Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

sabato 28 marzo 2020

Silver Nightmares


SILVER NIGHTMARES – The Wandering Angel
Autoproduzione
Genere: AOR/ Progressive Rock
Supporto: ep – 2020


In un periodo epocale come questo ascoltare musica può essere un ancora di speranza ed un modo sano per divagarsi. La musica, tutta, non tradisce mai, è sempre con noi e ben venga anche quella di nuovi artisti che ci fanno ascoltare qualcosa di diverso.
I Silver Nightmares si formano a Palermo nel 2018 con Gabriele Esposito (basso), Alessio Maddaloni (batteria) e Gabriele Taormina (tastiere). Iniziano subito a registrare materiale proprio, in un misto fra suoni Hard, Metal e Prog con influenze  Genesis,  Dream Theater, Opeth, Foreigner e Judas Priest. Tanta carne al fuoco dunque e lo stile proposto ne viene inevitabilmente contagiato. 
“The Wandering Angel” è l’ep d’esordio, e narra di un uomo che nella vita perde la sua strada spirituale.  Dicono gli artisti nella loro bio: “Un angelo errante, proveniente da una stella lontana, la stella della vita, cade giù dal cielo ed inizia il proprio percorso di contaminazione sulla terra. Eroi del passato, personaggi impavidi e scaltri del presente, ma il vero metro della sua ricerca sarà il viaggio nell'universo...”.
Per le registrazioni delle sei canzoni contenute nell’album si avvalgono dell’ausilio di special guest locali come Simone Bonomo (voce), Michele Vitrano (voce), Mimmo Garofalo (chitarra), Tody Nuzzo (chitarra), Davide Severino  (tromba) e “Ace of Lovers” Giulio Maddaloni (flauto).
Ed è proprio la tiltle track  “The Wandering Angel” ad aprire l’album, un AOR leggero con i piedi su due staffe, gli anni ’80 ed il Prog di oggi. La ricerca per le melodie la fa da padrona, bella la voce e semplici le parti strumentali. Più ricercate le partiture corali, ben curate e vera sorpresa del brano, arricchito nel finale da un breve e gustoso assolo di chitarra elettrica. I Porcupine Tree fanno capolino.
“D.D. (Dick Dastardly)” è un personaggio dei cartoni animati di Hanna & Barbera, il pilota di aerei cattivo che non riesce mai a prendere quel maledetto piccione! Giocoso anche il brano nell’incedere, arricchito dai fiati, tromba e flauto, uno dei momenti più Prog dell’album con cambi di tempo e viaggi fra gli strumenti. Le tastiere colloquiano a dovere con le chitarre  e tutto sembra svanire in un lampo. Qui il gruppo palesa l’alchimia che esiste fra i componenti, pur essendo una band giovane e ai primi passi.
Elettronica apre “Light Years Away”, il suono s’ indurisce nuovamente , la ricerca vocale e gli effetti su di essa fanno inevitabilmente venire alla mente “Rage For Order” dei Queensryche, ancora una volta a sottolineare la cultura musicale dei componenti. Si ritorna al Prog con gli arpeggi ed il flauto di “David The King”, quasi un occhiata al Folk del passato. Ancora una volta la prova vocale è notevole per interpretazione e dedizione.
Per “Dame Nature” mi riallaccio a “Light Years Away” e posso definitivamente dire che finalmente in Italia una volta tanto si può ascoltare una buona voce, solitamente pecca delle nostre band. Qui in alcuni momenti si fa il verso a Messiah Marcolin (Candlemass) e a Geoff Tate (Queensryche). A mio gusto personale è il brano migliore dell’ep, anche strumentalmente parlando.
Si chiude con la versione Radio Edit di “The Wandering Angel”.
Nulla da aggiungere, solo complimenti per il carattere e la voglia di esprimere una musica che oggi è quasi d’élitte, ma evidentemente anche il suo futuro è in buone mani.
Largo ai giovani. MS



domenica 22 marzo 2020

Marcello Capra


MARCELLO CAPRA – Aria Mediterranea
MU
Genere: Folk/Prog – Virtuoso
Supporto: lp – 1978


