domenica 20 gennaio 2019

Aurora Lunare


AURORA LUNARE – Translunaggio (Nove tributi al Rock Progressivo)
Lizard Records
Genere: Rock Progressivo
Supporto: cd – 2018



La storia dei livornesi Aurora Lunare affonda le proprie radici nel lontano 1978, quando il genere in Italia sta dando gli ultimi colpi di coda. Una lunga storia che porta la band a fare musica controcorrente e a sciogliersi nel 1991 per poi riformarsi nel 2003, grazie al ritorno dell’interesse attorno al Prog “risorto”. Ciò che lasciano come testimonianza di quegli anni è un live datato 1980 dal titolo “Concerto Della Goldonetta”.
Una volta riformatisi, registrano l’album d’esordio in studio “Aurora Lunare” (Locanda Del Vento)  nel 2013, accolto dalla critica e dal pubblico in maniera favorevole.
L’amore per il Prog è davvero grande, così la voglia di gridare a tutti le proprie radici e dimostrare come si è formata la passione per suonare, così l’idea nel 2018 di registrare un album di cover, vero omaggio ad alcuni autori e musicisti Prog. In realtà a parte due brani, questa non è altro che una raccolta di brani già editi in altre compilation in tempi differenti, ma per questo c’è l’esaustivo libretto di accompagnamento al cd che chiarisce ogni dubbio.
Come dice il sottotitolo, in “Translunaggio” risiedono nove brani, e per la realizzazione  gli Aurora Lunare si avvalgono della presenza di special guest come Daniele Pistocchi (chitara), Greta Merli (voce), Valentina Cantini (violino), Alessandro Corvaglia (voce), Ares Tavolazzi degli Area (basso), Gianluca Milanese (flauto traverso), Giuseppe Tonetti (chitarra) e Marco Severa (flauto traverso).
Invece la band ad oggi è formata da Mauro Pini (voce, tastiere), Stefano Onorati (tastiere, chitarra), Luciano Tonetti (basso, chitarra) e Marco Santinelli (batteria).
Le cover dei brani godono tutti di buoni arrangiamenti e di personalità, gli artisti non si sono fermati a fare il compitino, bensì hanno donato loro nuova veste e stile.
Si apre con la voce di Corvaglia a cantare uno dei brani più importanti per la nascita del genere, quel “A Whiter Shade Of Pale” dei Procol Harum, brano proto Prog del 1967. Notevole l’assolo di tastiere annesso.
Sono felice per il tributo ad uno dei più grandi maestri che abbiamo avuto in Italia negli anni ‘60/ ‘70, Enrico Simonetti (si, il padre di Claudio dei Goblin), con Greta Merli alla voce. Il brano è estratto dalla compilation “Cani Arrabbiati Opening Themes… A Tribute” della Musea Records. Omaggio a Francesco Di Giacomo del Banco con il brano “Fino Alla Mia Porta”, e a proposito di grandi indimenticabili, a seguire “Hommage A Violette Nozières” degli Area e Demetrio Stratos. Al basso elettrico c’è lo stesso Ares Tavolazzi (Area) e nell’intro già si provano brividi. La prova vocale di Pini è notevole, così come gli arrangiamenti del brano, flauto compreso. Vengono omaggiati anche i maestri Yes con “Don’t Kill The Whale” tratto dalla compilation della Mellow Records “Tales From The Edge A Tribute To The Music Of Yes” del 2012. Ho citato prima I Goblin ed eccoli qua con “Connexion”, pezzo magistralmente arrangiato fra tastiere e violino. Se si parla di Prog non possono mancare i Genesis qui ricordati con il brano non scontato “Lorenzo” del 1996, scelta alquanto particolare. Un passaggio anche nel New Prog proprio per dare continuità al genere e per questo servono i mostri sacri Marillion ed il brano “The Party”, per giungere ai giorni nostri con i svedesi The Flower Kings del chitarrista Roine Stolt ed il brano “Trading My Soul” del 2007.

