sabato 15 aprile 2017

Force Of Progress

FORCE OF PROGRESS – Calculated Risk
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Metal Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


La Germania in ambito Progressive Rock è una nazione che molto ha dato al genere grazie a band di spessore, a partire dagli anni ’70 al New Prog ’80 sino a giungere nei nostri giorni, con una media qualitativa davvero invidiabile. I punti di riferimento non sono sempre band come King Crimson, Genesis, Yes e via dicendo, abbiamo vissuto e conosciuto ad esempio il Krautrock dove nel calderone risiedono stili differenti come la Psichedelia, l’elettronica, l’improvvisazione ed altro ancora. Tutto questo sin dagli anni ’70. La mia premessa sta a sottolineare il fatto che la Germania ha una sua forte personalità e questa viene fuori anche quando si ha come ispirazione il Prog degli anni ’70, a prescindere dal genere proposto.
E cosa succede quando quattro artisti veterani come Hanspeter Hess (The Healing Road)  (tastiere), Dominik Wimmer (Sweety Chicky Jam) (batteria, tastiere, chitarra), Chris Grundmann (Cynity) (tastiere, chitarra, basso, programming) e Markus Roth (Marquette, Horizontal Ascension) (tastiere, chitarra, basso, programming) uniscono le proprie esperienze? Non può che scaturirne un album strumentale di notevole fattura, qualità e potenza.
“Calculated Risk” è un cammino musicale con percorsi ben marcati, grazie soprattutto a riff potenti anche di origine Power ed Heavy. Il disco suddiviso in nove tracce, non ha al proprio interno suite di sorta, bensì canzoni di media e lunga durata, fino a raggiungere un massimo di otto minuti e mezzo (“The Man Who Played God”) ed un minimo di tre e quaranta secondi (“Calculated Risk”).
Già dall’apertura di “Ticket” si può apprezzare una buona produzione sonora. Le mani corono veloci sul piano che fa contrasto con la potente sezione ritmica e le chitarre distorte, ma è solo un istante, perché il New Prog è dietro l’angolo, ed ecco allora le classiche tastiere alla Clive Nolan (Arena, Pendragon) , IQ o Marillion per intenderci, a prendere  il centro della scena.
Il sound dei Force Of Progress è pieno, rotondo, roboante ed allo stesso tempo elegante.
“Sole Survivor” può infatti far tornare alla mente i fasti di una band come Liquid Tension Experiment, fra tecnica, buona melodia e appunto eleganza. Le tastiere giocano sempre un ruolo importante. Più ricercata “Shapeshifter” in ambito tecnico, anche se non asfissiante come si potrebbe ipotizzare quando si ha a che fare con band di questo settore. Il Programming viene adoperato in maniera potente come in “The Cube”, canzone che si basa su un riff orecchiabile di facile presa.
Per un cambio di ritmo e di stile bisogna giungere a “Lift Me Up, Down By The Seaside”, un inizio Funky per un procedere in ambito con variazioni sul tema, innestando Prog ed Hard Blues. “Halways” riporta il tiro nei canoni dello stile Force Of Progress, una sorta di “schiaffo o bacio” nell’ascolto. D’atmosfera “Lost In Time, Like Tears In Rain”, la più musicale nel senso propositivo, dove immagini e musica si possono intersecare a seconda della nostra sensibilità. La title track è roboante di suoni, a tratti grevi ed oscuri e in altri frangenti maestosi, questo sempre grazie all’uso delle tastiere, in questo caso anche di matrice mellotron. Non manca la voglia di giocare.
Il disco si chiude con una piccola gemma dal titolo “The Man Who Played God”.

Non è facile fare un disco del genere se andiamo a considerare che poi è tutto strumentale, ma l’ho detto all’inizio, quando si incontrano quattro veterani del genere c’è solo che da aspettarsi grandi cose ed emozioni. Buon ascolto. MS

sabato 8 aprile 2017

Dark Ages

DARK AGES – A Closer Look
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2017 


