sabato 26 dicembre 2015

Sonaglia Marco

MARCO SONAGLIA – Il Vizio Di Vivere
Accademia Cantautori Di Recanati
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2015


Ritorno con estremo piacere a parlare del chitarrista Marco Sonaglia, mio concittadino fabrianese dell’entroterra marchigiano. Il fatto di giocare in casa, nella realtà porta in me il dovere di essere più obiettivo possibile, e lo sarò in quanto mentire o per meglio dire enfatizzare un qualcosa che potrebbe non essere, farebbe solo del male ad un artista e ad un amico oltre che alla mia credibilità critica. Per cui il mio pensiero è qui ancora una volta disinteressato e sincero come sempre e più che mai!
 Detto questo c’è da iniziare analizzando la realtà dei fatti in ambito “cantautori”, in Italia sono sempre di meno e meno impegnati non tanto per loro colpa, ma in quanto la società è cambiata, sempre più mordi e fuggi, non propensa a soffermarsi ad ascoltare e soprattutto a pensare. Il coraggio di dire ciò che si pensa, magari anche con ironia, analizzare la vita quotidiana, lo stato sociale, alcuna letteratura, è fatto oramai raro. 
Sonaglia con il secondo album dopo il buon “Il Pittore E’ L’'Unico Che Sceglie I Suoi Colori” datato 2013, ritorna in versione acustica e in formazione trio. “Il Vizio Di Vivere” sceglie  questo tipo di percorso sonoro in quanto volenteroso di dare risalto ai testi di Giorgio Tintino e Francesco Urbinati, e ci riesce  in maniera garbata e molto spesso con classe. Sonaglia è amante del cantautorato anni ’70, spazia da Guccini a Lolli, passando anche per Nomadi, questo lo si evince spesso dall’ascolto dei brani dell’album di esordio. E dopo due anni?
 Ma andiamo con ordine, Sonaglia si coadiuva del pianista ed arrangiatore milanese Onofrio Laviola e del chitarrista Edoardo Marani. Ci sono riferimenti di letterati al riguardo, con una scansione del secolo che passa attraverso Cesare Pavese e Franco Fortini, procedendo per un analisi a tratti malinconica e  drammatica. Questa viene bene rappresentata anche in copertina dall’opera di Roberto Stelluti “Francesco Sulle Carcasse” del 1978. Una pila di auto rottamate in un precario equilibrio con uno scenario oscuro, sporco, trasandato, e sopra un bambino che guarda di sotto, e che  non vuol cadere, destinato metaforicamente a un presente di certo non roseo. Ma anche in questo caso c’è un segnale di speranza, il bambino è circondato di luce, uno squarcio nel cielo plumbeo  probabilmente  di ottimistico auspicio.
Ed ecco il Marco che non ti aspetti, nei sette brani dell’album (esclusa l’ottava bonus track) l’autore fa capolino fuori del proprio guscio “Gucciniano”, mettendo a nudo anche altre sue  predilezioni musicali, si fa coraggio e prende possesso delle proprie capacità e della personalità, amalgamando il tutto con garbo. In questo bel viaggio sonoro ho riscontrato molti particolari che possono condurre ad artisti come Banco Del Mutuo Soccorso (grazie agli arrangiamenti delle tastiere), Ivan Graziani (per alcune metriche liriche), Mario Castelnuovo, Francesco De Gregori, Fabrizio De Andrè, Claudio Lolli, Giorgio Gaber e anche del cantautorato francese. Davvero un calderone culturale elevato ed impegnativo.
 Dopo ripetuti e ripetuti ascolti non riesco a estrapolare una canzone sopra le righe, il livello è notevole, sopra la media del genere in analisi, ed ecco che “Emilio”, La Luna E Il Falò” e “Nella Terra Di Nessuno” ti scaldano la mente ed il cuore. “Il Buongustaio” è allegramente cinica, diretta, ruvida nella sua semplicità nell’esprimere il concetto di umanità: “Io sono un buongustaio, e alla crema della società preferisco come sapore la feccia dell’umanità”.
“Il Grande Inquisitore” è ottimamente arrangiata e si stampa facilmente in mente, con il suo clamoroso profumo anni ’70. Gradevole “L’Altro Saluto”, ancora una volta bene arrangiato da Laviola. Più Prog nell’intento è “Nella Terra Di Nessuno”, qui se posso sbilanciarmi in un consiglio vedo una buona strada per il futuro musicale di Marco, quando sarà definitivamente uscito a nudo con coraggio. Dolcissima e commovente “Vice Veris”.
Chiude la bonus track “Le Intermittenze Del Cuore”, omaggio a Claudio Lolli, unico brano non acustico dell’intero album, qui in versione più elettronica.
La direzione artistica è a cura di Lucia Brandoni, il progetto grafico è di Raffaello Cardinaletti,  mentre la registrazione negli studi Klangstrm di Recanati, sotto la cura di Paolo Bragaglia rende giustizia all’intero lavoro con il suo suono caldo.
 Ci si chiede all’interno del booklet se è ancora possibile un incontro fra musica popolare e poesia, la mia risposta è si, perché…perché voglio credere ancora che sia così, almeno il tempo di un album come questo. Il resto è consuetudine. MS




MARCO SONAGLIA – Il Pittore E’ L’Unico Che Sceglie I Suoi Colori…
Ars Live Records
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2013


