giovedì 30 maggio 2013

Luca Olivieri

LUCA OLIVIERI - La Quarta Dimensione
AG Produzione

Distribuzione italiana: si
Genere: Ambient / World Music
Support: CD - 2008



L’esperienza dell’artista Luca Olivieri è notevole, basta collegarsi al suo sito www.lucaolivieri.eu per comprenderne le potenzialità acquisite. Polistrumentista con ampie predilezioni nei confronti degli arrangiamenti, Olivieri nella sua musica disegna quadri d’acquarello, tenui e freschi.
Il cd si divide in dodici momenti, tutti papabili per possibili colonne sonore di un film. “Angelina” tocca i sentimenti e ci addentra in questo lavoro ricolmo di buone idee. “Chrome” si articola fra elettronica e tastiere, quelle di Luca ovviamente, sempre delicate e sognanti. Ancora di più in “Lontana Presenza”, un aria leggera sostenuta dalle percussioni che fanno tornare in mente paesaggi solari isolati.
Nella musica aleggia un certo amore per gli anni ’70, per il gusto compositivo di quel periodo. I musicisti che Collaborano nel disco sono Mario Arcari (fiati), Giovanna Vivaldi (violoncello), Diego Pangolino (percussioni), Roberto Lazzarino (chitarra elettrica), Fabio Martino (fisarmonica), Fabrizio Barale (chitarra) ed Andrea Cavalieri (basso), questi due ultimi a rappresentanza della band Yo Yo Mundi. Fra frangenti Folk, tanghi ed elettronica, “La Quarta Dimensione” (quella del tempo) è un lavoro coraggioso sino ad un certo punto, perché in realtà è la melodia che la fa da sovrana. E’ una musica che dipinge , lascia nella mente immagini, magari anche di certi film anni ’70, comunque sia toccante. Non si alzano mai i toni, non serve per colpire l’ascoltatore. Una vena malinconica sopraggiunge spesso e volentieri, come nella stupenda “L’attesa”. Ci sono anche momenti allegri e circensi, come in “Fantasmi”, ma la bravura di Olivieri risiede nel saper toccare l’anima con una musica soave, leggera, ben arrangiata e sapientemente eseguita. Difficile stabilire certe coordinate sonore, immaginate qualcosa di Bacharach, Eno ed i Tangerine Dream. A questo punto avete tutte le informazioni giuste per poter prendere una decisione.
Questo è un disco che serve per spurgare l’animo e le orecchie, mi sento di complimentarmi con questo artista che assieme a Ramaglia (anche se con musiche totalmente differenti) cercano di portare nuove sensazioni in questo panorama italico sempre più sfiduciante ed abbandonato a se stesso. MS

martedì 28 maggio 2013

ANVISION

ANVISION – AstralPhase
Empire 18
Genere: Metal Prog
Supporto: cd – 2012



Siamo sommersi da realizzazioni in ambito Prog e Metal da parte della Polonia! Un incessante esercito di talenti ci stanno invadendo da qualche anno a questa parte, ma la cosa che più colpisce è la qualità di queste realizzazioni. Con gli AnVision siamo nel Metal Prog, terra di nessuno, ultimamente così la chiamo, in quanto non ha molti proseliti e le vendite a parte i soliti grandi nomi (Dream Theater, Queensryche, Symphony X) non danno grandi soddisfazioni.
Eppure noi italiani siamo ricettivi nei confronti dei talenti dediti ad uno stile apparentemente ostico, basta guardare cosa abbiamo fatto con i Gentle Giant ed i Van Der Graaf Generator negli anni ’70…. Ma siamo anche un popolo strano, di fatto acquistiamo poco e presto giriamo anche le spalle. Le band Metal Prog si abbarbicano ai binari sicuri costruiti dai maestri del settore, eppure gli AnVision ci raccontano una bella storia, senza strafare e con personalità.
Esistono anche passaggi musicali inflazionati, è inevitabile, ma quello che funziona nella loro musica è il mix fra Prog, Metal, Aor ed Hard Rock, il tutto offuscato da un lieve velo di oscurità.
Gli AnVision di fatto sono cinque musicisti esperti che si uniscono nel 2007 per dare vita a questo progetto. Registrano un EP nel 2009-2010 dal titolo “Eyes Wide Shut”, comprendente quattro canzoni e poi questo “AstralPhase” del 2012.
Melodie nostalgiche ed orecchiabili si scontrano con frangenti più duri, ma anche buoni assolo, specie di chitarra. L’apporto delle tastiere è fondamentale nell’economia del sound, così l’uso della chitarra che sa accarezzare o urtare quando serve. La sezione ritmica non presenta sbavature e la buona produzione sonora esalta il tutto.
Gradevole anche l’uso della voce, buona interprete delle situazioni liriche, senza mai cercare l’urlo forzato o l’altezza assoluta. I testi aleggiano fra pensieri profondi, ricordi, sogni reconditi, vita e morte, tutto questo visto dagli occhi di un astronauta che viaggia nel tempo e nello spazio.
Il disco si ascolta con piacere, specie “S.O.D.” e “Mental Suicide”, ma tutte e sette i brani colpiscono nel segno. La loro durata è mediamente di sette minuti.
Artefici di questo debutto sono: MarQus (voce), Greg (chitarre), Artur (basso), Lucas (tastiere) e Larz (batteria). Non da trascurare l’ottimo artwork di Piotr Szafraniec, curato e suggestivo.
Ora ho segnato il nome AnVision nel mio taccuino delle band da tenere d’occhio, perché se il buongiorno si vede dal mattino…. Lasciamoci invadere.(MS)

Le Orme

LE ORME - Live in Pennsylvania
Sonny Boy

Distribuzione italiana:
SelfGenere: ProgSupport: 2CD+DVD - 2008


Il Progressive Rock in Italia ha avuto dei nobili portabandiera, sin dai primi anni ’70. Sappiamo tutti chi sono Il Banco Del Mutuo Soccorso, la Premiata Forneria Marconi e gli Area, ma chi ha aperto la porta ufficialmente al genere sono state Le Orme con “Collage”. Una band che si è sempre espressa al meglio in sede live. Una formazione a tre che guarda più verso i Quatermass che agli Emerson Lake & Palmer. Una lunga carriera , con i propri alti e bassi, compresa la breve pausa che va dal 1983 al 1986, ma sempre dedita fedelmente ai propri Fans. Gli anni sembrano non aver scalfito la verve di Tagliapietra e soci, tornati oggi dopo il periodo più elettronico degli anni ’80 ad un Prog più classico e sinfonico. Il trittico “Il Fiume”, “Elementi” e “L’infinito” non solo ci riporta alle belle sonorità di un tempo, ma gode di una inaspettata freschezza.
Con questo”Live In Pennsylvania”, la band hanno dimostrato di avere ancora tanta passione
da regalare ai propri ammiratori. Questa partecipazione all’edizione del 2005 del prestigioso Nearfest è la dimostrazione di quanto amore e di quanto rispetto ci siano ancora per questi vecchi leoni, ma soprattutto abbiamo la testimonianza di una prova di grande carattere. Le Orme sono in forma smagliante, sembra davvero che in questi anni la band, non solo non abbia perso smalto, ma che sia addirittura migliorata, in effetti l’esibizione proposta e catturata in questo titolo ci mostra un gruppo che ha saputo rileggere i propri classici rendendoli attuali come se fossero stati composti da pochi anni, invece che da oltre trenta, e questa è con tutta probabilità la cosa più bella. È ovvio che i classici qui riproposti sono stati eseguiti con grande rispetto, ma il sound che esce è fresco, accattivante, non suona per nulla vintage o nostalgico, credo che questo sia possibile sono grazie ad una grande passione e ad una profonda onestà artistica, che va giustamente riconosciuta a questi musicisti.
Credo che ogni amante del Prog (non solo italiano) abbia imparato ad amare classici come “Cemento Armato” o Felona e Sorona, che viene riproposto praticamente per intero, oppure la popolare “Gioco di Bimba” che ha dato una certa notorietà alla band anche presso il pubblico non legato al Prog, ogni brano proposto dei diciotto in scaletta è un pezzo di storia del Prog internazionale, la fotografia di un epoca che ancora oggi trova tanti appassionati in tutto il mondo.
Aldo Tagliapietra (voce, basso, chitarra e sitar), Michi Dei Rossi (batteria), Michele Bon (hammond, tastiere e guitar simulator) e Andrea Bassato (piano, tastiere e violino) sul palco hanno fatto scintille, forse la voce di Tagliapietra non è più squillante come un tempo, ma si tratta di un difetto di poco conto, restano pagine di musica memorabile che descrivere in questo breve spazio non è facile, dai duetti di tastiere, alle belle ritmiche di batteria, alla chitarra synth di Michele Bon.
Ce ne sarebbero di cose da raccontare, ma in fondo quello che resta è un’esibizione che lascia ammirati e desiderosi di aver partecipato all’evento. GB + MS


