martedì 30 dicembre 2014

PROG ZONE 2015


“PROG ZONE – Il prog in Concerto”, una rassegna live di musica progressive/alternative rock nata da un’idea di Daniele Giovannoni, batterista dei Karmamoi ( www.karmamoi.it ), band progressive rock italo-inglese con all’attivo due album (“Karmamoi” del 2011 e “Odd Trip” del 2013) e un terzo” Solitary Binary System” in uscita a Giugno 2015, anticipato dal singolo “Sirio”. I Karmamoi, già protagonisti dell’Eurosonic Showcase Festival di Groningen (Olanda, 2011) e di numerosi live, tra i quali l’opening act al Borderline di Londra per gli storici Curved Air, condivideranno il palco con due band della scena prog emergente: Jade Vine e Old Rock City Orchestra.

I greco-londinesi Jade Vine (www.jadevineuk.com), attualmente impegnati nelle registrazioni del loro secondo album, hanno intrapreso nel 2013 un tour in Inghilterra e in Grecia come opening act degli Anathema, nota prog band di fama internazionale. Nello stesso anno Daniel Cavanagh, chitarrista degli Anathema, ha co-prodotto il loro primo lavoro dal titolo “Nothing Can Hide From Light”. 

Gli Old Rock City Orchestra (www.oldrockcityorchestra.com), anch’essi impegnati nell’uscita del loro secondo album, sono stati protagonisti nel 2013 di un tour europeo che ha toccato Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda e Bulgaria. Il disco d’esordio “Once Upon A Time” è uscito nel 2012 per l’etichetta indipendente M.P. & Records, già in collaborazione con artisti nazionali e internazionali come Rick Wakeman (YES), Sonja Kristina (Curved Air) e, tra gli altri, Bernardo Lanzetti (PFM), voce storica del progressive rock italiano, con il quale la band umbra ha condiviso il palco lo scorso luglio 2014.

PROG ZONE gode del supporto mediatico di distribuzioni, radio, webradio e magazine del settore e sarà replicato nel corso del 2015 anche in Gran Bretagna. 




sabato 27 dicembre 2014

Daal

DAAL – Dances Of The Drastic Navels
Agla Records
Genere: Progressive Rock/Avantgarde
Supporto: cd – 2014


Il Progressive Rock Italiano si sta basando su nomi oramai importanti, ci sono artisti che con il duro lavoro e la perseveranza, hanno dato uno stile ben riconoscibile al nostrano genere d’avanguardia. Alfio Costa lo troviamo alle tastiere in numerosi progetti, Prowlers, Tilion, Colossus Project, ha collaborato con Malaavia, Ars Nova, The Samurai Of Prog solo per fare alcuni nomi e con Davide Guidoni alle percussioni (oltre che ottimo grafico) ha creato questo fortunato progetto dal nome Daal. “Dances Of The Drastic Navels” è la quinta realizzazione da studio dopo il successo di “Dodecahedron” del 2012. L’album è composto da cinque tracce ed è edito in una confezione cartonata come sempre curata da Davide Guidoni. I suoni registrati sono contaminati da aloni di oscurità per le atmosfere, sempre intriganti e sorprendenti.
Le composizioni prendono vita in una casa isolata e buia nei pressi di un bosco, la casa di Mr. Sandro, questa è l’ideale per la concentrazione tanto che Costa in due giornate riesce a comporre le cinque canzoni.
Nel disco si avvalgono del supporto di amici come Ettore Salati alle chitarre, noto in ambito Prog in quanto presente in numerosissimi progetti al riguardo (The Watch, Alex Carpani, Archangel, The Redzen, Soulengine etc. etc.), Bobo Aiolfi basso anche con i Prowlers, Letizia Riccardi al violino, Tirill Monh voce in “Inside Out” e Guglielmo Mariotti(voce).
Il titolo del primo brano “Malleus Maleficarum” lascia già presagire l’ascolto a cui si va incontro. Le musiche sono composte da Costa, ma qui una mano importante la da Guidoni nell’intro e le sonorità si fanno grevi  in stile Goblin o Antonius Rex. Notevole la parte centrale del brano, quando le atmosfere si placano per una Psichedelia a tratti di Pinkfloydiana memoria.
“Elektra (An Evening With…)” è una variante elettronica e strumentale, impreziosita dalle percussioni di Guidoni. Il pezzo comunque Rock,  è dedicato ad un loro amico scomparso in una tragica notte.
“Lilith” è una sorta di ninna nanna ispirata da un disegno trovato inciso in un albero presso la suddetta casa dell’amico Sandro. Ipnotico ed ammaliante, basa molta enfasi sulle note sgocciolate dal piano di Costa. Composizione emozionante e profonda come pochi sanno concepire.
Con la title track “The Dance Of The Drastic Navels” ritroviamo i classici Daal, quelli che hanno saputo colpire l’attenzione dell’ascoltatore progressivo sin dal 2009. I pochi testi che si ascoltano nel lavoro sono comunque il proseguo dell’argomento dei primi album, si narra della storia di un uomo del futuro che si innamora di una strega metà donna e per metà robot, dove riesce a far diventare l’individuo un proprio giocattolo. Il brano gode di atmosfere nordiche, molto vicine al Prog svedese e a certi King Crimson, queste date dall’oscurità dei passaggi, soprattutto caratterizzati dal suono  mellotron. A metà ascolto subentra l’elettronica, carta molto spesso vincente dei Daal.
Il disco si chiude con “Inside You”, in origine destinata a diventare la conclusione della suite appena ascoltata, invece lasciata definitivamente godere di vita propria. La canzone (perché di questo si tratta) è cantata dalla bella voce della norvegese Tirill Mohn ed è esaltata dal nostalgico violino di Letizia Riccardi. Il pezzo da solo vale il prezzo del cd, come si dice spesso in questi casi, degno suggello del lavoro.
I Daal fanno ciò che sentono, non badano a stili o mode, mutano pur sempre reggendo il sound su di una personalità che il buon 80% delle band mondiali di Prog Rock si sognano! Qui c’è da ascoltare, “Dances Of The Drastic Navels” è un viaggio da fare senza freni inibitori, senza paura, basta lasciarsi andare per scoprire nelle oscurità dei raggi di sole che sembrano indicare una nuova strada. Io come sempre, in casi come questi non giudico ma ascolto e cerco di lasciarmi trasportare, perché questa musica esula dalla banalità, non va ascoltata assolutamente in macchina o comunque sia distrattamente, ma va goduta a pieno, in tutte le sue sfumature.

