Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

lunedì 21 ottobre 2019

Presentazione libro METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Presentazione libro METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Vi aspetto sabato 9 Novembre alle ore 17.00 a Fabriano nella Biblioteca Multimediale. Vi parlo del piano dell'opera "METAL PROGRESSIVE ITALIANO Ed I Fondamentali Stranieri" (Arcana), oltre che di storia del Rock e dell'Heavy Metal. 
Per chi desiderasse ci saranno anche copie del mio libro vincitore del premio "Macchia Da Scrivere 2018" come migliore enciclopedia musicale dell'anno ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013

 La locandina è ad opera di Eleonora Salari

Franck Carducci


FRANCK CARDUCCI – The Answer
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2019


Come ben sintetizza la foto centrale del libretto che accompagna il nuovo disco di Franck Carducci “The Answer” ritraente l’artista con la clessidra in mano, il tempo passa velocemente. Sembra ieri che ascoltavo per la prima volta il chitarrista polistrumentista francese nel buon debutto di “Oddity” del 2011, e anche nel successivo “Torn Apart”  del 2014, dove ho trovato miglioramenti e maturazione artistica.
Il tempo vola dicevo, sono passati quasi cinque anni per giungere al nuovo album, ma la riflessione che mi sorge spontanea è che tuttavia la musica resta immortale.
Carducci ha nuove storie da raccontare, e le registra in sei nuove tracce, mentre nel disco si trovano in aggiunta due bonus track, una live intitolata “On The Road To Nowhere” e “Beautiful Night”, poi ancora in aggiunta due versioni radio di “(Love Is) The Answer” e “Slave To Rock’n’Roll” i pezzi da spingere dell’album.
Ed è proprio con “(Love Is) The Answer” che si inizia, con le tastiere, gli effetti e un riff di chitarra acustica. Il brano è altamente Prog grazie alle tastiere Hammond e Mellotron di Oliver Castan, mentre alla batteria c’è Antonino Reina, Christophe Obadia ai cori, Carducci al basso, chitarre e voci e Steve Marsala, Mary Reynaud, Sandra Reina e Amelynn Vecchi ai cori. Un equilibrio fra Neo Prog e stile anni ’70 caro in primis ai Genesis e agli Yes che lascia spazio alla magniloquenza del suono. “Slave To Rock’N’Roll” è più elettrica e l’incedere iniziale mi ricorda molto la qualità dei Saxon, semplici e diretti. Ovviamente non siamo a livelli dell’Heavy Metal, ma traspare questa aria che rimanda agli anni ’80, mentre il ritornello si affaccia verso l’AOR. Trascinante l’assolo di chitarra.
“Superstar” è una mini suite di dodici minuti, qui l’artista mette in mostra tutte le sue capacità compositive, e ritorna il Progressive Rock con i cambi di tempo. La musica di Carducci prende per impeto emotivo e lascia il segno, gioca molto sui momenti orecchiabili da stamparsi nella mente e il tutto funziona. L’esperienza accresciuta grazie anche ai concerti dal vivo negli anni porta a questo risultato. Fra Pendragon e Genesis.
Un altro brano di media lunga durata è “The After Effect” di dieci minuti. La fantasia nella musica è un elemento importante, bisogna saperla dosare al momento giusto ed in maniera assolutamente personale, questo fattore o lo si ha o non lo si ha, non si improvvisa. Ogni canzone dell’album quindi è completamente differente, questo è un grande pregio perché il tutto scorre in maniera leggera e piacevole.
Ritorna la formula canzone con “The Game Of Life”, voce e piano dialogano fra melodie dolci e introspettive. Il pezzo è impreziosito dalla tromba di Thierry Seneau. A seguire un'altra mini suite di undici minuti, “Asylum”. Ottimo l’intro con ritmiche sospese e un assolo di chitarra, tutto questo porta a un crescendo sonoro importante, un modo di fare che cattura e funziona sempre. Il brano bonus live a cui facevo riferimento in apertura è acustico, mentre “A Beautiful Night” è una piccola gemma che per fortuna è stata inclusa nell’album.
Franck Carducci si da una risposta (come intitola l’album stesso), ma spero che quella più grande arrivi dal pubblico perché l’album merita veramente tutta la vostra attenzione.
Il disco uscirà il 28 novembre. MS

sabato 12 ottobre 2019

Metal Progressive Italiano

METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Dopo "Rock Progressivo Italiano 1980 - 2013" ecco la mia seconda opera enciclopedica, il METAL PROGRESSIVE ITALIANO. Il libro sarà disponibile a metà ottobre su tutte le piattaforme web (Amazon, IBS, Ebay, Hoepli, Mondadori, Feltrinelli, Librerie Universitarie etc.) e in tutte le librerie.


