mercoledì 29 agosto 2012

Mad Puppet

MAD PUPPET - Masque
WMMS

Genere : Progressive Rock
Supporto: cd - 1982



'Divertente', questa è la prima cosa che mi viene da dire alla fine dell'ascolto di "Masque". Veramente tanta carne al fuoco nel disco di questi tirolesi. I Mad Puppet sono un quintetto che si diletta ad interpretare un Prog teatrale, romantico, jazzato e allegro, cosa volere di più?
Mentre nel 1982 gente del calibro di Marillion, Pendragon ed IQ sono pronti per l'invasione del New Prog, questi ragazzi già se ne escono con un lavoro veramente sopra le righe , maturo e pregno di forte personalità, cosa che in questi anni viene a mancare al 99% dei complessi. Difficile associare i Mad Puppet a qualche corrente precisa, in alcuni momenti possono essere avvicinati ai Moody Blues oppure ai Jethro Tull, ma sono solamente dei frangenti. Anche i connazionali Neuschwanstein fanno capolino in qua ed in la, ma la Scuola di Canterbury con questo prodotto c'entra poco. Il suono purtroppo non regge l'usura del tempo, si sente che è datato, classico anni '80, ma questa non è totalmente colpa dei Mad Puppet.
Il disco incomincia con "Wild Rushing Waters", l' organo di Manfred Kaufmann fa da sottofondo alla buona voce di Manfred Schweigkofler il tutto per progredire nell'ensamble strumentale dell'intero gruppo. Ottimi gli interventi di Christoph Senoner e della sua chitarra. Il pezzo è molto orecchiabile, facile da memorizzare e questo grazie soprattutto al ritmo sostenuto dalle tastiere. Decisamente una piacevole sorpresa questa prima canzone, ma non è niente in confronto a quello che ci aspetta. La successiva "Look Out" ha profumo di anni '70, nulla di trascendentale, ma veramente raffinata e di buongusto. Ancora una volta devo sottolineare le tastiere ed il bel ritornello che resta più simpatico del precedente. Ma quando comincio a fare le orecchie a questi bei motivetti commerciali,ecco i Mad Puppet che non ti aspetti. Il terzo pezzo di 9 minuti e mezzo è uno spettacolo teatrale! Apre un clavicembalo , segue un dolcissimo arpeggio di chitarra veramente toccante, Manfred recita il pezzo, non lo canta e quando il gruppo parte veramente, ci viene la pelle d'oca. Sempre precisa la sezione ritmica di Michael Seberich al basso e di Mauro Rossi alla batteria. Fughe strumentali nella parte centrale del brano per poi tornare all'enfasi teatrale iniziale questa volta migliorata da un flauto. Il pezzo finisce così come è iniziato. La voglia che viene è ricominciarlo di nuovo, ma non faccio in tempo a muovermi che ancora un dolce arpeggio di chitarra con flauto mi blocca all'ascolto del quarto brano dal titolo "Icarus Part1". Il gioco comincia a farsi veramente duro, e questa volta fra i solchi fuoriescono i Moody Blues ed i Procol Harum. Non so perché ma avverto nel suono tanto, tanto cuore, quello che in fin dei conti cerco in ogni disco, non mi sembra vero. Mi chiedo a questo punto chi siano questi Mad Puppet e che fine abbiano fatto, ma nemmeno un giretto su internet riesce a soddisfare la mia curiosità. Forse è meglio così, mi piace anche il mistero.... Chissà un domani potrei imbattermi in una loro nuova realise, potrebbe essere una bella sorpresa.
Più Rock la seconda parte dal titolo "Icarus Part 2", ma anche in lei arpeggi e tappeti tastieristici non mancano. Il cantante ci propone pure una performance in falsetto ed il rincorrersi delle voci richiama alla mente i Gentle Giant. Conclude questo bel disco "Wheels Of Time" e questa volta l’ interpretazione vocale è alla Fish. Strano perché i Marillion escono con il loro capolavoro d'esordio solamente un anno dopo ed il suddetto vocalist non è ancora nessuno.
Cosa dire ancora? Credo nulla, forse questo "Masque" non verrà ricordato nella storia, forse non sarà facile neppure reperirlo, ma una cosa è certa, mi piace. (MS)

martedì 28 agosto 2012

Life Line Project

LIFE LINE PROJECT – The Journey
Life Line Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: 2cd – 2011




Oramai è un dato di fatto, Erik de Beer è uno degli artisti olandesi più interessanti per il genere Progressive Rock della sua nazione. Ci ha deliziato negli anni con lo stile delicato e gentile, assieme alle sue inseparabili tastiere, alle voci femminili ed ai gradevoli interventi di chitarra. Gli artwork che accompagnano generalmente i suoi dischi, descrivono precisamente le situazioni sonore contenute nella musica. Paesaggi, particolari di luoghi e suggestioni atmosferiche sono le coordinate emotive che vengono adoperate nella musica dei Life Line Project per colpire l’attenzione.
Questa volta il lavoro è maggiore, “The Journey è un doppio cd, il primo s’intitola “Journey To The Heart Of Your Mind”, il secondo “The Narrow Path”. Nel primo si narra di una persona che è in cerca di se stesso e che alla fine si piega alla rassegnazione del fatto che non è possibile conoscersi profondamente. Non si ha neppure la conoscenza di concepire l’intera esistenza del mondo. Un lavoro introspettivo che per la terza volta giunge alla registrazione, la prima nel 1990, poi nel 2004 ed oggi con arrangiamenti migliori ed una qualità sonora maggiore.
Ritorna al microfono Marion Brinkman-Stroetinga dopo sedici anni di assenza dal progetto, cioè dai tempi di “Time Out” (1995).
L’opera è suddivisa in sedici segmenti ed i testi sono ben esposti nel ricco libretto interno. Le tastiere di De Beer sono sempre il fulcro della musica, ancora una volta suggestiva e questo lo si evince gia dall’iniziale “Blank Page”. Tornano alla mente band come Neushwanstein o Rousseau e non solo.
La chitarra offre buoni spunti in riff ed in arpeggi, come nella delicata “The Journey Begins” dove il cantato ben dialoga con le coralità calde ed avvolgenti. Non esulano frangenti più vigorosi come in “Join Us!”, divertente e gioviale, oppure nella chitarristica “Bright Spots”. Spesso la musica ha il sapore del Prog in stile primi anni ’80, pur restando in equilibrio con quello più classico.
“Longing For My Childhood” è un altro pezzo da sottolineare, molto Folk ed aggraziato. La sussurrata “Envy” mette sulla bilancia grinta e pacatezza allo stesso livello, risultando uno dei momenti più interessanti dell’intero disco. Bellissima la fuga finale del piano. Per ascoltare i fiati bisogna giungere a “Miss Fortune”, canzone che ben si adeguerebbe nella discografia di Ian Anderson o dei suoi Jethro Tull. Più formula canzone “The King Of Make-Believe”, mentre la successiva “Free!” è concentrata sul lavoro del basso di Iris Sagan. Chiude con energia e le tastiere a profusione “The Last Page” quello che ritengo uno dei migliori lavori dei Life Line Project.
Il secondo cd ha un argomento più ficcante ed attuale, “The Narrow Path” va ad analizzare la scelta di Sarkozy e di Berlusconi (anche qui…!!!!) di bombardare  la Libia.  Diritti umani? Petrolio? Fatevi da voi un idea. Nel disco c’è “Does It Help”, brano scritto nel 1991 dove alla voce  ritroviamo la prima cantante della band, Anja Dirkzwager. Anche qui girano quarantacinque minuti di grande enfasi e vigore tastieristico, gia dall’iniziale “Turn The Key”.
Toccante la pianistica “Miniature 8 (La Melancolie)” grazie anche al flauto di Elsa De Beer.
In definitiva un doppio cd ricco di materiale buono per l’amante del Progressive “totale”. Secondo il mio parere questo è lo sforzo creativo maggiore di Erik e della sua band, perlomeno quello che più mi ha saputo colpire, malgrado la lunga durata, perché qui si osa di più. Consigliato a tutti. (MS)