Uscire con un album di Progressive Rock nel 1978, quando il genere va scemando e per giunta tutto strumentale, è a dir poco coraggioso. Tuttavia si sa, chi ama la musica e la suona non è che sta a guardare ne il periodo e neppure il genere, un artista si sente libero, l’artista si sente esente da classificazioni in quanto tale. Marcello Capra è il chitarrista della storica band Prog anni ’70 Procession, e debutta in questo anno con il suo album solista “Aria Mediterranea”  e non a caso nomen omen. La musica che scaturisce dalla sua chitarra è Etno Folk Prog, una passeggiata fra fronde di verde, aria e profumi, quelli della nostra terra. Un viaggio culturale nel nostro stivale, fra acqua e terra.
Con lui suonano Claudio Montafia (flauto), Giovanni Vigliar (violino), Angelo Girardi (basso) e Mario Astarita (percussioni e vibrafono). Girardi suona con Capra nei Procession, mentre altri artisti fanno parte del circuito torinese di Arti & Mestieri, Venegoni & Co ed Esagono.
Il disco è composto da otto brani, tutti intenti a sollazzare l’ascoltatore fra carezze sonore e tele di suoni immaginifici. Tutto scorre senza impegno, la musica è orecchiabile e riesce a trasmettere le sensazioni che il musicista prova nel suonarla, cosa non da tutti i giorni. La tecnica adoperata da Capra è eccellente, anche se non è mai fine a se stessa ma a disposizione del brano che a volte è Folk, altre più antico (quasi madrigalesco) ed altre ancora più Etno. Per chi lo conoscesse posso dire che John Mclaughlin fa capolino di tanto in tanto fra alcune note.
Ascoltato oggi “Aria Mediterranea” sembra non essere scalfito dal tempo, è veramente una prerogativa assoluta di chi propone cose valide, inattaccabili dal tempo. Il suono si conserva alla perfezione, così l’impegno emotivo di chi ci suona, un lavoro sentito e sincero, lontano dallo stress e da logorii di sorta. Una specie di bolla in cui tutto attorno passa, scivola e se ne va. La copertina ci presenta un gabbiano che vola, altra giusta intuizione per rappresentare graficamente il contenuto dell’album, che personalmente mi fa tornare alla memoria un altro importante disco per il Progressive Italiano degli anni ’70, “Essere O Non Essere?” de Il Volo.
Nel 1994 viene ristampato in cd dalla Mellow Records con dieci inediti aggiunti con il titolo “Imaginations”.
Non servono altre parole, quando la musica parla da sola. MS

giovedì 12 marzo 2020

Rozz & Roll


ROZZ & ROLL – Calm Down
Elevate Records
Distribuzione : GT Music Distribution
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2020