Parafulmini


PARAFULMINI – Tenere Fuori Dalla Portata Dei Bambini
Lizard Records
Genere: Alternative Rock
Supporto: cd – 2017




La storia dei pisani Parafulmine inizia da lontano, nella seconda metà degli anni ’80 dove si chiamavano Zampironi e suonavamo nei centri sociali. Nel tempo diversi cambi di line up, specialmente al basso, e vincono il premio della critica al Rock Contest di Controradio, a Firenze, nel 1988. A seguire una pausa che dura dal 1994 al 2011, quando si riformano con il nome Parafulmini. Oggi li ritroviamo  accasati alla Lizard Records per esporre questo debutto dal titolo “Tenere Fuori Dalla Portata Dei Bambinbi” che qui abbrevieremo in TFDPDB.
Lo stile proposto va a ricercare in artisti come Frank Zappa, John Zorn, XTC, Wall Of Voodoo, ma anche nel buon Surf Rock.
TFDPDB è formato da venti canzoni, tutte concatenate fra di loro per formare mini e medie suite. Un concept album? Si e no, c’è molta ironia fra le righe dei brani e nelle argomentazioni stesse, la storia che attraversa l’album si intitola “Parrucchieri dall’Ultraspazio – L’incredibile storia del Professor Magnifizio.”, per cui…
I Parafulmini definiscono la loro musica Progressive Surf Rock, giusto creare una propria definizione, magari certi generi sono restrittivi per la proposta, diciamo che nella musica dei Parafulmini si possono evincere punk, alternative, lounge, RIO, jazz ed altro ancora!
Il progetto è composto da il Parafulmine Percussore Marco Bigliazzi (tamburi, piatti) e il Parafulmine Elettrcordaio Stefano Masoni (chitarra, basso).
Nel disco compaiono “Parafulmini Onorari” e in questo contesto non può mancare un artista del rango di Patrizio Fariselli (Area) alle tastiere, qui perfettamente a suo agio, e poi Luca Cantasano (basso), Alfonso Capasso (basso), Fabrizio Bondi (chitarra), Filippo Brilli (sax basso), Riccardo Zini (sax baritono) ed il Professor Magnifizio interpretato da Sergio Taglioni (voce).
Il simpaticissimo libretto di accompagnamento al cd si apre a soffietto e racchiude in una ottima grafica tutta la storia dei brani, uno ad uno.
Suoni elettrici e Punk si sposano molto spesso fra di loro, ma anche interventi Prog, sberleffi, ritmiche spezzate, Jazz, citazioni e frangenti quasi improvvisati.
Di certo TFDPDB è una proposta mirata ad un pubblico esigente e che ama stupirsi con la musica, non di certo gradita a chi canta ad alta voce sotto la doccia brani con sole, cuore ed amore. MS



sabato 19 gennaio 2019

The Piano Room


THE PIANO ROOM – 2084
Irma Records | Self distribuzione
Genere: Strumentale/elettronico
Supporto: cd – 2019




