sabato 26 dicembre 2015

Sonaglia Marco

MARCO SONAGLIA – Il Vizio Di Vivere
Accademia Cantautori Di Recanati
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2015


Ritorno con estremo piacere a parlare del chitarrista Marco Sonaglia, mio concittadino fabrianese dell’entroterra marchigiano. Il fatto di giocare in casa, nella realtà porta in me il dovere di essere più obiettivo possibile, e lo sarò in quanto mentire o per meglio dire enfatizzare un qualcosa che potrebbe non essere, farebbe solo del male ad un artista e ad un amico oltre che alla mia credibilità critica. Per cui il mio pensiero è qui ancora una volta disinteressato e sincero come sempre e più che mai!
 Detto questo c’è da iniziare analizzando la realtà dei fatti in ambito “cantautori”, in Italia sono sempre di meno e meno impegnati non tanto per loro colpa, ma in quanto la società è cambiata, sempre più mordi e fuggi, non propensa a soffermarsi ad ascoltare e soprattutto a pensare. Il coraggio di dire ciò che si pensa, magari anche con ironia, analizzare la vita quotidiana, lo stato sociale, alcuna letteratura, è fatto oramai raro. 
Sonaglia con il secondo album dopo il buon “Il Pittore E’ L’'Unico Che Sceglie I Suoi Colori” datato 2013, ritorna in versione acustica e in formazione trio. “Il Vizio Di Vivere” sceglie  questo tipo di percorso sonoro in quanto volenteroso di dare risalto ai testi di Giorgio Tintino e Francesco Urbinati, e ci riesce  in maniera garbata e molto spesso con classe. Sonaglia è amante del cantautorato anni ’70, spazia da Guccini a Lolli, passando anche per Nomadi, questo lo si evince spesso dall’ascolto dei brani dell’album di esordio. E dopo due anni?
 Ma andiamo con ordine, Sonaglia si coadiuva del pianista ed arrangiatore milanese Onofrio Laviola e del chitarrista Edoardo Marani. Ci sono riferimenti di letterati al riguardo, con una scansione del secolo che passa attraverso Cesare Pavese e Franco Fortini, procedendo per un analisi a tratti malinconica e  drammatica. Questa viene bene rappresentata anche in copertina dall’opera di Roberto Stelluti “Francesco Sulle Carcasse” del 1978. Una pila di auto rottamate in un precario equilibrio con uno scenario oscuro, sporco, trasandato, e sopra un bambino che guarda di sotto, e che  non vuol cadere, destinato metaforicamente a un presente di certo non roseo. Ma anche in questo caso c’è un segnale di speranza, il bambino è circondato di luce, uno squarcio nel cielo plumbeo  probabilmente  di ottimistico auspicio.
Ed ecco il Marco che non ti aspetti, nei sette brani dell’album (esclusa l’ottava bonus track) l’autore fa capolino fuori del proprio guscio “Gucciniano”, mettendo a nudo anche altre sue  predilezioni musicali, si fa coraggio e prende possesso delle proprie capacità e della personalità, amalgamando il tutto con garbo. In questo bel viaggio sonoro ho riscontrato molti particolari che possono condurre ad artisti come Banco Del Mutuo Soccorso (grazie agli arrangiamenti delle tastiere), Ivan Graziani (per alcune metriche liriche), Mario Castelnuovo, Francesco De Gregori, Fabrizio De Andrè, Claudio Lolli, Giorgio Gaber e anche del cantautorato francese. Davvero un calderone culturale elevato ed impegnativo.
 Dopo ripetuti e ripetuti ascolti non riesco a estrapolare una canzone sopra le righe, il livello è notevole, sopra la media del genere in analisi, ed ecco che “Emilio”, La Luna E Il Falò” e “Nella Terra Di Nessuno” ti scaldano la mente ed il cuore. “Il Buongustaio” è allegramente cinica, diretta, ruvida nella sua semplicità nell’esprimere il concetto di umanità: “Io sono un buongustaio, e alla crema della società preferisco come sapore la feccia dell’umanità”.
“Il Grande Inquisitore” è ottimamente arrangiata e si stampa facilmente in mente, con il suo clamoroso profumo anni ’70. Gradevole “L’Altro Saluto”, ancora una volta bene arrangiato da Laviola. Più Prog nell’intento è “Nella Terra Di Nessuno”, qui se posso sbilanciarmi in un consiglio vedo una buona strada per il futuro musicale di Marco, quando sarà definitivamente uscito a nudo con coraggio. Dolcissima e commovente “Vice Veris”.
Chiude la bonus track “Le Intermittenze Del Cuore”, omaggio a Claudio Lolli, unico brano non acustico dell’intero album, qui in versione più elettronica.
La direzione artistica è a cura di Lucia Brandoni, il progetto grafico è di Raffaello Cardinaletti,  mentre la registrazione negli studi Klangstrm di Recanati, sotto la cura di Paolo Bragaglia rende giustizia all’intero lavoro con il suo suono caldo.
 Ci si chiede all’interno del booklet se è ancora possibile un incontro fra musica popolare e poesia, la mia risposta è si, perché…perché voglio credere ancora che sia così, almeno il tempo di un album come questo. Il resto è consuetudine. MS




