domenica 28 ottobre 2012

Optimystical

OPTIMYSTICAL - Optimystical
Avenue Of Allies
Distribuzione italiana: -
Genere: AOR
Support: CD - 2009




Qui gli appassionati di band come Pride Of Lions, Ten, Silver e così via, devono segnarsi nel proprio tacquino il nome di questa band svedese. AOR di ampio respiro, ossia dalle melodie ariose, come il genere ci ha abituato da anni ed anni. Questo in effetti è il pregio ed il difetto di questo debutto solistico del chitarrista svedese Robin Vagh.
Sin dall’eccellente copertina ci si rende conto in quali territori si va a parare e la grafica non tradisce l’ascolto. Dodici brani che alternano gioia, grinta e solarità a melodie mielose, tanto care agli amanti del genere. Assieme a Robin troviamo undici special guest che si alternano agli strumenti, Anders Rosell (batteria), Christian Muhr (batteria), Magnus Frid (batteria), Jan-Ake Jonsson (basso), Johan Sjoberg (basso, tastiere), Per Broddesson (chitarra), Tom Rask (tastiere), Ronnie Hagsted (voce) e Jonas Blum (voce).
Poche le sorprese sonore dunque, anche se diciamo la verità, il genere è questo e di sorprese non ce ne devono essere molte, piuttosto belle melodie. Di questo statene certi, “Optimystical” ne è ricolmo. Disco perfetto da ascoltare anche in auto con l’aria che ti batte in faccia. Ottime le prove dei vocalist, mentre la produzione sonora è al limite della sufficienza, un suono più cristallino e penetrante avrebbe fatto fare al prodotto un passo in più. Un disco che scivola via come l’olio, cinquantadue minuti di buon Rock che fa bene allo spirito ed al sangue.
Va da se che non emerge un brano su tutti, nell’insieme c’è amalgama e linearità. Certo che uno sforzo creativo in più non avrebbe guastato, gli stilemi sono i soliti, ma io promuovo questo disco in quanto fatto da gente che la musica la vive con il cuorecon la mente…. Si sente. MS


venerdì 26 ottobre 2012

ERIS PLUVIA

ERIS PLUVIA - Third Eye Light
AMS
Genere: New Prog
Supporto: cd - 2010

C’è stato un periodo nell’Italia del Progressive Rock, che si aggirava dalla fine degli anni ’80 ai primi anni ’90, in cui non si respirava una buona aria ispiratrice. Le band erano poche, reduci da un New Prog Marillioniano che la faceva da padrona, ma qualcosa stava cambiando, sotto le gelide folate del vento nordico. Anglagard, Anekdoten, Landberk, sono svedesi che si spingono nell’Art Rock, sotto l’influenza di King Crimson su tutti  e tentano di staccare il Prog dallo stantio clichè dei Genesis.
Nel 1991, mi ricordo con grande piacere, un disco che rispetto ai prodotti del momento, godeva di vita propria. Melodie dolcemente acustiche sovrastavano ogni brano e richiamavano sia gli anni ’70 che il New Prog, questo disco si intitolava “Rimgs Of Earthly Light” e la band Eris Pluvia. Il fatto di essere contro tendenza ai mutamenti Progressivi del momento, non li aiutò affatto, tanto è vero che di loro si persero le tracce quasi immediatamente. Oggi la sorpresa che non ti aspetti, “Third Eye Light” è il ritorno del 2010. La line up è lievemente mutata, con Daviano Rotella alla batteria al posto di Martino Murtas e la giunta di Matteo Noli alla chitarra, per il resto ritroviamo Alessandro Cavatori (chitarre), Marco Forella (basso) e Paolo Raciti (tastiere). Il cantato è alternato, con voce maschile, quella di Matteo Noli a quella femminile di Roberta Piras (anche flauto) e Diana Dallera.
La musica che si ascolta nelle nove tracce è ancora una volta semplice, soave, leggera ed intimistica, la band è sempre la stessa e se devo essere sincero, anche più preparata.
Un dolce flauto accoglie l’ascoltatore sin dall’iniziale “Third Eye Light”, per lasciare spazio ad un assolo di chitarra elettrica assolutamente d’ampio respiro. Godibili gli stralci più Rock, a dimostrazione di una crescita artistica e di una coesione più che sufficiente. Tutto questo richiama inevitabilmente lo stile Pink Floyd, gradevole, maestoso e di classe. Ancora flauto e chitarra classica in “Rain Street 19”, un cordone ombelicale con gli anni ’70, con un cantato che fa venire alla mente gli americani Lands End.
Per cercare gli Eris Pluvia più Progressivi e Psichedelici, bisogna giungere a “The Darkness Gleams”, musica per meditare, da ascoltare con attenzione, perché portatrice anche del seme New Prog anni ’80. Il ritornello si memorizza con facilità. Sprazzi Marillion era Fish in “Some Care For Us”, struggente e delicata come poche, sopra un velo di pianoforte, violino e flauto. Il brano riesce a toccare le corde dell’anima. Questo fa da preambolo al movimento più vivace dell’intero disco, dal titolo “Fixed Corse”, dove anche le chitarre fanno addirittura l’uso della distorsione.
La quiete ritorna con “Peggy”, sussurrata da Marco, il quale lascia poi il microfono a Diana Dallera e a Roberta Piras.
Il mondo degli Eris Pluvia è questo, sembra sospeso nell’aria, leggero e sognante, dove ogni tassello è al posto giusto, per completare un puzzle veramente affascinante. E’ facile lasciarsi levitare da questa musica fino al loro mondo, basta chiudere gli occhi ed alzare il volume.
Ora è rimasto solamente d’augurarsi di non dover attendere altri dieci anni per poter godere di nuova musica. Non un capolavoro, ma un disco onesto che vi consiglio di avere ed ascoltare per un momento di vero relax. (MS)