Chi segue il buon Metal italiano conosce sicuramente il nome di Diego Reali, chitarrista dei DGM ed Hevidence. Nel progetto Rozz & Roll, Reali suona con Rey Noman (basso, cori) e Simone Tomei (batteria), un power trio che esordisce con un Hard Rock potente spalmato in undici brani contenuti in questo album intitolato “Calm Down”.
Sottolineo subito,  in quanto ci tengo in maniera importante, che ascoltare nel 2020 del buon vecchio e ruvido Hard Rock mi sembra quasi un miracolo. In una società mordi e fuggi, con micro-mode temporanee, ritrovarlo in salute è sorprendente e allo stesso tempo esplicativo del fatto che se una cosa è di valore, essa non conosce fine. E come deve essere fatto questo famigerato Hard Rock? Ovviamente di Rock grezzo, proprio come il nome che il trio si è dato, “Rozzo”, duro, tuttavia aperto a soluzioni compositive che restano in qualche modo stampate nella mente.
Voce graffiante e ruvido riff sin dall’iniziale “Run”, sono tre ma riescono ad arrangiare il brano in maniera importante. Impossibile rimanere fermi durante l’ascolto, il riff è ancora più alto nel finale, trascinato in un assolo di chitarra al fulmicotone, eppure la melodia è gradevolissima e di sicuro questo pezzo in sede live squarcia in due. Piccoli sprazzi di Punk in “Missing Song”, la band dimostra una notevole duttilità oltre che una amalgama che molti possono solo che sognare.
Un momento più standard giunge con “Everyday”, una bella vetrina per l’interpretazione vocale di Reali, qui tagliente e ruvido. Questa strada è stata intrapresa ad esempio anche da colossi come Motorhead, ma la musica dei Rozz & Roll risulta più diretta e allo stesso tempo paradossalmente ricercata. La tecnica strumentale fuoriesce ancora di più nell’intro di “Rollin’ All The Time” il tutto sopra un roboante basso. E’ il Rock!
Si salta ancora in aria all’ascolto del ritmo di “Up & Down”, strage di timpani. “Back In Bed” è una storia che sa di anni ’80, quando certo Metal si incrociava con l’Hard Rock. C’è anche allegria che spunta fuori da ogni nota in “Calm Down”, brano che potrebbe benissimo fuoriuscire dalla discografia dei Jet e scusate se è poco.
I giochi si fanno più impegnativi con “Wonderful”, qui si esibiscono le doti dei tre elementi, compreso l’assolo di chitarra a spettinare. “Revolution” è variegata, canzone nel contesto introspettiva, anche se il ritmo sale per poi riscendere, un bel mix emotivo. Ma i Rozz & Roll non hanno pietà di noi e proseguono imperterriti a martellarci con riff granitici, a tratti cadenzati e in altre occasioni più fast. Il disco si conclude con il brano più intenso e lungo dell’album, “Vshedooman” con i suoi sette minuti di Hard Rock bollente.
“Calm Down”  è un prodotto italiano che da la purga a tanto materiale estero. Facciamo però una cosa, fingiamo che non sapete che sono italiani perché so bene che l’erba del vicino è sempre la più verde, ma qui amici miei c’è poco da fare, è un gran disco. Quando volete portare un esempio sul genere musicale in questione, presentate all’ascolto “Calm Down”, è perfetto. MS

sabato 7 marzo 2020

Celtic Frost

CELTIC FROST - Into The Pandemonium
Noise Records
Genere: Death – Black Metal
Supporto: 1987 – lp


