domenica 23 settembre 2018

SPECIALE: MEZZ GACANO, la libertà dei suoni.


MEZZ GACANO – Palòra Di Boskàuz
Sasime Records
Genere: Rock In Opposition (R.I.O.)
Supporto: cd – 2002


Dietro il nome Mezz Gacano c’è l’artista, polistrumentista e compositore Davide Nino Urso Mezzatesta. Il suo progetto nasce a Parma, e precisamente a Salsomaggiore Terme, dopo l’incontro con John Zorn a Firenze, nel settembre del 1997. Nel 1998 l’artista si trasferisce a Palermo e dopo varie vicissitudini, annessi cambi di gruppo e di elementi, a maggio del 2001 i Mezz Gacano si stabilizzano con la seguente formazione: Davide Mezzatesta (voce e chitarra), Marco Monterosso (voce e chitarra),  Giovanni Di Martino (cori e tastiere), Lucio Giacalone (basso) e  Piero Pitingaro (batteria).
La cultura musicale di Mezz Gacano è quantomeno ampia e aperta ad ogni tipo di innesto, basta dire che i suoi ascolti variano da Zorn a Anthony Braxton, Bill Laswell, Steve Lacy, Mick Harris, Peter Brotzmann, Carlo Actis Dato, Roscoe Mitchel, Robert Fripp, Fred Frith, Frank Zappa, Otomo Yoshide, Arto Lindsay e ovviamente molti altri ancora. Questo bagaglio culturale si evince anche durante l’ascolto delle sue composizioni, mai banali e aperte all’arte a 360 gradi.
Il sunto ne è già l’album d’esordio intitolato “Palòra Di Boskàuz”, un calderone di idee e di musicalità fisica davvero importante. L’album è composto da dodici brani a partire dalla strumentale “Sunday Bloody Sunday” (non quella degli U2 ovviamente)  aperta da undici secondi di follia. Il suono a seguire si stampa subito in faccia in un incedere Hard per poi passare ad un giocoso momento d’improvvisazione in stile Area. Finito? No, ancora cambio di tempo ed umorale con un assolo di chitarra notevole e di tastiere, il tutto in un frangente prima Jazz e poi elettronico, a seguire voci a suggellare il ritornello martellante che in definitiva fa da spina dorsale all’intero brano. Ecco, da queste mie parole avrete già intuito la pasta di questo esordio, oppure vi sarete spaventati.
L’ascoltatore quindi deve essere necessariamente preparato e di mente aperta, disposto a farsi destabilizzare per godere a pieno di questo grandissimo puzzle.
Elettronica, Hard Rock, Punk e molto altro, ascoltate “Froka” e ditemi cosa ne pensate. La globalità del sound è semovibile, incentrato su momenti di energia a tratti dura e in altri momenti nervosa in stile King Crimson. Frank Zappa fa capolino spesso e volentieri. Non c’è un brano che annoia o che sia scontato, almeno per il mio gusto personale, un susseguirsi di sorprese che nella maniera più assoluta non vorrei rovinare.
Musica per tutti i gusti dunque, anche per scatenarsi oltre che per pensare. Io tutto questo lo definisco vero Progressive Rock, perché in esso c’è ricerca e coraggio. Suoni, suoni e suoni.
Un esordio importantissimo, che vede un Mezz Gacano carico di idee e di energia, approfittatene. MS




MEZZ GACANO & ZONE EXPERIMENTALE – Froka
Lizard Records
GENERE: RIO
Supporto: cd – 2016



