Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

sabato 30 novembre 2019

Anni 70 - Generazione Rock


ANNI 70 GENERAZIONE ROCK  - Giordano Casiraghi
Dai raduni Pop Alle Radio Libere
Arcana Edizioni
2018

Ritorna il libro di Giordano Casiraghi “Anni 70 Generazione Rock” dopo la prima stampa del 2005 per la Edizioni Riuniti, ci pensa l’attenta casa editrice Arcana, sempre in prima linea in Italia per tutto quello che concerne la musica narrata.
Giordano Casiraghi conduce in Radio Montevecchia, organizza rassegne musicali, collabora con differenti riviste di settore e con il quotidiano La Provincia Di Como. Partecipa anche alla stesura dell’Enciclopedia Del Rock: Anni Sessanta e Settanta Italiani (De Agostini – 1989) ed altre ancora. E’ anche coordinatore e promotore della ristampa del catalogo discografico Bla Bla e di alcuni titoli Progressive Rock.
Ottima dunque la scelta di riportare in vigore questo che ritengo uno dei libri più interessanti del panorama Rock italiano. Qui l’autore mette alla luce tutto quello che è stato il panorama Pop Rock nazionale degli anni ’70, analizzandolo minuziosamente dando voce ai protagonisti, riportando alla luce le testimonianze dei Festival Pop dal 1970 al 1979, il settore cartaceo, le radio libere, una discografia consigliata per approfondire il genere in analisi sia italiano che straniero, e per concludere cosa salvare dei settanta.
Un grande volume di 430 pagine accompagnato anche dalle fotografie di Franco Fabbri e Ghigo Agosti.
Dopo l’immancabile introduzione che ci immerge in questo percorso, spiegando su cosa si andrà a parlare e il perché, si comincia con “I Protagonisti”. Casiraghi da voce a molti che hanno suonato e partecipato attivamente alla scena di quegli anni, ed ovviamente stiamo parlando soprattutto del Progressive Rock e del cantautorato più impegnato e libero. Interviste a “Bambi” Fossati (Garybaldi), Eugenio Finardi, Paolo Tofani (Area), Gianni Leone (Il Balletto Di Bronzo), Claudio Rocchi, Francesco Guccini, Claudio Lolli, Patrick Djivas (PFM), Rodolfo Maltese (Banco Del Mutuo Soccorso), Lino Vairetti (Osanna), Patrizio Fariselli (Area), Corrado Rustici (Cervello), Ivan Cattaneo, Franz Di Cioccio (PFM), Marco Ferradini, Pino Scotto (Vanadium) e molti altri ancora. Quello che emerge è uno scenario societario importante, forte, dove l’individuo vuole essere al centro dell’interesse, mentre il giovane va contro il sistema e lo fa vivendo gli eventi in comunità, fra concerti, Festival Pop e ritrovi nelle piazze. L’Underground è vissuto come uno stile di vita e non come moda. Voglia di crescere, utopie e successivamente delusioni. Molto spesso i nostri “Woodstock” vanno a finire in maniera negativa in quanto il politicizzare tutto  non porta a buoni risultati e la controcultura conduce il giovane a contestare ogni cosa, quindi non proprio “pace, amore e musica”, anche se gli intenti iniziali di molti sono positivi. Quello che emerge in senso generale è la voglia di libertà e dello stare assieme.
Molto interessante il paragrafo successivo, con la cronologia dettagliata dei festival Pop dal 1970 al 1979. Ogni evento viene descritto con le date, la città e chi ci ha suonato. Intrigante l’intervista al cantautore Francesco De Gregori dove chiarisce cosa è accaduto durante un suo concerto, raccontando l’invasione di chi non ha voluto pagare il biglietto e quindi il proprio sconcerto che lo ha portato per anni a rimanere fuori delle scene live.
Il terzo capitolo si intitola “La Stampa Giovanile”, qui l’autore ci descrive tutto il cartaceo e intervista i protagonisti. Ecco dunque ritrovare nomi importanti come Ciao 2001, Qui Giovani, Super Sound, Muzak, Gong, Re Nudo e molti altri ancora. Si passa successivamente a “Le Radio Libere”, parlando di Radio Rai, Rai tv, la prima radio libera Radio Alice, Radio Montevecchia ed ancora interviste a Edoardo Fleischner, Enzo Gentile, Ivano Amati e Massimo Villa. Casiraghi mette bene in evidenza l’importanza che hanno avuto questi mass media per i giovani.
Segue la “Discografia Consigliata”, i dischi italiani e stranieri più importanti recensiti dallo stesso autore. Il libro si conclude con quello che ritengo il paragrafo più interessante, ossia “Cosa Salvare Dei Settanta”. Anche in questo caso la lista degli intervistati è lunghissima e ricca di sorprese per quello che concerne il modo di pensare dei singoli protagonisti. Alcuni nomi Francesco Di Giacomo (Banco Del Mutuo Soccorso), Alberto Radius (Formula Tre), Enzo Vita (Il Rovescio Della Medaglia), Arturo Stalteri, Juri Camisasca, Roberto Manfredi e tantissimi altri.
Si tratta anche l’argomento moda e in qualche maniera la politica, un modo di fare luce e allo stesso tempo di mettere ordine agli eventi e su questo “Anni 70 Generazione Rock” ci riesce in pieno.
Il libro è ricchissimo di aneddoti che non sto qui a svelarvi giusto per non togliervi il piacere della scoperta.
Se amate la musica italiana degli anni che furono, non potete esimervi dal leggere questo incredibile vademecum, davvero una chicca imperdibile. MS

mercoledì 27 novembre 2019

Welcome Coffee


WELCOME COFFEE - The Mirror Show
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: EP – 2017