lunedì 27 maggio 2013

Quasar Lux Symphoniae

QUASAR LUX SYMPHONIAE - The Dead Dream
Open Mind

Distribuzione italiana: Lizard
Genere: Prog
Support: CD - (1977) 2012




I Quasar Lux Symphoniae sono una band friulana dedita ad un Prog sinfonico d'impatto, uno fra i nomi di spicco in ambito nazionale nel genere. Ho sempre seguito la discografia di Roberto Sgorlon (chitarra, voce, tastiere), Umberto Del Negro (basso), Fabrizio Morassutto (batteria) e Paolo Paroni, maestro aggiunto con la musica classica, ma i QLS sono un progetto ancora più ampio ed aperto a più artisti. In particolar modo ho apprezzato nel 2008 "Synopsis", ma anche il buon "Mit" del 2000 (Mellow Records) o l'opera Rock "Abraham" del 1994 e comunque la discografia composta da cinque album escluso il presente, che staziona sempre su buoni livelli.
Ufficialmente si fanno conoscere al pubblico nel 1984 con "Night Hymn" in piena era New Prog, quando IQ, Marillion e Pendragon su tutti, imperversavano fra i fans. La curiosità attorno alla band, visto l'interesse del periodo sul genere, è pressoché immediata e si comincia a parlare anche di un disco debutto mai edito del 1977, il fantomatico "The Dead Dream". Questo è un concept album influenzato dalla psichedelìa dei Pink Floyd e anche da vigorose atmosfere elettriche, come quelle dell'Hard Rock. Quindi le canzoni risalgono al 1977, ma vengono riregistrate nel 1995 rispettando fedelmente le originali. Grazie alla Lizard, oggi possiamo godere di questo concept e chiudere il capitolo "album fantomatico".
Un encomio a parte per l'artwork di Davide Guidoni, sempre più ispirato e prezioso.
Il sogno della morte è profondo e drammatico sin dall'iniziale "Overture" e l'aurea degli anni '70 aleggia sopra l'ascoltatore, mentre le tastiere compongono buone melodie ed accompagnamenti. Per narrare un sogno servono atmosfere quantomeno psichedeliche e qui il tutto viene sottolineato anche da respiri ritmici e da una narrazione recitata d'impatto. Ma è "Life For Art" che si addentra nei meandri di questa storia, canzone semplice e sentita nell'interpretazione vocale.
L'Hard Rock a cui mi riferivo in precedenza è quello di "Stranger Shadow", nulla di trascendentale, cadenzato e diretto, supportato da assolo di chitarra gradevole e trascinante. Qui con difficoltà si riscontrano i QLS che conosciamo oggi. Resta comunque palese che gli anni '70 hanno avuto un fascino sonoro di assoluta rilevanza, emotivi nell'approccio sia mentale che corporale, come nella strumentale "Cast Revelation". La chitarra lascia sognare anche a noi, una ballata sentita, accompagnata dalle sempre presenti tastiere. Tutti i brani probabilmente avrebbero necessitato di un migliore supporto di arrangiamenti, però dobbiamo sempre tenere alla mente che "The Dead Dream" doveva essere sempre un debutto e se vogliamo paragonarlo alle uscite degli anni '70 si può dire che siamo decisamente sopra la media.
L'acustica "Look Again", "Game Over" e via verso la conclusiva "San Francisco California" trasportano la mente in questo oscuro viaggio onirico. L'ultimo brano è a mio avviso un piccolo gioiello in ambito Prog e battezza una band che successivamente saprà mantenere la promessa di buona scrutatrice d'idee.
Piacevolissimo disco rispolverato e spero a questo punto di poter ascoltare buone nuove dai QLS, perché di buona musica ce n'è sempre bisogno, oggi e sempre, alla faccia di chi dice sempre che il Prog è morto. MS

domenica 26 maggio 2013

Il ritorno di "Darwin", la nuova veste.

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO

DARWIN!




DAL 28 MAGGIO DISPONIBILE IN COFANETTO
(DOPPIO CD o TRIPLO VINILE)

“DARWIN!” REMASTER DELL’ORIGINALE DEL 1972 + “DARWIN!” LIVE DEL 2012
e un libro con foto inedite della band e la storia del concept album
più rappresentativo del Progressive Rock italiano!


DA DOMANI IN RADIO IL BRANO INEDITO
IMAGO MUNDI con FRANCO BATTIATO


Dal 28 maggio “DARWIN!”, il disco più amato del BANCO DEL MUTUO SOCCORSO, sarà disponibile in una nuova veste: un cofanetto in doppio cd o triplo vinile, pubblicato da Sony Music, che conterrà il remaster con nuovo missaggio dell’originale di “Darwin!” del 1972 e “Darwin!” LIVE, registrazione integrale del concerto tenutosi presso l’Anfiteatro Romano di Cassino nel 2012.

“DARWIN!” contiene il brano inedito “Imago Mundi”, interpretato dal Banco del Mutuo Soccorso insieme a Franco Battiato, da domani (venerdì 17 maggio) in rotazione radiofonica.

Il brano può essere considerato l’episodio conclusivo della grande rock-opera “DARWIN!”. In un album che racconta l’evoluzione della Terra e dell’uomo, “Imago Mundi” ci parla della loro involuzione, riscrivendone il finale.

Imago Mundi” uscirà accompagnato da un videoclip, realizzato dal Banco Del Mutuo Soccorso con la partecipazione di Franco Battiato, con la regia di Giancarlo Amendola e Francesco Di Giacomo. Il video mostra, attraverso le immagini girate in collaborazione con Greenpeace, la struggente bellezza del mondo, la sua incredibile perfezione messa a contrasto con la brutalità dell’uomo, la sua violenza nei confronti della natura e dei suoi simili.

Ad impreziosire “DARWIN!”, considerato l’album più rappresentativo del Progressive Rock Italiano e uno dei più significativi concept album di sempre, un libro di 32 pagine sulla storia del disco con foto d’epoca inedite del Banco del Mutuo Soccorso.

sabato 25 maggio 2013

Tunatones

TUNATONES – Vulcano A new Exotic Rockabilly Adventure!
Prosdocimi Records
Genere: Rockabilly
Supporto: cd – 2013



