martedì 30 luglio 2013

On A Bridge Of Dust

ON A BRIDGE OF DUST – Facing The Opposite
Autoproduzione/Atomic Stuff
Genere: Metal-Post Progressive
Supporto: cd – 2013



Dove sta andando il genere Progressive nel 2013 in Italia? Ci sono molte realtà che rispolverano inesaustamente i fasti dei tempi che furono, proponendo soluzioni e suoni vintage e ci sono i più “coraggiosi” che tentano di spostare le coordinate sonore verso nuovi lidi, quelli meno esplorati.
I veronesi On A Bridge Of Dust aleggiano nella seconda categoria, fra Prog Metal e Post Prog (non saprei come chiamarlo).
Timothy Bertolini (voce e chitarra), Daniele Pasetto (voce e chitarra), Gherardo Sabaini (basso) e Jacopo Frapporti (batteria), propongono un album di 35 minuti a cavallo fra Radiohead, Tool, Porcupine Tree ed A Perfect Circle. Nove brani ben registrati e profondi, dove la musica è equiparata fra mente e corpo.
Le melodie ricoprono un ruolo fondamentale e lasciano spazio a situazioni ariose come nella prima track dal titolo “Recurring Fault”. Il cantato in inglese è un arma in più nelle mani dei ragazzi, i quali impiegano tre anni a realizzare questo album.
Una lieve coltre di malinconia aleggia fra le composizioni, tanto che a volte possono richiamare i Katatonia, ma tutto questo è soltanto per darvi alcuni paletti di riferimento. Il sunto dello stile On A Bridge Of Dust sta nella seconda canzone “Man Of Straw”, qui la band mostra i muscoli in tutti i lati. Buona melodia, ottimo arrangiamento, compattezza sonora e sicurezza di se. Molto diretta “Consumed”, facile da assimilare e a questo punto siamo già catturati dal sound On A Bridge Of Dust.
 Le pecche se vogliamo cercarle si trovano nella mancanza di approfonditi assolo strumentali, ultimamente molte band (se non la maggioranza) ne fanno a meno e questa è una grave defezione, non perché deve essere vetrina di tecnica individuale, bensì spezza l’ascolto rendendolo più fluido.
Ascoltare “Reckoning” è ricordarsi i penultimi Anathema, quelli di “A Fine Day To Exit”. L’ascolto si spezza con la più introspettiva “Barren Moor”.
Resta un disco piacevole, senza troppi orpelli, facile da ascoltare, buona musica sia per pensare che da compagnia e di questi tempi a mio avviso è già un risultato. (MS)

lunedì 29 luglio 2013

Hypnotheticall

HYPNOTHETICALL – A Farewell To Gravity
Logic(il)Logic Records/Andromeda Dischi
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2013



Gli Hypnotheticall non sono gli ultimi arrivati nel nostrano panorama Prog Metal, provengono da una lunga gavetta fatta di tre demo e di un album in studio dal titolo “Dead World” datato 2009. Le radici sono piantate al 1999 a Vicenza, mentre la musica si barcamena fra Cynic, King Crimson, Rush, Tool e virtuosismo.
Il sestetto formato da Marco Ciscato (voce), Mirko Marchesini (chitarra), Giuseppe Zaupa (chitarra), Davide Pretto (tastiere), Luca Capalbo (basso) e Francesco Tresca (batteria) in realtà propone qualcosa in più di queste influenze che tuttavia consiglio a voi scoprire durante l’ascolto per non togliervi tutta la sorpresa.
“A Farewell To Gravity” è a mio avviso un passo in avanti rispetto al debutto del 2009, gli undici brani proposti denotano la voglia di fuoriuscire dai soliti canoni metallici e a loro volta Progressivi. C’è una ricerca nella personalità, anche se tutto questo può portare anche a fare passi falsi. Chi osa sa a cosa può andare incontro e giustamente se ne disinteressa. In questo caso i passi falsi sono davvero pochi, l’album si lascia godere nell’interezza.
“From The Universe Beyond” apre e piace sicuramente anche agli amanti di Pain Of Salvation e Porcupine Tree, questo già la dice lunga sulla proposta sonora. La tecnica non è eccessivamente asfissiante, come spesso accade nel panorama Metal Prog, tutto resta nei canoni della norma.
“Home” è un brano francamente meno interessante del precedente, pur avendo nella parte centrale il suo momento migliore, dettato anche da una “malsana” Psichedelìa.
Cambiano stile a dimostrazione della poliedricità con “Drifting Dreamers”, si avvicinano di più alla formula canzone. Moderno approccio metallico in “Let Life Be An Origami”, insieme di sensazioni fra il pacato ed il vigoroso, sostenuto da una melodia centrale efficace e semplice. La sezione ritmica si mostra all’altezza della situazione, rendendo il brano maggiormente gradevole. Interventi elettronici infarciscono di tanto in tanto i brani, come in “Nevro(tic)”, tanto per rimarcare nuovamente la poliedricità della band, sempre alla costante ricerca del non scontato. Tutto questo rende l’ascolto fluido e l’interesse sempre alto.
Non mancano i frangenti meno incisivi, “First Draft Of A Life” ad esempio pur essendo bello, si scioglie nel brodo Metal Prog facendo solo parte di esso, senza salarlo e neppure insipidirlo. La title track invece è interessante, riporta il discorso nel binario della ricerca della personalità. Il lavoro si chiude ottimamente con “Crisis” e “Hiranyaloka”, la prima vigorosa e la seconda con influenze Folk e coralità a cappella con voci femminili e maschili.
Questo è dunque un disco da ascoltare con la mente aperta, come quella degli esecutori che si sforzano a rendere la musica un arte e questa molto spesso passa anche per il Metal, alla faccia dei puritani del suono benpensanti. (MS)


domenica 28 luglio 2013

Hex

HEX – Hex
Logic(il)Logic/Andromeda Dischi
Genere: Alternative Metal
Supporto: cd – 2013



Band di recente formazione questa dei svedesi Hex, il quintetto si compone nel 2011 ed oggi è attivo con Jonas Hygren (voce), Jerker Johansson (chitarra), Jorgen Evard (chitarra), Micke Backelin (batteria) e Timo Hagstrom (basso). Suono oscuro, moderno, in bilico fra Industrial Metal e Death, una rasoiata netta e profonda. Suono a tratti malato, incisivo grazie al duo di chitarre ed alla voce catarrosa di Hygren al confine del satanico, godetevela in “Ave Satani”. Avrete anche intuito da questo titolo o dal successivo “Voodoo Girl” che le liriche non trattano di sole, cuore ed amore.
Trattasi di un debutto, in realtà tutto composto da Jonas Hygren, comunque sia la band risponde come una macchina oliata da guerra. Riff grevi ci accolgono in quasi la totalità dei brani, non serve correre per essere duri, sporchi e cattivi, i ragazzi sanno il fatto loro. I brani che compongono “Hex” sono ben tredici e sono prodotti in maniera professionale, la pulizia del suono malgrado l’oscurità delle composizioni è netta, tanto da rendere gli strumenti ben distinguibili fra di loro.
Di fantasia non ne serve molta, il genere non la richiede, piuttosto preparatevi ad una botta di adrenalina, perché qui ne scaturisce molta. Coralità epiche in “Hellbound” e morbose atrocità demoniache in “Intermission” ci colgono di sorpresa. Eppure quando tutto sembra condurre all’estremo, qualcosa riporta il sound su certi binari inaspettatamente gradevoli. L’uso dell’elettronica in “Dead Inside” ed alcune coralità riescono a coinvolgere nell’ascolto e sicuramente questo bagaglio sonoro è più adatto alla sede live che al supporto ottico.
Parlando con i più attempati di voi dico che trovo alcune analogie, specie in certi ritornelli, con i tedeschi Accept, “Grub Girl” la dice lunga.
Ebbene questo è il lavoro degli Hex, mancano solo le pecche, queste le attribuirei all’uso monotematico della voce e anche alla mancanza di un brano “spezza ascolto”, si procede inesorabilmente con lo sgrang sgrang, ma questo per molti è invece un pregio. Disco consigliato agli amanti del genere. Bravi! MS

sabato 27 luglio 2013

Echotime

ECHOTIME – Genuine
Logic(il)Logic Records/Andromeda Dischi
Genere: Metal Prog
Supporto: cd – 2013