venerdì 24 agosto 2012

Ange

ANGE - Culinaire Lingus
Musea
Distribuzione italiana: Frontiers
Genere: Progressive
Support: CD - 2006




Gli Ange sono una delle band Progressive francesi più famose al mondo, con alle spalle una lunghissima e dignitosa carriera, partita sin dagli anni ’70. “Culinaire Lingus” è un disco registrato nel 2001 ed il cantante e leader Christian Decamps compone uno dei più moderni dischi della formazione, arricchendolo con influenze ambient, Metal ed elettroniche.
L’argomento principalmente affrontato nelle liriche è il sesso e conoscendo lo spirito di Decamps ci si poteva attendere anche di peggio. Invece il poeta si ferma ad una mezza misura, elegante ed inaspettatamente leggera con un gioco di equivoci fra l'amore per il cibo e quello per il sesso. Ci sono comunque esplicite allusioni (“On Sexe”), mentre l’innata ironia che lo contraddistingue fuoriesce di tanto in tanto. In due tracce troviamo la lunga mano dell’onnipresente Steven Wilson (Porcupine Tree, Blackfield, No Man), in “Jusqu’ Où Iront-ils” e “Cadavres Exquis”.
Davvero numerosissime le special guest, cito uno per tutti, il bravo chitarrista Jean-Pascal Boffo. Apre il disco proprio “Jusqu’ Ou Iront-ils” ed il Prog degli Ange si dimostra immediatamente opprimente ma allo stesso tempo coinvolgente. Buono il lavoro del basso di Thierry Sidhoum oltremodo adeguati gli interventi campionati. La sensazione di ansia si protrae nell’ascolto, ma “Cueillir Les Fruits Du Sèrail” riesce temporaneamente a spezzarla. Il suono si propaga quasi disarmonicamente, sostenuto dalla voce recitata di Decamps.
Gli Ange proseguuono il proprio cammino come un caterpillar, facendo sfoggio con orgoglio della loro robustissima personalità. Si resta estasiati quando la chitarra di Hassan Hajidi parte nei suoi assolo trascinati ed in crescendo, c’è solo da alzare il volume. Più Folk “Adrènaline”, finalmente un ritornello semplice ed un refrain gustosissimo, un momento di relax dopo un inizio davvero forte. Giocoso ed ironico “Farces Et Attrapes” nei suoi striminziti due minuti e mezzo, così brevi quanto ricolmi di idee e soluzioni, anche bizzarre. “Culinarie Lingus” ha fra le sue note fughe tastieristiche alla Genesis fine anni ’70 ed interventi Hard Rock. La voce di Caroline Crozat è sempre bella e sensuale, pennellata rosa sopra una tela ricolma di colori molto prossimi allo scuro. Ma il meglio arriva alla fine, nei ventidue minuti di “Cadavres Exquis”, un mare di Prog con la P maiuscola, suonato da un gruppo che mai ci stancheremo di ascoltare e sostenere.
Spazio all’arte, gli Ange parlano una lingua propria che non deve rendere niente a nessuno ed io sfido oggi a trovare un gruppo analogo. Mitici. MS


lunedì 20 agosto 2012

Il Castello Di Atlante

IL CASTELLO DI ATLANTE - Sono Io Il Signore Delle Terre A Nord
Vinyl Magic
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 1992



Mi piace scegliere nella bella discografia della band di Vercelli, Il Castello Di Atlante, il disco d’esordio (senza considerare il singolo del 1983 “Semplice…Ma Non Troppo”), perché come in tutti questi casi, gli albori hanno un fascino davvero particolare. La band di Roberto Giordano si forma nel lontano 1974, proprio per questo le basi strutturali si ergono su influenze Genesis, Yes, PFM, Banco del Mutuo Soccorso, ma anche sopra quel New Prog che ha riportato in auge il genere negli anni ‘80. La band è composta da Aldo Bergamini (alla chitarra), Massimo Di Lauro (al violino), Paolo Ferrarotti (alla batteria) e Dino Fiore (al basso), questi sono i "soci fondatori", mentre Roberto Giordano (alla tastiera) è nella band a partire dal 1982.
Il New Prog si presenta subito all’ascolto di “Tirando le Somme”, con quell’incedere Marillioniano era Fish, che piace per emotività e semplicità. Le tastiere inevitabilmente sono al centro dell’attenzione e non esulano cambi di tempo. La band si muove bene all’unisono e questo è il frutto delle serate passate a suonare dal vivo negli anni, memorabili le date fatte al Nord Italia con rappresentazioni anche visive e teatrali dei concerti. E’ inevitabile l’accostamento ad altre band nostrane dei tempi che furono, come Quella Vecchia Locanda, questo per l’uso del violino da parte di Massimo Di Lauro. Esso riesce ad impreziosire il suono e ben si districa assieme alle onnipresenti tastiere di Roberto. “La Foresta Dietro Il Mulino Di Jhoan” è un brano lungo e ricco di spunti Progressivi, dove la mente spazia fra i suoni dall’antico profumo e qui sono i Genesis a comparire più volte. “Il Saggio” con voce e violino in evidenza, attinge a piene mani nel vascone degli anni ’70, quelli però delle band nostrane. Soffice e delicata negli interventi di piano alla Nocenzi. Il ritmo sale stile PFM con “Semplice Ma Non Troppo”, divertente e solare, come tutta la nostrana mediterraneità. Il violino si diverte a scorrazzare in questo strumentale davvero energetico. Bello anche il lavoro al basso di Fiore.
L’atmosfera torna riflessiva in “Il Pozzo”, medievaleggiante stile Branduardi, il che non guasta, in quanto spezza l’ascolto, rendendo il disco più fruibile nell’insieme. Giochi di coralità in “Non C’è Tempo” e a me torna alla mente quella grande band degli anni ‘60/70 dal nome Giganti. “Estate” è un pezzo stupendo, quasi otto minuti di pianoforte dedicati agli animi sensibili, mentre “Il Vessillo Del Drago” chiude più che degnamente questo cd d’esordio.
 Non mancano comunque pecche  ed ingenuità, magari una produzione migliore avrebbe reso giustizia a questo album che non sfigura di certo in mezzo a molti altri classici del periodo anni ’90. Come dicevo all’inizio, il fascino dell’esordio è un qualcosa che si percepisce nell’aria, c’è una freschezza differente, quella data dall’amore per la musica, quando la si suona per il proprio piacere. Bravi davvero. (MS)

domenica 19 agosto 2012

Sondaggio Crisi Europea

Ciao a tutti ! 
Cosa pensa il lettore di NONSOLO PROGROCK della crisi? Come si fa ad uscirne il più velocemente possibile?
In alto a destra del blog la sezione per il voto (anonimo), mentre per chi vuole rilasciare commenti o consigli, qui potete postare tranquillamente i vostri pensieri (anche qui volendo anonimi).



