cocco ( chitarre e voce). Nascono a Roma nei primi anni '70 e sono protagonisti di moltissimi concerti tanto in voga in quegli anni come "Controcanzonissima", " Avanguardia Nuove Tendenze di Napoli" ed il " Festival di Genova". Il loro suono è influenzato dal classico ( Vivaldi , Bach , Brahms e Corelli) ed arricchito dal meraviglioso violino di Donald il quale rende tutto il disco molto interessante. Gli approcci di flauto sono la ciliegina sulla torta ma rendono inevitabili i paragoni con i maestri Jethro Tull Atmosfere sognanti e testi fiabeschi sono la prerogativa del capolavoro di QUELLA VECCHIA LOCANDA i quali aprono le danze con 'Prologo' dove il classicheggiante violino ci accoglie in un miscelarsi di tastiere, chitarre e flauto. Il brano è spezzato da cambi di tempo che lasciano spazio a momenti di quiete ariosa per poi ricongiungersi all'intro con un assolo di flauto alla Ian Anderson. Ancora violino classico e flauto per 'Un Villaggio, Un'illusione'  in un perfetto brano intriso al massimo di anni '70 che farà venire i brividi lungo la pelle a tutti gli amanti del periodo suddetto. Un' arpeggio di chitarra classica ed un canto di uccelli aprono la meravigliosa 'Realtà' che per il sottoscritto resta uno dei momenti più alti della musica italiana in generale. Anche in questo caso è molto importante il lavoro alle tastiere da parte di Massimo Roselli. Si viaggia in territori più sperimentali e roccheggianti in 'Immagini Sfocate dove il ritmo sale e la chitarra di Raimondo la fa da padrona, a tratti mi sembra di sentire i partenopei Osanna. E' giunto il momento della canzone più bella dell'intero lavoro , 'Il Cieco con all'interno un assolo di flauto chiaramente ispirato da 'My God' ma comunque sempre di ottima presa. Il rock duro del brano si riallaccia a tratti al brano precedente senza però indugiare in cambi di tempo. 'Dialogo' con le sue tastiere in evidenza ci mostra un gruppo di ragazzi perfettamente amalgamato ed è un piacere ascoltare l'assolo di ottavino da parte del compositore Giorgi.  'Verso La Locanda e 'Sogno, Risveglio e...' mettono ancora di più in evidenza,  per chi ancora non lo avesse capito, la matrice classica del gruppo mista a rock ( meraviglioso il pezzo di piano iniziale  in 'sogno...'). Un disco che consiglio a tutti gli amanti di certe sonorità anni '70, agli amanti dei TULL e a tutti coloro che hanno sempre creduto nella musica pura e non atta al vil denaro. Chiaramente il CD per quanto inciso alla perfezione porta con se il fardello degli anni, ma resta pur sempre un disco dotato di un buon suono. Grande musica. (MS)

mercoledì 20 marzo 2013

Sleepwalker Sun

SLEEPWALKER SUN - Sleepwalker Sun
Masque
Distribuzione italiana: no
Genere: Prog Metal
Support: CD - 2005




La brasiliana Masque è una attenta casa discografica nei confronti di band che spaziano dal Prog Rock più classico al Metal Prog. Anche il Brasile è una nazione che in ambito ha davvero molte carte da giocare, basta nominare gli Apocalypse, i storici Bacamarte, Banda Do Sol, gli attuali Corciolli o i Cartoon, gli Haddad , i Khallice, i Mindflow, gli Index , Tempus Fugit solo per fare qualche nome ed intenderci.
Gli Sleepwalker Sun nel 2005 giungono al proprio debutto discografico, proponendo un disco intrigante, ricco di buoni spunti. La musica proposta è un perfetto equilibrio fra il Progressive classico ed il Metal Prog. Attenzione, qui non ci sono inutili virtuosismi, la band si concentra sulle composizioni per far si che le melodie siano le principali protagoniste. Ma chi sono gli Sleepwalker Sun? Giana Araujo è la cantante, Luiz Alvim sta alle tastiere, Francisco Falcon al basso, Rodrigo Martinho alla batteria e Ricardo Marins alla chitarra. Per la realizzazione del disco si avvalgono della collaborazione di numerosi special guest, fra i quali segnalo l’ottimo tastierista Andrè Melo, membro della band Prog Tempus Fugit nel brano “Nocturnal”, mentre il violinista dei Sagrado, Marcus Viana, impreziosisce con il proprio strumento “Blindfold” e “Jalen’s Eyes”.
“Sleepwalker Sun” si apre con una mini suite di 14 minuti, a testimonianza che anche se si tratta di esordio, le ambizioni e le pretese sono comunque alte. Il malinconico artwork che accompagna il supporto ottico, sposa a pieno la causa del disco e la bella voce di Giana si adatta bene ad ogni situazione. Particolare l’ascolto di atmosfere Gothic con il violino ed il Metal Prog, un connubio che non lascia di certo indifferenti, tuttavia in “Blindfold” non mancano di certo i cambi di tempo ed umorali, vetrina di una sezione ritmica particolarmente motivata e coesa. Quando il suono “mellotron” fa da tappeto al violino, tutto assume connotati di magniloquenza e la ciliegia sulla torta è data dal solo di chitarra elettrica. Bello anche il frangente piano e voce, con relativo assolo di Ricardo Marins. I più attenti di voi apprezzeranno perfino le sfumature New Prog in stile anni ’80 che di tanto in tanto fanno presenza fra un refrain e l’altro. “Bring’Em” è più ruffiana e diretta e gode di una buona serie di arrangiamenti. L’omonima “Sleepwalker Sun” mostra i muscoli della band, canzone energica e comunque più diretta, mentre “Dead Flowers” ci accompagna nei sentieri del cuore. Velature malinconiche coprono sempre le musiche, anche se in maniera leggiera, Giana sa bene come interpretarle. “Russian Roulette” apre con le tastiere in stile Mellotron e di certo non portano sonorità solari, mentre la ritmica esplode improvvisamente, portando il brano in ambito prettamente classico Metal Prog. La produzione sonora è eccellente e la pulizia del suono valorizza ulteriormente l’insieme. Davvero toccante “Jalen’s Eyes” ed il violino di Marcus Viana ritorna a tessere magiche atmosfere. La chiusura è in mano a “Nocturnal”, dieci minuti di grande Prog, forse uno dei migliori brani apparsi nel disco.
Gli Sleepwalker Sun sono per me una sorpresa ed una realtà, una band che gia conosce il proprio cammino e che dimostra una notevole cultura musicale. Questo disco mi sento di consigliarlo anche a chi il Metal Prog a volte non va proprio giù, perché è variegato e scorrevole. MS


SLEEPWALKER SUN - Stranger in the Mirror
Masque
Distribuzione italiana: no
Genere: Prog Metal
Support: CD - 2010




Dopo cinque anni dall’ottimo debutto omonimo, ritornano nel 2010 i progsters brasiliani Sleepwalker Sun con la medesima formazione composta da Giana Araujo alla voce, Luiz Alvim alle tastiere, Francisco Falcon al basso, Rodrigo Martinho alla batteria e da Ricardo Marins alla chitarra. I testi dei brani sono scritti da Marcos Eichler, mentre Jorge Mathias è l’ospite al basso e voce nel brano “The Name In Vain”. Ancora una volta l’artwork è davvero bello e descrittivo, grazie alla cura di Carlos Fides, così come la produzione sonora.
Cosa ci narrano i Sleepwalker Sun in “Stranger In The Mirror” è presto detto, un viaggio introspettivo fra Prog e Metal, dove le sfumature gotiche ancora una volta vengono ben narrate dalla voce di Giana. Non si discostano quindi molto dalle coordinate intraprese nel 2005, solo ho la sensazione che i carioca hanno ascoltato nel frattempo del Prog del Nord Europa, alcune atmosfere sembrano avere quel DNA. Gia il “Preludio” di “Stranger In The Mirror” da solo vale il prezzo del cd. Non una vetrina di tecnica, ma di cuore. Ricercate le linee vocali, a volte anche con l’uso del vocoder. Il fattore Prog è maggiore di quello Metal e questo a molti di voi potrebbe interessare in maniera particolare. La scelta del cantato in inglese è, a mio giudizio indovinata, in quanto la musicalità di questa lingua si sposa meglio con certe melodie. Gli assolo che si aggirano nella suite iniziale sono abbastanza numerosi ed i 20 minuti volano via come se fossero la metà. La musica lascia nella mente immagini antiche dal color pastello, del grigiore ed a tratti stati d’angoscia. Tutto questo si eclissa quando intervengono le cavalcate ritmiche massicce e coinvolgenti. Squarci umorali che mettono alla prova il nostro essere, a dimostrazione che il Prog, qualunque sia la sua influenza, è sempre musica per la mente. Crimsoniana “Revealing Web”, greve e caracollante, memoria offuscata dal fumo che infine si lancia a capofitto in una corsa verso la serenità. Dolcissima “Play Of Light”, quella luce che l’animo ricerca.
Non voglio svelarvi ulteriori sorprese ed i particolari di questo “mare e monti” sonoro, avete gia molti indizi per capire di cosa si tratta, se poi siete curiosi a questo punto non dovete fare altro che reperire il cd , magari contattando la band proprio nel sito www.sleppwalkersun.com o su quello della casa discografica www.masquerecords.com . Io sono rimasto piacevolmente colpito, pur non essendo un disco dalla super tecnica Prog. Leggermente sopra al debutto, ora non resta che attendere i nuovi sviluppi, se tanto ci da tanto… MS


