sabato 28 marzo 2015

Argos

ARGOS – A Seasonal Affair
Progressive Promotion Records
Distribuzione Italiana: G.T. Music Distribution
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2015


Ho sempre apprezzato l’operato dei tedeschi Argos e nel tempo ho avuto modo di parlare bene della loro musica, chi mi legge lo sa già. La loro completa discografia è raccomandabile, a partire da “Argos” (Musea) del 2009 a “Circles” (Musea) del 2010 e “Cruel Symmetry” (Progressive Promotion Records) del 2012.
Ma con “A Seasonal Affair” in mano, solo guardando il bellissimo artwork della copertina a cura di Bernd Webler, si capisce subito che lo sforzo creativo del quartetto questa volta è differente. Infatti cambia il logo della band, e le atmosfere si fanno visivamente più oscure e malinconiche. Non ci resta che andare ad ascoltare la nuova proposta di Thomas Klarmann (basso, flauto, tastiere, chitarra e voce), Robert Gozon (voce e tastiere), Ulf Jacobs (batteria, percussioni e voce) e Rico Florczak (chitarra e voce), ma non prima di aver sottolineato la presenza di special guest importanti, come il leader dei Parallels Or 90 Degrees e The Tangent, Andy Tillison (tastiere), Thilo Brauss (tastiere) e Marek Arnold (sax).
“Vanishing” con cipiglio inizia il percorso sonoro, grazie ad un velo di  malinconia che sorvola il brano, arricchito di interventi elettronici e con un buon momento di chitarra elettrica.
Il cantato di “Divergence” ricorda l’approccio vocale di David Byrne dei Talking Heads, il brano però si lancia a metà percorso in un arioso e Progressivo assolo strumentale. Tuttavia il bello comincia ad arrivare da “Silent Corner”, dove gli Argos dimostrano di aver formato una propria personalità distaccandosi un poco dal precedente New Prog. Giusta malinconia che dona melodia e profondità emozionale. Questa volta la parte strumentale è affidata al flauto e brividi percorrono la pelle, si sente anche la mano di Andy Tillison. Meno interessante “Silver And Gold”, brano più semplice, mentre il livello torna ad innalzarsi con “Lifeboats”. E come un buon disco Prog esige, ecco anche la suite, in questo caso la definirei più “mini” suite, visto la durata di dodici minuti e mezzo, dal titolo “Not In This Picture”. Inutile dire che ci sono tutte le caratteristiche al riguardo, compresi cambi di tempo ed umorali, ma questo si sa già. Quello che ne scaturisce è una profonda consapevolezza dei propri mezzi e dell’avvenuta crescita artistica, gli Argos hanno il pieno controllo delle proprie capacità e non vanno a strafare. Questo dona credibilità e bellezza al brano, perché fatto bene, con semplicità. Sempre coinvolgenti i fraseggi strumentali.
Giunge la title track “A Seasonal Affair” e ritorna il flauto ad accarezzare l’ascolto. Anche qui aleggia il velo di malinconia che accompagna molto del materiale sonoro ascoltato sino a questo punto. Fra le mie preferite “Forbidden City”, uno strumentale che da sfoggio della cultura musicale Argos, poi quando c’è il flauto….Uno spiraglio di solarità.
L’album si chiude in teoria con “Stormland”, in pratica no, perché la copia in mio possesso è arricchita da due bonus tracks, “Killer” e “Black Cat” tratte dal loro primo album, qui risuonate in versione 2015.
La colorata farfalla di “Cruel Symmetry” è volata via, oggi gli Argos sono qualcosa in più.