Sotto il termine Progressive Rock si è scritto oramai di tutto e di più, anche io ne ho approfondito il significato nel mio libro “Rock Progressivo Italiano 1980 – 2013”.  Nell’analisi scaturiscono più scenari, fra radicati suoni del passato e ricerca sonora moderna, non sempre semplice da etichettare. Come potremmo chiamare oggi il genere in evoluzione probabilmente Post Prog, quando le influenze sono molteplici e non tutte relegate ad un determinato filone musicale, tuttavia con uno sguardo rivolto al lontano passato.
La musica dei triestini Welcome Coffee si può incastonare nel Progressive Rock, anche se gli ingredienti moderni (Funky/Rock, elettronica) fanno storcere il naso ai fans più integralisti avvinghiati al sound dei tempi che furono. Ma la musica è musica, etichettarla ha soltanto uno scopo in teoria semplificativo, ossia utile per far capire di cosa si tratta soprattutto a chi legge e non sta ascoltando il disco.
I Welcome Coffee si formano nel 2012 proprio per suonare una musica influenzata da differenti sonorità. Nel 2013 realizzano il loro primo lavoro “Box #2“, un EP di 5 tracce. L’attività live negli anni forgia la band, così il debutto ufficiale avviene nel 2015 con “UnEvEn”, album contenente undici brani. Ma è alla fine di quell’anno che la band conosce uno stop per divergenze musicali salvo poi riformarsi nel 2016.  Stefano Ferrara (bassista e fondatore della band) e Andrea Parlante (tastiere), decidono di portare avanti il progetto cercando gli elementi mancanti, e dopo qualche mese, finisce finalmente la ricerca per completare la formazione con l’ingresso in band di Davide Angiolini (batteria), Andrea “Armando” Scarcia (voce) e Bill Lee Curtis (chitarre).
Anche “The Mirror Show” è formato da cinque canzoni, ad iniziare dalla title track “The Mirror Show”. Il Funk Rock è molto orecchiabile, grazie anche ad un lavoro del basso importante e presente. Il cantato è in inglese e buona è l’interpretazione vocale. Le tastiere ricoprono un ruolo importante se non fondamentale, mentre le chitarre accompagnano il tutto. Canzone decisamente orecchiabile e potenziale hit, tanto che la band ci gira anche un video ufficiale che potrete vedere su You Tube.
“Doppelgänger” è più Prog nell’intento, anche se atmosfere New Wave si addensano sopra le sonorità. Il brano è un tributo alla serie tv americana “Twin Peaks”, ideata da David Lynch, che ritorna sullo schermo dopo ben 25 anni.
Cambio di rotta con la ballata nostalgica Folk-Country “Come Potevo”, ed il cantato in italiano ha le influenze del cantautore Ligabue. L’armonica a bocca dona un tocco vintage che non guasta. Si passa successivamente all’elettronica in “116” (116 secondi e 116 bpm) canzone scritta in collaborazione con Talking Vibes & Gjorgji Bufli. Sembra di ascoltare completamente un'altra band, e ditemi se questo nell’indole non è Progressive!
L’EP si conclude con “Notte Araba”, canzone già presente su “UnEvEn”, riarrangiata specie nelle parti di chitarra.
In questo momento i Welcome Coffee sono in dirittura d’arrivo con il nuovo album che presto vedrà luce nei scaffali dei dischi, nel frattempo ci lasciano con questo assaggio che non fa altro che ammontare le aspettative e la curiosità attorno all’evento. Musica che tocca differenti corde, ascoltare per credere. MS

Sito UFFICIALE: http://www.welcomecoffee.com/

FB: https://www.facebook.com/WelCoffee

TW:  https://twitter.com/WelCoffee


lunedì 25 novembre 2019

Il Giardino Onirico


IL GIARDINO ONIRICO – Apofenia
Open Mind – Lizard Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd 2019