In una società dove il mordi e fuggi regna sovrano, dove il telefonino ci rende connessi solo apparentemente, dove si corre quotidianamente verso non si sa dove, c’è bisogno perlomeno di un momento di riflessione. Questo momento ci viene offerto da una band di Metal Progressive già nota al circuito nazionale, e a numerosi addetti ai lavori: i Dark Ages.
Si formano nel lontano 1982 a Verona, proprio per questo non stiamo parlando di artisti improvvisati, ma di ottimi strumentisti e che hanno alle spalle già tre dischi, “Saturnalia” del 1991, “Teumman” del 2011 e “Teumman Pt.2” del 2013, questi ultimi due sono una vera e propria opera Rock. Gianni Della Cioppa li scrittura nella sua Andromeda Relix, fucina di musica Rock, Metal e Prog.
Nel tempo i Dark Ages subiscono cambi di line up, tra i quali si annovera l’ingresso di Roberto Roverselli alla voce e di Gaetano Celotti al basso, questo proprio a fine 2016. La band si completa con Simone Calciolari (chitarra), Angela Busato (tastiere) e Carlo Busato (batteria).
L’artwork ad opera di Angela Busato e Kraken Promotion è ben confezionato e sostanzioso, accompagnato dalle belle foto di Elisa Catozzi, contenente i testi delle canzoni cantati in lingua inglese.
Ma veniamo alla carne, “A Closer Look” con i suoi otto minuti e mezzo apre il cd come una rasoiata, grazie ad una sezione ritmica rodata e precisa e a un riff mirato sia al corpo che alla mente. Qualcuno già potrebbe aver nominato i Dream Theater, quasi inevitabile quando si tratta di Metal Prog, ma così non è del tutto…Anzi. I Dark Ages dimostrano di conoscere la storia del genere e non solo di averla assimilata, ma anche metabolizzata. La voce di Roverselli infatti non fa il verso a nessun singer di nota, ma si esibisce con la sua naturalezza, non cadendo così nel calderone dei stereotipi. Buono l’apporto delle tastiere sia come tappeto sonoro che come assoli, brevi ed efficaci.
Inevitabili i cambi di ritmo ed umorali, come genere comanda.
“Till The Last Man Stand” si distingue grazie ad un momento centrale con organo e voce, ma è con “Yours” che si comincia a fare seriamente. Il pezzo viene aperto da un arpeggio di chitarra dal profumo New Prog e la struttura del brano nel susseguirsi si alterna fra vigore e melodie. Poi è la volta della mini suite “At The Edge Of Darkness” della durata di dieci minuti e mezzo, qui la band si gioca anche il Jolly, esibendo tutta la tecnica a disposizione, compresa la qualità compositiva.
Un sax, quello dell’ospite “Enrico “Benty Sax”Bentivoglio, apre “Against The Tides” per poi lasciare lo spazio a voce e piano, un momento raccolto e delicato dall’ottima riuscita. Notevoli anche le voci di Claudio Brembati, Ilaria L’Abbate e Tiziano Taffuri, ulteriori ospiti. Il brano potrebbe benissimo risiedere in “In The Electric Castle” degli Ayreon e per chi vi scrive, qui c’è lo sforzo più creativo e piacevole dell’intero album.
Ritorna il suono elettrico con “The Anthem”, questa volta con le tastiere altamente “Prog”. Da sottolineare la grande prova vocale, qui al massimo dell’espressività. Piacevole anche l’assolo del basso e della batteria. Il disco si chiude con “”Fading Through The Sky”, non nascondo che all’ascolto ho avuto reminiscenze Crimson Glory.
“A Closer Look” non è il solito disco Metal Prog, c’è di più, dategli una possibilità e mi direte. MS


The C.Zek Band

THE C. ZEK BAND – Set You Free
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Rock
Supporto: cd – 2017