Disponibile dal 17 Ottobre


Il genere musicale metal si è nel tempo ramificato in più
sottogeneri; il più sperimentale e ricercato è il metal progressive.
Per quanto l’anno zero sia sempre stato collegato
al primo album degli americani Dream Theater negli
anni Ottanta, in realtà la storia parte dalla fine degli
anni Settanta. Questo libro vuole testimoniare un mondo
sonoro affascinante, ricco di sperimentazioni e di soluzioni
sbalorditive a partire dai capostipiti stranieri fino a
tutti i gruppi italiani che hanno tentato di modificare le
coordinate del metal. Un viaggio nella Penisola regione
per regione, con nomi e discografie a testimonianza di
un folto sottobosco di gruppi italiani. All’interno anche la
spiegazione di tutti i sottogeneri metal e il significato del
termine metal progressive.


Retrospective


RETROSPECTIVE – Latent Avidity
Progressive Promotion Records / G.T. Music
Genere: Metal Progressive
Support: cd – 2019


Tornano i polacchi Retrospective con Latent Avidity”, ultimo sforzo creativo da studio, il quinto. La band oramai si è consolidata su certe atmosfere Metal Prog a tratti malinconiche e sempre colme di ottime melodie.
Bene rappresenta il contenuto sonoro la splendida cover di  Dimitra Papadimitriou che mi fa tornare alla mente quella dei thrasher svizzeri Coroner di “No More Color”, anche se ovviamente i stili musicali sono completamente differenti. Qui il lavoro “progressivo” del gruppo prosegue imperterrito, sino a raggiungere un risultato che sicuramente farà l’interesse dei fans di Anathema (quelli di “Alternative 4”), dei Riverside, Tool e Pain Of Salvation su tutti. Otto brani contenuti nell’album, anche se il primo è un brevissimo intro intitolato “Time”. Il gruppo ancora oggi è composto da Jakub Roszak (voce), Beata Lagoda (tastiere, voce), Maciej Klimek (chitarra), Luzask Marszalek (basso) e Robert Kusik (batteria).
Subito positivo l’impatto con “Still There”, vero e proprio singolo che ti fa innamorare del genere al primo ascolto. Etereo nelle chitarre, bene interpretato dalla voce pulita ed impostata di Jakub che in questo caso mi fa tornare alla mente quella di Geoff Tate dei Queensryche, ma quelli più pacati.
Tutti i brani sono di media o lunga durata, comunque sempre superiori ai cinque minuti, così “Loneliness” non esula dalla media. Qui è Beata che canta, una voce gradevole e mai dedita ad inutili grida che tanto sembrano andare di moda oggi. Un velo gotico avvolge il brano mentre le tastiere ripetono una sorta di loop che potrebbe benissimo uscire da canzoni New Wave. Più insistenze in ambito Metal nell’incedere del riff risulta “The Seed Has Been Sown”, brano di spiccata personalità malgrado alcuni piccolissimi deja vu dovuti probabilmente ad ascolti Riverside.
Splendido il finale della canzone con un gradevole assolo di chitarra.
I toni diventano introspettivi in “Stop For A While”, apre piano e voce per poi evolversi in una gotica semi-ballata. Toccante il cantato maschile e femminile, formula rodata e sempre funzionale. Un momento solare nel disco giunge da “In The Middle Of The Forest”, canzone che comunque  rispecchia tutti i canoni caratteriali della band polacca, così la successiva “Programmed Fear” fra Paradise Lost più recenti e Lacuna Coil.
Il disco si conclude con il brano più lungo, superati i dieci minuti in “What Will Be Next?” e per i gusti musicali del sottoscritto è sicuramente il momento più bello, anche per gli arrangiamenti oltre che per abbondanza di materiale. Diciamo che si accosta di più al Progressive Rock.
La musica dei Retrospective bada al sodo, diretta al cuore senza strafare giocando su giri armonici gradevoli che faranno avvicinare molti di voi sia alla band che al genere se sconosciuti. Gran bel disco, la band è in un momento di grazia compositiva, approfittiamone. MS