Terzo album per Il Giardino Onirico dopo “Perigeo” (2012 – Lizard Records) e “Complesso K – MMXIII” (2013 – Lizard Records). La band formata da Dariush Hakim (tastiere),  Emanuele Telli (tastiere), Stefano Avigliana (chitarre), Ettore Mazzarini (basso) e Massimo Moscatelli (batteria), ritorna con il suo Prog moderno e rispettoso del passato.
Con il passare degli anni l’esperienza accresce, così la capacità compositiva attenta anche ai svolgimenti del presente con riferimenti variegati che possono spaziare dal Neo Prog a quello di Steven Wilson e dei suoi progetti. In questo nuovo album si coadiuvano di importanti partecipazioni, con special guest di spicco, dalle bellissime voci di Alessandro Corvaglia a quelle di Jenny Sorrenti (altro esponente storico della scena, basta ricordare i Saint Just) e Jenna “Sharm” Holdway. David Morucci suona il sax in due brani, mentre Claudio Braccio in uno, e per terminare la lista i Fuori Dal Coro sul brano “Aléthia”.
Il lavoro è formato da sette composizioni, mentre nel libretto interno che accompagna il disco si possono vedere i disegni astratti e fantasiosi realizzati con la grafica di Marco Marini.
Tastiere elettriche iniziano con intrinseca oscurità l’album in un crescendo sonoro che verte verso il caos, stoppato dalla chitarra elettrica. Il Giardino Onirico predilige i brani lunghi, e “Onironauta” apre il disco con i suoi abbondanti dodici minuti, uno strumentale che mette in cattedra la maestosità dei suoni lasciando l’ascoltatore avanti ad un muro sonoro erto e possente. Le ritmiche del basso vanno a cogliere nella discografia Porcupine Tree del periodo “Signify” ed antecedente. La chitarra elettrica va a disegnare linee Psichedeliche determinate e devote alla melodia, portando l’insieme a farsi ascoltare con estremo piacere ed interesse. Malgrado il lungo minutaggio tutto sembra essere durato una manciata di minuti.
Un frenetico pianoforte apre “Scivolosa Simmetria”, esecuzione dove la voce di Corvaglia la fa da padrona. La band cammina come deve camminare, in una intesa invidiabile e rodata. La formula canzone si alterna al Prog in stile Banco Del Mutuo Soccorso per un connubio perfetto. L’assolo di chitarra è ficcante e carico di pathos, proprio come piace al Prog fans, mentre le tastiere sono dovunque.
A seguire “Alétheia” con quasi tredici minuti di musica ricercata ma pur sempre orecchiabile, e qui risiede il segreto de Il Giardino Onirico. Arpeggi richiamano i Marillion, arie spaziali, ritmi delicati sostengono le melodie in una emotività che va in crescendo con il brano stesso. Nella fuga Neo Prog del brano perfetto risulta l’intervento del sax, ma si vola in alto soprattutto durante l’assolo della chitarra elettrica. A metà il brano si spezza cambiando umore e tipologia di armonia, quando subentra il coro di voci tutto prende una forma gigantesca e cinematografica nelle immagini della mente, un fantastico esempio di Progressive Rock moderno.
“Mushin” in dieci minuti tocca differenti tipologie di suoni, dall’elettronica (anche nella ritmica) al Math Rock il tutto passato attraverso la bella voce di Jenny Sorrenti, da restare semplicemente ipnotizzati. Nell’evolversi richiami al genere degli anni ’80. Con “Apogeo” ci sono altri dieci minuti di musica strumentale, sempre affidata alle chitarre sostenute di Avigliana, una stesura ponderata, elegante, al limite della Psichedelia ed il Metal, si ritorna ancora una volta nel territorio di Wilson, ma lo si fa con personalità. E’ proprio un giardino dei sogni.
Ritorna la malleabile voce di Corvaglia in “Un Nodo All’Anima”, altra canzone come “Scivolosa Simmetria”. In essa risiede una stesura compositiva con differenti vie di fuga dal refrain maestro.
Il disco si conclude con la mini suite “Lacrime Di Stelle”, gioiello incastonato nell’olimpo dei migliori brani del 2019.
Personalmente metto “Apofernia” in classifica Prog Italiano fra le migliori dieci uscite dell’anno e con questo vi ho detto tutto. MS

domenica 24 novembre 2019

Falena


FALENA – Una Seconda Strana Sensazione
La Locanda Del Vento – Lizard Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2019