Ritorna lo spensierato e divertente Rockabilly del trio padovano Tunatones a distanza di un anno dal precedente “I Tunas!”. L’esordio ha portato interesse in sede live attorno alla carismatica figura della band, date e divertimento hanno acceso le luci attorno a questo interessante progetto.
“Vulcano” riporta oggi una band più unita e forgiata dall’esperienza avuta anche in sede estera, questo lo si denota specialmente nelle nuove composizioni, più vigorose e se vogliamo anche maggiormente curate. Come lo era per l’esordio, anche in questo caso l’arrangiamento è uno dei punti di forza dei Tunatones. L’album è registrato live in studio, altra dimostrazione di voler trasmettere a chi ascolta tutta l’energia che sono capaci di sprigionare ed il genere coinvolgente di certo non si lascia pregare. Di conseguenza ecco a noi dieci tracce di musica sia da ascoltare che da cantare, cominciando da “El Tiburòn”, pezzo simpatico che apre in stile The Shadows, quelli di “Apache”. Chitarra in evidenza, ma anche sax, esaltato dall’incisione analogica degli studi Prosdocimi Recording.
Trascinante “Rockin’ The Highway”, Mike 3rd, Alessandro Arcuri e Alberto Stocco ricordano si i Stray Cats, ma hanno personalità da dimostrare. Si torna indietro nel tempo con “Me And My Motorbike, canzone che non sfigurerebbe di certo nella discografia del re del Rock, Elvis Presley. La voglia di cantare cresce assieme a “Like A Goddess”, vero e proprio potenziale hit del contesto “Vulcano”. Mettono il turbo con “Honkin’ Horns”, il ritmo contagioso diventa sfrenato e riesce difficile restare fermi all’ascolto. A questo punto serve una ballata e così è, i Tunatones  sanno quando spezzare e quindi ci propinano la delicata “B.F.D.”. Ancora un brano lento, “Night Has Never Been”, caldo ed avvolgente dimostra radici profonde nel Blues, quelle che hanno ispirato anche i Doors più intimistici.
Ma la vera sorpresa arriva alla fine, un tributo all’Heavy Metal e ad alcuni dei suoi classici, presi di mira “Hells Bells” (AC/DC), “Run To The Hills” (Iron Maiden) ed “Enter Sundman” (Metallica) in “Heavy Medley”. Riuscitissimo e spassoso come pochi, mostra classici che si possono davvero sposare anche con il Rockabilly. Geniale.
I Tunatones si sono affidati anche in questo caso al mastering di Ronan Chris Murphy (produttore anche di King Crimson, Tony Levin e Steve Morse), a dimostrazione che squadra che vince non si tocca. Si, la squadra vince nuovamente, convincono e addirittura crescono in qualità, davvero una garanzia soprattutto dal vivo. Quando avete voglia di spassarvela avanti allo stereo o in macchina, mettete su “Vulcano” e non sbagliate di sicuro. (MS)

Tugs

TUGS – Europa Minor
AMS/BTF
Genere: Opera Prog Rock
Supporto: cd – 2013



Ecco un esempio di come suonare un genere nel momento sbagliato può portare a notevoli difficoltà e persino a tardive realizzazioni e si riesce solamente se si è caparbi, altrimenti c’è l’anonimato. Il genere a cui mi riferisco è il Progressive Rock e la band in questione è una delle realtà livornesi più apprezzate, i Tugs.
Suonare Prog nel 1978, quando il Punk e la Discomusic decretano la morte del genere, porta a svantaggi notevoli, l’interesse di case discografiche e di organizzatori di concerti è pari quasi allo zero. Anni difficili gli ’80 per la band, dedita comunque a sonorità importanti che molto spesso richiamano quelle dei Genesis, delle nostrane Orme oppure della PFM. Ma quando la qualità c’è, la sopraccitata caparbietà è consapevole, allora statene certi che può nascere una buona proposta.
Addirittura oggi si parla di Opera Rock, questa dei Tugs, un viaggio musicale attraverso otto secoli di storia, letteratura e teatro europeo. L’Europa vista attraverso gli occhi della band, uno sguardo focalizzato alla cultura antica e moderna, non solo Spred ma una riflessione attenta sulla storia, le battaglie, il sangue ed il sudore che sono serviti a realizzare questa dura convivenza ancora oggi martoriata dalle vicende economiche. Dunque i Tugs si ritrovano nei tempi moderni e ritentano la carta Prog, in un momento che le reunion di band storiche sembra quantomeno attirare l’interesse di numerosi appassionati nostalgici.
La numerosa line up è composta da dieci elementi: voce e chitarra Pietro Contorno, chitarra Nicola Melani, tastiere Marco Susini, basso Bruno Rotolo, batteria Fabio Giannitrapani, violino Francesco Carmignani, flauto Claudio Fabiani, chitarre, mandolino e mandola Antonio Ghezzani, violoncello Martina Benifei e percussioni Matteo Scarpettini.
La cosa che risalta immediatamente all’acquisto di “Europa Minor” è decisamente la cura per l’artwork ed il packaging, davvero esaustivo e professionale. All’interno non si trovano soltanto i testi, bensì anche la storia della band e l’argomentazione trattata, arricchita da belle foto. L’opera in sede live ovviamente offre il lato di se più coinvolgente in quanto non solo ascolto ma anche rappresentazione visiva e recitata, per cui avvantaggiata, tuttavia il disco riesce a trasmettere questa atmosfera in maniera chiara e forte. La buona produzione sonora non fa altro che sottolineare il tutto.
Ma tornando al concept, Europa dunque è anche cultura, letteratura, danza, musica, poesia, un insieme di realtà che legano e che in qualche maniera ci rendono tutti più vicini malgrado la difficoltà delle lingue e delle differenti realtà economiche, qui i Tugs focalizzano la propria attenzione, denominando il tutto “Europa Minor”.
Dodici tracce a partire da “Waterloo”, pittoresca intro che ci rende immediatamente cittadini di questa Europa, grazie al suo Folk Rock di matrice inglese ma anche dalle sfumature mediterranee, davvero un segnale forte sin dall’inizio. Un lungo percorso che andrà a toccare numerose influenze, anche il New Prog di stile Marillioniano oltre ovviamente il lato più orchestrale della musica, vista la strumentazione in loro possesso. Cambi di tempo ed umorali sono all’ordine dell’ascolto, anche se a volte ci si imbatte in un contesto cantautoriale semplice e gradevole. “Il Re Ed Il Poeta” resta uno degli esempi più limpidi dello stile Tugs. A tratti esaltanti e coinvolgenti, i momenti strumentali testimoniano l’amalgama di questa numerosa formazione. Il Progressive Rock Italiano è esternato in tutta la sua grandezza, la lezione delle band passate viene assorbita e rielaborata dalla band. Non è un pezzo in particolare che comunque si distingue, a dimostrazione di un lavoro compatto e costante.
Probabilmente in uno dei momenti più torbidi della propria esistenza dal dopo guerra, il continente così viene analizzato e proposto, un lavoro forse ambizioso, ma che trasuda amore e competenza. Sono passati 35 anni dall’esordio dei Tugs e come dicevo all’inizio, soltanto i più caparbi ne vengono fuori, chi la dura la vince! (MS)

giovedì 23 maggio 2013

Altare Thotemico

ALTARE THOTEMICO – Sogno Errando
Ma.Ra.Cash Records
Genere: Jazz Prog
Supporto: cd -2013


