sabato 27 ottobre 2018

Old Rock City Orchestra


OLD ROCK CITY ORCHESTRA – The Magic Park Of Dark Roses
Avanguardia Convention
Genere: Dark Prog Rock
Supporto: cd - 2018




Ho già avuto modo nel tempo e nei vari canali in cui opero,  di tessere le lodi della band orvietana Old Rock City Orchestra. Nel 2012 colpiscono l’attenzione sia della critica che del pubblico con l’ottimo album d’esordio dal titolo “Once Upon A Time” (M.P. & Records/G.T. Music), un disco dove la Psichedelia, il Blues ed il Prog si convogliano in canzoni ben interpretate dalla voce di Cinzia Catalucci. A seguire “Back To Earth” (M.P. & Records/G.T.Music) del 2015, ulteriore passo verso la maturazione artistica che generalmente per ogni artista si concretizza ufficialmente nel terzo album in  studio, in questo caso trattasi di “The Magic Park Of Dark Roses”, dunque  qui o si vola o si cade.
E allora andiamo a vedere cosa ci propongono gli Old Rock City Orchestra in questo nuovo lavoro:
La prima cosa che salta subito all’occhio è il cambiamento di stile grafico, i colori e gli spazi lasciano il posto alla ristretta oscurità gotica dei paesaggi e dei disegni, questi ad opera di Lucy Ziniac con le fotografie di Francesca Mancinetti. Anche il look del trio Cinzia Catalucci (voce), Raffaele Spanetta (chitarra, basso, tastiere) e Michele “Mike” Capriolo (batteria), non lascia adito a dubbi. Dieci canzoni per intraprendere un lungo viaggio nella fantasia musicale, dove passato e presente si incontrano saldandosi in maniera perfetta. Lo stile è ben marcato e come sempre la voce è punto di riconoscimento.
“The Magic Park Of Dark Roses” apre il disco e rilascia come in un affresco le pennellate di musica a rappresentare la sua veste immaginaria. Non è poi così oscuro il parco, ma gode di tanto in tanto di uno sprazzo di luce. Non nascondo da parte mia di scovare certi richiami sonori ai Black Widow. “Abraxas” ne è appendice.
Resto colpito da “ The Fall”, qui l’artwork si sposa alla perfezione, un andamento alla “Child In Time” sorprende all’inizio, anche se ovviamente siamo distanti dallo stile Deep Purple.  Un intercedere nel Gothic Rock monolitico, alleggerito solo dalla soavità della voce. Giunge poi un flauto, quello della ospite Chiara Dragoni ad aprire ed a stemperare l’atmosfera con “Vision”, il sound diventa improvvisamente nordico e certe lande si spalancano avanti gli occhi della nostra immaginazione.
“A Night In The Forest”  racconta sensazioni forti rilasciate da una notte nella foresta, e quello che musicalmente si estrapola è la semplicità con cui basta emozionare l’ascoltatore. Pochi tecnicismi, un riff efficace, diretto e ben arrangiato. Il canto qui è maschile. Il ritmo sale in “The Coachman”, tuttavia non muta l’essenzialità delle movenze artistiche dei strumentisti.
Rimango affascinato dalle sonorità di “A Spell Of Heart And Soul Entwined”, dove le tastiere ricoprono un ruolo fondamentale, sia per il supporto che per l’andamento dell’insieme.
“Thinkin’ Bout Fantasy” prosegue l’essenza oscura della proposta, mentre la successiva “ Soul Blues” spiazza l’ascoltatore, riportandolo a certi fasti Blues di un tempo sporcato da innesti Progressive Rock, un pezzo che nell’insieme del disco non ti aspetti. Gradevole e di classe. L’album si conclude con un brano strumentale, “Golden Dawn”, epitaffio di un bosco oscuro alla scoperta dei suoi ospiti, a partire da chiese e sentieri che donano brividi alla vista, ma anche piacevole curiosità.
Gli Old Rock City Orchestra stanno intraprendendo un percorso artistico che sentono a pelle, oggi sono così,  in questo caso la prova del terzo album è passata, anche se ho come la sensazione che il bello debba ancora venire…O divenire? MS