Un lavoro diverso, il gruppo tenta di staccarsi da certi canoni del genere, mettendo più a nudo la propria personalità. Questo ai miei occhi risulta essere un pregio di non scarsa rilevanza, decisamente un encomio ad un disco che di per se fa partire uno spontaneo applauso. MS

Active Heed

ACTIVE HEED – Higher Dimensions
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd- 2015


Con “Higer Dimensions” torna dopo due anni dal buon “Visions From Realities, il compositore e scrittore di testi Umberto Pagnini. Ritorna assieme al suo Prog ispirato, spesso gentile e mai forzato, con l’ausilio di un altro grande nome del panorama italiano moderno, Cristiano Roversi (Moongarden), qui in veste sia di arrangiatore che di produttore. Il gruppo musicale che partecipa al progetto è composto oltre che da Roversi (tastiere e basso), da Gian Maria Roveda (batteria),
Mirco Ravenoldi (chitarre) e Per Fredrik Asly (PelleK) (voce). L’artwork è ad opera di Antonio Seijas.
Dodici sono i brani, ad iniziare da “The War Of Tempos”, canzone che apre il disco con veemenza, al confine fra Hard Prog e New Prog. Godibili le fughe di tastiera di Marillioniana memoria.
Arpeggio di chitarra per l’intro “Genesiano” di “Far Escape” per poi giungere al boato sonoro di tastiere a cascata.
Se proprio dobbiamo ricercare  pecche, le possiamo scovare in una vocalità non sempre all’altezza dei momenti sonori, probabilmente meno cantato avrebbe giovato all’ascolto. Non che PelleK non sia bravo, anzi, ma diciamo che accade un poco quello che accadeva con i Marillion, ossia una logorroicità lirica a discapito di una musica invece sempre all’altezza della situazione. In altri casi invece la voce di PelleK si trova perfettamente ad agio.
Più debole “A Little Bit Expired”, seppur gradevole. Ci pensa “Gaps In Time” a rialzare il tiro con una piccola visita nel Folk di matrice anglosassone, canzone orecchiabile e spaziosa.
“Higher Dimensions” è un album scorrevole, pregno di giuste melodie, come non nominare “Multiple Replies”, l’epicità di “The Numbers Of God”, anche “Kick-Ass Grammar” è la classica canzone che un amante del genere vorrebbe sempre ascoltare, con tastiere in abbondanza, arpeggi di chitarra acustica, cambi umorali e di tempo. Anche il sottoscritto apprezza e di che tinta!
Altre canzoni interessanti a cui lascio a voi la sorpresa di scoprire.
Il genere Rock Progressivo Italiano sembra godere di una fiammella pilota sempre accesa, alla faccia dei gufi che lo hanno sempre dato per finito negli anni ’80, consiglio loro di documentarsi meglio e di ascoltare dischi come questo. Di certo non un must, tuttavia oggi neppure un genio come Steven Wilson riesce a registrare un capolavoro… misteri dei nostri tempi. MS



domenica 15 marzo 2015

Empty Tremor

EMPTY TREMOR – Slice Of Live
SG Records
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2015


Negli anni abbiamo appurato le potenzialità dei ravennati Empty Tremors, quattro album da studio di buona valenza artistica, lontano il 1997 con l’esordio “Apocolokyntosys”. Il tempo passa e l’esperienza accresce, la band si esprime in un Metal Prog di buona personalità e questo è tutto un dire in un movimento derivante da mostri (nel senso positivo della parola) come i Dream Theater. Non che tutto il genere dipenda da loro, intendiamoci,  ma inesorabilmente certi collegamenti vengono a galla. Eppure gli Empty Tremor hanno saputo scrollarsi di dosso molto di questo materiale, producendo anche nell’ultimo album da studio “Iridium” un lavoro più che dignitoso e come dicevo prima di personalità.
Oggi sono passati 20 anni dalla loro fondazione e per questo decidono di deliziarci con un album registrato dal vivo all'Arena di Mezzano (RA) il 2 agosto 2013, organizzato proprio per l’anniversario.
Il concerto è acustico e questa scelta dona ai tredici migliori brani scelti nella loro discografia un altro fascino, una nuova veste che sa di aria fresca. “Slice Of Life” è anche il titolo di un brano tratto dal loro primo album, quando nelle fila ancora militava alle tastiere Daniele Liverani, ed il pezzo ne racchiude gran parte dell’anima Tremor.
Giò De Luigi (voce), Marco Scott Gilardi (tastiere), Marco Guerrini (chitarra), Christian Tombetti (chitarra), Dennis Randi (basso) e Stefano Ruzzi (batteria e percussioni) sono gli artefici di questo progetto sonoro.
Bella la voce di Giovanni De Luigi, perfettamente ad agio in questa formula, così importante e pulito il lavoro delle due chitarre. Resto personalmente colpito dalla cristallinità di “Lost In The Past”, per certi frangenti vicina anche ai vecchi Genesis, dimostrazione che comunque la band si sa affacciare anche in quel calderone culturale che erano gli anni ’70.