Daal, oramai un nome ed una garanzia. (MS)

domenica 21 dicembre 2014

Fabio Zuffanti

FABIO ZUFFANTI & ZBAND – Il Mondo Che Era Mio
AMS / BTF
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2014


Molto spesso mi sono lamentato di situazioni musicali qui in Italia che hanno fatto sì che il mio giudizio fosse rassegnatamente negativo al riguardo. Non è per partito preso nei confronti di un genere musicale a me caro, e neppure per chiusura mentale relegata a nostalgia dei tempi che furono, bensì vera e propria constatazione dell’evoluzione culturale del popolo italiano.  Ma per fortuna anche oggi c’è chi si batte per se stesso e la musica, per poter semplicemente vivere di lei e di esprimere il proprio essere attraverso le sue corde. In un calderone immenso questi artisti vanno scovati e supportati perchè è da loro che spesso nascono emozioni.
Fabio Zuffanti di certo non è l’ultimo arrivato, lo sapete bene anche voi che seguite le mie recensioni, ha formato numerosi gruppi come Finisterre, La Maschera Di Cera ed Höstsonaten tanto per nominare i più famosi ed è un artista che si batte da venti anni per la sua causa, quella di esprimere un concetto musicale a cavallo fra semplicità, armonie e Prog Rock. Probabilmente il connubio di questi elementi non è digeribile a tutti gli usufruitori, i quali spesso si legano al significato di Prog Rock distante dal cosiddetto termine “commerciale”. Non che Zuffanti nella sua carriera abbia fatto dischi prettamente commerciali, anzi, tuttavia ha ricercato la giusta melodia anche di facile memorizzazione, magari a discapito di lunghe cavalcate tecniche. Venti anni di realizzazioni che hanno fatto in ogni caso parlare, emozionare e cantare.
Quest’anno è uscito anche il disco solista “La Quarta Vittima” che ha riscosso  interesse di pubblico in senso generale e che ha portato Zuffanti a formare una band per partire in un tour mondiale che ha toccato nazioni come Belgio, Olanda e Canada. Un concerto in cui si suonano le diverse tappe della carriera che hanno contribuito a formare l’artista genovese, un insieme di canzoni estrapolate dai diversi suoi progetti. Ogni canzone è un tassello importante che l’artista sente vicino a se. Ma non tutto è filato liscio a livello tecnico e le registrazioni live purtroppo non si sono potute realizzare. Zuffanti tuttavia ha ritenuto di immortalare ugualmente questa Zband ed una scaletta importante che lo ha accompagnato nel corso del tour, per questo si reca agli Hilary Audio Recording Studio e ripete il concerto live in studio.
Quello che ne scaturisce all’ascolto, oltre alla bellezza delle composizioni, è una forte sensazione di agio, ossia i musicisti godono di questa situazione e danno il meglio di loro stessi. Ecco allora classici come “In Limine” (Finisterre con Boris Valle),”Rainsuite” (Höstsonaten), “La Notte Trasparente” (La Maschera Di Cera) ed altri ancora, riprendere vita, una nuova veste comunque elegante e moderna. Del nuovo album solista ci sono “Una Sera D’Inverno”, “La Quarta Vittima” e “Non Posso Parlare Più Forte”.La Zband è formata da Matteo Nahum (chitarra), Paolo “Paolo” Tixi (batteria), Giovanni Pastorino (tastiere) e Martin Grice (fiati), oltre che da Fabio Zuffanti al basso e voce.
Sette tasselli importanti per la carriera, ma anche per il Prog Italiano in generale, troppo spesso relegato al confine dei tempi che furono, invece con “Il Mondo Che Era Mio” si ha nuovamente l’ennesima prova che il genere è vivo e vegeto. Ben confezionato in edizione cartonata, registrato con la consapevolezza di rendere il concerto più tangibile ed un bel poster de “La Quarta Vittima Tour”all’interno dell’artwork stesso, questo è il sunto del cd.
Sicuramente Fabio ora è già all’opera in un nuovo progetto, la sua “vulcanicità” non è sicuramente nuova a nessuno, perchè lui è artista vero, vive della sua musica, o almeno tenta di farlo con tutte le difficoltà del caso e se ci riesce è solo grazie a se stesso, alla gavetta, alla bella musica che solo un ascoltatore disattento può lasciarsi sfuggire.
Da avere e godere! (MS) 

lunedì 8 dicembre 2014

The Lunatics: Pink Floyd - Il Fiume Infinito

LIBRO

THE LUNATICS – Pink Floyd / Il Fiume Infinito
Giunti – 2014



Direte voi: Un altro libro sui Pink Floyd!! Ebbene si, ma questa volta (come la precedente per i The Lunatics con “Storie E Segreti”), è gioia per i fans collezionisti più accaniti della band di Cambridge. Gioia perché gli autori vanno a spulciare minuziosamente la storia della band passando brano per brano, con la competenza e la passione che solo i più grandi fans planetari della band hanno.
Chi sono i The Lunatics? Chi meglio di loro possono descriversi e quindi estrapoliamo dal loro sito la biografia: “ "The Lunatics" è un club virtuale che raggruppa alcuni tra i più famosi collezionisti italiani dei Pink Floyd.
Il club, ideato nel 2001 da Mr. Pinky, alias Stefano Tarquini, per un continuo scambio di informazioni dettagliate e approfondite sulla discografia (che poi confluiscono nel suo sito), è stato potenziato nel 2007 con l'ingresso di amici collezionisti, i "Lunatics" (Riccardo Verani, Stefano Girolami, Enrico Nardin), avendo come altro scopo quello di far conoscere meglio il mondo del vinile a tutti i fans della band. In seguito il club è stato aperto ad altri tipi di collezionismo - aspetti importanti della cultura "floydiana" - come i poster, tour programs e memorabilia (con il contributo di Danilo Steffanina) e ogni tipo di pubblicazione, libri e giornali (con il contributo di Nino Gatti), coinvolgendo i più importanti collezionisti italiani e stranieri.”.
Ho avuto la possibilità di conoscerli a Milano in un Pink Floyd Day e, come dissi a loro, in me nasce una profonda invidia per quello che possedete e soprattutto per quello che sapete. Anche io sono amante della band Pink Floyd e proprio per questo mi avvicino ai loro libri con una fiducia totale, quella fiducia che non solo è ricambiata dal prodotto in analisi, ma addirittura resto sempre stupito ogni volta che lo leggo. Ne ho letti molti altri sulla band e anche io (nella mia modestia), pensavo di sapere non dico tutto, ma tanto…eppure… noto leggendo le righe di “Il Fiume Infinito” che non conosco quasi niente!
Il titolo  è emblematico, esce in concomitanza con lo storico come back di “The Endless River” del duo Mason/Gilmour, ovviamente dedicato allo scomparso amico e tastierista Richard Wright, nel disco presenti anche le sue tastiere immortali. In parole povere, il disco degli ultimi decenni. Periodo fantastico dunque per i fans dei Pink Floyd, almeno qui in Italia, dove i The Lunatics hanno colto nel segno, perché dettagliatamente, anno per anno, ci conducono nel percorso vitae della band.
Non solo aneddoti o storia all’interno, ma anche ritagli di interviste ai protagonisti, testimonianze e rivelazioni.
320 pagine e fotografie sono ciò che compongono questo “fiume infinito” di informazioni, compreso l’ultimo lavoro. Resterete colpiti dalle nozioni e dai dettagli, come ad esempio il descrivere brano per brano di chi lo suona, con quali strumenti, la durata, la registrazione e il produttore! Tengo tuttavia a sottolineare che “Il Fiume Infinito” è anche un libro per tutti, non certo solo per fans, perché è scritto davvero bene, scorrevole e la passione che ci mettono è contagiosa, sicuramente una occasione per entrare nel loro mondo.