GUARDA ANCHE:

 https://nonsoloprogrock.blogspot.com/2015/05/old-rock-city-orchestra.html

https://nonsoloprogrock.blogspot.com/2012/07/old-rock-city-orchestra.html

Watershape


WATERSHAPE – Perceptions
Watershape Productions
Distribuzione: Atomic Stuff Promotion
Genere: Metal Progressive
Supporto:cd – 2018


Se la storia del Progressive Rock è contorta e piena di incertezze riguardo la direzione degli stili musicali da intraprendere nel tempo, quella del Metal Progressive pur essendo più breve, non ha altrettanto vita semplice. Infatti, l’unione fra la cosiddetta “musica colta” (Prog) e la “musica grezza” (Metal), come alcuni la definiscono, per molti ascoltatori risulta essere una sorta di mostro sonoro ricolmo di incongruenze. Due stili inconciliabili? Eppure iniziò tutto molto semplicemente, quasi in sordina, passando per l’Hard dei Rush nella fine anni ’70 al sound Queensryche più ricercato negli anni ‘80. La svolta fu data dai Dream Theater verso la fine degli anni ’80, e se andiamo bene a guardare di cosa si è trattato in fin dei conti fu soltanto l’ingresso delle tastiere nel Metal. Poi la sinfonia, il classicismo, la tecnica e quant’altro, hanno avuto una rilevanza fondamentale.
Questa mia arringa iniziale sta a dimostrare che comunque sono passati già quasi 30 anni dall’ufficializzazione della nascita del genere, e da quello che in definitiva fu denominato allora  “un aborto”, ma tutto questo ancora persiste ed ha persino un buon seguito.
I vicenzini Watershape  lo hanno recepito e con la propria personalità hanno dato vita a questo album d’esordio dal titolo “Perceptions”. Si formano nel 2014 dopo che il batterista Francesco Tresca (Arthemis, ex-Power Quest) lascia la band Hypnotheticall. La line up viene completata da Nicolò Cantele (voce), Mirko Marchesini (chitarra), Mattia Cingano (basso), e Enrico Marchiotto (tastiere).
Se all’ascolto dei nove brani dell’album andiamo ad analizzare le influenze a cui la band fa riferimento, si possono evincere gruppi sia del passato Progressive Rock come King Crimson, Genesis, Gentle Giant, che capisaldi del Metal Progressive come Dream Theater, Pain of Salvation e  Opeth. Il sunto di tutti questi innesti risiede in un unico grande artista di nome Steven Wilson e nei suoi Porcupine Tree. Questo è quello che si evince sin dall’ascolto del primo brano dal titolo “Beyond The Line Of Being”. Scale alla King Crimson ossessive nell’incombenza, spezzate dalla bella voce di Cantele su modalità Gentle Giant. Le chitarre distorte sono la presenza del Metal mentre le tastiere ricoprono il ruolo alla “Dream Theater” per intenderci, et voilà il Metal Progressive è servito.
I Watershape lo sanno fare molto bene, con consapevolezza e stile. “Cyber Life” gioca con la musica, si districa fra coralità e cambi di tempo, qui a sorpresa c’è anche una spolveratina di Metal anni ’90 al confine con il Grunge. Ottima la parte centrale strumentale per idee.
Ho parlato dei Porcupine Tree, questi si possono estrapolare anche dall’ascolto di “Alienation Deal”, canzone fra i momentii più alti dell’intero disco. Se poi si vuole entrare nel mondo Watershape al 100% , basta ascoltare “Stairs”, bel sunto sonoro di quanto detto. E’ indubbia la capacità compositiva e la tecnica di questi ragazzi, ma soprattutto il gusto per la melodia e per un ritornello sempre affabile.
Ancora coralità richiamano i Gentle Giant in “The Puppets Gathering”, altra gemma di “Perceptions” con tanto di voce femminile, quella dell’ospite Chiara Vecchi. E a proposito di ospiti, troviamo anche Antonio Gallucci al sax in  “Inner Tide” e  in “Cosmic Box #9”. Proprio “Inner Tide” è un lento che mette in mostra le capacità interpretative dei vocalist. La voce grossa i Watershape la sanno fare in “Fanciful Wonder” mentre “Season” fa sognare ad occhi aperti, un “sogno teatrale”.
Questo, ne sono sicuro, è un disco che può piacere anche a chi non fa del Metal il suo credo, perché ho parlato tanto di etichette e di stili, ma in definitiva trattasi soltanto di musica, di tanta buona musica. MS