Dietro al progetto The Piano Room risiede il musicista e compositore di musiche per il cinema e tv Francesco Gazzara. “2084”  è il quarto titolo in studio, dopo “The Piano Room” (2006), “Early Morning” (2007) e “Breath Feel” (2009).
Qui l’artista vuole omaggiare “2084: The End Of The World” di Boulaem Sansal che riprende a sua volta  il romanzo “1984” di George Orwell, pubblicato nel 1949. Altra fonte d’ispirazione è quel “1984” del chitarrista ex Genesis Anthony Phillips.
Il disco elettronico è supportato da numerose tastiere, molte delle quali donano al lavoro quel profumo vintage che spesso è anche sinonimo di alta qualità. Ecco allora Polymoog, Arp 2600, Arp Odyssey, Prophet 5, Korg MS20, Mellotron, Hammond B3, pianoforte Yamaha CP80 e l’ inconfondibile drum machine Roland CR-78 per intenderci quella usata dai Genesis in “Duke” e da Phil Collins in “In The Air Tonight”.
“2084” è composto fondamentalmente da quattro tracce di medio lunga durata, fra gli otto ed i nove minuti l’uno, in più ci sono tre bonus tracks, “2084 Part1”, “2084 Part2” e “Epilogue 2084” tutte e tre in versione piano acustica.
Molto del lavoro è strutturato sul piano elettroacustico Yamaha CP80 e il sound Genesis è inevitabilmente  e fortemente presente, così come certi passaggi strutturali.
Una dolce melodia quasi nenia, si sciolina durante l’ascolto di “Prologue 2084”, e riesce ad ipnotizzare l’ascoltatore trasportandolo in una dimensione di assoluta tranquillità e rilassatezza. Questo è il brano più breve dell’album con i suoi cinque minuti e mezzo.
Gli anni ’70 si affacciano da “2084 Part1” in poi, la musica è molto semplice e cura l’aspetto emotivo oltre che sonoro, senza strafare. “2084 Part2” non fa altro che confermare l’andamento di quanto descritto sino ad ora, anche se in maniera più gioiale ed aperta. Praticamente il disco si evolve in un suo crescendo sia sonoro che emotivo.
La conclusiva “Epilogue 2084” fa la gioia di tutti i sostenitori di queste tastiere, drum machine compresa. Molti i ricordi che affiorano all’ascolto.
Le tre bonus tracks solo piano trascinano l’ascoltatore ancora più in alto, in lidi eterei e ariosi. Le versione di questi brani acquistano una nuova magia.
“2084” è una vera e propria colonna sonora, sembra di guardare un film, tante le sensazioni che ne scaturiscono, magari ognuno di noi ne abbiamo una differente, ma tutte riconducibili a quegli anni che hanno saputo dare tanto alla musica mondiale, gli anni ’70 e Francesco Gazzara lo sa. MS

PER ORDINARE COPIE: http://www.thepianoroom.it/

Brent Steed


BRENT STEED – Jungleheart
Autoproduzione
Genere: Rock
Supporto: ep – 2018


 “Jungleheart” è il terzo album di Federico Sadocco, in arte Brent Steed. Un album in cui le sue atmosfere cupe  narrano la storia del musicista ed alcuni momenti non proprio brillanti della sua più recente vita, il rapporto con se stesso, sensazioni complicate e comunque affrontate con autenticità.
Sadocco sin da giovanissimo impara a suonare il pianoforte e la chitarra, iniziando così a comporre le prime canzoni. Un artista a tutto tondo che si avvale per questo nuovo ep della collaborazione di alcuni musicisti come Eric Kostas (batteria), Uri Bartor (basso), Darin Marshall (chitarre), Amir Frahin (tastiere), Mark Milan (fisarmonica), Chris Westlake (sax), Francesca Stella (flauto traverso), Elisabetta Montino (voce) e Silvya (percussioni).
Il genere proposto in realtà non è ben definito, siamo nel limbo del Rock, ma anche del Dark, tutte etichette che al prodotto possono tuttavia risultare strette. Il disco si trova sia su cd Baby che in forma fisica ed è composto da sei tracce, mentre l’artwork è ad opera della pittrice veneziana Elisabetta Guarino.
Brent Steed ha una voce intrigante, buona interprete ed un approccio in stile anni ’80, questo lo si può apprezzare sin dal primo brano “Jungleheart”.
 La musica è diretta al dunque, ossia senza troppi fronzoli e punta alla melodia semplice e di facile memorizzazione. Uso perfetto per il ritornello ed un breve assolo di chitarra che fa la spia sulla capacità compositiva di Sadocco, l’artista sa perfettamente come strutturare un brano in maniera scorrevole. L’esperienza insegna.
Si percorrono sentieri più Dark in “24”, qui con la partecipazione di Elisabetta Montino e Francesca Stella. Non posso ancora una volta che rimarcare la presenza di richiami agli anni ’80 e a quella New Wave che tanto ha spopolato nel periodo, questo grazie all’uso delle tastiere. Piacevole l’uso delle voci.
Fase più Rock con “Am I My Best Friend”, le chitarre elettriche di supporto sono la spina dorsale del brano, vigore e ritmica ammaliante, il tutto con il sax nel finale.
“Passion Of Pain” mostra il lato più melodico di Brent Steed, una ballata che è vetrina per la voce ma anche per l’anima dell’artista. Si riparte con il gas aperto con “Get Your Price Down”, canzone Hard Rock con la partecipazione di Silvya alle percussioni.
L’ep si conclude con “Martina” e per chi vi scrive questo è il brano più intrigante e coinvolgente dell’intero lavoro grazie alla sua struttura più malleabile e con cambi di ritmo e di situazioni.
Brent Steed ci ha proposto un lavoro degno di essere ascoltato ed acquistato, per la sua sincerità, eleganza e semplicità. Rock che dimostra ancora una volta se ce ne dovesse essere il bisogno, che in Italia sotto questo aspetto non si molla. MS