Amo gettarmi dentro alcune sfide sonore che hanno tracciato un epoca, ma che allo stesso tempo segnano la fine di una band. Gruppi che hanno modificato le coordinate di un genere, in questo caso il Black Metal, con grandi idee non al momento apprezzate dai fans, addirittura tacciando la band di “tradimento” ma che negli anni si scopre vero e proprio punto di riferimento per generi a venire.
La vita dei svizzeri Celtic Frost non è di certo semplice e lineare.
Il trio nasce a Zurigo nel 1984 ed esordisce con un vero e proprio must, quel “Morbid Tales” ancora oggi  molto ricercato anche fra i collezionisti di vinile. Tom Gabriel Fischer (voce, chitarra, logo, artwork, produttore) ne è il leader indiscusso, con il suo cantilenare graffiante e monotono soltanto spezzato di tanto in tanto da quel “Uh!” gutturale che diviene nel tempo loro marchio di fabbrica.
Il trio si completa con Martin Eric Ain (basso, effetti, produttore) e Stephen Priestly  (batteria, percussioni). Il look è quello delle band Metal nordiche, con tanto di face paint, borchie, pelle e catene, non si lascia adito a dubbi su quello che il gruppo può proporre musicalmente. Nel tempo cambia anche il look, verso una sterzata Glam, questo accade con il disco “Cold Lake” nel 1988,  ma già i fans stanno loro girando le spalle da tempo. Ma vediamo il perché.
Ho accennato a “Morbid Tales”, devastante e corrosivo album di Black Metal classico, quello che il 90% delle persone considera “rumore”. Nasce dunque il mito underground, fra i metallari girano le cassette, allora prototipo di nostrano ed odierno “You Tube”. Il passaparola si faceva così, fra amici e a mano. Ebbene in breve tempo i Celtic Frost hanno un buon seguito, “To Mega Therion” (1985) è la conferma ufficiale, un album irriverente, con in copertina un Cristo adoperato dal diavolo come fionda, un album nel suo genere perfetto, nero come la pece. Fra i due lavori c’è un buon ep dal titolo “Emperor's Return” (1985). Ma Tom Gabriel “Warrior” non è una persona che si accontenta di quello che da, vuole fare di più, sfida, cerca, vuole stupire e creare nuovi innesti nella musica. Ecco nascere  “Into The Pandemonium”, un album che va ascoltato e capito nel contesto anno 1987, perché ascoltato oggi può  non indurre a stupore. Invece lo stupore c’è, chi nel 1987 ha miscelato Disco, Death, Black, Doom Metal estremo, drum machine,  sinfonia e lirica assieme? Sono generi completamente distanti l’uno dall’altro ed ecco dunque lo stupore dell’ascoltatore dinanzi ad un risultato quantomeno per i tempi fuorviante. Invece a seguire, moltissimi altri gruppi hanno saccheggiato questo album e fatto di esso una propria carriera. Meravigliosa la copertina gatefuld, un  dettaglio tratto dal Trittico del Giardino delle delizie di Hyeronimus Bosch.
L’album si apre con una cover dei Wall of Voodoo, “Mexican Radio” per poi passare alla malinconica e lamentosa “Mesmerized”, primi (anche se moderati) segni di sperimentazione che di li a poco arriveranno, ma prima la devastante canzone Celtic Frost dal titolo “Inner Sanctum”, un classico. Ed ecco il primo pugno allo stomaco all’ascoltatore, “Tristesses De La Lune”, canzone archi e voce in francese, quella femminile di Manü Moan. Ci pensa “Babylon Fell” a far tirare un sospiro di sollievo al fans Celtic, ma è solo una mera illusione. Si passa ad un Doom lamentoso intervallato da Death classico con “Caress Into Oblivion (Jade Serpent II)” ed a “One In Their Pride (Porthole Mix)”, quest’ultima pezzo dance fatto con la drum machine! Rumori si susseguono con voci codificate e violini dissonanti! Niente più chitarre distorte. Genialità od incoscienza?
I Celtic Frost si fanno perdonare con un classico che sarà anche il singolo di questo album “I Won't Dance (The Elders Orient)” e comunque sempre distante dal modus operandi di “Morbid Tales”. Giunge a questo punto il Metal Doom lirico con accompagnamento di voce femminile di “Rex Irae (Requiem)”, territorio dove band come Therion hanno costruito una carriera. Il clamoroso disco si conclude con corni, orchestra e Doom grazie a “Oriental Masquerade”, ed è veramente il pandemonio!

Questo album personalmente mi ha fatto capire negli anni ’80 che il Metal può essere comunque una strada parallela al Progressive Rock, perché in esso transitano degli artisti che sfidano le regole, forse più dei Progghettari stessi! Personalmente la musica mi deve dare emozione, stupire e far pensare, non mi accontento solo di canzoni da canticchiare, vanno bene anche quelle, ma non ho piacere come l’ ho all’ascolto di dischi epocali come “Into The Pandemonium”, anche se non capiti o di facile assimilazione. MS

Vitral


VITRAL – Entre As Estrelas
Masque Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017