domenica 21 ottobre 2018

Lifestream


LIFESTREAM – Diary
Lizard Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


Ci sono alcune regioni d’Italia che ricoprono in ambito progressive Rock un ruolo particolarmente importante, la Toscana è una di queste. I Lifestream provengono da Prato e si formano nel 2006. Rilasciano un primo ep di quattro pezzi e dalla musica contenuta si evincono tracce influenzali di gruppi come Pink Floyd, Genesis, Yes, Kansas, Pain Of Salvation, Porcupine Tree e Marillion.
Caratterialmente sono forti, hanno basi Hard Rock, AOR oltre al dimostrare di aver assimilato la lezione del periodo vintage del genere, il tutto sia con rispetto che rielaborando il suono con la propria personalità. Resto sempre colpito da questo continuo fiorire di band al riguardo e non posso che esserne felice, così ne sono altrettanto per l’accurata attenzione che gli addetti ai lavori di questo genere (sempre più esiguo) dedicano a questi nuovi artisti, alla ricerca di ottima musica “sincera”.
I Lifestream sono Alberto Vuolato (chitarra), Andrea Franceschini (tastiere), Andrea Cornuti (basso) e Paolo Tempesti (batteria, voce). Il disco si presenta in una elegante confezione cartonata contenente un miniposter orizzontale con tanto di testi ed immagini. Il suono è equilibrato e pulito, la registrazione rende merito ai brani. I testi parlano d’appunti su diario di gioie, delusioni, sconfitte e rinascite che fanno da filo conduttore all’album composto da otto tracce. Da rimarcare la citazione finale di “E Mi Viene Da Pensare” del Banco Del Mutuo Soccorso per omaggiare Francesco Di Giacomo e Rodolfo Maltese venuti a mancare durante la stesura e la registrazione di questo disco.
“Diary” si apre con “Dreamer” ed il cantato in inglese. L’Hammond da un tocco color seppia all’ascolto, il tocco a cui mi riferivo in precedenza, quello del tempo passato, delle radici vintage quando il Pop Rock (allora il Prog così si chiamava) dettava legge, chitarre alla Steve Hackett e David Gilmour annesse.
I brani hanno tutti una lunghezza abbastanza consistente, sui circa sette minuti di media e di sedici la mini suite “Over The Rippling Waters”.
“Built From The Inside” è anche lei ricca di cambi di tempo e di buoni assolo, quelli che molto spesso fanno chiudere gli occhi e sognare. Noto altresì un passaggio nel New Prog anni ’80.
“The Shy Tree” per il gusto musicale del sottoscritto è uno dei brani migliori del disco, apprezzo i crescendo emotivi, quando si passa dalla ballata all’enfasi corale dell’assolo finale. Cattureranno molti vecchi nostalgici come me. “Sound Of The Earth” si fa notare per un bell’assolo di chitarra elettrica, oltre che per la prova vocale sopra le righe.
“Discoveries” è la prima mini suite dell’album nei suoi dieci minuti, variegata fra schiaffo e bacio, chitarre Hard e tastiere (piano compreso) che sciolinano melodie incantevoli. Pane per il Prog fans incallito.
Un arpeggio di chitarra con l’incedere malinconico inizia “Whispers”, molto stile Genesis, e l’aria attorno a noi cambia, si ha la sensazione che il tempo si sia fermato in quegli anni in cui la bellezza sembrava essere una cosa normale, oggi ricerchiamo quegli attimi come l’oro. I Lifestream qui ci deliziano.
E’ poi la volta della nominata suite, e qui le carte vengono calate tutte di un botto. Il disco si conclude con la title track “Diary”, si giunge a capolinea sazi e consci che la fame di Prog in poco tempo è passata. Il cibo? Ottimo direi.  Buon appetito ai buongustai. MS