A chi ha una certa età come la mia, quando si dice “cantautore”, vengono alla mente artisti come Fabrizio De Andrè, Lucio Battisti, Lucio Dalla, Eugenio Finardi, Ivan Graziani e così via, la crema degli anni ’70 a venire. Perché questo preambolo? Semplicemente per rimarcare l’impegno che questi musicisti mettono nei testi e nelle musiche. Spesso con loro si pesca nel sociale, come con De Andrè o Guccini. Quest’ultimo è anche punto di riferimento di molti cantautori a venire, anche dei nostri tempi e chi ne è rimasto colpito, ci resta indelebilmente legato.
Uno di questi è Marco Sonaglia, giovane cantautore marchigiano che nutre passione ed ideologia nei confronti di un maestro come Francesco Guccini (ma non solo).
“Il Pittore E’ L’Unico Che Sceglie I Suoi Colori…” è un album che vive proprio a cavallo dei due contesti e ciliegina sulla torta, resta appunto la bonus track de “Il Vecchio E Il Bambino”, dove tutto lo spirito Gucciniano fuoriesce nel suo splendore.
Ma partiamo dall’artwork che mette in luce la creatività non solo di chi propone, ma anche di chi acquista l’opera e spiegherò il perché. Sotto il titolo si evince una virtuale tavolozza di colori ed una palla di cartapesta e DAS in bianco e nero. Essa rappresenta alcuni passaggi del disco, come il brano “Hanno Rubato L’Urlo Di Munch”, proprio con il famoso volto gridante al centro della palla. All’interno del disco c’è un poster che rappresenta la copertina con la quale si può colorare la palla a proprio piacimento, magari proprio mentre si ascolta la musica, così da essere interattivi con l’arte di Sonaglia. La scultura si chiama “Il Mondo Di Sonny” ed è di Nikla Cingolani, anche fotografa assieme a Paolo Farina. Nel corso del disco, l’autore si coadiuva di numerosi special guest, per fare alcuni nomi Marino e Sandro Severini dei Gang, Gastone Pietrucci (La Macina), Michele Gazich al violino e Massimo Priviero alla voce.
Le tracce sono dieci e si comincia con “Gauguin Drogato”, una vera ballata che ricorda Francesco De Gregori ed il ritmo è quello di un treno in corsa. Un malinconico violino apre “Il Piccolo Soldato” assieme alla fisarmonica di Giuliano Stacchiotti. Veli di nostalgia si alternano a giocose ballate su testi importanti e descrittivi in stile De Andrè. Amara descrizione del razzismo in “Mississippi 6 Luglio 1873”, conclusa su un bel solo di chitarra elettrica. “Mamma Ro” è un equilibrio emotivo fra sensazioni Castelnuovo/De Andrè, giornate raccontate in maniera approfondita e fotografica. Le parole di Sonaglia infatti sono piccole fotografie di vita, ma viste con l’ottica del fotografo professionista, cogliendo particolari che altri non vedono. Il ritmo sale in “2004 (Circa)”, dura ed amaramente sarcastica, un buon duetto di chitarra acustica ed elettrica la impreziosisce.
Più ricercata “La Festa Di San Giovanni” con la tromba di Samuele Garofoli a fare da intramezzo ai testi, mentre “Gli Occhi Di Lucia” è una dolce ballata, uno dei momenti più belli del disco grazie anche ad un buon arrangiamento di piano e violino e con un ritornello toccante. “Hanno Rubato L’Urlo Di Munch” è per tendenza un brano in stile Graziani, non per l’opera rubata che nel caso del teramano è la Monna Lisa, piuttosto come metrica lirica non del tutto convenzionale, quella di “Scappo Di Casa”. Chiude ufficialmente l’album un'altra dolce ballata, “Stasera La Luna”.
Musica che dona riflessione, profondità poetica ed emotività questa di Marco Sonaglia, un debutto che un fans del vecchio cantautorato e dei nomi citati in precedenza non si deve lasciar sfuggire. In un mondo musicale dove tutti gridano e corrono, c’è anche un attimo per fermarsi a riflettere, o per meglio dire…. Ad ascoltare. (MS)

sabato 19 dicembre 2015

Lola Stonecracker

LOLA STONECRACKER – Doomsday Breakdown
This Is Core Records
Genere: Post Grunge - Hard Rock
Supporto: cd – 2015