C’è bisogno del Rock, ce n’è bisogno come l’aria. Quante volte invece sentiamo dire che il Rock è morto? Niente di più sbagliato, siamo noi morti nella mente che non accettiamo sviluppi al riguardo e rimaniamo avvinghiati fermamente a quelle canzoni che ci ricordano la nostra bella gioventù o l’amore nei tempi che furono. Per molti il mondo del Rock è finito li, tutto quello che si è evoluto nel tempo non lo si accetta. Per cui, facciamo pace con la mente e cerchiamo invece di capire che la “specie” va avanti e si evolve, volente o nolente il nostro amore passato.
Il Rock non muore mai. Dimostra di saperlo la The C. Zek Band, che sfoggia un parterre di influenze notevole, amalgamate dalla propria personalità. Nel sound si possono riscontrare schegge di Jimi Hendrix, John Coltrane, The Allman Brothers, Pink Floyd e Beatles su tutte, ma molte altre ancora. Sonorità vintage si, ma con caratteristiche proprie, ecco quindi un risultato Soul Blues, contaminato dal Funk Rock.
Sono di Verona e si formano nel 2015 dalle ceneri del trio Almost Blue, grazie ad un idea del chitarrista, cantante e compositore Christian “Zek” Zecchin. La band è completata da Roberta Dalla Valle (voce), Matteo Bertaiola (tastiere), Nicola Rossin (basso) e Andrea Bertassello (batteria).
“Set You Free” è composto da otto canzoni originali e una cover, quella di “Gimme Shelter” dei Rolling Stones.
La musica dei The C. Zek Band ha le solide basi del Blues, le esalta con riff diretti e gradevoli, la voce di Roberta Dalla Valle ne è ottima interprete, come nella bellissima canzone iniziale dal titolo “John Corn”. Le tastiere ricoprono un ruolo importante, sia di accompagnamento che da traino. Il profumo dei tempi passati inevitabilmente fuoriesce dalle note, basta ascoltare “I’m So Happy” per averne una chiara idea.
Ma Rock è soprattutto chitarra elettrica, e anche in questo caso ci si può ritenere coperti, essa si esibisce di tanto in tanto in piacevoli assolo. Ma è l’insieme che funziona, la band si dimostra  rodata ed interagisce in maniera precisa e professionale. Bella l’interpretazione vocale in “Tell Me”, calda e ricca di energia, uno dei frangenti più alti del disco, poi quell’Hammond…
Ed è anche la volta della ballata, qui con il titolo “Kissed Love” dove il piano ricorda un Wright dei tempi passati.
E a proposito di tempi passati, non posso esimermi dal citare il Clapton che fuoriesce in “Set You Free”, e la chitarra sale prepotentemente in cattedra dopo un breve solo di tastiere, dimostrando non solo le doti esecutive di Zek, ma anche l’anima di questa musica senza tempo, e sono brividi.
“Borning Day” è ruffiana ed essenziale, “It Doesn’t Work Like This” ancora di più. L’album si chiude con “Drink With Me”, canzone più lunga con i suoi sette minuti e mezzo ed un andamento Pinkfloydiano che farà la gioia degli amanti del quartetto di Cambridge.
C’è poco altro da dire, un disco per provare non solo belle emozioni, ma anche per capire da dove viene un certo tipo di Rock Blues, perché questo sound ne è davvero un ottimo sunto. Sono certo che girerà spesso nel mio lettore, spero anche nel vostro. MS


Circus Nebula

CIRCUS NEBULA – Circus Nebula
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Heavy Metal
Supporto: cd – 2017



La passione, la perseveranza, la vita per un ideale, il piacere di realizzarlo, la coerenza e… L’amore per la musica. I forlivesi Circus Nebula hanno nel proprio DNA tutti questi ingredienti. Si formano nella prima metà del 1988 e di base sono un trio sempre composto in trenta anni da Alex “The Juggler” Celli (chitarra), Mark “Ash” Bonavita (voce) e Bobby Joker (batteria). Si completano oggi con Michele “Gavo” Gavelli alle tastiere (in comproprietà con la band Blastema) e Frank “Leo” Leone al basso.
Eppure questo “Circus Nebula” è un esordio, tuttavia negli anni si sono sempre dati molto da fare, registrando demo tape e partecipando a compilation in alcuni cd. Il loro non è semplice Heavy Metal, bensì un insieme di influenze che vanno dai Black Sabbath ai primi Pink Floyd, passando per il cinema Horror ed il Rock degli anni ’60 / ’70. Molto attivi in sede live con date anche importanti come l’apertura dei concerti a band come Death SS, Paul Chain e i Dogs D’Amour.
Tutto questo curriculum si mette in vetrina in “Circus Nebula”, disco formato da dodici canzoni o se vogliamo undici, visto che “Hypnos” è un breve intro al percorso sonoro. Roboante l’inizio di “Sex Garden”, granitico sound che mette in mostra il carattere della band. Inutile dire che i riff sono fondamentali per questo tipo di musica e i Circus Nebula lo sanno.
E via con una bella moto con il vento in faccia e musica a palla con “Ectoplasm”, stradaiola e polverosa, degna compagna di un adrenalinico viaggio. E giù chitarre elettriche a profusione, con un ritmo doom e cupo in “Here Came The Medicine Man”, altro lato della band da scoprire. Ci si imbatte anche in semplici Rock’n Roll come nel caso di “Rollin’ Thunder”, allegro e spensierato, anche se ovviamente già sentito in quanto la formula è quella storica nota a tutti.
Si prende fiato con la ballata “Vacuum Dreamer” e non nascondo che per l’interpretazione mi vengono alla mente i nostrani e storici Vanadium (Pino Scotto docet), ma è solo una cosa mia forse non percettibile a tutti. Ariosa nell’apertura finale con il passaggio dall’acustico all’elettrico. Si ritorna al greve, al solfureo e al granitico sound con “Welcome To The Circus Nebula”, ci accolgono così nel loro circo. Aria di Saxon in “2 Loud 4 The Crowd”, il ritmo sale così la profondità dei riff. Questo signori è l’ Heavy Metal! Provate a restare fermi all’ascolto di “Electric Twilight”, non credo sia cosa fattibile, così con “Mr. Pennywise”. “Head-Down” è il classico pezzo che live rende molto, immagino che i Circus Nebula lo portino nella scaletta. Chiude un classico della band, “Spleen” in formula rimasterizzata.