sabato 13 ottobre 2018

Opera Oscura


OPERA OSCURA – Disincanto
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T.Music
Genere: Metal Progressive- Dark
Supporto: cd – 2018


Gli Opera Oscura sono di Roma e “Disincanto” è il debutto discografico. Il gruppo è capitanato dal tastierista e compositore Alessandro Evangelisti e dal chitarrista Alfredo Gargaro.
Il nome che si sono preposti è perfetto per la musica che suonano, descrizione indovinata, fra Opera (grazie anche alle belle voci di Francesca Palamidessi e Serena Stanzani), Dark Rock moderno, Metal e Progressive Rock. La band si pone l’obbiettivo di proporre una musica (come dice anche la PFM) immaginifica e cinematografica, libera dai limiti strutturali.
“Disincanto” è supportato da un artwork curato ed importante con fotografie che ritraggono la band in azione ed i testi delle musiche. Perfetta fotografia del contenuto ne è anche l’opera che appare nella copertina realizzata da George Grie. Buona anche la registrazione sonora. La band viene completata dalla sezione ritmica formata da Leonardo Giuntini (basso) e Umberto Maria Lupo (batteria).
Sette le canzoni che traghettano l’ascoltatore nel viaggio sonoro per un totale di trenta minuti di musica.
Apre il brano più lungo dell’album con i suoi otto minuti dal titolo “A Picco Sul Mare”, subito le tastiere si dimostrano un fulcro importante per le composizioni malinconiche esaltate dalla voce di Francesca Palamidessi, mentre la chitarra elettrica evidenzia ancora di più la magniloquenza e la drammaticità della situazione. Metal Progressive di classe per palati sopraffini.
Meno oscura è la strumentale “La Metamorfosi Dei Sogni”, al suo interno un assolo di chitarra importante che lascia il segno. Tutto il brano mette in evidenza l’amalgama e le qualità tecniche della band.
“Il Canto Di Sìrin” è interpretato da Serena Stanzani, autrice anche dei testi cantati in inglese. Un pezzo piano e voce da brividi. Leggerezza e malinconia in cattedra. Con “Pioggia Nel Deserto” ritorna il brano strumentale, breve momento decisamente Progressive Rock con puntate nel Metal, esso lascia il campo a “Gaza”, composizione più massiccia con la voce filtrata di Francesca Palamidessi, qui le chitarre danno tutto il meglio. Più pacata e dall’incedere classico risulta “Dopo La Guerra”. Il disco si chiude con un altro strumentale con il titolo “Resti”, ancora il piano di Evangelisti a narrare le sorti del “Disincanto”.
Un debutto importante, che la Lizard non si è lasciato sfuggire, così l’Andromeda Relix, un piacere all’ascolto per varietà di situazioni e per le composizioni sempre molto attente alla melodia.
Coccolatevi. MS

WYATT EARP


WYATT EARP – Wyatt Earp
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Rock – Hard Rock
Supporto: cd – 2018