Quando si parla di Metal Prog è inesorabile portare la mente verso band come Symphony X oppure ai maestri Dream Theater, nel caso dei urbinate Echotime il teatro però è quello vero. Si, trattasi di teatro Metal, una scena epica aperta ad atti che miscelano Psichedelìa, Pop, Rock al suono digitale ed al Metal Prog.
Gli atti di “Genuine” sono quattro e ciascuno mette in evidenza la voce di Alex “Cage” Cangini e la preparazione tecnica della band. Ambientato in un mondo immaginario, il concept nasconde molte sorprese, un calderone sonoro alquanto coraggioso e rivolto ad un pubblico attento e pretenzioso.
Il protagonista della storia ha il nome di Daniel Antony, ricercatore chimico che vive per anni nel laboratorio dell’enorme città Leadtown. La sua più grande ambizione è quella di creare qualcosa di utile per la città ed il mondo intero e ci riesce quando scopre la molecola Genuine. Essa ha effetti straordinari se usata correttamente, può salvare il mondo. Come in tutte le storie, arrivano i cattivi, in questo caso i soliti potenti al potere a cui l’idea non aggrada. Daniel viene rinchiuso in carcere in un deserto per anni, fino a quando incontra uno strano uomo di nome Emit che lo aiuterà ad uscire.
Tutto accade in maniera fantastica ed il nostro eroe cerca di capire cosa è accaduto a Leadtown in tutti quegli anni.
Quindi si comincia l’ascolto con “Scene1: The Key”, suddivisa a sua volta in cinque capitoli. Vere e proprie sinfonie cinematografiche aprono il concept e la qualità sonora molto curata ne è splendido viatico. Imponente il lavoro delle tastiere di Filippo “Phil” Martignano, così il supporto ritmico da parte della coppia Federico “Face” Fazi (batteria) e Stefano “Ego” Antonelli (bass0). Presente e pulita la chitarra di Andrea “Bana” Anastasi.
Il suono proietta immagini nella mente, con le dovute proporzioni “Genuine” è un alter ego di “Metropolis 2: Scenes From A Memory” dei Dream Theater, per come concepito. In questo caso non direi cambi umorali o di ritmi repentini, ma cambi di scene. Fughe strumentali vanno a cozzare con cori imponenti di scuola Savatage, si stagliano fra ritornelli inflazionati ma pur sempre gradevoli.
Nella “Scene 2: The Chaos” gli Echotime spesso fanno la voce grossa ed in questo caso sono i Queensryche a fare capolino fra le note, scusate se è poco. In “Scene 3: The Rising” si entra nel laboratorio e si giunge alla nuova cura Genuine. Suoni più ampi e rilassati si alternano a fasi più energiche. Nella “Scene 4: The Last Breath” si entra nel Prog con brevi richiami ai Pink Floyd, anche in questo caso alternati a Metal Prog in stile Dream Theater.
In conclusione nelle mani abbiamo un lavoro ambizioso e ricco di sonorità, una enorme scorpacciata che può lasciare sazi per molto tempo.

Musica da vedere ad occhi chiusi o aperti, a seconda della vostra fantasia. (MS)

mercoledì 24 luglio 2013

Dibattito musicale con Max Salari: Open Sound

                         OPEN SOUND
                                           (Dell'associazione culturale Fabricamenti)



Il terzo appuntamento con INTERNO.giorno, un calendario d'incontri che svela il cuore pulsante delle passioni vissute all'interno di abitazioni private, si svolgerà giovedì 25 luglio dalle 19.00 alle 22.00 per incontrare il critico musicale Massimo “Max” Salari. 
Si parlerà dell’amore per la musica, di come è nato il Rock, come si è modificato nel tempo, analizzando in maniera originale i testi a cui si è più affezionati e andando a riscoprire le copertine più curiose. 
Un “mix “di relazioni con la musica protagonista assoluta dell’evento.
Venite con la vostra playlist della vita, o inviatela alla nostra mail (info@fabricamenti.it) oppure postatela nel gruppo INTERNO.giorno/OPEN SOUND (https://www.facebook.com/groups/1398232890391920/)
se ne discuterà insieme e verrà eletto il brano di sempre!

L'obiettivo di INTERNO.giorno è quello di promuovere la cultura dell’accoglienza e sviluppare una nuova dimensione attrattiva per una città in cambiamento, attraverso percorsi di scambio ed approfondimento ‘intimo’, aprendo i confini delle mura domestiche, entrando nello spazio del quotidiano attraverso l’arte, la musica, la letteratura, la cucina e tante altre passioni. 
Un viaggio in varie case, in cui in ogni stazione c'è un ospite, del calore umano, sentimenti e storie da condividere, ricercando il coinvolgimento emotivo dei partecipanti. Ospitalità, dunque, come tipo di relazione tra individui legato a gesti "rituali" come la stretta di mano, l'abbraccio dell’ospite, l’offrire una tazza di tè, far assaggiare un dolce appena sfornato, l’offrire se stessi.
fabricamenti, per questa terza tappa, propone l’incontro ed il dialogo Massimo Max Salari, persona ricca di esperienza, ma soprattutto appassionata verso la musica e le sue contaminazioni. I visitatori saranno accolti dai padroni di casa 
Vi aspettiamo tutti, giovedì 25 luglio, per una chiacchierata intima sulla vita e sulla musica. 

Per partecipare è necessaria la prenotazione
(contattare: info@fabricamenti.it. – tel : 393.6417286)




VI ASPETTO 



                                  RESOCONTO:

Serata calda ed avvolgente, in una location spettacolare, ospiti di una famiglia simpatica ed accogliente, quella di Barbara Bellucci. Dibattito in un giardino ricolmo di lp, cd e molto altro. Gli invitati hanno avuto la possibilità di approcciare con la musica. Si è provato l'uso dell'LP con annessi trucchetti da dj. Si è discusso dell'evoluzione del Rock a partire dal Blues fino ad oggi, passando anche per aneddoti, approfondimenti sulle copertine degli LP, e testi riguardanti l'amore visto dal Progressive Rock. Ascolti e dibattiti, anche accesi sulle fazioni schierate pro Deep Purple o Led Zeppelin. Esperienza singolare (Ho parlato quasi 3 ore...) e ben riuscita. Crostini e birre hanno sollazzato i palati ed il pubblico alla fine ha gradito. 
Ringrazio anche l'associazione fabrianese FABRICAMENTI che mi ha chiamato per vivere questa esperienza e che quindi ha creduto nella potenza della musica e della cultura.
Un ringraziamento particolare al mio collega Fabio Bianchi che ha saputo gestire la console musicale del dibattito con moooolta pazienza, perchè spesso si volava di palo in frasca ;-)
Ma memorizzate questo nome: ROCK AND WORDS (RW)
STAY TUNED







