mercoledì 22 novembre 2017

Basta!

BASTA! – Elemento Antropico
Lizard Records
Genere: Progressive Rock strumentale
Supporto: cd – 2017


Personalmente ho sempre avuto un debole per i dischi strumentali, non perché non amo le voci nella musica, ma semplicemente perché sono affascinato dalla ricerca sonora e dalle soluzioni che spesso si vanno ad adottare per realizzare un album di Progressive Rock strumentale. Serve coraggio soprattutto oggi nell’addentrarsi in questi meandri, dove la musica predilige avere anche il canto, e le vendite lo dimostrano. In questo caso la voce viene adoperata solamente come fattore narrante. La musica dei toscani Basta! quindi non è di facile collocazione, perché in essa risiedono differenti stili, in più il clarinetto dona al tutto un atmosfera che oserei definire “speciale”. Il gruppo si forma nel 2011 e subito vince l’U-Festival toscano il quale da loro la possibilità di incidere un EP che vede la luce nel 2012 con il titolo “Oggetto Di Studio”, pubblicato da Materiali Sonori. Le date live forgiano l’insieme, e l’esperienza del 2015 al Ver1 2days Prog+1 nel suonare prima della storica band Area ha la sua valenza. Nel 2017 sempre in attività live con il chitarrista Frank Carducci, per poi dare vita a questo album dal titolo “Elemento Antropico”, grazie all’attenzione della Lizard Records, tuttavia registrato nel 2016 e presentato in Francia nel Crescendo Festival.
Il disco ha undici canzoni e la formazione che lo suona è composta da Damiano Bondi (diamonica, tastiere), Roberto Molisse (batteria, percussioni), Saverio Sisti (chitarre), Giacomo Soldani (basso) e Andrea Tinacci (clarinetto basso, sax). La voce narrante è di Riccardo Sati mentre troviamo anche il grande Fabio Zuffanti (Finisterre, La Maschera Di Cera, Rohmer, La Zona, Höstsonaten, L’Ombra Della Sera, La Curva Di Lesmo ed altre ancora) sempre al microfono nel brano “Intro”.
Inizia la storia narrata di Samuel nel brano “Entro Nell’Antro”, una ballata malinconica di buona presa, con forti tinte PFM anni 70, ma è solo una parvenza, l’energia dei Basta! fuoriesce  a metà brano evidenziando una ottima ritmica ben rodata.
“Il Muro Di Ritmini Strambetty” è senza dubbio un ottimo esempio di Crossover Prog, quello suonato anche dagli americani Spock’s Beard. Da ciò potete dedurre che la melodia è forte e ben eseguita, le linee compositive non vanno mai ad intrecciarsi con tecniche strumentali fine a se stesse. Ma la mediterraneità ha sempre la meglio, il sound ci è infine casalingo. Perfetta fotografia del simpatico animale caracollante è “Doombo (L’Elefante Del Destino)”, in un movimento sonoro caratterizzante e dedito anche a momenti più spaziali e sognanti. Prosegue “Zirkus” il discorso intrapreso, dove i Basta! mostrano la sopra citata coesione.
“Entro L’Antro” fa di nuovo escursione fra i frammenti della musica Prog anni ’70, e questo pone l’intero  “Elemento Antropico” in una posizione fra passato e presente davvero godibile e scorrevole. Proseguono le storie narrate di Samuel nel circo fino giungere alla pur breve “Intro” con la voce di Fabio Zuffanti. Più elettrica “Schiacciasassi”, canzone che racchiude in se un solo di chitarra davvero godibile. Per il resto lascio a voi il piacere della scoperta.
“Elemento Antropico” è un disco carico di energia, ben suonato e dalle caratteristiche ben definite, quelle che fanno del nostrano Progressive Rock davvero un mondo unico ed immortale.  
Macché Basta!... Ancora! MS


lunedì 13 novembre 2017

Mozaic

MOZAIC – Find A Place
Autoproduzione
Genere: Fusion, jazz, world music, prog
Supporto: cd – 2017


