sabato 31 agosto 2013

40 anni Banco Mutuo Soccorso


BANCO DEL MUTUO SOCCORSO – B.M.S.
Sony Music / RCA
Genere: Rock progressivo
Supporto: 2 cd Ristampa - 2012


Chi almeno per una volta nella vita non si è imbattuto nell'immagine del salvadanaio più importante d'Italia, se non del mondo? Sarebbe quello della copertina in stile Andy Warhol fatta per il disco del Banco Del Mutuo Soccorso, una delle band più importanti del panorama Prog italiano dell'inizio anni '70. In realtà le vicissitudini che portano alla stampa di questo articolato lavoro Rock sono molteplici, con molta fatica la band del pianista Vittorio Nocenzi giunge a questo "teorico" debutto, fra defezioni e contratti andati a male, in quanto altro materiale a nome della band fu registrato alla fine degli anni '60 e che vedrà la luce soltanto 20 anni dopo. Solo l'ingresso del vocalist Francesco Di Giacomo porta ad una profonda amalgama fra musica e testi. Ben si sposa la voce tenorile alle argomentazioni che si intersecano con la metrica poetica mista a delicatezza, ma allo stesso tempo interpretata con fermezza. La guerra in Vietnam porta il mercato cantautoriale italiano a darsi una svegliata, non si parla più di "Sole, Cuore, Amore", nascono dunque band più impegnate ed attente a ciò che accade attorno alla  realtà. Area, e appunto il Banco Del Mutuo Soccorso, sono fra quelle più attente agli avvenimenti ed è proprio l'immortale "R.I.P" a descrivere con chirurgica fermezza ciò che accade ad un soldato durante la guerra. La formazione composta da Francesco Di Giacomo (voce), Vittorio Nocenzi (tastiere), Gianni Nocenzi (tastiere), Marcello Todaro (chitarra), Renato D'Angelo (basso) e Pierluigi Calderoni (batteria),  con "B.M.S." scrive una delle pagine più importanti della storia del Rock italiano, non solo a causa delle argomentazioni più forti, ma soprattutto perché si avvicina a quello che è il nuovo mondo musicale del periodo, ossia il Progressive Rock. Lunghe suite e brani articolati, spesso misti al barocco ed alla musica classica, che riempiono la mente di chi ascolta. Il Rock si accultura e diventa nuova forma d'arte.
Canzoni come "R.I.P. Requiescant In Pace", "Metamorfosi" , "Il Giardino Del Mago" e "Traccia" diventano dei classici della storia Rock italiana, tanto che la band ripropone ancora oggi, a distanza di 40 anni molti di questi passaggi.
40 anni.... ecco quanto tempo è passato dal concepimento di questo monolite e sembra ancora che il tempo abbia pietà di lui. Per questo la Sony oggi propone ai fans del gruppo e non solo, questo doppio "salvadanaio" con un suono più pulito ed una presentazione grafica davvero imponente. Il doppio cd contiene non solo il famigerato album, ma nel secondo supporto ottico possiamo godere di tre nuovi brani inediti dal titolo "Polifonia", Tentazione" e "Padre Nostro", oltre che di tre momenti live registrati a Roma proprio nell'aprile di quest'anno dal titolo "R.I.P", "Metamorfosi" e "Traccia".
Ma quello che è importante nell'acquisto del doppio cd è il libro che si trova all'interno, ricchissimo si di foto, ma soprattutto di una lunga narrazione della storia del gruppo durante la sua nascita e nel concepimento dell'album. Non mancano chicche inedite di aneddoti e momenti di scoramento, il tutto a cura di Sandro Neri.
Ritornando agli inediti, fra il 1972 ed il 1973 il Banco Del Mutuo Soccorso vuole scrivere un opera Rock sulla vita di Francesco D'Assisi, ma per cause economiche il progetto non vedrà mai la luce. Qui tre momenti,  "Polifonia" è un pezzo di Vittorio Nocenzi scritto nel 1969, quando nel Blues comincia a scalciare il nuovo modo di scrivere Rock, con tanto di influenze "Bachiane". Il violoncello di Tiziano Ricci ed il sax di Carlo Micheli arricchiscono la delicatezza del piano e delle melodie sempre toccanti. "Tentazione" nei sette minuti resta nel Rhythm And Blues, non distaccandosi molto dal modo di scrittura di "Polifonia".
"Padre Nostro" è uno dei momenti più toccanti dell'opera, quando, Francesco D'Assisi vuole parlare con Dio.
Questo ed altro troverete dunque in questo tributo ai 40 anni di "B.M.S." che a mio modo di vedere non è una mossa economica, bensì una chicca da non perdere e per questo dobbiamo ringraziare la Sony, perché i sogni così non hanno mai fine ed il fans della buna musica ha di che godere. (MS)