Una cartina stradale particolareggiata, non vi perderete sicuramente, un vademecum per il fans che vuole i particolari…insomma, un libro che non può mancare se amate la musica! Grazie The Lunatics, grazie di esistere! (MS)

Jail Underdog

JAIL UNDERDOG - Electric Countryside
Icore Produzioni & Toxic Sele Crew
Genere: Garage Rock
Supporto: ep – 2014



Fabriano, cittadina dell’entroterra marchigiano, cela fra i propri abitanti una nutrita serie di musicisti, questo anche all’insaputa degli stessi. Infatti le band si prodigano a fare concerti nella zona, esistono anche possibilità di visione, ma il cittadino del posto non è ricettivo. Per fortuna il mondo è più vasto, si perché di cultura Rock al riguardo ancora c’è, poca, ma c’è.
Tutto questo potrebbe far pensare che le band di Fabriano non sono valide, invece no, nella mia carriera di recensore ho ascoltato e criticato migliaia di dischi e vi assicuro che qui la media è davvero elevata, merito forse anche di internet, che a costo zero da la possibilità a chi lo adopera di farsi una cultura elevata a livello musicale. I tempi cambiano, la musica pure, il Rock si adegua, in quanto portavoce dei tempi.
Ma veniamo a noi, chi sono questi Jail Underdog? Giacomo Agostinelli (Voce), Leonardo Home (Chitarra), Alessia Cimarelli (Basso) e Andrea Pesci (Batteria) compongono il gruppo che si forma nel 2010. Gli stili a cui si ispirano sono differenti,  ogni singolo elemento ha un proprio backgroud, anche se sono il Blues, l’Hard Rock ed il Punk i più gettonati. Come gli Iron Maiden con Eddie, i ragazzi marchigiani hanno una mascotte dal nome Grog ed è un cane quantomeno curioso.
La gavetta c’è, si prodigano, suonano live molto spesso e questo crea loro un amalgama che comunque già si può apprezzare nelle incisioni. Nel 2012 si presentano con il demo “Sentenced” e qui lasciano presagire le potenzialità, tanto che alcuni recensori ne parlano positivamente in diversi canali mediatici. Tornano oggi con una registrazione migliore e cinque nuovi brani in questo EP dal titolo “Electric Countryside”.
Apre “Countryside Of Me”, simpatico breve riferimento al genere americano che sfocia in un vigoroso Hard Rock quantomeno contagioso. Segue “Carote e Liquori” ed il ritmo sale ancora, la voce di Giacomo Agostinelli è graffiante, adatta a questo ruvido Hard Rock cantato in inglese. Un pregio di questo gruppo risiede anche nel fatto che espongono assolo di strumenti e cambi di ritmo, cosa che nel 90% dei casi di questi giovani gruppi esordienti, non esiste. Bene fanno, perché spezzano l’ascolto e lo impreziosiscono, mettendo anche alla luce non solo l’amalgama ma anche la tecnica che comunque non va sminuita.
Con “El Guero” c’è un attimo stradaiolo e polveroso, accordi solidi, quei quattro che non ti tradiscono mai e che fanno la base del genere. Traspare divertimento fra le righe e questo è contagioso. In “Overnight” trapela anche la NWOBHM, probabilmente vista la giovane età dei componenti non so quanto voluta, perché sto parlando dei primi anni ’80, tuttavia negli ascolti della loro vita, volente o nolente ne hanno assorbito nel dna i propri valori. Inevitabili anche certi riferimenti ai Motorhead, qui evidenti.
Ma è con “Abandon's Trail” che danno il meglio, l’ultimo brano è notevole, mutevole, ammaliante, caldo e alla fine anche aggressivo. Il flauto lo impreziosisce e per quello che riguarda il sottoscritto, vi assicuro che questo pezzo girerà spesso nel mio stereo.

Buona fantasia, le idee ci sono e così funziona, non resta che perseverare, perché oggi il problema dei musicisti è proprio questo, sbattere addosso ad un muro di gomma, tuttavia da come ho avuto modo e piacere di vedere, i Jail Underdog già si divertono a suonare live, tutto quello che può scaturire in più è solo che ben accetto! Bravi. (MS)

martedì 2 dicembre 2014

IL COMPLEANNO DI PEPPE 2014


FABRIANO PRO MUSICA Presenta: Il Compleanno Di Peppe 2014




Seconda edizione dell'evento "Il Compleanno Di Peppe" a memoria di Peppe Costarelli, noto venditore di strumenti musicali del centro Italia.


Quest'anno anche sorprese.... 

sabato 29 novembre 2014

Nuovo video per NICHELODEON

NichelOdeon/InSonar and Pietro Cinieri (ArtmikaStudio - ProduzioniVideo)
presentano:

                        
              TUTTI I LIQUIDI DI DAVIDE  - An LGBT “Dada Pop” Ballad
Genere: Experimental, Folk, Psych, Prog, Songwriting, Theatre, Avant, Canterbury





Questa canzone parla dell'amore tra un uomo e un bel palloncino di nome
Davide, Dedicato all'amore in ogni sua forma, contro ogni razzismo e pregiudizio.

Credits:

Music and Lyrics by Claudio Milano

Arrangements by NichelOdeon/InSonar

Label: Snowdonia dischi

Directed by Pietro Cinieri (ArtemikaStudio - ProduzioniVideo)
Concept by Francesco Paolo Paladino & Claudio Milano
With Claudio Milano (storyboard, illustrations, paintings, performance)
Musicians

Claudio Milano: voices/keyboards
Erica Scherl: violin
Vanni Floreani: cister/bagpipe
Ermes Ghirardini: drums/percussion/electronics
Vincenzo Zitello: bardic harp
Vincenzo Vitti: celloPaolo Siconofi: sound designer/editing/mixing/mastering
Mimmo Frioli: sound designer/recording/editing/pre-mixing

Original concept by Francesco Paolo Paladino

giovedì 27 novembre 2014

Se Abbaia è RADIO CANAJA

   RADIO CANAJA


Ci sono Radio che si ascoltano per informarsi, altre per la musica, altre ancora seguono sport, politica o religione, ma ci sono anche piccole realtà che ti fanno davvero stare bene, almeno per un paio d’ore.
Sboccacciata, irriverente, ironica, satirica e demenziale, nel centro Italia un gruppo di ragazzi “abbaiano” ai microfoni di RADIO CANAJA.
Nasce come Radio Web a Fabriano nel febbraio 2012 in una soffitta grazie all'idea di Marco "Stens" Stagnozzi, Andrea Battistoni (il maestro della contemporaneità), Luca Battistoni (il fratello regista), e Francesco Belardinelli. La quota rosa spetta a Martina Morganti.


                                       (ROCK & WORDS ospiti nel 2013)

Negli anni ’70, precursore di radio demenziale è stato il programma “Alto Gradimento” di Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Mario Marenco, i fratelli Giorgio e Franco Bracardi e Marcello Casco, RADIO CANAJA ne ha involontariamente (?) colto lo spirito, ma qui si spara grosso in quanto i giovani ragazzi sono anche attenti alla politica locale e intrattengono con un linguaggio a cavallo fra il dialetto ed il turpiloquio.
Più di 11.000 ascolti  ed oltre 60 ore di trasmissioni sul podcast, questo il curriculum  che li contraddistingue, variando da argomento in argomento, con ospiti reali ed “inventati”. Molte le caricature all’interno e spesso ci si diverte a punzecchiare argomenti scottanti come il sesso o la politica locale.
Lo spirito goliardico, la voglia sincera di divertimento è contagiosa e si percepisce a pelle durante l’ascolto. Tutto molto semplice, improvvisato, sfiorando il caos demenziale, fra gag e battute taglienti.
Nel 2013 trovano spazio negli studi di RADIO GOLD, radio locale del Fabrianese, all’interno del palinsesto e vanno in diretta il martedì e sera alle ore 22.00.
 Non sfugge loro il movimento cittadino e quindi neppure gli eventi, commentandoli ed ospitando i protagonisti del caso. Può mancare il quiz con il premio? Certo che no!