lunedì 22 luglio 2013

Raven Sad

RAVEN SAD - Quoth
Lizard Records

Distribuzione italiana: si
Genere: Prog Psichedelico
Support: CD - 2008



Dietro al nome Raven Sad si cela un artista toscano di nome Samuele Boschelli Santanna. Siamo al cospetto di una one man band , anche se il termine (fra virgolette) va stretto, in quanto nella circostanza Samuele si avvale della partecipazione di molteplici musicisti. Troviamo Fausto Amatucci alla batteria, Giulia Bizzarri alla voce, Luca Boldrin ai sintetizzatori e flauto, Gabriele Cecconi alle tastiere, Cosimo Chiaramonti alla voce, Giacomo Cipriani al basso, Fabrizio Trinci alle tastiere e Marco Tuppo agli effetti, lop e chitarre.
Boschelli ha un anima raffinata, sensibile e sognante, la musica che propone lo rappresenta così. Una musica delicata, debitrice sia agli anni ’70, con uno sguardo verso i Pink Floyd più acustici, che a quella di band più recenti, come i Porcupine Tree (nei primi anni) di Steven Wilson, uno degli ultimi veri geni dell’intero scenario Rock.
Raven Sad mostra di avere cultura del panorama musicale, espone differenti sonorità e quindi oltre che Psichedelia , c’è anche del Prog Rock. Non voglio spaventare tutti coloro che detestano la complessità strutturale dei motivi, quindi non fuggite dalla recensione, perché in “Quoth” si va dritti al dunque senza inutili virtuosismi. Ci sono dodici brani per una durata media di quattro minuti l’uno. “Have No Time” apre il cd e l’anima dell’autore, presentandolo a noi immediatamente a nudo, in un suono prettamente crepuscolare. Un cenno come dicevo prima ai Porcupine Tree, ma nulla scalfisce la personalità di Samuele. Un suono portatore di cristalline gocce di ponderata malinconia. “Stars” è delicata e spensierata, mentre “Raven Floating In Space” fa la gioia di tutti coloro che respirano Psichedelia di matrice DOC. Questa musica è un gioco di luci ed ombre, Raven Sad riesce ad essere un proiettore di luce che scarica flash accecanti, alternandoli aritmicamente a frangenti di buio. Le chitarre di “Talk To Me” sono soavi e Pinkfloydiane, una canzone riflessiva che apre in noi i migliori anni di questa musica: gli anni ’70. Samuele gioca anche con la rumoristica per poi gettarsi anima e corpo nelle armonie delicate di motivi acustici, come ad esempio in “Those Good Words”. Il pezzo che mi colpisce di più è anche il più lungo (sei minuti) e si intitola “The Raven Song”. Note sostenute lo trasportano nei meandri della mente, una musica che scava nota dopo nota e che improvvisamente si apre come un libro. Non è semplice trascrivere a parole queste composizioni, specialmente quando un artista si espone così variegatamene.
Non si grida in “Quoth”, si sussurra, si pondera, per cui questo disco va ascoltato, non sentito. Forse una migliore produzione sonora poteva dargli una marcia in più, ma per il sottoscritto è sufficiente anche così, perché è la sostanza quella che conta. Scoprite anche voi questo artista, sono sicuro che con il tempo ne sentiremo ancora delle belle! MS


domenica 21 luglio 2013

Life Line Project

LIFE LINE PROJECT – Time Out
Life Line Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2010



Andando a scavare negli archivi musicali di Erik De Beer, leader polistrumentista del progetto Life Line Project, ci si imbatte in numerose chicche musicali. L’artista olandese è prolifico negli ultimi tempi, in più ama rispolverare dalla propria discografia lavori che comunque hanno permesso la sua evoluzione artistica. Questa è la volta di “Time Out”, album di canzoni scritte originariamente nel 1994. Qui Erik suona tutti gli strumenti e si avvale solamente della melodiosa voce di Marion Stroetinga quale coronatrice del contesto. La proposta musicale è indirizzata verso un Rock sinfonico, specialmente nella seconda parte del disco, quella strumentale.
Settantuno minuti di musica per “Time Out”, a partire dalla cavalcante “Dog Overture”, breve strumentale che fa da apripista all’intero lavoro. Chi ama la batteria acustica è avvisato, nel disco ci sono ritmiche programmate.
Il secondo brano si intitola “Don’t Turn Your Back” e come nello stile Life Line Project, le tastiere la fanno da padrona. Melodie che comunque riescono ad evocare i fasti di fine anni ’70 e primi ’80, non parlo di New Prog, ma di un genere caro a band come Rousseau, Neuschwanstein o Sebastian Hardie. Dunque linee melodiche curate , a tratti sognanti, anche se i cambi di tempo sono inevitabili, come il genere vuole. Buona la prova al microfono di Marion. Bello anche l’intro di chitarra acustica in “How I Miss You Now”, pezzo caldo ed acustico facile da ricordare. Più ricercato “All You Need Is Bluff”, specie nelle coralità. Chitarre elettriche fanno breve presenza di tanto in tanto, donando alla struttura del brano più robustezza.
Le tastiere ricordano passaggi alla Genesis e pur non essendo un momento epico, riesce comunque a colpire l’attenzione dell’ascoltatore.
Ancora un brano intimistico con “Just A Thought” per poi giungere nuovamente a “Don’t Turn Your Back” qui in versione del singolo uscito anni fa. “Suzy” è acqua e sapone, gradevole e graziosa, un piccolo esempio di ballata a cavallo fra Prog e Pop.
L’anima di De Beer si mette ancora una volta a nudo in “Time Out”, breve strumentale composto da arpeggi di chitarra, flauto e tastiere, per la gioia di chi ama sognare ad occhi aperti. Ma il brano più bello del disco è la suite “Behind The Curtain Of Your Ming” e non perché dura ventitre minuti e mezzo, ma proprio per l’insieme sonoro che qui risulta più corposo e coinvolgente.
Velate armonie malinconiche fanno comparsa far i cambi di tempo ed umore. Segue “Free”, altro strumentale più gioioso e spensierato, semplice nella composizione e ben eseguito. Il disco si conclude con un altra mini suite di dieci minuti dal titolo “Across The Lines”, altro punto interessantissimo di “Time Out”, specie nel frangente di chitarra classica, spigliato e profondo.
Tengo a precisare che “All You Need Is Bluff”, “Just A Thought” ed “Across The Lines”, sono tratti dall’album “Across The Lines” del 1994.
Erik De Beer non finisce mai di stupire, l’amore che nutre per questa musica è davvero contagioso e ritengo che la scelta di rispolverare “Time Out” sia più che indovinata.
Bella musica senza troppi fronzoli, diretta al cuore di chi ascolta. (MS)

sabato 20 luglio 2013

Intervista a STEVEN WILSON

STEVEN WILSON - Il genio che avanza
Intervista di Giancarlo Bolther con il contributo di Laura Medei e Max Salari



Per prima cosa, The Raven that refused to sing, il tuo terzo progetto solista. Puoi descriverci il processo creativo che c’è dietro?Certo. L’idea era scrivere della musica da suonare specificamente con la mia attuale band, e questo è un processo creativo molto diverso da quello di Grace for Drowning o Insurgentes, i miei due primi album da solista. In quel caso avevo scritto senza avere in mente particolari musicisti, per cui prima ho composto la musica, poi ho trovato le persone che potevano suonarla. Stavolta sapevo esattamente quali musicisti avrebbero suonato, così ho potuto scrivere riferendomi precisamente alle loro personalità. Sapevo che erano in grado di suonare a un livello più alto di quanto mi sia mai capitato di pensare precedentemente e la cosa interessante, a proposito di questo, è stata che scrivendo l’album mi sono spinto a comporre musica a un livello più alto di quello che posso raggiungere io. Intendo dire che io questa musica non so suonarla, ma sapevo che sono in grado di suonarla loro. Una cosa è immaginare la musica, una cosa suonarla. In questo senso il processo creativo che ha portato a questo album è stato combinare la mia immaginazione con la loro abilità come musicisti. Un’esperienza diversa, per me. Non mi era mai capitato di scrivere musica a un livello che non potessi suonare io stesso, e questo ha reso il tutto molto stimolante.