MARCO SONAGLIA – Il Pittore E’ L’Unico Che Sceglie I Suoi Colori…
Ars Live Records
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2013


A chi ha una certa età come la mia, quando si dice “cantautore”, vengono alla mente artisti come Fabrizio De Andrè, Lucio Battisti, Lucio Dalla, Eugenio Finardi, Ivan Graziani e così via, la crema degli anni ’70 a venire. Perché questo preambolo? Semplicemente per rimarcare l’impegno che questi musicisti mettono nei testi e nelle musiche. Spesso con loro si pesca nel sociale, come con De Andrè o Guccini. Quest’ultimo è anche punto di riferimento di molti cantautori a venire, anche dei nostri tempi e chi ne è rimasto colpito, ci resta indelebilmente legato.
Uno di questi è Marco Sonaglia, giovane cantautore marchigiano che nutre passione ed ideologia nei confronti di un maestro come Francesco Guccini (ma non solo).
“Il Pittore E’ L’Unico Che Sceglie I Suoi Colori…” è un album che vive proprio a cavallo dei due contesti e ciliegina sulla torta, resta appunto la bonus track de “Il Vecchio E Il Bambino”, dove tutto lo spirito Gucciniano fuoriesce nel suo splendore.
Ma partiamo dall’artwork che mette in luce la creatività non solo di chi propone, ma anche di chi acquista l’opera e spiegherò il perché. Sotto il titolo si evince una virtuale tavolozza di colori ed una palla di cartapesta e DAS in bianco e nero. Essa rappresenta alcuni passaggi del disco, come il brano “Hanno Rubato L’Urlo Di Munch”, proprio con il famoso volto gridante al centro della palla. All’interno del disco c’è un poster che rappresenta la copertina con la quale si può colorare la palla a proprio piacimento, magari proprio mentre si ascolta la musica, così da essere interattivi con l’arte di Sonaglia. La scultura si chiama “Il Mondo Di Sonny” ed è di Nikla Cingolani, anche fotografa assieme a Paolo Farina. Nel corso del disco, l’autore si coadiuva di numerosi special guest, per fare alcuni nomi Marino e Sandro Severini dei Gang, Gastone Pietrucci (La Macina), Michele Gazich al violino e Massimo Priviero alla voce.
Le tracce sono dieci e si comincia con “Gauguin Drogato”, una vera ballata che ricorda Francesco De Gregori ed il ritmo è quello di un treno in corsa. Un malinconico violino apre “Il Piccolo Soldato” assieme alla fisarmonica di Giuliano Stacchiotti. Veli di nostalgia si alternano a giocose ballate su testi importanti e descrittivi in stile De Andrè. Amara descrizione del razzismo in “Mississippi 6 Luglio 1873”, conclusa su un bel solo di chitarra elettrica. “Mamma Ro” è un equilibrio emotivo fra sensazioni Castelnuovo/De Andrè, giornate raccontate in maniera approfondita e fotografica. Le parole di Sonaglia infatti sono piccole fotografie di vita, ma viste con l’ottica del fotografo professionista, cogliendo particolari che altri non vedono. Il ritmo sale in “2004 (Circa)”, dura ed amaramente sarcastica, un buon duetto di chitarra acustica ed elettrica la impreziosisce.
Più ricercata “La Festa Di San Giovanni” con la tromba di Samuele Garofoli a fare da intramezzo ai testi, mentre “Gli Occhi Di Lucia” è una dolce ballata, uno dei momenti più belli del disco grazie anche ad un buon arrangiamento di piano e violino e con un ritornello toccante. “Hanno Rubato L’Urlo Di Munch” è per tendenza un brano in stile Graziani, non per l’opera rubata che nel caso del teramano è la Monna Lisa, piuttosto come metrica lirica non del tutto convenzionale, quella di “Scappo Di Casa”. Chiude ufficialmente l’album un'altra dolce ballata, “Stasera La Luna”.
Musica che dona riflessione, profondità poetica ed emotività questa di Marco Sonaglia, un debutto che un fans del vecchio cantautorato e dei nomi citati in precedenza non si deve lasciar sfuggire. In un mondo musicale dove tutti gridano e corrono, c’è anche un attimo per fermarsi a riflettere, o per meglio dire…. Ad ascoltare. (MS)