La musica come linguaggio comune, come supporto alle parole quando queste non bastano più ad esprimere un concetto o a descrivere un luogo. La World Music bene si adatta a ciò, se poi la si va ad arricchire con contaminazioni Jazz Fusion, elettronica e musica araba, allora tutto il contesto diventa ancora più intrigante. Questo è il campo d’azione per una band proveniente dalla Lombardia (Como/Milano) che con il debutto discografico dal titolo “Find A Place”, addentra l’ascoltatore in questi luoghi attraenti, loro si chiamano Mozaic.
Il gruppo prende forma da un idea della cantante, insegnante e direttrice di coro Yasmine Zekri, che estrapola il tutto dalla sua tesi di laurea in Canto Jazz "Il jazz e la musica araba", ricavando spunti da autori come Abdullah Ibrahim, Yusef Lateef, Randy Weston, ma soprattutto Dhafer Youssef e Rabih Abou-Khalil. In questo viaggio sonoro si coadiuva di artisti come Stefano De Marchi alla chitarra (Psicosuono), Daniele Cortese al basso ed Andrea Varolo alla batteria e percussioni. Ci sono anche due special guest, Achille Succi al clarinetto basso e Alberto Ricca all’elettronica.
Lo sforzo creativo dettato dagli innesti di generi, porta al risultato di dieci brani, e questo “Find A Place”  viene registrato nel luglio 2017 presso l'Artemista Recording Studio di Spessa (PV).
Musica che emana calore, sin dall’iniziale “No Place For Minds”, acceso dalla voce di Yasmine. Gli Area di Demetrio Stratos avrebbero detto “Popular Music”, traendo proprio il concetto dal loro modus operandi. Intrigante il momento corale voce e basso su suoni live.
Ed il basso è lo strumento che apre anche la successiva “Colours” dall’incedere decisamente Folk a dimostrazione dell’apertura mentale del progetto Mozaic. La ricerca suono/voce la si evince nell’ascolto di brani come “Mermaid”, mentre il Jazz fuoriesce in “African Rainy Day”.
Soffice e toccante “Daffodils” mentre gli Area questa volta sono chiamati in causa nel suono di  “White Rabbit”. E’ solo un momento che comunque traccia un percorso di gusto personale ben marcato da parte degli artisti. Seguono voce e suoni. La breve “In Fuga” mostra il lato giocoso della band, quello più sbarazzino e divertente, tuttavia sempre sperimentale ed improvvisato.
Percussioni e clarinetto aprono “Ainda”, vero calderone di sonorità con inseguimenti voce e strumenti, movimento sempre molto caro al Jazz. Il contesto è simile in “In The Moor”, vetrina sia per le qualità compositive che esecutive dei componenti, non solo di ricerca vocale. Il disco si conclude con “Hermit’s Lament”, nomen omen.
Nella musica dei Mozaic c’è cultura, ci sono colori come nella copertina, si respira voglia di approfondire e di esprimersi senza nessuna restrizione di regole. Un poco ciò che accadeva per certi gruppi anni ’70 anche in Italia. Tutto questo ovviamente fa di “Find A Place” un lavoro mirato ad un pubblico dalla mente aperta. Musica dai mille colori che investe l’ascoltatore e lo avvolge nel suo calore. MS


Contatti:   yas.jj92@yahoo.it

sabato 11 novembre 2017

ROCK & WORDS a Radio Gold

ROCK & WORDS a RADIO GOLD


ROCK & WORDS sono Fabio Bianchi e Massimo “Max” Salari. Insieme raccontano la storia della musica Rock e dintorni, l’evoluzione e come nascono i generi musicali, tutto questo in conferenze supportate da audio e video. Assieme sono nel direttivo dell’associazione Fabriano Pro Musica. 
FABIO BIANCHI: Musicista, suona batteria e tromba. Ha militato in diverse band fra le quali i Skyline di Fabriano e l’orchestra Concordia. 
MASSIMO “Max” SALARI: Storico e critico musicale, ha scritto e scrive in riviste musicali di settore e webzine come Rock Hard, Flash Magazine, Andromeda, Rock Impressions, Musica Follia, Flash Forwards ed è gestore del Blog NONSOLO PROGROCK.