Quanto Rock a Verona! Un bacino importante dal quale scaturiscono moltissime sorprese.
Ma avrete sentito dire anche voi che il Rock è morto e tutte queste storie analoghe, argomentazione annosa che sopporto dagli anni ’80 con fatica, stanco di questo modo di vedere ed ascoltare la musica come se il mondo si fosse fermato in un determinato periodo. Sappiamo bene invece che tutto procede e che magari muta, volenti o nolenti noi, ma non tutti amano il cambiamento e si avvinghiano alle loro certezze. Il DNA puro del genere ad oggi è ancora salvaguardato da una legione di musicisti duri e crudi, e chi è cresciuto con il Rock anni ’70 (me compreso) ha le sue validissime ragioni per salvaguardarlo.
Con il nome di un noto sceriffo cacciatore di bisonti del Far West, i veronesi Wyatt Earp si fondano nel 2003 per il volere del chitarrista Matteo Finato con l’intento proprio di portare avanti l’essenza del Rock e dell’Hard Rock, caro a band storiche come Deep Purple, Uriah Heep, Kansas, Grand Funk Railroad e ancora molte altre.
Il batterista Davide “Cava” Cavalca ad un certo punto abbandona la band, lasciando il posto dietro le pelli a “Silvio “Hammer” Bissa, cantante del gruppo.  Alla fine del 2016 dopo una lunga ricerca l’attenzione della band si sofferma su Leonardo Baltieri. Completano la line up Fabio “Led” Pasquali al basso e Flavio “J” Martini alle tastiere.
Il disco d’esordio in analisi si intitola proprio “Wyatt Earp” ed è composto da sei canzoni, accompagnato da un artwork ben fatto con tanto di foto e testi scritti. Il cantato è in lingua inglese, mentre l’incisione è buona, lasciando quel senso di velatura (quasi polvere) che fa il Rock in esame, polveroso e stradaiolo come si deve.
I riff sono magnetici, è vero che i deja vu- fuoriescono di tanto in tanto, tuttavia è il genere da preservare che esige questo trattamento, così i ritornelli di facile memorizzazione. Personalmente ho apprezzato moltissimo il solo di chitarra immerso in un mondo “progressivo” dal crescendo mozzafiato contenuto nel brano “With Hindsight”, sapete, quei momenti che vorresti non finissero mai…
 Poi l’Hammond è da pelle d’oca per chi come me ama certi roboanti e grezzi suoni. Frangenti dal ritmo spinto ci fanno muovere e scatenare incondizionatamente, per esempio difficile restare fermi all’ascolto di “Back From Afterworld”. Avete presente certi Deep Purple? Bene. Davvero sembra che il tempo si sia bloccato agli anni ’70. Quando ascolti la mini suite “Gran Torino” non ti sei neppure accorto che è finito il disco e che sono passati tre quarti d’ora.
Un esordio potente e dal chiaro messaggio, e noi possiamo dormire sonni tranquilli, perché la prossima volta che qualcuno ci dirà che il Rock è morto potremmo dire con tutta tranquillità “Ma fatemi il piacere! Ascoltatevi nel 2018 i Wyatt Earp”. MS


Closer

CLOSER – Event Horizon
Andromeda Relix
Genere: Alternative Metal
Distribuzione: G.T. Music
Supporto: cd – 2018