                                 (Fabriano Pro Musica ospiti nel 2014)

Personalmente sono stato ospite due volte alla trasmissione, nell'ultima per pubblicizzare l’evento “Il Compleanno Di Peppe”, una sorta di piccola Woodstock locale con più di 20 band che suonano dal vivo per commemorare la precoce scomparsa di Peppe Costarelli, noto venditore di strumenti del centro Italia. Due ore di chiacchiere, battute e divertimento puro che hanno fatto breccia anche nel mio cuore, perché dentro ognuno di noi c’è sempre un alta percentuale di “spensieratezza” che va sempre coltivata e RADIO CANAJA (la Radio che abbaia, come ha detto anche Luca Ward) la tiene sempre accesa.
Sostenetela con gli ascolti, perché la sincerità e l’ironia oggi sono merce rara.

                         Link per ascoltare la serata in cui sono ospite:

      http://www.spreaker.com/user/radiocanaja/peppe-canaja-pro-musica

Ad oggi RADIO CANAJA è composta da: Marco "Stens" Stagnozzi, Andrea Battistoni, Luca Battistoni, Martina Morganti, Tiziano Capalti e Franco Tiratori (nome d'arte in quanto personaggio misterioso)


http://www.spreaker.com/show/radio_canaja

https://www.facebook.com/RadioCanaja?fref=ts

mercoledì 26 novembre 2014

IL ROCK E' MORTO ! / ?

IL ROCK E' MORTO ! / ?



Partendo dal concetto che la musica rispecchia sempre la società del momento e che è l’evento a mutare il suo modo di agire, potremmo anche dire che il Rock non è morto ma tramortito. Si perché la musica non muore mai, neppure i generi che la compongono, piuttosto mutano con i suddetti eventi, compresa la tecnologia che avanza. Siamo noi che  restiamo avvinghiati ai ricordi ed alla musica che ci fa tornare alla mente il primo amore, la gioventù  etc. Tutto ci sembra fermo li, impossibile pensare che la musica a venire sia più bella. Ascoltate i vostri nonni e vi diranno che la musica degli anni ’50 era la migliore, così i vostri genitori,per loro la migliore è quella anni ’60 o ’70, a seconda dell’età e via dicendo. Inopinabile che sono esistite mode orribili, suoni di plastica e amenità varie, ma tutto serve per portare al dna della musica di oggi un qualcosa che ci dice“così è meglio di no”. In parole povere, anche il brutto è servito. Non dimentichiamo che anche nel Metal c’è stato il momento dei sintetizzatori e quant'altro, persino i padri JUDAS PRIEST li hanno usati in “Turbo”. Sacrilegio o evoluzione ? E quindi …il Rock è morto?
Oggi il Rock è solo tramortito, perché di artisti validi ci sono sempre, il genio non muore mai, si adatta ai tempi.
Mentre una volta negli anni ’60/70 per fare un disco spendevi soldi, fra sala d’incisione, manager, distribuzione, pubblicità, permessi etc, dovevi essere un pazzo a non voler dire qualcosa di buono, oggi invece con un pc, due strumenti, un buon programma e social network, sei produttore di te stesso, puoi registrare e camuffare ciò che vuoi a spesa quasi zero. Risultato, una volta uscivano 20.000 dischi al mese, oggi ne escono 2.000.000 al mese (cifre per fare un esempio ovviamente)! Ma gli artisti che hanno qualcosa da dire ci sono sempre, solo sotterrati da tonnellate di immondizia sonora. E’ matematico.
Questione soprattutto di CULTURA. La musica è un evento, una volta si comperava un disco e lo si ascoltava a casa con gli amici per commentarlo, studiarlo, coglierne i particolari, era un movente di relazione e ritrovo. Una gara a chi ne sapeva di più, conoscendo gli stili, l’evoluzione della musica e dell’autore in considerazione. Si spulciava.
Oggi la musica si scarica, il lavoro di un artista ha valore zero per il 90% degli italiani, un fugace ascolto, magari in macchina, nulla di più, non ci si ritrova, non si apprezza l’artwork, non si capisce nemmeno più il valore qualitativo del suono, la musica compressa (orribile) è tollerata.
Mordi e fuggi, la società corre, non ha tempo di soffermarsi su chi ha qualcosa di diverso da esporre, così anche i media snobbano i“diversi” e questi spesso fanno ROCK. Ciò accade soprattutto qui in Italia,perché all'estero la CULTURA musicale è completamente differente.
Intanto suonano Rock e non lo sappiamo.
Allora, in conclusione, CHI E’ MORTO IL ROCK O IL NOSTRO CERVELLO?

venerdì 21 novembre 2014

Roberto Fedriga

ROBERTO FEDRIGA – Roberto Fedriga
Autoproduzione /Undersound
Genere: Cantautore – Jazz
Supporto: cd – 2014


Non nascondo il mio divertimento nel girovagare e scoprire nuovi talenti musicali, siano loro stranieri che italiani. Ho notato nel tempo una stabilizzazione a livello qualitativo, ossia difficile imbattersi in brutti dischi e difficile altrettanto in capolavori. Questo perché la tecnologia aiuta, le culture grazie ad internet si intersecano e si contaminano. Globalizzazione.
Se poi andiamo a vedere i debutti, allora la curiosità accresce, in quanto si può evincere come la società moderna approccia alla musica oggi.
La musica cantautoriale italiana  comunque è già da molto tempo aperta alle contaminazioni Folk Rock angloamericane e molto spesso nel connubio di queste culture, ne scaturiscono buoni lavori.
Roberto Fedriga è un allievo del bravissimo vocalist Boris Savoldelli sennonché  seguace del cantautore  (mai troppo rimpianto) e grande voce Tim Buckely e si presenta al pubblico con questo album di debutto dal titolo “Roberto Fedriga”.
Trenta minuti suddivisi in dieci tracce, contenuti in una confezione cartonata davvero bella grazie al lavoro di Armando Bolivar, esaustiva nei contenuti ed elegante. Tengo a sottolineare quando i dischi sono supportati da un buon artwork, in quanto ritengo questo un valore aggiunto e rispettoso nei confronti dell’acquirente. La musica deve andare a braccetto con le immagini, con ciò che l’artista vuole esprimere o per meglio sintetizzare, accompagnare l’ascolto.  Letteratura, disegni e film si uniscono nei contenuti della musica proposta dal giovane autore nato a Lovere (BG) nel 1984.
La sua voce è coadiuvata dai strumentisti Guido Bombardieri (sax e clarinetto), Nicola Mazzucconi (basso), Lorenzo Melchiorre (chitarra), Andrea Lo Furno (chitarra), Matteo Marchese (percussioni), Luca Finazzi (batteria) e Francesco Benedetti (piano).
Soffici sonorità a partire da “Trabucco”, una ricerca strutturale non scontata che fa pensare a sperimentazione ma che in realtà non lo vuole essere, adiacente alla canzone ed al Jazz. La voce non esagera, è pulita, non forzata e semplice interprete di testi brevi, coincisi e descrittivi di situazioni di vita.
 “Arababy” è uno dei pezzi che prediligo, una visione sonora che fa pensare, immaginare, mentre  la cadenza della voce mostra una attenzione particolare per l’esposizione lirica non proprio scontata.
Molto spesso quando il cantautorato si sposa al Jazz ne fuoriesce una pesante esposizione dedita a qualche tipo di sperimentazione inesorabilmente adatta ad un pubblico esigente ed attento, In questo caso tutto è orecchiabile, semplice e in alcuni tratti raffinato. Le canzoni sono brevi, altro punto a favore del fluire dell’ascolto, alternandosi fra ballate e frangenti più animati.
Questo è il debutto di Fedriga, senza stare troppo a trapanare al dentro, perché non serve, perché è il disco stesso che non vuole essere sezionato. In esso c’è buona musica, probabilmente qualcuno più esigente avrebbe preteso un azzardo ulteriore da parte dell’autore, tuttavia dipende cosa si vuole  trasmettere e quindi alterare probabilmente sarebbe nefasto in quanto qui l’equilibrio c’è.
Buon debutto, per passare 30 minuti in santa pace. (MS)