sabato 19 dicembre 2015

Lola Stonecracker

LOLA STONECRACKER – Doomsday Breakdown
This Is Core Records
Genere: Post Grunge - Hard Rock
Supporto: cd – 2015


Come sta l’Hard Rock in Italia? Ha sempre proseliti oppure naviga in acque torbide? Per quanto non sia mai stato un genere che ha fatto alta classifica, è comunque sempre costantemente vivo e vegeto. I seguaci appassionati gli relegano affetto e un forte “credo”, quello che ad esempio ha sempre unito anche il popolo “metallaro” in senso generale. Inutile sottolineare che esso è anche per chi lo suona uno stile di vita. In definitiva, nel nostro paese l’Hard Rock è presente e seguito, le molteplici band che si formano alacremente sono li a dimostrarlo.
E andiamo allora a conoscerne una ruspante…stradaiola nell’andamento, libera di uscire fuori allo scoperto e di affrontare la vita di tutti i giorni: i Lola  Stonecracker. Si formano nel bolognese nel 2009 e il loro amore per l’Hard Rock e per il Grunge è il propellente su cui far viaggiare i testi. La carica che riescono a trasmettere dalle canzoni è contagiosa, essa scaturisce anche da una forte esperienza live maturata dalla collaborazione con differenti gruppi, ad esempio dal 2011 al 2013 hanno suonato assieme a Gilby Clarcke (ex Guns ‘N Roses), Reckless Love, Adler’s Appetite e John Corabi. Questa esperienza amalgama la formazione composta da Alex Fabbri (voce), Lorenzo Zagni (chitarra), Giovanni Taddia (chitarra), Diego Quarantotto (basso) e Christian Cesari (batteria). Pier Mazzini (tastiere), Roberto Priori (chitarra) e Ace Von Johnson (chitarra) invece compaiono come ospiti speciali nella registrazione di questo album d’esordio dal titolo “Doomsday Breakdown”.
Il cd  si presenta con una buona grafica (Elton Fernandes) ed un libretto di accompagnamento esaustivo, peccato solo per la scritta dei testi molto piccola, probabilmente imputabile alla mia veneranda età e al problema annesso di diottrie. Le fotografie sono di Ely Garbo.
Il cd è composto da quindici brani diretti, senza inutili orpelli, diretti e ben registrati. Si bada all’essenza e alla giusta armonia, canzoni che si ascoltano piacevolmente e che in alcuni casi restano anche facilmente memorizzati.
“Jigsaw” è un pezzo che sicuramente in sede live “spacca” di brutto, la voce di Fabbri mi ricorda in alcuni frangenti quella di Zachary Stevens (Savatage). La versatilità vocale di Fabbri la si può constatare anche in “Generation On Surface”. La sezione ritmica è efficace, cosi la chitarra in alcuni frangenti degli assolo, seppur brevi. Le tastiere molto spesso fanno da tappeto riempiendo il suono rendendolo più maestoso.
I Lola Stonecracker sono godibili anche nei frangenti più intimistici, come nel caso di “Secret For A Universe”, “All This Time” e “Shine”.
Ma l’adrenalina scorre a profusione durante le altre canzoni, da ascoltare anche in macchina ad alto volume.