Il sud America ha da sempre dimostrato con giusto orgoglio come ha assimilato il genere Progressive Rock. Ha rielaborato con la propria cultura questo modo di comporre e di presentarsi, sia a livello musicale che di copertine o di struttura dei brani con le immancabili suite. La solarità della loro terra trasla nella musica, riuscendo a far realizzare dischi di notevole fattura. Tutto ciò ovviamente a partire dagli anni ’70 sino ad arrivare ai nostri giorni. La staffetta ha sempre funzionato nel tempo e quindi anche oggi si può godere di questo genere che sembra non conoscere un vero e proprio tramonto, salvo in alcuni momenti passati. Oggi più che mai il suono rivive e sull’onda delle nuove leve, anche le passate ritornano con inaspettato entusiasmo.
La band Vitral è di Rio De Janeiro in Brasile ed è il progetto di Eduardo Aguillar a tutti gli effetti può considerarsi un super-gruppo. Infatti il quartetto è composto oltre che da Aguillar (tastiere, basso) anche da Claudio Dantas  dei Quaterna Rèquiem (batteria, percussioni), Marcus Mora dei storici Bacamarte (flauto) e Luiz Zamith (chitarra).L’attenta Masque Records non poteva farsi sfuggire un bocconcino così prelibato.
Il disco si intitola “Entre As Estrelas” e prende forma da vecchie registrazioni che vanno dal 1983 al 1985 di Eduardo ritrovate nel tempo in un suo archivio. Quello che quindi doveva essere un lavoro solista è diventato oggi un lavoro di gruppo.
L’edizione cartonata è godibile anche grazie all’artwork di Claudio Dantas con la supervisione di Gustavo Sazes, e qui fuoriesce alla visione ancora una volta potente il messaggio “Qui dentro c’è del Progressive Rock”. Si va sul sicuro.
Il disco è suddiviso in tre canzoni, due di media durata e una mega-suite di cinquantadue minuti, a conferma di quanto detto nella prefazione.
La musica dei Vitral è colorata, piena, calda e molto spesso spensierata, questo lo si evince già dall’iniziale “Pètala De Sangue”. Ricordo che questo è un album completamente strumentale, una scelta che non sempre appaga le vendite, in quanto il pubblico sempre più spesso ama il brano da cantare, ma qui signori miei stiamo parlando di Progressive Rock e che Progressive Rock! E avanti dunque con tastiere dappertutto, un sound che avvolge l’ascoltatore abbracciato anche dal caldo suono del flauto.
Per inquadrarvi il sound della band posso avvicinarveli alla nostrana PFM sotto vari aspetti, ma soprattutto nella suite “Entre As Estrelas” i Vitral dimostrano di conoscere un po’ tutta la storia del genere, avendone da esso assorbito larga parte e in alcuni frangenti anche arricchito con del Rock Psichedelico, proprio come nell’inizio del brano. Ottimo anche il lavoro della chitarra elettrica. L’irresistibile fascino del flauto traverso nel Rock porta comunque sempre a momenti di alta emotività, specie quando si alterna proprio con la chitarra elettrica. Vorrei anche sottolineare la qualità sonora della registrazione, nitida, dove gli strumenti non si confondono , bensì si distaccano l’uno dall’altro donando all’ascolto la giusta profondità. Ma tornando alla suite in esame, ci sono spazi per tutti i musicisti, anche per le ritmiche, dove è evidente l’intesa fra il basso e la batteria, questo dona sicurezza alla band che si esprime al meglio. Compare spesso anche l’alone del New Prog e come potrebbe non essere così visto che i brani ritrovati sono proprio dell’inizio anni ’80. Questo è evidente soprattutto nell’uso delle tastiere, quei giri alla Clive Nolan (Pendragon) o alla Mark Kelly (Marillion) tanto per intenderci.
A chiudere “Vitral”, un madrigale elegante dall’incedere regale, uno sbalzo spazio temporale.
I brasiliani Vitral ci fanno fare una scorpacciata di musica Prog, questa farà la gioia di ogni fans del settore, un menù ricco e variegato ed il conto se andiamo a vedere è davvero basso. Buon rapporto qualità prezzo dunque, ed un servizio ineccepibile. Da avere. MS

lunedì 2 marzo 2020

Sintonia Distorta


SINTONIA DISTORTA – A Piedi Nudi Sull’Arcobaleno
Lizard Records
Genere: Hard Prog
Supporto: cd – 2020