Secondo lavoro in studio per la band Bolognese dei fratelli Venturi, Gianni (voce) e Valerio (basso) e del tastierista Leonardo Caligiuri dopo il debutto del 2009 dal titolo “Altare Thotemico” (Ma.RaCash). La critica mondiale ben accoglie l’ingresso di questa formazione dedita ad un Prog sperimentale italiano in stile Area al mondo discografico. Un approccio alquanto radicato agli stilemi degli anni che furono, grazie anche al flauto di Caligiuri. Ma il tempo passa e la voglia di sperimentare è sempre più marcata. Muta la line up, Davide Zannotti lascia la batteria a favore di Max Govoni e l’innesto di Emiliano Vernizzi al sax e di Gabriele “Legolas” Toscani al violino, rendono la band disposta a varcare la soglia del Jazz Rock. Traghettati dalla sperimentazione vocale di Venturi, gli Altare Thotemico riescono a rinfrescare il sound e a dare ancora più importanza ai testi, sempre in mano al vocalist, fulcro imprescindibile di “Sogno Errando”. Non solo Stratos è presente nella sua fascia culturale, bensì c’è un girotondo nel mondo del Teatro Della Voce, un penetrare dentro la parola, lasciando che il suo significato trasporti la fonetica, ricercata ma anche creata. Dunque voce come strumento e portatrice sana di poesia, una poesia che a tratti schiocca rude, sarcastica, dolce, nervosa e desiderosa di essere vissuta, oltre che capita.
Il viaggio onirico, fra la musica e la mente, viene intrapreso con “Le Correnti Sotterranee”. Fiati in evidenza, Arti & mestieri, Perigeo, Bella Band, Area e tutto quello che fa Jazz Prog italiano anni ’70 ci sbattono in faccia la realtà degli Altare. Suono caldo ed avvolgente sopra interpretazione vocale variegata fra il recitato, il cantato, il fonetico ed il parlato. Le mani di Caligiuri descrivono scale delicate quando si soffermano sulla tastiera del piano, mentre un assolo di percussioni spezza il brano in due. Il violino elettrico è la chicca finale.
“D’Amore E Altri Tormenti” lascia l’argomento terra ed affronta quello annoso dell’amore. Tormentato, malinconico, leggiero e rammaricato, l’amore qui viene cantato con profondità e con la formula Jazz melodica, davvero una gemma che potrebbe anche uscire da un ispirato album di Paolo Conte.
Fanno capolino gli Area nell’intro di “Broken Heart”, un sobbalzo al cuore ai vecchi militanti della “consapevolezza” non lo toglie nessuno. Ma il brano si svolge in maniera differente, uno swing delicato come un velo narra un'altra storia d’amore. Gli occhi si chiudono inevitabilmente all’ascolto del sax che dialoga con la ritmica semplice e delicata, mentre il piano insegue con pacatezza. Di tanto in tanto fra le note fuoriescono gorgheggi di natura araba, altra conferma dello studio allo strumento umano da parte di Venturi.. Ma il tormento porta a gridare, spesso e volentieri la mente si lascia andare e la voce narra il proprio dolore. Il piano disegna armonie vellutate, di una delicatezza a tratti struggente, per poi lasciare il palco al sax di Vernizzi. Questo è uno dei brani più belli della discografia Thotemica, chicca per veri intenditori.
“Petali Sognanti” presenta  la prova polifonica di Gianni, sopra una ritmica sincopata
solo temporaneamente sferzata da un suono elettronico. Un affresco di mamme che si tengono per mano e che cantano nell’aria già novembrina….nel cerchio allargato del divenire. Questo è l’Etno Folk Thotemico che non lascia adito a restrizioni mentali.
La title track “Sogno Errando” è un altro episodio di notevole fattura, profondamente culturale per ciò che concerne il bagaglio tecnico, una vetrina per gli autori. Succede l’ascolto di “Porpora”, che da solo vale l’acquisto del disco. Caligiuri mette a nudo la propria anima nei tasti del pianoforte…poi….. sorpresa da gustare nel susseguirsi delle parole colorate di Gianni.
Chiude l’album “Neuro Psicho Killer”, un rivoltarsi dentro, fra note ed i ricordi che squarciano la carne e le viscere di chi si lascia trasportare.
Ho parlato troppo, sono sincero, avrei dovuto lasciare molto di più alla sorpresa, perché qui la musica è “totale”, il cantato è “totale”, figlio sia dell’improvvisazione che delle radici culturali dei componenti. Un ritorno spaventoso, assolutamente consigliato a chi fa della musica una fonte di vita e non un semplice usa e getta. Un altro pianeta, fermarsi per capire. (MS)
 

ALTARE THOTEMICO - Altare Thotemico
Ma.Ra.Cash Records
Distribuzione italiana: Venus
Genere: Prog
Support: CD - 2009




Prosegue nel territorio italico, la passione per questo genere di nicchia che viene chiamato Progressive Italiano. Il suo nome fa venire alla mente le gesta di band come PFM, Banco Del Mutuo Soccorso, Orme etc. etc., ma nelle sue fila esso raccoglie anche centinaia di band mordi e fuggi, ossia da un disco (raro) e via. Musica sperimentale, che spesso va oltre le influenze jazz, sinfoniche o psichedeliche. I classici nomi sono gli Alphataurus o i Balletto di Bronzo, gli Hard Prog Biglietto Per L’Inferno, i Rovescio Della Medaglia e via fino ad arrivare ai più sperimentali Dedalus. Ce n’è davvero per tutti i gusti e soprattutto per la gioia e l’impazzimento del collezionista. E la passione per questa musica non si è mai sopita nel tempo, le nuove generazioni hanno assimilato la lezione delle band di culto ed hanno fatto proprio questo bagaglio culturale, rimodernandolo con le nuove sonorità. Un esempio sono i Marchigiani Altare Thotemico.
In questo ottimo album di esordio si miscelano numerose sonorità, pur sempre legate al filo vintage, ecco dunque spuntare il flauto di Leonardo Caligiuri che non può fare a meno di richiamare i partenopei Osanna, o i giri di basso di Valerio Venturi molto vicini a quelli di Ares Tavolazzi degli Area, il tutto supportato dall’ottimo lavoro alla batteria da parte di Davide Zannotti. Enrico Scaccaglia suona la chitarra e si adegua a tutte le situazioni, siano esse più ricercate che semplici, mentre lo sforzo creativo più impegnato viene svolto da Gianni Venturi alla voce. Il suo modo di cantare non è canonico, bensì va a pescare nel calderone della sperimentazione e non nascondo che spesso mi fa tornare alla mente la band Quintorigo. Prova di grande personalità. Di conseguenza, importanza anche ai testi, non banali, a tratti ironici e beffeggianti, il tutto sorretto da un buon artwork con tanto di testi e foto all’interno curato da Domizia Parri.
Non c’è una suite come ci si potrebbe attendere da una band che segue questo tipo di percorso sonoro, tuttavia i brani si mantengono quasi tutti sui sette minuti.
Ascoltare il disco è come fare un balzo temporale negli anni di Villa Pamphili, fra i trilli del flauto e gli arpeggi di chitarra in “Il Canto Che Sprofonda”. La band è consapevole dei propri mezzi, è sicura di se stessa e sa cosa vuole. Il ruolo delle tastiere suonate da Caliguri è quello di dare profondità al suono e quando emergono i brevi assolo, sono sempre brividi sulla pelle per chi ama questo tipo di sonorità e la PFM. Divertente, scanzonata , a tratti funky è “ L’Interessante Vita Del Topo” con massicci riferimenti tastieristici agli Area , oltre che per il cantato. Qui c’è l’anima di questa band, mi sento di inserirla in questo contesto, in quanto racchiude tutto ciò che ho descritto sino ad ora. C’è anche il brano che possiamo definire il singolo del disco ossia “Demon”, trascinante, cadenzato, diretto, un momento alto di Hard Prog come mai ultimamente mi è accaduto di ascoltare. Gianni Venturi sperimenta soluzioni vocali in “Computer Organico”, brano davvero impegnativo, il tutto su un sottofondo dal profumo psichedelico, musica profonda in un crescendo emotivo coinvolgente. L’inizio de “L’addormentato” è molto Porcupine Tree style, per poi lanciarsi nei refrain classici delle band italiane anni ’70. Non manca l’attimo più delicato, per un momento di meditazione più profonda, supportata da melodie ariose, questo si intitola “Suite Per Marianna”.
“Oltre” chiude il disco in maniera esemplare, con l’ennesima prova vocale superlativa e recitativa. Questo perché gli Altare Thotemico, malgrado tutti i punti di riferimento da me segnalativi, sono una band profonda dalla spiccata personalità. Un disco che vi farà pensare e vi convincerà che la voce è uno strumento e che il Progressive italiano è duro a morire, alla faccia di chi dice che è morto! Debutto con i fiocchi. MS

mercoledì 22 maggio 2013

Blue Mammoth

BLUE MAMMOTH – Blue Mammoth
Masque Records
Genere: New Prog – Hard prog
Supporto: mp3 – 2011


I Blue Mammoth provengono dal Brasile e si formano nel 2009. Il Prog proposto è di chiara matrice sinfonico-classica con tastiere e chitarre in evidenza, aperta a soluzioni Hard Prog. L’amore che dimostrano per il genere è contagioso, la lezione degli anni ’70 ed ’80 è palesemente assimilata.
Un Mammoth Blu, mi piace pensare che l’abbinamento animale-colore sia voluto a questa logica: spesso noi scrittori di Prog chiamiamo gli artisti del passato più importanti “dinosauri”, perché grandi ed antichi, poi il blue sta a dimostrare la fantasia, l’estro e l’unicità dell’animale (quindi della musica proposta).
Ma scherzi a parte, il gruppo dimostra con “Blue Mammoth” una forte amalgama ed un gusto per le melodie altamente spiccato. Non disdegnano neppure passaggi nel New Prog e nell’AOR. L’Overture mette in chiaro i loro intenti, la sinfonicità e la profondità della musica. Con “The King Of Power” si divertono a scorrazzare nel DNA del Prog e vanno spesso su quello degli Yes. Belle fughe strumentali, quelle che piacciono tanto ai fans del genere. Il cantante e tastierista Andre Micheli ha una buona voce e riesce ad interpretare a dovere i brani a seconda delle necessità. Il basso è affidato alle mani di Julian Quilodran, la batteria a Thiago Meyer e la chitarra a Cesar Aires.
“Winter Winds” è una semi ballata orecchiabile con un bel momento pianistico finale. Ancora cambi di tempo con “Metamorphosis”, dal profumo antico, solo graffiata dalle chitarre distorte e quello che ne scaturisce è un suono che accalappia l’attenzione. “Growin’” ed i suoi otto minuti è uno dei passaggi più interessanti dell’intero album. L’epicità prosegue nelle mani di Aires, spesso ho avuto sensazioni che provavo all’ascolto degli IQ negli anni ’80.
Dolce e molto tastieristica “Who We Are”, mentre con “The Sun’s Face Through Dark Clouds” i Blue Mammoth giocano a fare i Gentle Giant. Altro punto alto della mia personale graduatoria risiede in “Quixote’s Dream”.
Finale d’artificio con “Infinite Strangers” e qui vengono fuori tutte le radici della band.
Questo lavoro lo consiglio a tutti gli appassionati del genere, ma anche a chi ascolta Metal, buona musica in generale e a tutti coloro che vogliono avvicinarsi anche per la prima volta a questo meraviglioso genere. Il Brasile non è nuovo a queste sorprese, ora dopo questo buon debutto, attendiamo sviluppi. (MS)