Metronhomme


METRONHOMME – 4
Autoproduzione
Genere: Psichedelia / Progressive Rock
Supporto: lp – 2019



Sono sempre stato un ammiratore di chi produce oggi musica non convenzionale e completamente strumentale. La scelta è coraggiosa e non sempre va incontro all’ascoltatore medio moderno. Mi dispiace per lui, ma io cerco dalla musica qualcosa che sappia farmi pensare ed ascoltare, dove non arrivano le parole li inizia la musica.
Lancio vinilico per la band marchigiana Metronhomme (Macerata) che si forma nel 2003, “4” è il quarto lavoro dopo “L’ultimo Canto Di Orfeo” (2005), “Neve” (2008) e “Bar Panopticon” (2010). Il bel disegno della copertina è ad opera di Tommaso Gomez. La musica proposta viaggia senza etichette particolari, ma se dobbiamo necessariamente farlo, possiamo racchiuderli tranquillamente nel Progressive Rock quello di stampo Psichedelico.
“4” è formato da undici tracce. La prima comunicazione che mi giunge all’ascolto del disco è l’amore per i Porcupine Tree primo periodo, buoni interventi di chitarra su basi spesso eteree e ben arrangiate dalle tastiere di Tommaso Lambertucci. La band viene completata da Mirco Galli (basso), Andrea Lazzaro Ghezzi (batteria), Marco Poloni (chitarre) e Paolo Scapellato.
“I Treni Di Gabo” sono l’immediato biglietto da visita della band. Forza e sensibilità in un unico guscio, così la successiva “L’uomo Ombra” lascia spaziare la mente in percorsi aurei e allo stesso tempo solidi. Un mix che solo la musica riesce a spiegare. Più dolce “Chiuso Per Gatti” con il contrabbasso dell’ospite Manuele Marani.
Ritmica perfetta e tante buone idee comunque legate sempre alla formula canzone.
Cambi di tempo in “Blow Up Automatic Chiodi” una delle canzoni più Progressive dell’album. A seguire la breve “R.I.P. Brian Diy (Get Rid Of The Bishop)” esposta su scale armoniche ripetute ed ipnotiche. Tuttavia aleggia anche una certa componente Jazzy. I mondi fantastici dei Metronhomme sono tutti incastonati in questi tasselli sonori che compongono il puzzle di “4” e “Quattro Pesci Rossi” mostra un altro volto, sempre pacato e Psichedelico, questa volta anche più rassicurante nella melodia centrale.
Si passa al lato B del vinile che si apre con “Ortega”, stilisticamente ineccepibile e aperta al mondo Prog e anche a quello dei nostrani Goblin. Il gruppo gode di buona personalità, le influenze citate sono perlopiù indicative per chi sta leggendo, perché la musica proposta ha il suo bel carattere definito.
“Salt” dimostra quanto detto, seppure nella sua semplicità. “Hapax” lascia l’ascoltatore ciondolarsi ad occhi chiusi mentre il profumo degli anni ’70 viene esalato nell’aria. “Uccideresti L’Uomo Grasso?” inizia con un rincorrersi fra il piano e la chitarra per poi sfociare nel suo incedere oramai classico. L’album si chiude con “Acrobazie” per chi vi scrive forse il momento più alto di “4”.
Chi ama la Psichedelia non invasiva, il Prog e certi Porcupine Tree, non può lasciarsi sfuggire questo lavoro, onesto, profondo e fresco. MS


sabato 5 ottobre 2019

Simone Piva & I Viola Velluto


SIMONE PIVA & I VIOLA VELLUTO – Fabbriche Polvere e Un Campanile Nel Mezzo
Music Force / Toks Records
Dostribuzione: Egea Music
Genere: Rock
Supporto: cd – 2019