venerdì 18 gennaio 2019

Premio Macchina Da Scrivere 2018

PREMIO MACCHINA DA SCRIVERE 2018





Il Mio Libro ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 edito da ARCANA EDIZIONI, ha vinto il premio MACCHINA DA SCRIVERE 2018 come migliore enciclopedia Italiana dell'anno.


Grazie a tutti voi che lo avete acquistato, grazie a tutti gli addetti ai lavori che si prodigano per questa sensazionale musica che mai vedrà fine, ma grazie soprattutto agli artisti che la creano, questo premio è vostro.




https://www.facebook.com/notes/premio-macchina-da-scrivere/premio-macchina-da-scrivere-2018-i-risultati/2002936576494695/

giovedì 17 gennaio 2019

Bullfrog


BULLFROG – High Flyer
Grooveyard Records
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2018




Possiamo definire oggi a ragione i Bullfrog una band storica italiana in ambito Hard Rock. In attività dal 1993 il trio veronese giunge con “High Flyer” al loro quinto sigillo da studio. Una band che ha vissuto molto sui palchi, e che ha respirato molta polvere in strada per andare di concerto in concerto, ma anche con grandi soddisfazioni, hanno aperto per miti come Uriah Heep, Glenn Hughes (ex – Deep Purple), Uli Roth (ex-Scorpions) e moltissimi altri ancora. Il trio è composto da Silvano Zago (chitarra), Francesco Dalla Riva (basso, voce) e Michele Dalla Riva (batteria).
“High Flyer” si presenta in veste cartonata con l’artowrk  ad opera di Nicolò Carozzi e undici brani da sciropparsi tutti di un botto! Si perché è il genere stesso che lo esige, come si dice a tavola, “una ciliegia tira l’altra”.  Ho vissuto gli anni dell’Hard Rock con impeto e veemenza, essendo stato giovane, e ne ho ascoltato e visto live così tanto da poterne restare sazio, ma così mai è stato, anzi restando su argomentazioni culinarie, dico che l’appetito vien mangiando.
L’Hard Rock lo si ha nel sangue, scorre, e quando partono le chitarre nel brano d’apertura “Lola Plays The Blues”, mi sconquassa dentro. Fare esempi di punti di riferimento è alquanto semplice, alcuni nomi potrebbero essere Led Zeppelin, Deep Purple, Cream, Bad Company, Lynyrd Skynyrd, Hendrix, Mountain, alcuni Saxon ed altre cento storiche band, perché questo è il sentiero.
Mid tempo per “Losing Time” dal profumo zeppeliano alquanto marcato, tanto Hard Blues e sudore.
Resto folgorato da “Dangerous Trails”, più di otto minuti di goduria, piacevolmente colpito dal Rock sudista di “Hot Rod”, e ci sono anche momenti più rilassati ed acustici come “Johnny Left The Village” e la conclusiva “River Of Tears”, ma è tutto l’album che ha numerosi picchi di piacere.
Se vi chiedono che il genere oggi non esiste più o che perlomeno non ha validi spunti, sbattetegli in faccia “High Flyer”, e visto che vi ci trovate ditegli pure che bisogna farla finita di essere esterofili, qui appunto… “Si vola alto”. MS