lunedì 18 marzo 2013

Elora

ELORA - Crash
Progressive Promotion Records
Genere: Prog - Psychedelic Rock
Supporto: MP3 - 2013




Un genere musicale che di certo trova gradimento fra i fans del Progressive Rock (e dintorni) è il Prog Psichedelico, detto chiaramente, quello in stile Pink Floyd. Sembra non conoscere mai crisi, anzi, i proseliti fuoriescono come funghi in ogni nazione del mondo, Mostly Autumn in Inghilterra, RPWL in Germania, No Sound in Italia e la lista credetemi è davvero sterminata.
I nostri cugini francesi sono sempre stati attenti al movimento Prog in generale, da sempre, riuscendo ad attirare l'interesse dell'ascoltatore grazie a band come Ange, Magma, Pulsar, Minimum Vital, Nemo, Mona Lisa, Drama....tutte formazioni preparate e professionali. Ma come riuscire ad unire Psichedelia, Prog, sperimentazione e Rock senza risultare pesanti e logorroici? Come equilibrare gli elementi con il commerciale e quanto detto? Di certo non è impresa semplice, resta il fatto che il genere comunque spesso palesa sorprese.
La Progressive Promotion Records, label tedesca, ultimamente riesce a scoprire buoni talenti, questa volta rivolgendo lo sguardo in Francia nei confronti di un sestetto dal nome Elora. Si formano nel 2004, dopo la nascita della figlia del bassista Jean-Vincent, dalla quale prendono il nome. Negli anni diventano un gruppo leader del sud della Francia per merito di numerose serie di concerti, radio e festival. La band è così composta: Anastasia (voce), Damien (voce), Jean-Vincent (basso), Julien (batteria), Lionel (chitarra) e Patrice (tastiere).
"Crash" ha nove canzoni, per una durata di quasi un ora di musica.
Molto spesso nel corso dell'ascolto ci si imbatte in melodie delicate e sognanti, comunque la band coesa riesce a dare il meglio anche attraverso movimenti più energici, vicini anche ai Porcupine Tree come in "Control". Buona la personalità che riesce a mettere la band sotto una luce che gode di vita propria, malgrado le influenze importanti. Ovviamente nei brani non mancano numerosi cambi umorali e di tempo. Bello anche l'alternarsi delle voci fra Anastasia e Damien.
La chitarra di Lionel alterna a seconda delle esigenze cuore e potenza, risultando essere uno dei componenti più importanti per l'economia della band. Anche la sezione ritmica si ritrova alla perfezione per un risultato finale preciso e senza sbavature.
La title track è quantomeno il sunto dell'anima Elora, non nascondo che mi ricordano spesso gli inglesi Mostly Autumn. Assolo di chitarra per gli amanti di Gilmour e compagnia bella, sopra una batteria che sembra scrivere come una penna stilografica. Con "Elle Espere" si esplorano territori The Gathering, grazie anche al buon uso delle coralità di Anastasia, anche se i Porcupine Tree sono sempre in agguato, specie fra le mani di Lionel.
Basso in cattedra con "Elle" ed in "En Paix" suoni elettronici fanno da sottofondo alla dolcezza del brano che si evolve fra crescendo ed attimi di quiete emotiva. Tuttavia non voglio rovinarvi il piacere dell'ascolto in quanto, lo avrete capito, "Crash" è un disco che si fa ascoltare con grande piacere. L'equilibrio fra le melodie facili, la Psichedelia ed il Rock funziona perché è assemblato con semplicità e classe.
A questo punto attendiamo nuove evoluzioni per capire meglio l'entità della band, alla prossima! MS

domenica 17 marzo 2013

Stephen Dedalus

STEPHEN DEDALUS - Say It Right!
300 Three Hundred
Genere: Rock & Blues
Supporto: cd - 2011




Stradaiolo e crudo il Rock del trio Stephen Dedalus, quello che non ha bisogno di effetti speciali per colpire in faccia l'ascoltatore. Il groove è tutto quello che serve e la band marchigiana si immerge in esso. Nel suono (nell'insieme ben equilibrato) si denota una sufficiente intesa fra i componenti. La band è un trio ed è composto dai fratelli Barchiesi, Andrea (basso) e Nicola (batteria) e da Nicola Paccagnani (voce e chitarra).
Sporco blues fra i solchi ottici, d'impatto la maggior parte dei brani, come ad esempio "Goin'Out West" e tuttavia di tanto in tanto si possono estrapolare influenze Wolfmother. Ma i nostrani Stephen Dedalus hanno una caratteristica differente dagli australiani, ossia l'inconsapevole mediterraneità che generalmente contraddistingue innatamente le band italiane. Nel nostro bagaglio culturale risiede comunque un certo modo di comporre e di concepire la linea melodica e che non sfigura nell'insieme ruvido e diretto del Rock sudista e stradaiolo.
Divertono e si divertono nelle dodici tracce che compongono il disco, pur essendo una band giovane, formata nel 2009 con alle spalle il demo "Amateur Homemade" seguito dall'album "Smoke" del 2010.
Frangenti Folk si intravedono fra le composizioni, tanto per aggiungere un ingrediente in più nel sound, che resta relegato nello spettacolare e ruvido teatro del Rock.
Le sensazioni adrenalitiche sono stimolate spesso e una disturbatrice in campo è "Right Here", con la polvere di strada annessa. Vecchio Blues striminzito al limite del primitivo Robert Leroy Johnson in "Doctor's Pills Psycho - Paranoid Blues", solo ovviamente più moderno ed elettrico di quello del maestro degli anni '30.
Da sottolineare la vigorosa, convinta ed appropriata interpretazione vocale di Nicola Paccagnani. Atmosfere più grevi ma sempre cariche di groove in "War Maker", uno dei movimenti più interessanti dell'intero lavoro.
Il Rock quando si infrange nel Blues in sintesi è questo ed i Stephen Dedalus lo hanno capito ed assimilato a dovere. Ascoltate la strumentale "Billy B." e godete di questa disarmante verità. Non si osa in "Say It Right", piuttosto si vive la musica fra amicizie e storie di ordinaria quotidianità, il tutto con spirito ed ironia. 
Ma cosa volete che aggiunga, il Rock o lo si ha dentro o non lo si ha! E' uno stile di vita e chi lo scimmiotta è semplicemente patetico. 
Complimenti a questi giovani che nel loro DNA comunque portano il seme primordiale del genere che, piaccia o meno, non avrà mai fine ma solo evoluzioni. 
Consigliato ai Rockers di tutto il mondo, ma.... alzate il volume, altrimenti godrete solo a metà! (MS)