La band di Simone Pesatori ritorna all’attenzione del Prog fans dopo il buon esordio intitolato  "Frammenti D'Incanto" (2015). Siamo al cospetto di un Hard Prog importante, un filone che in Italia non è mai stato troppo approfondito ma che ha un passato nobile come quello proposto dal Biglietto Per L’Inferno. Non sempre le sonorità rudi dell’Hard Rock o del Metal hanno messo d’accordo tutti i sostenitori delle composizioni articolate e cosiddette “nobili”, eppure quando l’equilibrio delle cose è perfetto, spesso nascono grandi lavori.
I Sintonia Distorta oggi sono formati da Simone Pesatori (voce), Claudio Marchiori (chitarra), Giampiero Manenti (tastiere), Fabio Tavazzi (basso), Giovanni Zeffiro (batteria) e Marco Miceli (flauto, sax). Sotto la produzione del grande artista e scrittore Fabio Zuffanti i Sintonia Distorta ci propongono sei tracce impacchettate in un artwork ricco di immagini, colori, foto e testi. Si coadiuvano nelle registrazioni di importanti special guest, il maestro Mauro Penacca con il coro de I Musici Cantori di Milano, Paolo Viani, Luca Colombo e Roberto Tiranti.
Il titolo dell’album è perfetta fotografia dell’ascolto, colori e suoni si passano la staffetta mentre l’ascoltatore si lascia invadere dalla vibrazione dei suoni che salgono dentro al corpo maggiormente se proprio si hanno i piedi nudi. Il contatto con il suolo a pelle è differente, così la propagazione.
I dieci minuti iniziali di “Solo Un Sogno (…Dimmi Che Ti Basta)” raccontano questo e molto altro, mostrano una band rodata e perfettamente oliata in ogni reparto, mentre la splendida voce di Roberto Tiranti (Labyrinth, Mangala Vallis), è gradita ospite. Un arpeggio di chitarra in stile Pendragon si intreccia con il flauto di Miceli, mentre le atmosfere pacate accompagnano i testi importanti di Pesatori. Importante il lavoro delle tastiere, mentre le chitarre alternano sonorità Hard a quelle più pacatamente sensibili. Nell’ascolto si possono anche estrapolare suggerimenti giunti dai lontani anni ’70.
Arriva la title Track” A Piedi Nudi Sull’Arcobaleno” con Luca Colombo ospite alla chitarra. La musica dei Sintonia Distorta è ligia alla formula canzone, le melodie sono importanti, rispettano il cuore mediterraneo della nostra musicalità, per questo restano bene impresse alla mente durante l’ascolto. L’enfasi è palpabile, così la fantasia riesce a scatenarsi fra colori e note.
“Alibi” si apre ancora con il flauto, strumento che fa da ponte fra il passato ed il presente, i cambi di tempo sono più visibili ed una gradevole punta di Folk traspare fra le note. Bella la parte strumentale centrale del brano a dimostrazione della succitata amalgama dei componenti. La voce calda di Pesatori in tutto il disco resta equilibrata, mai sgraziata e forzata e finalmente lo possiamo dire, il Prog Italiano ha una nuova carta da giocarsi, dopo molte “stecche” del passato, vero e proprio tallone d’Achille del genere.
Chitarra acustica e voce per “Sabri”, ballata riflessiva ed intimistica, un momento per rifiatare e lasciarsi coccolare. Ed è la volta di “La Rivincita Di Orfeo”, una delle mie preferite dell’album, corale, maestosa e rispettosa del passato, il tutto racchiuso in dieci minuti. Buono l’apporto del chitarrista ospite Paolo Viani dei storici Black Jester e a proposito di questa band, i Sintonia Distorta chiudono l’album proprio con una cover di un loro brano intitolato “Madre Luna” (“Mother Moon”) tratta da “Diary Of A Blind Angel” del 1992. Qui importante è l’arrangiamento ed il contributo de I Musicisti Cantori di Milano diretti dal maestro Mauro Penacca.
Si denota all’ascolto una notevole maturazione da parte della band sotto ogni profilo, i Sintonia Distorta da oggi alzano l’asticella, per fare questo serve coraggio e capacità, dedizione e prove oltre che ispirazione compositiva adeguata. La mia analisi sembra all’apparenza semplicistica, ma così non è, e tengo a sottolineare ancora una volta che il lavoro paga e fa piacere vedere nuove leve impegnarsi per dare all’ascoltatore nel 2020 ancora buona musica che di certo necessita di ascolti attenti e maturi. Bellissimo disco. MS