giovedì 25 ottobre 2012

Mano-Vega

MANO-VEGA - Nel Mezzo
Domus Vega

Distribuzione italiana: -
Genere: Psychedelic Prog
Support: CD - 2010



La musica è l’espressione dello stato umano, essa è la tonalità della vita, per cui si manifesta sotto forma di differenti sonorità, a seconda dello stato d’animo. Il Rock in particolare modo è un viatico quantomeno variegato, a mio modo di pensare è l’unico genere ad avere così tante sfumature e pronto continuamente all’evoluzione. Il lato più introspettivo e se vogliamo anche misterioso della musica è quello Psichedelico, in esso si vanno a rovistare stati d’animo alquanto profondi. Questo tipo di ricerca sonora non è certamente il mezzo più efficace per vendere dischi, in quanto in una società come quella di oggi, dove apparire è più importante di essere, la sperimentazione viene vista in malomodo. La gente non vuole essere destabilizzata, esige una globalizzazione mentale , pensare sembra spaventare. Ma se nella Psichedelia ti chiami Pink Floyd allora il discorso cambia. Ma quelli erano altri tempi ed altra mentalità. Oggi anche in Italia ci sono differenti band che si avvicinano a questa tendenza, anche se anni luce distante da quella di Gilmour e soci, una ve la voglio far conoscere e si chiama Mano-Vega.
Provengono dal Lazio e mettono le proprie radici nel 1998, anche se in realtà la formazione ufficiale inizia a suonare nel 2000. Realizzano numerosissime date live e queste formano una buona spina dorsale, un carattere ben definito ed un insieme di influenze sonore che li rendono molto personali. Non solo Psichedelia, bensì fugaci apparizioni nel Progressive Rock, interventi elettronici e anche del Dark Rock. La formazione è composta da Valerio D’Anna alla voce e tastiere, Giovanni Ma cioce alla chitarra, Lorenzo Mantova al basso e da Andrea Scala alla batteria. Innanzi tutto tengo a dare il benvenuto a questa nuova etichetta dal nome Domus Vega e fare i complimenti per la presentazione grafica , davvero di buon gusto ed esaustiva. Il libretto all’interno descrive i testi ed il cartonato apribile in due lati, mostra una rappresentazione degna della psichedelia più introversa. I Mano-Vega con questo “Nel Mezzo” sono all’esordio discografico e per realizzarlo hanno impiegato ben sei anni. Quello che balza all’orecchio è l’ottima produzione sonora, cardine fondamentale per un tipo di musica del genere. I testi trattano del sociale, una forma di contestazione “celebrale”, basata su spunti a tratti tastieristici stile Porcupine Tree, alternati ad elettronica. Voci filtrate, sussurrate, sono viatici per la concentrazione dell’ascoltatore. “Ondanomala” concentra tutto ciò, ma quello che mi fa più piacere è il riassaporare la voglia di ricerca, quella che si manifesta spesso negli anni ’70.
I Mano-Vega sono in parole povere, lo spirito degli Area, se avessero cominciato la propria carriera negli anni 2010. Non sperimentazione vocale, tantomeno del Jazz, ma radicata ricerca della condizione mentale. Per chi segue il Metal invece accosto la band ai Tool, perfetto paragone per tendenza. C’è odore di Hawkwind in “Sfere”, per me un capolavoro sul genere. Una bordata di adrenalina e di destabilizzazione vi colpirà in pieno stomaco. Ma non posso aggiungere altro a quanto detto. Si sa, chi non segue questa musica troverà questa mia recensione una farneticazione, gli altri, sono certo che hanno gia annotato il nome di questa band nel proprio taccuino delle spese. Un disco da ascoltare e non da sentire, magari più volte, per coglierne a pieno l’essenza. L’approccio mentale o lo si ha o non lo si ha, non si inventa. MS

mercoledì 24 ottobre 2012

PINK FLOYD - Storie E Segreti


THE LUNATICS
PINK FLOYD
STORIE E SEGRETI
pp. 256 - € 22,00 - collana Bizarre



Cinque appassionati italiani, conosciuti come THE LUNATICS, che insieme possiedono una delle più vaste collezioni di dischi rari e memorabilia dei Pink Floyd al mondo, hanno raccontato - come nessuno prima - una storia di quasi 50 anni di Pink Floyd passando per le storie e le immagini più strane e spesso sconosciute.
Dagli avventurosi inizi nella Londra underground del 1966-67, alle tournèe italiane davanti a pochi spettatori, dai molti incidenti durante i concerti, alle canzoni perdute di “Zabriskie Point” fino ai risvolti esoterici delle copertine ed ancora una galleria delle più strane e rare copertine mondiali, compresi i favolosi vinili rossi pubblicati in Giappone ed oggi battuti a prezzi impressionanti nelle aste di tutto il mondo. Una scelta di argomenti varia e volutamente scostante, che ricostruisce in modo atipico la storia del gruppo.
Così, il libro racconta la storia e l'iconografia delle copertine più misteriose (A Saucerful Of Secrets, Ummagumma, A Nice Pair, Wish You Were Here, The Division Bell), le stranezze e rarità collezionistiche mondiali (i poster psichedelici, i vinili più introvabili, la censura e le differenze fra le edizioni nei vari paesi, alcuni fondamentali tour programs), gli snodi cruciali della storia concertistica dei Pink Floyd (gli esordi all’UFO Club, le suite di The Man & The Journey, Eclipse e i concerti italiani del 1968 e del 1971), fino ai risvolti dietro il materiale inciso per le colonne sonore dei due film più importanti della loro carriera, il capolavoro di Michelangelo Antonioni “Zabriskie Point” ed il controverso “Pink Floyd The Wall” di Alan Parker. Di ogni argomento vengono svelati i segreti e i risvolti più reconditi emersi dai solchi di una storia ormai prossima ai 50 anni, accompagnando il testo con documenti perduti e gemme preziose provenienti quasi per intero dalle collezioni private dei Lunatics. Una storia fatta di immagini preziose e rarissime, perché musica e arte grafica sono un binomio inscindibile nella lunga carriera dei Pink Floyd, come la copertina turca di Obscured By Clouds con i Queen in primo piano (a causa di un clamoroso errore), alle strane foglie di canapa che fuoriescono da un Relics sudamericano, attraverso la censura di The Wall in Argentina e Sud Africa, sino ai formati più atipici e incredibili, errori macroscopici e curiosità di ogni tipo.
Questo e molto altro è contenuto nel nuovo libro Pink Floyd. Storie e segreti.