Sul sito web di RADIO GOLD aprono una rubrica musicale settimanale che potete leggere al seguente link:  http://www.radiogold.tv/?p=30227

venerdì 10 novembre 2017

Tazebao

Tazebao - Opium Populi
Ma.Ra.Cash
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


La forza delle parole, la fermezza della poesia ed il viatico musicale Rock sono un connubio artistico imponente, capace di scardinare i meandri del nostro cervello con la facoltà di far pensare. Di questi tempi fermarsi non solo ad ascoltare ma per giunta pensare, è un risultato quantomeno sorprendente. Le parole importanti quanto la musica, i debuttanti Tazebao sono un equilibrio di questo concetto e sono artisti che già conosciamo nell’ambito musicale, soprattutto in quello del Rock Progressivo.
Autore dei testi e voce inconfondibile è Gianni Venturi (Altare Thotemico,Vuoto Pneumatico, Lucien Morreau&Gianni Venturi - Moloch), alla batteria Gigi Cavalli Cocchi (C.S.I.,Ligabue,), al basso Valerio Venturi (Altare Thotemico), alle tastiere Luigi Cassarini e alla chitarra Nick Soric (Lady Godiva, Mauro "Pat" Patelli Band, Salvatore "Salva" Cafiero). Testi forti dunque, riguardanti la società del momento e soprattutto il potere delle religioni ed il radicarsi nella mente dei popoli.
“Opium Populi” è un grido contro ogni forma di estremismo in generale, vuol far pensare per far scaturire l’”Io” che abbiamo dentro ognuno di noi, il modo di pensare per ridare personalità all’individuo assoggettato da questo forte potere. Si va ad attingere nel Catarismo.
Anche la copertina del disco visivamente racconta molto, fra carro armato, foto e proiettili conduce inesorabilmente alla memoria dei lavori di Gianni Sassi per la Cramps negli anni ’70, casa discografica dai concetti importanti a partire da quelli narrati dagli Area. In realtà è ad opera di Gigi Cavalli Cocchi, esperto nel settore. Dieci canzoni che sferzano la testa aprendola come un apriscatole, dove la ritmica spesso ossessiva è degna accompagnatrice delle parole.
“Caedite” è un esempio lampante, anche a dimostrazione che la forma Progressiva è rispettata, cambi di tempo annessi. Attenzione anche per i ritornelli e le buone melodie. L'elettrica “Ecce Homo” fotografa la società del momento, fra richiami a Giordano Bruno e la spietata fotografia del nostro essere “cattivo animale”. Buono l’intervento delle tastiere dal sapore vintage. Più epica nel coro da cantare è la title track “Opium Populi”, canzone profonda e comunque appetibile. Resto colpito da “L’inquisitore”, brano che si sostiene su importanti linee di basso e voglioso di mostrare anche le capacità della band nel conoscere molto bene i passaggi del Prog in senso generale, non solo degli anni ’70. “Occitania” è fra i momenti più alti dell’intero disco, rammenta in me un certo cantautorato degli anni ’70 specie nell’inciso. La mia preferita è una semi ballata e si intitola “Omnia Munda Mundis”, trivellante fra cantato in latino ed italiano. Malinconica “Reincarnazione”, altra piccola perla riflessiva ed emotiva. Buone coralità in “Rex Mundi”, così il ritornello. Il disco si chiude con “La Via Catara” e l’intro elettronico. La ritmica ricopre nuovamente un ruolo basilare. Di tanto in tanto nel corso delle canzoni si è anche potuto ascoltare nei cori, le sperimentazioni vocali a cui Venturi ci ha abituati negli anni nei suoi progetti alternativi.

La forza espressiva a disposizione della formula canzone, la poesia, e la musica fanno di “Opium Populi” un pugno nello stomaco più che uno schiaffo, i Tazebao ci gridano: “Ci vogliamo svegliare si o no?”. Importante debutto, sotto molteplici aspetti, compresa la grande professionalità palesata ed una personalità che molte band di oggi possono solamente sognare. MS

The Forty Days

THE FORTY DAYS – The Colour Of Change
Lizard Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