Come hai scelto le sei storie per l’album?
Oh… Non lo so, credo... Bene, la prima cosa che ho fatto è stata scrivere storie brevi. Letteralmente si è trattato di storie più che di testi, storie sul modello dei racconti classici di fantasmi del secolo scorso, non come le moderne storie del soprannaturale ma più secondo la tradizione gotica. Ho scritto diverse storie brevi, più per divertimento in realtà, e nello stesso tempo stavo scrivendo la musica per l’album senza avere la minima idea di come sarebbero stati i testi. Il primo pezzo che ho scritto è Luminol, il secondo The Watchmaker. Entrambi i brani hanno passaggi puramente strumentali, per cui ho avuto l’’impressione di stare raccontando delle storie con la musica. I sei racconti sono ispirati da questa idea di storia gotica del soprannaturale. Per quanto riguarda il modo in cui le idea specifiche sono venute fuori... chi lo sa? Io non lo so. Le avrò rubate da qualche parte, non so dove...


A volte la tua musica è molto oscura, gotica. Come mai sei così attratto da questi temi? Perché ritengo che chiunque pensi al mondo in cui viviamo e ha curiosità di conoscerlo dovrà confrontarsi con l’evidenza che il mondo è un posto contorto. Devi poi combinare questo con il fatto che chi non è religioso - io non sono religioso - è affascinato, ossessionato, terrorizzato dall’idea di essere mortale. Il fatto che un giorno tutti smetteremo di esistere. Se non credi nell’aldilà, io non ci credo, questa è una croce davvero pesante da portarti dietro e misuri ogni cosa che fai nella vita con la consapevolezza di avere questo tempo per essere felice, questo tempo per trovare una persona con cui pensi di poter stare, e un sacco di gente non lo fa, non arriva mai al punto di dire: “Sono felice nella mia relazione, sono felice per il mio lavoro, sono soddisfatto, sono felice nella mia famiglia”. Capisci perché c’è tanta infelicità, e tristezza, e miseria. Io non sono quel tipo di persona. Naturalmente c’è qualcosa nella mia vita per cui non mi sento felice, non posso dire di essere completamente felice per ogni cosa. Ma per uno che è spaventato dalla propria mortalità, e dalla quantità di infelicità, di rimpianto, di perdita, che fa parte della vita di tutti, è difficile creare musica spensierata. Penso sia più naturale fare della musica triste come una specie di riflesso per gli altri, in modo che ci si rispecchino e sentano che non sono soli nel provare e sperimentare certe sensazioni. Quindi in un modo piuttosto perverso penso che la musica triste possa diventare un mezzo per farti sentire felice, o almeno meno solo nel mondo. L’ho sempre sentito. Sono sempre stato attratto dalla musica nichilista, malinconica. Non so spiegarlo meglio di così.

Hai detto che non sei religioso, però molta spiritualità viene fuori da quello che scrivi.Sì, però penso che la spiritualità sia un’altra cosa. La religione è credere in una qualche specie di propaganda, se si vuole chiamarla così, o nelle favole. Io non sono credente, ma ritengo che ci sia qualcosa di implicitamente buono negli esseri umani. Non credo che gli uomini nascano malvagi. Penso invece che siano naturalmente gentili verso il prossimo, naturalmente empatici nei confronti del dolore e della sofferenza degli altri. Se non è così è perché qualche circostanza deve averli distolti. Credo che la gente sia per sua natura spirituale ed empatica. Ma non vedo relazioni tra questo e il nostro concetto di religione o di vita dopo la morte. 
“Luminol” è stata eseguita dal vivo diversi mesi prima di essere incisa. Alla primissima esecuzione ti saresti aspettato che il pubblico la accogliesse con tanto calore? No, è piaciuta veramente tanto. Ero piacevolmente sorpreso. Di solito quello che succede nei tour è che la gente vuole ascoltare brani del repertorio che già conosce, per cui quando dici: “ok, adesso suoneremo un pezzo nuovo”, la cosa non è accolta con entusiasmo. Questa volta in realtà… È probabile che alcune sere Luminol abbia addirittura avuto la risposta più grande di tutte, e questo è stato straordinario. Lo abbiamo preso come un segno buono, come un ottimo presagio per il disco nuovo.

Durante I tuo spettacoli una parte importante hanno le sorprendenti immagini di Lasse Hoile, tuo collaboratore di vecchia data. In che modo riuscite a lavorare assieme quando si tratta di ideare I film che accompagnano i concerti? Ho conosciuto Lasse perché era un mio fan, un fan con un grande talento. Mi ha mostrato i suoi lavori e mi sono piaciuti. In quel momento ho sentito che la sua arte in qualche modo sembrava avere le stesse caratteristiche della mia musica, la stessa ossessione, lo stesso tipo di qualità surreali. Sembrava un bel tributo alla musica. Per quanto riguarda gli spettacoli, quello che faccio con Lasse è sedermi con lui e spiegare I testi, quindi le immagini. Di solito commentiamo I film che abbiamo visto e che ci sono piaciuti, le scene che abbiamo visto e che ci sono piaciute, e usiamo questo materiale come punto di riferimento. Poi lui se ne va e prepara qualcosa da farmi vedere, dopo di che cominciamo a discuterne. È un modo per tentare di dare una interpretazione visiva alla musica.

Alcuni amanti del progressive ritengono che molti degli attuali artisti prog dovrebbero essere chiamati “regressive”, dal momento che non producono nulla di realmente nuovo. Tu sei uno dei pochi a venire considerato interessante e originale. Come vivi questa situazione? Credo che la risposta sia semplice, ed è che io amo tutti i tipi di musica, non soltanto uno. Parte del problema per quanto riguarda le band di cui parli è che sono immobili nell’ascoltare e apprezzare un solo tipo di musica, il che rende impossibile non imitarlo, in qualche modo. Il fatto che io ascolti tipi così differenti di musica fa sì che io abbia tutta questa roba mescolata dentro di me. Questo è un disco abbastanza vecchia maniera, può essere definito progressive, ma nello stesso tempo credo che la mia personalità venga comunque fuori, così come emerge il fatto che io apprezzi tutto, dalla drone music al rumorismo giapponese, dalla musica elettronica al jazz. Sai, dicono che i grandi artisti sono quelli che rubano. Prendi i Beatles, i Led Zeppelin. Vedrai quanto hanno rubato. Solo che la loro musica suona come Beatles, Led Zeppelin, non suona come Robert Johnson, non suona come Willie Dixon, non suona come Chuck Berry. Se il tuo sound è abbastanza forte, se la tua personalità è abbastanza forte, anche se rubi la tua musica resta in qualche modo originale.