·         Il libro contiene un’intervista ed una fotografia inedite a Jenny Spires, la ragazza di Barrett dal dicembre del 1964 alla primavera del 1966.
·         La ricostruzione storico-artistica dei poster, realizzati in stile “psichedelico”, che hanno caratterizzato la storia della band dai primi concerti all’UFO Club di Londra fino al loro primo tour americano dell’ottobre 1967.
·         I retroscena e la genesi di tre album capolavoro come The dark side of the moon, Wish you were here e Animals.
·         La copertina Alchemica di A Saucerful Of Secrets, una delle copertine più misteriose e indecifrabili della storia del Rock messa a nudo, segreti e simboli rimasti nascosti nel groviglio psichedelico della cover per decenni. La codifica dei singoli soggetti è stata possibile grazie a una pedante ricerca incrociata fra le stampe dei vari paesi del mondo (diverse per definizione ed in taluni casi anche per la veste grafica), studio del mondo Marvel Comics ed un lungo periodo di investigazione fra volumi alchemici e relativa iconografia.
·         Un’esclusiva del libro è la ricerca condotta sui primi concerti italiani dei Pink Floyd nel 1968. E’ stata fatta luce per la prima volta sulle serate che videro i Floyd impegnati al mitico Piper Club di Roma; grazie ai ricordi di alcuni fortunati spettatori dell’epoca e addirittura ad un rullino fotografico su cui furono immortalate alcune rarissime immagini
·         Il libro ricostruisce e fa luce sui continui e repentini cambi di location per uno dei concerti del tour italiano del 1971 con intervista esclusiva al promoter che ne seguì l’organizzazione.
·         Tutti i capitoli inerenti alle memorabilia della band (dai posters ai tour programs e qualsiasi cosa inerente al vinile).




THE LUNATICS:

Nino Gatti: Storico e biografo, collezionista dei Pink Floyd da oltre trent'anni, a partire dal 1986 curò la fanzine “Interstellar Overdrive”, collaborando con altre pubblicazioni periodiche italiane (fra le quali “Time” e “Arnold Layne”) e straniere (“Brain Damage”). Partecipa attivamente a numerosi siti internet dedicati alla band in qualità di scrittore ed è citato in molteplici libri. Intervistato come esperto su RadioRai, Radio Capital e RaiSat.

Stefano Girolami: Giornalista pubblicista, scrittore poliedrico, collezionista. Divide il suo cuore fra musica e storia romantica dello sport, cinema e documentaristica. Ha svolto attività giornalistica per vari settimanali e periodici piemontesi e nel 2003 pubblica il suo primo libro autografo. L’amore per la storia del rock ed il collezionismo floydiano lo spingono a entrare nei Lunatics nel 2005. E’ il curatore generale del libro.

Danilo Steffanina: Fin dai primi anni '70 si dedica alla collezione di tutto ciò che documenta le esibizioni live dei Pink Floyd, soprattutto dal punto di vista iconografico e visivo: dai posters psichedelici alle locandine, tour programs e memorabilia. E' oggi uno dei più accreditati collezionisti del settore. Ha creato “The Final Lunacy”, un sito-documentario sui concerti della band. E’ l’esperto di poster e biglietti del gruppo.

Stefano “Mr Pinky” Tarquini: Fondatore del gruppo “The Lunatics Club”, è uno dei massimi esperti mondiali della discografia ufficiale in vinile dei Pink Floyd. E' anche creatore e curatore di tre siti internet dedicati alla band, fra cui il rinomato "The Mr Pinky Discography", una vera e propria enciclopedia contenente tutto lo scibile sulla produzione discografica planetaria del gruppo britannico. E' il massimo collezionista mondiale di vinili di The dark side of the moon.

Riccardo Verani: Collezionista appassionato, vanta in archivio il gotha delle rarità ufficiali a trentatrè giri dei Pink Floyd. Specializzato in edizioni colorate e Red Wax, da qualche anno è diventato cacciatore di stranezze viniliche (dischi con evidenti errori di stampa). Ha dedicato alla band il nome e l'arredamento del bar che gestisce e fra i saloni del suo vicino ristorante organizza una volta l'anno un meeting musicale interamente composto da fan floydiani provenienti da tutta la Penisola.


 THE LUNATICS Pink Floyd Collectors Club, www.thelunatics.it



PRESENTAZIONE DEL LIBRO                                                                                            .