sabato 16 marzo 2013

Jethro Tull

JETHRO TULL - Heavy Horses
Chrysalis

Distribuzione italiana: si
Genere: Folk Rock / Prog
Support: Lp - 1978


Jethro Tull è stato l’inventore dell’aratro, l’istrionico ed immarcescibile leader della band, Ian Anderson si innamora della fonetica di questo nome e lo relega alla propria band. Il famoso folletto Rock che suona il flauto su una gamba, forma la band nei lontani anni ’60, inanellando dischi e successi a iosa. Non dimentichiamo la famosa “Bourèe” , “Acqualung” e moltissime altre. Ma io questa volta voglio parlare di un album sempre poco ricordato, perché in esso c’è il sunto della furbizia di Ian. Lui ha avuto sempre una grandissima capacità, quella che non hanno avuto altre band negli anni ’70, motivo per cui sono sparite, ossia di mutare la propria musica a seconda dei tempi. Va di moda il Blues? Ecco “Stand Up” ed altri, va di moda il Prog? “ e vai con “Thick As A Brick o “A Passion Play”, oppure il Metal? “Crast Of A Knave “ è li per servirvi, oppure negli anni ’80 l’elettronica colpisce? Ecco “A”. Insomma è stato un genio camaleontico, comunque sia capace sempre di portarsi appresso la propria spina dorsale, perché in qualsiasi sonorità il flauto è sempre inconfondibile!
La fine degli anni ’70 concentrano il suono verso un Rock Folk anche elettrico e due sono i dischi importanti di Anderson e soci, “Songs From The Wood” e questo “Heavy Horses”. La formazione dei Jethro Tull in quel periodo è una delle migliori, sempre a fianco c’è il fido chitarrista Martin Barre, poi l’eccentrico pianista John Evan (simpaticissimo, specie in sede live), Barriemore Barlow, uno dei più grandi batteristi inglesi di tutti i tempi, che lascerà sconvolto la band poco dopo la morte del bassista John Glascock e David Palmer, ottimo compositore e tastierista aggiunto. L’amore di Anderson per i cavalli è noto, non a caso possiede un podere in campagna dove da sfogo alla sua passione, in questo disco c’è l’esaltazione di tutto questo. Una musica spesso rilassante, comunque Rock, dove la chitarra elettrica la fa da padrona assieme agli interventi flautistici di Ian. Una macchina da guerra questi Jethro Tull, “And The Mouse Police Never Sleeps” apre il disco in maniera rustica, a dimostrare l’amalgama fra i componenti, professionisti che si conoscono a menadito. Più agreste “Acres Wild”, mentre il Rock elettrico e graffiante ritorna con la famosa “No Lullaby”. Qui Barre ed Anderson si alternano fra volumi alti e sussurrati. Il pezzo più folcloristico è “Wathercock” e qui si gode a pieno del flauto in grande spolvero, saltellante ed aggressivo come in pochi altri brani. La lunga title track “Heavy Horses” è un altro classico della band, mentre la più richiesta in sede live è “One Brown Mouse”. Questa è acustica, una grande prerogativa della discografia di Anderson, spesso molti pezzi si basano sulla sua chitarra, e gli riescono più che bene.
Un disco che non è un must, ma che si lascia ascoltare alla grande con spensieratezza, senza disdegnare passaggi articolati, messi lì, quasi a sfidare l’ascoltatore tra bucolicità e leggerezza. Da avere. MS

venerdì 15 marzo 2013

The Radiata 5Tet

The RADIATA 5TET - Aurelia Aurita
Den Records

Distribuzione italiana: si
Genere: Avangarde Jazz
Support: CD - 2012



Con una confezione cartonata nera ed un fazzoletto di carta che sporge al suo centro, in un modello in stile origami, si presentano i The Radiata 5tet. Questo la dice già lunga sulla non convenzionalità delle cose e se ci si aggiunge il nome di Claudio Milano (Nichelodeon) alla voce, si ha la certezza che la proposta è di tipo sperimentale. Milano lo abbiamo apprezzato già in precedenza in lavori quali "Il Gioco Del Silenzio" (2010) e "Come Sta Annie?" (dvd - 2010) ed il modo di usare la voce ricorda da vicino la ricerca del grande ed indimenticato Demetrio Stratos, scomparso verso la fine degli anni '70 e leader della band Area. Non è un caso che assieme a Luca Pissavini , contrabbasso in questo quintetto, nel 2010 vince l'Omaggio A Demetrio Stratos.
Stefano Ferrian al sax tenore, Cecilia Quinteros violoncellista di Buenos Aires e Vito Emanuele Galante alla tromba completano il quintetto The Radiata.
Le premesse dunque conducono verso un Jazz d'avanguardia, con tanto di improvvisazioni ed esperimenti sonori, è così che in effetti le 10 tracce che compongono il cd ci accolgono.
"Bile Dal Po" con i quasi 10 minuti d'avanguardia, presenta una musica interpretativa, da teatro della voce, dove gli strumenti seguono saltellando le evoluzioni ataviche della fonetica di Milano.
Non canto ma recitazione dadaista, ironica ed allegorica. La parola esplode e da espressione immaginaria al proprio valore. Inevitabili gli accostamenti a "Le Milleuna" del suddetto "maestro della voce".
Importante il lavoro del contrabbasso, degno sottolineatore delle situazioni, anche rumoristiche come in "Eumetazoa", dove la tromba ed il violoncello comunicano fra loro in un cadenzare lamentoso e drammatico.
"Planula Larvae" si muove furtivamente fra i padiglioni auricolari, lasciando soltanto lampi di fughe istantanee, oltre che un immagine bucolica dettata dai momentanei e lontani muggiti di vacca. Il suono prende forma nel proseguo e muta l'immagine di se come farebbe un ameba, lentamente ed inesorabilmente. Continuità sperimentale che poco lascia all'armonia intesa come ripetitività rassicurante dell'ascolto.
La prestazione vocale è meno presente in "Diploblastic", così i fiati salgono in cattedra e dimostrano a pieno la poliedricità dell'avanguardia Jazz. Nel proseguo, Milano usa la Glossolalia come viatico della lingua, un sistema elaborato già da Artaud, nel quale il linguaggio primordiale, quello ad esempio del bambino, si sviluppa con ecletticità. Ascoltare "Echinoderms" per averne una prova.
Difficile descrivere le sensazioni ed i sforzi artistici a parole scritte, quando un disco riesce a prenderti a schiaffi e ti vuole portare in luoghi quasi del tutto inesplorati. C'è da avere paura, ma anche da capire dove può arrivare oggi il suono con la fonetica in cattedra, un arte che troverà sempre difficoltà ed avversità nella società odierna abituata al suono mordi e fuggi. Per questo resto affascinato ed applaudo alla fine dell'ascolto, perchè la musica, qualunque essa sia, deve darti sensazioni ed emozioni, in questo caso sono le sensazioni ad averla vinta, per cui a me già sta bene così.
Consigliato agli amanti del Jazz d'avanguardia ed ai discepoli di Stratos. (MS)

Claudio Milano & Erna Kasjanoova

CLAUDIO MILANO e ERNA KASJANOOVA - Adython
Den Records

Distribuzione italiana: -
Genere: Avangarde
Support: CD - 2012




La DEN Records si dimostra casa discografica attenta a tutto quello che ruota attorno alla parola sperimentazione sonora e non solo. E' così che nel 2012 annotiamo due uscite dell'apprezzato vocalist Claudio Milano (Nichelodeon), la precedente con il The Radiata 5tet. Questa nuova collaborazione è realizzata con la scrittrice belga Erna Franssens, più conosciuta come Kasjanoova.
In questo progetto le sonorità elettroniche ricoprono un ruolo fondamentale, mentre Erna è la scrittrice del concept e Milano la voce, Attila Faravelli lavora sulle voci con il computer assieme ad Alfonso Santimone che agisce sui suoni, mentre Stefano Ferrian è al sax tenore. Da sottolineare che Santimone nel 2011 ha vinto il premio InSound come migliore musicista elettronico dell'anno.
Anche in questo progetto si riscontrano da parte di Milano le sperimentazioni iniziate da Antonin Artaud ed in seguito sviluppate da Demetrio Stratos, così che la voce e la fonetica risulti sempre al centro dell'attenzione.
"Adython" sciolina polifonie ed acrobazie vocali fra suoni e rumori a tratti inquietanti. Notevole lo sforzo creativo nella minisuite iniziale "L'Oracolo Di Delfi". L'interpretazione sottolinea con violenza il significato delle parole dette, mentre i suoni accompagnano anche caoticamente l'andamento lirico. Poca melodia e tanta teatralità, tanto che Carmelo Bene sposerebbe sicuramente questa causa con impeto e convinzione.
L'elettronica è si fredda, ma nel contesto è rafforzativo del concetto espresso, tanto da rappresentare nella nostra fantasia giuste immagini di supporto.
La seconda suite è la title track "Adython" e si apre con la voce accompagnata da un sax sussurrato e morbido. Narra un frangente del testo: "Prendi nota dai bambini su come comportarsi, loro rappresentano quello che ti è vicino", questo mi lancia l'assist proprio per dire come nasce questo tipo di proposta vocale. Demetrio Stratos la sviluppò proprio ascoltando le lallazioni di sua figlia e capì che con l'intervento dell'uso della parola, si perse il significato rafforzativo della fonetica. Da qui l'uso infantile dell'espressione vocale, salvo poi svilupparla e studiarla in più coraggiose frontiere polifoniche.
I suoni elettronici che a volte deformano la voce, ben si stagliano nel concetto globale ed il concept graffia dentro con irruenza. La potenza del significato delle parole si bilancia in egual peso alla proposta sonora, per un risultato concreto e profondo.
Paure, stati d'animo ed immagini circondano "Adython", un punto lontano dove l'uomo può arrivare, un estremo a cui molti spaventa giungere, semplicemente perchè si ha paura dell'ignoto. Questa paura Claudio Milano non ce l'ha e continua imperterrito per la sua strada lontana e se anche noi vogliamo osare....basta seguire la sua voce a mente aperta, senza restrizioni di sorta. MS