Attualmente sei un punto di riferimento per le nuove generazioni prog. A che cosa credi sia dovuto? Molti giovani musicisti si ispirano a te, alla tua musica. Beh, quando si è giovani è fondamentale avere figure a cui ispirarsi, nuovi eroi, nuovi dischi. Mi piacerebbe che alcuni di quelli che si ispirano a me creassero cose più interessanti. In realtà non vedo molto di interessante nel progressive moderno. Quando sono i tour mi arrivano CD ogni giorno, i fans me li fanno avere. Una delle cose peggiori che posso sentire è qualcosa tipo: “Steven, voglio darti il mio demo. Ascoltalo per favore, è realmente influenzato dalla tua musica, sembrano i Porcupine Tree, ti piacerà.” Ma no! Non mi piacerà. Perché dovrebbe piacermi se sembra roba dei Porcupine Tree? Non sarà certo buono come i Porcupine Tree, no? Perché deve piacermi! Penso che per loro questo tipo di processo mentale sia strano. Sai, quando avevo diciotto anni mi preoccupavo di fare musica che suonasse esattamente come quella dei Pink Floyd. Oggi sarebbe negativo, per me. Se sei un giovane musicista ti serve del tempo per lavorare sulle tue influenze e sviluppare un tuo stile personale. Non ho sentito molta musica progressive moderna che mi sembrasse interessante, devo dire.
Qual è la soddisfazione più grande che hai provato nella tua carriera musicale? È una domanda impegnativa. Difficile individuare un particolare momento o evento… ma penso che la soddisfazione più grande nella mia carriera di musicista sia il fatto che sono ancora qui. Non sono mai sceso a compromessi, non ho mai dovuto fare musica per la ragione sbagliata. Forse agli inizi posso aver prodotto roba commerciale, ma devo dire che da quando faccio musica a modo mio non mi sono mai dovuto preoccupare di compiacere qualcun altro, o di essere commerciale, o di fare in modo che la mia musica passasse alla radio. E sono riuscito a farlo nel mondo della musica moderna. È decisamente difficile e non c’è molta gente che possa dire di aver fatto altrettanto. In definitiva credo che la mia più grande soddisfazione in ambito musicale sia potermi considerare indipendente e non dover preoccuparmi di cosa l’industria si aspetti da me.

Tu hai lavorato con molti artisti durante gli anni. Che cosa ti porta a cercare la collaborazione di così tanti musicisti diversi?Perché è divertente! Sai, uno dei vantaggi più grandi del mio lavoro, se posso chiamarlo lavoro, è che mi consente di incontrare gante, di viaggiare, di lavorare con un sacco di persone differenti, alcune delle quali diventano amici intimi. Probabilmente non capita spesso che si incontri il proprio partner o il proprio migliore amico nell’ambiente di lavoro. Più è la gente che incontro o con cui lavoro, più mi diverto, più bevo, più vado alle feste. Sempre per il fatto che amo molti tipi diversi di musica mi interessa lavorare con musicisti proveniente da paesi diversi, con stili musicali diversi. È qualcosa di stimolante, che ti mantiene vivo.

Tutti questi impegni possono sottrarre tempo ed energie dai tuoi progetti principali. Non sono d’accordo. Credo che tutto quello che faccio si combini in modo positivo. Tuttavia hai ragione nel senso che io ovviamente non posso fare tutto. Ora sto facendo questo, il che significa che non sto facendo Blackfield, non sto facendo Porcupine Tree, non sto facendo No-Man. In questo senso dovrei riflettere adesso su quello che intendo fare. Ma suppongo di seguire I miei istinti. Faccio la musica che mi interessa di più, in ogni dato momento.

Avendo lavorato su così tanti album, ogni volta che ne devi creare uno nuovo ti risulta più facile o più difficile?Più difficile. Lo diventa ogni volta di più. Tu capisci, la pagina bianca, in senso metaforico, è la cosa più terrificante che ci sia. Come puoi creare qualcosa dal niente? Qualcosa che fino a qualche minuto fa non c’era e adesso è qualcosa. Come fai un bambino dal niente? È davvero tanto tanto difficile. E mi risulta sempre più difficile per ogni nuovo album perché non voglio ripetere cose già fatte nel passato. Sarebbe noioso per me, noioso per I fans. Per questo cerco di fare cose sempre diverse e ogni volta è più difficile. Ovviamente lo è, perché più album fai e più elementi spunti dalla lista: “questo l’ho fatto, questo l’ho fatto, questo pure.” È proprio difficile.
A quale band tra quelle che hai amato da giovane sei ancora legato?A parecchie. La musica che ho scoperto da piccolo, quella che per prima mi ha entusiasmato, resterà sempre una parte di me. Quando ero molto giovane c’erano tre gruppi, i King Crimson, I Pink Floyd, I Tangerine Dream, le mie tre band preferite. Io so che ogni volta che ascolto la loro musica il sentimento di calore c’è sempre. Poi gli Electric Light Orchestra, Jeff Lindon… Sono stato un fan accanito da piccolo. La musica degli Abba che ascoltavano I miei genitori. C’è molta musica che viene dalla mia infanzia. Preferisco dirti quella che è scomparsa dalla mia vita. Principalmente è quella che ascoltavo da ventenne. Non ha più significato per me. La musica che ho amato da bambino, all’epoca delle mie prime scoperte musicali, è tuttora molto speciale per me.
Secondo te oggi quali sono I gruppi che suonano musica interessante? Gli Opeth. Una band americana, gli Swans, conosci gli Swans? Sono una band fantastica. Un altro gruppo statunitense, gli Shearwater, dal Texas. Mi sono piaciuti molto. Questi tre. E che mi dici di te? Hai qualche band da raccomandare?

I Three di Joey Eppard. Hanno suonato con te e coi Porcupine Tree.Oh I Three, sì, una band davvero buona.
Per quello che riguarda te come produttore di altri musicisti, puoi indicarci qualcuno dei gruppi con cui vorresti lavorare nel futuro?intendi vecchie band o nuove?Intendo le nuove.No. No, davvero. La maggior parte di quelli con cui vorrei lavorare sono musicisti dei quali sono stato un ammiratore. Sai, mi piacerebbe lavorare coi Rush, con Scott Walker, con Neil Young. Sarebbe il brivido più grande lavorare con uno degli eroi della mia infanzia. Nuove band? Ti parlerò delle nuove band. Per me è difficile rimanere impressionato dalla nuova musica e le nuove band possono dare molto da fare a causa della loro inesperienza. Ho lavorato con alcune band giovani e con alcune che erano quasi nuove, ma il piacere più grande mi viene dal lavorare con artisti già affermati, con band esperte, come i King Crimson, i Jetrho Tull. In questo modo posso incontrare artisti di cui sono anche un fan. È davvero eccitante per me.

Se ti chiedessi di paragonare la tua musica a un genere di film, quale credi che si adatterebbe di più?Wow. Dipende dall’album, sai, perché ogni mio album è differente dagli altri. Probabilmente The Raven… mi vengono in mente certi film sul tipo dei racconti gotici del terrore, forse un film di David Lynch o qualcosa che non so bene, fammici pensare… Altra domanda?

Le sensazioni che vengono fuori dalla tua musica sono spesso desolate, oscure, e la solitudine e il senso di alienazione non mancano mai. Quali sono le più profonde paure che hai?Come per molte persone, la mia paura più grande è l’idea della mia stessa morte, la mia mortalità. Sai che la gene mi chiama lavoro-dipendente, perché lavoro molto. Credo che parte di questo, parte di ciò che mi spinge e mi motiva, venga fuori dalla paura della mortalità, dall’idea che un giorno, presto, chissà quando nei prossimi cinquant’anni, io smetterò di esistere. Ci penso molto, ma naturalmente il pensiero è anche nella parte profonda della mia mente quando scrivo le canzoni. È anche nella tua testa, questo lo sai. La mia paura più profonda è quella di morire soffrendo. Spero tanto che la mia non sia una morte dolorosa. Non me la cavo bene col dolore. Non sono molto coraggioso. Anzi, sono una persona debole. Odio il dolore, non so soffrire. Spero solo di morire all’improvviso e senza accorgermene.
Ho l’impressione che tu abbia tentato di affrontare alcuni aspetti filosofici della vita. Intendi svegliare la gente sulla realtà che la circonda o questa è soltanto una tua personale riflessione?Credo sia personale. Ossia, quando fai musica in qualche modo ti presti a fare da specchio. Alle persone che ti ascoltano non rifletti parte del mondo in cui vivono ma un’immagine di quello in cui vivi tu. Tu speri che la gente si identifichi con la tua prospettiva e il tuo punto di vista, ma nello stesso tempo stai facendo musica, musica pop, e la musica pop dovrebbe essere qualcosa con cui la gente si diverte. Non ti va di sentirti come se stessi dando dritte di politica. È una linea di equilibrio molto sottile. A me piace la musica piena di sentimento, che possa essere apprezzata sia intellettualmente sia spiritualmente. Non è facile. Non è una linea di equilibrio facile da gestire ma credo che la musica migliore debba avere quella combinazione di fattori.