La copertina del terzo album dei laziali Falena ad opera di Armando Zelinotti, cela il viso di un uomo che si intravede dietro degli occhiali e la mano in volto che accompagna la sigaretta alla bocca. Lui è un uomo medio, un antieroe dalla personalità complessa, sfuggevole,  che fa della normalità la sua forza e questo argomento è il concept dell’intero album. Il libretto è molto illustrato, tutto in bianco e nero contenente disegni, testi e credits.
Dunque dopo “Impressioni” (2007) e “L’Idiota” (2013), è la volta di “Una Seconda Strana Sensazione”, prodotto dalla Lizard Records per la serie La Locanda Del Vento. E’ suddiviso in quattordici tracce sonore di stampo Rock Progressivo Italiano classico. Il gruppo è composto da Emiliano Sellati (Voce, testi), Alessandro Fusacchia (chitarre, cori), Marco Peschi (tastiere, flauto), Andrea Trinca (basso, cori) e Rossano Acciari (batteria).
Il Rock Progressivo Italiano in questo ultimo anno sta dando frutti interessanti, un lieve innalzamento di qualità rispetto al 2018, rispettando un andamento che lo ha contraddistinto da sempre, fatto di alti e bassi. I Falena contribuiscono a questo innalzamento registrando un prodotto buono, diretto e per certi versi semplice, attento alla melodia, senza perdersi in inutili arzigogoli.
Il concept inizia con lo strumentale “Antefatto”, una chitarra elettrica ripete a loop un riff incisivo per giungere al classico cambio di ritmo che contraddistingue il Prog. Le tastiere sono complici mentre la ritmica risulta pulita e rodata. Tanto profumo di anni ’70, i Falena conoscono la storia del genere e ben riescono a filtrarla attraverso la personalità.  “Un Mite Inverno” si presenta con lo stesso modus operandi, ricordando per certi aspetti Le Orme. Molto bello l’assolo della chitarra che fa volare in alto la mente di chi ascolta, questo spesso accade quando lo stile prende come riferimento David Gilmour dei Pink Floyd e certi suoi passaggi sostenuti.
Suoni di sintetizzatore aprono “Il Dubbio”, brano più ricercato e in stile Metamorfosi, tanto per restare in ambito storico per certi riferimenti sonori. Il sound diventa più greve e cadenzato, le atmosfere si incupiscono donando al disco ulteriore interesse e profondità di ascolto.
“Il Peso Della Misura” è un altro esempio di cosa è una canzone Prog di stampo italico, con melodie delicate e facili da ricordare, contenente passaggi introspettivi riguardanti l’animo dell’uomo in analisi. Dopo un breve momento rumoristico si giunge a “Passaggio”, iniziato dalla chitarra acustica e voce per poi aprirsi in maniera ariosa con tutte le strumentazioni, flauto compreso. Ricordi del passato si uniscono al presente. La title track invece alza di poco il ritmo pur rimanendo relegata ai stilemi appena descritti.
“L’Erpice” è un altro frangente sonoro breve fatto di suoni, rumori e sensazioni che accompagnano a “Nella Colonia Penale”. Questa volta sono le tastiere ad aprire il brano, un velo malinconico cala nella mente, ma le stesse aprono al ritmo ed improvvisamente il brano prende un altro percorso, sfiorando anche il Neo Prog soprattutto nella fase dell’assolo di chitarra. Un flauto quasi bucolico è protagonista dello strumentale “…Per Un Libero Pensiero”, ancora una volta i ricordi sembrano tornare al passato e a quelle sensazioni che ci hanno fatto amare la musica e la vita.
Un suono di campane accoglie “Requiem…”, brano classico in stile Falena, mentre a seguire si va a “Il Mercato”, dove la voce di Sellati con i cori sperimentano giri a cappella, come la scuola Gentle Giant ci ha proposto nel tempo. Una chitarra elettrica apre “Sete” il brano più lungo dell’album con i suoi abbondanti novi minuti. Una mini suite a tutti gli effetti. Conclude il concept “Conseguenza” e lo fa con suoni elettronici nebulosi e Psichedelici.  
Ho detto che in questo album ci sono tutti gli ingredienti del Prog Italiano storico, in effetti è così, portandosi dietro anche il problemino annoso della voce, che per le band nostrane sembra quasi essere un fatto insormontabile salvo in alcuni rarissimi casi (Banco, Area, Orme, Raccomandata Ricevuta Ritorno…). La voce di Emiliano non sempre mi convince a pieno, pur riuscendo ad interpretare le canzoni con estrema enfasi e in alcuni casi anche in modo perfetto. Questo se proprio devo cercare un neo a un disco che ha molto da dire e che è ulteriore conferma della buona salute del nostro amato genere. Consigliato perché è un ennesimo ponte fra il passato, il presente e la nostra tradizione che spero non muoia mai. MS


venerdì 22 novembre 2019

Alexander Layer


ALEXANDER LAYER – Huginn Muninn
Virtuoso Records – Elevate Records
Genere: Virtuoso Strumentale
Supporto: ep – 2019


Huginn è il pensiero mentre Muninn è la memoria, entrambi sono i corvi del dio Odino che vagano sulla terra a riportare informazioni al loro padrone. Con queste tematiche mitologie Norrene e Celtiche, la musica del virtuoso chitarrista Alexander Layer si presenta per la seconda volta al pubblico dopo il recente debutto del 2018 intitolato “Fenrir”.
Alexander Layer è il nome d’arte di Alessandro De Fusco, giovane chitarrista diplomato al V°anno di chitarra classica e solfeggio, studente Lizard Accademy di Roma. Amante dell’Heavy Metal riesce a miscelare la sua passione al neo classico per un risultato che mette in evidenza tutte le sue qualità tecniche con una piccola dose di Progressive Metal.
L’edizione fisica del disco completamente strumentale è elegante e cartonata, contenente l’esaustivo libretto che accompagna il cd narrante le vicissitudini dei brani e cosa vogliono rappresentare. Foto centrale tutta pagina dell’artista e i credits rifiniscono il tutto. L’artwork con i corvi è ad opera di Antonella Panico, mentre il booklet è materia di Simona Guerrini. Tengo a sottolineare una volta tanto,  che le scritte si leggono! La line up oltre che dal chitarrista Alexander Layer è formata da Francesco Coia (basso), Michele Milano (batteria) e Francesco Cipullo (tastiere).
“Huginn Muninn” è composto da sette tracce per un totale di venticinque minuti di musica, ad iniziare dall’intro tastieristico di “Hugr And Munr”. Il corvo non è soltanto un simbolo di morte, ma un vero e proprio animale intelligente tanto che Odino ne fa appunto proprio messaggero. Nella mitologia del nord esiste anche una forte e bellissima donna chiamata Valchiria, ed eccola decantata nel vero primo brano dell’album intitolato “Valkyrie”. Una cavalcata Metal dall’inizio roboante e forsennata come il galoppo di un cavallo in corsa, per poi aprirsi in sonorità ariose e sostenute.
I corvi cominciano a svolazzare attorno al mondo e a riportare notizie in “Grimnismal, altrimenti detto  «Discorso di Grímnir», quarta composizione della Ljóða Edda, raccolta di poemi su argomenti mitologici scritti fra il il IX e l'XI sec.. Tastiere dal suono mellotron ricoprono coralità, mentre la chitarra alterna passaggi tecnici ad emotività.
“Kenning” presenta il lato più malleabile dell’artista, canzone che ha una melodia incentrata sulla dolcezza, orecchiabile e diretta. “Hrafnaguò” è il brano più lungo dell’album grazie ai suoi cinque minuti abbondanti di musica. Qui si manifesta l’aspetto più Metal Progressive del giovane chitarrista, alcune tastiere rimandano ai primi Dream Theater, mentre il sound è incentrato su cambi di tempo, davvero notevole il lavoro della sezione ritmica. Il brano è spezzato nel finale, lasciando adito a riff di matrice celtica.
Chitarra classica in “Hugins Vör”, una ballata dal sapore nordico, sembra quasi che i polmoni si riempiono d’ aria umida e fredda durante l’ascolto che avviene ad occhi chiusi, perché l’enfasi strutturale tende a farci reagire in questo modo incontrollato.
Il disco si conclude con l’energica “òdinn”, altra cavalcata epica e comunque non troppo roboante, dove il chitarrista si diverte ad eseguire passaggi in stile J.Y.Malmsteen..
La musica di Alexander Layer ha un grande pregio, quello di non perdersi in inutili elucubrazioni, la tecnica si ma non asfissiante, e soprattutto tanto cuore. Talento da tenere d’occhio. MS