lunedì 20 maggio 2013

Cyril

CYRIL – Gone Through Years
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music Distribution
Genere: Progressive Rock / Metal Prog
Supporto: cd – 2013



E si, non ditemi che non avete mai sognato di fare un viaggio con la macchina del tempo! Non ci credo….Come l’uomo ha sempre desiderato volare, la macchina del tempo è un altro di quei desideri irraggiungibili che si cela dentro ognuno di noi. H.G. Wells ne ha scritto un libro, “The Time Machine”, non avrà viaggiato veramente nel tempo, ma con i proventi di sicuro avrà girato mezzo mondo! Questo della macchina futuristica è il concept sul quale è argomentato il debutto dei tedeschi Cyril, band formatasi nel vicino 2010 dai residui della band Gabria e dedita ad un Prog melodico e diretto. Si compongono con Larry B. (voce), Marek Arnold (fiati e tastiere), Denis Strassburg (basso), Ralf Dietsch (chitarra) e Clemens Litschko (batteria).
Con un confezione cartonata, “Gone Through Years” è inciso molto bene e si presenta suddiviso in dieci tracce, in equilibrio fra Rock, Metal Prog, AOR e New Prog.
I Cyril iniziano il viaggio subito con una buona causa, tentano di cambiare gli eventi accaduti ad una giovane ragazza di nome Alice, morta prematuramente in un incidente stradale, il brano si intitola “ In Search Of Wonders”. La voce calda di Larry narra la vicenda su una struttura melodica di facile presa e ben arrangiata. Notate che nel disco, gli arrangiamenti sono uno dei punti di forza. Velatamente malinconica e dal buon ritornello, la canzone descrive anche il DNA musicale della band.
 “Sweet Alice” ricorda la memoria della ragazza, in questo caso le chitarre sia acustiche che elettriche, si alternano nell’accompagnare la vicenda. Un piano apre “Through Time And Space”, canzone più vivace e se vogliamo anche più Prog, con l’attenzione rivolta al sound americano dei Spock’s Beard. Voglia di stupire senza strafare, badando molto alla pulizia esecutiva e sonora. Coronano il tutto un sax ed un coro femminile.
Spazi più ampi con il lento tempo cadenzato di “Gone Through Years”, sei minuti di Rock ben confezionato. Fra le note molto spesso si ha la sensazione di deja vu, ma questo è il rischio che si affronta nel proporre questo genere di sonorità in senso generale. I Cyril cambiano spesso il tempo ed infarciscono i suoni con sorprese, non mancano neppure richiami al New Prog degli anni ’80. Chitarra acustica e bellissima esecuzione in “Days To Come”, qui la band cerca di mettersi, anche per un istante, in vetrina.
 “Mental Scars” in alcuni versi ricorda i Dream Theater più delicati, mentre la successiva “Gate Of Reflection” prosegue il cammino popolare del suono. L’album si chiude in crescendo emotivo con tre brani di quasi sette minuti l’uno, “Eading For Disaster”, “World Is Lost” e “Final Ending”. Qui i Cyril spingono sull’acceleratore ed ecco uscire allo scoperto anche un lato Queensryche.
Quello che i tedeschi sono riusciti a fare è unire un insieme di stili con un legante che è quantomeno ruffiano, ossia il senso per le buone melodie e dei ritornelli accattivanti. C’è il rischio che tutto questo possa scontentare tutti, cioè gli amanti del Metal Prog o del Prog stesso, avere i piedi su più staffe è sempre un incognita. Personalmente ho apprezzato molto, perché se lo ascoltate attentamente, è un disco profondo e ricco di buone idee, solo apparentemente spensierato. Comunque voi la pensiate, è un lavoro altamente professionale, su questo non c’è dubbio.(MS)

sabato 18 maggio 2013

Soft Machine Legacy

SOFT MACHINE LEGACY - Soft Machine Legacy
Moonjune
Distribuzione italiana: IRD
Genere: Prog
Support: CD - 2006



Tempi duri per la leggendaria Scuola Di Canterbury, le scomparse di Pip Pyle (batterista dei Gong) e di Elton Dean (sassofonista proprio dei Soft Machine) rendono questo disco un boccone amaro da assaporare. Chi fra di voi è un amante del Prog dei tempi che furono, conosce già l’importanza storica dei Soft Machine, creati allora da Robert Wyatt nel lontano 1966.
Il gruppo svaria fra improvvisazioni Jazz intrise di Psichedelica, dove il sax di Dean non è altro che la ciliegina sulla torta e crea un genere di nicchia. John Etheridge (chitarra), Hugh Hopper (basso) e John Marshall assieme al compianto Elton si ritrovano nel 2004 sotto il nome Soft Machine Legacy. Subito diverse date live, fra cui quella bellissima immortalata nel live cd “Live in Zaandam” e poi questo lavoro, vera e propria chicca che non deve mancare nella discografia di chi ama l’improvvisazione ed il Jazz misto ad un Rock soft (veramente) di indubbia eleganza.
In realtà una piccola variante al sound del quartetto, pur se piccola, c’è ed è la chitarra di Etheridge più presente, o per meglio dire in evidenza rispetto agli altri strumenti. La produzione dei Soft Machine stessi e di Leonardo Pavkovic è buona ed il tutto viene registrato a Londra nel 2005 e masterizzato in Giappone nel 2006. I brani con una certa parvenza di logica strutturale sono “Kite Runner”, la breve “F&I”, “New Day” e “Strange Comforts”, tutti gli altri sono composti da mera improvvisazione.
Chi si vuole avvicinare alla Scuola Di Canterbury forse questo disco è troppo ostico, magari meglio cominciare con i vecchi Caravan, i Camel o i primi Soft Machine, per tutti gli altri questa è una vera leccornia. Grazie Elton Dean, R.I.P. MS

venerdì 17 maggio 2013

FASANO JAZZ 2013

                                                  FASANO JAZZ '13
                                      XVI EDIZIONE


Martedì 4 giugno 2013
Sagrato della Chiesa Matrice
ore 21:00

RAIZ & RADICANTO:
“Casa”


Raiz: voce
Giuseppe De Trizio: chitarra classica & mandolino
Fabrizio Piepoli: basso elettrico, voce & loop
Adolfo La Volpe: chitarra elettrica & oud
Nanni Chiapparino: fisarmonica
Francesco De Palma: batteria



Martedì 4 giugno 2013 seconda serata della XVI Edizione del Fasano Jazz! Dopo l'apertura all'insegna dei Beatles con il trio di Danilo Rea, il festival si sposta all'aperto - ingresso gratuito - sul Sagrato della Chiesa Matrice per uno degli appuntamenti più attesi del Fasano Jazz 2013Radicanto e RaizCasa è il titolo del nuovo disco dei Radicanto, formazione barese tra le più apprezzate nel campo neo-folk: nell'album il gruppo guidato dal chitarrista Giuseppe De Trizio ha ospitato Raiz, popolare voce degli Almamegretta, per una rilettura dei classici della indimenticata band napoletana.