Vedere oggi  in Italia un numero crescente di giovani musicisti che formano band di musica Progressive Rock fa veramente piacere. Nuova linfa, freschezza e idee.
I The Forty Days sono toscani (Pisa/Livorno) e nascono come cover band Rock di gruppi anni ’70. Fra le loro influenze ci sono Pink Floyd,  King Crimson, Supertramp, Led Zeppelin, ma anche gruppi più recenti come Porcupine Tree e quindi Steven Wilson, Marillion ed altri ancora.
Il nome The Forty Days deriva dal fatto che tra la prima prova ed il primo live sono intercorsi circa 40 giorni. La band nel tempo è soggetta a cambiamenti di line up, sino a giungere oggi alla formazione con Giancarlo Padula alla voce e tastiere,  Dario Vignale chitarra e voci, Massimo Valloni al basso e Giorgio Morreale alla batteria. “The Colour Of Change” si può considerare un concept album pur non avendo un vero filo conduttore narrativo, perchè racconta un certo periodo della vita attraverso molteplici punti di vista. Le canzoni vengono concepite nel corso degli anni 2015 e 2016.
Sette i brani contenuti nel disco accompagnato da un libretto dettagliato di testi (il cantato è in lingua inglese) disegnato da Giancarlo Padula, con l’artwork di Matteo Di Giacomo e le foto di Laura Messina.
Essendo i Pink Floyd nel loro background, il disco non si poteva che aprire con un tappeto sonoro mix fra “Shine On You Crazy Diamond” e “Sorrow”, il titolo è “Looking For A Change”. Ma ovviamente trattasi solamente dell’intro, il brano si svolge in successione fra cambi di tempo ed umore, anche con un piccolo balzello nel Neo Prog di matrice anni ’80. Davvero godibile il tutto in quanto spezzato anche da un solo di chitarra, seppure breve ed incisivo. La voce è grintosa ed ottima interprete.
Godibilissima la strumentale “Uneasy Dream”, qui le tastiere giocano un ruolo centrale fra fraseggi e rincorse con la chitarra elettrica. In questo frangente si esibiscono anche le buone doti tecniche dei singoli strumentisti. Un arpeggio di chitarra apre la bellissima “The Garden”, le atmosfere si fanno pacate ed il cantato è inizialmente più sussurrato, un mix di influenze che danno come risultato una canzone di classe e toccante, i The Forty Days puntano direttamente al cuore dell’ascoltatore. Trovo affinità anche con i tedeschi RPWL per chi li conosce. Personalmente poi i solo di chitarra così mi mettono ko. “Homeless” è quasi una suite con i suoi nove minuti abbondanti, la canzone più lunga dell’album. Ebbene qui troviamo un mix dei loro punti di riferimento sopra citati e ancora una volta molta enfasi e fughe strumentali.
Altro piccolo gioiello è “John’s Pool”, pacato all’inizio per lanciarsi nel crescendo emotivo e sonoro sempre di grande presa, assolo di chitarra annesso. Il piano apre “Restart”, altro volo pindarico con richiami Pink Floyd e Marillion. Finale stupendo che potrebbe trovare locazione anche nella discografia dei norvegesi Airbag. Il discorso è analogo per la conclusiva “Four Years In A While”.
Trattasi di debutto, e la cosa quindi diventa ancora più interessante, in quanto ci si attende anche una ulteriore crescita e visto quanto abbiamo ascoltato, le premesse sono tutte buone. Bel periodo, il Progressive Rock italiano può dormire sonni tranquilli. Bravi. MS


martedì 7 novembre 2017

Steven Wilson

STEVEN WILSON - To The Bone
Caroline Records
Genere: Alternative Rock
Supporto: 2lp – 2017