Come sta l’Hard Rock in Italia? Ha sempre proseliti oppure naviga in acque torbide? Per quanto non sia mai stato un genere che ha fatto alta classifica, è comunque sempre costantemente vivo e vegeto. I seguaci appassionati gli relegano affetto e un forte “credo”, quello che ad esempio ha sempre unito anche il popolo “metallaro” in senso generale. Inutile sottolineare che esso è anche per chi lo suona uno stile di vita. In definitiva, nel nostro paese l’Hard Rock è presente e seguito, le molteplici band che si formano alacremente sono li a dimostrarlo.
E andiamo allora a conoscerne una ruspante…stradaiola nell’andamento, libera di uscire fuori allo scoperto e di affrontare la vita di tutti i giorni: i Lola  Stonecracker. Si formano nel bolognese nel 2009 e il loro amore per l’Hard Rock e per il Grunge è il propellente su cui far viaggiare i testi. La carica che riescono a trasmettere dalle canzoni è contagiosa, essa scaturisce anche da una forte esperienza live maturata dalla collaborazione con differenti gruppi, ad esempio dal 2011 al 2013 hanno suonato assieme a Gilby Clarcke (ex Guns ‘N Roses), Reckless Love, Adler’s Appetite e John Corabi. Questa esperienza amalgama la formazione composta da Alex Fabbri (voce), Lorenzo Zagni (chitarra), Giovanni Taddia (chitarra), Diego Quarantotto (basso) e Christian Cesari (batteria). Pier Mazzini (tastiere), Roberto Priori (chitarra) e Ace Von Johnson (chitarra) invece compaiono come ospiti speciali nella registrazione di questo album d’esordio dal titolo “Doomsday Breakdown”.
Il cd  si presenta con una buona grafica (Elton Fernandes) ed un libretto di accompagnamento esaustivo, peccato solo per la scritta dei testi molto piccola, probabilmente imputabile alla mia veneranda età e al problema annesso di diottrie. Le fotografie sono di Ely Garbo.
Il cd è composto da quindici brani diretti, senza inutili orpelli, diretti e ben registrati. Si bada all’essenza e alla giusta armonia, canzoni che si ascoltano piacevolmente e che in alcuni casi restano anche facilmente memorizzati.
“Jigsaw” è un pezzo che sicuramente in sede live “spacca” di brutto, la voce di Fabbri mi ricorda in alcuni frangenti quella di Zachary Stevens (Savatage). La versatilità vocale di Fabbri la si può constatare anche in “Generation On Surface”. La sezione ritmica è efficace, cosi la chitarra in alcuni frangenti degli assolo, seppur brevi. Le tastiere molto spesso fanno da tappeto riempiendo il suono rendendolo più maestoso.
I Lola Stonecracker sono godibili anche nei frangenti più intimistici, come nel caso di “Secret For A Universe”, “All This Time” e “Shine”.
Ma l’adrenalina scorre a profusione durante le altre canzoni, da ascoltare anche in macchina ad alto volume.

Band intelligente, capace di unire giuste armonie orecchiabili con lo spirito degli anni ’70 e l’impatto Grunge degli anni ’90, cosa non semplice e dal risultato quantomeno spettacolare. Bravi, bravi. MS

martedì 8 dicembre 2015

Buone Feste di Natale 2015


Perché fare buone Natale e come?




Si avvicina nuovamente Natale (per chi crede), festa tradizionale che sempre ha riunito famiglie sia in chiesa, sia avanti ad una buona tavola imbandita, che al grido dei ragazzi intenti a scartare i regali. 
Negli anni la magia sembra essere inossidabile. Chi ne parla bene, chi ne parla male, ma alla fine la notte del 24 Dicembre, a tutti sale un groppo alla gola, siano credenti o meno.

Oggi dove tutto è “virtuale”, dove le amicizie si trovano dentro ad un telefonino o ad un computer, c’è ancora più bisogno di Natale,  di contatto, di profumi e sapori, di famiglia o amicizia. Questo Natale diventa simpatico anche a chi non crede, perché almeno tenta di stanarci da questo ghiaccio virtuale.

Perché fare buone Natale?  Perché si fa “reset” con il mondo e le sue avversità. Perché per un istante si ama e ci si ritaglia un momento per stare assieme. Chi è solo per riflettere.

Come? Con semplicità perché la vita è fatta solo di momenti, basta crearseli.


Da parte di NONSOLO PROGROCK... Buone Feste a tutti voi


giovedì 3 dicembre 2015

LINGALAD

LINGALAD – Confini Armonici
Lizard Records
Distribuzione italiana: si
Genere: Folk Rock
Supporto: cd – 2015


E’ dai tempi di “Songs From The Wood” dei Jethro Tull che non vedo un artwork così mirato e funzionale nel messaggio musica, uomo e natura. Il tramite è il legno. Nella sua custodia cartonata il cd contiene un libretto bellissimo, curato e con delle fotografie suggestive che immortalano gli artisti all'opera con gli strumenti fatti con il legno…e non soltanto quelli. Perfetto supporto per cotanta musica.
I Lingalad giungono con “Confini Armonici” al loro quinto suggello Folk Rock, a cinque anni da “La Locanda Del Vento” e comunque di cose nel tempo ne sono cambiate. Il leader fondatore del gruppo Giuseppe Festa (voce, flauti), è diventato nel frattempo un affermato romanziere (Salani, Mondadori Scuola, Piemme) e volto televisivo di RAI2.  Muta anche la line up, con l’ingresso di Luca Pierpaoli (chitarra acustica), Dario Canato (basso) e Andrea Denaro (strumenti etnici), a terminare la formazione c’è il co-fondatore Giorgio Parato (batteria).
Lontani i tempi in cui i Lingalad cantano le avventure Tolkieniane, ma il potere della natura fuoriesce ancora nel sound in maniera devastante, quasi a sentirne i profumi muschiosi. In “Confini Armonici” si parla di alcuni personaggi dei libri di Giuseppe Festa, come il bracconiere Orante Della Morte o il guardaparco Sandro Di Ianni, approfondendone  i caratteri. I brani sono undici per quaranta minuti di musica, compreso un pezzo strumentale a chiudere l’album dal titolo “Orante Della Morte”. I testi sono fotografie proiettate nella nostra mente, amplificate dalla musica sia di facile memorizzazione che di matrice cantautoriale. “Sogni D’Oblio” è molto bella, un mix fra i Fiaba e Nino Castelnuovo, ma non è l’unica ad avere questa prerogativa, “Orante Della Morte” la segue a ruota.
Il ritmo sale e si fa caliente con “Occhi D’Ambra”, una cavalcata Folk, mentre “L’Ombra Del Gattopardo” fa capolino fra le gemme del Prog italiano, sostenuto da quel flauto che spesso e volentieri ha fatto alzare peli sulla pelle degli amanti del genere. Uno dei momenti più importanti del disco, anche sostenuto da un ottimo pianoforte di classe. La buona incisione esalta il tutto, facendo scaturire anche i minimi particolari. Sempre tempo lento per “La Grande Orsa”, altro tassello folk cantautoriale. Altri momenti che mi colpiscono di più sono racchiusi in “Il Passaggio Dell’Orso”, brano arioso dal profumo vintage e la conclusiva “Orante Della Morte” con un piano sgocciolato in stile Orme. Non c’è nulla da fare, il flauto ed il suo caldo suono fa vibrare dentro le corde dell’anima.
E non c’è nulla neppure da eccepire, un disco che si lascia ascoltare con grande emozione e facilità, dettata dall'alternanza Folk, canzone e Prog, un mix che funziona, almeno per la mente.