Mike 3rd

MIKE III – In The Wood
Ma.Ra.Cash Records / Prosdocimi Records
Distribuzione: Self
Genere: Acustic Rock
Supporto: cd – 2014


In Italia il Rock prende una fetta di ascoltatori che comunque sono in continua crescita, grazie all’uso di nuovi innesti fra generi senza troppo stravolgere la formula canzone, come spesso  invece accade nel Progressive Rock.
Il nome di Mike 3rd sicuramente non vi giungerà nuovo, perlomeno quello dei suoi progetti EX KGB, i divertenti Tunatones o gli Hypnoise, analizzati dal sottoscritto anche in questi canali.
Un artista a tutto tondo, vero amante della musica, colui che sente di fare solo quello che si prova al momento, senza badare ad etichette o a preconcetti. Mike ha le idee chiare, affonda a piene mani in svariati generi come il Jazz, il Blues, il Rock , il Folk ed il Progressive Rock, per un risultato  poco focalizzabile, sicuramente sperimentale.
Il disco è suonato bene, senza interventi elettronici e con ospiti di riguardo, come ad esempio Paul Mastellotto (King Crimson), Benny Greb (Stoppok e il trio Ron Spielman), Alberto Stocco, Scott Steen (Royal Crown Revue) e Roberta Canzian (soprano).
Ascoltando gli undici brani che compongono l’album sovvengono alla memoria anche nomi forti come ad esempio quello di Tom Waits, ma quello che funziona è l’abbinamento di situazioni differenti, come la voce soprano in “Shining Light” con il Folk Rock.
La produzione sonora è ottima e questo quando accade tendo a sottolinearlo. Suoni caldi come il legno che domina nell’artwork del cd. Esso è presente addirittura fisicamente nella versione vinilica a 180gr, edizione limitata numerata a mano dall’artista e confezionata con il legno di ciliegio. “Back To Life” emana questo calore, un brano sinuoso che ti lascia soddisfatto, così orecchiabile grazie alle coralità femminili ed alla tromba finale risulta “15 Days”.
“Time” gode di una malinconia già conosciuta grazie al lavoro di band come Opeth, ovviamente quelli acustici. “Queen Of The Night” non si discosta molto. Ancora più intimistica “Just Because”, con un piano che sgocciola note delicatamente. Jazz per “In The Circle”, bell’intervento di sax in “It’s All So Quiet” e REM acustici in “Joy”. Molto bella anche la conclusiva “Blood And I”.
Di generi Mike 3rd nella sua carriera artistica ne ha toccati tanti, Rock, Rockabilly, Punk, ma per il suo lavoro solista ha cercato qualcosa di più, dentro se stesso e quello che ne è scaturito è un suono acustico, caldo, comunque ricercato nelle soluzioni e proprio per questo interessante per la mente.
(MS)


giovedì 13 novembre 2014

Eyesberg

EYESBERG – Blue
Progressive Promotion Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2014


Gli anni ’70 hanno davvero segnato in maniera forte tutto il circuito musicale Rock. Le atmosfere, le melodie che si ascoltano nel Progressive Rock di molte band, soprattutto di origine inglese, incantano ancora oggi. A seguire, il genere ha sempre mantenuto nell’ossatura questo spirito compositivo, spesso e volentieri fanno capolino in nuove e differenti band, anche dei nostri giorni.
Con i tedeschi Eyesberg  e con “Blue” parliamo di debutto ed anche di quel Prog incantevole che comunque si adegua alla tecnologia ed ai tempi nostri.
Eyesberg è un trio formato da Georg Alfter (chitarra e basso), Norbert Podien (tastiere, cori e drum programming) e Malcom Shuttleworth (voce) che si coadiuva della presenza alla batteria di un noto artista dell’ambito, Ulf Jacobs dei connazionali Argos.
“Blue” non è composto da suite, come spesso il genere consiglia, ma si concentra sulle melodie senza troppe divagazioni, come si dice, bada al sodo. Dodici brani ed un artwork cartonato che all’interno contiene il classico libretto con i testi e le immagini, ben confezionato ed esaustivo al riguardo. Il cantato è in inglese, lingua annosamente adeguata e musicale per questo stile sonoro.
La magia della musica scaturisce in tutta la sua magniloquenza con l’impatto iniziale di “Child Play” e le tastiere sono già in cattedra, ricordando un New Prog anni ’80 caro a tutti i fans Marillioniani. Il titolo successivo è caro a molti amanti del genere, soprattutto a quelli dei King Crimson, “Epitaph” tuttavia non ha a che vedere con l’originale, qui si apre con un gradevolissimo flauto e comunque ugualmente il mellotron riporta la mente agli anni ’70. La chitarra nei suoi assolo è sempre ordinata, mai fuori le righe, anche lei senza strafare e punta tutto al cuore. La voce di Malcolm a volte richiama Gabriel, altre Collins, comunque ottima interprete e narratrice di queste storie musicali. Ciò che tengo a sottolineare è la magniloquenza del suono che è prerogativa del Prog. Più canzone “Closed Until The Resurrection”, dove le chitarre ben si espongono tracciando voli mentali nell’ascoltatore. Il lato più romantico della band esce nel flauto e nella delicatezza Genesiana di “Winter Gone”, mentre sale l’allegria con “Inquisitive”. Personalmente resto rapito dalla bellezza della mini suite (otto minuti e mezzo) “Feed Yourself”, dove gli Eyesberg dimostrano a pieno di aver assimilato nel loro dna il suono e lo stile anni ’70. Quando le tastiere partono imponenti sotto l’assolo perentorio di chitarra elettrica, il pelo si alza inesorabilmente. A tratti ricordano gli americani Glass Hammer, quelli più ispirati.
Breve strumentale con “4-2-f” e poi è la volta di “Faces On My Wall”, canzone che risalta più la personalità del trio, anche se i Genesis di “Wind & Wuthering” a tratti fanno capolino. Moderna nel suono e negli effetti “Porcelain”, una sorta di staffetta fra futuro e passato con “If I Told You The Truth”, mentre “S II” mostra il lato più aggressivo con un orecchiabile Hard Prog. Il disco si chiude con “Detachment And Replacement”, ed ancora una volta brividi scorrono sulla pelle.