Cantighe sefardite, salmi, canzone napoletana, fado portoghese, ritmi nordafricani, mediorientali, asiatici: lingue e linguaggi che si inseguono, una "democrazia del pentagramma", il Mediterraneo come una realtà panregionale, senza frontiere. E' così che Radicanto e Raiz presentano la nuova collaborazione, costruita su musiche dal mondo che incontrano anche il jazz: sul palco del Fasano Jazz sarà l'occasione per scoprire il fascino e il magnetismo di un repertorio speciale.

Dalla sua prima edizione nel 1998, Fasano Jazz ha sempre puntato alla qualità, al coinvolgimento di nomi storici e giovani promesse, a una proposta musicale che si apre anche al rock, al blues e alla world music, offrendo ogni anno intriganti proposte che riescono a soddisfare i palati fini, a solleticare i cultori più attenti, a coinvolgere gli ascoltatori più curiosi. Per la terza serata, giovedì 6 giugno, si suona ancora al Sagrato della Chiesa Matrice: il tributo a Bob Marley del Valentini-Pace Trio e l'energico rock-blues di Nathaniel Peterson.



Prossimi appuntamenti:


Giovedì 6 giugno 2013
Sagrato della Chiesa Matrice
ore 21:00

opening act:
VALENTINI – PACE TRIO
"Huru Wetu - omaggio a Bob Marley”
Connie Valentini: voce
Camillo Pace: contrabbasso
Antonio Lore: tromba

second set:
NATHANIEL PETERSON BAND
Nathaniel Peterson: basso elettrico & voce
Fulvio Feliciano: chitarra
Nino La Montanara: batteria

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Venerdì 7 giugno 2013
Teatro Sociale
ore 21:00

EZIO GUAITAMACCHI
feat. BRUNELLA BOSCHETTI VENTURI

“Rock Files”

in collaborazione con “Il Presidio del Libro” - Fasano
(presenta Donato Zoppo)

Ingresso libero

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Sabato 8 giugno 2013
Teatro Kennedy
ore 21:00:

PAOLO FRESU
“Devil Quartet”

Paolo Fresu: tromba, flicorno & elettronica
Bebo Ferra: chitarra
Paolino Dalla Porta: contrabbasso
Stefano Bagnoli: batteria

Ingresso: 10 euro

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Martedì 11 giugno 2013
Teatro Sociale
ore 21:00

PAOLO CARNELLI
“Van Der Graaf Generator - La biografia italiana”
in collaborazione con “Il Presidio del Libro” - Fasano
(presenta Donato Zoppo)

opening act:
FORMER LIFE
“Electric Stillness”
Andrea De Nardi: tastiere, organo Hammond & voce
Matteo Ballarin: chitarre & voce
Carlo Scalet: basso elettrico & voce
Manuel Smaniotto: batteria

second set:
ALEX CARPANI BAND
feat.DAVID JACKSON

“plays Van Der Graaf Generator”
Alex Carpani: tastiere & voce
  David Jackson: sassofono & flauto
Joe Sal: voce
Ettore Salati: chitarre
Giambattista Giorgi: basso elettrico
Alessandro Di Caprio: batteria

Ingresso: 5 euro

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Mercoledì 12 giugno 2013
Teatro Kennedy
ore 21:00

Introduzione di
Mario Giammetti e Donato Zoppo

"ALDO TAGLIAPIETRA & BAND feat. DAVID JACKSON
  40mo Anniversario Live 1973-2013
con l'esecuzione della prima versione originale e inedita di FELONA E SORONA"

Aldo Tagliapietra: voce & basso elettrico
David Jackson: sassofono & flauto
Aligi Pasqualetto: tastiere
Andrea De Nardi: organo Hammond & tastiere
Matteo Ballarin: chitarre
Manuel Smaniotto:batteria

ingresso: 10 euro


Direzione artistica:
Domenico De Mola

Mediapartners:
JAM: www.jamonline.it
Drumset Mag: www.drumsetmag.com
Jazzitalia: www.jazzitalia.net
MovimentiProg: www.movimentiprog.net


Informazioni:
cultura@comune.fasano.br.it
Tel. 080-4394123

Fasano Jazz:
www.fasanojazz.it

Synpress44 Ufficio Stampa:
www.synpress44.com
E-mail: synpress44@yahoo.it
Tel. 349/4352719 – 328/8665671

giovedì 16 maggio 2013

The Watch

the WATCH - Timeless
Selfproduced
Distribuzione italiana: -
Genere: Symphonic Prog
Support: CD - 2011



Simone Rossetti oramai lo conoscono tutti gli amanti del Prog , ci ha lasciato dischi interessanti assieme ai suoi The Watch quali “Ghost” (2001), “Vacuum” (2004), “Primitive” (2007) e “Planet Earth?” (2010). Il genere a cui vanno incontro è totalmente debitore ai Genesis di Peter Gabriel, così la voce di Simone ed il face painting. Da sempre si sono scritte recensioni sulle analogie con la band inglese, tuttavia va rimarcato in modo netto e distaccato che i The Watch sanno non solo suonare bene, ma anche comporre dell’ottima musica. Ecco dunque che le tastiere di Valerio De Vittorio ricoprono un ruolo di fondamentale importanza, così la chitarra spesso in stile Hackett di Giorgio Gabriel. Visto che stiamo parlando dell’era Gabriel, non può non mancare il flauto, qui degnamente suonato da John Hackett (come vedete certi nomi fanno capolino non a caso). La ritmica è precisa e senza tecnicismi inutili, di buon livello, proprio come l’intesa fra Guglielmo Mariotti (basso) e Marco Fabbri( batteria).
Il disco si apre con l’intro cantilenante di “The Watch” e se qualcuno di voi ancora non avesse mai ascoltato la band, avrà un sussulto al cuore nell’ascolto, come imbattersi in uno sbalzo spazio temporale, quello che generalmente noi chiamiamo Deja Vù. La copertina di ”Selling England By The Pound” è avanti ai nostri occhi per un istante, solo il tempo di giungere dopo quasi due minuti a “Thunder Has Spoken”, canzone più di personalità e movimentata. Nella stanza dilaga l’essenza degli anni ’70, anacronisticamente si vive l’ascolto con vicino apparecchi decoder, cellulari e quant’altro non esisteva negli anni della grande musica Rock, un curioso raffronto che non mi lascia indifferente. Non ci sono suite, piuttosto brani di media durata e tutti molto orecchiabili, i The Watch hanno saputo dosare con precisione farmaceutica la melodia che prende al primo ascolto alla tecnica ed al sound dei Genesis. Ascoltare “One Day” è un piacere, sia per la maestosità dei tappeti mellotron che per la fruibilità del brano. Gli arpeggi sono all’ordine dei pezzi, non mancano mai, come ad esempio nell’accenno iniziale di “In The Wilderness” che potrebbe benissimo uscire da “The Lamb Lies Down On Broadway”, pezzo allegro e beffeggiatore. La melodia cresce e tocca dentro con “Soaring On” ed il flauto di Hackett, qui siamo ancora più indietro nel tempo. Resta comunque penalizzante andare a descrivere le sensazioni che danno i singoli brani, in quanto chi ama la band in questione ha capito benissimo cosa va ad ascoltare in “Timeless”. Gli amanti dei The Watch non chiedono altro, tutti gli altri avranno qualche dubbio sul significato di un disco del genere oggi 2011.
La musica quando è bella e ben suonata, non importa a chi si rifà, l’importante è che sappia emozionare. Chi non conosce il Progressive Rock di stampo sinfonico ha l’occasione buona per avvicinarsi e sicuramente incuriosirsi, anche se oggi come oggi la musica per la mente è del suo penalizzata dall’isterismo dei media e della società moderna. Io non mi lascio travolgere, so chiudere ancora gli occhi e sognare. MS

martedì 14 maggio 2013

Unitopia

UNITOPIA - The Garden
Inside Out
Distribuzione italiana: Audioglobe
Genere: Prog
Support: 2CD - 2008