giovedì 14 marzo 2013

Nektar

NEKTAR - Evolution
Dream Nebula Recordings

Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2004



Nel periodo del 2004 non sembra che il Progressive stia vivendo un grandissimo momento, molti nuovi complessi rifanno troppo il verso a quelli dei tempi che furono, senza intraprendere innovazioni. Al contrario invece è un periodo d’oro per le riunion. I Nektar rientrano in questa seconda categoria. Gloriosa band degli anni ’70 immersa in sonorità di Rock Sinfonico, che si ripresenta al pubblico con questo “Evolution”.
La prima sensazione che si ha all’ascolto è quella di parziale delusione, solo per il fatto che i Nektar ci hanno abituato in passato a lavori magniloquenti come “A Tab In The Ocean” o “Remember The Future”, ma se l’ascoltatore è ignaro allora potrebbe nascere qualcosa di buono. Nel nuovo “Evolution” vengono meno le atmosfere sinfoniche, ma le melodie sono più che soddisfacenti.
Intanto il complesso è composto da Roye Albrighton alla voce e chitarra, Taff Freeman alle tastiere, Ron Howden alla batteria e da Randy Dembo al basso.
Il disco si divide in due parti, la prima, quella fortunatamente più lunga, interessante, con canzoni articolate e cambi di tempo alternate a momenti acustici e pianistici, poi la seconda, quella finale, con brani scontati e scialbi. Sono “Old Mother Earth”, "Phazed By The Storm”, “Child Of Mine” ,“After The Fall” e l’eccellente “Always” a far si che i nostri soldi non vadano sprecati nell’acquisto. Le melodie sono eccellenti e canticchiabili con qualche intervento New Progressive anni ’80 oltre che i già citati ’70.
In definitiva cosa dire? Sicuramente un disco che raggiunge la sufficienza, ma segnalato solo a coloro che amano il Prog alla follia e che vogliono possedere proprio tutto di quello che rappresenta il mondo della musica per la mente. MS


mercoledì 13 marzo 2013

Kino

KINO - Picture
Inside Out

Genere : New Prog
Supporto: cd - 2005



Se io vi faccio i seguenti nomi: Pete trewavas, John Beck, Chris Maitland e John Mitchel, voi a cosa pensate? Se amate in maniera maniacale il Progressive mi risponderete subito “…è un nuovo supergruppo”. Se non li avete mai sentiti nominare allora vi dico che Pete è il bassista dei Marillion, Beck è il tastierista degli It Bites, Chris è l’ex batterista dei Porcupine Tree e Mitchell è il chitarrista degli Arena e dei The Urbane.
In passato abbiamo assistito a tanti progetti simili fra cui, il più clamoroso, quello dei Transatlantic e guarda caso fra le sue fila ritroviamo sempre il buon Pete Trewavas, che sia un artista di qualità eccelse? Sicuramente è così, ma questa volta c’è anche lo zampino della casa discografica Inside Out, sempre attenta a questo tipo di operazioni. Il merito di questa realizzazione va soprattutto a Mitchell, il quale si è molto prodigato ed ha lavorato intensamente in modo che tutto ciò si realizzasse al meglio.
“Pictures” non è un semplice disco di Prog Rock, ma un vero quadro emozionale. Kino in tedesco significa “Cinema” (rappresentato in copertina il particolare delle sedie con pop corn versati sul pavimento) e come tale proietta in noi immagini virtuali grazie al suono della band. Niente lunghe suite a differenza di altri supergruppi, solo il primo brano “Losers Day Parade” ha la durata di nove minuti, per il resto solo minutaggio normale.
Si comincia con una chitarra drammatica e si passa al suono pieno nel prosieguo, la sezione ritmica è ovviamente rodata e le tastiere non sono invadenti. I Beatles si affacciano timidamente, tanto per rimanere legati con la grande musica. Cambi di tempo, ma la formula canzone è molto rispettata, in più le influenze dei gruppi madre sono presenti in maniera sbiadita a dimostrazione che i Kino hanno una propria personalità.
“Letting Go” è ampia e Mitchell si dimostra buon interprete canoro. La melodia è leggermente malinconica e maledettamente intrigante, tanto da farci passare tutto l’ascolto ad occhi chiusi. Arpeggi alla Police nell’inizio di “Leave A Light On”, altra canzone che conferma la forte personalità del quartetto, a questo punto devo dire non relegato a semplice progetto rubasoldi. Le doti tecniche dei singoli componenti non sono sprecate in inutili e prolisse fughe strumentali, ma impegnate nella causa del brano con saggezza. “Summing In Women” è un movimento sonoro di rara bellezza, “People” è un buon Rock, mentre la dolce “All You See” sembra più un pezzo dei Marillion periodo Hogharth.
Sinceramente non so voi, ma a me un disco del genere piace scoprirlo da solo, per questo non voglio rovinarvi più le sorprese e termino così la mia analisi. “Pictures” è un disco da avere e spero che la collaborazione non sia terminata qua, Kino, proseguite questo film! MS


martedì 12 marzo 2013

Lunatic Asylum

LUNATIC ASYLUM - Lunatic Asylum
Selfproduced
Distribuzione italiana: -
Genere: Prog Metal
Support: CD - 2008



I Lunatic Asylum provengono da Milano e con questo album dal titolo omonimo giungono alla seconda realizzazione, dopo “From Beyound…” del 2003. Si formano grazie a Davide De Paolis (voce), Andrea Rendina e Cristian Brugnara (chitarre), Francesco Elia (basso), Nicola Cozzi (tastiere) e Stefano Cerri alla batteria, tutti provenienti dalla band di Black Metal dal nome Khrysos Anthemon. Ma qui stiamo parlando della fine degli anni ’90, ne è passata d’acqua sotto i ponti, defezioni e vicissitudini avverse varie temperano la band e ce la presentano oggi più forte e coesa che mai. Restano le asce Rendina-Brugnara, mentre Mario Scalia (voce), Gianluca Tissino (basso) e Cristian Marino (batteria) completano odiernamente la line up. Il nome della band rappresenta al meglio il significato della musica proposta, infatti il Lunatic Asylum è stato uno dei primi istituti ospedalieri per malati mentali, sorto a Toronto (Canada) nel 1850.
Musica oscura, introversa, ma assolutamente ben confezionata. La band si sente benissimo che è rodata, anni di esperienza si ripercuotono negli strumenti e sulla composizione dei pezzi. Una musica legata da un sottile filo conduttore, sentimenti in evidenza dunque, per un percorso fosco e doloroso. Cinque i brani per una durata di quasi trenta minuti. Il primo si intitola “Breathless”, un palcoscenico con una variegata sceneggiatura. Le chitarre si esprimono al meglio nei propri spazi, la voce è pulita e bella. Melodica e di matrice Prog è “Lunatic Asylum”, una finestra nel buio, dove squarci di luce sonora irrorano la nostra mente. I ragazzi sanno suonare, presentano bene il prodotto e non deludono in nessun aspetto, “My Walls” è un esempio di maturità. La lezione dei maestri del genere sembra essere stata assorbita e rielaborata. “Red Dragon” prosegue il cammino intrapreso e lancia stilemi vocali di diversa natura, esaltando le buone capacità di Scalia. Chiude “Cloud” (scusate il gioco di parole), un breve brano tastiere e chitarre acustiche.
I Lunatic Asylum si presentano così nel mondo del Metal Prog, con tanta passione e professionalità. Certamente sono una goccia nel mare del genere, ma sono le gocce che fanno la pioggia, per cui complimenti ragazzi, bagnateci pure! MS

lunedì 11 marzo 2013

Life Line Project

LIFE LINE PROJECT - Distorted Memories
Life Line Records
Distribuzione italiana: -
Genere: Prog
Support: CD - 2010