“Blue” è un disco fatto da chi la musica non solo la suona, ma la ama. Non è un capolavoro e questo voglio sia chiaro, tuttavia si ascolta con grande piacere e non mancano gustosi momenti strumentali, quindi voi amanti di quanto descritto siete avvisati. Potrebbe anche essere una buona occasione di approccio al genere per i neofiti. Complimenti Eyesberg, buon debutto. (MS)

The Sticky Fingers Ltd

THE STICKY FINGERS LTD – The Sticky Fingers Ltd
Logic(il)logic Records / Andromeda Dischi
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2014


L’Hard Rock è un genere immortale, nel tempo non si sposta di una virgola e resta fedele a se stesso, prerogativa solo delle cose che funzionano. Non ha in Italia un seguito elevatissimo, non è un fuoco, tuttavia in esso la brace è sempre accesa.
Non è la prima volta che mi ritrovo a parlare di un debutto italiano dedito a questo genere adrenalinico, lo faccio comunque sempre con estremo piacere in quanto l’energia proposta da questa musica ha un qualcosa di estremamente puro.
In questo caso arriviamo a Vignola di Modena, dove i The Sticky Fingers Ltd si formano nel 1996 da un idea del chitarrista Lorenzo Mocali. Con lui suonano Inch alla chitarra, Jaypee al basso e Flash alla batteria.
“The Sticky Fingers Ltd.” è formato da dieci canzoni, a partire da “(Do You Feel My) Sticky Fingers”. Con lui si apre un mondo noto, riferimenti agli anni ’70, quando il Blues Hard Rock regala emozioni notevoli. Buono il solo di chitarra e  via libera al pezzo successivo in stile Lynyrd Skynyrd dal titolo “Sweet Delight”, canzone ruffiana e spassosissima, difficile se non impossibile restare immobili all’ascolto, il piede parte da se. Il discorso è analogo anche per altre canzoni, fra le quali la bellissima “Jailhouse Tonight”. La band dimostra  amalgama, l’esperienza annosa è palese, così sanno dove andare a parare e come spezzare l’ascolto, il terzo brano ”Rain Keeps Fallin’” infatti rallenta il ritmo divenendo più cadenzato.
Torna la chitarra Rock sudista con “In The Night”, ancora più spassosa “You’re Wrong” dove la polvere della strada si alza all’ascolto.
I The Sticky Fingers Ltd. sono duri ma in maniera ponderata, ogni brano denota la capacità di controllo della tecnica e dell’insieme, il tutto a favore della buona e semplice melodia, “Serial Killer” è li a dimostrarlo. Notevole anche la  conclusiva “It Ain’t Over”, chitarre e voci.
Disco perfetto per nostalgici del genere, ma anche per chi vuole respirare Rock incontaminato e soprattutto è consigliato a chi ascolta band come Humble Pie, Cream, Faces e Beatles…scusate se è poco. (MS)



Diamante

DIAMANTE – Ad Vitam Reditus
Atomic Stuff Records / Andromeda Dischi
Genere: Hard Rock / Prog ‘70
Supporto: cd – 2014



Un uccello di fuoco descrive al meglio ciò che sentono i Diamante e cosa vogliono rappresentare oggi per il mondo Hard Rock. La loro carriera musicale è annosa, si formano a Brescia nel 1994 mentre la discografia racchiude tre album, il primo ”Riflesso” del 2000, “Diamante” del 2007 e questo ritorno dal titolo “Ad Vitam Reditus”. Una terribile disgrazia priva la band nel 2011 del tastierista Nicola Zanoni, da qui la difficile scelta e la forza di unirsi ed andare avanti.
Il gruppo ad oggi formato da Nicola Sala (voce, basso), Claudio “Caio” Alloisio (batteria, cori), Michele “volpe” Spinoni (chitarra e cori) ed Alan Garda (organo Hammond, tastiere e cori, prosegue imperterrito il proprio cammino stilistico dedito ad un Hard Rock dal  sapore anni ’70, quando gruppi come Deep Purple ed Uriah Heep si intersecano con il Prog italiano di Biglietto Per L’Inferno ed Il Rovescio Della Medaglia. Lo stile è dunque impegnativo anche per chi lo propone, in quanto la tecnica ricopre un ruolo quantomeno importante, ma ciò che sa rendere emotivamente è davvero forte.
“Ad Vitam Reditus” è composto da nove brani, fra canzoni edite anche nel precedente album, come nel caso di “Vedi Fratello”, qui riproposto in veste più Hard per sottolineare al meglio le forti tematiche dei campi di concentramento, e cover come la ballata portata al successo da Angelo Branduardi “Ballo In Fa Diesis Minore”.
Andando per ordine, l’album si apre con “Il Pagliaccio”, comportamento burlone nei confronti della vita. Vigoroso e dalle sonorità bene orecchiabili, mostra una band che vuole farsi ascoltare con attenzione, in quanto consapevole dei propri mezzi. Di certo servono anni di gavetta per riuscire a smussare certi angoli. Uno dei pezzi che ho apprezzato di più è “Io Sono…E Sarò”, riff tagliente, Hammond, ritmo trascinante, tutti ingredienti che fanno dell’Hard Rock un genere intramontabile.
Non da meno “Respirare Te”, solo un annotazione per certi volumi di suono, non sempre equilibrati.
Non esulano frangenti pacati, molto bello l’intro di piano in “Profumo D’Oriente”, così come sono buoni gli arrangiamenti. Un breve viaggio nella Mille e una Notte. Con “Non Resisto” trattano di differenza fra amore e sesso, i Diamante suonano bene e le chitarre si fanno apprezzare per i gradevoli assolo. La voce di Sala spesso è buona interprete. Ma il brano che più ho apprezzato, per corposità e struttura è “Gloria”, decisamente più Prog Rock e riflessivo, qui la band sa fare qualcosa in più, anche a livello lirico.
Il disco si chiude con un divertente saltello medievale dal titolo “Ballata Del Buon Vino”.

I Diamante sono una realtà italiana che sa divertirsi e divertire, senza troppi ed inutili orpelli, una formazione sicuramente da seguire e questo lo dico soprattutto a chi ama l’Hard Rock orecchiabile. (MS)

giovedì 30 ottobre 2014

venerdì 24 ottobre 2014

Vuoto Pneumatico

VUOTO PNEUMATICO – Vuoto Pneumatico
La Cantina Appena Sotto La vita
Genere: Avanguardia/Poesia Rock
Supporto: cd – 2014


