sabato 18 aprile 2015

Steven Wilson

STEVEN WILSON – Hand.Cannot.Erase.
KScope
Distribuzione Italiana: Audioglobe
Genere: Post Modern Prog
Supporto: 2lp – 2015


Se ne dicono troppe su Steven Wilson, di sicuro non è un personaggio che lascia gli ascoltatori indifferenti. Chi lo osanna ad ultimo genio moderno e chi invece grida al flop e alla sua presunta furbizia del mestiere. E’ sicuramente molto prolifico, questo è un dato che accomuna tutti i critici, infatti dal suo progetto madre, i Porcupine Tree (al momento congelato) ai No Man e ai Blackfield (anche qui al momento congelato), i sui fans hanno di che mettere le mani al portafoglio.
Se ne dicono troppe su Steven Wilson, come se miscelare sonorità King Crimson con Pink Floyd e del Metal oscuro alla Opeth fosse un reato. Sporcare il Prog con il Metal è un sacrilegio per molti ascoltatori. E poi come si permette di mutare disco dopo disco…chi si crede di essere!
Se ne dicono troppe su Steven Wilson, che è sempre troppo malinconico, oscuro, a volte macabro, ma che è malato? In “Hand.Cannot.Erase” non ripete il canovaccio usato per l’ottimo predecessore  “The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)” disco che ha messo d’accordo molti “progghettari”, eppure sarebbe stato facile ripetere tale grandiosità, la formula il ragazzo la conosce bene, non dicevate che era un furbo? Lui no, lascia il sentiero per addentrarsi in un contesto più semplice, apparentemente banale, rivolto maggiormente alla formula canzone. Non più lunghe suite, bensì quadri sonori a se stanti che assieme confluiscono in un contesto che parla della morte di una ragazza rinvenuta soltanto tre anni dopo il decesso. Questo fatto ha colpito molto l’autore, tanto da trarne una sorta di concept, cosa rara per la sua discografia.
Chi si attendeva un Wilson roboante  e magniloquente, come ascoltato l’anno scorso, qui resta un attimo interdetto, le canzoni sono semplici, si grida al tradimento ascoltando l’elettronica ed il minimalismo di “Perfect Life”.
Se ne dicono tante su Steven Wilson, che è un noioso flop, ma allora mi sorge un dubbio… cosa ci fanno con lui artisti del calibro di Guthrie Govan (chitarra), Nick Beggs (basso), Marco Minnemann (batteria), Adam Holzman (tastiere), Theo Travis (sax, flauto) e Ninet Tayeb (voce)? Amano annoiarsi suonando? Eppure Minnemann anche qui non sembra neppure umano, ma un polipo. Molte di queste affermazioni non le ho inventate io, le ho copiate pare pare da internet.
E allora, visto che se ne dicono tante, dico anche io la mia, “Hand.Cannot.Erase.” è un disco di passaggio nella vita musicale dell’artista, in esso sembrano convogliati i progetti Porcupine Tree, No Man, Blackfield, miscelati e digeriti, una sorta di embrione in fase di sviluppo, sembrano più distanti  “Insurgentes” e anche “Grace For Drowning”…mangiati e digeriti. L’artista non vuole stupire, a mio modo di vedere è soltanto se stesso, come è oggi, uno dei pochi che fa musica per il proprio piacere, altrimenti fosse il contrario avrebbe continuato a sfornare dischi in stile Porcupine Tree, viste le sue vendite.
Ho scritto questa recensione molto tempo dopo aver ascoltato per l’ennesima volta il disco e ho voluto anche la versione in doppio lp per goderne a meglio le sonorità, ed ho fatto questo per non lasciarmi scappare facili commenti entusiastici, ma per commentare a mente fredda e lucida. La puntina sta distruggendo i solchi di “Regret#9”, già questo brano da solo vale l’acquisto del disco! No, non grido al capolavoro e forse non lo dirò mai neppure negli anni a venire e dopo altri numerosi ascolti, di certo ci è andato molto vicino e in silenzio subisco questo suo modo di concepire la musica.

Lo avessi di fronte gli direi soltanto una cosa: “Avanti così, la storia ti segue, come ti seguono i migliaia di gruppi al mondo che ti stanno facendo il verso”. MS

venerdì 17 aprile 2015

Mosquitoes

MOSQUITOES – Zapp
Autoproduzione
Genere: Hard Rock / Blues
Supporto: cd – 2015


Divertente! Questo è il primo aggettivo che mi è venuto in mente alla fine dell’ascolto di “Zapp”. Il disco che simpaticamente prende il titolo da una ditta di insetticidi indonesiana  che durante il periodo di registrazione, ha espresso il proprio “I Like” sul profilo Facebook della band di Foligno, è ad opera dei Mosquitoes.
Sono attivi dal 2012 grazie ad un idea di Alessandro Donati (basso) e Luca Giuliani (chitarra), con loro si aggregano Ismaele Zampognini alla batteria, Tommaso Giuliani alla chitarra e Tiberio Rossi Magi alla voce. Solo Leonardo Germani sostituirà nell’estate del 2014 alla batteria Zampognini.
Ma divertente perché? Perché semplicemente la musica è contagiosa, si denota la spontaneità ed il divertimento che prevarica tecnicismi inutili ed altri orpelli vari al riguardo. Denoto anche buona personalità.
I testi raccontano della società e di fatti vissuti personalmente, non esula neppure l’argomento “amore”, sempre trattato nella musica. “Zapp” è dunque composto da  cinque brani e si comincia con “Bobby The Beggar”, dove l’alienazione della società moderna viene esposta alla luce del giorno. Il pezzo lascia spazio alle melodie orecchiabili, di facile memorizzazione e buona è la prova vocale di Rossi Magi che senza forzare riesce a dare rotondità al brano. Qui mi soffermo anche a fare una considerazione, finalmente una band italiana che ha capito che in una canzone Rock (che così si possa almeno definire) serve un solo di chitarra, non importa quanto sia lungo. Questo non deve essere composto da chissà quale tecnica, ma serve per spezzare e dare incisività. In questo caso bravi i Mosquitoes.
Il Rock vigoroso procede con  “Legal Slavery”, incisivo anche nel testo che tratta  di condizionamento mascherato da libertà. Anche la sezione ritmica non esula dal discorso della semplicità messa a disposizione dei fatti. Per il cantato in generale la band ha scelto la lingua inglese.
Divertente e più grezza, al limite del polveroso la seguente “Three Blacks”, qui il gruppo dimostra di sapere cosa significa fare Rock. Da essa si evince che uno stile di vita Rock (almeno così lascia presagire), c’è stato. L’amore di cui prima facevo cenno, è trattato nel romantico respiro di “Breath”, ballata all’inizio semplice ma che va in crescendo sia emotivo che sonoro, per raggiungere un ficcante solo di chitarra elettrica.
Il disco si chiude con “Red Magic”, altro tassello Rock puro, senza se e senza ma.
Come esordio “Zapp” non è per niente male, ci presenta una band carica, sincera e passionale. La registrazione effettuata agli Urban Recording Studio rende giustizia, grazie ad un sound privo di sbavature. Con piccole aggiunte sonore o migliorie in ambito di arrangiamento, sono certo che i Mosquitoes possono darci soddisfazioni ancora più grandi, ma il piede di partenza è già quello giusto. Ma, cari Mosquitoes, non date retta a scribacchini o critici come me, altrimenti già non sareste più Rock! Bravi. MS


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