Secondo album per la band Alternative Metal di Verona. “Hevent Horizon” ha una difficile gestazione a causa della chiusura della casa Broken Road Records, ma l’Andromeda Relix ne acquisisce i diritti.
I Closer propongono un Alternative Metal con influenze di gruppi come Alter Bridge, Metallica, Pantera, Creed e Nickelback. Si formano nel 2011 e sin da subito cominciano a comporre materiale proprio. Con il singolo “Everytime I Close My Eyes”, nel 2012 partecipano vincendo al contest organizzato dal sito incontrirock.com. Come premio la possibilità di registrare la traccia nei famosi Fear Studio con la partecipazione del giudice d’onore GL Perotti degli Extrema.
Questo secondo album è formato da dodici momenti sonori ed un artwork notevole, accompagnato da un mini poster pieghevole in cui sono dettagliati tutti i testi e le info del caso.
Suono cristallino e ben definito sin dall’ascolto della prima traccia “Here I Am”, con tanto di ritornello gradevole ed una prova vocale del chitarrista Simone Rossetto sopra le righe. Il disco è concatenato nei brani in un una sequenza logica che relega al tutto una scorrevolezza quantomeno efficace, a partire dai testi. Suoni potenti, il post Grunge scava nel sound, “Illusion” ne è testimonianza. Buona le sezione ritmica, matura e di grande intesa fra Manuel Stoppele al basso e Danilo Di Michele alla batteria. Lo stesso si può dire per il lavoro delle chitarre da parte di Rossetto e Nicola Salvaro.
Non esulano rasoiate di sorta come nell’atto quarto dal titolo “Mistakes”, qui l’incedere è massiccio e metallico a dovere. Atmosfere più scure con “Battle Within” e comunque tanta attenzione alla melodia. Questo leitmotiv si sciolina per tutta la durata del disco. Brevi assolo di chitarra spezzano l’ascolto mentre la voce viaggia sempre su vette elevate. Molto belle “Wait For Me”, una semi-ballata, “Untouchable”, sunto dell’essenza Closer e la conclusiva “Event Horizon”, vetrina delle capacità tecniche degli artisti in questione.
Quasi un ora di musica e tante emozioni, anche da cantare, perché in fin dei conti la musica deve fare questo, lasciare un segno tangibile, un qualcosa di immediatamente riconducibile alla band. Possiamo chiamarla personalità, oggi sempre più latente fra le band che copiano ed incollano questo o quello. Qui c’è da ascoltare e da memorizzare. MS

Akroterion


AKROTERION – Decay Of Civilization
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T.Music
Genere: Black Metal
Supporto: cd – 2018


Generalmente non estraggo mai dalla biografia di un gruppo molti passaggi, ma in questo caso devo fare necessariamente uno strappo alla regola, in quanto la descrizione che H. Škrat, cantante e ideatore di questa primordiale one man band ora divenuta trio, è esaustiva per descrivere l’essenza Akroterion: “21 settembre 2018 – Equinozio D’Autunno, secondo nell’anno solare e preludio al semestre oscuro. Disco numero 2, divisione dell’Unità, conflitto binario, dualità degli opposti (bene/male, maschio/femmina, positivo/negativo, yin/jang, vero/falso, bianco/nero, giusto/sbagliato, etc.). E’ l’equilibrio a cui tendono i due piatti della bilancia nel cui segno zodiacale il sole si affaccia in questi giorni.”. Ed il disco viene pubblicato in questa data.
Siamo al cospetto di un Black Metal fulminante, di vecchia scuola, con elementi Doom , Thrash Metal e Hardcore Punk.
Come dicevo la one man band oggi è un trio e a completarlo ci sono BP Gjallar (voce, chitarre, basso, sintetizzatori) e Francisco Verano (batteria).
Una colata lavica di pece nera  si sbrodola su di noi ad iniziare dal brano “Initiatory Death”, in esso comunque cambi di tempo e cantato sporco.
Tanta drammaticità a seguire, ma anche sprazzi di ampio respiro come in “Blood Libel”, qui la voce alterna parti sporche a parti pulite. Quello che convince e prende l’ascolto è l’incedere con assolo di chitarra gradevoli e non sempre necessariamente violenti. L’inizio di “Red Dawn Under A Chemical Sky” è ipnotico e  apocalittico e non lascia adito a speranze. Più caracollante “Soul Corruption”, frammento fra Doom e Black Metal. Musica che si stampa facilmente nella mente. “Brains” non stonerebbe addirittura nella discografia dei Motörhead. Ma è la title track “Decay Of Civilization” a farla da padrona, qui tutta l’essenza del genere Black Metal, esibita in maniera impeccabile e furibonda per quasi sette minuti.
A chiudere c’è “The Gift Of Lady Death”, quasi un sospiro di sollievo, nel suo modo di essere “progressive”, con un assolo di chitarra pregevole e piccoli spiragli di luce. Certo Metal di fine anni ’70 scaturisce fra le note. Un vero piacere all’ascolto.
Questo secondo lavoro di Akroterion è dunque coraggioso per scelte, per varietà di situazioni e per tematiche. I più forti di voi avranno già segnato il nome del trio nel proprio taccuino di viaggio, ma sbrigatevi, perché  il disco è stato stampato in sole 150 copie limitate. MS