Il Rock polveroso e sudista del chitarrista udinese Simone Piva ritorna a farsi ascoltare a due anni di distanza dal buon “Il Bastardo” (Music Force). Lo stile inconfondibile si fa spazio nella scena musicale italiana per freschezza, semplicità e buoni riff, che sono sempre la spina dorsale di chi fa della chitarra e del Rock un vero stile di vita.
Con Piva suonano Federico Mansutti (trombe), Luca Zuliani (contrabbasso), Alan Liberale (batteria) e Francesco Imbriaco (tastiere, cori). Appaiono come special guests Tony Longheu (chitarra slide), Michele Pirona (chitarra) e Davide Raciti (violino). Il disco è formato da nove canzoni bene registrate  all’East Land Recording Studio a Carmons da Francesco Blasig.
L’artwork richiama il vecchio west con le pistole e le scritte  stile “Saloon”, perché il Rock è anche cosa per duri. Il disco si apre con un inquietante “Impicchiamolo più in alto …Lo mangeranno gli avvoltoi…” nell’Intro ”che porta a “La Battaglia Infuria”, qui mi colpisce il testo che narra ”Le dure prove da affrontare e affrontate ci divideranno e ci uniranno, e la colla sarà l’amore”. Il sound ha per prerogativa la voce di Piva, grezza, ma che come una lima smussa gli angoli del brano.
Si chiede il protagonista “Oste, si può bere qualcosa? Tequila?” e si parte con “Da Dove Vengo” mentre il ritmo sale fra chitarre e trombe. Uno dei momenti più belli del disco per giuste melodie da cantare.
Più acida “Cani Sciolti”, testimonianza di una dura sopravvivenza in alcune zone del vecchio west. C’è anche il momento di quiete intitolato Imprevisti”, piano e voce in evidenza.
Rock Country sudista in “Oggi Si Uccide Domani Si Muore” con tanto di violino per saltellare nella stanza al ritmo della batteria. Lo stile di Piva oramai è inconfondibile.
Sembra di vedere il sole che ci batte negli occhi a mezzogiorno nel brano “Sergio Leone”, canzone dedicata al grande regista dei spaghetti western. La pistola è carica.
“Questa Estate” fra riflessioni e accelerazioni porta all’ascoltatore un altro brano da cantare.
Chiude l’album “Il Destino Di Un Uomo” con tanto di piano e violoncello, un tassello importante per la riuscita generale.
Simone Piva & I Viola Velluto procedono imperterriti il loro cammino nel mondo del Rock, senza compromessi e tanta passione. La cosa è contagiosa, si divertono gli autori e allo stesso tempo gli ascoltatori.
Si spazia, ci si distrae, si canta, con un disco che fa compagnia in ogni occasione della giornata. Tenetelo in considerazione. MS






SIMONE PIVA & I VIOLA VELLUTO – Il Bastardo
Music Force / Toks Records
Genere: Rock
Supporto: cd – 2017


Il nome di Simone Piva agli amanti del Rock non dovrebbe suonare nuovo. L’Artista di Udine ha alle spalle una nutrita esperienza oltre che quattro album in studio: “Trattato Postumo Di Una Sbornia” (2009), “Ci Vuole Fegato Per Vivere” (2011), “Polaroid… Di Una Vecchia Modernità” (2013) e “SP&iVV Simone Piva E I Viola Velluto” (2015) raccontano molte storie, rafforzate dalle  prestigiose date live con artisti importanti come Nada, Zen Circus, Tre Allegri Ragazzi Morti e Morgan.
Con Piva (voce, chitarra) suonano Luca Zuliani (contrabbasso, cori), Alan Liberale (batteria, percussioni), Federico Mansutti (trombe, cori), Francesco Imbraco (tastiere, cori) e Matteo Strazzolini (chitarre). “Il Bastardo” è composto da sette canzoni a partire proprio dalla title track. Duro, ruvido e diretto il Rock di SP&IVV ma molto attento al ritornello, quello che in definitiva è ciò che deve restare nella mente se si vuol cantare e ricordare un brano Rock in senso generale (chi ha detto Vasco Rossi?). Storie di bevute in poco più di due minuti. Sopraggiunge “Hey Frank”, musica Rock sudista come hanno saputo fare i Litfiba con “Lacio Droom”, ma qui in più ci sono le trombe ed è terra di Cowboy, anche se i cinesi…. Ascoltare per capire. Simone Piva racconta storie , lo fa tramite la sua chitarra, è vero, ma la voce graffiante e intensa sa fare ulteriormente il suo gioco. E poi a sorpresa c’è il Reggae, “Hello Madame” si propone come canzone di facile memorizzazione che probabilmente è anche il modo di spezzare l’ascolto e renderlo più fruibile. Importante il supporto delle trombe. Simone Piva stupisce ancora andando a parare nel cantautorato, nuovo stile proposto nel disco, qui dal titolo “Quando Saremo Giovani”. Sembra che l’artista cerchi una vera e propria identità, ma lo stile invece è comune a tutti i generi proposti, a dimostrazione che una base di personalità c’è ed è manifesta.
Torna il West, questa volta “Nord Est”, atmosfere chiare e pacate sopraggiungono con la mandria del bestiame e la diligenza che sembra lasciare dietro un nuvolo di polvere. E poi “Far West”, molto ben arrangiata e toccante, il lato più intimo dell’artista. Il disco chiude con “Noi”, ancora trombe e il supporto dell’ospite Giò con un ritornello ficcante e da tormentone.
Un disco semplice, quando la musica deve farti da compagnia, magari nello stereo dell’auto durante un lungo viaggio, dove il paesaggio che si sussegue velocemente ne è ottima fotografia. MS