Fist Of Rage


FIST OF RAGE – Black Water
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2018



Siete estimatori  dell’Hard Rock anni ’70?  Gruppi come Deep Purple e Rainbow fanno oramai parte integrante del vostro DNA? Allora fermatevi ad ascoltare i friulani Fist Of Rage, il discorso vale anche per chi non li conosce, date una occhiata a questa recensione.
I Fist Of Rage si formano alla fine del 2004 per suonare classici dell’Hard Rock, la loro passione. Accumulano esperienza live, sino a sentire nel tempo la necessità di comporre brani propri e nel 2010 esordiscono con l’album “Iterations To Reality” per la Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa. La critica apprezza e con l’evolversi degli eventi riescono anche a suonare con Eric Martin, Kee Marcelo, L.A. Guns e Ian Paice.
Oggi sono composti da Piero Pattay (voce), Marco Onofri (chitarra), Davide Alessandrini (chitarra), Stefano Alessandrini (tastiere), Alfredo Macuz (batteria) e Saverio Gaglianese (basso). Macuz è una new entry ed ha suonato con artisti come Milan Polak, Krampus ed Insanity Fair.
Il disco è accompagnato da un bel libretto contenente testi e foto della band, mentre l’incisione risulta pulita e ben equilibrata. La voce di Pattay gioca un ruolo importante, malleabile a seconda delle necessità, lo si evince sin dal primo brano “Just For A While” dal profumo anni ’80.
L’asso nella manica dei Fist Of Rage sono le melodie, gradevoli e da cantare a squarciagola con loro. Si muovono con sicurezza, una macchina perfettamente oliata, con una sezione ritmica importante. Conoscono molto bene le regole del gioco, si giocano tutte le carte e le opzioni possibili ed immaginabili, come i crescendo vocali su scala, i brevi e ficcanti assolo, i coretti e i ritornelli che richiamano un sensuale Hard Rock, come ad esempio nel brano “New Beginning” di scuola Bon Jovi. La title track  ha un inizio più ricercato, voce ed effetti su arpeggi di chitarra per poi svolgere il compito diligentemente, questa volta infiltrandosi in territori Aerosmith.
A metà percorso giunge l’immancabile ballata che spezza l’ascolto in una tregua gradevole e di classe, qui dal titolo “Lost”, ovviamente nello svolgersi del brano la voce sale e così l’enfasi. Buono il lavoro delle tastiere. Passata la tregua si riprendono le fughe metalliche in “These Days” che vanno in crescendo con la successiva “Awake”. Ricercata  “Set Me Free”, una composizione che mostra una natura differente, si rude ma anche “progressiva” sotto certi aspetti.
Il disco si conclude con la seconda ballata “September Tears” fra piano, voce ed effetti, grande prova di Pattay, struggente ed epica.
Bentornati Fist Of Rage, però questa volta non fateci attendere altri otto anni per ascoltare nuova bella musica. MS

sabato 12 gennaio 2019

Deadburger Factory


DEADBURGER FACTORY – La Fisica Delle Nuvole
Goodfellas/Snowdonia Dischi
Genere: Sperimentale
Supporto: 2013 -  Cofanetto 3cd