sabato 6 ottobre 2018

Light Damage


LIGHT DAMAGE – Numbers
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2018




Sono passati quattro anni dall’esordio dei lussemburghesi Light Damage con il disco dal titolo omonimo, il tempo è inesorabile. Mi sembra ieri che tessevo le lodi di quel disco dalle influenze Pinkfloydiane, un lavoro ben strutturato e concepito. Non nascondo che ha girato molto spesso nel mio lettore e che il Progressive Rock dalle influenze Marillion con la giunta della psichedelia di classe, in me fa scattare la molla del piacere.
In questo lasso di tempo il gruppo ha maturato molta esperienza e proprio per questo si avvalgono anche di special guest e di strumentazioni non tipicamente Rock come il violoncello, o il violino. Uno sguardo alla line up per meglio intenderci: Stephane Lecoq (chitarre), Frederick Hardy (basso), Sebastien Perignon (tastiere e pianoforte) , Nicolas Dewez (voce), Christophe Szczyrk (batteria e percussioni),  Marie-Noël Mouton (voce), Marilyn Placek (voce),  Astrid Galley (flauto), Judith Lecuit (violoncello), Margot Poncin (violino), Dominique Poncin (basso) e Charlie Bertrand (Music Box). Le voci femminili nel Progressive Rock odierno ci sono ed anche ottime, su questa lunghezza d’onda ad esempio potremmo trovare Christina Booth dei Magenta. Una importanza ulteriore deriva dalla potenza dei testi, ogni canzone è ispirata dalla vita di un personaggio diverso e comunque tutti legati fra di loro, tanto da far avvicinare “Numbers” ad una vera e propria opera Rock.
Tanta carne al fuoco dunque e voglia di sfondare, di emozionare ed emozionarsi. Sei tracce fra composizioni brevi, medie o lunghe come nel caso della suite “From Minor To Sailor” con i suoi quasi venti minuti. Questo modus operandi è perfetto per la fruibilità dell’ascolto, questo spezzare continuo rende il tutto molto scorrevole.
Potenza e stati mentali in analisi nel brano che apre il disco dal titolo “Number 261”, quasi Metal Prog con ritmiche forti e un alternarsi di vocalità maschili e femminili. Piccoli momenti che possono incastrarsi con “Operation Mindcrime” dei Queensryche, ovviamente quelli più leggeri. Anche l’elettronica viene incontro al brano nella successiva “Bloomed”, canzone strumentale dove ancora una volta  la potenza sostenuta dalla chitarra si eleva in alta quota, assieme ad un anelito drammatico. Tutto questo sfocia nella suite “From The Mirror To Sailor”, un percorso misto fra gli immancabili cambi di tempo, di stile e di strumentazioni, qui in ampia abbondanza.
Non c’è un brano sopra le righe, tutto il disco si evolve allo stesso livello, nulla da aggiungere. Ovviamente il prodotto è indicato agli amanti del genere e dintorni.
La tedesca Progressive Promotion Records non perde un colpo, ha davvero un grande fiuto per il Progressive Rock  che a mio parere, malgrado la difficoltà dei tempi con annesse vendite discografiche al minimo storico, non morirà mai, perché la qualità paga…Sempre! MS