Officina F.lli Serravalle

OFFICINA F.LLI SERAVALLE – Tajs!
ZEIT / G.T.Music / BTF / Lizard
Genere: Sperimentale
Supporto: cd – 2019



A distanza di un anno ritornano i fratelli Seravalle, Alessandro (chitarre, tastiere) e Gianpietro (suoni digitali, ritmiche, piano, synth, basso, generatore di frequenza) con un nuovo progetto di musica sperimentale che vaga fra la psichedelia e l’elettronica.
Il disco s’intitola “Tajs!” che in friulano sta a significare “Taglio”, ma anche bicchiere di vino e come dice il famoso detto “In vino veritas”. Il vino inebria, apre la mente e mette in salute, ovviamente se preso proprio come un bicchiere e non come una bottiglia, altrimenti l’effetto è assolutamente contrario.
Il cd è formato da dieci tracce, mentre l’artwork è a cura di Giulio Casagrande con il quadro del padre dei Seravalle, Giovanni.
I friulani si coadiuvano anche di special guests, Clarissa Durizzotto (sax alto) e una vecchia conoscenza in ambito sperimentale della voce, Claudio Milano. Ed è proprio quest’ultimo ad aprire l’album con il brano “Danzatori Di Nebbia”. I testi sono dedicati a Pierpaolo “Spirangle” Caputo, anche suonatore di ghironda e vengono ispirati da una conversazione che Milano ha avuto con Paolo Tofani (Area). La prova vocale è come nel costume dell’artista, sentita, ricercata e destabilizzante, perfetta nel contesto elettronico di supporto, un connubio felice.
“Ausa” inizialmente è angosciosa e tetra, sopra note di un piano che sembra quasi fare il verso a quello in riverbero di Richard Wright (Pink Floyd) nella famosa suite “Echoes”. A metà il brano prende ritmo con suoni campionati e ripetitivi. Un incedere battente e psichedelico.
“Aritmetica Dell’Incurabile” parte con un loop elettronico sopra il quale Alessandro tesse melodie con la chitarra. Il brano è più solare rispetto quanto ascoltato sino ad ora e lascia fluttuare l’ascoltatore con la fantasia. Un ritmo sincopato apre “Vuoto Politico”, contenente la voce di Bettino Craxi, politico italiano a processo per “Tangentopoli” avanti al procuratore Antonio Di Pietro, una pagina davvero torbida della nostra storia. Il vuoto è sottolineato dalla musica elettronica che spara suoni nervosi e a tratti troncati da eco.
La psichedelia ci fa volare in alto nel cosmo con “Saturno”, perfetta navicella spaziale con tanto di suoni e segnali. “NYC Subway Late At Night”, batteria e sax improvvisano e si rincorrono per poi giungere a “Bewusstsein Als Verhangnis” (la coscienza come fatalità) fra apprensione e sofferenza. Qui una voce fatta con il sintetizzatore narra estratti di Cioran, saggista e aforista rumeno. Le visioni per il futuro del genere umano non sono di certo positive.
“Insonnia” ci circonda con suoni non tranquillizzanti, fra incubo e dormiveglia. Tutto sembra assumere un aurea oscura, instabilità mentale e paura, queste le emozioni che scaturiscono all’ascolto.
In “Distopia” c’è il monologo tratto dal film “1984” di George Orwell, mentre la conclusiva “Decostruzione” è un insieme di suoni e melodie che vanno ricomposte ed amalgamate.
Dalla lettura alla filosofia, nella musica dell’Officina F.lli Seravalle si incontrano  Emil Cioran e George Orwell, fra Anthony Braxton, Techno, Ambient e Prog, stile davvero unico per personalità. Il sunto lo potrei definire in Psichedelia Elettronica.