Bellezza. (MS)

TOXIC SMILE

TOXIC SMILE – Farewell
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music Distribution
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2015


Tornano i tedeschi Toxic Smile dopo “7”, un album altalenante  in stile, come lo definii nella recensione passata con l’appellativo “schiaffo o bacio”. Marek Arnold, sassofonista anche con Cyril, Seven Step To The Green Door e Flaming Row, non cambia line up, sempre con Larry B. alla voce, Uwe Reinholz alla chitarra, Robert Brenner al basso e Robert Eisfeldt alla batteria. In questo nuovo lavoro dal titolo “Farewell”, compaiono special guest del calibro di Cornelia Pfeil (violino), Angelika Grunert (violino), Susanne Goerlich (viola), Uta Schroder (violoncello) e Martin Schnella (cori).
In questo album si cimentano in una prova coraggiosa per i tempi, una scelta quella di fare un solo brano della durata di  42 minuti non prettamente commerciale ma “Prog” per atteggiamento e  sostanza. Anche gli americani Echolyn con “Mei” nel 2002 tentarono la carta, ma pur essendo un gran disco, non ricevette le giuste attenzioni. La durata ovviamente prevede un ascolto attento, cioè stare avanti allo stereo per un ora, come se stessimo guardando un film. Oggi come oggi, in questa società che corre sempre più, probabilmente questo è improbabile che accada. Ma il pubblico che ama la musica il suo tempo per ascoltare se lo ritaglia, ed ecco che lavori come questo hanno un loro perché. Il contenitore del disco è cartonato, mentre il dipinto che rappresenta la copertina si intitola “Sleeping Elf” ed è del bassista Robert Brenner.
Il brano si apre con il classico momento enfatico, dettato dagli archi per poi svilupparsi in un percorso dato da numerosi cambi di tempo e di umore. I Toxic Smile rispetto l’album precedente sembrano avvicinarsi al 100% verso il mondo Rock Progressivo, lasciando più da parte il lato Metal, anche se di tanto in tanto le chitarre distorte fanno capolino, anche se in maniera garbata.
Le tastiere ricoprono un ruolo importante, riempiendo il suono con tappeti a volte imponenti ed altre volte delicati, per non parlare dei momenti di protagonismo degli assolo. La sezione ritmica sembra la carta vincente dei Toxic Smile, una macchina ben rodata  che si intende a dovere, un motore che gira come deve girare. La voce di Larry a volte ricorda vagamente quella di Gabriel, anche se il genere proposto non è proprio quello dei Genesis.
Grazie ai numerosi interventi degli archi, il brano gode di una sinfonia aggraziata, tanto da renderlo vicino all’opera Rock. Il suono è pieno, ma grazie ad una buona incisione gli strumenti sono nitidi e distaccati fra di loro. Le melodie ricoprono altrettanto un ruolo fondamentale, perché qualcosa pur essendo una suite, nella mente deve restare. Ecco che il ritornello è quindi di facile memorizzazione.
Dentro si scorgono in lontananza gli anni ’70, oltre che i nostri tempi, la band dimostra di conoscere tanta storia del Rock, sciolinando di tanto in tanto un riferimento importante. Godo da morire quando sale il patos, resto colpito da una crescita sia di carattere che di tecnica e composizione in appena un anno e mezzo. 42 minuti volati, e questo sta a significare che “Farewell” avrà altre canches nel mio stereo, con vero piacere. Un disco consigliato agli amanti del Prog e non soltanto, c’è molto materiale variegato, per ricoprire una vasta area di gusti. Complimenti per la crescita! (MS)