Corte Dei Miracoli

CORTE DEI MIRACOLI – Corte Dei Miracoli
Vinyl Magic
Genere: Progressive Rock
Supporto: Ristampa cd 1994 (1976)



A Zena, (Genova per i non residenti) negli anni ‘70 in ambito Prog, di artisti ce ne sono stati davvero tanti e di ottima pasta.
Vittorio De Scalzi dei New Trolls è un musicista che molto si è adoperato nel produrre band del posto, come ad esempio questi Savonesi Corte Dei Miracoli. Con la piccola etichetta Grog se ne escono nel 1976 con questo album dal titolo omonimo. Ma chi sono i Corte Dei Miracoli? Sono una band che suona a tutti gli effetti del Prog sinfonico in quanto non hanno in line up la chitarra. Si formano nel 1973 dalla fusione di due band, Tramps e dai più conosciuti Il Giro Strano. La formazione è Graziano Zippo alla voce, Alessio Feltri alle tastiere, Michele Carlone alle tastiere, Gabriele Siri al basso e Flavio Scogna alla batteria. Solo nel 1975 Carlone viene sostituito da Riccardo Zegna alle tastiere.
L’album si apre come meglio non si potrebbe, con “…E Verrà L’Uomo”, canzone all’avanguardia  e decisamente accalappiante. Peccato soltanto per il classico difetto del genere in ambito italiano, cioè il cantato non proprio all’altezza. Non che non sia bravo Graziano al microfono, ma è quell’enfasi interpretativa che manca, questo lascia sempre la sensazione di incompletezza. Più coraggio e grinta  alla nostra amata musica Prog negli anni ’70 ( e anche oggi) non avrebbe di certo guastato. “Verso Il Sole” risulta decisamente più anonima, infatti il disco da questo momento in poi procederà a corrente alternata, dove attimi strumentali lasceranno sensazioni stupende di ariosità alternandosi con partiture scialbe a causa di numerosi deja vù.
Si risale la china con “Il Rituale Notturno” e la gustosa mini suite finale dal titolo “I Due Amanti”. Quest’ultima è carica di enfasi, cambi umorali e di buona esecuzione. Qui l’insieme lavora a giusto ritmo.
A mio parere, I Corte Dei Miracoli avrebbero potuto dire cose ancora più interessanti, in quanto questo esordio è stato davvero intrigante sotto molti aspetti, anche se come ho detto i difetti non mancano. Peccato che gli addetti ai lavori non hanno creduto in loro, forse la musica italiana qualcosa ha perso. Interessante la successiva uscita da parte della Mellow Records dal titolo “Dimensione Onirica”, raccolta di brani concepiti nel 1973-74.
Consigliato a tutti i collezionisti del genere e a coloro che vogliono approfondire l’argomento Progressive Italiano. (MS)


venerdì 17 agosto 2012

Vincenzo Ramaglia

VINCENZO RAMAGLIA - PVC Smoking
Atan Records

Distribuzione italiana: -
Genere: Musica Contemporanea - Ambient
Support: CD - 2011




Terzo sigillo da studio per il romano Vincenzo Ramaglia, esponente della musica contemporanea ed Ambient italiana. Dopo "Formaldeide" (2007) e "Chimera" (2008), "PVC Smoking" prosegue il discorso sperimentale dell'artista con fermezza e raggiunta convinzione dei propri mezzi.
Sperimentare con intelligenza, consapevolezza e rispetto per un pubblico, seppur sempre più risicato questo della sperimentazione, è un obbiettivo di Ramaglia che comunque lascia sempre aperto lo spiraglio melodico e dell'emozione semplice. In definitiva, portare il nuovo avvicinandosi al vecchio, il tutto per colpire con classe.
Il titolo "PVC Smoking" ben rappresenta il concetto esposto, l'apparente incongruenza fra il nuovo (il pvc) ed il classico (lo smoking). Incompatibili? Andiamo ad ascoltare le sette tracce che compongono il disco, suddivise proprio in movimenti.
"1 Mov" palesa la ricerca dei suoni, a ridosso fra elettronica e strumentazione classica, dove il violoncello di Silvano Maria Fusco sfregia un colloquio strumentale fra elettronica e ritmica. Un suono che malgrado l'osare, resta inaspettatamente caldo ed avvolgente. Certe fughe al limite dello psichedelico tuttavia percorrono strade già note agli amanti del genere.
Ramaglia si sposta, fugge dalla coordinata precedente in "2 Mov", percorrendo strade più grevi ed oscure. Suono cadenzato e ricorrente, sembra quasi di muoversi in un quadro di Escher. Si aggiunge il sax, ma l'insieme è così paradossale che tutto è relativo. Chi accompagna Ramaglia in questo percorso sonoro, oltre al citato Fusco, sono: Massimo Munari (Basso e clarinetto), Massimo Ceccarelli (basso) e Renato Ciunfrini (Sassofono).
Episodi talvolta vicini al caos sonoro, pur reggendosi sempre su ritmiche forti e presenti, quelle elettroniche. Buoni i passaggi di basso in "3 Mov", così le evoluzioni del Sax.
L'incongruenza delle strumentazioni portano a volte a risultati stridenti, quantomeno fuorvianti, immaginate i Kraftwerk di "Radioactivity" che intramezzano il tutto con sax e violoncello, un esempio risiede in "4 Mov". Ramaglia ci racconta comunque una storia, o per meglio dire un percorso, magari tortuoso ed astruso, comunque ricco di sorprese. Colonna sonora di una fantasia libera di volteggiare fra suoni ed immagini. Raramente si torna con i piedi per terra, sicuramente alla fine di "7Mov".
Un disco per i più coraggiosi di voi, per coloro che dalla musica pretendono sempre di più, agli altri consiglio un ascolto preventivo. MS

mercoledì 15 agosto 2012

Considerazioni Progressive e non...

DIVAGAZIONI SUL TEMA

Ciao a tutti  cari lettori di NONSOLO PROGROCK.
Ogni tanto mi piace venire allo scoperto per poter condividere con voi alcune considerazioni, anche se frivole e riguardanti argomenti socio-culturali.
Avrete ben capito che sono un cultore ed estimatore della musica in senso generale, anche se il Progressive Rock è il mio pallino principale (non avrei oltre 6.000 dischi di Prog Rock a  caso...). Voglio condividere con voi alcune considerazioni, con la speranza di un colloquio aperto, perchè parlare assieme arricchisce, critica o no. Premesso che non esiste un cultore che ha la verità assoluta in pugno e che de gustibus non disputandum est, vi conduco in un sentiero alquanto intrigato: La società di ieri, di oggi, i giovani e la musica. Buona lettura!