…E scopri che è possibile unire la poesia con la sperimentazione, la teatralità con un trapano, il canto sciamanico con il Rock acustico ed elettrico. Tutto è possibile nell’arte, perché è l’espressione dello stato d’animo dell’uomo espresso con un differente linguaggio, c’è poi chi si sente esploratore e chi no. Nel tempo passato ci sono stati nomi illustri che hanno lasciato lavori singolari, ad esempio John Cage tanto per citarne uno, ma la sperimentazione e l’avanguardia non hanno confini e neppure mete. Gianni Venturi (voce) e Giacomo Marighelli (chitarra) dopo alcune serate live dedite all’improvvisazione, uniscono le forze per creare in studio “Vuoto Pneumatico”. Venturi probabilmente lo conoscerete già, poeta e cantante del gruppo Prog Jazz, Altare Thotemico, mentre Marighelli lavora con lo pseudonimo di Margaret Lee ed è compositore di musiche per video e spettacoli teatrali. “Vuoto Pneumatico” è proprio il titolo di uno spettacolo teatrale della compagnia TEATROSCIENZA di Alex Gezzi, Eugenio Squarcia ed Elena Pavoni. Ebbene ci lasciano un disco per pensare, per colpire la mente, per emozionare lo spirito che è in noi, tutto questo soltanto se si ha la capacità di sapere ascoltare.
Tredici pezzi che  sferzano il cervello, la poesia di Venturi non è mai scontata, è ricolma di parole stridule come riesce a fare un gessetto sulla lavagna, ma anche accarezzare, coccolare, il tutto sempre con spavalderia ed irruenza. Spesso è  sbattere in faccia la realtà, grida di chi è stanco di vedere attorno a se cose che sfuggono alla norma del vivere degnamente. Il Vuoto Pneumatico è vessillo di questo progetto, un viatico per riflettere, supportato da un suono a volte anche elettronico, grazie all’ausilio di Federico Viola e Friedrich Canè e di altri amici come il violoncellista Eugenio Squarcia e Mario Montalbano (percussioni).
Curato ed esaustivo l’artwork con i testi scritti, oltre che elegante la confezione cartonata.
Immagini che fotografano un significato, su questo Venturi ne è maestro.
Ma il disco si apre con il testo di Giacomo Marighelli, dal titolo “Vuoto Pneumatico”, l’unico a suo nome e recitato a sua voce, in cui la tristezza viene descritta come “La marionetta della gioia che si rompe!”. Si tratta della donna che è vita in quanto “Fiore Uterino”, mentre il maschio fa la guerra ed è dolore. “Madre che a tutto davi un nome che la sofferenza tua hai chiamato: MAI PIU’”. Significati forti e veri sottolineati dalla ricerca fonetica e dalla perfetta musica di Marighelli.
Bellissimo sunto della società odierna in “Aaaah”, dove l’autore si sente estraniato, dal cuore freddo, ma che comunque conclude con un auspicio, “Che possa il deserto che avanza sciogliere il mio cuore di neve…”. Il suono acustico della chitarra accompagna anche “La Notte”, inno a questa parte della giornata che sempre ha affascinato l’uomo facendolo meditare, privo degli isterismi giornalieri. Incongruenze nella bella “Ventose Vie”, fra amore e vita avversa.
A questo punto un “Intermezzo” sonoro dato dalle chitarre in stile The Shadows con una punta di Psichedelia, per poi riprendere con “Polline Di Sogno” dove siamo connessi con il dolore e siamo “tutti muti”.
Dedica sensibile con “A Tutte Le Madri” tra il bagno di Gong ed il bastone della pioggia di Mario Montalbano, atmosfere surreali fra suoni e parole. Campana tibetana, cimbali, basi elettroniche voci e chitarra per “Numeri Primi”, saggio di matematica e spiritualità. I mondi di “Vuoto Pneumatico” sono elastici, perscrutativi, caldi e freddi. E allora ecco “Buon Natale”, fra augurio e constatazione, oppure l’inno alla vita di “Perso Nella Danza”.
Altro bell’esempio di descrizione poetica a riguardo di ciò che ci circonda, lo possiamo ascoltare in “Buio Asmatico”, un insieme di tasselli visivi che compongono un puzzle di quotidianità  dal quale se ne possono sentire gli odori tanto sono ben esposti. Ed il disco si conclude con “La Rete”, lode alla vita.
Chi lo ha detto che le poesie non si possono cantare? Se amate ascoltare, se amate la poesia, la rappresentazione sentita ed il pensare, non fatevi sfuggire questo esordio per nessun motivo, vi farà sentire vivi. Il suo nome? Poetry-Rock.(MS)

lunedì 13 ottobre 2014

News Prog Ottobre e Novembre 2014

COSA USCIRA' A BREVE IN AMBITO PROG

Novità interessanti oltre i già citati PINK FLOYD fra fine ottobre e primi di novembre. Come non rimarcare gli storici GONG e gli altrettanto colleghi olandesi KAYAK con un doppio album di Opera Rock Sinfonica. Per i Metal Progsters consigliatissimi i polacchi OSADA VIDA, ma anche i "canterburiani" ARGOS sapranno incuriosirci. Altra band storica, quella dei svedesi KAIPA e molto altro ancora, a voi le copertine con i titoli degli album. Buona musica a tutti.









sabato 11 ottobre 2014

Hans Van Even

HANS VAN EVEN – Stardust Requiem
BP 12
Genere: Virtuoso chitarra
Supporto: cd – 2014



Chi non ha mai suonato nella propria stanza una chitarra immaginaria ascoltando gli assolo al fulmicotone di gente come Jimi Hendrix o Jimi Page, solo per fare due nomi?  Ti senti l’adrenalina uscire da dentro e poi chi è nell’età della gioventù può anche restarne attratto in maniera fatale, l’amore per la chitarra elettrica può scoccare ferocemente.
Questo è ciò che è accaduto anche a Hans Van Even, chitarrista belga nato nel 1969. Negli anni studia musica classica e Jazz, formando una tecnica davvero invidiabile. L’esperienza si rafforza grazie alle aperture di concerti ad artisti come Joe Cocker, Christopher Cross e John Miles, questo negli anni ’90. Successivamente insegna chitarra ed improvvisazione. Tutto questo bagaglio si evince all’ascolto dei diciannove brani del primo album solista dal titolo “Stardust Requiem”, un disco che sarebbe anche potuto uscire in versione doppio cd, in quanto la durata è di ben 77 minuti.
Con Hans suonano Christine Lanusse al basso, Xavier Richard alla batteria ed Oliver Sousbie alle tastiere. Ma quello che colpisce di più è la lunga lista di special guest che contornano il progetto, a partire dal virtuoso chitarrista Tony McAlpine, suo l’apporto nella title track “Stardust Requiem”.
L’artwork è semplice, elegante e comunque esaustivo, dettagliato nella descrizione dei componenti che si esibiscono nelle singole canzoni, mentre la produzione sonora rientra nei canoni dei prodotti del genere.
Apre le danze “Angeli Ex Galaxia”, un intro dall’impronta marcatamente Pinkfloydiana e comunque spaziale, un crescendo che porta a “Stardust Requiem”. Qui l’impatto sonoro è come un muro elettrico, riff granitico e scale di note come se piovessero. Tutto questo sarebbe inutile ai fini emotivi dell’ascolto se non fosse supportato comunque da melodie orecchiabili, questo succede nella successiva “Tribute”. Qui Hans duetta con Brett Garsed, noto chitarrista australiano di genere Jazz Fusion. Le dita sembrano volare.
Un accenno di Reggae in “N-Land”, pezzo decisamente più intimo e riflessivo, dove il calore del basso avvolge l’ascolto per poi tornare a ritmi più alti con “Mystic Tale” ed il violino di Bubu Boirie. Orchestrazioni per l’interludio “Flight Of The Belgian Bumble Bee” ed il “Volo Del Calabrone” fa capolino, tanto per mettere in evidenza le capacità tecniche se ancora ce ne fosse stato il bisogno.
C’è spazio anche per un brano  abbastanza elettronico, con batteria programmata dal titolo “The Fifth Gate”. Per tornare ad atmosfere più ampie e solari bisogna giungere alla bellissima “Walking In The Air”, qui gli occhi si chiudono e l’anima di Hans Van Even fuoriesce come una farfalla dal bozzolo. Il lato più tecnico e sperimentale lo si ascolta in “Tapping Into Eternity”, saggio di questo stile (il tapping) oramai in voga fra molti chitarristi odierni. “Glassy Sky” farà invece piacere agli estimatori di gruppi come i canadesi Uzeb, ma il pezzo che straborda di special guest alla chitarra si intitola “Hans’ Blues”, qui come in una enorme jam session si susseguono ben nove artisti!
Dopo una overdose di assolo, giustamente serve spezzare. Suoni etnici e rilassati giungono all’uopo, e qui si capisce anche l’intelligenza musicale di Hans Van Even, capire di spezzare l’ascolto alternando brani vigorosi con altri  riflessivi serve all’elasticità ed alla fluidità, e non è cosa da tutti. L’album prosegue con frangenti acustici e settantasette minuti sembrano essere volati via. Se ciò è accaduto, qualcosa sta a significare. “Stardust Requiem” è un disco consigliato sia ai fans delle scale impossibili che agli amanti della pelle d’oca e Hans Van Even è una bella sorpresa, almeno per il sottoscritto. (MS)


venerdì 26 settembre 2014

Società oggi e gli "Zerbini"