C’è chi la musica la vive per diletto, chi per passione, chi l’adopera da sottofondo, chi la rovescia come un calzino per trarne nuove emozioni. Esistono situazioni dove l’artista parte con l’intenzione di creare qualcosa di differente, disinteressandosene  del responso pubblico, questo accade quando l’arte prende il sopravvento. In Italia abbiamo vissuto e stiamo vivendo queste situazioni seppure in maniera dosata, come ad esempio con i Stormy Six nel passato, oppure oggi con alcuni progetti di Fabio Zuffanti o gli Yugen solo per fare pochi nomi.
Mezz Gacano e’ un progetto musicale palermitano che prende forma nel 1997 grazie a David(e) Nino Urso Mezzatesta, formatosi dalle ceneri di Multimedial Stigghiolizing Enterprise e Tchazart. Le influenze musicali  si possono estrapolare dall’ascolto di artisti come Frank Zappa, King Crimson, Gong, Naked City, Mr.Bungle e Oziric Tentacles. La carriera musicale del gruppo è ricca di esperienze ed artisti, fino al raggiungimento del primo album in studio intitolato “Palòra Di Boskàuz” (Sasime – 2002), dove al proprio interno anche una ballad può essere Punk!
L’approccio musicale di Mezz Gacano è questo, e se poi  a quanto detto ci si va ad unire la collaborazione con l’ensemble svizzero Zone Experimentale (nomen omen), non può che nascere un prodotto quantomeno interessante e non scontato.
“Froka” è un concerto registrato live suddiviso in undici movimenti sonori che non potremo mai chiamare “canzoni”, ad iniziare dalla breve ed introduttiva title track “Froka”. L’aria accompagna all’ascolto catturando immediatamente l’attenzione dell’ascoltatore. L’album strumentale si apre a tutti gli effetti con “Okain Loiknaf” fra cambi di ritmo e d’ umore. Con archi e flauto che giocano a colloquiare, si giunge a “Lioschi Lioschije”, aria a tratti sospesa, solamente animata dalla discussione fra strumenti che più che suonare, parlano fra di loro. L’energia sprigionata da “Bechamel” mette alla luce il lato  Crimsoniano del progetto, fra suoni nervosi e cadenzati. Ciò accade anche nel successivo movimento “Lioschi Lioschije”. Andamento ondivago per “Kitch Bitch Beach”, giocoso ed irriverente. Ma non vorrei togliere tutto il gusto della scoperta, lascio a voi il piacere di essere stupiti, in fin dei conti avete già focalizzato da queste mie parole il tipo di prodotto. Vorrei comunque sottolineare che “Froka” è registrato nel 2013, ed è solo grazie all’attenzione della Lizard che il progetto vede la distribuzione vera e propria, affidata a BTF, GT Music, Pick Up, Ma.Ra.Cash e Syn-Phonic.
“Froka” è musica da “ascoltare”, non da “sentire”, una sorta di opera sperimentale moderna che non ha la pretesa di essere un classico, ma che ha la brillantezza e la capacità di risultare unica nel suo genere, e questo si grazie all’estro compositivo di Mezz Gacano, ma anche agli arrangiamenti di Flavio Virzi.
Buon Ascolto. MS



MEZZ GACANO & SELF STANDING OVATION BOSKAUZ ENSEMBLE – Kinderheim
Lizard Records
Genere: Rock In Opposition (R.I.O.)
Supporto: cd – 2017