Amare i Pink Floyd richiede passione, tempo e dedizione. Li segui da sempre, leggi tutto ciò che li riguardi, ascolti ogni cosa da loro incisa, corri di qua e di là in giro per il mondo per assistere ad uno dei loro concerti, consapevole di essere “nell’evento”, circondato da decine di migliaia di persone il cui cuore batte come quello inciso da Mason in “Speak to me”. Qualcuno di noi Lunatics ha evidentemente esagerato. Si è passati da quella iniziale manciata di titoli, custoditi in un angolo della libreria che ospitava anche i nostri libri scolastici alcuni lustri fa, all’attuale collezione che ognuno di noi contiene a fatica in una sola stanza; muri e scaffali che grondano di arte e di storia floydiana.
Cinque tipi così non potevano che definirsi “lunatici”, perché non c’è niente di terreno nella propria passione! Il nostro club è variopinto: da noi ci trovi il biografo, l’impallinato di storia delle copertine rock, il collezionista di rarità discografiche e quello del cartaceo (giornali, poster, ticket e fotografie). C’è quello intento allo studio della discografia ufficiale mondiale, l’altro sugli inediti ed i progetti rimasti nel cassetto della band, fino a colui che preferisce la vicenda live del gruppo, le testimonianze perdute, dischi e video provenienti dal fitto sottobosco non ufficiale. La conoscenza di ognuno è arricchita da anni di contatti e di “esperienze” di altri appassionati, trasformando ciascuno di noi in “portatore sano” del virus floydiano.
Come condividere le nostre conoscenze, raccolte faticosamente per tanti anni con gli altri appassionati? Un primo passo sono stati gli incontri “sul campo di battaglia” in occasione di alcuni Pink Floyd Day, dove abbiamo presentato una selezione delle nostre collezioni private, diffondendo il “verbo” sulla band, suscitando interesse e raccogliendo domande e curiosità da parte dei visitatori. A fine giornata la consapevolezza che questo non poteva bastare rimaneva però forte dentro ognuno di noi. La via d’uscita l’abbiamo trovata nell’idea che ci ha portati a realizzare questo libro.
Cosa c’è di più efficace di quelle pagine realizzate su carta patinata, tenute insieme da una copertina capace di arginare tutti quei litri di inchiostro e che trasudano di passione nella magica mistura del CMYK tipografico? Il libro è per noi la versione su carta della tradizione, solitamente orale, con cui raccontiamo la storia della band attraverso gli oggetti. Una scelta di argomenti varia e volutamente scostante, un testo di seconda generazione nel quale l'intera vicenda del gruppo britannico (già ampiamente dibattuta in passato) lascia spazio ad approfondimenti sparsi ma indagati con metodo.
Il risultato è ovviamente parziale, tanti sono stati gli argomenti tralasciati, molte le rinunce dolorose. Ognuno di noi aveva una scaletta ideale di cose da raccontare, prendendo spunto da una ricchezza potenzialmente infinita di campi d’azione, dai quali abbiamo attinto trasversalmente privilegiando quelli più dibattuti durante le nostre mostre. Tanti però i racconti che emergevano e che dovevano essere assolutamente fissati su carta. Alcuni di noi avevano affrontato queste ricerche in passato senza averle mai completate, appena accennate di qua o di là.
Scritto a più mani, con contributi trasversali, come tasselli di un puzzle da ricomporre insieme, il testo si snoda attraverso alcune macro-categorie: la storia e l'iconografia delle copertine più misteriose ed intriganti ("A Saucerful Of Secrets", "Ummagumma", "A Nice Pair", "Wish You Were Here", "The Division Bell"), alcuni snodi cruciali della loro storia concertistica (gli esordi all’UFO Club, le suite di The Man & The Journey, Eclipse ed i concerti italiani del 1968 e del 1971), fino ai risvolti dietro il materiale inciso per le colonne sonore dei due film più importanti della loro carriera, il capolavoro antoniano “Zabriskie Point” ed il controverso “Pink Floyd The Wall” di Alan Parker.
Di ogni argomento vengono svelati i segreti ed i risvolti più reconditi emersi dai solchi di una storia ormai prossima ai 50 anni, documenti perduti e gemme preziose provenienti da ogni angolo del globo, raccontati attraverso parole ed immagini che hanno sorpreso in itinere innanzi tutto noi autori. Durante la realizzazione del libro abbiamo visto materializzarsi sotto i nostri occhi quello che, con orgoglio e modestia, consideriamo il nostro miglior tributo alla storia di una band unica ed inimitabile.
La nostra ricerca non si ferma: siamo sicuri che tra i lettori ci sia quella persona che ha trascorso il pomeriggio del 18 aprile 1968 ad aiutare i tecnici dei Floyd a montare gli strumenti sul palco del Piper Club di Roma, oppure, quel giornalista che li aveva intervistati nel 1967 all’Ufo Club di Londra e che aveva dimenticato la bobina con quel prezioso documento nella solita soffitta piena di segreti. Aspettiamo il vostro feedback e le vostre gemme nascoste, sicuri che in questa ridente penisola di Lunatics se ne nascondano ancora tanti…

 

martedì 23 ottobre 2012

Willow

WILLOW - Perdita del Tempo
Progetto Sottosuono

Genere: Hard Rock Fiabesco
Support: CD - 2007




Da lecco un debutto discografico, un quartetto dal nome Willow. La prima cosa che balza all’orecchio è la buona preparazione tecnica dei componenti e l’inevitabile accostamento stilistico con i Fiaba, la mitica band nostrana dedita ad un Metal fiabesco con un cantato impostato, quello che non emulano i leccesi. La voce di Massimiliano Anfuso è bella, ma non operistica. Comunque il paragone non rende giustizia ai Willow, perché in realtà le influenze sono tante e soprattutto vanno a pescare nel nostrano calderone Rock, a partire dai Litfiba per passare a tanti altri complessi che andrò in seguito a nominare, ma c’è anche una sufficiente dose di personalità.
Le tastiere di Fabrizio Minichini sono un buon tappeto per tutte le canzoni, sorrette dalla buona ritmica di Giovanni Galimberti al basso e da Filippo Vainegri alla batteria. Sorprende il fatto che questo sia un debutto, il gruppo è affiatato e ha un buon senso per la melodia che molto spesso sfiora il cantautoriale. Certamente non mancano le pecche, si ripercorrono a volte suoni troppo stereotipati oppure che si lasciano trasportare dall’onda del momento, come ad esempio in “La Fata Della Forza”, dove inevitabilmente scorgiamo i Negramaro. Davvero bella “Resistente”, variegata ed intelligentemente dosata di gustosa armonia. “Brutti sogni” ha un buon solo di chitarra, si presta molto alle sonorità dei connazionali Le Vibrazioni, un ibrido davvero curioso fra Hard Rock, Prog e Pop. Più ricercata “Brucia La Strega” nella stesura del refrain, mentre il ritornello è di matrice Fiaba. “Senza Me” mi colpisce per il chitarrismo delicato, mentre “Incompleto” chiude in bellezza un disco che naviga a metà fra ricerca e scontatezza.
I Willow si presentano a noi con i piedi su due staffe, il che ci può anche stare, ma per esperienza so che può essere anche molto pericoloso. Ostico per chi ama il pop ed altrettanto dicasi per chiama l’Hard Rock. Ricordiamo comunque che questo è un esordio, per cui la sufficienza è più che meritata e poi diamo tempo al tempo. Ora non ci resta che attendere i futuri passi. Cosa decideranno di fare i bravi Willow? Noi siamo qui. MS

lunedì 22 ottobre 2012

Delirium

DELIRIUM – Il Nome Del Vento
Black Widow
Genere: Progressive Rock
Support: CD -2009