Life Line Project è un fiume in piena, per meglio dire Erik De Beer, il suo fondatore, sta godendo di un periodo di fulgida fertilità. L’olandese prosegue il cammino intrapreso con “The Finnishing Touch” e “Modinha”. La proposta musicale è pressoché la stessa di sempre, un Prog tastieristico a tratti profondo ed intimistico e a volte gioviale e colorato. Questa volta però c’è qualcosa in più, le composizioni sono più articolate e curate. Gli strumentisti che accompagnano Eric sono numerosi, praticamente una piccola orchestra, con Elsa De Beer (flauto), Dineke Visser (oboe), Josine Fraaij (violini), Jason Eekhout (chitarre), Jody Van Der Gijze (chitarra), Iris Sagan (basso) e Luda De Murlanas (batteria).
I brani cantati sono solamente tre e sono affidati alla dolce voce di Maruschka Kartasanta. Ancora una volta la carta vincente di Erik sono le melodie, espresse con il moog e con tutto ciò che piace ad un fans nostalgico del Prog che fu. La delicatezza di questo artista si legge fra le note di ogni brano, dove mette a nudo la propria personalità, lasciando trasparire anche la sensibilità dell’anima. In un mondo musicale dove tutti gridano, a volte è bello potersi imbattere in progetti più pacati, dove tutto fluttua in un contesto colorato, perfettamente composto da tonalità pastello. Molto espressiva anche la copertina del cd preparata da Jason Eekhout, così il completo libretto, il quale racchiude tutti i dettagli del caso.
“Distorted Memories” è anche il titolo del primo brano che segue dopo un breve intro dal titolo “Ignition”. Scanzonato, giocoso, quasi irriverente, si basa su fughe tastieristiche, su un violino elettrico che dona un senso barocco all’ascolto, l’oboe ed il flauto per un risultato dal sapore antico. “Life Line Suite 2010” presenta la band come è oggi, una musica ispirata da cambi umorali e comunque sia nel complesso molto semplice. Ariosa e delicata, in dieci minuti racconta della storia del Prog e molto si avvicina a quella di band come Rousseau, Tibet o Neuschwanstein. Sensazioni antiche dunque, ma sempre attuali, come in “Frozen Hearth” che però è stata concepita nel 1981. Qui voce e flauto aprono davanti agli occhi di chi ascolta paesaggi bucolici, grazie alla vena Folk che la sorregge. Jason Eekhout compone anche il brano “Caelum Aurum”, chitarra acustica in cattedra per sensazioni che palesano la cultura di un popolo nordico sempre aperta ad ogni tipo di soluzione. Ci sono perfino brani estrapolati nel tempo, come “Acustic Spring” del 1984 e la bella suite finale “The Final Word” composta nel 1993. Il disco si chiude con una bonus track, “The Dancing Dutchess”, un pezzo folcloristico tedesco riarrangiato, dal titolo originale “Hop Maryanneke”.
Erik De Beer è un artista che respira la musica e la filtra in melodie gradevoli. “Distorted Memories” è un buon mediatico per passare un ora di serenità. Altro centro. MS

domenica 10 marzo 2013

Alex Carpani

ALEX CARPANI – The Sanctuary
Ma.Ra.Cash Records
Genere: Symphonic Prog
Supporto:cd – 2010



Ho avuto una bellissima impressione ascoltando il debutto discografico del tastierista bolognese Alex Carpani. Era il 2007 e l’album si intitolava “Waterline”, con la partecipazione straordinaria di Aldo Tagliapietra delle Orme. Il classico Rock Progressivo per intenditori, cioè per coloro che respirano queste arie sin dai lontani anni ’70, aggiungo io…e non solo. Ovviamente sono curioso nel volere oggi riascoltare questo artista, il quale deve dimostrare di mantenere quello che ha promesso. Con l’aiuto di Fabiano Spiga al basso, Gigi Cavalli Cocchi  alla batteria (Mangala Vallis, Moongarden) e di Ettore Salati alla chitarra ( anche The Watch), il nostro Carpani ci propone un nuovo viaggio emozionante nel mondo sinfonico del Rock. Gli appassionati cultori del Prog, credo si saranno fatti sfuggire un espressione di compiacimento alla vista dell’artwork e giustamente, perché infatti è stata affidata alle matite di Paul Whitehead, mitico disegnatore anche per i Genesis dell’era Gabriel.
Il disco è suddiviso in dieci tracce ma intersecate come in una unica lunga suite, come il genere stesso spesso consiglia..
I tasti d’avorio sono i protagonisti assoluti, pur non andando a sciolinare scale assurde e logorroiche, lasciando spazio alla melodia e spesso alla formula canzone. L’ascolto ne guadagna in fluidità, con questo non esulano neppure brevi frangenti assolutamente tecnici e di gradevole assimilazione.
Un mix fra Genesis, EL&P e quel suono assolutamente stile Progressive Italiano. Le chitarre elettriche rendono il  timbro a tratti più duro e in altri momenti più acustico, sopra le tastiere a volte protagoniste e in altri casi che fanno semplicemente da tappeto sonoro.
L’intro “Burning Braziers” è uno strumentale che mette subito le carte in tavola, imponendo la fisicità della musica, muscolosa ed ampiamente ammaliante. Essa accede a “Spirit Of Decadence”, un discorso più complesso in quanto qui si intravedono spiragli psichedelici e non solo, sicuramente i Gentle Giant  fanno parte del bagaglio culturale dell’artista.
Il totale di quanto descritto sino ad ora, si evidenzia in “The Dance Of The Sacred Elves”, un brano così Prog che più Prog non si può! Molto della musica riesce a fare bella mostra di se, un autocompiacimento che non ha del pretenzioso, si capisce chiaramente la volontà di Carpani di voler colpire l’ascoltatore nell’insieme del suono, quasi a volerlo strappare dalla realtà a suon di musica avvolgente. Infatti l’ascolto è davvero pieno, in quanto colma in testa, dando la sensazione di assoluta magniloquenza.
Belle le melodie , come nella raggirante “Entering The Sanctuary”, una piccola gemma . La successiva “Knights And Clergymen” dimostra che anche se Tagliapietra non è ospite, il suono delle Orme comunque si, quelle di “Felona e Sorona”. Non c’è tregua per le coronarie dei vecchi fans del Prog, “Templars Dreams” movimentata e giocosa, lascia pochi aditi a dubbi, qui siamo al cospetto di grande musica. Ho la sensazione di vivere negli anni ’70, ma stranamente c’è quel qualcosa che ha del moderno e questo sicuramente è frutto della personalità del tastierista. Non c’è altro da aggiungere, in quanto chi ama il genere deve assolutamente avere questo disco, un mix di professionalità e tecnica come raramente in Italia si riscontra. Carpani oggi è una realtà. Consiglio questo disco soprattutto a chi non conosce il Prog, perché qui c’è rischio di innamorarsi e di non venirne più fuori, come è successo a me molti, ma molti anni fa… (MS)