domenica 22 novembre 2015

Sensazioni Musicali del 2015

Considerazioni


Faccio un piccolo e modesto riassunto del movimento musicale attuale, ora che stiamo concludendo anche il 2015. Non mi riferisco al solito mondo del Pop, il quale è solo un serpente che si morde la coda, neppure del Rap in quanto lo reputo un genere più politico che musicale, ma a quel filone più sperimentale, ossia quello che in teoria ci illustra la strada di domani: Il Rock, il Metal ed il Progressive Rock.
In tutti e tre i generi, si manifesta una situazione univoca, ogni nuovo album che esce (anche di band all’esordio) è mediamente buono. All’ascolto ci sono canzoni gradevoli, ben confezionate, ma manca la zampata del genio, quella che nel periodo ‘65/’75 ci ha propinato i migliori capolavori della storia. Sono tutti album che non sono altro che “il riassunto delle puntate precedenti”. Nella musica proposta si manifesta il fatto di aver compreso il passato e di averlo elaborato con la propria personalità. Ma allora cosa è che manca? Proprio quest’ultima: La personalità.  L’individuo oggi non essendo più al centro dell’interesse ed essendo necessariamente ognuno uguale all’altro, porta ad una decadenza d’ ispirazione compositiva.
Tutti suonano bene, la tecnologia fa il proprio lavoro, quindi se si compera un album non si prende la classica “fregatura”, questo è un fatto inopinabile. Nel 2015 in parole povere sono usciti buoni album, che fanno anche ben sperare per il futuro, ma non è uscito (e questo neppure negli ultimi anni) il “The Dark Side Of The Moon”, o quello che volete voi, avete capito il senso. Questi dischi rischiano solo di girare poche volte nei nostri piatti stereofonici, in quanto privi di una vera anima, l’anima che hanno è più un fantasma del passato. Eppure sono belli…carini.
La musica è lo specchio della società moderna, questo si sa, e quindi la conclusioni che ne traggo sono di nostalgia del passato e paura di essere se stessi , fare le cose per essere applauditi dagli altri e non perché si pensano. Questo è anche comprensibile, se si deve vivere di musica e quindi mangiare qualcosa, ci si deve necessariamente adeguare, si fa presto a criticare, lo capisco bene, ma il sunto che ne scaturisce è questo.  E’ anche vero che per fare buona musica non bisogna per forza essere innovativi, infatti ho detto che sono usciti tanti buoni album, il 2015 ha una media molto elevata, anche rispetto gli anni passati, ma non credo che li ascolterò più di tanto, il paragone impietoso con la discografia passata fa si che torni a spulciare più indietro nel tempo e non è che lo faccio per nostalgia, io sono annosamente aperto ad ogni nuova situazione, amo tutto e di tutti gli anni, ma perdonatemi…. non sono neppure sordo.

Concludendo:  

- Chi fa musica per mestiere è in difficoltà in quanto deve sbattersi a destra e sinistra come pochi, a causa di un pubblico superficiale mordi e fuggi il quale è anche poco propenso a comperare cd (o LP visto che stanno ritornando di moda), salvo avere uno zoccolo duro.
- Chi fa musica per divertimento (come secondo lavoro) da sorprese, ossia sono quelli che osano di più e che suonano per il proprio gusto, tanto se non vengono capiti non hanno nulla da perdere ed un piatto di pasta lo mangiano ugualmente.


Molti di voi non saranno d’accordo con questa mia analisi, magari avete ragione voi, questo però è quello che ho estrapolato dagli ascolti del migliaio di dischi del 2015, probabilmente ho ascoltato i dischi sbagliati….chissà.

giovedì 12 novembre 2015

SKYLIVE ROCK ad Apiro

SKYLIVE ROCK New Edition al Teatro Mestica di Apiro (MC)




PER LE IMMAGINI VI RIMANDO ALLA RELATIVA PAGINA FACEBOOK:
https://www.facebook.com/SkyliveRock



SABATO 14 NOVEMBRE ore 21.00
Teatro Mestica Apiro (MC)

La stagione dedicata a Shakespeare si aprirà con il concerto relazione sulla storia del Rock a partire dagli anni '40 ad oggi. Perché? Perché Shakespeare era rock. Un’introduzione al concerto dimostrerà come oltre ai temi trattati già 400 anni fa, il verso del bardo nasconde un'anima rock, nel profondo del ritmo della sua metrica. Lo spettacolo supportato da immagini e video, intende ripercorrere l’evoluzione del Rock, trattando le band ed i brani che hanno fatto la storia del genere. La relazione spiega quali sono i passaggi che hanno creato nuovi generi musicali nel filone del Rock. Gli Skyline, (storica band del fabrianese in attività da più di 25 anni) suonano dal vivo i brani in analisi, mentre la relazione incorporata nello spettacolo è a cura del critico musicale Massimo Salari (Progawards, Rock Hard, Flash, Rock Impressions, Nonsolo Progrock) ed autore del libro/enciclopedia "Rock Progressivo Italiano 1980 - 2013" (edizioni Arcana)

INGRESSO 10 euro
RIDOTTO (under 10 anni) 5 euro

Info e Prenotazioni
www.teatromestica.blogspot.it
teatromestica@virgilio.it
340.9374451 - 339.7954173

lunedì 9 novembre 2015

Novità LIZARD RECORDS

ANACONDIA "L'Orizzonte degli Eventi"         (LDV 010)



The first official album for ANACONDIA, prog-band from Milan with an excellent RPI sound, produced by Lizard Records (side-label Locanda del Vento).
"L'Orizzonte degli Eventi" contains seven tracks with different atmospheres, each characterized by superb quality of composition: from heavy-prog parts to melodic moments, from emotional prog-folk ballads to psychedelic-Floyd movement (the grand finale of "Il Colore dell'Aria" with a nice saxophone) . Sometimes the sound of ANACONDIA can remind LA MASCHERA DI CERA, projected from '70 to '90 years.

But always with its own style and personality, with lovely arrangements where keyboards & piano, vocals, flute, the drums and bass progressions, and  the ever emotional guitar-work find a perfect balance.