Band intelligente, capace di unire giuste armonie orecchiabili con lo spirito degli anni ’70 e l’impatto Grunge degli anni ’90, cosa non semplice e dal risultato quantomeno spettacolare. Bravi, bravi. MS

martedì 8 dicembre 2015

Buone Feste di Natale 2015


Perché fare buone Natale e come?




Si avvicina nuovamente Natale (per chi crede), festa tradizionale che sempre ha riunito famiglie sia in chiesa, sia avanti ad una buona tavola imbandita, che al grido dei ragazzi intenti a scartare i regali. 
Negli anni la magia sembra essere inossidabile. Chi ne parla bene, chi ne parla male, ma alla fine la notte del 24 Dicembre, a tutti sale un groppo alla gola, siano credenti o meno.

Oggi dove tutto è “virtuale”, dove le amicizie si trovano dentro ad un telefonino o ad un computer, c’è ancora più bisogno di Natale,  di contatto, di profumi e sapori, di famiglia o amicizia. Questo Natale diventa simpatico anche a chi non crede, perché almeno tenta di stanarci da questo ghiaccio virtuale.

Perché fare buone Natale?  Perché si fa “reset” con il mondo e le sue avversità. Perché per un istante si ama e ci si ritaglia un momento per stare assieme. Chi è solo per riflettere.

Come? Con semplicità perché la vita è fatta solo di momenti, basta crearseli.


Da parte di NONSOLO PROGROCK... Buone Feste a tutti voi


giovedì 3 dicembre 2015

LINGALAD

LINGALAD – Confini Armonici
Lizard Records
Distribuzione italiana: si
Genere: Folk Rock
Supporto: cd – 2015


E’ dai tempi di “Songs From The Wood” dei Jethro Tull che non vedo un artwork così mirato e funzionale nel messaggio musica, uomo e natura. Il tramite è il legno. Nella sua custodia cartonata il cd contiene un libretto bellissimo, curato e con delle fotografie suggestive che immortalano gli artisti all'opera con gli strumenti fatti con il legno…e non soltanto quelli. Perfetto supporto per cotanta musica.
I Lingalad giungono con “Confini Armonici” al loro quinto suggello Folk Rock, a cinque anni da “La Locanda Del Vento” e comunque di cose nel tempo ne sono cambiate. Il leader fondatore del gruppo Giuseppe Festa (voce, flauti), è diventato nel frattempo un affermato romanziere (Salani, Mondadori Scuola, Piemme) e volto televisivo di RAI2.  Muta anche la line up, con l’ingresso di Luca Pierpaoli (chitarra acustica), Dario Canato (basso) e Andrea Denaro (strumenti etnici), a terminare la formazione c’è il co-fondatore Giorgio Parato (batteria).
Lontani i tempi in cui i Lingalad cantano le avventure Tolkieniane, ma il potere della natura fuoriesce ancora nel sound in maniera devastante, quasi a sentirne i profumi muschiosi. In “Confini Armonici” si parla di alcuni personaggi dei libri di Giuseppe Festa, come il bracconiere Orante Della Morte o il guardaparco Sandro Di Ianni, approfondendone  i caratteri. I brani sono undici per quaranta minuti di musica, compreso un pezzo strumentale a chiudere l’album dal titolo “Orante Della Morte”. I testi sono fotografie proiettate nella nostra mente, amplificate dalla musica sia di facile memorizzazione che di matrice cantautoriale. “Sogni D’Oblio” è molto bella, un mix fra i Fiaba e Nino Castelnuovo, ma non è l’unica ad avere questa prerogativa, “Orante Della Morte” la segue a ruota.
Il ritmo sale e si fa caliente con “Occhi D’Ambra”, una cavalcata Folk, mentre “L’Ombra Del Gattopardo” fa capolino fra le gemme del Prog italiano, sostenuto da quel flauto che spesso e volentieri ha fatto alzare peli sulla pelle degli amanti del genere. Uno dei momenti più importanti del disco, anche sostenuto da un ottimo pianoforte di classe. La buona incisione esalta il tutto, facendo scaturire anche i minimi particolari. Sempre tempo lento per “La Grande Orsa”, altro tassello folk cantautoriale. Altri momenti che mi colpiscono di più sono racchiusi in “Il Passaggio Dell’Orso”, brano arioso dal profumo vintage e la conclusiva “Orante Della Morte” con un piano sgocciolato in stile Orme. Non c’è nulla da fare, il flauto ed il suo caldo suono fa vibrare dentro le corde dell’anima.
E non c’è nulla neppure da eccepire, un disco che si lascia ascoltare con grande emozione e facilità, dettata dall'alternanza Folk, canzone e Prog, un mix che funziona, almeno per la mente.