E’ dura la vita di un Rockman nel 2012. Attenzione, Rockman non è solo colui che suona il Rock, ma è in primis quello che lo vive. Si, perché il Rock non è solamente un genere musicale, ma è soprattutto uno stile di vita. Il Rock non lo si acquisisce, solo in parte, uno ce l’ha dentro o non ce l’ha.
 Io sono nato Rock, malgrado non ho mai avuto la voglia di suonarlo, in quanto sempre assetato di ascoltare e di sapere. Anomalo? Forse, ma non me ne curo, come non me ne curo di portare ancora oggi a quasi 50 anni i capelli lunghi. Figuriamoci, vivo in una piccola città dove la gente mi guarda di traverso solo per questo, ma sin da giovane non me ne è mai potuto importare nulla, sono così e basta.
Quando ho addosso lo sguardo schifato oppure il finto ignorare la mia presenza della gente , mi viene pensata una cosa, ma perché la donna ha i pantaloni mentre l’uomo non può avere i capelli lunghi? Ma si, chi se ne importa. Questo lo pensavo a 15 anni, oggi non mi passa più per la mente, ci sono abituato. Perché vi dico questo? Perché voglio dirvi che il Rock non è neppure avere i capelli lunghi, questo è solo un gusto personale, come si dice, l’abito non fa il monaco. Chiodo uguale Metallaro, Metallaro uguale disagiato, disagiato uguale delinquente. Giacca e cravatta uguale bene agiato, rispettabile ed educato. Ora vorrei farvi una domanda: “Quanti metallari hanno ucciso persone o fatto stragi e quanti invece con giacca e cravatta ?”. Riflettete e se avete dubbi documentatevi, datevi voi (alla Marzullo) una risposta. Quindi diffidate delle apparenze, vale a dire a volte non è ciò che si crede. Ma essere individuo pensante a se è Rock, per cui anche chi è in giacca e cravatta può essere Rock, persino più di un Metallaro. Confusi? Perdonatemi, non voglio incominciare questo viaggio nella musica tirando sassi e nascondendo la mano, prendetelo per un mio piccolo sfogo personale, in quanto stanco di luoghi comuni.
Nella mia vita di usufruitore, sennonché di collezionista di dischi (oggi sono sui 7.000 poco più) e di critico musicale (ma soprattutto di elettricista), ne ho passate di tutti i colori. Ho vissuto gli anni ’70 con “consapevolezza” (come dicevano gli Area), ho subito gli anni ’80 con la variante del Metal, genere che mi ha letteralmente salvato dal vuoto mediatico dei tempi. Ho ascoltato e criticato i ’90 ed i ’00, insomma come una spugna ho assorbito tutto quello che il Rock mi ha propinato.
Il Progressive Rock è per me il sunto emozionale dell’espressione umana trasmessa tramite la vibrazione degli strumenti. Attenzione, fatto non da poco, gli strumenti nel Rock ci sono! Non come in tanta musica trasmessa oggi da i maggiori media e network.
Chiarisco subito una cosa, quella che poi molti lettori mi chiedono, “Perché negli anni ‘60/70 la musica era migliore?”. Semplice, per rispondere non serve andare a documentarsi su enciclopedie specializzate o in internet…. Negli anni ‘60/70 l’individuo era al centro dell’interesse, ossia l’essere era più importante dell’apparire. Oggi è il contrario. La personalità allora era fondamentale, io ero UNICO sia dentro che fuori, cioè INDIVIDUO. Per questo negli anni ’70 mi arrabbiavo nel vedere magari una persona che la pensava uguale identica a me, ma diventavo ancora di più una bestia se poi eravamo vestiti simili. Non lo si poteva accettare.
 In realtà il Rockman in quegli anni badava di più al pensiero che al vestito. Contestava, che cosa di preciso non lo sapeva neppure lui, ma contestava.
Intanto io giovane, giocavo nella strada della mia piccola Fabriano con gli amici ed un pallone, fra Facchetti e Mazzola vari, anche se solo con la fantasia. Ascoltavo gia molta musica, fra cui i Beatles, niente male come basi vero? Però non avevo le idee chiare, ascoltavo quelli più grandi di me che parlavano e non mi dimentico neppure quando mi deridevano e dicevo che non conoscevo ad esempio i Formula Tre oppure i Jethro Tull piuttosto che Genesis e King Crimson. Correvo a casa e mi sintonizzavo sulla radio per poter ascoltare questi “fenomeni”, ma a parte Renzo Arbore con “Per Voi Giovani” e poco più…. niente da fare. Da noi le radio libere arrivarono più tardi. C’era un negozio di dischi dalle mie parti, ma io non avevo molti soldi per comperare tutto quello che mi si diceva, per cui cercavo di registrare le cassette dai miei amici. Questo era il modo di “scaricare” negli anni ’70. Ero pirata e non lo sapevo.
 Entravo nel negozio di dischi quasi tutti i giorni per vedere le nuove uscite, affascinato come sempre dalle copertine colorate e soprattutto psichedeliche di quegli anni. Con l’LP c’era un rapporto fisico, visivo, tattile, insomma completo, altro che mp3!! Ascoltavo la gente grande parlare di musica, di Rock e tanti si lamentavano dicendo:”E….., il Rock oggi è morto, lo sai? Non ci sono più gli artisti di una volta come i Beatles, Hendrix, i Doors….”. Io restavo affascinato da questo fatto, i Beatles, i miei amati Beatles non c’erano più!! Era vero! Per cui pensavo davvero che il Rock stesse per morire, però ero felice di averli potuti ascoltare ed amare.
Ma ebbi molti dubbi su questa affermazione quando un altro giorno entrai nel solito famigerato negozietto. Scartabellando negli lp alla voce stranieri mi imbattei in un disco assolutamente anomalo. Pensate voi agli inizi degli anni ’70, quando il 90% del materiale vinilico 33 e 45 giri era tutto colorato con le scritte del titolo del brano e del gruppo rotondeggiante in piena facciata, incrociarsi con una mucca che pascola in un prato! Poi nessuna scritta in fronte e ne di dietro…. Affascinante e soprattutto geniale! Ma chi sono e soprattutto, che musica fanno? Chiesi al gestore informazioni e gentilmente lui mi aprì il disco e me lo fece ascoltare. La musica la riconobbi quasi subito, era quella della pubblicità di una famosa acqua minerale che andava in onda a Carosello la sera. Mi chiesi, ma questo è Rock? C’è l’orchestra! No, no, forse non è Rock, meglio tacere e comperare questo album di certi….Pink Floyd. E poi che cavolo di titolo “Atom Heart Mother”
Guardavo la tv e notavo che la musica faceva parte integrante di certe situazioni.
Il Rock è sempre andato in parallelo con gli avvenimenti sociali.
La strage di Piazza Fontana in Italia nel 12 dicembre del 1969 ha scosso la coscienza dei giovani che sotto la bandiera rossa ha cominciato a protestare ed a far sentire la propria voce. E’ stato come dare un calcio ad un formicaio.
Brulicare di passaparola, manifestazioni, volantinaggi, riunioni di piazza, concerti e di conseguenza una miriade spaventosa di artisti cosiddetti impegnati socialmente e di sinistra. Molti venivano racchiusi in questo calderone, magari anche se non lo erano, preferivano apparirlo piuttosto di partecipare e di suonare. Si, suonare dal vivo era prerogativa per le band di allora e se eri di sinistra avevi anche più opportunità. Esistevano una coltre di persone di origini sinistroidi, aizzate da alcune riviste-fanzine del tempo, che non volevano pagare il biglietto dei concerti in quanto sostenevano che “La musica non è una cosa fisica da asportare” per cui doveva essere di conseguenza gratis! Da qui sfondamento di cancelli ed invasioni di palco. Famosa quella subita da Francesco De Gregori , tanto che lo sdegno lo spinse a non suonare più dal vivo per numerosi anni. Lo ritroveremo nel 1979 a fianco a Lucio Dalla nel tour di “Banana Republic”. Ebbene, chi era di sinistra aveva un vantaggino in più, era lasciato leggermente in pace in quanto socialmente impegnato e fautore spesso di un prezzo di biglietto alquanto irrisorio, sennonché simbolico (magari sulle 500 lire, pari a circa 20 cent di oggi). Band come Area, Banco Del Mutuo Soccorso etc. etc. hanno rappresentato molto in questo scorcio della musica Rock italiana.
Vi starete chiedendo: “Ma di che stai parlando? Che nomi sono?”, avete ragione, facciamo allora un poco di ordine tanto per avere un binario unico e comune su cui viaggiare.