Il geniale compositore e polistrumentista Davide Mezzatesta, in arte Mezz Gacano ritorna al pubblico nel 2017 con questo ultimo lavoro dal titolo “Kinderheim”, quarto suggello. Chi lo conosce o chi già ha avuto modo di leggere altre recensioni, già sa bene che l’artista è “totale”. La sua cultura musicale è espressa nelle note in maniera inconfutabile, fra stili che variano dal classico al Jazz, dal Rock, all’Hard Rock a influenze più marcate come il sound di certi King Crimson oppure di Frank Zappa, altro genio della nostra musica mondiale sempre poco citato.
Ora devo dire alcuni “Finalmente”, il primo riguarda la musica ovviamente, finalmente posso godere di vero Prog Rock , cosa che ultimamente mi è capitato di rado. Perché ho detto vero Prog? Sembra così che esista anche il finto Prog Rock. Ho detto così semplicemente perché non basta ripetere i fasti del tempo passato, se intendiamo “Progressive” nel significato che gli spetta, si intende soprattutto il dover  progredire il suono della musica, e per fare questo si deve OSARE. Ecco, oggi  come oggi ho sentito pochi artisti osare nuove soluzioni ed innesti, alcuni nomi per spiegare meglio il concetto possono essere Moloch di Gianni Venturi o i progetti di Claudio Milano e pochi altri ancora,  parlo di stile, forte personalità e di composizione oltre che di strumentazioni varie. Qui infatti si trovano archi, trombe, clarinetti, flauti, sax,  chitarre elettriche, tastiere, elettronica e molto altro. Musica totale che comunque nel suo essere apparentemente fuorviante e ricercata dimostra di avere un grande rispetto per il passato. Quando fai l’orecchio ad un sound, Mezz Gacano ti volta le spalle inserendone uno completamente opposto, se vogliamo una sorta di “schiaffo o bacio”.
Il secondo “Finalmente” lo dedico all’ artwork davvero ben curato e completo oltre che elegante nella sua confezione cartonata, ad opera di Antonio Cusimano / 3112htm.com. Questo è anche rispetto per chi spende soldi nel comperare un disco, visto poi che l’acquirente oggi è un personaggio in via d’estinzione, almeno trattarlo a dovere.
Il terzo “Finalmente” riguarda l’incisione, davvero professionale e pulita, cosa non semplice vista la caratura e la quantità di strumentazioni differenti che appunto variano nel disco,  dal classico al Rock, elettronica etc. Tutto ciò ad opera di Luca Rinaudo assistito da Marco Nàscla e Miss Hill Mary nel Teatro Biondo Di Palermo.
“Kinderheim” è un percorso sonoro formato da diciassette frangenti, fra i quali spicca nel finale “Bitter(N) Stormy Over Vesuvio”, ma il perché non ve lo dico,  lascio a chi compera il disco la vera sorpresa (geniale). I brani sono stati composti in diversi anni della sua esistenza artistica. L’album è completamente strumentale (forse) e quindi ancora un'altra scommessa che apprezzo oltremodo.
Basta parole, musica da ascoltare, non da sentire. MS

PAOLOPARòN


PAOLOPARòN – Vinacce (Canzoni Per Inadeguati)
Music Force /Toks Records
Genere: Cantautore / Folk Rock
Supporto: cd – 2018


L’importanza di giocare con la musica. Paolo Paròn è un polistrumentista, autore e compositore che ha alle spalle lavori di laboratorio musicale oltre che di teatro, abbinati all’improvvisazione e alla creatività. Tutto questo porta ad avere una determinata personalità e una voglia di esprimersi più marcata.
“Vinacce” esce dopo l’esordio in ep datato 2012 dal titolo omonimo e qui di carne al fuoco ce n’è davvero tanta. Mi rivolgo soprattutto ai cultori di alcuna musica come il Rock Progressivo, oppure al cantautorato italiano degli anni ’70, ma quello più cerebrale e sentito, di grandi autori come Lolli o Mauro Pelosi.
Il disco si presenta in una confezione cartonata accompagnata da un esaustivo libretto in cui si possono leggere i testi, punto forte del nostro cantautore.
“Vinacce” è formato da undici canzoni, mentre con Paolo suonano Roberto Amadeo (basso, contrabbasso), Stefano Bragagnolo (batteria), Jvan Moda (computer, rumori), Denis Bosa (violino), Luca Marian (viola), Giacomo Franzon (contrabbasso) e Alice Gaspardo (trombone).
In “Mani Adatte” l’approccio mi fa tornare alla mente certi lavori di Lucio Dalla degli anni ’70 e buono è l’approccio vocale non scontato e perentorio, così la metrica delle liriche. Nelle canzoni di Paoloparòn l’interpretazione gioca un ruolo fondamentale, serve malleabilità a seconda delle esigenze del pezzo, ma soprattutto dei testi. Questo lo potete assimilare anche dall’ascolto di “L’Allegro Caos Dello Scolapiatti” dove interessante è anche  l’accompagnamento dei fiati di Alice Gaspardo ad impreziosire. Fuoriesce il cantautorato più datato in “Un Disegno”, ma rivisitato dalla personalità dell’artista il quale ci aggiunge un pezzo di tastiere che farà la gioia di molti rockettari. La musica si placa con la riflessiva “Amleto 1999”, chitarra e voce per poi crescere in enfasi e sonorità. Fuoriesce il lato più giocoso e divertente in stile Stefano Rosso in “La Domenica Del Supermercato”, chi non ha passato almeno una volta nella vita quelle sensazioni descritte nel brano con il carello nelle mani? Breve momento elettrico e Rock con “Le Ore D’Estate” per poi ritornare nei sentieri storici del genere con la title track “Vinacce” ed il profumo dei filari. Interrogativi psicologici in “Lo Chiedo A Te” e la scuola degli anni ’70 si presenta ancora una volta all’ascolto, questa volta ci aggiungerei alcuni stilemi alla De Andrè.
“Ai Tempi Delle Chat” è fra le mie preferite, delicatezza e profondità fra arpeggi e buone modulazioni. C’è spazio ancora per un frangente Rock dal titolo “Via Bertaldia Blues” e per la conclusiva “Seasons (A Silly Indie Song)” cantata in inglese e in stile Folk.
Paoloparòn ci lascia questo album di canzoni per pensare e per cantare, in maniera semplice ma allo stesso tempo ricercata, avendo in esso cura e rispetto per il cantautorato  passato. L’autore mette in luce i pregi di questo mondo, la passione e la competenza giusta per perseguire buoni risultati. Con cantautori così la canzone storica italiana può dormire ancora sonni tranquilli. MS