Cosa significa avere rispetto della musica e di chi l'acquista, i Deadburger Factory di Vittorio Nistri con il triplo cd "La Fisica Delle Nuvole" si presentano nel 2013 con una storia teatrale ed un cofanetto contenente un libretto con 72 pagine esplicative del tutto. Artwork perfettamente incastonato nella musica da sentire e da vedere, sperimentazione e tecnica. Se si uniscono i tre cd uno a fianco dell'altro si ha il disegno del poster che rappresenta la cover del disco.
Ma veniamo con ordine al contenuto del cofanetto, tre i cd, il primo intitolato “Puro Nylon” con tanto di partiture cameristiche, il secondo “Microonde E Vibroplettri” con la chitarra suonata attraverso l’uso di vibratori al posto dei plettri ed il terzo “La Fisica Delle Nuvole” con tanto di orchestra psichedelica composta da otto elementi.
Tre album e tre storie completamente distinte.  Il disegno di Bacilieri come già detto, unisce le tre copertine con un filo conduttore alquanto etereo.
“La Fisica Delle Nuvole” è il quinto album dei Deadburger, qui nominati Deadburger Factory  per il grande lavoro industriale che risiede nel complesso. Non solo ogni album è una storia a se, ma anche un suono a se, qui si evince l’immane sforzo artistico e di personalità che risiede dietro a questo grande lavoro che difficilmente negli anni ho riscontrato con altre band. Un opera unica nel suo campo.
Cosa si ascolta? Jazz, Avanguardia, Rock, Psichedelia, Prog, Krautrock e molto altro, un calderone di suoni assolutamente variegato. Risiedono provocazioni in stile Area, specialmente nel secondo cd “Microonde E Vibroplettri”, dove Nistri nel pezzo “Microonde” ricerca e disturba l’ascoltatore rendendolo spettatore disarmato. Un mondo di suoni, jam e anche poesia, il tutto esaltato anche da una buona incisione sonora. Efficaci gli effetti stereo che riescono a coinvolgere a pieno, dando la sensazione durante l’ascolto di trovarsi proprio al centro della musica.
“Vibroplettri di Alessandro Casini agisce nel profondo con sonorità elettriche, violente come un fulmine su delle lamiere.
Fase più musicale nel terzo cd, dove la fisica delle nuvole prende corpo in maniera reale. Anche qui risiede ricerca strutturale, tuttavia la melodia è maggiormente  presente.
Nel complesso un opera importante, provocatoria e immagine di uno stato musicale libero, ma talmente libero che credo in pochi oggi lo apprezzino. Non ci sono canoni, solo comunicazione di stati d’animo, il tutto distante anni luce dal music business. Devastante. MS

Melanie Mau & Martin Schnella


MELANIE MAU & MARTIN SCHNELLA – Pieces To Remember
Autoproduzione
Genere: Rock/Progressive Rock
Supporto: cd – 2018





Che bella la musica quando si ha la voglia di spaziare di genere in genere e di esternare tutto il proprio bagaglio personale. Da dove veniamo, quali sono le canzoni che ci hanno segnato o quelle che ci hanno stupito e fatto amare la musica, magari proprio facendoci prendere in mano una chitarra. Chi almeno una volta nella vita ci ha provato, o lo ha fatto magari anche solo cantando.
Melanie Mau & Martin Schnella sono tedeschi e dopo due album interessanti come “The Oblivion Tales” e “Gray Matters – Live In Concert” del 2017, ritornano a far parlare di loro tramite un album acustico e di cover proprio per narrare il loro cammino sonoro. Melanie Mau è la voce, mentre Martin Schnella è voce, chitarra, basso e voce. Con loro suonano Lars Lehmann (basso), Fabian Godecke (batteria), Simon Schroder (percussioni) e Niklas Kahl (percussioni).
“Pieces To Remember” è un viaggio lungo quindici brani, tutti famosi e di band blasonate, quelle a cui mi riferivo in precedenza, ossia coloro che in qualche modo hanno segnato il cammino di questi artisti. Numerosi e rinomati anche i special guest che si prestano alla riuscita dei brani, ecco quindi Jens Kommnick (Iontach, Reinhard Mey) al whistles, Eric Brenton (Neal Morse) al violino, Martin Huck (Fury In The Slaughterhouse) alla chitarra, Leo Margarit (Pain Of Salvation) alla voce, Johan Hallgren (Pain Of Salvation) alla chitarra, Kristoffer Gildenlow (Pain Of Salvation, Kayak) al basso e Rolf Wagels (Cara) al Bodhràn.
Penserete a questo punto che sto trattando il solito album di cover, ebbene non è proprio così, qui le canzoni rivivono una nuova veste, una taglia che calza alla perfezione a questi bravi artisti che riescono a farle rivivere in maniera acustica e con forte personalità. Bella la voce di Melanie e ottimo l’approccio acustico della chitarra di Martin. Un gioco? Forse, proprio spensierato e dispettoso come quello che si può vedere nella scherzosa copertina dove in cucina si suona, si fanno biscotti e ci si tira la farina. Sono venuti buoni? Non si direbbe dalla faccia di Melanie, ma la musica di sicuro si!
Cosa si riesce a fare con una chitarra acustica quando si ha la capacità e la tecnica… Si spazia dall’Heavy Metal al Folk passando per il Progressive, il Punk ed il Pop. Si riesce a sopperire alla mancanza di ogni strumentazione aggiunta, si fa ballare, o far battere il piede in maniera incondizionata al suo ritmo, poi in alcuni assolo? Pelle d’oca. Notevoli le coralità, intesa e grado di scale che ben si incastonano nel brano. Adoro “Lay It Down/Carie” degli americani Spock’s Beard, “We All Need Some Light”, ma non dico altro per non penalizzare altri brani della  stessa caratura. Poco altro da dire, solo i titoli che compongono questo album che ha saputo farmi una grande compagnia con grazia e serenità: “Can’t Fight This Feeling” (REO Speedwagon), “With This Heart” (Kansas), “Be Good To Yourself (Journey), “Message In A Bottle” (The Police), “Sledgehammer” (Peter Gabriel), “Mission Profile/Stars And Satellites/Snowblind” (Threshold), “Land Of Confusion” (Genesis), “Like A Prayer” (Madonna), “Lay It Down/Carie” (Spock’s Beard), “Valley Of The Queens” (Ayreon), “Amaranth” (Nightwish), “A Touch Of Evil” (Judas Priest), “Wasted Years” (Iron Maiden), “We All Need Some Light” (Transatlantic) e “Love Will Keep Us Alive” (The Eagles). MS