                                       BREVE CENNO STORICO

                                               Gli Albori del Rock

Il Rock nasce lontano, nel 1950 grazie al brano “The Fat Man” di Fats Domino, ma ha radici ancora più profonde, conficcate nel Blues, la cosiddetta “Musica Del Diavolo”. Il primo nome è stato Rhithm and Blues, musica con fiati e ritmi sostenuti, comunque sia Blues. Ma perché si chiamava Musica Del Diavolo? Chi ha creato per la prima volta (inconsapevolmente) il genere Blues si chiamava Robert Leroy Johnson, abile chitarrista sparito misteriosamente all’età di 27 anni nel 1938. Era un uomo di colore ed aveva una vita disagiata tanto da sfociare nella delinquenza. La leggenda racconta che fece un patto con il diavolo per poter saper suonare la chitarra al meglio. Leggendarie le sue sole 29 registrazioni, punti di riferimento per artisti a venire quali Bob Dylan, Rolling Stones, Hendrix e moltissimi altri ancora. Chi non ha mai ascoltato almeno una volta “Sweet Home Chicago”.
Nel 1931 arriva la prima chitarra elettrica, fatta da Adolph Rickenbacker ed il primo pick-up elettromagnetico e qui il cambiamento fu radicale. Negli anni a venire il Blues diventa viatico di lamento per i neri, i quali raccontano le proprie vicissitudini con questo stile sonoro. Ma chi aveva i soldi per produrre questa musica erano i bianchi.
Arrivò la fine della seconda guerra mondiale e l’America aveva voglia di divertimento, il ritmo aumentava assieme alla spensieratezza. Il programma radiofonico “The Moon Dog House Rock 'n Roll Party” di Alan Freed ebbe un seguito mostruoso e dal suo titolo venne poi estrapolato il termine Rock’n Roll. Esso è inteso non come rumore a seguire senza controllo di pietre rotolanti, bensì sta a significare nel linguaggio dei neri di quegli anni “Estasi”.
Non era importante saper suonare la chitarra, bastava agitarla avanti a se, quasi un simbolo sessuale ed Elvis Presley ne fu perfetta icona, grazie alla sua leggendaria “pelvica”. Fumo, droga, sesso, voglia di sballarsi vennero associati al genere musicale, il quale fu subito mal visto dai genitori di questi giovani usufruitori. Con le anfetamine il Rock acquistò violenza non solo sonora, ma proprio fisica.
Negli anni ’60 ci fu una generazione che ne fece uno stile di vita, i cosiddetti The Mod, cioè persone ben vestite, eleganti ma dal comportamento assolutamente incontrollato ed estremo ed i loro eroi sonori furono i The Who. “My Generation” è un brano che ha segnato un epoca.
Ancora poco indietro nel tempo i neri proseguivano il lavoro di creatività ed un certo Chuck Berry cambiò la storia del Rock non solo in ambito musicale, ma anche comportamentale. Famoso il suo passo dell’Anatra (“Duck Walk”) durante i solo di chitarra successivamente copiato da molti altri chitarrsisti, uno su tutti Jimmy Page dei Led Zeppelin.. Chi non ricorda “Johnny B.Good”? Questo tanto per dire.
Ma andiamo avanti più velocemente negli anni ’60 dove eravamo rimasti con i The Who. Qui ci fu la storica diatriba che coinvolse allora una generazione intera. Il pubblico del 45 giri si spaccava letteralmente in due fazioni, i sostenitori dei Beatles e quelli dei Rolling Stones. I gusti non si discutono, per carità e non me ne vogliate, anche perché io non mi schiero con nessuno in quanto amante della musica Rock voglio godere a pieno di tutte le potenzialità. Tuttavia la storia non si inventa, ma la si può solo che narrare. E cosa ci dice? Che i Beatles con la loro musica hanno contribuito ad aprire tre nuove strade nel Rock, mentre i Rolling Stones…sono restati coerenti solo al proprio modo di essere.
Un terremoto, praticamente uno stravolgimento TOTALE! Per capirci meglio più di quello che fece Ludwig Van Beethoven nella musica classica. Andiamo a vedere quali sono queste tre strade percorse dai baronetti inglesi.
Con “Eleanor Rigby” tratto dall’album “Revolver” del 1966 successe un fatto molto particolare, nella musica dei “capelloni” non c’è più una chitarra elettrica da esibire avanti a se fra urla e dibattimenti, ma semplicemente archi e voce. ( già solo accennata in "Yesterday").
Archi…. Ecco, nulla di elettrico o di violento, ma una strumentazione classica, pur se il brano di classico non ha nulla. Qui c’è il seme della musica che negli anni ’70 chiameremo Pop, ma che oggi ricordiamo meglio con il nome di Progressive Rock, ossia il Rock che si evolve.
La seconda porta che il quartetto di Liverpool apre è quella del Rock Psichedelico, in seguito approfondito da grandi band quali Pink Floyd o Doors tanto per intenderci. Il brano si intitola “Norwegian Wood” tratto da “Rubber Soul” del 1965, qui per la prima volta si ascolta nel Rock un Sitar, strumento a corde indiano dal suono caratteristico.
L’LSD droga chimica che da visioni, ricoprirà un ruolo fondamentale in questo settore, sia nel bene, cioè dando spunti creativi notevoli alla stesura dei brani, ma soprattutto nel male, vista la prematura scomparsa di artisti usufruitori fra i più grandi della storia.
La terza porta, ci crediate o meno, è il Punk! (dopo il garage Rock dei The Who) I Beatles nel 1968 con “Helter Skelter” tratto dall’album “The Beatles” (più famoso come “White Album”) faranno da specchio per le allodole ai futuri Sex Pistols che giungeranno soltanto 10 anni dopo, ossia alla fine degli anni ’70, quando il Progressive Rock (detto anche Prog) da i suoi spasmi di morte, ma non il rigor mortis.Vedremo infatti che nel 1980 sotto la cenere la brace è ancora calda.