venerdì 8 marzo 2013

Crisi Italiana, lettera ai politici

L'Infinita crisi dell'Italia
Lettera ai politici:
Di Salari Massimo



Generalmente quando andiamo a parlare di politica noi cittadini, quindi non addetti ai lavori, andiamo inesorabilmente a cadere nel populismo, quel populismo che i nostri politici ritengono pericolosissimo nei confronti della stabilità di una nazione "civile".
Abbiamo assistito ad una escalation di fatti nel corso degli ultimi 20 anni che hanno avuto proprio dell'incredibile, io sono davvero curioso di sapere cosa andranno a studiare i nostri nipoti nelle scuole quando si parlerà di storia contemporanea. In nome del Dio danaro (in questo caso Euro) abbiamo venduto tutta l'Italia (gas, comunicazioni, corrente....) e siamo andati a lavorare fuori con la scusa che la manodopera costa di meno, dimenticandoci che siamo stati noi a dare all'Euro un valore errato, ci abbiamo speculato alla grande! (il giorno dopo del suo avvento un chilo di pane lo abbiamo messo al triplo del prezzo, fregandocene invece che un Euro fosse uguale a 1936,27 lire!). Un suicidio che avrebbe previsto non un economista, ma un bambino, in quanto se tu mi togli il lavoro qui, io non compero più niente visto che non ho soldi. Eppure sembrerà assurdo, ma tutto questo è stato avvallato dai nostri politici (destra, centro, sinistra) per anni, chiaramente perchè al governo ci sono stati molti industriali ed imprenditori e questa situazione è stata per loro la migliore. Rendere l'operaio ricattabile, precario, porta ad un arricchimento vertiginoso da parte del privato, ma porta alla fine di una nazione in quanto l'economia si blocca. La gente non compra più, case comprese, il sistema si blocca, il muratore non costruisce più, l'idraulico e l'elettricista di conseguenza.... il castello si sfalda. Questo a loro non interessa perchè la scusa è semplice: la colpa è dell'Euro. Non entro nello specifico, non vado a raccontare la storia di un Berlusconi "monellaccio" che sbeffeggia e deride tutti con il proprio comportamento egoistico mirato per anni soltanto a combattere i propri processi. Non entro nello specifico nel criticare una opposizione inesistente, ci sono stati molti giornalisti che questo argomento lo hanno rivoltato come un calzino con articoli su giornali e libri. Eppure un altro male di questa società è il servilismo di questi giornalisti che per mangiare un pezzo di pane, è tutto un difendere a spada tratta il proprio padrone, sparando immani calunnie e bugie nei confronti di una verità che spesso risulta imbarazzante nella sua chiarezza. La tv, i giornali e le radio hanno contribuito alla diffusione di queste "non verità" e questo ancora sta accadendo, perchè l'italiano persevera, è sordo e con la memoria a breve termine. Diciamo la verità... se lo merita! Il popolo è suddiviso non per idee politiche ma per soldi, il povero si lamenta e cerca un Grillo "salvatore", il medio arranca in un impalpabile centro, il ricco continua per la sua strada come se nulla attorno a lui stesse accadendo. Questo ci racconta l'elettorato nel 2013, un terzo, un terzo, un terzo. "Ma la crisi Europea è infinita e profonda, bisogna restare abbarbicati a questo Euro altrimenti è la fine", questo ci raccontano i grandi economisti che hanno studiato, diciamo gli addetti ai lavori....dimenticandosi in maniera imbarazzante che una moneta unica NON PUO' FUNZIONARE se gli stati della coalizione non hanno un BILANCIO UNICO!!!! Serve un bilancio unico, semplice, scolastico...ma questo non viene detto, non viene spiegato al cittadino....perchè? A chi conviene? Ebbene, l'uomo non impara nulla dai propri errori, la storia ciclicamente si presenta  inesorabilmente uguale. Il popolo quando ha fame prima o poi ti mangia, sia se ti chiami Tizio o se ti chiami Caio, sia se sei rosso o nero. Conviene ancora a questi signori  far finta che nulla accade? Conviene ancora dire che Grillo fa populismo e che è pericoloso? Che allora spieghino una volta tanto perchè ci troviamo in queste condizioni se loro sono stati sempre capaci e perchè la colpa è sempre dell'altro partito. E' finita l'era delle barzellette, è finita l'era delle favole, la gente è arrivata, il lavoro ancora no, sta sempre all'estero. Io non difendo Grillo, attenzione non fraintendete il mio messaggio, perchè esso è ben altro, è un grido di un cittadino che ha sempre pagato TUTTO e che si ritrova senza niente, quando per la dignità basterebbe un semplice lavoro giustamente retribuito. Basta precarietà, basta ricattabilità, siamo sul filo di un rasoio e non voglio pensare per i nostri figli a cosa stiamo andando incontro. Quantomeno mi viene in mente un aggettivo che è un eufemismo: Vergogna!

giovedì 7 marzo 2013

Il Progressive Italiano dagli anni '80 ad oggi

Il Progressive Italiano dopo gli anni ‘70

Ciao a tutti, da oggi voglio arricchire l’etichetta “I TEMPI CHE FURONO” con  materiale poco diffuso in ambito Progressive Rock. No, non sto parlando del disco stampato in 7 copie in Uzbekinstan nel 1970, bensì del NOSTRO Progressive Rock, quello italiano. Ma non basta, non parlerò dei soliti gruppi anni ’70, gia conosciuti e per questo linkati in ogni dove, bensì di band italiane che hanno provato ad incidere un disco Prog dagli anni ’80 in poi, cioè quando a detta di molti il genere era gia morto.
Se volete segnalare un buon disco italiano degli anni '80/90/00, potete mandare una breve recensione all'indirizzo salari.massimo@virgilio.it e pubblicherò il materiale.  Alla voce COMMENTI invece, potete come sempre dire la vostra.
Buona lettura


CAGE - 87/94
Musea Records
Genere: Rock Progressive
Supporto: cd (2005)


Provenienti da Massa Carrara i Cage si formano nel 1987. Agiscono molto sulle melodie di facile assimilazione e sulle tastiere come il Mellotron. Suoni per cultori di Genesis con qualche intervento Jazz. Symphonic Prog di buona caratura si apprezza nel decorso di questa raccolta di brani che raccolgono i primi sette anni della loro carriera. Alessandro Bugliani (tastiere), Claudio Franciosi (tastiere), Andrea Griselli (batteria) , Fulvio Mele (Basso e voce) ed Andrea MIgnani (chitarra e flauto) sono coloro che compongono la band. Le composizioni a volte si affacciano nel classico, come nel bellissimo inizio di piano di "Again Autumn". La band dimostra anche di aver ascoltato i migliori anni del Prog italiano, ossia gli immancabili anni '70. Strumentalmente preparati riescono a fondere con equilibrio la tecnica con le giuste melodie, così riuscendo a non rendere pesante l'ascolto. Ci sono brani anche più spensierati e vicini al New Prog, anche se i Genesis sono sempre il punto di riferimento più vicino. Davvero bella la suite "The Feebleminded Man" che da sola vale il prezzo del cd, anche se è un susseguirsi di deja vu. Un disco che non verrà ricordato negli annali come un capolavoro, ma che al suo interno ha il dna del genere. (MS)






MO.DO. - La Scimmia Sulla Schiena Del Re
IAF Ricordi 1980/ Mellow Records 1993
Genere: Rock Progressive



I Mo.Do. si formano dai resti della band Dalton, altra bella realtà dei nostri anni '70. Stefano Barzaghi (chitarra), Valerio Cherubini (chitarra e flauto), Roberto Calleoni (basso), Walter Locatelli (batteria) e Gian Antonio Merisio( tastiere), producono nel 1980 uno dei dischi più interessanti del nuovo decennio. Mentre il Punk e la musica da discoteca imperversavano in tutti i media, un disco come questo non fu altro che vera manna caduta dal cielo per il Prog fans oramai disperato per l'assenza di valide uscite discografiche. Sonoramente siamo distanti dal New Prog, piuttosto ancorati ancora al periodo metà anni '70, ma "La Scimmia Sulla Schiena Del Re" offre davvero molti spunti strumentali interessanti. I  riferimenti sono sempre band importanti come il Banco Del Mutuo Soccorso o la PFM, per cui buona tecnica e tanta melodia è a disposizione dell'ascoltatore. Otto tracce di non lunga durata e dedite soprattutto a fughe strumentali piuttosto che cantato, per trentatre minuti di musica. L'incisione è nella media degli anni '80, anche se si poteva fare qualcosa in meglio. Di quegli anni a mio avviso è sempre il suono della batteria ad essere penalizzato. Sicuramente un lavoro interessante e che consiglio di avere nalla discografia del Prog fans italiano e non. (MS)




EDITH - ...A Space Between Ever And Ever....
Progressive
Genere: New Prog
Supporto: cd - 1989