Tutti passiamo momenti duri nella nostra vita. Ti va di raccontarci qualcuno dei tuoi?Penso di averlo già fatto con la musica. Penso di averlo già fatto. Non parlo in modo specifico dei miei rapporti complicati, dei problemi con la mia famiglia, ma credo di averlo già fatto, se ascolti le miei canzoni. Ogni canzone che scrivo ha in sé elementi autobiografici, dettagli della mia vita. Se non facessi così non ci crederesti, ti sembrerebbe un falso.
 

L’ultima domanda. Se vuoi puoi chiudere l’intervista con qualcosa che vuoi dire. Una specie di messaggio per il pubblico italiano. Completa libertà.A che stiamo parlando? Che cos’è il tuo, un giornale o un sito web?

Un sito web musicale.Ok. Con l’Italia ho avuto sempre un rapporto speciale durante la mia carriera musicale, fin dagli inizi. È stato il primo posto dove i Porcupine Tree hanno suonato al di fuori del Regno Unito, e il primo in cui abbiamo scoperto di avere dei fans. Un’esperienza emozionate, davvero esaltante. Da sempre l’Italia è un posto speciale per me, così come sono speciali gli Italiani, che vorrei ringraziare per essere stati così incoraggianti in questi venti anni. Ecco perché non vedo l’ora di tornare a suonare in Italia. Dacci una mano a portare qualcuno dei tuoi lettori ai concerti.

Grazie Steven.
È un piacere.

giovedì 18 luglio 2013

Proto Kaw

PROTO-KAW - Before Became After
Inside Out

Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2004



Sotto questo strano nome si cela una delle realtà più grandi della storia del Rock USA, specialmente quello più Pomp: i Kansas. Il gruppo è stato riesumato dal chitarrista Kerry Livegren e i suoi Proto-Kaw non sono altro che il primo seme dei leggendari Kansas. La sua storia si perde nella notte dei tempi, grosso modo come furono i The Lens per gli IQ. Ma pochi sanno anche che Livegren è anche un artista cristiano, in particolare con il gruppo Kerry Livegren AD ha prodotto dei piccoli gioielli di rock cristiano, ma anche i Proto-Kaw sono una band "impegnata" positivamente.
Il disco si discosta da quelli della navicella madre grazie ad episodi più strumentali, a tratti Jazz & Blues, risultando più ricercati e meno Pomp Rock. Il suono scaturito è variegato e va ascoltato attentamente per poter godere al meglio di tutte le sfumature di cui è abbondantemente composto. Pezzi molto distinti fra di loro e di durata alquanto elevata, con una media di quasi sette minuti l’uno.
Il gruppo oltre che dal citato Kerry è composto da Dan Wright alle tastiere, Craig Kew al basso, Brad Shulz alla batteria e da alcune special guest fa le quali spicca il nome del cantante Lynn Meredith.
Si apre con “Alt. More Worlds Than Know”, cadenzato, con tastiere in evidenza ed assolo di chitarra duettante con il flauto. Subito chiara la potenza creativa di Kerry, evidenziata dal brano “Leaven”, uno dei momenti più elevati dell’intero disco. Il suono è molto curato e gli arrangiamenti fanno la differenza assieme al basso di Kew. Fugacemente arabeggiante e greve. Prosegue “Axolotl”, Rock dalle antiche sfumature fine anni ’60. Con “Quantum Leapfrog” ci divertiamo assieme a loro nelle scorribande tastieristiche ed ai giri di basso veramente efficaci. I fiati appoggiano il tutto dando quell’ impronta Van Der Graaf Generator che non guasta. Ottimo l’assolo del Sax. Già quanto ascoltato basterebbe a giustificare il prezzo del disco, ma le emozioni proseguono imperterrite con “Gloriana”. I Proto-Kow sembrano non aver ignorato nemmeno la Scuola Di Canterbury. Il pezzo giace in bilico fra Pop e Prog dimostrando ancora una volta le grandi qualità di songwriting. Per ascoltare una canzone più breve bisogna arrivare ai quattro minuti di “The Occasion Of Your Honest Dreaming”, semplice e diretta come fosse uscita da un disco dei Kansas. “Heavenly Man” prosegue su territori più Pop e mi ricorda maledettamente qualcosa che mi sfugge ma che mi colpisce al cuore. Con “It Moves On You” restiamo più o meno sulla falsariga del pop ma quello più melodico. Chiudono i dodici minuti di “Theophany”, nemmeno a dirlo un piccolo capolavoro e degno sigillo di un lavoro dalle mille sorprese.
Un felice ritorno questo dei Proto-Kaw, ora speriamo di non dover aspettare un’altra infinità di anni per poterli riascoltare, anche se devo confessarvi di non aver fretta… perché ho imparato che le lunghe attese spesso portano a delle sorprese molto gradite. E' proprio vero, i tempi del Signore non sono quelli degli uomini. MS


martedì 16 luglio 2013

Overhead

OVERHEAD - Of Sun And Moon
Progressive Promotion Records

Distribuzione italiana: G.T. Music Distribution
Genere: Prog Metal
Support: CD - 2012




E' noto a tutti che chi segue il genere Progressive Rock è un fans attento, critico ed incallito, per cui sono certo che molti di voi già avranno sentito nominare almeno una volta i finlandesi Overhead. Nelle scene dal 2002 con "Zumanthum", il quintetto giunge al quarto lavoro da studio, in un crescendo di personalità interessante. Le atmosfere nordiche si vanno a riflettere inesorabilmente fra i brani dell'album, quindi tracce di Folk vanno a miscelarsi al Rock Prog ed al Metal.
Le parti più interessanti risultano essere quelle strumentali, a dimostrazione di una avvenuta coesità fra gli elementi oltre che di una notevole preparazione tecnica. La confezione che accompagna il cd è cartonata e rappresenta uno stato psichedelico in 3d, ovviamente si necessita di occhiali appositi per goderne il risultato.
Nove sono le tracce che compongono "Of Sun And Moon", tutte attente alle melodie, perchè nel Prog come nel Metal, certe sensazioni vanno a braccetto.
In "Lost Inside 2" chi rende tutto etereo e sospeso sono le tastiere di Tarmo Simonen. La prestazione vocale di Alex Keskitalo è come al solito convincente, così la prova della sezione ritmica composta da Janne Pylkkonen (basso) e Villie Sjoblom (batteria). Nette e taglienti le chitarre di Jaakko Kettunen, valorizzate da una cristallina produzione sonora.
Gli Overhead rispetto ai lavori precedenti induriscono di poco il sound, pur privilegiando sempre le melodie proprio come già detto.