Beny Conte


BENY CONTE – Il Ferro E Le Muse
Music Force / Toks Records
Distribuzione: Discover
Genere: Cantautore/Musica Popolare
Supporto: cd – 2017


Beny Conte nasce a Palermo e studia musica ottenendo la Laurea in Discipline della musica ad indirizzo Etnomusicologico, a seguire in Musicologia e Beni Culturali. Nel tempo si trasferisce a Pescara dove prosegue gli studi per laurearsi in Composizione con indirizzo Popular Music, tutto questo per focalizzare le basi del musicologo, compositore, scrittore e chitarrista Beny Conte.
Se desiderate maggiori informazioni riguardo l’artista, avrete di che leggere nel bellissimo libretto che accompagna il disco. Una confezione cartonata elegante e dettagliata con foto, testi, info ed altro ancora.
“Il Ferro E Le Muse” è anche un romanzo di Conte, una storia di mafia e d’amore che racconta la Sicilia e la sua vita in bilico fra queste due situazioni. I due prodotti vanno a braccetto, quindi leggere ed ascoltare con tanto di folclore nazionale come “Vitti ‘Na Crozza” ed inediti scritti dal nostro compositore.
Nei dieci brani che delineano il percorso, Conte ci prende per mano e con delicatezza mista a   competenza accompagna l’ascoltatore fra ottimi arrangiamenti e tanta poesia.
“Quannu Scinni ‘A Notti” ha rispetto della tradizione e del folclore, la musica italiana che non ha tempo, quella che blocca la sabbia della clessidra. “L’Isola Di Buonagente” è  più rivolta al cantautorato vero e proprio, con grandi spunti tratti dallo stile di Ivano Fossati con aggiunta di  delicatezza Jazz.
“Malìa” è terra di nessuno, ma non è così, una storia toccante ed intimistica. La chitarra è spina dorsale del sound Conte, anche se in questo caso i fiati ricoprono un ruolo importante. La tradizione scritta da Balisteri viene esaminata in “ La Mafia e Lì Parrini”, la Sicilia nuda avanti a noi.
Da sottolineare la bellezza cristallina di “Cantu Di La Vicarìa”, ancora una volta magistralmente arrangiata. Più ritmata “’A Liggi Di Lu Ferru”, perentoria e senza compromessi. “Come Un Abbraccio (Sikella)”, ritorna a navigare in mari cantautorali più delicati e riflessivi, mentre “Serenata Alla Terra” torna a far profumare l’aria di Sicilia. Il disco che accompagna il romanzo si chiude con “’U Tempu Di Cirasi”, altro pezzo di terra nelle orecchie.
Chiaro dunque il prodotto analizzato in questa recensione, ben prodotto, suonato ed arrangiato, un pezzo importante della nostra penisola che in realtà non sappiamo apprezzare tanto quanto vale, dovremmo farlo di più ed avere maggiore stima di noi stessi. Bravo Beny Conte. MS