Di sicuro il Metal Prog si presta molto bene alle versioni acustiche, essendo esso un genere ricco di cambi umorali e “Slice Of Live” ne è la prova inconfutabile. Non mi resta che consigliarvi questo bel momento di relax acustico e di fare anche i miei personali auguri a questo sestetto che tiene alta la bandiera della nostra buona musica in tutto il globo. MS

Liberae Phonocratia

LIBERAE PHONOCRATIA – Presuntrogloland
Autoproduzione
Genere: Jazz – Rock progressive
Supporto: cd - 2015


Piano piano ritorneremo ad appropriarci del valore delle cose, la finiremo di correre inutilmente e di non ascoltarci più. Imploderemo inesorabilmente. Stop a “chiacchiere” mediatiche date dalla stupidità di essere tutti rassicuratamene uguali, perché non è così che l’uomo è. Oggi ci facciamo violenza per “non essere” noi stessi, cerchiamo forzatamente di piacere agli altri con la triste sicurezza di non piacerci. Eppure siamo individui naturalmente unici.
Finalmente mi imbatto in un disco dedicato a questa tematica, sempre a me cara, perché svela la differenza della musica degli anni ‘60/’70 da quella di oggi. Il perché è semplice, in quegli anni l’individuo era al centro dell’interesse, ossia con la sua unica personalità, volenteroso di distinguersi dalla massa, oggi invece è l’esatto contrario.
Liberae Phonocratia si vuole riappropriare di questa personalità, Liberae Phonocratia mette alla luce del sole il complesso periodo in cui viviamo, sfregiato da una profonda aridità culturale. Così nasce “Presuntrogloland” (landa dei presuntuosi trogloditi), sintesi di cosa siamo e come non ci vediamo, ossia volgari urlatori del nulla.
Ritrovo in questo progetto una  mia conoscenza, Stefano De Marchi, chitarrista e compositore dei milanesi Psicosuono, autori di due album molto interessanti, “Aut Aut” e “Eta Carinae” (anche in versione  cantata in inglese).
Liberae Phonocratia è un trio, che si completa con Daniele Cortese al basso e Fabrizio Carriero alla batteria e percussioni. La musica proposta va ad esplorare la mente dell’ascoltatore grazie alla chiave sperimentale del Jazz che si incontra con il Progressive Rock e l’improvvisazione.
Emblematica la copertina del cd creata da Giulietta Kretsu, dove un profilo umano manifesta temporali di parole, ed un altro con un lucchetto nel cervello a testimonianza della chiusura mentale, come direbbero i Marillion di Fish: “Incommunicado”.
Sei brani di media-lunga durata, a partire da “T-Rex”, comprensivo di bell’assolo di basso, batteria e chitarra. Fra le note e l’improvvisazione trapela la cultura musicale dei singoli componenti, gli anni ’70 e una buona tecnica individuale. La chitarra di De Marchi disegna spesso confini mediterranei. Cambi di tempo in “Presuntrogloland”, cinque minuti dove la chitarra la fa da padrona.
Con “Lingua D’Asfalto” i giochi cambiano, l’intesa del trio è più evidente, così la fase jazz e comunicativa degli strumenti, fra scale ed arpeggi d’effetto. Trapela all’ascolto anche il divertimento degli artisti, i quali si sentono liberi di scorrazzare nella musica per la mente. Gli strumentisti si ascoltano e lasciano spazio alla loro singola comunicatività. Toccante l’arpeggio iniziale di “Placide Acque”, e l’improvvisazione è sempre legata ad un filo conduttore di armonia.
La sperimentazione esce a nudo in “Qualcuno Ha Bussato?”, soprattutto grazie alle numerose percussioni, ma nella parte centrale si ritorna a ritmiche solari ed assolo. Chiude “Hare Kitsch & Veganization”, divertente  e dal profumo Zappiano. Album strumentale scorrevole e gradevole.
“Presuntrogoland”, uno scioglilingua che scioglie anche i nodi della mente, se siete amanti del pensare. MS