Andy Micarelli


ANDY MICARELLI – Dreamy
Music Force
Genere: Strumentale
Supporto: cd – 2019


Il sassofonista e polistrumentista teatino Andy Micarelli torna  al pubblico con il quarto album da studio  “Dreamy”, miglior titolo non si poteva trovare per un mix fra silenzio e musica.
Micarelli è un tuttologo della musica, cantautore ed interprete si diploma in sassofono  presso il conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara, presta la sua opera a numerosi artisti nel tempo fra i quali Marco Contento, Mauro Di Maggio ed Edea, partecipa alla selezione di Sanremo Giovani e anche Sanremo Rock, vincendo la tappa abruzzese oltre che aprire concerti a band blasonate come Le Orme. In definitiva Micarelli respira musica e la crea professionalmente.
In questo nuovo album “Dreamy” ci sono sette canzoni completamente strumentali, ad iniziare dalla title track “Dreamy” che si apre con un tappeto di tastiere ed elettronica.
Una sensazione di rilassatezza conquista all’istante, e il refrain si amplia strada facendo in un crescendo sonoro importante ricco di buoni arrangiamenti. Il brano è orecchiabile, epico e di facile memorizzazione nel ritornello.
“Luoghi #2” è il singolo dell’album che si riallaccia a “Luoghi”, altro brano strumentale contenuto nel cd “Non Mi Frega E Canto” del 2014. Musica dall’ampio respiro che disegna nella mente di chi ascolta ampi paesaggi.
Un pianoforte apre “Se Pioverà”, strumentale decisamente più “canzone” dove il piano fa anche da voce, se così vogliamo dire. Per chi ama il primo Renato Zero qui noterà dei passaggi molto cari. “Oriente” come descrive il titolo ha sinuosità calde del sud, semplice e diretto, anche lui con un interessante crescendo.
Giunge la voce di Luca Breda nella traccia “11.09.2001”, poesia recitata in maniera toccante e profonda. La musica è inizialmente malinconica per poi aprirsi in svariate modalità, fra archi e suoni lirici compresi.
Ancora elettronica ad aprire un brano, questa volta si tratta di “Alba”, un movimento sonoro molto vicino al Krautrock. Il disco si chiude con una cover di un brano che fa parte della discografia di una band storica italiana , i lagunari Le Orme. Il brano si intitola “Venerdì” ed è arrangiato in maniera personale.
Andy Micarelli con “Dreamy” dimostra di avere un anima buona e leggera, un lavoro che si lascia ascoltare con grande piacere e professionale. MS