GIO'


GIO’ – Succederà
Music Force / Toks Records
Distribuzione: Discover
Genere: Funk Pop / Hip Hop
Supporto: ep – 2017


Sotto il nome di Giò si cela il cantautore udinese Giordano Gondolo.
La passione per la musica si manifesta nel lontano 1986 quando il cantante inizia la carriera artistica assieme al gruppo Rock “Union Jack”. Nel 1991 passa ai Blue The King. Nel tempo vince assieme alla band il rinomato Arezzo Wave nel 1997. L’anno successivo è la volta di “Musicultura” di Recanati, un altro premio questa volta per il brano “Hobby”. Dal 1999 collabora con i Crash assieme ai quali registra il disco “Protopop”.
“Succederà” è l’esordio discografico formato da sei brani di media durata per un totale di una ventina di minuti di musica. Gli stili sonori che si affacciano durante l’ascolto del disco sono differenti, dal Rap al Pop Rock passando per l’Hip Hop.
“Succederà” inizia con “Io Sarò Li” e la partecipazione dell’ospite Doro Gjat. Il brano non stonerebbe nella discografia di Neffa.
“Quello Che Voglio” è un pezzo Rock, ben arrangiato con piano ed un buon ritornello, tuttavia da non sottovalutare neppure i testi. L’esperienza di Giò si denota sotto differenti aspetti, annessa l’importanza di aver capito l’utilità dell’essere “orecchiabile”. La title track non è altro che un Calipso, alcuni momenti lasciano reminiscenze di Sergio Caputo. Rock di stampo anni ’80 e di radice italiana invece quello proposto in “Cose Che Non Ho Visto Mai”, un pezzo che comunque stenta a decollare. “Noi” riporta l’attenzione dell’ascolto a livelli più attenti grazie anche ad un buon ritornello da canticchiare con i suoi “La La La La La”. L’ep si chiude con la versione acustica di “Io Sarò Li”.
Questo  modo di muoversi fra differenti stili probabilmente denota ancora una momentanea ricerca del proprio essere da parte di Giò, si consiglia dunque di lasciarsi andare pienamente, per poter tirare fuori la propria personalità al meglio. MS

Rose


ROSE – Moving Spheres
Music Force / Toks Records
Genere: Jazz 7 Blues
Supporto: cd – 2017