Narrow Pass

NARROW PASS – A New Day
Musea Records
Genere: Symphonic Progressive Rock
Supporto: cd – 2014


“Un viaggio interiore ed esteriore... al buio, fuori al freddo. La notte diventa un bozzolo all'interno del quale si può trovare un'alba di rinascita”.
Così ritornano i genovesi Narrow Pass del chitarrista Mauro Montobbio in questa terza testimonianza da studio dopo cinque anni dall’ottimo “In This World And beyond”. Ma quanti artisti validi ci ha dato “Zena”, la città ligure che sin dagli anni ’70 ci ha tempestato di gioielli Progressive Rock e non solo, davvero tantissimi. Quel Progressive che ci ha resi noti in tutto il mondo, un genere che soltanto noi italiani stessi non sappiamo valorizzare al meglio perché affetti dalla malattia esterofila.
Il gruppo oggi è composto oltre che da Montobbio (chitarra e tastiere), da G.B. Bergamo (grand piano, hammond), Luca Grosso (batteria e percussioni), Alessandro Serri (voce, chitarra, basso,oboe e percussioni) e Anna Marra (voce). Con loro partecipano ospiti di eccezione, nomi noti nel campo Prog italiano contemporaneo, come Edmondo Romano (Eris Pluvia, The Ancient Veil, Höstsonaten) al sax e flauto, Fabio Gremo (Daedalus, Il Tempio delle Clessidre) al basso, Elisa Montaldo (Il Tempio delle Clessidre) al piano e Sandro Marinoni (Società Anonima Decotruzionismi Organici) al flauto, ma ciliegine sulla torta già di per se molto farcita sono Cathy O'Gara (voce) e John Hackett (flauto).
Il disco è composto da otto canzoni, ovviamente in perfetto stile Prog, ossia con suite e brani ricchi di cambi di tempo. Con i Narrow Pass si esplorano territori acustici, solari e se vogliamo dare dei punti di riferimento musicali, vicino ai Camel, ai Pink Floyd ai Genesis e ad una fetta di New Prog.
Tuttavia, un buon amante del genere, già viene accalappiato dalla inequivocabile copertina “Prog” ad opera di Carlo Cibrario Sent e Simona Corniola.
La title track “A New Day”, divisa in due parti, si apre con delicatezza ed una chitarra in stile Hackett, l’evolversi poi si sviluppa in crescendo, fra cambi umorali e di stile. Arpeggio di chitarra, flauto ed oboe per la strumentale “The Challenge” con John Hackett, sicuramente una delle canzoni più apprezzabili dell’intero lavoro. Brividi inevitabili, anche durante il solo di piano. In “Fireflies” giunge la soave voce di Anna Marra, ed il pezzo ha un fragrante profumo bucolico di arie Folk. Una ballata soffice. Il ritmo si alza in “Acquiring Wisdom” pur restando in un marcato territorio melodico. Ma tutta la musica dei Narrow Pass gioca sul fattore emotivo e toccante. Giochi elettronici a loop aprono “Metamorphosis”, movimento libero da schemi di sorta, dove la chitarra diventa più Rock e la musica si avvicina al New Prog. Inglese la metrica strutturale di “Flaming Snakes”, affiorano anche i Marillion era Fish anche se solo per alcuni frangenti. Altro strumentale è “Hard Work” e questa volta il pensiero potrebbe tornare a quello stile italico che band come PFM ha reso noto. Il disco si chiude con “Xroads”, sunto di un genere che a mio avviso non finirà mai di emozionare, grazie alla tecnica a disposizione delle buone melodie.
I Narrow Pass sono tornati con eleganza, quasi in punta di piedi, ma la musica proposta pur risultando delicata, è autoritaria, diretta e portatrice di emozioni.
Ora spero soltanto che per ascoltare un altro bel disco della band non devo aspettare altri cinque anni, ma qui subentrate soprattutto voi, dategli una opportunità e non ve ne pentirete. MS