sabato 5 gennaio 2019

Kom


KOM – Grazie Vasco
Music Force
Genere: Rock
Supporto: 2018 – cd


Il Rock è il Rock e qui non ci piove.
Un genere musicale, uno stile di vita, a volte maleducato altre più coccolone, un  movimento che rappresenta comunque e sempre la società del momento. Oggi come oggi per alcune band esordienti ci sono alcune difficoltà ad emergere in esso, in quanto tutto è reso difficile da uno stile di vita differente da quello in cui il Rock navigava tempo fa con entusiasmo. Gli anni passano ed i viatici di protesta cambiano. In realtà il Rock “vero” di questo non se ne cura, e chi ha basi fondate negli anni passati e dedite ad artisti solidi, prosegue il proprio cammino senza curarsi di cosa gli accade attorno. Questo è Rock.
I pescaresi (Chieti) Kom hanno alle spalle una gavetta ed un credo da seguire: Vasco Rossi.
Sono la cover band dell’anno 2017, ed aprono il concerto di Vasco al Rimini Beach Arena davanti a 30000 persone. Collaborano con Claudio Golinelli "Il Gallo", Alberto Rocchetti, Maurizio Solieri, Andrea Innesto detto "Cucchia", Clara Moroni e Daniele Tedeschi. Escono nel 2018 con il singolo apripista “Grazie Vasco” e a seguire questo album da studio “Grazie Vasco” composto da sei brani inediti e “Vivere Una Favola” di Rossi-Elmi-Riva.
I Kom ono formati da Mirco Salerni (voce), Agostino Balice (chitarra), Emiliano Sabatini (chitarra), Mario Colasante (basso), Fabrizio Lauriente (tastiere), Davide Rovinelli (batteria).
Il disco inizia proprio con l’inno a Vasco, un tributo totale per quello che il cantautore ha lasciato nel cuore di molti suoi fans, “Grazie Vasco” con Claudio Golinelli “Gallo” bassista di Vasco come ospite. Un brano ruffiano che sa scartabellare alla perfezione il dna del Blasco.
Il secondo pezzo è una ballata intitolata “Il Tuo Profumo Nell’Aria”, la voce ovviamente è pressoché identica a quella del cantautore modenese, così la cadenza e si lascia ascoltare con estremo piacere. Il Rock inizia a picchiare con “Mentre Dormi”, lo stile ovviamente è quello in analisi, tuttavia i Kom dimostrano di avere un proprio carattere. Si sale con il ritornello, e le chitarre fanno diligentemente il loro dovere, compreso breve assolo di buona fattura, senza strafare.
Componenti elettroniche aprono “Scateniamoci”, più semplice nelle armonie e comunque supportato da un buon tiro. La ritmica basso e batteria si intendono a memoria, buon motore per questa macchina sonora.
La seconda ballata si intitola “Sto Pensando Che”, testi che parlano di vita comune e amore, proprio come sa fare il Blasco. Melodia intrigante e calda, fra chitarra elettrica e piano.
Segue “Festa”, il lato più ruvido dei Kom, Rock profondo che sa di polvere e sudore, e qui a sorpresa ci si può anche estrapolare un attitudine alla Litfiba, per me il brano migliore. L’album si chiude con “Vivere Una Favola”, bella cover anche come arrangiamento.  I componenti dimostrano di saper suonare e di avere il Rock dentro.
Le canzoni sono buone, non bisogna pensare solo a Vasco ma al suo stile Rock e questo i Kom lo hanno. Buona anche l’incisione e l’equilibrio dei suoni.
 “Grazie Vasco” è un alternativa per il fans del mito che a mio avviso deve dare almeno un ascolto ai Kom. MS