Dietro il nome Rose si cela la giovane artista Rosa Mussin, appena ventiquattrenne, e non me ne voglia la cantante per aver svelato la sua giovane età, ma questo a mio avviso va sottolineato e leggendo la recensione capirete anche il perché. Sin da bambina si appassiona al pianoforte, studia clarinetto classico e pianoforte e a quattordici anni entra a far parte della Real Flexible Orchestra (Big Band Jazz). Con  Freddy Frenzy & The Magazin Roots si fa una grande esperienza live, aprendo concerti ad artisti come Roy Paci, e pubblica il disco “Reunion” (2012) come tastierista e back vocalist.  Rientra nel progetto de la North East Ska Jazz Orchestra  per condivide il palco con artisti quali Mr. T-Bone (Africa Unite, The Bluebeaters) e Furio (PituraFreska, Ska-J) e numerose le date in Italia e all’estero. Più recentemente si distacca dal sound Reggae  per avvicinarsi al Soul, Blues, R&B e Hip-hop. Nel 2016 vince il BlackMusic Blues Contest di Pordenone e a seguire  molto altro ancora, questo soltanto per riallacciarmi alla sua giovane età.
Il disco è composto da sei brani, tutti trainati dalla voce di Rose accompagnata da Alessio Benedetti alla batteria, Alessio Zoratto al basso, Matteo Pinna alla chitarra, Alessandro Scolz alle tastiere e da Mario Castelletto alle percussioni. Appaiono come special guest Marco D’Orlando alla batteria nel brano “Moving Spheres” e Roberto “Rob” Amadeo al basso e alle tastiere.
Il Jazz corposo e caldo di “Relation” non soltanto apre il disco, ma presenta il carattere di Rose, la vocalità apportata alla sensitività emotiva. Tonalità aperte, su intercalare d’intensità. La musica accompagna con sobrietà, senza strafare per non disturbare la vocalità della cantante, anche se di tanto in tanto brevi assolo si presentano.
Più ricercata ed elettronica “Moving Spheres”, ma il tutto resta a disposizione della melodia, mentre la voce di Rose gioca con echi. Una nuova veste.
Si ritorna alla Fusion ed al Jazz di compagnia con “Same Things”, brano che definirei come minimo radiofonico.
Arriva anche il momento più intimo, qui dal titolo “Amused”, dove la canzone abbraccia la voce e viceversa. Rose dimostra di conoscere bene anche la storia del genere. Un Funky a cavallo del Rock ci accoglie in “Stupid”, momento più corposo e diretto. Il disco si chiude con “Ups & Downs”, voce e chitarra acustica, Rose qui si esibisce in casa, fra giochi vocali ed intensità emotiva. Una interpretazione matura e profonda che fa la bellezza del genere in analisi.
Rose è dunque una sorpresa in attesa di maturazione totale, la strada intrapresa gode già di personalità e chi l’ha notata sa cosa sta trattando. Un disco piacevole e scorrevole consigliato a chi ama coccolarsi con il Jazz, la Fusion e tutto quello che gira attorno a questo mondo elegante e delicato. MS



domenica 16 settembre 2018

Dion Bayman


DION BAYMAN – Better Days
Art Of Melody Music
Distribuzione: Soundtrek Distributions
Genere: A.O.R.
Supporto: cd – 2018




Il Rock e l’Hard Rock melodico in senso generale accalappiano l’ascolto al primo istante. Un piacere per lo spirito e per il corpo ascoltare melodie gradevoli ed efficaci. Gli anni ’90 ci hanno investito con questo ardore, assieme all’A.O.R. il suono “radiofonico” e curato di questi dischi, hanno fatto breccia nei cuori di noi amanti della musica. Come non nominare Bon Jovi, Richard Marx e Bryan Adams per fare alcuni esempi? Ecco queste sono le coordinate su cui navigano anche  le canzoni di Dion Bayman, polistrumentista australiano che con Better Days” giunge al suo quinto suggello da studio.
“Better Days” è formato da dieci brani ed è accompagnato da un artwork davvero ben curato e gradevole alla visione, ad opera di Antonella “Aeglos Art” Astori. Indovinato il concetto di una porta che apre ad una strada impolverata, un percorso di vita da affrontare.
Quello che salta subito all’orecchio è la qualità dell’incisione del disco, davvero curata e cristallina, un piacere per lo stereo e per chi ancora come me si ostina ad ascoltare la musica con impianti potenti e non da cellulari o pc.
Come suona ok, ma quello che suona? Ad iniziare da “Ready For The Real Thing” è palese, Hard Rock morbido ben arrangiato, con coralità ruffiane e ritornello da cantare. Bayman suona tutti gli strumenti senza strafare, non si lancia in assolo complessi ma bada al sodo in maniera lineare per dare più risalto alla canzone.
“Rise And Fall” con gli interventi di tastiera è pomosa e delicata, radiofonica a tutti gli effetti, mentre la title track è più “rocchettara” e ancora una volta si canta. “The Best Times Of My Life” è un altro potenziale hit e questa è musica da ascoltare in auto durante un bel viaggio e magari ad alto volume. Colonna sonora per percorrere la suddetta strada impolverata.
Tanto cuore e passione scaturiscono dalle note, l’autore e strumentista è ispirato, e non possono mancare neppure le ballate qui dal titolo di “Leap Of Faith” e “Out Of Mind Out Of Sight”. Riparte il ritmo, anche in maniera più sostenuta con “Fallin’ For You”, canzone dai numerosi deja vu, ma perfetta. “Pieces” è un pezzo cotonato, ciondolante nell’esibizione e gli anni ’90 ci travolgono in pieno volto (Bon Jovi docet). “Cold” prosegue il concetto” mentre “If I Could” chiude l’album in modo che l’ascoltatore non possa che rimanerene soddisfatto.
Se dovessi trovare un difetto a questo lavoro, potrei ricercarlo nell’assenza di importanti assolo che potrebbero spezzare l’ascolto e di conseguenza il troppo cantato, anche se so bene che è il genere stesso che lo richiede.
“Batter Day” è un disco che suona bene, altrettanto eseguito e con melodie centrate, chi ama questo stile musicale di certo troverà pane per i propri denti e sappiamo bene che l’appetito vien mangiando. MS