Quella degli ANACONDIA è una storia lunga vent'anni. Un lungo viaggio, non sempre agevole, che finalmente trova suggello nel primo album ufficiale "L'Orizzonte degli Eventi", nuova produzione targata Locanda del Vento (Lizard Records side-label).
Ed è un esordio coi fiocchi: sette brani di chiara matrice progressive che sanno esprimere diverse atmosfere, ma soprattutto frutto di un'ottima scrittura, pregevoli arrangiamenti e melodie sempre avvincenti. Un mix che a tratti può ricordare, oltre a taluni rimandi hard-prog tra i '70 e i '90, lo stile italian-prog de La Maschera di Cera.
Non si fa mancare nulla il sound degli Anacondia, dalle tinte heavy-prog di "Eroi di Solitudine" e di "Gerico" con le proprie variegate evoluzioni (ottimo anche il flauto tra le pieghe di "Nel Silenzio"), allo splendido song-writing di "Ideale o Verità", sorta di ballad in crescendo dagli umori folk (in un'ipotetica hit-parade del rock progressivo italiano sarebbe da primissimi posti), sino a momenti psichedelico-floydiani come nel suggestivo finale di "Il Colore dell'Aria", col sax protagonista.
Nessun momento di flessione per tutto l'arco del disco, caratterizzato anche dall'eccellente guitar-work di Walter Marocchi, dai tratti sinfonici delle tastiere di Andrea Canonico, dalla calda voce e flauto di Gabriele Ramilli (suoi anche i testi, mai banali, con profondità e poesia), dalla duttile sezione ritmica di Vincenzo Valerio (basso) e Antonio Emanuele Sergi (batteria).

Si sono fatti attendere gli Anacondia, tuttavia già conosciuti nell'underground prog, ma ora lasciano il segno. Un segno importante per la personalità e la musicalità, che potrà distinguerli sin d'ora nel panorama progressive italiano.
______________________________________________________________
LINGALAD "Confini Armonici"        (LDV 011)



"The new album of the magical storytellers!!! The previous records were often inspired by "Il Signore degli Anelli" and the fantasy tales of J.R.R. Tolkien, now "Confini Armonici"is inspired by the books of the leader Giuseppe Festa: "Il Passaggio dell'Orso" and "L'Ombra del Gattopardo". Different tales for new adventures and lovely songs.
A graceful trip between folk-rock music, storytelling and wonderful nature"

I personaggi degli acclamati romanzi di Giuseppe Festa ispirano il quinto album della storica band lombarda, inconfondibili cantastorie folk-rock tra narrativa e musica. 
Confini Armonici: il ritorno dei Lingalad!


 "In Confini Armonici abbiamo raccontato in musica alcuni personaggi dei libri di Giuseppe Festa, approfondendone il carattere o esplorando aspetti che emergevano solo in parte, come il bracconiere Orante Della Morte o il guardaparco Sandro Di Ianni. Fanno tutti parte di quel meraviglioso sottobosco di umanità che ancora si incontra sulle strade meno frequentate, in quegli angoli di spazio e tempo lasciati indietro da una civiltà in perenne corsa. Uomini e donne che può conoscere solo chi ha ancora voglia di sedersi al tavolo di una locanda per parlare. Ma, soprattutto, per ascoltare". Come sempre impareggiabili cantastorie folk-rock, i Lingalad tornano a cinque anni di distanza da La locanda del vento (2010) con il quinto album Confini Armonici, pubblicato da Lizard Records (side-label Locanda del Vento). Un lavoro raffinato e coinvolgente, con una fisionomia sonora e testuale unica nel suo genere, nella quale la canzone acustica è innervata di rock, tra preziosismi melodici e slanci strumentali


Confini Armonici è un disco di "ripartenza" dopo i cambiamenti avvenuti negli ultimi cinque anni nel mondo Lingalad: il fondatore e cantante Giuseppe Festa è diventato un affermato romanziere (Salani, Mondadori Scuola, Piemme) e volto televisivo (Rai2), il longevo organico del gruppo si è rinnovato, mutando in quintetto con l'ingresso di Luca Pierpaoli, Dario Canato e Andrea Denaro accanto a Festa e al co-fondatore Giorgio Parato. Sono proprio i fortunati romanzi di Festa Il passaggio dell’orso (2013) e L’ombra del gattopardo (2014), pubblicati con grande successo anche all'estero, a ispirare Confini Armonici, al crocevia tra narrativa e musica come evoca il titolo: "I confini del mondo letterario e di quello musicale si muovono in modo armonico finendo per intersecarsi, creando un luogo, una "terra di mezzo", in cui ha messo le radici la nostra musica". 


A proposito di "terra di mezzo", sono lontani i tempi degli esordi, quando i Lingalad cantavano le avventure tolkieniane, ma resta viva nel loro immaginario musicale un'idea di canzone folk-rock che dia voce al mondo della natura: "Molti ci chiedevano di ritornare alle origini e di pubblicare un altro album su Tolkien, magari ispirato a Lo Hobbit, ma non ce la siamo sentita di realizzare un album solo per rincorrere l’attenzione dei media. Tuttavia un aspetto che è rimasto costante è il potere evocativo della natura. Una natura viva, personificata, che permea i testi delle canzoni quanto le pagine dei romanzi. In questo senso, le nuove canzoni sono altrettanto “elfiche” di quelle di Voci dalla Terra di Mezzo, seppure spogliate dalle componenti fantasy del nostro album di esordio".