Aetherna


AETHERNA – Darkness Land
Elevate Records
Genere: Gothic Metal
Supporto: cd – 2019


Roma è capitale, storia e cultura, una città che pullula di arte in tutti i settori. Anche in ambito Heavy Metal ha saputo dare notevoli frutti oltre che numerosi. Aggiungiamo gli Aetherna, quintetto dedito ad un Hard Rock intriso di Gothic Metal. Nascono nel febbraio 2015 con il primo nome First Aid, per suonare cover Alternative ed Hard Rock. La voce è femminile, quella di Virginia De Propris che nel 2016 lascia il microfono a Ylenia Bispuri, così dopo due singoli il gruppo cambia anche il nome dopo la svolta Gothic. Ma l’apporto di Ylenia è breve, dopo pochi mesi si stabilizzano con  Germana Noage. Vengono completati da Vincenzo Zappatore (chitarra), Vittorio Flumeri (chitarra), Marco Di Marco (basso) e Luigi Iesu (batteria).
“Darkness Land” è il debutto ufficiale della band che negli anni ha registrato singoli qui riuniti in questo unico album grazie al contratto avvenuto con la prestigiosa Elevate Records.
Il disco si presenta in edizione cartonata contenente all’interno il curatissimo libretto ad opera di Jhan Vision Art, mentre le foto sono di Pino Magliani. Molto bella anche la copertina che immerge l’ascoltatore nell’opera sin da subito, lasciando trapelare sensazioni gotiche. Sette canzoni per una durata complessiva di quasi quarantacinque minuti di musica.
Apre “Event Horizon” con un riff di chitarra in stile Iron Maiden, anche se il brano si svolge in tutt’altra maniera. Germana si presenta senza strafare, interpreta al meglio il brano con naturalezza, senza inutili forzature. L’andamento è melodico anche se le atmosfere tendono allo scuro e non mancano i cambi di direzione.
Onde del mare si infrangono, mentre un grido di gabbiani aleggia attorno all’arpeggio iniziale di “Darkness Land”, un affresco sonoro e vocale di intima fattezza. Grazie ad un ritornello molto accattivante, Germana alza i toni mentre il brano si diverte a variare nella struttura pur rimanendo sempre relegato a riff importanti.
“Sounds From Nowhere” è il singolo del disco, massiccio con un robusto attacco ritmico soprattutto da parte di Luigi Iesu. Il brano si sviluppa in un Heavy Metal dal sapore antico, quando la NWOBHM  (New Wave Or Brithis Heavy Metal) incominciava a dare  i primi risultati importanti verso la fine degli anni ‘70. Segue “Devil’s Lullaby”, la farfalla in simbiosi con la musica aleggia sopra le nostre teste, lasciando sensazioni quasi Progressive nell’intento. La chitarra si esprime in un assolo gradevole e non distorto, così tutto il brano mette in evidenza le capacità compositive della band.
“Overdream” Inizia con il suono di una puntina che scende sul giradischi ed il suo classico fruscio per poi aprirsi in un anthem ritmico importante ed oscuro, il lato più gotico della band nel brano più lungo dell’album, grazie agli otto minuti di durata. Segue “Lord Of Sin” un brano che non aggiunge e nulla toglie a quanto detto sullo stile della band.
Sembra pace fatta con la New Wave degli anni ’80, quando il Metal si ribellava alla nuova moda inglese gridando sempre più forte, perché il gruppo qui chiude questo bel debutto con la cover “The Chauffer” dei Duran Duran.
Gli Aetherna hanno uno spiccato gusto per le melodie, compongono brani che sicuramente hanno una buona riuscita live, quelli che accalappiano l’attenzione anche di chi non è avvezzo all’Heavy Metal. Musica gradevole per tutti i gusti. MS

lunedì 18 novembre 2019

Ibridoma


IBRIDOMA - City Of Ruins
Punishment 18 Records
Genere: Heavy Metal
Supporto: cd – 2018