                                             Il Progressive Rock


Il genere merita un capitolo a parte, anche se sono stati scritti su di esso centinaia e centinaia di libri. Proprio per questo non approfondirò più di tanto gli anni ’70, ma in seguito parlerò del periodo meno trattato, ossia dagli anni ’80 ad oggi.
L’idea di una strumentazione classica nel Rock è piaciuta a tanti artisti e c’è perfino chi osa di più, come i Nice dell’istrionico Keith Emerson, i quali portano proprio la musica classica nel Rock poco dopo la metà degli anni ’60.
Il genere si accultura, ed il connubio è davvero interessante. Moody Blues, Procol Harum riescono ancora di più ad arricchire il genere miscelando i Beatles con la musica classica. Indelebili “A Whiter Sade Of Pale” (“Senza Luce “ dei nostrani Dik Dik) dei Procol Harum oppure “Nights In White Satin” (“Ho Difeso Il Mio Amore” dei Nomadi) dei Moody Blues.
Oramai il Prog è una corsa a chi la fa più grande. Con l’avvento di questo stile c’è anche bisogno di un supporto sonoro più adeguato rispetto quanto ascoltato sino a questo periodo, in quanto lunghi brani articolati necessitano di tempo. Il 45 giri lascia nelle vendite lo spazio al più capiente 33 giri.
Molte band sperimentano con vere orchestre, lo faranno perfino gli Hard Rock Deep Purple oltre che i già nominati Moody Blues o perfino i psichedelici Pink Floyd con “Hatom Heart Mother”. I risultati non sono sempre eccellenti, ma è l’idea di piacere non solo ai capelloni che stimola gli artisti ad addentrarsi in queste situazioni articolate.
Però non tutti potevano permettersi economicamente di incidere musica con una vera orchestra al seguito, è qui che allora subentrano le tastiere che sopperiscono a questa esigenza. Si chiamano Mellotron. Queste hanno dei nastri registrati corrispondenti ad ogni tasto. Qui si potevano registrare qualsiasi cosa, cori, strumenti, suoni etc.
La magniloquenza del suono è impressionante, così come il risultato finale nel contesto dei brani. Improvvisamente non è più la chitarra il principale strumento del Rock, ma le tastiere ricoprono negli anni ’70 un ruolo più importante, non più da gregario o da tappeto di sottofondo, bensì comprimario.
La svolta epocale ed il disco Progressive Rock per eccellenza arriva nel 1969 grazie a “In The Court Of The Crimson King”degli inglesi King Crimson. In questo disco risiedono tutte le prerogative che riscontreremo perfino nei dischi futuri di tutti gli artisti di questo genere, a partire dalle copertine particolareggiate e colorate, al suono che ho fin ora descritto, in più brani lunghi ed articolati, con cambi di ritmo e d’umore. Tutto questo funziona, tanto che il Prog avrà lunga vita, perfino  in Italia, dove per dieci anni fa spesso capolino nelle classifiche di Hit Parade.
Da questo momento in poi sarà un fiorire continuo di band dalla spiccata personalità e dalle idee singolari. Ecco il riallaccio al discorso che l’essere è più importante dell’apparire. L’Inghilterra la farà da padrona, mentre noi italiani (come sempre nella musica Rock) arriveremo dopo e con meno impatto.
I capisaldi del genere sono, oltre la band citata di Robert Fripp, i Genesis, gli Yes, i Van Der Graaf Generator ed i meno fortunati, ma più geniali Gentle Giant.
Alla faccia che il Rock è morto!
I Genesis di peter Gabriel hanno portato una ventata di novità ed un nuovo interesse attorno a questo mondo musicale. La teatralità con cui Gabriel si esprime durante le canzoni, oltre che dal vivo, il cambiarsi di costume a seconda dei testi e pitturarsi il volto (Face Paint), sarà punto di riferimento per moltissimi altri cantanti anche di oggi. In realtà l’impostazione vocale di Gabriel trae ispirazione da quella di Roger Chapman dei Family e l’idea del trucco viene a lui soltanto dopo avere visto i nostrani Osanna in un concerto del 1970.
Gli Yes invece sono stati coloro che hanno fatto il buono ed il cattivo tempo, cioè sono quelli che hanno portato il genere al successo commerciale ed allo stesso tempo coloro che lo hanno affossato con successivi lavori ipertecnici e logorroici. Fu alla fine degli anni ’70 che il pubblico stanco di lunghe suite e musica cervellotica, voltò le spalle al Prog per dedicarsi ad una musica meno impegnata. Nasce il Punk, tre note, sballiamoci e divertiamoci senza pensare troppo. Il colpo di grazia al genere viene portato dalle varie “Febbri del sabato e sera” e musiche da discoteca mista ad elettronica. Negli anni ’80 questo mix porterà il nome di New Wave.
Il Prog Rock ha perfino decine di ramificazioni, vedremo il Folk Prog con i Jethro Tull del folletto con il flauto Ian Anderson, oppure La Scuola Di Canterbury, con la sua musica da “figli dei fiori”, dove i Caravan rappresentano al meglio le sonorità, oppure il Jazz dei Soft Machine, i Camel e tutto quello che un cultore del genere gia conosce approfonditamente a memoria.
In Italia invece bisogna attendere un poco per sposare questa causa. Da noi i vari Claudio Villa, Gianni Morandi, Mino Reitano, Massimo Ranieri etc. dominano le scene discografiche, chi invece era Rock al momento erano Celentano, Little Tony e Bobby Solo per fare alcuni nomi.
I Giganti con “Terra In Bocca” nel 1971 danno uno schiaffo al sistema italiano, non solo per la musica proposta, ma soprattutto per le tematiche di un concept assolutamente pericoloso. Parlare di mafia non è da tutti i giorni in un disco Rock. Infatti non riceve il giusto apprezzamento in merito. Ci pensano i lagunari Le Orme a portare il Prog in Italia con “Collage” sempre nel 1971.
Ma quando si parla di band Prog italiana per eccellenza, esce immediatamente fuori il nome di Premiata Forneria Marconi.
In principio il loro nome era I Quelli ed alla voce c’era un giovanissimo Teo teocoli. Famosa la cover del brano di Michel Polnareff “Una Bambolina Che Fa No No No”. Suonarono nei dischi di Lucio Battisti, come ad esempio nello strepitoso e sofferto “Amore E Non Amore” del 1971. Ebbero contatti con Ivan Graziani quando il chitarrista Mussida andò per il militare, ma non se ne fece più nulla a causa della scelta di Ivan di intraprendere una carriera solista. A breve con il nome Krel passarono alla musica per la mente, ossia il famigerato prog e qui lavorarono come cover band di King Crimson, Genesis, Jethro Tull etc. etc. per poi stabilizzarsi di li a poco in Premiata Forneria Marconi. Per praticità il nome viene abbreviato in PFM.
Il successo li colpisce immediatamente grazie al 45 giri “Impressioni Di Settembre” (1971) tratto in seguito dall’lp “Storia Di Un Minuto” del 1972. Questo brano ha una curiosità unica mai ascoltata prima d’ora in Italia, cioè tutto il brano è cantato escluso il pezzo clou, ossia il ritornello, il quale è totalmente strumentale. Praticamente il contrario di tutto quello che si è ascoltato sino ad allora nella musica Pop italiana.
Cugini della PFM sono i romani Banco Del Mutuo Soccorso del leader carismatico Francesco di Giacomo, una delle più belle voci in ambito Rock italiano. Le tastiere di Vittorio Nocenzi disegnano melodie strepitose e raggiungono l’apice nella meravigliosa ballata “750.000 Anni Fa…L’amore?”  tratto da “Darwin” (1972). La band è poetica nei testi ed impegnata socialmente.
 Il lato più sperimentale del Prog italiano invece è nelle mani degli Area. La band dell’indimenticato Demetrio Stratos ama provocare, sia da studio che sui palchi delle piazze e delle scuole. Demetrio si getta a piè pari nella sperimentazione vocale, raggiungendo perfino polifonie, grazie allo studio del “Teatro Della Voce”, ma una maledetta leucemia fulminate lo porta via nel 13 giugno del 1979 mentre i suoi compagni stavano raccogliendo soldi con i concerti per poterlo aiutare. Arrivarono tropo tardi, Demetrio morì prima dell’evento “1979 Il Concerto” uscito anche in doppio lp.
Riallacciandoci alla Strage Di Piazza Fontana, qui c’è l’esempio dell’impegno sociale delle band di sinistra, qui esaltato all’estremo, tanto che gli Area vengono addirittura associati (ingiustamente) alle Brigate Rosse da persone superficiali che scrivevano in certe riviste del tempo.
 Il loro Jazz Prog si sposta continuamente ed ogni disco per il fans è uno schiaffo vero e proprio. Ma come dicevo in precedenza, non voglio approfondire troppo questo periodo musicale, in quanto gia trattato da innumerevoli libri e riviste settoriali. Comunque sia, non voglio omettere il nome dei New Trolls, autori di quello strepitoso “Concerto Grosso” del 1971 (e non solo!) scritto con Luis Bacalov che appunto si va a riallacciare al discorso del Rock orchestrale.
Molto frizzante invece la scena Underground italiana del Prog, per la gioia dei collezionisti di vinile, i quali godono di gruppi mal distribuiti o stampati in poche copie, insomma band spesso da un disco e via! Alphataurus, Museo Rosenbach, Quella Vecchia Locanda, Biglietto Per L’inferno, Il Rovescio Della Medaglia, Balletto Di Bronzo, Raccomandata Ricevuta Ritorno….insomma, tanta buona musica passata in sordina ma paradossalmente apprezzata oggi grazie alle numerose iniziative (coraggiose) di ristampa di alcune piccole case discografiche.
“Forse Le Lucciole Non Si Amano Più” è il disco dei Locanda Delle Fate (in stile Banco Del Mutuo Soccorso) che chiude nel 1977 l’era italiana del prog, per dare spazio alla discomusic ed al Punk.
E intanto nel mio caro negozietto di dischi dopo un indigestione tale di capolavori immensi, ascolto la gente parlare e dire: “ ….E… Il Rock è morto e sepolto! Lo sai?”, che schifo il Punk etc. etc. Io annuivo e concordavo con questa analisi, anche se mi ritornava alla mente la stessa affermazione ascoltata dieci anni prima…boh…qualcosa non mi torna.