Band della fine anni '80 che propone un New Prog di chiaro stampo Marillioniano e a mio avviso ancor di più in stile Pendragon, anche per l'approccio vocale di Mario Gulisano, molto simile a quello di Nick Barrett. Anche le chitarre si rifanno allo stile Pendragon, Antonio Moschetto si lancia in buoni assolo ed in riff alquanto ruffiani. Alla base dunque la scuola Genesis. Producono tre dischi, “…A Space Between Ever And Never…” (1989 – Progressive), “Ice” (1991 – Edith Music) e “Dreams” (1993 – Mellow Records). Qui in analisi abbiamo il loro primo lavoro. Anche in questo caso, come spesso accadeva negli anni '80, il suono della batteria non è proprio buono e l'incisione in generale lascia un poco a desiderare, ma non il contenuto concettuale. Certo che ascoltato con la mentalità di oggi, ricca di esperienze negli anni, questo debutto degli Edith potrebbe risultare molto datato, per cui ascoltatelo con il criterio del tempo in cui è uscito. E' così che possiamo coglierne alcune belle sfumature, pur non esagerando in nulla. La tecnica non è eccelsa, ma l'equilibrio fra melodie ed assolo sono ben equilibrati. La voce lascia a desiderare, come quelle del 90% dei gruppi italiani, solita pecca annosa. Non che abbia torti particolari, forse un poco piatta per il genere, famoso per la sua narrazione e teatralità. Il disco è diviso in sei tracce. Interessante "Be Youself", cinque minuti che si dedicano a passaggi tastieristici e di chitarra intensi, fra arpeggi e tappeti di sottofondo. "Playtime" è più intensa e nei quasi dieci minuti esprime al meglio le potenzialità della band. Un disco che non ha infamia ne lode, ma che testimonia la presenza della nostra nazione nel genere New Prog. Band a mio modo di vedere fra le più interessanti . Ma mi viene da fare una considerazione, stranamente il New Prog nasce dalle ceneri del Prog degli anni '70, quindi chi conosce Marillion, Pendragon, Iq, Pallas, 12th Night etc. ha capito cosa intendo dire, sinfonia di tastiere ed assolo di chitarra molto in stile Hackett o Pink Floyd....però.... stranamente stanca più questo stile "moderno" che quello degli anni '70 , anche se più datato, sicuramente più fresco e ricco di idee. Comunque ugualmente tanto di cappelo al New Prog, grazie al quale ancora oggi possiamo godere di questa musica, altrimenti sepolta dal punk e dalla disco degli anni '70/80. (MS)

FREE WAVE SYSTEM – Nonostante Tutto
Drums 1981 / Ristampa Mellow Records 2004
Genere: Jazz Prog



I Free Wave System provengono da Torino e si formano nel lontano 1970.
Il quartetto è composto dal compositore Luca Morandi (tastiere), Mauro Ravizza (sax), Luciano Devietti (basso) e da Enrico Morandi (batteria).
“Nonostante Tutto” è l’unico album che la band fa uscire nel mercato e propone un Jazz Prog vicino a band come Perigeo ed Arte & Mestieri. Tuttavia, le scorribande tastieristiche richiamano di molto i fraseggi di Nocenzi del Banco Del Mutuo Soccorso, da qui le reminescenze Prog.
Essendo la band molto vicina agli anni ’70 è chiaro che la tendenza strutturale porti a quei modelli. Tuttavia non mancano (a sorpresa) dei piccoli passaggi che nel futuro prossimo saranno la forza di band quali Marillion ed IQ su tutte, ossia il New Prog per eccellenza. Ascoltate “La Coda Di Mr. Freeman” attentamente e coglietene gli spunti. Sono le tastiere protagoniste di un monologo variegato che soltanto nel finale si lancia in una fuga allegra e spensierata, ancora per una volta supportata dal sax.
Esistono anche passaggi inflazionati, quelli rivolti più al Jazz ma anche qui è il genere stesso che lo richiede, come ad esempio  in “21-5-81”.
Tutto il disco si fa comunque ascoltare con piacere, peccato solamente per una incisione non all’altezza, ma questo è soltanto un cavillo. Peccato anche che la band non abbia più fatto nuovi lavori e comunque un plauso alla Mellow Records, sempre attenta vigilante nel mondo progressivo di uscite interessanti, per questa ristampa.
Naturalmente chi non ama il Jazz troverà questo disco non di suo gradimento. (MS)




mercoledì 6 marzo 2013

Matteo Cincopan

MATTEO CINCOPAN - Fantascienza
Selfproduced

Distribuzione italiana: -
Genere: Prog
Support: CD - 2012
Bologna è terra di ottimi cantautori ed artisti, davvero una nutrita schiera che ci rende orgogliosi agli occhi del mondo. Musica commerciale e non, un folto gruppo di musicanti che sanno il fatto loro, spesso anche non compresi, ma sempre professionali e convinti delle proprie capacità.
Matteo Cincopan ancora non fa parte della nutrita squadra dei famosi, anche perché sceglie un genere musicale non proprio commerciale, il famigerato Progressive Rock misto anche a della Psichedelia. Amante della fantascienza, il polistrumentista giunge con questo disco al secondo suggello, l'esordio è del 2011 e si intitola "I Primi Tre Secondi Dell' Universo".
Studia chitarra al conservatorio e milita nella band sixties Pop dal nome Poets, successivamente si dedica a colonne sonore e collabora con il drammaturgo Claudio Beghelli. Nel 2009 fa parte della band Guidos, con la quale registra due album, "Guidos E Avocado" e l'EP "Rallentamenti Per Curiosi".
In "Fantascienza", l'autore si aiuta della collaborazione di Stefano Vaccari alla batteria.
Pur trattandosi di Prog, la musica si avvicina al cantautoriato spesso e volentieri, quello influenzato dagli anni '70, questo lo si evince sin dall'iniziale "Giano". Le Orme hanno percorso questa strada e bene hanno seminato. "Felona E Sorona" sembra davvero un ottimo punto di riferimento per Cincopan, "Andromeda" è un frangente in cui si possono riscontrare queste sonorità, ma anche piccole gocce di Psichedelia di stampo Pink Floyd primi anni '70, peccato soltanto dell'assenza di assolo importanti i quali spezzerebbero il brano rendendolo ancor più Prog e per la mente. Ci si avvicina ulteriormente alla formula canzone con "Dottor Morbius", un uso di voce filtrata rende più frizzante l'ascolto, mentre la batteria svolge il suo compito senza fronzoli, diciamo in modo minimale. Buono il ritornello.
"Le Crisalidi" è più intimistica, magari anche vicina ai Porcupine Tree più sognanti, grazie anche all'uso degli echi e finalmente un assolo, seppur breve di chitarra. "La Deriva Di Alpha" rimanda la mente agli anni psichedelici e lisergici dei maestri Floyd, lineare e completamente strumentale, davvero un ottimo momento. "Psicopolizia" invece richiama nel cantato Battiato, ma anche un vecchio Alberto Camerini, non saprei se tutto questo è voluto o semplicemente casuale. Torna il vecchio Prog italiano degli anni '70 con "Plastica Fantastica", quello però sempre vicino alla formula canzone, semplicemente gradevole e scorrevole, uno dei momenti migliori del lavoro. "Sigmund" ha con se un buon Blues di chitarra elettrica, mentre "Eclissi" chiude il disco osando un poco di più, dentro una nube di Psichedelia.
Ora non resta che attendere il terzo capitolo di questa vicenda fantascientifica, Matteo Cincopan ci sta lavorando sopra.
L'artista (come odiosamente si diceva a scuola) potrebbe dare di più, serve più vigore e movimento, in parole povere negli arrangiamenti, specie nella parte ritmica, tuttavia buoni spunti non mancano e quindi se volete ascoltare "Fantascienza", potete trovare i file disponibili su iTunes, Amazon e sulle principali piattaforme di vendita online. MS

lunedì 4 marzo 2013

Intervista a Marcello Capra

MARCELLO CAPRA: Procession ed anni '70
Intervista di Salari Massimo



Ciao Marcello! Per te questo è un periodo, musicalmente parlando, ricco di novità, ultimamente la tua chitarra ci allieta spesso e volentieri, ma brevemente, vuoi presentarti ai nostri lettori, specialmente ai più giovani?

Ho iniziato a strimpellare a 13 anni, dopo aver lasciato i guantoni da portiere di calcio, sull’onda del magico scenario dei Beatles e Rolling Stones, Beat italiano, per citare realtà importanti della metà degli anni 60, ho iniziato con i Flash e passando attraverso covers di Hendrix e Cream, sono approdato alla fondazione dei Procession, inizialmente interpreti di celebri bands d’oltre manica e successivamente autori nel primo album d’esordio “Frontiera”.In seguito dopo il servizio militare, collaboratore di Raffaella De Vita, Enzo Maolucci, Tito Schipa Jr, supporter ai tours di John Martyn, Dave Cousins, per arrivare al mio primo album strumentale solista “Aria Mediterranea “e mi fermo qui perché dopo la storia e’ ancora molto lunga e si fa prima a leggerla sul mio sito.




Ecco, questo è Marcello Capra! Ma veniamo ad oggi, la tua ultima composizione dal titolo "Onda Luminosa", è legata sempre agli anni '70, ma in essa scaturiscono anche sonorità indiane, come nasce il concepimento?