Il Metal in Italia gode di un seguito sufficientemente numeroso, relegato comunque ad un pubblico di nicchia, curioso e ferrato sull’argomento. Il fans così come l’artista stesso è esigente e ogni disco che esce è sempre molto curato lasciando poco al caso. Nel termine Heavy Metal si aggirano davvero tanti ingredienti, Death Metal oltre che Power Metal con melodie gradevolmente assimilabili e massicce. In questo siamo molto bravi.
La band Ibridoma è marchigiana, altra regione molto attenta al fenomeno Metal, precisamente di Macerata e si forma nel 2001. Nutrita la discografia fatta di sette dischi da studio fra ep e full length compreso questo “City Of Ruins”. Sin dai primi movimenti la band riceve consensi, partecipa a diversi concorsi aggiudicandosi anche nel 2004 il primo premio al "Rock Around The Road”. Buona anche l’attività live con partecipazioni a date assieme a gruppi storici come  The Dogma, Uli Jon Roth (Scorpions), Richie Kotzen (ex Poison / Mr. Big), Rigo Righetti e Roby Pellati (Ligabue), Linea 77, Theatre Of The Vampire e Necrodeath.
Sono formati da Chriastian Bartolacci (voce), Marco Vitali (chitarra), Sebastiano Ciccale' (chitarra), Leonardo Ciccarelli (basso) e Alessandro Morroni (batteria). Nel loro sound trapelano alcune inevitabili influenze, come ad esempio quelle dei maestri Judas Priest o i Saxon, tuttavia nel complesso la band gode di ottima personalità. La ritmica si evidenzia lubrificata e funzionante sin dall’iniziale “Sadness Comes”, canzone potente e narrata dall’ottima voce di Bartolacci. Anche in questo noi italiani siamo molto bravi, la voce è sempre un valore aggiunto, a differenza del Progressive Rock italiano dove nella media le interpretazioni sono scadenti. I brani sono molto orecchiabili, mantenendo alta l’adrenalina, come nel caso di “Evil Wind”, dove la band mostra i muscoli.
“T.F.U.” potrebbe trattarsi del singolo dell’album, molto diretto e semplice. Buono il solo di chitarra che dona all’ascolto il momento da assaporare dondolando la testa al suo incedere, si sa che nel Metal questo sistema è quello più adatto per poter godere al meglio della musica.
“Di Nuovo Inverno” è cantato in due lingue, l’inglese e l’italiano, una scelta simpatica che relega all’ascolto una curiosità in più. Qui c’è una ritmica più pacata ed un ritornello semplice da ricordare, la musica deve essere anche questo, alla fine qualcosa deve sempre rimanere nella memoria di chi ascolta. Le chitarre disegnano riff nervosi in stile Radiohead primi anni ’90. La title track alza il tiro e si presenta più Power e cadenzata, da cantare in sede live assieme alla band. Si entra nel contesto NWOBHM (New Wave Or British Heavy Metal) con “Angels Of War”, qui si ciondola in riff granitici. Più Savatage style “My Nightmare”, la band è sempre coesa nelle ritmiche e nell’incedere.
“Fragile” prosegue il cammino senza togliere o aggiungere nulla a quanto detto, per giungere a “Terminator”, più sferzante ed elettrica. L’album si conclude con l’acustica “I’m Broken”, canzone dall’ampio respiro e di una gentilezza carezzevole.
Gli Ibridoma dimostrano ancora una volta il buono stato di salute del genere che continua imperterrito a far uscire dischi di buona qualità. Oggi è sempre più difficile imbattersi in un brutto disco, le registrazioni sono sempre ottime grazie alla tecnologia e le canzoni sempre orecchiabili, anche se viene a mancare il capolavoro dettato dall’incoscienza di osare nuove soluzioni. Forse noi italiani dovremmo sforzarci di più sotto questo aspetto, anche se non necessariamente ci si deve evolvere, spesso basta godere di ciò che si ha, e i Ibridoma non so se lo sanno, ma lo fanno. Bel disco. MS

mercoledì 13 novembre 2019

Nefesh


NEFESH – Panta Rei
Sliptrick Records /Dead Pulse
Genere: Alternative Metal
Supporto: cd – 2018