Mi fermo qui, anche perchè sono sicuro che solo il 2% di voi e' giunto a questo punto del racconto... non ci sono link.... per cui... che palle!!!! Posso proseguire con L'Hard Rock, l'Heavy Metal, gli anni '80.... ma se non me lo chiedete mi fermo qui. A voi le considerazioni ed i commenti (se avete voglia di condividere le vostre emozioni, pareri e critiche). Ciao
Max

venerdì 10 agosto 2012

Ribaunz

RIBAUNZ - Sogno Liquido
Le Piramidi / Selfproduced

Distribuzione italiana: Le Piramidi
Genere: Pop Rock

Support: CD - 2006




Apriamo una piccola parentesi fra le scorribande Prog ed Heavy del Blog per distrarci allegramente con un demo di semplice musica Pop Rock. Il gruppo in questione è composto da ben sette elementi, tre chitarre (Matteo Lucchesi, Luca Bernardini e Simone Pioli), un basso (Gabriele Fontana), una batteria (Gabriele Franceschi), le tastiere ( Carlo Franceschi) e la voce di Fabio Girolami.
I Ribaunz si mettono insieme quasi per caso, durante le registrazioni per delle basi di un musical si conoscono e l’alchimia nasce spontaneamente, così la voglia di divertirsi. Infatti è questo che fuoriesce dall’ascolto del cd, proprio la voglia di musica e di aggregazione. I giovani si divertono a suonare dal vivo, fonte primaria per il tentato raggiungimento economico atto alla fuoriuscita del disco. I pezzi sono cinque ed alternano un Rock di facile assimilazione, pur sempre di stretta matrice italica, a momenti più pacati e riflessivi. Il gioco riesce in entrambi i casi, a dimostrazione dell’elevato tasso tecnico a loro disposizione. Attenzione dunque, non siamo al cospetto di un discorso musicale banale e ruffiano nei confronti del music business, ma di un ricercato approccio Rock con la nostra cultura. Il cantante Fabio Girolami ha una voce gradevole ed è anche autore della musica e di tutti i testi, mai banali. ”Sogno Liquido” è il pezzo più orecchiabile che non farebbe di certo male a passare nelle radio al posto di molte altre uscite ordinarie e scontate. “Più sostenuta “Favola Rock” e c’è spazio anche per piccole contaminazioni Punk in “Libellula”. I momenti più intimistici sono affidati ad “Analisi Di Un’Emozione” e “O2 e Ricordi”.
Il Pop Rock è questo, voglia di suonare, passione e divertimento, pur senza strafare ed i Ribaunz già lo hanno capito. Dategli un ascolto, lo meritano. MS