Bellezza. (MS)

TOXIC SMILE

TOXIC SMILE – Farewell
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music Distribution
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2015


Tornano i tedeschi Toxic Smile dopo “7”, un album altalenante  in stile, come lo definii nella recensione passata con l’appellativo “schiaffo o bacio”. Marek Arnold, sassofonista anche con Cyril, Seven Step To The Green Door e Flaming Row, non cambia line up, sempre con Larry B. alla voce, Uwe Reinholz alla chitarra, Robert Brenner al basso e Robert Eisfeldt alla batteria. In questo nuovo lavoro dal titolo “Farewell”, compaiono special guest del calibro di Cornelia Pfeil (violino), Angelika Grunert (violino), Susanne Goerlich (viola), Uta Schroder (violoncello) e Martin Schnella (cori).
In questo album si cimentano in una prova coraggiosa per i tempi, una scelta quella di fare un solo brano della durata di  42 minuti non prettamente commerciale ma “Prog” per atteggiamento e  sostanza. Anche gli americani Echolyn con “Mei” nel 2002 tentarono la carta, ma pur essendo un gran disco, non ricevette le giuste attenzioni. La durata ovviamente prevede un ascolto attento, cioè stare avanti allo stereo per un ora, come se stessimo guardando un film. Oggi come oggi, in questa società che corre sempre più, probabilmente questo è improbabile che accada. Ma il pubblico che ama la musica il suo tempo per ascoltare se lo ritaglia, ed ecco che lavori come questo hanno un loro perché. Il contenitore del disco è cartonato, mentre il dipinto che rappresenta la copertina si intitola “Sleeping Elf” ed è del bassista Robert Brenner.
Il brano si apre con il classico momento enfatico, dettato dagli archi per poi svilupparsi in un percorso dato da numerosi cambi di tempo e di umore. I Toxic Smile rispetto l’album precedente sembrano avvicinarsi al 100% verso il mondo Rock Progressivo, lasciando più da parte il lato Metal, anche se di tanto in tanto le chitarre distorte fanno capolino, anche se in maniera garbata.
Le tastiere ricoprono un ruolo importante, riempiendo il suono con tappeti a volte imponenti ed altre volte delicati, per non parlare dei momenti di protagonismo degli assolo. La sezione ritmica sembra la carta vincente dei Toxic Smile, una macchina ben rodata  che si intende a dovere, un motore che gira come deve girare. La voce di Larry a volte ricorda vagamente quella di Gabriel, anche se il genere proposto non è proprio quello dei Genesis.
Grazie ai numerosi interventi degli archi, il brano gode di una sinfonia aggraziata, tanto da renderlo vicino all’opera Rock. Il suono è pieno, ma grazie ad una buona incisione gli strumenti sono nitidi e distaccati fra di loro. Le melodie ricoprono altrettanto un ruolo fondamentale, perché qualcosa pur essendo una suite, nella mente deve restare. Ecco che il ritornello è quindi di facile memorizzazione.
Dentro si scorgono in lontananza gli anni ’70, oltre che i nostri tempi, la band dimostra di conoscere tanta storia del Rock, sciolinando di tanto in tanto un riferimento importante. Godo da morire quando sale il patos, resto colpito da una crescita sia di carattere che di tecnica e composizione in appena un anno e mezzo. 42 minuti volati, e questo sta a significare che “Farewell” avrà altre canches nel mio stereo, con vero piacere. Un disco consigliato agli amanti del Prog e non soltanto, c’è molto materiale variegato, per ricoprire una vasta area di gusti. Complimenti per la crescita! (MS)