Le Marche sono un regione italiana davvero ricca di sorprese, grandi paesaggi, ottima cucina e buon vino, può a questo punto mancare la musica? Certamente no, ed essa è rappresentata al meglio da numerosi progetti e generi musicali differenti. In ambito Metal e dintorni ad esempio, la regione è più che coperta, con un numero consistente di band attente al movimento musicale e realizzatrici di prodotti di buona qualità oltre che di personalità. Per i più curiosi di voi le band che ci sono vengono trattate nel mio ultimo libro “Metal Progressive Italiano” (Arcana). La scena quindi non esula di sperimentazione, ed i Nefesh ne sono una prova tangibile.
Sono formati da Luca Lampis (chitarra, voce, testi), Michele Baldi (batteria), Stefano Carloni (tastiere), Paolo Tittarelli (voce) e Diego Brocani (basso) per suonare una musica difficile da etichettare tanta la ricerca in esso contenuta. Il loro potremmo definirlo Progressive Melodic Death Metal oppure semplicemente Alternative Metal. Tuttavia non è importante l’etichetta, tanto quanto far capire il concetto di passione per la ricerca che i musicisti in analisi prodigano nei confronti della musica. “Panta Rei” è il terzo album da studio dopo “Shades And Lights” (2011 – Necrotorture)” e “ Contaminations (2014 – Revalve)”.
Non soltanto complessità strutturale nelle canzoni, ma anche ricerca per i testi, dove in analisi si trova l’ “Io”, ossia l’individuo ed i suoi aspetti. L’argomento è spesso trattato anche da gruppi Progressive Rock, come ad esempio lo “Zarathustra” dei Museo Rosenbach o l’ ”Io Come Io” de Il Rovescio Della Medaglia negli anni ’70.
Anche l’album è suddiviso in maniera non banale, con tre suite centrali, un “Outro” ed un “Intro” rovesciati nell’ordine di ascolto. Le tre trilogie narrano le vicissitudini dell’ ”Io” a partire dagli attacchi di panico sconfitti con il tempo dopo accurate analisi interiori nella prima suite. La seconda presenta l’individuo pronto anche ad aprirsi agli altri, al “Voi” e al “Tu” anche se in maniera titubante, mentre nella terza è la volta della possibilità di unirci tutti in uno speranzoso “Noi”.
Il cantato è sia in lingua italiana che in inglese.
Spiegano i stessi Nefesh nella biografia: “La fine, “Intro”, si rivelerà essere l’inizio di tutto il percorso connessa alla prima traccia e i punti di riferimento si spostano un po’ dando una percezione diversa della realtà e seguendo questo inizio che riporta alla traccia 1 e quindi alla 2 si
riinizia il disco e quindi il viaggio.”.
Si comincia dunque con “Outro (Preludio Al Ritorno)”, i suoni lisergici e vocalizzi di origine sciamana, l’atmosfera scura e sofferente si cala immediatamente sull’ascolto. Giunge violento il Death Metal con stop & go ritmici e una voce davvero in grande spolvero in “Trilogia Il Ritorno”, grazie alla propria duttilità a seconda delle situazioni. Tastiere fanno da sfondo donando al tutto profondità e soggezione per un qualcosa che può sempre accadere di non molto rassicurante. Il suono si spezza per dare spazio ad un flebile piano per poi ripartire con volumi alti e grida. Un altalenarsi di emozioni che ben descrivono i testi in analisi. Infatti nel momento della libertà dell’individuo tutto diventa più intimistico, sparisce il Death ed il Metal per lasciare campo ad un nostalgico pianoforte, arpeggi di chitarra acustica e voce. La prima suite si conclude con un Metal più rassicurante in “The Hidden Sun”, palestra per le doti tecniche dei singoli componenti. Il finale è decisamente Prog nelle chitarre.
Dopo il “(Preludio Al Divenire)” giunge la seconda suite “Trilogia: Il Divenire” che si apre con un Death Metal di stampo più classico aperto a scelte canore variegate. “Vite Condivise” è un brano in formula canzone, cantato in italiano e facile da memorizzare. “Play Stay” procede l’operazione in maniera elettrica, ma la sostanza emotiva non varia, accresce invece la prova vocale di Tittarelli e gli assolo di chitarra. Molto interessante anche l’alternarsi di testi in inglese ed  italiano.
Dopo “(Preludio Al Risveglio)” inizia la terza suite intitolata “Trilogia: Il Risveglio”. Sferzate Metal e dialoghi spezzati da ritmiche ansiose colgono immediatamente l’ascolto. “Costellazioni” ritorna nei territori più sentiti e rassicuranti della canzone, comunque gridata e sentita. Con “A New Inner Vision” si hanno parvenze di Celtic Frost era “Into The Pandemonium”, degna conclusione della trilogia che tuttavia vede porre la parola fine con “Intro”.
La musica dei Nefesh si può semplicemente sintetizzare con immagini caleidoscopiche, colori e forme che si susseguono cambiando di volta in volta, lasciando sempre adito allo stupore, e oggi più che mai ne abbiamo bisogno come l’aria. MS


lunedì 11 novembre 2019

Resoconto presentazione libro METAL PROGRESSIVE ITALIANO


Di Saverio Spadavecchia e Daniele Gattucci


(Foto di Frankie Fox)


(Foto Eleonora Salari)