A questo punto direi che un bel bicchiere di vino porta anche consiglio, mentre il mio è quello di dirvi di reperire il disco se siete stanchi della solita musica. Tajs! MS 




OFFICINA F.LLI SERRAVALLE - Us Frais Cros Fris Secs
Zeit Interference
Distribuzione: BTF/ GT Music/ Pick Up/ Ma Ra Cash/ Lizard Open Mind
Genere: Sperimentale
Supporto: cd – 2018


Il nome di Alessandro Serravalle a chi segue con passione il Progressive Rock italiano, di certo non risulta  nuovo, specialmente se vado a nominare una band storica degli anni ’90 ad oggi, i bravissimi friulani Garden Wall. Musica che ha sempre colpito per freschezza, ricerca e quindi sperimentazione, quest’ultima è la chiave di lettura anche del nuovo progetto di Serravalle.
Coinvolti membri della famiglia nel progetto Officina F.lli Seravalle, con Alessandro (chitarra, tastiere) c’è il fratello Gianpietro (suoni digitali, ritmiche, piano, synth, basso, generatore di frequenza), mentre  la copertina dell’album è ad opera del padre Giovanni Serravalle. Sono convinto che quando ci sono legami così forti fra persone, in questo caso familiari, il risultato è sempre e comunque emozionante. 
Un voler uscire dalla norma, in questo album intitolato “Us Frais Cros Fris Secs” (scioglilingua che sta a significare “Uova marce rane fritte fichi secchi”), il genere non è di facile collocazione, in esso elettronica, New Age e molto altro (chi ha detto Nick Cage?). Perché la musica è questo, è comunicazione sonora, non necessariamente deve far rilassare o cantare oppure ballare, può benissimo essere strumento di stupore. Ecco, la parola giusta è “stupore”, perché oggi purtroppo siamo sempre meno avvezzi alla sorpresa e all’essere stupiti. Serve dunque stupore! La moda ed i tempi di oggi invece ci raccontano storie differenti, di stabilità ed uniformità, l’assoluta mancanza di voler essere distratti da un qualcosa che faccia troppo pensare, piuttosto essere tutti uguali per non destabilizzarsi.
Ebbene, in questo album ci sono nove tracce strumentali che di sicuro vi trapaneranno il cervello per quasi un ora. Destabilizzatevi, a partire dal suono metallico ed elettronico di “Atrofia Del Verbo”. Un suono nervoso che si ripete come in una sorta di loop non può che far venire alla mente i linguaggi dei più recenti King Crimson. Di sicuro è anche un buon test per il vostro stereo, avendo nei brani molti effetti stereo e sonorità su frequenze alte e basse, il mio Pioneer ringrazia, perché finalmente si fa sul serio.
Inizialmente più musicale “Que Viene El Coco”, fra basso, batteria e tastiere, poi l’elettronica ipnotizza, proprio come sanno fare certi Kraftwerk.
Spettrale l’incedere di “Buran”, un incubo fatto suono, ed ecco la magia della destabilizzazione e dello stupore, il connubio è perfetto per lasciare l’ascoltatore a bocca aperta. Più rapida nei suoi tre minuti “Brevi Apparizioni”, ispirata dalla famosa incisione del 1799 di Francisco de Goya, ed occhio all’uomo nero.
“GW150914 6.15” ha del Pinkfloydiano,  specie nella nota a goccia iniziale che richiama i fasti di “Echoes”, ma null’altro a che vedere con la band di Cambridge. Disturbi sonori su una ritmica più accelerata rispetto quanto ascoltato sino ad ora. Nulla è uguale in questo labirinto di suoni, si va a scartabellare nei meandri della mente anche in “In memoriam: Il Gabo Del Plalanet”, mentre  l’elettronica qui da il meglio di se, per poi passare la staffetta alla chitarra elettrica e alla batteria.
“Padiglione” è semplicemente elettrica ma con un incedere in crescendo. Si giunge poi al brano più lungo dell’intero lavoro con i suoi quasi nove minuti intitolato “N-a Fost Să Fie”, un susseguirsi di loop sonori che lasciano spazio al cambio di tempo solo alla metà del brano. Uno dei momenti maggiori in cui il suono mostra i muscoli ma allo stesso tempo anche il lato più decadente. In chiusura “Je Fais Semblant D’être Ici”, un modo diretto per prenderti a pugni il cervello.