LINGALAD:
Giuseppe Festa (voce e flauti)
Giorgio Parato (batteria)
Luca Pierpaoli (chitarra acustica)
Andrea Denaro (strumenti etnici)
Dario Canato (basso)

Info:

Lingalad:

MARCHESI SCAMORZA

MARCHESI SCAMORZA – Hypnophonia
Ma.Ra.Cash Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd-2015



Marchesi Scamorza, sin dal nome si intuisce che trattasi di un gruppo Progressive Rock Italiano. Il fascino del “non scontato” e dell’”unico”, oltre che nel genere raramente l’appellativo resta singolo, ma spesso formato da due o tre parole.
Nel 2012 la band ferrarese si fa conoscere al pubblico con “La Sposa Del Tempo”, un disco dalle influenze PFM, Genesis, Delirium e Yes. Un buon esordio, considerando che prendono forma nel 2009. Iniziano anche loro, come molte altre formazioni, con le cover per poi dedicarsi a materiale proprio. I componenti nella loro musica hanno varietà di soluzioni, dettate dalla differente provenienza dei gusti personali. Un mix che comunque porta ad uno stile sempre caro al classico Prog italiano, compreso quello delle Orme, PFM, Banco e Locanda Delle Fate.
Nel 2014 il quintetto viene a conoscenza del produttore e musicista Mike 3rd della Prosdocimi Records, di sicuro un nome che i fans del genere già conoscono, specialmente per la realizzazione del progetto Ex KGB. Il connubio dell’incontro trova il sunto in “Hypnophonia”, termine che sta a significare l’unione fra la psiche umana ed il suono. Il disco si presenta con un buon libretto di accompagnamento, con tanto di testi e foto della band. La registrazione è più che buona e i brani contenuti sono  cinque, due dei quali suite della durata di quasi quattordici minuti: “Il Cammino Delle Luci Erranti” e “La Via Del Sognatore”. La formazione è composta da Enrico Bernardini (voce), Lorenzo Romani (chitarra, Mandolino, cori e tastiere), Enrico Cazzola (tastiere), Paolo Brini (basso) e Alessandro Padovani (batteria).
Ci sono anche semplici canzoni all’interno di “Hypnophonia”, come la iniziale “1348”, dove la parte centrale del brano può richiamare l’epicità di certe Orme, grazie all’uso delle tastiere, ma che resta comunque legata alla formula canzone. Il gioco si fa duro con la suite “Il Cammino Delle Luci Erranti”, pane per i denti del Prog fans incallito, quello relegato alle regole intoccabili, piuttosto che a quello aperto alle nuove soluzioni. Quindi, cambi di tempo, di umore, ritornelli che si rincorrono  a tratti nel proseguo del brano, assolo strumentali ed epicità mista a drammaticità. L’intesa fra i componenti è buona, la ritmica funziona così come le tastiere che sanno sempre accompagnare le melodie con precisione e tempistica. Anche queste sono caratteristiche del genere che vanno rispettate, in quanto il Progressive Rock vuole necessariamente navigare nella parte più “dotta” e complessa della musica. Non è un caso che il momento più bello del brano risulta essere proprio il finale, dove l’insieme lavora con vigore e perizia.
“Campi Di Marte” gode del vento anni ’70, un aria fresca e pulita che sobbalza l’ascoltatore nel tempo. I sei minuti de “L’Uomo Col Fiore In Bocca” sono più raffinati nell’interpretazione vocale, inizialmente meno Prog e piuttosto vicina alla formula canzone italiana anni ‘80/90. Non nascondo  che in alcuni momenti mi sembra di intravedere in lontananza i primi Litfiba, salvo poi tornare nei ranghi e giocare con il piano elettrico di Cazzola. Qui territorio Orme.
Non è un caso che spesso nelle recensioni si adopera il termine “Dulcis In Fundo”, perché in effetti così è anche con “La Via Del Sognatore”, suddiviso in tre parti: Pt1 “La Notte”, Pt2 “Il Sogno” e Pt3 “Il Risveglio”.
Ascoltare musica così oggi nel 2015 è fatto incredibile, quante volte abbiamo sentito dire Prog “musica morta”, “musica di nicchia”, in un era dove la tecnologia è avanzata ed ha portato attraverso le mode ad altre sonorità e a strutture musicali più semplici.
“Hypnophonia” mi convince del fatto che il genere Progressive Italiano (specie quello classico, come in questo caso) invece non morirà mai, perché anche nel futuro ci saranno sempre dei nuovi Marchesi Scamorza… Come in una staffetta il testimone viene comunque passato. 2015, il genere è in buona salute, quindi avanti così. MS



FEAT.ESSERELA'

FEAT. ESSERELA’ – Tuorl
Lizard Records / Joe Frassino Records
Genere: Jazz Rock – Progressive Rock
Supporto: cd – 2015