Il legame con gli anni 70 credo dipenda dalla mia storia e dai valori di una certa cultura che si “respirava” nella prima metà di quegli anni, musica in sintonia con un mondo che chiedeva più libertà individuali, fiori al posto di armamenti, mescolanza di culture per accrescere la propria dimensione spirituale, una ricerca interiore volta all’armonia degli esseri viventi e in sintonia con la nostra Madre Terra….ebbene queste cose sono dentro di me, ed anche se viviamo tempi travagliati, dove il dio denaro domina le coscienze e le relazioni internazionali, dove anni di deserto culturale di massa, con la proliferazione di finti artisti e di cloni la fa da padrone, io sono felice di andare controcorrente, così come quando iniziavo la ricerca sulle nostre tradizioni mediterranee con l’acustica, mentre nasceva una becera cultura Punk all’orizzonte….

Cosa pensa e come si comporta oggi un artista del tuo calibro legato agli anni '70, pensi di sentirti un escluso dal music businness, oppure ritieni che anche oggi ci siano spiragli sia di pubblico che di vendite?
Ben lieto di non appartenere ad un “circo” che non amo dove nani e ballerine sguazzano e dove personaggi senza talento e passione ricavano falsi riconoscimenti, non mi sono mai posto il problema di cavalcare tendenze che non approvo, la mia musica e’ altro, per chi vuole scovarla…

Raccontaci come nasce la tua collaborazione con Beppe Crovella e Silvana Aliotta.
Gli Arti e Mestieri li ho visti nascere, Furio suonava ancora con i Trip quando insieme a noi Procession,,partecipammo al Festival di Villa Pamphili nel maggio 72, avevamo lo stesso impresario Pino Tuccimei, poi vennero a suonare nel mio primo album due di loro, con Gigi Venegoni ci conosciamo da ragazzini alle feste studentesche, Beppe invece fino a qualche anno fa non lo conoscevo personalmente, poi mi sono rivolto a lui per un cambio di etichetta discografica e così nel 2010 e’ nato “Preludio ad una nuova alba” dove lui ha fatto solo il produttore esecutivo, per “Fili del tempo”ho immaginato brani con il suo apporto di tastiere e nel frattempo attraverso fb ho contattato Silvana, incontrata una sera tanti anni prima in un locale, la luce dei suoi occhi mi colpì, prima ancora della sua bellissima voce nei Circus 2000, per lei ho pensato musiche che ben si adattavano ad un nuovo strumento solista, e il sodalizio e’ continuato in “Aspettando Jackpot” tuttora permane.



La tua discografia è alquanto fornita, tuttavia in "Fili Del Tempo" (Electromantic- 2011) denoto un Capra più concentrato e di personalità, un fattore dovuto all'esperienza oppure ci sono altri fattori?

Un viaggio verso un’isola della ricerca interiore, che riannoda fili che si erano separati con il “gusto” attuale, un pensiero ad artisti grandi come Piazzolla o Irio de Paula, ai miei nonni che negli anni 20/30 giravano l’Europa con recitals per soprano,tenore e pianoforte,un omaggio ai Procession,un pensiero al Tibet martoriato e uno sguardo al presente con il cuore e la mente.

Dunque "Preludio Ad Una Nuova Alba" (Electromantic- 2010), all'ascolto si percepisce l'intimità e l’umiltà delle composizioni, come è stato concepito questo disco?
Penso che più il tempo scorre e più la consapevolezza aumenta, amo studiare lo strumento ma non per fini “agonistici” come tanti che vogliono solo stupire con acrobazie tecniche, sto ricercando sempre di più l’essenza e il vero significato della musica, e’ una sana terapia per non farsi sopraffare dalla superficialità e rapidità della sopravvivenza, gli stimoli creativi nascono di più da letture, incontri, viaggi, sogni che non dall’ascolto di musica….

Qual è stato a tuo avviso il periodo più oscuro della tua musica e perché?
La mia musica e’ per sua natura “Underground” non conosco periodi oscuri, conosco periodi in cui mi manca l’ispirazione per nuovi percorsi, in quei periodi concentro di più l’esercizio tecnico, si perché se si vuole progredire e si vuole esprimere al meglio la propria natura, la ginnastica delle mani deve costantemente essere sollecitata, come uno sportivo che voglia migliorare la sua prestazione, senza paranoie di competizione…se invece intendi per “oscuro” un problema legato alle vendite, alla visibilità…be’ quello non dipende da me soltanto, o forse si, non amo propormi per squallide gare e neanche per speciali audizioni.

Tu hai partecipato a molte convention e seminari dedicati alla chitarra acustica, a quale ti senti più legato e perché?
Sicuramente con ADGPA che ho rapporti dal 98, dove ho sempre trovato un’ottima accoglienza e potuto conoscere grandi musicisti, uno tra tutti: Tommy Emmanuel.




Procession: Un nastro ritrovato ed ecco "9 Gennaio 1972", cosa hai provato nel riascoltare le cover che facevate agli esordi?

Ti confesso una lacrimuccia e’ scappata, quando nell’auto di Mario Bruno ex hammondista dei Procession, primo scopritore di quei nastri, ho sentito già su cd ancora da rimasterizzare, quel concerto, mi si sono aperte delle finestre che avevo chiuso da decenni, ricordi legati a quella grande passione mai abbandonata del suonare, alla dura gavetta di quegli anni, che però sotto l’aspetto dei live, era molto più soddisfacente della scena odierna, si avevano compensi dignitosi, molti gestori erano fans e ci trattavano con grande riguardo, la gente ballava anche da sola mentre ci ascoltava, non c’erano in giro professorini con schemi mentali di generi e sottogeneri, esisteva una sana rivalità tra le bands, ma anche tanta solidarietà e stima reciproca.

Se tu avessi la possibilità di poter fare una super band, chi chiameresti?
Chiamerei persone che antepongono l’umiltà’ alla spocchia, persone sensibili, che si divertono mentre suonano, che sentono il bisogno di dialogare con il loro strumento e che sappiano stare in retroguardia quando il brano esige silenzio o solo accompagnamento, persone che si possa parlare di tutto senza pregiudizi…

La spiritualità, il pensiero religioso o quantomeno la presenza dell'anima, hanno a che fare con la tua musica e se si, in che percentuale?
La risposta e’ SI nel modo più completo, intendo per Spiritualità anche l’aspetto ludico della musica, la vivacità dell’esecuzione, il pathos…lo strumento e’ l’estensione della propria anima, la quale nell’etere si fonde con qualcosa di ancora più Immenso….

Bellissimo! Che cosa cambieresti e cosa invece tieni stretta della tua carriera artistica?
Ho un solo rammarico, quello di avere attraversato un lungo periodo negli anni 80 di depressione, che mi ha allontanato per un decennio dai palchi, ma anche questo ripensandoci ora, mi ha fatto riflettere molto e aiutato a vedere altro oltre la musica, che resta sempre la mia strada….



Prima di congedarci, hai un aneddoto da raccontarci che hai vissuto di persona negli anni '70?

Voglio partire da un ricordo d’infanzia…non suonavo ancora ma la musica e i musicisti mi interessavano molto, mi piazzavo davanti al jukebox, mettevo i dischi alle feste dei più grandi, mi sistemavo davanti agli orchestrali nei dancing e non mi perdevo una nota, poi un giorno nella pensione di fronte a quella dove i genitori mi portavano per le vacanze al mare, arrivò un famoso trombettista di colore, ed io rapito cercai di seguirlo fino dentro le sue stanze, ma fu impossibile, rimasi sotto il suo balcone fino a quando lui si sporse, solo per buttare un mozzicone di sigaro ancora acceso, felice come non mai, lo raccolsi e lo mostrai fieramente alla mia mamma…
Quel mozzicone e’ la mia immaginazione che trova ancora nella musica una valvola di sfogo,un universo parallelo dove veleggiare in assoluta libertà, non mi pongo programmi precisi, l’importante per me e’ “sentire” il bisogno di prendere la mia guitar, come e’ stato per “Onda Luminosa” che ho abbozzato negli ultimi giorni di vita della mia cara mamma, per contrasto alla sua sofferenza ho pensato a qualcosa di gioioso da contrapporre al male, poi nella continua rielaborazione ho costruito un ponte tra Occidente e Oriente, una speranza di sane contaminazioni basate sul rispetto e la solidarietà tra i popoli.


GRAZIE! Marcello
Grazie a Te e buona musica per il tuo futuro!!! MS