Il personaggio Steven Wilson  spacca il mondo del Rock Progressivo in due come una mela, o stai su una pacca o su quell’altra. Non ci sono compromessi, neppure da parte dell’artista che nella sua longeva carriera non fa altro che badare a ciò che pensa senza guardare al gusto dei fans. Tanti persi e altrettanti saliti in corsa. Ma allora molti di voi penseranno che questo atteggiamento è il vero sunto del Progressive Rock, il cambiare, ricercare e innestare diversi generi. Lo ha fatto con l’elettronica di fine anni ’80, lo ha fatto con la Psichedelia Pinkfloydiana negli anni ’90, poi con il Metal nei 2.000, i King Crimson nel 2010 ed oggi anche con il Pop. E invece no, questa cosa non gli viene perdonata dai “duri e puri” i sostenitori del Prog classico lo vedono come un “furbetto” e  come “distruttore” di un genere (vero, l’ho letto centinaia di volte nei social telematici), gli altri dall’altra parte della mela lo vedono come un “genio”, opinando sul fatto che  Prog non sono soltanto le vecchie glorie, ma è soprattutto un atteggiamento in divenire. La verità dove sta? A mio modesto parere risiede in una via di mezzo perché di brani geniali in effetti nella lunga carriera ne ha fatti, questo dato è inopinabile, così come un disco stratosferico dal titolo “The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)” nel 2013, tanto per citarne uno. Vogliamo poi parlare dei suoi Porcupine Tree, o i No Man, o i Blackfield o i Storm Corosion? Di cose su Wilson ce ne sarebbero quindi da dire, ma fermiamoci ad ascoltare questa ultima fatica dal titolo “To The Bone”.
Quello che salta subito all’occhio è il cambio di label, da Kscope a Caroline Records e questo mi ha fatto già pensare anche ad un cambio stilistico, che così in effetti è. Non radicale, ma lento, se si ascoltano gli undici brani contenuti nell’album si ha un ibrido fra Progressive Rock, Psichedelia, Elettronica e Pop. Un disco che fotografa l’artista in piena muta.
A maggio il singolo "Pariah" apre le danze lasciando il fans di vecchia data alquanto interdetto, ma la cristallina voce dell’ospite Ninet Tayeb è sublime e tutto passa in secondo piano, anche se il brano è sognante, elettronico e Pop, non si può che restarne affascinati. 
Wilson sa comporre buone melodie, non c’è niente da fare.
Il disco si apre con la title track, ottimo e movimentato Rock in equilibrio fra Pop e Progressive Rock, anche qui l’artista tiene i piedi su due staffe, a conferma di quanto descritto. A seguire la canzone “Nowhere Now”, con un inciso importante e dannatamente indelebile. Ma siamo in territorio canzone, qui lo sperimentare non è di casa e non vuole esserlo, semplicemente dritti all’obbiettivo. Altro momento Pop Rock semplice e con un Wilson inedito (canta in falsetto) è “The Same Asylum As Before”, qui c’è la conferma che sa scrivere anche canzoni semplici, ma questo lo si è visto anche con i Blackfield assieme ad Aviv Geffen. E qui non posso neppure dare torto a chi dice che ci sono incredibili deja vu, in effetti il brano è un puzzle di soluzioni già edite. Toccante e sussurrata “Refuge”, verso lo stile dei No Man, altro suo progetto assieme a Tim Bowness. Questo territorio comunque creato da Wilson è stato saccheggiato da molte band a venire, un nome su tutte, The Pineapple Thief. Giocosa e Pop al 100% “Permanating”, impossibile non trovarci dentro gli Abba e ancora una volta nel cantato fa capolino il falsetto. Qui i “duri e puri” hanno già spento lo stereo.
Per il mio gusto personale “Blank Tapes” è una perla gigantesca, arpeggiata, sussurrata come solo Wilson sa concepire, chiaramente in questo territorio è imbattibile.
. 
Quando vuole picchiare lo sa comunque fare con classe ed energia, ascoltate “People Who Eat Darkness” e capirete come si può fare Rock senza strafare.
Tasto dolente è l’elettronica “Song Of I”, francamente fiacca non perché elettronica, ma priva di incisività nell’insieme, resta quindi sospesa in un limbo terra di nessuno. “Detonation” ha sempre elettronica, ma riporta l’ascolto in composizioni più ricercate, un brano che ricorda anche il Wilson del primo album solista “Insurgentes”, qui chi ha spento lo stereo in precedenza non sa cosa si è perso.
Chiude “Song Of Unborn”, canzone che si può benissimo collocare nella discografia Blackfield.
Il mio giudizio finale è quindi positivo, ovviamente perché amo gli artisti che si mettono sempre in gioco e poi Wilson ha gusto per le melodie. Tuttavia siamo in una fase di cambiamento ancora non completa, la vecchia pelle si sta togliendo, vedremo cosa ci attenderà nel futuro.

La versione diTo The Bone“ in mio possesso è in doppio lp, qui voglio dire il pro ed il contro di questa operazione: Il pro è che essendo suddiviso in due vinili, il suono è più curato dato da un solco meno compresso, davvero buono, anzi, direi ottimo. Il contro è che è in 45 giri, non si può ascoltare musica ed alzarsi in continuo a girare e cambiare facciate e disco, davvero spezza troppo l’ascolto. MS

lunedì 6 novembre 2017

Mostly Autumn (A Liam Davison)

MOSTLY AUTUMN - For All We Shared
Cyclops – 1998
Genere: Progressive Folk/Psychedelic Rock
Supporto: cd – 1998