Ho un debole per le band che hanno ironia e un alto senso dell’umorismo, lo confesso. Detto questo avrete capito che rischio di non essere davvero obbiettivo, se poi ci si aggiunge che il trio bolognese composto da Francesco Ciampolini (pianoforte e tastiere), Renato Minguzzi (chitarre) e Lorenzo Muggia (batteria) propone Funk Jazz Prog…beh, allora rischio proprio di essere di parte. Amo l’innovazione e l’osare nella musica, sia con ponderatezza che scelleratezza, ma soprattutto amo se fatta con voglia di divertimento. Questo fattore è contagioso, se si diverte chi suona, lo si trasmette a chi ascolta, un poco come succede con una risata in pubblico, una persona ride senza un perché, attorno a lui a mano a mano ridono tutti non sapendo a loro volta il perché.
I Feat. Esserelà si fondano nel settembre del 2009 e da allora si esibiscono in numerosi concerti live e in festival, riuscendo anche a vincere diversi concorsi musicali.
“Tuorl” è il loro primo album, ed esce dopo due anni di lavoro e di ricerca sonora da parte della Joe Fassino Records in collaborazione con la Lizard Records. Di certo a guardare la copertina del cd non è che si è molto attratti, tuttavia si è incuriositi ed ecco che l’artwork all’esterno scialbo, all’interno invece  nasconde un simpatico libretto di accompagnamento con foto ironiche e la voglia di Esserelà. Il personaggio che accompagna la band ed il suo tuorlo d’uovo, si fanno un giro in ambienti noti, come la fabbrica in Inghilterra immortalata nella famosa copertina di “Animals” dei Pink Floyd, oppure in un dipinto surreale di Escher. Lascio a voi la scoperta del resto, almeno il piacere di scoprirlo al momento dell’acquisto.
La musica è bene incisa, il suono tende più al cupo che al cristallino, mentre i brani contenuti sono undici (con titoli quantomeno improbabili) e tutti strumentali.
Sembrano, o perlomeno vogliono darlo a credere, che i Feat. Esserla’ siano dei notevoli improvvisatori, questa sensazione l’ho avuta però solamente ai primi ascolti di “Tuorl”, perché con l’avanzare di questi, ho invece notato una certa ponderatezza nell’essere spontanei. La sanno lunga e per dirla tutta la sanno anche raccontare. Persino i titoli sono sensazioni improvvisate, basta citare “Anche Cotoletta”, “Il Nostro Batterista Ha Un Buco Nella Gamba”, “Un Duettrè Qqua”, solo per dirne alcuni, che sembrano non voler dare importanza alla buccia, bensì solo alla polpa, ossia alla musica. E perché no, non è sbagliata.
Funk, Jazz, Area, Prog, cambi di tempo, umorali…insomma quello che il genere in questione esige e che quando l’ottiene raggiunge vertici  importanti.
Non è semplice tenere fermo il piede all’ascolto di questi brani, tutti di media e breve durata, escluso “No ( )” che supera gli otto minuti.
Come vedete non accenno a nessuna descrizione di un brano, il perché lo avrete intuito da soli, tuttavia tengo a sottolineare una grande fantasia compositiva e buona tecnica esecutiva, come ho già detto, non sono sprovveduti, anche se sembrano volerlo a dare.
Mi domando e dico soltanto perché noi italiani abbiamo queste capacità e non le sappiamo sfruttare a dovere. Bisogna imparare anche a sapersi vendere, perché all’estero su questo campo non sono di certo superiori a noi quando si tratta di musica a questi livelli. Se poi mettiamo sulla bilancia che “Tuorl” è un debutto, allora c’è seriamente da riflettere. Complimenti ragazzi. MS


ELLEVEN

ELLEVEN – Transfiction
Progressive Promotion Records
Distribuzione Italiana: GT Music
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2015


Il New Prog è stato molto importante negli anni ’80, ha avuto la capacità di far sopravvivere il vecchio Progressive Rock sino ai giorni nostri, malgrado le pugnalate del Punk, della “Febbre Del Sabato Sera” e della New Wave. Il fenomeno è come sempre partito dall’Inghilterra, punto di riferimento Genesis e Pink Floyd su tutti, ma è stato supportato da tutta Europa e non solo. Anche noi italiani siamo stati in gioco con gruppi come Nuova Era o Arcansiel, ma la Germania ha saputo fare nel tempo la voce grossa.  Un gruppo che ha partecipato attivamente a questa corrente di matrice prettamente Marillioniana (era Fish ovviamente) si chiama Chandelier ed Herry Rubarth ne è stato il batterista. Lo ritroviamo nel 2001 in questo nuovo progetto dal nome Elleven. Con lui la cantante e chitarrista Julia Graff, Carsten Hutter alla chitarra, Armin Riemer alle tastiere e Roger Weitz al basso.  Con “Transfiction” giungono al secondo suggello, dopo “Insight” del 2007.  Come stile della Progressive Promotion Records, il disco è presentato in veste cartonata ed elegante, con un libretto di accompagnamento curato contenente i testi e le foto. I disegni psichedelici mi fanno tornare alla mente quelli della ristampa cd dei Pink Floyd “The Piper At The Gates Of Dawn”. Otto i brani contenuti, tutti di media lunga durata, oscillanti dai sette agli undici minuti al massimo.
“Try” apre il disco e fanno capolino anche gli Arena, grazie alle forti chitarre, ma la voce di Julia racconta un'altra storia, magari più vicina a quella dei The Gathering. Notevole il momento centrale con l’Hammond che accompagna, e la chitarra che smette di ruggire per deliziare con un breve assolo sentito e profondo. Siamo al cospetto di Progressive Rock da cantare, dove la tecnica è al servizio della melodia e non del autocompiacimento. Anche in “Not The One” il momento centrale è il più interessante, fra chitarra e tastiere, qui più enfatiche e riempitive.
Accenni nipponici in “Sakura Tree”, canzone delicata come la voce di Julia. La successiva “Blurry Road” è sempre dentro i canoni della delicatezza, salvo entrare nell’enfasi finale degli assolo. Il ritmo prima sale e poi si spezza in “Anyway”, e qui siamo in pieno New Prog. “Reproduction”  ripropone lo stile Elleven senza strafare, ma è “Dust And Light” che personalmente mi convince di più, grazie alla sua varietà. Il disco viene chiuso da “Losing Tracks”, la canzone inizialmente acustica è anche la più breve nei quasi cinque minuti.

L’intento degli Elleven è palesemente quello di emozionare, di coccolare l’ascoltatore con melodie leggiere, fragili, senza mai alzare troppo la voce. Ci riesce sicuramente, ma avviso tutti coloro che pretendono dal Prog vigore e tecnica che qui ci si rilassa ad occhi chiusi e spesso è  anche bello lasciarsi andare e sognare. MS