Daniele Gattucci:
FABRIANO - Come nelle migliori occasioni di questo genere, in una atmosfera cordiale e divertente, l’autore è rimasto a disposizione dei musicisti, dei cultori, dei curiosi rispondendo alle domande e fornendo delucidazioni su “Metal Progressive Italiano”. Il secondo libro del critico musicale Massimo Max Salari intitolato “Metal Progressive Italiano”, presentato sabato 9 novembre presso la Biblioteca Multimediale di Fabriano. Massimo Max Salari, bissa dunque un altro successo dopo la prima opera ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 – 2013, vincitrice anche del premio “Macchina Da Scrivere 2018” per la sezione “Migliore enciclopedia dell’anno”. In questo caso l’autore fabrianese si è ripresentato per la seconda parte enciclopedica dell’argomento sperimentale questa volta rivolta al genere Heavy Metal. Come detto, pubblico numeroso ha partecipato con vivo interesse a questo evento reso possibile grazie al patrocinio del Comune di Fabriano, introdotto dal musicista Fabio Bianchi e arricchito dagli interventi di ospiti importanti come Renato Gasparini e Marco Agostinelli degli Agorà, i Walls Of Babylon, i Soundsick, Hidden Lapse, il cantautore Frederick Livi, ed i Skyline. La suddivisione strutturale del libro ha consentito di presentarlo con tutti i dettagli necessari, affiancati con immagini di supporto per meglio spiegare il genere. Prima parte storica; la seconda divisa per regioni con tutte le band nominate regione per regione, comprese interviste ai protagonisti; la terza riguardante la discografia essenziale con recensioni annesse dei maggiori dischi sul genere. Infine le nuove tendenze e le conclusioni finali.
“METAL PROGRESSIVE ITALIANO- ha commentato Massimo Max Salari - è un libro che mette in evidenza un mondo musicale sperimentale in buon fermento, tante anche le band cittadine citate a dimostrazione che Fabriano e la musica godono di ottima salute”. Affermazione provata da un lavoro annoso e preciso che delinea un quadro generale di grande valore culturale e storico, uno spaccato unico al mondo mai approfondito da nessun altro autore per complessità e competenze. Certo, Salari, si espone su un argomento difficile, ma il risultato gli da ragione e Facebook attesta quanta partecipazione e gradimento hanno riscosso queste pagine postillate da parte di tutto il pubblico non solo nazionale. Non a caso, dopo la presentazione del libro i partecipanti sono andati tutti a cena “a dimostrazione – ci dice dopo aver sottolineato - le foto sono ad opera di Eleonora Salari, che la musica e la cultura in senso generale legano alla perfezione”. DANIELE GATTUCCI
                                                                                           
                                                 
                       

mercoledì 6 novembre 2019

Antico Lunario


ANTICO LUNARIO – Epitaffio
Autoproduzione
Genere: Neo Folk Rock
Supporto: EP – 2019


Con un nome affascinante e traboccante di essenza Folk Rock, gli Antico Lunario sono un progetto che si fonda in un sottobosco presso Imola nel 2017. Tutto nasce da un idea del cantante e chitarrista  Francesco Ronchi (ex Holocene, ex Sundale) e del polistrumentista Iven Cagnolati (ex Aferium). Dopo alcuni avvicendamenti nella line up e defezioni varie restano un trio, ma Jack Einarr Greywolf (basso) esce dal progetto all’inizio delle registrazioni di questo EP di debutto intitolato “Epitaffio”, presente solo sul brano “We Will Go Home” ed autore di alcuni testi. Dunque gli Antico Lunario oggi a tutti gli effetti sono un duo.
“Epitaffio” viene stampato in cinquanta copie fatte a mano, autoprodotte, così come è autoprodotta la registrazione e quant’altro. Le canzoni sono sei per quasi trenta minuti di musica.
La confezione cartonata è tasca per un libretto di accompagnamento fatto di simil carta paglia sempre ad opera di Francesco Ronchi. L’ep si apre con “We Will Go Home”, ispirata dalla versione tratta dal film “King Arthur”, a sua volta suggerita da una ninna nanna delle Isole Ebridi. Il suono è registrato in maniera più che sufficiente, e quello che scaturisce dalle note è tanta storia riguardo al genere, l’arpa, le chitarre acustiche, le percussioni idiofone il tamburo ed il basso disegnano arie dal profumo antico, proprio come suggerisce il nome della band.
Il supporto del vento e la pioggia portano all’ascolto di “Silvestre Lambire”, brano con piccole velature di Progressive Rock, basate su alcuni giri di chitarra dal profumo Genesiano. Il cantato è in italiano e bene si adatta la voce di Ronchi nel contesto, malleabile a seconda delle esigenze. Alcuni passaggi mi rammentano i siracusani Fiaba.
“Del Tramonto Bramante” è una ballata su testi scritti da Jack Einarr Greywolf, ed il tempo sembra essersi fermato nel Medioevo. Tante le emozioni che scaturiscono da queste poche e semplici note, la sostanza è tangibile. Spettri, acqua, donna, fuoco, luna, cielo, tutti ingredienti che sanno trattare questi argomenti fiabeschi con sapienza e semplicità.
“Sulla Trepidazione” è più vigorosa, con arpa, mandolino, stompbox, percussioni, chitarra e basso, una nenia insistente che ha intrinseco il profumo della terra, il bosco è tutto attorno a noi e sembra rotearci attorno. Con “Della Risacca Che Culla” ho  sensazioni che mi conducono si nel nord dell’Europa, ma nel versante svedese, dove band come gli Opeth in versione acustica spesso hanno saputo donare quella tinta di oscurità al Folk che non guasta.
L’ep si conclude con “Epitaffio”, qui l’outro rammenta un motivo anonimo dell’antica Grecia intitolato “Epitaffio Di Sicilo”, ritrovato su una stele funebre di marmo risalente al II secolo a.C. ed il I secolo d.C.  Qui Iven Cagnolati suona anche l’Euro, uno strumento a corda ideato da lui stesso.
Quello che erompe dall’ascolto di “Epitaffio” è una sensazione di libertà, di natura, tempi antichi  a tratti oscuri ed in altri frangenti più aperti, anche se  la prima sensazione è quella maggiormente vissuta dall’ascoltatore.
l’EP sarà acquistabile dalla pagina bandcamp della band o scrivendo un messaggio direttamente alla pagina facebook del gruppo. MS