Questa mia recensione giunge tardiva in quanto vuole essere un tributo alla dipartita del chitarrista Liam Davison, ex membro della band inglese Mostly Autumn in circostanze ancora da verificare, e quindi un tributo a questa band che molto sta dando al genere Folk Progressive Rock.
Nella loro lunga discografia vado a ricordare il primo album “For All We Shared” sicuramente fra i migliori e dalle atmosfere fotografiche.
Si fondano nel 1995 come tribute band dei connazionali Pink Floyd con il nome One Stoned Snowman da un idea del chitarrista leader Bryan Josh, per poi mutare in Mostly Autumn. La band si completa con Heather Findlay (voce, tamburello, chitarra acustica a 6 corde), Iain Jennings (tastiere, voce), Liam Davison (chitarra elettrica, voce, chitarra acustica a 6 e 12 corde), Bob Faulds (violini), Stuart Carver (basso), Kev Gibbons (feadòg) e Allan Scott (batteria).
I Pink Floyd comunque rimangono scolpiti nel loro dna anche nel tempo, questo lo si evince specialmente nei lunghi ed incredibili assolo di chitarra proprio in stile David Gilmour, e per dirla tutta avente punto di riferimento “Comfortably Numb”.
L’esordio che risale al 1998 è composto da dieci canzoni con la caratteristica di elargire atmosfere decisamente bucoliche, questo sia grazie all’uso del violino che delle chitarre acustiche, ma anche alle voci soavi che si alternano di Heather e di Bryan. i brani sono di medio lunga durata, adoperando a volte anche suoni della natura stessa, come ad esempio il vento, proprio come è capitato fare anche ai loro maestri Pink Floyd ad esempio in “One Of These Days”.
Melodie di facile fruizione, in un mix fra formula canzone e ricerca Folk sin dall’iniziale “Nowhere To Hide (Close my Eyes)”. Tutte le canzoni si possono cantare  in coralità semplici, ed inesorabili lasciano nella fantasia dell’ascoltatore panorami boschivi con tanto di fiumi e nebbia.
I brani che ritengo capolavori in questo album sono due, il primo si intitola “The Last Climb”,
  

devastante crescendo emotivo, con l’ingresso del violino che fa staffetta nel finale con la chitarra di Josh, uno dei momenti più importanti della loro carriera in quello stile da me descritto poco sopra, ossia di Pinkfloydiana memoria. Le atmosfere iniziali con il cinguettio di un uccello sopra arpeggi di chitarra e tastiere fanno venire i brividi. La seconda è la conclusiva “The Night Sky”, 

altro loro classico sempre presente in tutti i concerti e qui l’assolo di chitarra finale è ancora più devastante, mentre l’album si chiude come si è aperto, ossia con il sottofondo del vento. Questo a sua volta aprirà il disco successivo, ancora una volta di notevole valore dal titolo “The Spirit Of Autumn Past”.

Il ricordo di Liam sarà sempre vivo nella sua musica, e questo se è servito anche a voi per conoscere un nuovo gruppo e magari innamorarvene, allora ecco un altro motivo in più per amare Liam. R.I.P. MS

Liam Davison

domenica 5 novembre 2017

Black Hole

BLACK HOLE – Evil In The Dark
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Heavy Doom Metal
Supporto: cd – 2017