Al termine dell’ascolto il suddetto è fritto, cotto da un olio bollente di sonorità e sensazioni. Una percezione che non provavo da anni, ogni tanto serve anche questo. Ricordatevi di avvalorare lo stupore perché abbiamo la fortuna di avere i fratelli Serravalle che ci aiutano! Massiccio. MS



martedì 1 ottobre 2019

Speciale Frederick Livi & CrownHeads


CROWNHEADS – CrownHeads
LM-RECORDS/Autoproduzione
Genere: Hard Prog
Supporto: cd – 2002



Dietro al moniker Crownheads c’è il cantautore Frederick Livi, amante dell’Hard Rock e della musica in senso totale. L’incontro con Nick Ermini (basso, chitarra) ed i Pelican Milk di Alex Savelli (basso, chitarra), vecchia conoscenza del Progressive Rock Italiano, porta verso gli inizi degli anni 2.000 a concepire il primo album da studio intitolato “CrownHeads”. A seguire il lavoro nel missaggio troviamo anche Paul Chain, e l’ascolto lascia presagire atmosfere cupe e pesanti.
Così lo è in parte, Livi si lascia ispirare dalla musica in maniera travolgente, storie dure e in alcuni casi anche ballate riflessive. L’Hard Rock e le chitarre elettriche  alzano strati di polvere, gli assolo sono toccanti e diretti, come al genere piace. Il cantato è in lingua inglese.
Il disco è suddiviso in nove tracce, mentre la formazione che suona (dopo diversi assestamenti) è completata da Fabrizio (Lask) Cattalani (batteria) e Tesh Todaro (tastiere), mentre Livi canta e suona anche l’armonica a bocca.
Il disco si apre con una “liberazione”, come la copertina lascia intendere, una persona che va al bagno ad espellere i liquidi  e subito attacca la ruvida “Blue Hell”, dove fra le note elettriche fuoriesce in maniera evidente l’amore dell’artista per un certo Hard Rock dalle tinte oscure. Il riff è ruffiano e di facile presa, mentre il solo di chitarra è una bella rasoiata. In questo momento dell’ascolto appaiono avanti ad i miei occhi gli anni ’80 e la mano di Chain.
Più solare “Choose Your Evolution”, un Hard Rock intelligente che non resta avvinghiato ad un ginepraio di titoli o nomi, il genere si lascia contaminare e fuoriesce come deve essere nelle sembianze di spirito libero.
“Wake Up (Going Is A Golden Word)”, è maligna, così come la voce di Livi ed ancora una volta si torna ad un Hard Rock Dark movimentato da un riff ficcante. Il brano a metà si spezza in un approccio acustico ed introspettivo, lanciando l’ascoltatore su alti lidi soprattutto durante il solo di chitarra elettrica. Chi ama il genere mi ha capito sicuramente e già starà cercando il disco.
Più formula canzone “This Is Not Time”, un brano che coccola, caldo ed avvolgente, grazie anche all’uso degli archi che ben arrangiano il brano. L’uso del piano è perfetto, sgocciolando note delicate e di personalità. Quando i particolari sanno fare la differenza.
“Between Dark And Light” nei suoi sette minuti ci racconta molto dei CrownHead e su come intendono concepire il significato di fare Rock. Ancora una volta il piano apre il brano e le atmosfere si fanno rarefatte per poi aprirsi in maniera spaziosa nel proseguo e sappiamo bene come funzionano i crescendo sonori, il culmine lo raggiungono sempre con un assolo di chitarra e qui non si esula dal modus operandi. “Think Of My Future” è molto acustica e facile da memorizzare nel suo incedere rilassato e ponderante. Ancora formula canzone per Sail Away” più semplice nel complesso, ma nel finale mi sembra di riconoscere il suono della chitarra di Paul Chain.. Il ritmo sale con “Still Feel”, Rock sicuramente adatto per essere cantato in sede live.
Il disco si chiude con “Jesus”. Armonica a bocca e un velo di oscurità che copre il tutto.
I CrownHeads fanno Rock sincero, conservando lo spirito artistico che la musica dovrebbe avere sempre intrinseco, spazio all’arte oltre che all’adrenalina.  Il disco comprende anche una bonus track, “Child In The DarkProject” dove i proventi andranno proprio a “Child In The Dark Project” per adozioni a distanza. MS