                                INCOMMUNICADO




Parliamo e non ascoltiamo, questo è ciò che sta portando a male il nostro paese. Incapaci di distinguere la realtà dalla bugia, perché amiamo solo non essere contraddetti. Il tutto dove? Nell’era della comunicazione e dei social. E’ come morire di fame in un centro commerciale.
Perché questo fenomeno?
Giustifichiamo tutto per partito preso, anche se è palesemente sbagliato, cambiare idea sembra cosa per deboli…oppure i deboli siamo noi che abbiamo paura di lasciare il nostro pensiero alle spalle? Cambiare pensiero fa parte dell’evoluzione umana, serve per migliorare e migliorarsi, sempre è stato così, tuttavia noi oggi sembriamo subire un momento di pericolosa stasi mentale. Lobotomia.
Abbiamo tutti da lamentarci, ma sono pochi quelli che propongono soluzioni e quei pochi vengono ignorati, proprio per paura che invece le cose cambino. Controsenso? No, l’uomo in quanto animale socievole ha bisogno di stare in branco e si sente protetto se ha un leader, da lui dipende, l’importante è aver mangiato un pezzo di pane alla fine della giornata. E il nostro famoso “pensiero” personale dove è andato a finire? E’ sempre li, ma tenuto a bada dalla necessità di ”dipendere”, sai…quella situazione che ti rende tranquillo.
Can che abbaia non morde, e lo fa per il padrone.
A questo punto la domanda è: “ma chi è il padrone?”, ce ne sono in ogni dove, non sono tanti, ma sono coloro che hanno invece la forza di pensare e di agire, di ascoltare e capire, perché con il sapere hanno il popolo in mano. A volte sanno farsi strada con mezzi più o meno leciti, fare di necessità virtù, ma più la fanno grossa e più vengono rispettati.
Esistono anche “Padroni” bravi, ma vengono rispettati di meno. Attenzione però, Padrone non è solo quello chi ti da il lavoro, ma è soprattutto colui che ti gestisce nella società, quello che ti governa.
Siamo zerbini, e siccome la nostra lingua europea è l’inglese, almeno sulla schiena scriviamoci “Welcome” anzi che “benvenuti”, poi restiamo tranquillamente sdraiati avanti alla nostra cuccia, sperando che il padrone anche domani si pulisca su di noi e ci dia un poco di pappa. Eppure dentro ringhiamo….

La pappa è quasi finita, ma ancora non si cambia idea, che situazione… ho solo due opzioni, diventare SCHIAVO o cambiare idea. Sia mai! Meglio schiavo! Qui si sfà l’Italia o si muore, l’importante è che ho ragione. (Max)

giovedì 25 settembre 2014

Spock's Beard

SPOCK’S BEARD – The Light
SPV – Giant Electric Pea – Pinnacle
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 1995



Il genere Progressive Rock ha vissuto di alti e bassi nel corso della sua annosa esistenza. Nasce a fine anni ’60 e stoppa l’interesse a fine anni ’70, per poi rinvigorirsi nuovamente nel 1983 con il New Prog e quindi ricalare l’attenzione nella fine anni ’80. E’ comunque l’Inghilterra a fare sempre il buono ed il cattivo tempo, le altri nazioni vengono a seguire. Questo a grandi linee gli eventi sino al 1990, quando una nuova ondata di artisti, dopo la risacca del mare in ritirata, invade nuovamente la spiaggia del Progressive Rock. Ma questa volta l’acqua non è della terra di Albione, un mix di eventi fanno comunque si che l’interesse si risvegli.
Andiamo velocemente ad analizzarli, il primo è l’avvento della rete, un posto dove potersi documentare e condividere la propria musica, raggiungendo anche luoghi vergini ed incontaminati. Ecco che un Brasiliano può ascoltare un Indonesiano, contaminando così la propria cultura e documentarsi sui capostipiti del genere. Una grande  sferzata proviene negli anni ’90 dai paesi nordici, veri e propri trascinatori delle nuove leve, esempio gli Anglagard, Anekdoten, Landberk, White Willow, Sinkadus solo per citarne alcuni. A differenza del New Prog, i punti di riferimento però non sono i Genesis o i Pink Floyd, bensì i King Crimson. Qualcosa sta cambiando.
Ma anche l’America questa volta ricopre un ruolo importante, non resta certo a guardare, tuttavia sappiamo bene che l’americano tende più ad essere “commerciale”, bada alla strizzatina d’occhio, è più ruffiano e quindi alle vendite.  Questo vale anche per il complicato mondo del Prog. Non solo King Crimson quindi per le nuove leve americane, piuttosto c’è chi fa tesoro di tutto quello che è stato fondamentale per l’evoluzione del genere. Uno di questi sono gli Spock’s Beard dei fratelli Morse, Neal ed Alan.

Nella loro musica si intersecano Genesis, Beatles, Pink Floyd, Jethro Tull, Yes, King Crimson, Gentle Giant ed altro ancora. Un calderone assolutamente  pericoloso da gestire, chi suona e si basa su questi punti, o fa brutte figure perché non ha la tecnica giusta oppure ha le caratteristiche adeguate e ne esce fuori come una macchia infernale. Logicamente il caso dei Spock’s Beard è il secondo. Con un batterista notevole come Nick D’Virgilio (che vorranno in seguito anche i Genesis), un tastierista eclettico come Ryo Okumoto ed un bassista come Dave Meros, non è difficile saper suonare Prog. Si formano nel 1992 ma il disco di esordio è questo “The Light” del 1995 e a mente non ricordo un debutto così imponente a parte quello dei King Crimson. Tutto è perfetto, gli ingredienti “ruffiani” per il Prog fans ci sono tutti, non a caso il disco si apre con una suite “The Light”, subito per mettere in chiaro le cose, sembrano dirci: “Oggi siamo noi il Prog!”.  Si resta basiti dai cambi tempo, dalle melodie bellissime e dall’insieme, si perché la band si muove all’unisono, una perfezione da paura. 15 minuti che sembrano 5 da quanto scorrono bene. Il Prog risolleva la testa. In realtà le suite dell’album sono tre, la seconda “Go The Way You Go” e la lunga “The Water”. Solo la conclusiva “On The Edge” supera soltanto (per modo di dire) i sei minuti. Si divertono a destabilizzare, sterzare rapidamente, anche quando la melodia giusta ci sta accarezzando. Le basi le hanno e la materia la sanno, così che all’inizio del brano ti stampano la melodia in testa, poi la abbandonano per poi riprenderla solo strada facendo e alla fine, nel mezzo apparenti improvvisazioni che invece anche loro sanno di canzone. Canzone… la parola magica che comunque  nel disco resta sempre protagonista, malgrado le sterzate, perché gli americani come dicevo prima, al riguardo la sanno lunga. Non mi soffermo nel particolare, tanto l’album lo conoscete già e se così non è, perché rovinarvi le sorprese? Un disco così non deve mancare in nessuna discografia degna di questo nome. Follia ignorarlo. (MS)