Ci sono gruppi musicali che diventano un cult pur non avendo alle spalle vendite eclatanti. Questo accade quando si trattano tematiche e idee musicali non popolari ma di nicchia. Abbiamo avuto in Italia un esempio con i Death SS e anche con i veronesi Black Hole qui in esame. Robert Measles (voce, basso, chitarra, organo, drum machine) ne è il leader storico, sin dai tempi della formazione nel 1981. Dopo tre demo nel lasso di tempo che va dal 1983 al 1984, è la volta dell’esordio dal titolo “Land Of Mystery” (City Records – 1985), disco che ha lasciato il segno nel genere Metal gotico italiano non soltanto nei nostri confini. Dopo altri tre demo, nel 2000 è la volta del loro sunto dal titolo “Living Mask”. E quando meno te lo aspetti, i “narratori del male” ritornano oggi con “Evil In The Dark”, altro disco che raccoglie materiale passato ed inedito, frutto di sessioni dei primi anni ’90 e di nuove idee.
Dodici tracce ed un artwork curato nei particolari, compresi i testi, le narrazioni di Robert Measles, le foto e i dipinti.
Un organo da chiesa apre il disco nel brano dal titolo omonimo e l’oscurità cala improvvisamente, il suono è penalizzante, ma non scalfisce l’atmosfera che il brano va a creare. I Black Hole vivono nell’oscuro e il suono del basso ricopre in esso un ruolo importante, altra controprova la si ha in “Alien Woman”. Fra i frangenti migliori spicca la “Progressiva e strumentale ”Astral World” quasi dieci minuti di musica Doom e Psichedelica supportata dall’organo e da un solo celestiale. Un macigno “X Files”, dedicata a Edgar Froese dei Tangerine Dreams scomparso nel 2005, mentre “X Files II” è in mano alle tastiere e all’elettronica che tuttavia mantengono sempre quel velo di cappa oscura. “Inferi Domine” ancora una volta sfonda con l’organo e l’aria diventa solfurea, specie nel breve cantato. Sanguinante e sgraziata “Dangerous Beings”, mentre la successiva “Nightmare” potrebbe benissimo uscire dalla colonna sonora di un film Horror. Il disco si chiude con la breve “The Final Death”, giusta e degna passarella finale per l’organo.
Il combo sta a sottolineare con questo album quanto sia importante avere personalità e non stare a nessun compromesso sonoro.  Così se si aggiungono le qualità artistiche, si entra nel culto di nicchia a cui mi riferivo in precedenza, e questo rispolverare fuori tracce passate e testimonianze mai edite, fanno per i collezionisti del disco un bocconcino prelibato.
Se la fine dell’universo avesse un suono, questo si potrebbe denominare “Evil In The Dark”.

“Un giorno le anime si incontreranno e il male scomparirà”. MS

Marygold

MARYGOLD – One Light Year
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T.Music
Genere: Neo Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


Chi  ha detto a fine anni ’80 e primi ’90 che il Neo Progressive italiano avrebbe avuto vita breve? Una storia che mi è capitata spesso di leggere o ascoltare da differenti fonti. Ci sono passato con L’Heavy Metal, sempre tacciato di breve vita e guardate invece ancora oggi quanto è attuale. Ovviamente stiamo parlando di Neo Prog Rock un genere circoscritto, mai dalle vendite roboanti, tuttavia i pochi usufruitori sono affamati e quindi informati ed attenti al fenomeno.
Quando si parla di Neo Prog (o New Prog), è impossibile non nominare i padri del movimento, ossia i Marillion del grosso e grande vocalist scozzese Fish, vero e proprio punto di riferimento per numerose band al mondo a partire dai primi anni ’80.
I Marygold nascono a Verona nel 1994 dalle ceneri dei Wildfire, proprio una cover band di Marillion e soci. Dopo una intensa attività live data anche da brani inediti e diversi cambi di line up, nel 2006 è la volta dell’esordio su disco dal titolo “The Guns Of Marygold”. L’anno successivo aprono il concerto del Balletto Di Bronzo al “Verona ProgFest”, successivamente giungono ad un periodo di stand by, chiamiamolo “riflessivo”, dovuto a trasferimenti e problemi lavorativi. Ma in questi anni non sono mai restati con le mani in mano, le canzoni vengono comunque concepite e create, ed oggi vengono raccolte in questo nuovo album dal titolo “One Light Year”. La formazione è composta da Guido Cavalleri (voce, flauto), Massimo Basaglia (chitara), Marco Pasquetto (batteria), Stefano Bigarelli (tastiere) e Marco Adami (basso).
In “One Light Year” ci sono sette canzoni che palesano la crescita della band , sia a carattere compositivo che esecutivo. Il cantato è in lingua inglese ed il disco si apre con i sette minuti di “Ants In The Sand”. Si denota sin dalle prime note l’importanza del supporto delle tastiere, stile inconfondibile del Neo Prog. Di tanto in tanto si presentano momenti sognanti, al limite della Psichedelia, dettati dall’influenza che Steven Wilson negli ultimi anni ha apportato nel genere Progressive Rock in senso generale. La voce femminile in “Ants In The Sand” è di Irene Molesini.
Più calda nell’inizio la canzone “15 Years”, riflessiva nel suo incedere spezzato per poi lanciarsi successivamente in territori Marillion. Due le suite contenute nell’album, una si intitola “Spherax H20”, e qui la band mette in vetrina tutte le caratteristiche che la contraddistinguono. In questo movimento si incastrano perfettamente passato e presente, compreso il flauto in stile Genesis era Gabriel. Davvero un bel pezzo. La seconda è la conclusiva “Lord Of Time”, altro pezzo da novanta che fa del genere un filone che sa unire diverse generazioni di ascoltatori. Da sottolineare la strumentale e ricercata “Without Stalagmite”, momento che spezza opportunamente l’ascolto del disco, e nel complesso tutto l’insieme ne trae giovamento. 