domenica 1 marzo 2020

Pendragon


PENDRAGON - Love Over Fear
Toff Records
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2020


Più di 40 anni di carriera alle spalle, un punto di riferimento per il Neo Prog ispirato dalle sonorità Genesis, Pink Floyd e Camel, i Pendragon hanno una forte personalità, e di certo non scendono mai a compromessi. No si può dire che siano prolifici, anche se hanno registrato tredici album in studio, diciamo che generalmente si prendono il tempo dovuto. Sono di più i live e le compilation.
Nel loro percorso nitide le caratteristiche del dna musicale esposto, tastiere importanti e onnipresenti quelle di Clive Nolan, un lavoro chirurgico al basso, quello di Peter Gee, batterista nuovo dopo l’abbandono di Craig Blundell, poi alla corte del grande personaggio Steven Wilson, sostituito dal filippino Jan-Vincent Velazco, ma fondamentali risultano essere i contributi del leader cantante e chitarrista Nick Barrett. La sua chitarra è un punto focale irremovibile, gli assolo sostenuti alla David Gilmour sono alla luce del sole, così come la voce caratteristica e quell’accento non molto facile da imitare. Nick è il timone, il compositore, la mente sempre più in evidenza rispetto all’ispiratissimo Clive Nolan, anche lui impegnato in più fronti con Arena, Shadowland, Strangers On A Train ed altri progetti ancora.
Questo nuovo album dopo sei anni dal buon “Men Who Climb Mountains” è presentato anche in versione tre cd con cd1 contenente semplicemente l’album, il cd2 con la versione acustica del tutto ed il cd 3 con quella prettamente strumentale.
Va subito detto che in esso la chitarra è sempre più protagonista rispetto alle tastiere, sempre presenti ma relegate ad un compito meno impegnativo del solito. Lo stile è sempre quello, irremovibile, granitico, in alcuni momenti quasi vicino al Metal Prog,  stoico, epico e martellante. I ritornelli facili da ricordare, un disco che sicuramente viaggia nella media delle produzioni Pendragon.
Si inizia con “Everything”, canzone Pendragon che più Pendragon non si può, una sorta di riassunto delle puntate precedenti, uno sguardo anche verso il passato non proprio recente della band. Questo è Neo Prog cristallino e puro, quello che i fans del genere si attendono da gruppi come questo, IQ, Pallas e Marillion anche se questi ultimi hanno preso dopo la dipartita di Fish una strada completamente differente.
Un piano apre la ballata “Starfish And The Moon”, quasi una novità nella discografia di Barrett e soci, nell’approccio e nella formula canzone. Prende il cuore la melodia, specialmente nell’ingresso della chitarra che senza strafare sa con le sue corde toccare quelle dell’anima di chi ascolta. Nel frattempo nel corso degli anni il lavoro di Steven Wilson sia con i suoi Porcupine Tree che come solista, è preso come riferimento da molti altri artisti, o perlomeno influenza notevolmente l’operato di molti, ciò lo si evince di tanto in tanto anche all’ascolto di “Love Over Fear”. Un altro particolare che emerge dall’ascolto è quell’abbandono alla suite, che generalmente ha fatto sempre capolino negli album Pendragon, a favore di momenti più brevi di medio lunga durata che varia dai cinque minuti al massimo di otto. Questo sta a significare un approccio più aperto alla semplice formula canzone, un messaggio sonoro diretto senza troppi fronzoli che bada alla sostanza piuttosto che all’autocelebrazione con tecniche asfissianti.