Il Progressive Rock, quello canonico, sembra avere vita eterna. Illude e preoccupa il fans, muore e rinasce dalle sue ceneri continuamente, seguendo uno schema altalenante. In questi ultimi anni stiamo assistendo ad un ritorno massiccio dei cosiddetti capisaldi del Prog Rock italiano, per fare solo alcuni nomi dico Metamorfosi, Osanna ed ora i mitici Delirium. Inutile rimarcare il successo discografico che ha ottenuto il singolo “Jesael” a San Remo, nel 1972, vero inno per una intera generazione di giovani. Inutile anche ricordare che questa è la band del cantautore Ivano Fossati. Di questo e di altre cose ne hanno parlato abbondantemente le riviste specializzate. Quello che a noi interessa è questo rifiorire di band , come un voler spronare ancora una volta, l’ennesima, i giovani ad intraprendere la strada dell’essere e non dell’apparire. Musica per la mente e così via. Ebbene i Delirium rispolverano dal loro baule melodie lontane, senza tempo. Ci sono brani che hanno preso vita nel 1975 e poi abbandonati, ora rielaborati e portati allo splendore. Ne nasce “Il Nome Del Vento”, un disco dal sapore antico , una musica ferma , sospesa nel tempo ma dannatamente bella.
Il tastierista Ettore Vigo ci narra con i tasti d’avorio storie  meravigliose, a partire dalla title track “Il Nome Del Vento”. Un ritornello assolutamente fruibile, con una coralità deliziosa. Troviamo fra gli ospiti anche la cantante Sophya Baccini, una presenza preziosa per la riuscita del disco. Sfuma la sua voce ed ecco arrivare unita ad essa “Verso Il Naufragio”. Una musica davvero senza tempo, mi dispiace ripetermi , ma ho vissuto personalmente quegli anni e mi ritrovo ad assaporare le stesse sensazioni. Il giro di piano richiama il Banco Del Mutuo Soccorso, oppure le Orme e questo per dire che gli anni erano quelli. Ho la pelle d’oca ad ascoltare l’enfasi del ritornello strumentale fatto con la chitarra e a tal proposito un ben ritrovato anche a Mimmo Di Martino. Questo è uno dei brani più belli che ho ascoltato negli ultimi anni, c’è Jazz, classicismo, i violini… un capolavoro e io questa parola la tiro fuori raramente! Da incorniciare, ovviamente assieme a “ L’Acquario Delle Stelle”, un proseguo  stile suite. E’ la volta del piano di “Luci lontane”, il clarinetto, i violini, l’enfasi emotiva sale, un processo sonoro molto vicino alla musica commerciale, con un passaggio jazz caldo e morbido. Amo molto sentire il volume salire con le chitarre elettriche, un onda che travolge e che si smorza alla riva del nostro cervello.
“Profeta Senza Profezie” è orecchiabile, pur mantenendo lo sfarzo artistico sostenuto sino a questo momento. Un vero piacere ascoltare in esso la voce di Stefano Galifi dei Museo Rosenbach!  Il pianto di un bambino, quello di Valentino Vera, apre “Ogni Storia”, un sogno ad occhi aperti, un momento di auto celebrazione artistica e poi via, con le arie che accalappiano lo spirito dell’ascoltatore. Sempre influenze jazz accompagnano di tanto in tanto l’ascolto, ma non quelle sperimentali, piuttosto stile Arti & Mestieri. Ancora una volta unita, è la volta di “Notte Di Tempesta”, strumentale ricca di passaggi emozionanti, fra chitarra, flauto e piano, davvero per tutti i gusti. Ma le grandi emozioni non finiscono qui, i nove minuti di “Dopo Il Vento” ci mettono in evidenza una band affiatata, dove il tempo non ha saputo scalfire. Prog Jazz Doc, musica colta , ma assolutamente di facile assimilazione.
Chiude l’album “Cuore Sacro” e questa volta salgono in cattedra i Jethro Tull, band amata dai Delirium…e non solo. Non finisce qui, il disco contiene una bonus track dal titolo “L’aurora Boreale”. E ancora sorprese, la traccia video di “L’acquario Delle Stelle” e tutto il libretto che accompagna il disco è dettagliatissimo di foto, testi ed immagini.
Trovo difficile oggi trovare un prodotto così ben preparato e ricco di buona musica e quando me ne capita uno nelle mani , non me lo lascio di certo sfuggire! E chi lo ha fatto? Una band anni ’70…guarda caso… (MS)


domenica 21 ottobre 2012

IX

IX - Ora Pro Nobis
Musea

Distribuzione italiana: Frontiers
Genere: Prog
Support: CD - 2006


 
Dietro allo pseudonimo IX si aggira il tastierista venezuelano dei Tempano, Giulio Cesare Della Noce. Per chi non lo conoscesse, il gruppo è dedito ad un Prog Rock sofisticato di ricerca, con tanto di influenze moderne. La voglia di unire il New Prog alla sperimentazione porta i Tempano ad essere un complesso di tutto rispetto, anche se non abbordabile a tutti.
Il concept di “Ora Pro Nobis” è di quelli che fanno pensare, tratta un argomento importante, la religione e la società. La ricerca sonora è ancora più spiccata rispetto i lavori del gruppo madre e con l’aiuto alla voce di Edith Salazar i IX toccano lidi davvero piacevoli, come in “Ocaso”.
I collaboratori dell’artista si alternano in ogni singolo brano, ecco allora passare Najin Paiva alla tromba, Isabel Roch al trombone, l'amico Pedro Castillo alla voce e chitarra, Julio D’Hers alla batteria, Miguel Angel Echevarreneta al basso e la lista prosegue alla lunga. Ovviamente sono le tastiere al centro del suono, ma è un equilibrio generale dove le influenze di Della Noce si alternano repentinamente, comprese quelle Pinkfloydiane di “Hombres Honorables” nel suo incedere di chitarra. “Keyla” è dedicata a Keyla Guerra, morta in piazza nel dicembre del 2002. Inquietudine nel brano “Radiante”, con la San Agustin School Military Band, dove il lato più sperimentale dell’artista riesce a dare il meglio di se. “Warriors” tocca la cultura Venezuelana ed ha un incedere sonoro ammaliante e raffinato, dove le tastiere ricoprono un posto di tutta rilevanza. In questo caso il bell’assolo di chitarra è affidato alle mani di Demian Mejicano. Gli IX non sanno cosa vuole dire il termine “scontatezza”, ogni movimento è a se, aiutato da suoni esterni, come la pioggia o i grilli, insomma sembra di essere seduti al cinema.
Ascoltate “The Promised Mind” con l’armonica di Ramòn Perruolo e ditemi le immagini che vi passano davanti agli occhi.
“Ora Pro Nobis” non è un lavoro pretenzioso, è nella perfetta natura del bagaglio culturale di Della Noce, un artista di quelli che se ne trovano sempre più pochi e questo disco mi sento di consigliarlo a tutti coloro che credono nel Progressive Rock come stile in movimento e non solo Genesis e compagnia bella. L’evoluzione passa anche per il Venezuela, ascoltiamola. MS