Contatti:
www.Ribaunz.it
www.lepiramidi.biz

mercoledì 8 agosto 2012

'O Rom

'O ROM - Vacanze Romanes
Terre In Moto

Distribuzione italiana: si
Genere: Folk
Support: CD - 2012




E' sempre piacevole ascoltare un disco di musica tradizionale Folk, in esso si concentra la cultura di un popolo e lo stile di vita, poi quando differenti etnie si incontrano, allora possono nascere connubi alquanto interessanti.
'O Rom è un progetto che si realizza nel 2008 a Napoli, con la fusione di musiche mediterranee italiane e musiche balcaniche di area Rom e Sinti. In definitiva quando uno zingaro è uno scugnizzo! Perfino il nome della band è la fusione di due lingue, così simpatico è il titolo dell'album che richiama quello importante dei Matia Bazar (che però non hanno nulla a che vedere con questa musica) giocando sulle sue parole.
Carmine D'Aniello (voce), Carmine Guarracino (chitarre) ed Amedeo Della Rocca (percussioni), sono l'anima partenopea della band che si completa nella parte Rom con Ilie Pepica (violino), Ion Tita (fisarmonica), Doru Zamfir (fisarmonica) ed Ilie Zbanghiu (contrabbasso).
Soltanto apparentemente le due culture musicali sembrano inconciliabili, nella realtà quello che ne scaturisce è un suono caldo, antico e di strada. Fisarmoniche, violino, chitarra, tutti strumenti che ti prendono nella semplicità delle ballate da focolare all’aperto, dove la sera sembrano riunirsi le famiglie per parlare, bere, ballare e cantare. Sembra quasi di sentire lo schioppettìo del fuoco.
Il disco è suddiviso in undici tracce tradizionali ed il ricco libretto interno accompagna con foto i testi sia in lingua originale che tradotti in quella italiana. Numerosi i tradizionali Rom, ben sei per la precisione, dove si tratta molto il valore della mamma e del papà nella comunità e della bellezza delle donne. Seguono anche tradizionali romeni, molto interessanti in quanto strumentali e mettono in evidenza le doti tecniche degli strumentisti. I brani si intitolano "Kalushua" e "Ciocarlia".
Più vicino alla nostra cultura musicale il tradizionale bosniaco "Nocas Mi Srce Pati", così caldo è "Kali Nifta", derivante dalla storia musicale greca. C'è spazio perfino per una piccola perla russa dal titolo "Solnuska", tanto per farvi capire la poliedricità di questo progetto.
Quello che sorprende è il risultato finale, perché tutto quello che vi ho descritto è da 'O Rom metabolizzato ed eseguito con inattesa personalità, tanto da sembrare succo di una sola natura etnica.
Brani semplici, popolari e di facile memorizzazione fanno il successo di questo progetto che nel napoletano sembra già riscuotere molti consensi. In effetti lo merita ed è un buon viatico per spezzare la solita routine musicale. La proposta insegna anche a non fermarsi alla superficie, ma di approfondire le culture altrui, visto mai che assieme alle nostre non diano buoni frutti?
La musica è un linguaggio mondiale comune, valorizziamolo. MS

lunedì 6 agosto 2012

Valter Monteleone

VALTER MONTELEONE - Hill Park
H-Demia Classic Recordings

Distribuzione italiana: si
Genere: Jazz / Folk
Support: CD - 2012



Bossanova, Jazz, Tango, Folk è il mondo sonoro del polistrumentista Valter Monteleone e “Hill Park” è un diario di viaggio. L’artista di Siena racchiude in sei frammetti musicali alcune delle sue emozioni che scaturiscono dai ricordi di differenti luoghi. Questo modo di agire ricorda l’operato del pittore, fissare un ricordo paesaggistico su tela, Valter invece lo marca nella mente dell’ascoltatore attraverso i suoni.
Colori ed immagini si intersecano fra le note ed il modo di concepire la musica in modo quantomeno elegante e pulito.
“Bossando” è un viaggio nel Brasile, caldo ed avvolgente, dove i colori e la vita riempiono l’occhio di chi sa guardare. L’accompagnamento del pianoforte rendono di classe le atmosfere del brano. Si aprono improvvisamente gli anni ’60 in “Castle”, ispirato da una città senza tempo come Londra. Un Jazz sussurrato, narrato, sentito e la voce calda fanno del pezzo un piccolo momento di meditazione. Colpiscono al primo impatto le proposte di Monteleone perché la musica è intimistica e senza troppi fronzoli.
La title track è da sottofondo per serate gradevoli al lume di candela, grazie alla Bossanova che si amalgama con uno swing ruffiano.
Il mondo musicale di Monteleone, come dicevo all’inizio, è comunque vasto e con “Gardens” presenta uno scorcio di Flamenco spagnolo vicino anche a del Tango argentino. Personalmente apprezzo molto “Senliss106” perché nei quattro minuti si trova tutta l’anima e la cultura di questo musicista pugliese di adozione, oltre che dei cambi di tempo intenti ad alzare l’attenzione di chi ascolta. Chiude l’album “JumpinJazz” ed il titolo è di per se tutto un programma.
“Hill Park” è un disco rispettoso che a sua volta va rispettato, perché nella semplicità sa scaturire emozioni forti. Quando la musica è un treno in movimento. MS

domenica 5 agosto 2012

Metaphysics

METAPHYSICS - Beyond the Nightfall
Andromeda / Bertus

Distribuzione italiana: Andromeda
Genere: Prog Metal
Support: CD - 2012




Oggi il termine Prog racchiude differenti significati e stili, anche se generalmente porta alla memoria i soliti nomi, tuttavia l'evoluzione giunge sempre a nuovi risultati. Nel Metal questo è leggermente più limitato, ossia quando si parla di Metal Prog vengono alla memoria inevitabilmente tre nomi su tutti, Dream Theater, Rush e Queensryche . Questo è naturale, comunque sia anche qui l'evoluzione cammina anche se più lentamente che nel Prog, per cui Symphony X, Circus Maximus e molti altri nomi portano nuove soluzioni al genere.
In Italia? C'è da sottolineare che pur non avendo vendite elevate, il panorama è ricco di buone realizzazioni, con band che nulla hanno da invidiare a quelle straniere. Fra i nomi da ricordare vi consiglio di segnarci anche questo dei Metaphysiscs, combo composto da Davide Gabriele (voce), Davide Perruzza (chitarra), Matteo Raggi (basso), Marco Aiello (batteria) e Gabriels Shiro (tastiere).
Si formano nel 2005 e realizzano un demo nel 2007 dal titolo "Evolution", mentre questo "Beyond The Nightfall" è il debutto discografico ufficiale. Dietro alla realizzazione girano nomi del panorama anche importanti, come quello di Simone Fiorletta (No Gravity, Moonlight Comedy) e dello special guest Andrea De Paoli dei Labyrinth, una delle band Metal Prog più interessanti del panorama nostrano.
Cosa attendersi dunque da questo esordio è presto detto, potenza, sonorità ariose, tecnica e buone melodie. E questo è ciò che accade nelle dieci tracce che compongono il disco, annesse influenze citate, oltre che una produzione sonora di buona fattura.
All'interno si scorgono sonorità anni 70/80 che si mescolano con il Metal degli anni '90 per un risultato gradevole e vigoroso. Notevoli i brani "Fallin'", "Follow Your Desires", "Just A Dream?"....ma sarebbe riduttivo stilare una classifica in quanto è l'insieme che funziona. Adrenalina ed emotività si susseguono alacremente.
Mi sento comunque in dovere di elargire un piccolo consiglio, ossia quello di staccarsi un poco da quei stilemi che hanno fatto la storia del genere, in quanto alcune delle soluzioni sono stereotipate. C'è il rischio di dissolversi nell'enorme calderone del Metal Prog, già infestato da migliaia di queste sonorità che a questo punto paragonerei alle sabbie mobili.
Ma le carte in regola i Metaphysiscs le hanno davvero tutte, per cui godete di questo ottimo debutto tutto italiano e poi il tempo darà ragione, perché la qualità paga....sempre! MS