Spettacolare doppio cd per questa band australiana! Scusate l’inizio alquanto entusiastico, che all’apparenza potrebbe sembrare dettato dall’enfasi del momento. No, non è così, ne ho ascoltati di dischi Prog in anni ed anni della mia vita, ma questo doppio cd dal titolo “The Garden” mi ha colpito ascolto dopo ascolto. È il classico disco che ogni sostenitore del genere deve assolutamente avere nella propria discografia. Non mancano dunque tastiere ridondanti, atmosfere ad ampio respiro, Genesis , King Crimson, Van Der Graaf Generator, The Flower Kings, e poi suite, un artwork splendido curato dal grande Ed Unitsky, insomma proprio tutto, ma andiamo con calma.
La band inizia la propria carriera artistica nel 1996, ma il primo album viene pubblicato solamente nove anni dopo, con il titolo “More Than a Dream”. Li ritroviamo oggi con questo “The Garden” che potrebbe sembrare, vista la sua prolissità, un concept, però così non è. Malgrado tutto una specie di filone logico lo possiede, diciamo che l’argomento più trattato nelle liriche è la redenzione e si parla anche della speranza che fuoriesce quando si è in casi disperati ed ovviamente anche d’amore. Il gruppo è composto da Matt Williams (chitarra), Mark Trueack (voce), Sean Timms (tastiere e chitarra), Monty Ruggiero (batteria), Shireen Khemlani (basso) e da Tim Irrgang (percussioni).
Più che carne al fuoco qui c’è una intera macelleria, si comincia in sordina, quasi in punta di piedi con la delicata “One Day”, un momento di piano e voce davvero toccante e d’atmosfera. Il ko per il Prog fans è gia dietro l’angolo, succede la suite “The Garden”, spettacolare esempio di tecnica ed eleganza. In essa si incrociano mille influenze, Prog moderno alla The Flower Kings e Spock’s Beard di Neal Morse, per poi passare verso il finale, agli anni ’70 di Peter Gabriel. Alla conclusione sembra di ascoltare un frangente di “Supper’s Ready”! A questo punto potreste pensare che alla band manchi di sicuro la personalità, viste le coordinate tracciate, ebbene, anche in questo caso gli Unitopia colpiscono. Sanno camminare bene con le proprie gambe, hanno saputo fare tesoro della musica passata e moderna , ma come un mixer hanno miscelato il tutto facendo confluire l’ascolto in un unico sapore. Musica totale, gli strumenti impiegati sono davvero molti, dal sassofono ai flauti, percussioni tribali e tanta orchestralità. Arabeggiante nella voce femminile la dolce “Angeliqua” e neppure nei brani di breve durata c’è ovvietà. “Here I Am” ne è un esempio, delicata e con un ritornello da brano commerciale. Musicalità che riempie la testa, l’ascolto è a 360 gradi, mai noioso.
Incantevole il flauto e chitarra acustica della breve “Amelia’s Dream”, vorrei che non finisse mai. Pinkfloydiana in maniera incredibile l’adiacente “I Wish I Could Fly”. Chiude il cd la canzone più Rock dal titolo “Inside The Power”. Anche la seconda parte dell’opera si apre con una suite, Journey’s Friend. Attacco alla Spock’s Beard, con tastiere in crescendo, intermezzo Jazz con tanto di Sax e classico finale enfatico che riprende il life motiv del brano. Ritmi World nella delicata “Give And Take”, più che altro voce e piano, mentre la musica diventa più psichedelica con “When I’m Down”, a tratti vicina al mondo dei Porcupine Tree. “This Life” si lascia ascoltare con piacere grazie al mix fra Hard Rock e le melodie più pacate del sassofono. Altro stupendo lento con voce femminile compresa è “Love Never Ends”, mentre per chi ama il piano e l’orchestra c’è “So Far Away”, un pezzo che potrebbe essere benissimo racchiuso nella musica classica. Ritorna il Rock più ricercato con piccole influenze anni ’70 in “Don’t Give Up Love” e si chiude alla grande con “321”, un mix Fra Hard Rock e Prog.
Questo doppio cd sembra una colonna sonora di qualche film, tanto è il materiale che ne fuoriesce all’ascolto. Mettetelo nella vostra collezione.  (MS)


lunedì 13 maggio 2013

Efem System

EFEM SYSTEM – The Dream
Autoproduzione
Genere: Pop Elettronico
Supporto: cd – 2011


Il genere Pop Elettronico in Italia gode di un rispettoso seguito popolare, anche in ambito live. Le proposte sono generalmente di vari tipi, le più richieste sono ovviamente di band (o One Man Band) che più si accostano alla dance. Ma se l’elettronica riesce anche a far pensare, questa sia la benvenuta.
Gli Efem System sono un duo, composto da Fabrizio Fraioli “Fraio” e da Mirko Di Michele “Number”. Fraio collega le tastiere, il basso e la chitarra al pc, mentre Number compone le liriche dei brani da loro creati, oltre che suonare a volte la chitarra. Con il programma “Logic” del “Mac”, il gioco è bello che fatto. Ovviamente servono buone idee per poter esprimere un qualcosa che possa rimanere impresso nella mente di chi ascolta, in quanto il genere non è che poi debba saper fare altro, visto che in esso non ci sono assolo o cambi di tempo particolari. Il risultato si intitola “The Dream” ed è un debutto composto da dodici tracce, suddivise fra dieci inediti e due cover, “Panic” dei The Smiths” e “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division.
L’intro “I Would Always Be Where I’m Not” ci inserisce nel mondo degli Efem System, quello diretto ma ricco di contenuti lirici, dove l’ascoltatore è preso si da un sound se vogliamo anche in stile Depeche Mode, ma che oltre riesce a far pensare. Suono minimale che sembra scaturire dagli anni ’80, anche in “From The Sky” dove il ritornello ovviamente è il punto focale del pezzo.
In “My Walk” si parla del cammino della vita con annesse depressioni psicologiche. In “The Dream” ci sono due canzoni in Italiano, una è “Il Tuo Sorrsio” in cui il contesto si avvicina di più ad un approccio cantautoriale, mentre la musica fa capolino anche nel genere Reagge. Qui gli Efem System ci raccontano di quando si deve fare il classico sorriso a cattivo gioco. Più frivola e spensierata “The Dream”, un angolo di serenità che a volte ci ritagliamo nel corso della nostra esistenza, qui raccontata con disarmante semplicità. I ritornelli fanno sempre riferimento agli anni ’80.
Poteva mancare una canzone d’amore in un disco dance? Certamente no e “Love Is Not Lovable” affronta la questione con positività, malgrado spesso il cuore incoccia anche in gravi delusioni.
Più energia in “Glass Cage”, pur restando lo stile vocale ancorato agli stereotipi del genere descritto. “Semplice” è l’altro brano cantato in Italiano, mentre “The Boy That Ran Too Fast” è dedicato a Ian Curtis ed al film “Control”.
Ovviamente ho parlato di un disco Pop Elettronico, un genere che io personalmente non ho nel DNA, tuttavia ho le orecchie per capire lo sforzo creativo e quindi di apprezzare alcune sue sfumature. Poi la ripetitività dei suoni e del cantato mi porta a storcere il naso. Ma non fate caso a me, io sono un Rocker dall’animo Prog, sennonché Metallaro, per cui in ambito poco attendibile. “The Dream” è comunque un lavoro serio, dove gli autori hanno messo la propria anima e non solo.
Consigliato agli amanti del genere. (MS)

Illachime Quartet

ILLACHIME QUARTET – I’m Normal, My Heart Still Works
Distribuzione: Lizard Records
Genere: Contemporanea, elettronica
Supporto:cd – 2009