venerdì 19 ottobre 2012

CIRCUS BRIMSTONE - Brim Stoned in Europe Live
Foxtrot Records

Distribuzione italiana: No
Genere: Prog
Support: CD - 2005
Chi si cela sotto questo nome? Sorpresa, i The Flower Kings quasi al completo. Mancano solamente Hans Froberg (voce e chitarra) ed il percussionista Hasse Bruniusson.
Ecco allora Marcus Liliequist alla batteria, Jonas Reingold al basso, Tomas Bodin alle tastiere e l’immancabile mente e chitarra del gruppo Roine Stolt.
Le canzoni sono tutte strumentali e sono registrate durante il tour di Aprile 2005 in Europa. Inizialmente questa testimonianza sonora è stata relegata come “Live Official Bootlegs”, ma la grande richiesta nel sito dei The Flower Kings da parte dei fans, ha fatto si che tutto venga stampato a dovere e distribuito regolarmente sotto il solito occhio vigile della Foxtrot Records. E’ un piacere incredibile ascoltare brani tratti da dischi come “The Flower Kings”, “Stardust We Are”, “Flower Power” e “Retropolis”, sicuramente momenti che hanno fatto la storia del nuovo Progressive Rock.
Ovviamente è la chitarra di Stolt a farla da padrona, sin dalla formidabile “Cosmic Lodge”, tratta dal suo primo album solista. Il secondo pezzo “Astral Dog/Hellhound” è tratto da “Flower Power” ed è un Prog psichedelico quasi al limite dell’improvvisazione e si sente che il gruppo si diverte a suonare in caduta libera. Il brano tratto dal capolavoro “Stardust We Are” da il nome a questo gruppo , “Circus Brimstone”, così anche la successiva “The Man Who Walked With Kings” viene estrapolata dallo stesso doppio cd. Una cascata di note e colori ci investono e sembrano dire “…I re del Prog siamo noi!”. Personalmente credo che se non lo sono poco ci manca. Con “Magic Circus Of Zeb” si va a perscrutare sentieri magici, quelli intrapresi nel 1994 con il primo lp “The Flower Kings”, da rimanere senza fiato. Quasi Jazz invece la ritmata “Speed Wizard”, tratta dall’album solista del tastierista Tomas Bodin dal titolo “An Ordinary Night In My Ordinary Life”. Si chiude, come si dice in gergo, in bellezza con un classico della band, “Retropolis”.
In effetti era davvero un gran peccato relegare questo piccolo gioiello sonoro ad un pubblico limitato, non fatevelo sfuggire! I The Flower Kings sono una grande band Prog, soprattutto dal vivo….e quante emozioni! MS

venerdì 12 ottobre 2012

Noxia

NOXIA - Doron
Selfproduced

Distribuzione italiana: band
Genere: Prog
Support: CD - 2006



Accompagnato da un ricco booklet, il progetto Noxia lascia un segno musicale nell’animo del sottoscritto, il cosiddetto disco che non ti aspetti. Mi informo e vedo che la mente autrice è quella di Alberto Ferraris (tastiere e basso), ex Scisma, il quale si circonda di numerosi collaboratori, fra i quali segnaliamo i cantanti Maria Loscerbo e Paolo Mattea.
In “Doron” c’è una varietà di influenze che sconfinano dal Rock all’elettronica, passando per il Pop, Il Prog e l’Etno-Folk, ma non spaventatevi per questo insieme di terminologie di facciata, la musica ha il pregio di essere semplice e diretta. L’iniziale “Doron” è proprio la fotografia di quello che può essere questo mix di sonorità e la chitarra di Enrico Ferraris dona al tutto una timbrica Hard Rock. Ogni singolo brano è un affresco, come dicevano negli anni ’70 i nostrani Arti E Mestieri, sono tutte immagini per un orecchio. Alberto si cimenta al basso in “Dreamers”, pezzo molto incentrato su questo strumento, oltre che sulla bella voce di Maria. Suoni sontuosi, Etnici, elettrici per un atmosfera di quiete e calore. Molto bella anche “Stay Away From Me”, mentre il nostro orecchio all’inizio fuorviato, comincia ora a fare l’abitudine a queste strumentazioni. Dolce e carezzevole “Don’t Wake Up”, ben arrangiata dal pianoforte stile Blackfield, più Rock “A Place Inside Of Me”, dove possiamo ascoltare anche la voce di Mattea, roca e degna interprete. In questo frangente vengono alla mente gli Ayreon di “Actual Fantasy”. “Bambino Ridente” è un breve episodio narrato da Pietro Bertolini sopra una base elettronica e degli interventi tastieristici d’effetto. Ci sono brani più che commerciali in “Doron”, non tutto è così sperimentale come potrebbe sembrare, “It’s Not Too Late” ne è testimonianza, il ritornello è gradevole, così come il refrain. C’è anche spazio per brani di lunga durata, come i nove minuti abbondanti della bella “Corvus Ego Niger”, dove l’etnico e la World Music tornano in cattedra. “My Freedom” tocca dentro, grazie alla tromba di Alberto Bardelloni, uno dei frangenti più importanti del disco. La famiglia Ferraris si allarga con Giovanni, voce di bambino in “No Goodbyes”, mentre ci pensa la breve ma stupenda “Live Your Life Today”, voce e piano, a chiudere un lavoro davvero maturo.
In Italia abbiamo artisti che non sappiamo valorizzare a dovere, se questo “Doron” fosse stato scritto da una band inglese allora staremo qui a tessere le lodi di un capolavoro.
Ovviamente dovete essere aperti a queste soluzioni, sgomberare la mente da ogni paletto di confine, ma mi sento di consigliarlo proprio a tutti grazie alla malleabilità della sua struttura.
Appetibile. MS