Non servono molte cose e neppure molte parole per descrivere un lavoro del genere, questo stile di vita o lo si ha o non lo si ha, chi vive di questa musica mi ha capito, chi invece non lo ha fatto e magari è curioso di capirlo, ”Circus Nebula” è qui per delucidazioni. MS

sabato 1 aprile 2017

Stolen Apple

STOLEN APPLE – Trenches
Autoproduzione/Rock Bottom Records
Distribuzione: Audioglobe
Genere: Indie Rock
Supporto: cd – 2016


L’Indie Rock è un enorme calderone che contiene all’interno un vastissimo mondo musicale. Sempre più difficile focalizzare uno stile ben definito in questo contesto, numerose sono le influenze e gli innesti. I fiorentini Stolen Apple sono nel dentro con uno sguardo rivolto verso il settore americano, con Psichedelia, Blues, Country e Post Punk. Fra le loro ispirazioni si possono quindi estrapolare artisti come Neil Young, Sonic Youth, Clash, Slint, Dinosaur jr, Flaming Lips, Low, Codeine e Joy Division.
Si formano nel 2008 dai resti dei Nest, altro combo di Firenze. Esordiscono discograficamente nel 2001 con “Drifting” (Urtovox/Audioglobe ) e nel 2007 ritornano con “Isn’t It?” (Zahr Records/Blackcandy – Audioglobe). Diversi i cambi di formazione, fino a giungere nel 2016 al risultato “Trenches” in Stolen Apple con Luca Petrarchi (chitarra, voce), Riccardo Dugini (chitarra, voce), Alessandro Pagani (batteria, voce) e Massimiliano Zatini (basso, tastiere, voce). Il disco è suddiviso in dodici tracce.
L’apertura di “Red Line” è appunto lineare, basata su un riff gradevole e comunque dal sapore Beatlesiano, un movimento elettrico che si alterna a un momento riflessivo centrale. La sezione ritmica è semplice ed efficacie come il cantato, mai esagerato, il passo è giustamente lungo come la gamba. La chitarra a tratti si lancia in brevi assolo davvero piacevoli. Più acida “Fields Of Stone” e la personalità del gruppo comincia a salire per poi sfociare nei sette minuti di “Pavement”. Post-Noise e ballate Alternative Country per scoprire un nuovo angolo della band. Ho nominato precedentemente il Post Punk, e lo si riscontra nella diretta “Falling Grace”. Blues e Pop nell’orecchiabile “Living On Saturday”, ma personalmente resto colpito piacevolmente dalla slide guitar di “Mistery Town”, frangente più riflessivo del disco. Da sottolineare ancora  la ballata “Daydream” con l’armonica di Massimiliano Zatini.
Sale il ritmo in “Sold Out”, divertimento puro e  “Trenches” si conclude con “In The Twilight”, ballata sentita e calda.
Il suono dell’intero disco è leggermente cupo, tuttavia non stona con la proposta musicale, in alcuni casi questo viene addirittura  incontro alle atmosfere del brano. Il cantato è in inglese.

“Trenches”, trincee, quelle che ci creiamo noi nella mente per salvarci dal modo di vivere odierno? Questo lo penso io….Chissà, intanto al loro interno sappiamo che ci possiamo imbattere in musica spassosa e variegata, ancora una volta italiana. Bene così Stolen Apple, aspettiamo vostre nuove. MS