"Berlin" è un perfetto esempio di Rock attuale (anche nelle sonorità) che si sposa perfettamente con la causa Prog, a testimonianza che i generi non sono per nulla incongruenti. Intelligenza compositiva che potrebbe urtare la sensibilità del Prog fans di vecchia data, quello che con difficoltà riesce a digerire nuove soluzioni elettriche, specie se si avvicinano a band quali Rasmus e similia. Quello che scaturisce da "Of Sun And Moon" è un puzzle ben preciso, con un occhio di riguardo ai suoni, ma soprattutto agli arrangiamenti. Di tanto in tanto fanno capolino anche i Porcupine Tree, altra band che ha stravolto il mondo del Rock odierno. Ritornelli che funzionano, passaggi diretti, anche se non disdegnano di tecnica e caratura. Gli Overhead stanno puntando più al cuore che alla mente e si stanno distaccando sempre più dal termine Prog per il dolore dei vecchi fans, ma per la gioia dei nuovi.
L'arte non ha un indirizzo preciso, ma l'artista a mio avviso è colui che sempre sa comporre per il piacere proprio, se poi incontra anche il gusto delle persone, è anche meglio!
"Of Sun And Moon" è comunque un disco giovane che piace, volenti o nolenti MS

lunedì 15 luglio 2013

DAAL

DAAL - Dodecahedron
Agla Records

Distribuzione italiana: si
Genere: Prog / Avantgarde
Support: CD - 2012




Anno dopo anno i Daal proseguono il proprio cammino Progressive, arricchendolo sempre più di nuovi innesti, per un risultato finale davvero interessante. Questa volta i capitoli sonori in analisi, come presagisce il titolo, sono dodici, mentre gli innesti riguardano una presenza più marcata di chitarre ed archi, immersi nella consueta Psichedelìa a tratti elettronica.
Il duo Alfio Costa (tastiere) e Davide Guidoni (percussioni) si avvalgono della collaborazione di artisti noti nell'ambito Progressive Rock italiano quali, Ettore Salati alle chitarre (The Watch), Alessandro Papotto ai fiati (B.M.S.), Vincenzo Zitello all'arpa e flauto, Bobo Aiolfi al basso (Tilion, Prowlers), le violiniste e violoncelliste Sylvia Trabucco e Chiara Alberti (Hostsonaten) ed altri ancora.
Che i Daal siano dei fuoriclasse non ci sono dubbi e la discografia in crescendo qualitativo sta li a testimonianza, ma quello che tengo a sottolineare è la cura per la registrazione, un suono cristallino che non fa che evidenziare la potenza sonora delle composizioni. Le tastiere di Costa sono basi irremovibili su cui costruire colonne ritmiche nette, senza troppi fronzoli, solo con qualche virgola che impreziosisce l'ascolto. Numerosi cambi umorali, per cui anche di tempo, fanno si che gli alti ed i bassi sonori siano legati in maniera intelligente e scorrevole. L'uso delle tastiere è pressoché privo di aria fritta, bensì bada al sodo e stampa nella mente dell'ascoltatore motivi memorizzabili e a tratti anche imponenti. Album strumentale che si lancia dentro la psiche, colmo di influenze che variano dal Folk passando attraverso la Psichedelìa primi Pink Floyd e sperimentali, a dimostrazione di una elevata cultura musicale degli artisti in analisi.
Capitoli da ascoltare spesso ad occhi chiusi questi di "Dodecahedron", come il secondo, dove la chitarra slide fa la gioia di chi come me ama il suono di Gilmour ed il profumo dei primi anni '70...ancora oggi!
Oscurità di tanto in tanto fra i fraseggi cadenzati di chitarre elettriche e percussioni, come nel capitolo terzo, ben chiuso con archi e piano. Un momento gotico di matrice prettamente italica, come una volta sapevano inculcarci i Goblin del maestro Simonetti Junior.
Malinconia dadaista è descritta dai fiati di Papotto nel quarto capitolo assieme al violino di Sylvia Trabucco. La musica dei Daal è come stare in una stanza di specchi, il suono come un raggio di luce viene riflesso di angolo in angolo del nostro stato d'animo. Sensazioni a volte sospese nell'aria, come nel capitolo cinque, ma è davvero riduttivo stilare una classifica di "Dodecahedron", in quanto tutto si svolge all'insegna della continuità e con cognizione di causa. Infatti i Daal sanno dove andare, la musica ricca di innesti è un frutto goloso per chi vive di Progressive Rock e Psichedelìa.
Una riflessione è d'obbligo, in Italia ci sono molti artisti che meriterebbero molto di più di quello che raccolgono, perchè la cultura se ancora resiste (sempre con più difficoltà) è grazie a coloro che fanno degli strumenti sensazioni e non banalità.
Bravi Daal, sempre dritti per la vostra strada. MS
Per i collezionisti dico che del disco esiste anche una edizione limitata in Boxset, contattate al seguente link: https://www.facebook.com/DAALMUSIC

sabato 13 luglio 2013

Fibonacci Sequence

FIBONACCI SEQUENCE  - Numerology
Fibonacci Music
Genere: Metal Prog
Supporto: cd - 2010


Fibonacci Leonardo è stato un matematico del 1175, il quale tentando di studiare una legge sulla riproduzione dei conigli (?), viene a capo di questa semplice formula: essa somma accanto al numero 0 (quello di partenza) il proprio successivo per poi sommare il risultato con il  numero a sinistra.. In parole povere la sequenza si sviluppa in questo modo: 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21 etc. etc. Questo preambolo (che sicuramente ogni recensore di questa nuova band americana farà) serve a dire che la Sequenza Di Fibonacci  F(S)  incarna alla perfezione il significato della parola “Progredire”. Numero in progressione, musica in progressione.
Ecco dunque un nome indovinato per una band dalle notevoli capacità. I F(S) sono di Millwaukee ed è un trio composto da Michael J.Butzen (chitarre), Thomas Ford (batteria) e da Jeffrey Schuelke (tastiere), mentre il basso è affidato agli special guest Chris Kringel e Chad Burkholz. Con “Numerology” si presentano al pubblico mondiale in maniera gia professionale, pur considerando che stiamo parlando di un debutto. Infatti la qualità sonora è più che soddisfacente, i suoni sono equilibrati e puliti, tutto ciò esalta questo tipo di sonorità che si alternano fra suoni metallici ed acustici.
Le influenze di questi artisti provengono da band come Dream Theater, King Crimson, Rush, Yes, The Police, Mahavishnu Orchestra, Living Colour, Fire Merchants, Ancient Future, Cynic, Yngwie, Neal Morse, Liquid Tension Experiment e molte altre, questo per farvi capire la caratura tecnica dei componenti. Devo sottolineare un fatto che nel mondo musicale di oggi è più che altro una limitazione, cioè che i F(S) hanno prodotto un disco completamente strumentale. Oggi come oggi la musica volge lo sguardo verso il commerciale, qualunque essa sia, difficile imbattersi in un disco completamente strumentale, figuriamoci poi di Metal Prog! Quindi onore al merito, controcorrente come i salmoni!
Grandinate di note e scale, tuttavia non ci sono momenti veri di pausa o di nausea da vortice strumentale, perché i F(S) malgrado siano all’esordio, hanno gia capito che l’ascolto deve variegare e non ristagnare per poter tenere incollato allo stereo l’ascoltatore.
Prevale in tutto il percorso la chitarra elettrica, vera trascinatrice del suono, ascoltatela ad esempio in “Primrose Path”, il riff vi prenderà per mano e vi porterà nel fantastico mondo del Metal Prog.
“Heap Tide” si stampa nella mente ed è il brano sunto della personalità F(S), non a caso esce anche nel singolo EP apripista, dal titolo “We Three Kings”, che vi consiglio di procurare. Resto piacevolmente colpito dall’intro piano e chitarra classica di “Dawn”, sognante ed introspettiva. “Catlord” farà piacere a molti estimatori del genere….dunque avvisati.
Si assimilano suoni coinvolgenti in “Work In Progress” e non è la prima volta che si scorgono anche refrain arabeggianti. Quello che colpisce nel sound dei f (s) è il groove, l’impatto sonoro, dal quale si evince l’affinità fra i singoli componenti.
“Missing Time” va al ritmo delle lancette di un orologio, nostalgico nell’intro per poi sfociare in un incedere ansioso e a tratti drammatico. “Faunus” è una vetrina per la band, dove la tecnica è alla luce del sole. Chiude una minisuite, dove il sunto del Progressive Rock viene esposto alle nostre orecchie.
L’occhio dell’artwork, in un vortice psichedelico vuole prendere il possesso delle nostre menti, così la musica al proprio interno, io mi lascio rapire in quanto viaggiare nella fantasia e nei numeri è una esperienza davvero intrigante. I F(S) sono bravi, promettono bene, proprio per questo mi appunto nil loro nome e li aspetto con curiosità nelle prossime uscite. (MS)