mercoledì 10 ottobre 2012

Malaavia

MALAAVIA - Danze d'Incenso
Ma.Ra.Cash

Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2004



Noi Italiani siamo molto bravi ad osannare gruppi stranieri, lo sappiamo benissimo, ma soprattutto siamo altrettanto capaci di ignorare l’erba del nostro giardino. A volte sembra di combattere contro i mulini a vento quando noi media (sia della stampa, della tv, della radio o del web) siamo tutti inconsapevolmente concordi nell’esaltare un certo lavoro e generalmente otteniamo l’effetto contrario. I gusti del pubblico (giustamente sovrano) non concordano quasi mai con quelli della critica, ma questa volta ci tengo particolarmente a consigliare almeno un ascolto più accurato e paziente del solito di questo disco d’esordio.
I Malaavia sono napoletani e si muovono in sonorità dalla musicalità sconfinata, dove influenze del passato (Osanna, PFM, Orme) si incontrano con il Folk (Compagnia Di Canto Popolare, Pino Daniele, Battiato, Teresa De Sio) e la musica orientale. Il risultato è ottimo e dalla forte personalità, grazie anche alle belle voci del bassista e chitarrista Pas Scarpato e a quella possente di Solimena Caloria. Ad arricchire il lavoro ci sono anche le presenze di artisti come Lino Vairetti degli Osanna e Giovanni Mauriello della Compagnia Di Canto Popolare.
Il disco si suddivide in tre parti, con un totale di ventidue canzoni, il che rende bene l’idea su quanto andremo ad ascoltare. La bravura dei partenopei sta nel saper dosare passato con il presente, come ho avuto modo di dire, ma non solo, piccole chicche culturali insaporiscono tutto il lavoro, come ad esempio interventi tenorili in latino (“Ombre”) o i riferimenti Dannunziani di “Coda Di Luna Calante”, molto Camel oriented. Un elogio a parte per l’ottimo lavoro alle tastiere di Oderigi Lusi. Quando un disco Progressive è così articolato è l’insieme che deve funzionare e “Danze D’incenso” lo fà.
Spero che questo non rimanga, come al solito, un prodotto destinato ai pochi eletti fruitori insaziabili di sonorità Progressive, ma che abbia il giusto spazio che si merita e se questo è un debutto, non oso pensare cosa potrà accadere nel futuro.
Non si apre un Progfest (quello di Voghera) con artisti del calibro di PFM e Yes per caso, un motivo ci sarà…o no? Avvicinatevi senza indugi al nuovo Progressive moderno italiano, non ve ne pentirete. MS


sabato 6 ottobre 2012

Anima Mundi

ANIMA MUNDI - Jagannath Orbit
Musea
Distribuzione italiana: Frontiers
Genere: Progressive
Support: CD - 200
9



Non conoscevo gli Anima Mundi, la copertina del cd (confesso) mi ha davvero intrigato, ero convinto di ascoltare un disco di Progressive Rock DOC. In effetti così è stato, quando è incominciato il primo brano suite, dal titolo “ We Are The Light” ho avuto un sussulto. Grande musica, ma chi sono questi, i The Flower Kings? Una band che sa suonare e di che tinta! La Musea Records ha scoccato l’ennesimo dardo dal suo arco.
Bene, a questo punto sono convinto che gli Anima Mundi siano svedesi, o almeno finnici, lo stile è questo, molto porta alla band di Roine Stolt. Persino i titoli delle canzoni sono dei riferimenti clamorosi, “We Are The Light” (Stardust We Are), “The Awaken Dreamer In The Soul Garden Dreams The Flower Placet” (e questo è un mix pazzesco di loro titoli), “Toward The Adventure” (Back In The World Of Adventure), “Rhythm Of The Spheres” (Rhythm Of Life)… altro da aggiungere?
In effetti tutto ciò potrebbe far pensare ad un plagio squallido, almeno per come ho impostato io la faccenda. No, invece non è così, la musica degli Anima Mundi ha qualcosa di differente, le sfumature che possiede non volgono verso il freddo o l’oscuro, ma verso una strana e calda sensazione. Da cosa deriva tutta questa solarità è presto svelato, il sestetto in analisi è Cubano! Sorpresi? Ebbene io si, non ricordo a mia memoria una band di Cuba che suona una musica Progressiva importante, (a parte Perfume de Mujer) tantomeno di ispirazione svedese. Ma le sorprese non finiscono qui, tutto l’apporto sonoro ed emotivo è sostenuto dalle tastiere stupende suonate da Virginia Peraza… finalmente una donna in cattedra!
Tutto fila via che è un piacere, senza cali emozionali.
Sette brani di cui tre suite, il sogno di ogni Progsters. La voce di Carlos Sosa è bella e non fa il verso a quella di Stolt, altro punto a favore della band. Le chitarre di Roberto Diaz parlano da sole e la produzione sonora è davvero la ciliegina sulla torta.
Questo è il secondo capitolo degli Anima Mundi, dopo “Septentriòn” del 2002 (Mellow Records), a questo punto non mi resta che cercare questo debutto, sarei un pazzo a farmelo sfuggire. A buon intenditor…. MS

giovedì 4 ottobre 2012

Antonius Rex

ANTONIUS REX - Per Viam
Black Widow Records
Distribuzione italiana: Masterpiece
Genere: Dark Rock
Support: CD - 2009