FREDERICK LIVI & CROWNHEADS – Traveling
Contact Zone s.r.o.
Genere: Hard Rock
Supporto: cd -2016


Nel titolo “Traveling” è intrinseco il significato di viaggio ed è proprio così che il polistrumentista e cantante Frederick Livi vuole intendere, la vita è un viaggio.
Lo ritroviamo dopo l’ottimo “CrownHeads” del 2002 con tanta carne al fuoco in questo lavoro dove risiedono dieci tracce sonore registrate nel corso di differenti anni. Con lui partecipano al progetto numerosi musicisti anche di fama mondiale, Alex Savelli (chitarra, basso), Fabrizio (Lask) Cattalani (batteria), Roberto Galletto (piano), Sabrina Bursi (piano, tastiere), M. Lucas (chitarra, basso, tastiere), Marck Eno (Marco Talevi) (batteria), Simone Oliva (chitarra) e Marco Massa (cori).
“Traveling” è un messaggio di libertà, un operazione contro i sistemi dello showbiz, lontano dai talent, tanto da portare l’autore a registrare il tutto in luoghi improvvisati per un grande guadagno in sincerità.
Ed il viaggio si apre con “I Am Your Boy (Angel Face)”, un Country di due minuti e mezzo, semplice e diretto per poi passare a “Belong To The Wind”, il Rock che ti prende. Livi muta pelle costantemente durante il proseguo dell’ascolto, ma qui si sente che è il suo territorio, quello che ci ha mostrato nel precedente album “CrownHeads”. Chitarre elettriche e buone melodie da cantare con l’artista.
“Sweet Babe” nomen omen, una semi ballata Rock a tratti avvolgente che si lascia ascoltare con piacere, il viaggio è fatto di differenti emozioni, l’importante non è la nascita o la morte, è il durante… La vita, e qui nel brano ci sono saluti per i nostri compagni di viaggio. Chitarra acustica, armonica e voce in “Down The Bridge”, un mix strano fra David Bowie, Bob Dylan ed Edoardo Bennato tanto per rendere l’idea.
Torna il Rock con “Betania” (premiata nel 2011 come miglior colonna sonora  al “Tabloid Witch Award”  Hollywood (CA) USA)  in un incedere caparbio supportato da tastiere importanti ed effetti sonori. Il pezzo potrebbe benissimo risiedere nel calderone del Progressive Rock a dimostrazione della preparazione musicale di Frederick Livi. Altro lento con “Mad Cowboy Disease”, da segnalare l’ottima intensità del cantato, sentito e ben interpretato.
Ho apprezzato molto la personalità di “Bloody Feet On The Floor”, classico brano che si può ascoltare ad occhi chiusi e che ti fa muovere in maniera incondizionata tutto il corpo. Potreste trovarvi in mezzo alla stanza a suonare la vostra chitarra invisibile, non ci sarebbe nulla di strano.
Segue “Babe Blue (Fuckin’ Lies)”, più canzone rispetto quanto ascoltato sino ad ora, molto sentita dall’artista che interpreta il brano su atmosfere molto ariose.
Il piano di Roberto Galletto è un valore aggiunto in “Child In The Dark” la voce di Livi sembra quella di Cat Stevens e tutto assume un aurea spirituale.
In chiusura l’acustica “Shining Shoes” che potrebbe benissimo risiedere nel disco “The Final Cut” dei Pink Floyd.
“Traveling” è un disco variegato, mai fermo su uno stile unico, tanto quasi da farmelo relegare nel genere Progressive Rock, ma non conta il genere conta l’essere, poi ognuno di noi la può pensare come vuole. Tuttavia il messaggio è chiaro, godersi il viaggio attraverso le esperienze, questa è la vita, e questa è la musica di Frederick Livi & CrownHeads, ascoltiamola. MS