La musica si evolve giorno dopo giorno, artista dopo artista e necessita obbligatoriamente di passaggi sperimentali e visionari per poter apportare un minimo di cambiamento. Ovviamente chi vive di Pop si limita a trarre solamente alcuni spunti e buone idee, per poi riamalgamare il tutto sull’onda del successo, ma chi veramente osa, spesso e volentieri non viene ascoltato, o perlomeno riconosciuto.
Questo scarno preambolo sta a significare che i napoletani Illàchime Quartet sono un progetto dedito alla sperimentazione che oscilla fra il contemporaneo e l’elettronica, senza disdegnare le lezioni impartite negli anni ’70 da gente come King Crimson od Henry Cow.
Fabrizio Elvetico, Gianluca Paladino e Pasquale Termini sono le menti pensanti, che sanno avvalersi anche del supporto di altri special guest. Resto colpito dalla comunicabilità della loro musica, che malgrado poggi molto sull’elettronica stile anni ’90 (Brian Eno su tutti), riesce anche ad esternare le proprie radici partenopee, come nella voce di Rossella Cangini in “Discentro”. Un richiamo anche nel violoncello di !Ballroms”, pezzo interpretato dalla voce di Graham Lewis.
Apparenti improvvisazioni rendono la musica impalpabile, sfuggevole, salvo poi ricaderci addosso con la propria concretezza e cultura, un macigno con sopra scolpito la parola “anni ‘70”. Echi di odierno e passato, un connubio che può lasciare molti ascoltatori in un limbo mentale destabilizzante, ma che si presenta in ogni brano con tutta la devastante concretezza. Suggestioni si susseguono , variando dal nervoso (Fripp) al rilassato, passando anche per le corde del violoncello di Fabrizio Elvetico.
Le tracce sonore contenute nel disco dall’artwork cartonato sono sei e si concludono con una micidiale suite dal titolo “Terminali (Destination)”. I suoni che fuoriescono da “I’m Normal, My Heart Still Works” sono dunque davvero tanti e distinti, il che non fa altro che dettarmi il consiglio di un ascolto preventivo a tutti coloro che non vivono di sperimentazione. Chi invece, come me, ha la mentalità gia aperta a certe soluzioni, consiglio direttamente l’acquisto, in quanto in esso si aggirano vere e proprie colonne sonore della nostra quotidianità moderna. (MS)

domenica 12 maggio 2013

Idea Ostile

IDEA OSTILE - …Destabilizzazione in corso….
Videoradio – Jester Sound
Genere: Dark Rock
Supporto: cd – 2009


Oscurità, malinconia e sensibilità, finalmente un sound differente, un nuovo modo di affrontare l’argomento Dark e questa volta sono degli Italiani a proporcelo. Si chiamano Idea Ostile e si formano nel 2002. I testi sono introspettivi e profondi, rimarcati da una sonorità assolutamente personale, grazie al violino di Daniele Bortoluz ed ai due bassi (si, avete capito bene, due), quelli a quattro ed a sei corde di Massimo Longo ed Ervin Bez.
Questo ensamble, completato da Stefano Funes alla batteria e da Lorenzo “Lollo” Viale alla voce, ha questo suono profondo ed immaginate di prendere i Cure, Litfiba, Tool e certa Psichedelia degli anni ’70 e ne avrete una vaga impressione.
Gli Idea Ostile sono di Belluno e Padova, nel 2005 incidono un demo dal titolo “Demo 2005” per poi partecipare e vincere anche alcune manifestazioni sonore, come nel 2007 al Castello Live Contest di Valdagno (VI).
Roboante oscurità, il suono criptico lascia solo vagamente spazio a squarci di luce, come in “Scuse Geometriche”, brano strepitoso interpretato vocalmente alla perfezione da un istrionico Lollo Viale.
Ancora più greve la corta “Cul De Sac”, spaventosa nell’incedere e molto “Progressiva” nella struttura. Ci sentiamo persi in questo vicolo cieco. Questa è da preludio al pezzo più interessante del disco, “Taurus”. Ritmica ovviamente in evidenza, sembrano i Litfiba colti da depressione, con un violino lamentevole alla My Dying Bride… davvero un bagno nella pece.
L’artwork è molto curato, con tanto di testi ed il merito va attribuito ad Angelo Feltrin (Desolate Sun). I brani contenuti sono sette per una durata di poco più di 32 minuti, forse unico neo del disco, perché quando ci si fa la bocca, è terminato. Ma questo potrebbe essere anche un pregio, in quanto lascia voglia di attendere nuovi sviluppi. Poi chi dice che è meglio la quantità che la qualità? Certo è che l’oscurità proposta ha un fascino notevole, specialmente ci si diverte all’ascolto vibrante dei due bassi che sfregiano questa tela nera, dove impressa c’è disegnata la nostra fantasia.
Io non ho paura di essere triste, a volte nella vita si ha anche bisogno di meditare, per cui “…Destabilizzazione In Corso….”  potrebbe essere la giusta colonna sonora dei vostri pensieri.
Astenersi  i deboli di carattere, depressione dietro l’angolo. (MS)

venerdì 10 maggio 2013

Work Of Art

WORK OF ART - Artwork
Frontiers
Distribuzione italiana: Frontiers
Genere: AOR
Support: CD - 2008





Quando ho messo nel mio stereo “Artwork” dei Work Of Art, sono rimasto più che allibito. Vuoi vedere che c’è stato un errore ed il cd in questione è invece l’ultimo dei Toto? Tutto in regola, i Work Of Art sono proprio una band di classe e dedita al 100% all’A.O.R. di Steve Lukather e soci. In realtà aleggia in tutto il lavoro quel profumo di anni ’80, quando le band come Survivor, Journey e tante altre sbancavano i botteghini.
Le origini dei Work Of Art, risalgono al 1992, ma annotiamo solo un demo di tre tracce, una sosta ed il ricongiungimento nel 2002. Malgrado ciò i scandinavi hanno dimostrato talento da vendere. Ecco dunque spiegato un esordio così altisonante, diciamo che il trio è da parecchio tempo che si dedica al genere proposto.
Dodici brani senza pause, un inanellarsi di piccole hit e quasi viene spontaneo chiedersi se la Frontiers non abbia fatto Bingo! Francamente credo che questo disco abbia tutte le carte in regola, dalle melodie, alla produzione, per vendere alla grande. E se poi questo non dovesse avvenire, allora c’è davvero di che preoccuparsi, cosa deve comporre una band di A.O.R. per uscire dalla mischia? “Why Do I” è a dir poco eccellente, poi non possono mancare i nomi di donna come da copione Toto, ecco dunque “Maria” e “Camelia”. Ci sono frangenti vicini al plagio, ma sempre con freschezza e rispetto, come “Whenever U Sleep”, che molto ha del sacco di “Can’t Stop Loving You”. Non solo Toto, ci sono anche riferimenti ad altre band importanti, come Urban Tale, Drive She Said, Unruly Child e Signal.
In definitiva, il genere A.O.R. è questo, quando si esprime al massimo dei suoi livelli è un piacere da ascoltare. Ti rapisce e ti porta alla spensieratezza, senza esagerare. Chi in futuro vorrà spostare le coordinate del genere sarà più che benvenuto, per ora, anche se troppo stereotipati, ci accontentiamo alla grande dei Work Of Art. MS

mercoledì 8 maggio 2013

Alibi

ALIBI - Misdemeanours
Escape

Distribuzione italiana: Frontiers
Genere: AOR
Support: CD - 2006




A volte basta davvero poco per fare un buon disco, ci sono artisti che con il minimo sforzo raggiungono risultati davvero insperati. E’ il caso del gruppo del chitarrista di Bob Catley (Magnum), il bravo Vince O’Regan. Si va subito al sodo sin dal primo brano “Get ready” e via, via per tutto il cd, diretti e senza inutili orpelli strutturali. Il Rock vive di riff massicci ed adrenalina, oltre che di ballate, così i nostri baldi artisti si comportano di conseguenza, cimentandosi in tredici brani onesti e di facile presa.
Il cantante Rick Chase (Mama’s Boys, Double Cross) riesce a dare la giusta carica alle canzoni, pur non toccando vette elevate, con dosata esperienza. Se vogliamo cercare dei punti di riferimento possiamo citare senza indugi i Thin Lizzy, i Toto, i Ten ed ovviamente i Magnum, vista l’appartenenza di Vince. Di pecche se ne possono trovare, a partire dal suono non del tutto nitido, certamente sufficiente, ma piatto. Ci sarebbe da contestare anche una certa mancanza di personalità, ma questo è un fatto relativo quando si è al cospetto di un disco grazioso, senza troppe pretese e divertente.
Ottima la chitarra in “No Reason”, così nella più mielosa “Gabrielle”, tuttavia uno dei pezzi più godibili del disco si intitola “By Your Side”. Le influenze degli anni ’80 si manifestano spesso e raggiungono l’apice nella bellissima “Lost On The Inside”, un inno al Rock più seduttore.
Un ora di bella musica, fresca e diretta, con qualche piccolo peccatuccio di banalità al quale si può sopperire con la classe senza problemi. Se non siete sicuri dell’acquisto almeno dategli un ascolto, altrimenti non avete Alibi. MS