domenica 2 settembre 2018

Central Unit


CENTRAL UNIT – Whatever Day Suits You Best
M.P. & Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


Sono passati dieci anni dall’ultima realizzazione in studio dei bolognesi Central Unit, quell’ “I See You” che convinse  la critica di settore. Stiamo parlando di un genere abbastanza di nicchia, quel Rock composito di generi come l’elettronica, il Rock ed il Jazz, un connubio assolutamente interessante e sempre aperto a nuovi innesti, sintetizzando è Progressive Rock.
La formazione oggi è composta da Alberto Pietropoli ai sax e flauto, Enrico Giuliani al basso, Riccardo Lolli alle tastiere e programmazione e Andrea Ventura alla batteria e percussioni.
I Central Unit raccontano nel percorso sonoro con le note, ciò che accade ad un individuo nell’arco di una giornata, evidenziando la frenesia a cui siamo sollecitati, a partire dallo stress del lavoro. Poi ci sono anche momenti di relax, come quello di sognare ad occhi aperti, magari dondolando su di un altalena. E la musica si fa portavoce.
Sei le canzoni contenute in “Whatever Day Suits You Best”, tutte si aggirano su una durata media di sei minuti esclusa “Seesaw Daydream” con i suoi otto abbondanti e “Snowed Under” di cinque. Il disegno della copertina è sempre realizzato dall’ormai fido disegnatore Giorgio Carpinteri, come il Prog ci insegna, associare uno stile visivo preciso al nome del gruppo è quantomeno funzionale.
“On Board” si apre con un giro di tastiere efficace e gradevole sostenute dall’elettronica non invasiva. Il sax subentra alzando il tiro del sound. I più attenti di voi avranno notato in senso generale l’assenza della chitarra, perchè lo stile Central Unit non la richiede, gode di specifica personalità.
“Gear Path” ha un incedere arabeggiante e segue un filo conduttore dall’ampio respiro grazie anche ad  alcuni effetti eco e ad un tappeto di tastiere efficace. La sezione ritmica sostiene egregiamente il tutto.
“Snowed Under” ha un ottimo giro di basso mentre il flauto traverso si intromette rilasciando loop di note. Il refrain è piacevole così l’unisono dei suoni che lo accompagnano, ben equilibrati.
In “Get It Out Of Your System” il suono diviene più vintage malgrado gli interventi elettronici che lo completano, perché le tastiere hanno il timbro del Mellotron. Si gode anche di un ritornello che subito si stampa alla mente. Nei brani i Central Unit non si lanciano in assolo strumentali, bensì badano al sodo concentrandosi sull’efficacia del motivo.
“Seesaw Daydream” si apre con un altro loop compulsivo, per poi lasciarsi trasportare via da arie leggere trainate dal flauto di Pietropoli. Bello il giro di piano a sostegno. Il disco si conclude con “What Use (Bob Costa Remix)”, elettronica, radiofonica e con sprazzi sonori dal profumo anni ’80.
Questa dei Central Unit è musica d’atmosfera che disegna precise situazioni senza astruse complessità, sta soltanto a noi saperle visualizzarle. MS