Già noto l’arpeggio che apre “Truth And Lies”, ovviamente i deja vu ci sono e questo è inevitabile, comunque encomiabile lo sforzo compositivo di Barrett nel non apparire troppo ripetitivo, anche se sempre la cosa non riesce. Siamo al cospetto di un'altra semi ballata d’effetto, quella che quando parte la chitarra elettrica ti spettina. Prima ti stampano in mente un motivo ridondante e circolare, quando questo ti è entrato dentro quasi stancandoti è la volta di partire con l’assolo imponente. Questo modo di operare nel caso loro ha sempre funzionato e ne sono fra i maestri (Pink Floyd docet). In poche parole si è avanti ad  una sorta di “Break In The Spell” per farmi intendere meglio dai fans, e scusate se è poco!
“360 Degrees” mostra il lato più Folk del gruppo, quasi Marillioniano era Fish per alcuni versi. Violini, mandola, tanto sapore british e non nascondo che personalmente tutto questo mi mette molta nostalgia, facendomi riaffiorare alla memoria alcuni dei momenti più belli degli anni ’80 quando il Neo Prog sfondava il mio cuore. Con “Soul And The Sea” ritornano i Pendragon più canonici anche se il violino resta. Gli arpeggi di chitarra persistono insistentemente fra i brani dei Pendragon, così i classici crescendo. Qui i deja vu mi portano verso “Indigo”. Durante l’ascolto gli occhi si chiudono, il respiro diventa più ampio mentre i peli del mio braccio si alzano, a testimonianza che  qualcosa funziona a dovere. Tanti Genesis, specialmente nel finale.
Ricordate quando accennavo a Steven Wilson? Eccolo in “Eternal Light”. “Water” invece conduce verso il sound della metà carriera della band, si comincia ancora una volta con pacatezza per poi andare in crescendo. Tanta carne al fuoco in questo frangente sonoro sicuramente ben riuscito, sarò ripetitivo, ma voglio che passi bene questo concetto, Barrett e i suoi assolo sono qualcosa di grande! Vorrei non finissero mai.
Tastiere aprono “Whirlwind” in sospensione, leggere e riflessive, cinque minuti di forti melodie per la seconda ballata dell’album che si conclude con il sax. Adiacente, per meglio dire collegata, giunge “Who Really Are We?”, altra gemma elettrica invidiabile. Si chiude con “Afraid Of Everything” con la speranza di non attendere altri sei anni per il seguito di cotanto materiale.
Per quello che concerne l’artwork questa volta è ad opera di Liz Saddington. Rispetto al precedente “Men Who Climb Mountains” sicuramente un passo in avanti.
Questo è il disco che mi aspetto dai Pendragon, non altro, inutile che si dice “E’ la solita minestra”, “Sono ripetitivi”… Il mondo è vasto, specialmente quello sonoro quindi potete andare ad ascoltare milioni di altre cose, ma si deve aver rispetto di chi vive di Neo Prog e di cotanta musica davvero umana, prerogativa oggi sempre meno presente. Chi non conosce i Pendragon può benissimo iniziare anche da questo bellissimo album. Non capolavoro, ma senza dubbio professionale e duraturo nel mio stereo. Già lo so. MS