giovedì 11 luglio 2013

Alberto Rigoni

ALBERTO RIGONI - Three Wise Monkeys
Any And All Records

Distribuzione italiana: -
Genere: Virtuoso
Support: CD - 2012




Non sforziamoci molto per comprendere quale sia la vera vena musicale di Alberto Rigoni, lui spazia dall'Ambient alla New Age, passando per il Progressive (che da solo già basterebbe come insieme di influenze) fino a giungere all' Heavy Rock. Sto parlando di un eclettico chitarrista, oppure di un virtuoso tastierista? Se leggete le nostre recensioni già conoscerete Rigoni, questo "Three Wise Monkyes" è il terzo lavoro da studio e lui è un bassista. Si, un bassista che però non fa della sua arte un virtuosismo invadente, molta attenzione alla composizione oltre che alla tecnica, perché questa è al servizio della musica e non viceversa come spesso accade per i solisti virtuosi.
La cultura musicale di Rigoni è intuibilmente elevata, lo si evince dalle influenze citate, oltre modo subentra anche l'esperienza che si fa largo negli anni fra le realizzazioni.
Ma attenzione, è vero che il basso risulta sempre in prima fila e che l'artista è un ottimo esecutore, però qui siamo al cospetto di un cast di supporto davvero imponente. Basta citare l'ex Dream Theater Kevin Moore oppure Simone Mularoni dei DGM, per far capire a che livelli viaggia questo terzo epitaffio di Alberto. Le special guest si completano con Goran Edman (voce), Jonas Erixon (voce), Federico Solazzo (tastiere), Mistheria (tastiere), Alessandro Bertoni (tastiere), Tommy Ermolli (chitarra), Mark Cross (batteria), Paolo Valli (batteria), Paco Barillà (batteria) e Sebastian Persini (batteria).
Tengo a sottolineare una volta tanto il valore sonoro della registrazione, finalmente un suono equilibrato e pulito, una registrazione sicuramente degna di nota e dire che il mio ascolto è avvenuto tramite MP3.
Dunque un mutamento stilistico rispetto il precedente "Rebirth", uno sforzo compositivo maggiore, tentando di entrare con modestia nel complicato labirinto che si chiama Prog e perché no sporcandolo di fraseggi Heavy .
Il lavoro suddiviso in dieci tracce, si apre con un intro etereo di campane tubolari (non saprei altrimenti come definirle) dal titolo "Toshogu Shrine", per lasciare subito il campo al caldo basso che ci accoglie in "Mizaru", composizione robusta ed articolata. Batteria vivace nella title track cantata da Goran Edman, al confine con l'AOR, di conseguenza il ritornello gioca un ruolo fondamentale. Per ascoltare il Rigoni più intimistico bisogna giungere a "Kikazaru", qui l'anima dell'artista esce a nudo con pacatezza, un piacevole intermezzo emotivo per arrivare alla nuovamente vivace "Blackened Tornado". La voce in questo caso è quella di Jonas Erixon, mentre il brano non sfigurerebbe per nulla se fosse anche nell'album "Actual Fantasy" degli Ayreon.
Semplicemente Prog è "Iwazaru", ricercata composizione che lascia piccole vetrine ai singoli strumentisti. Invece il Rock trasuda in "Free Falling", permettendosi un cambio umorale attraverso un ottimo assolo di chitarra centrale, qui c'è virtuosismo. Torna il suono caldo del basso in Between Space And Time", supportato da un eccellente tappeto pianistico avvolto da un lieve effetto eco che esalta l'atmosfera.
A testimonianza di una notevole attenzione da parte di Rigoni alla scorrevolezza dell' insieme ecco alternarsi un nuovo brano e un nuovo stile, "Coming Home" è Rock senza strafare, anche da cantare, così l'attenzione dell'ascoltatore non viene mai a mancare, sempre stimolata da sonorità differenti. Il disco si conclude con "Belive" e la voce di Erixon.
Questo "Three Wise Monkeys" non sarà una pietra miliare del Rock, ma di sicuro è un disco che sa farsi ascoltare senza farsi pregare e neppure annoia, di questi tempi è un super risultato! A questo punto la curiosità attorno al bassista accresce, quale stile andrà a toccare la prossima volta? Personalmente sono felice di ascoltarlo, perché amo molto chi sa mettersi in discussione e che realizza soltanto ciò che pensa, senza ascoltare la sirena del music businnes. MS

Lola Sprint & The Cat

LOLA SPRINT & THE CAT - Mon Voyage
Tra Bla Records

Distribuzione italiana: si
Genere: Elettronica / Psichedelia
Support: mCD - 2010




Gli artisti che ancora si propongono con una distribuzione autonoma e che non hanno nulla a che spartire con l’attuale music business, si contano davvero sulla punta delle dita. E’ una scelta che può portare oggi più ad una soddisfazione morale che economica. Sotto lo pseudonimo di Lola Sprint & The Cat si celano una coppia di fatto, totalmente dedita all’arte, persino a quella pittorica. Paolo Catena è un noto musicista Pesarese sennonché pittore sin dagli anni ’70 e non stiamo certo qui a raccontare una lunga storia che si interseca con la musica da allora sino ad oggi. Lola Sprint è scoperta e lanciata da Catena, qui in veste anche di chitarrista e bassista in diversi brani del disco, oltre che autore della cover. La musica proposta è davvero poliedrica, rispecchia la visione di questi artisti, spaziando dall’elettronica alla New Wave sfiorando i territori sperimentali a cavallo della Psichedelìa Progressiva.
Il bagaglio culturale che hanno alle spalle è notevole, non solo si rispecchia nelle composizioni, ma aleggia in tutto ciò che fanno. Lola esordisce con questo “Monvoyage”, mini cd composto da otto frammenti che alternano poesia a pezzi strumentali. Il linguaggio adoperato è fonetico e richiama palesemente la lingua francese, oltre che in qualche modo la rappresenta. Un viaggio sonoro-poetico che va a narrare storie su animali, ambiente ed esistenzialismo. La chitarra di Paolo riesce a comporre tappeti perfetti per una narrazione glaciale e diretta. In “Nightbutterfly” c’è elettronica, ma anche molta psichedelìa, quella cara al primo Steven Wilson (Porcupine Tree) dell’era “Yellow Hedgerow Dreamscape”. Emozioni trapelano dalle grevi tastiere della breve “Flight Of Fantasy”, tutte piccole gocce che insistentemente battono nello stesso punto della mente. “Monvoyage” è a tutti gli effetti un viaggio, lieve e in penombra, un vagare senza meta dentro di se. Quello che però risulta straordinario è che comunque si ha la percezione di dove si vuole arrivare. Ascoltate “Dark Moon (The End Of All)” ed avrete una visione di quanto narrato. Lola non canta, è quasi robotica nella narrazione, per certi versi inquietante nel contesto sonoro, tutto questo dona un fascino particolare al risultato finale. Venti minuti che sembrano cinque ed il viaggio è gia terminato. Non è possibile ignorare nel 2010 degli artisti che fanno della musica, della poesia e dell’immagine un credo, proprio per dare un calcio alla becera monotonia del music business.
Non è musica da cantare, è per lasciarsi andare, per cui chi non ha paura del vagare è pregato di contattare Lola Sprint & The Cat ai seguenti indirizzi:
www.myspace.com/lolasprint - lolasprint@rocketmail.com.

Se volete visualizzare invece l’arte grafica di Paolo Catena il suo sito internet è:
www.paolocatena.com MS