“One Light Year” è un disco che ben si fa ascoltare, con numerosi momenti di buona musica fra melodie da scoprire e buona tecnica strumentale, qui i Marygold confermano la crescita. MS

Silenzio Profondo

SILENZIO PROFONDO – Silenzio Profondo
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Heavy Metal
Supporto: cd – 2017


Il silenzio profondo può essere assordante tanto quanto della musica Heavy Metal, è un paradosso? Probabilmente, ma la realtà delle cose ci racconta di un mondo spesso affogato nel silenzio di verità nascoste, verità che fanno girare il tutto a nostra insaputa. Questo silenzio è assordante e fa si che tutto vada come solo alcuni vogliono che vada. Detto questo, Silenzio Profondo sono una band del mantovano (Quistello) che proprio basandosi su questo concetto, costruiscono le basi per suonare dell’Heavy Metal. Si formano nel 2006 per suonare inizialmente cover di gruppi del settore come Iron Maiden, Deep Purple e Metallica su tutte. L’idea primordiale è di Gianluca Molinari (chitarra) e Francesco Benassi (voce), ma negli anni subiscono numerose defezioni e cambiamenti di line up, sino giungere ai nostri giorni con Maurizio Serafini (voce), Manuel Rizzolo (chitarra), Tommaso Bianconi (basso), Alessandro Davolio (batteria) ed appunto il fondatore Gianluca Molinari (chitarra). Nel 2009 rilasciano il demo “Alias” formato da quattro brani, e nel 2011 l’ep sempre composto da quattro brani dal titolo “Heartquake”. Ed è nel settembre del 2016 che si chiudono in studio per comporre del nuovo materiale e allo stesso tempo ridare spolvero ad alcuni loro cavalli di battaglia. Quello che si denota è il cambio di lingua nel cantato, oggi in italiano. Il risultato è “Silenzio Profondo”, con otto canzoni al suo interno ed un libretto contenente testi e foto.
Il disco si apre a tutto gas  con “Senza Anima”, canzone ritmata che mette immediatamente in evidenza la sezione ritmica importante. La voce di Maurizio Serafini è pulita e mai tenta strade a lei impercorribili, giocando sulle melodie che sono la vera forza delle canzoni dei Silenzio Profondo, specie nei ritornelli.
Il gruppo sa bene l’importanza dello spezzare l’ascolto, cosa che la maggior parte delle band di oggi non fanno quasi più, ossia mettere anche seppur brevemente, un assolo strumentale qui ad esempio di matrice Iron Maiden. Ciò rende scorrevole il tutto.
“A Stretto Contatto” personalmente mi da reminiscenze Saxon e non può che farmi piacere ascoltare del sano Heavy Metal anni ’80 ancora oggi. Più cruda “Terzo Millennio”, dai testi importanti, con metafore riguardanti la vita e la società.
Fra le canzoni che più mi hanno colpito spiccano “Fragile” e la conclusiva title track “Silenzio Profondo”, e se faccio caso sono anche le più lunghe dell’album , superiori ai sette minuti. La prima ha cambi di tempo e di umore, una sorta iniziale di semi ballata che si sviluppa in crescendo emotivo e di volume. “Jack Daniel’s” è un loro classico proveniente in origine dal demo “Alias”, ruvido e trascinante. Più ricercata la struttura di “Fuga Dalla Morte”, canzone oscura come la tematica trattata. Epico l’inizio di “Donna Senza Testa”, ritmica mid tempo cadenzata in stile Doom per poi subentrare in antri oscuri della mente. Degna conclusione dell’album è appunto “Silenzio Profondo”, sunto dello stile della band.

Un disco scorrevole, senza strafare ed allo stesso tempo mai banale, anche se alcuni deja vu affiorano inesorabilmente. In Italia l’Heavy Metal continua a godere di buona salute, grazie anche al lavoro di label come la Andromeda Relix, vera e propria maschera d’ossigeno per il genere in questione. MS