Con un artwork a dir poco bello, ecco tornare a noi uno dei maestri del Dark Prog, anzi perdonatemi, IL maestro: Antonio Bartoccetti. Una storia lunga la sua, che parte dai lontani anni ’60 e che vi consiglio di cercare su internet. Sempre con a fianco la fidata signora tastierista Doris Norton, Antonius Rex torna a noi oggi con “Per Viam”, sempre più oscuro ed inquietante che mai!
Nel libretto leggiamo anche che Florian Gorman suona la batteria e che Monica Tasnad è la medium! Ciò mette subito in chiaro le cose, siamo al cospetto di un disco dark, misto fra il sacro ed il profano. Composizioni esoteriche, dove le tastiere assumono un importanza estrema. Sette brani tenebrosi, per alcuni versi freddi, ma non per questo distaccati. Infatti la musica entra dentro e ciclicamente si stampa nella mente, salvo rifiatare in alcuni stacchi musicali, come accade nella bellissima “Per Viam”. Fantastica iperbole sonora, da ascoltare a luci spente, raggelante e mistica. Non si può fare a meno di sottolineare nuovamente l’artwork che accompagna il cd, belle immagini, dettagliato e nel suo involucro esterno cartonato. Io sono un amante sviscerato del Progressive e chi mi legge gia lo sa, per cui non posso che applaudire avanti ad un brano stupendo come “Woman Of The King”, uno squarcio di luce, un raggio che parte dal cielo oscuro e che illumina momentaneamente il nostro paesaggio mentale. Chitarra e tastiere che dialogano e si intendono. Narrato e recitato, come in una pellicola di un film dell’orrore. La produzione sonora è eccellente, la Black Widow nuovamente si mette in mostra per la qualità dei suoi prodotti.
“Spectra”, scritta assieme a Doris Norton, è un crescendo ansioso e ricolmo di sonorità, da ascoltare in cuffia e a questo punto la paura comincia a spaventare di meno….. no, non è un controsenso questa affermazione, la verità è che cominciamo a farci l’orecchio e che in fondo amiamo sentirci spaventati. Ma davvero è così brutta l’oscurità? Punti di vista, si intende, questa sonora di Antonius Rex è quantomeno interessante. Intanto l’assolo finale di chitarra di “Spectra” centra il bersaglio. E come in tutte le storie occulte, si ha a che fare con Angeli e Demoni, “Per Viam” questo argomento non se lo lascia di certo sfuggire, “Angels & Demons” è l’ennesimo tassello di un puzzle perfetto. Tastiere in ogni dove ed il film continua. “UFDEM” gioca di più sulla chitarra elettrica ed è l’unico pezzo cantato da Doris e per giunta in italiano. Il momento più Rock è questo, compreso il solo di chitarra.
Chiudono gli undici minuti di “Antonius Rex Prophecy” e lo fanno come meglio non si può. Resto inquieto dopo la profezia di distruzione narrata da Antonius Rex.
Questo già basterebbe per coniare il disco come “must” per il genere che tratta, ma non basta, in “Per Viam” esiste anche una traccia video di “Micro Demons”, se vogliamo è la ciliegina sulla torta. Soddisfatti. MS


mercoledì 3 ottobre 2012

Tounen Tytar 2

Tuonen Tytar 2
Musea
Distribuzione italiana: Frontiers
Genere: Prog
Support: 3CD - 2009



La rivista musicale Finlandese Colossus, con la collaborazione della sempre fedele ed attenta Musea Records, produce una nuova enciclopedica raccolta di canzoni Progressive Rock. Dopo il doppio cd “Tuonen Tytar” del 2000, dedicato al Progressive Rock Finlandese degli anni ’70, è la volta di questo triplo dalle innumerevoli sfaccettature.
Anche in questo caso, ci troviamo davanti a brani risuonati da diversi artisti di tutto il mondo, oltre che della madre patria. Ovviamente (lo dico per chi segue lo scenario), si trovano nomi di rilevante importanza e di vecchia conoscenza, per cui l’attenzione è immediatamente attirata. Non si resta indifferenti nel nominare gli Overhead, Ageness, Tommy Eriksson (Ageness), Trion, Willowglass, Simon Says, Pinnacle, Equilibrio Vital, Kosmos, Viima e questi solo per fare alcuni nomi. Ma c’è profumo anche d’ Italia, con Cristiano Roversi, Fauno Di Marmo e l’artwork disegnato dal sempre più bravo Davide Guidoni.
Per esaltare i suoni di questa tripla raccolta, o per meglio dire, renderli più vicini a quelli degli anni ’70, sono abolite Drum Machine ed adoperati i suoni analogici. Sono trentuno le band che si alternano e che in certi casi ci fanno toccare il cielo con un dito. Basta ascoltare solamente “Vuorellarstuja” degli Overhead per convincersi di aver speso bene i propri soldi nell’acquisto.
Assolo strumentali affascinanti e senza tempo, avvolti dal velato senso di malinconia che solo certe band del nord Europa sanno elargire, ci accalappiano spesso e volentieri nello scorrere delle tre ore. Emozioni variegate e per tutti i gusti, compreso dell’Hard Prog, quello proposto dai Contrarian. Maestosi i Simon Says, sempre molto vicini come stile agli americani Spock’s Beard. Giocano in casa gli Ageness, con un brano toccante e…. mille altre sorprese.
Un viaggio mentale appassionante, ricco di storie ed emozioni che consiglio a tutti gli amanti della musica in generale. Ora io mi chiedo, ma perché noi in Italia non sappiamo amare come si deve questa musica senza tempo? E a pensare che all’estero hanno molta stima dei nostri artisti…mistero! O forse potere dei svariati X Factor? A voi la risposta. MS

martedì 2 ottobre 2012

Valentine

VALENTINE - Most Beautiful Pain
Frontiers
Genere: AOR
Supporto: cd - 2006



Questa recensione è soprattutto rivolta a tutti coloro che fanno dei Queen una ragione di vita. Amico di Valentia (Metal Majesty), Robby ritorna all’attenzione del pubblico Europeo solo grazie alla caparbietà della Frontiers, infatti dopo un esilio discografico in Giappone si ripresenta a noi dopo ben sei anni da “Believing Is Seeing”.
Questo disco potremmo definirlo un doppio lavoro, suddiviso in una parte più sperimentale e Metal ed un altra classico Queen con tanto di coretti accattivanti. Non mancano nemmeno i richiami ai Led Zeppelin con certi riff che saccheggiano a piene mani “Kashmir” (“Everday Hero”), oppure puntate alla Elton John (“The Cold & Lonely Lie”). Moltissimi i brani, ben 17 e non stupitevi se vi dico che sono tutti gradevoli.
Gli arrangiamenti di pianoforte sono un punto forte del disco e ci sono grandi momenti come “She” e la conclusiva “Exodus Elephantes"che mettono in evidenza tutta la bravura di Valentine come compositore. Non dimentichiamoci che di questo estroso personaggio “Most Beautiful Pain” è il quinto sigillo, di conseguenza l’esperienza non manca. Senza dubbio siamo al cospetto di un artista da noi troppo sottovalutato, non ci sono solo canzoncine nel cd, ma molto di più, le chitarre alla May fanno a volte scorrere sulla pelle brividi di antica memoria. L’olandese folgorato da Mercury e soci è oltretutto un ottimo cantante, altro punto a suo favore.
Se si aggiunge che “Most Beautiful Pain” è prodotto più che bene, non resta altro che segnarci il suo nome sul nostro taccuino di acquisti discografici. Una curiosità per concludere, nel tour di “Back to the Light”, Brian May lo porta con se come musicista di supporto e scusate se è poco. MS