giovedì 29 agosto 2013

ZEMBUS

ZEMBUS - Squaring the Circle
Selfproduced

 Distribuzione italiana: -
Genere: Prog Metal
Support: CD - 2008



L’Italia è attenta al fenomeno Metal Prog, perlomeno ha una ristretta schiera di fans che segue l’evoluzione nell’ambito. Negli anni abbiamo incontrato band come Eldritch, Labyrinth, Mind’s Key e mi scuso ovviamente con tutti coloro che non ho menzionato. Quello che è paradossale è che l’estero è più aperto alle nostre proposte, piuttosto che noi italiani.. E’ proprio vero, non si è mai profeti in patria. Gli Zembus non sono una band sprovveduta, malgrado che “Squaring The Circle” sia il loro debutto ufficiale, il sestetto ha alle spalle un fitto curriculum di esibizioni live. Si formano nel 2003 e si esibiscono spesso e volentieri anche in cover di band quali Dream Theater, Metallica, Iron Maiden, Queen, System Of A Down, Van Halen e Queensryche….. questo per inquadrare al meglio le origini sonore.
La quadratura del cerchio è impossibile? L’argomento è stato spesso trattato, in anni ed anni. Qui gli Zembus vanno ad attingere per argomentare questo disco dalle molteplici facce. L’iniziale “SOTC” , acronimo di “Sqaring Of The Circle”, propone immediatamente una band affiatata e coesa, con uno sguardo più focalizzato nei confronti delle sonorità dei soliti maestri Dream Theater, punto imprescindibile per ogni band del genere. Ovviamente le canzoni hanno una durata medio-lunga, questo per non uscire dai binari dei suddetti e comunque sia, sono proposte con una pulizia sonora degna di nota. La voce di Luca Asfalto è pulita e trae impostazione dai stereotipi del caso. Molta enfasi nelle interpretazioni, ascoltate “One Thousand And One Nights” e sono sicuro che darete agli Zembus un voto molto alto. Come da copione, la ritmica deve essere il motore portante della struttura sonora e qui Davide Di Marco (basso) e Davide Incorvaia (batteria), eseguono bene il proprio compito. Le tastiere di Marco Lanzi non fanno la voce grossa e si permettono di accompagnare degnamente la struttura dei brani. Diego Cazzaniga e Davide Isola sono un ottima coppia di chitarre, dure quando servono e malleabili nei frangenti più pacati.
Esistono troppi riferimenti ai Dream Theater in “Cry”, un brano orecchiabilissimo che farà gola ai fans di questa band, sabbie mobili per chi però non ha forte personalità. Questa non vuole essere una critica, ma un dato di fatto, troppo spesso assistiamo a comparse e scomparse di band troppo legate a questi stilemi.Ma nell’insieme “Squaring The Circle” è un disco più che godibile, con picchi emotivi notevoli e non dimentichiamo neppure l’ottima tecnica dei ragazzi!
Auguro loro il giusto successo perché lo meritano e consiglio a tutti i lettori di non essere i soliti esterofili, non facciamo spegnere la fiamma dei Zembus, non lo meritano. MS

mercoledì 28 agosto 2013

ACCEPT, il Metal teutonico

ACCEPT
di Massimo Salari



L’Heavy Metal essendo un genere musicale prettamente di culto, si sa, o lo si ama o lo si odia, ma nessuno e ripeto, nessuno, può ritenersi un cultore del genere se almeno una volta nella vita non ha ascoltato la storia che i tedeschi ACCEPT hanno saputo narrarci.

Come avrete intuito stiamo parlando dell’Heavy Metal quello più puro, anche se privo dei proclami di originalità DOC tanto decantati dai maestri Manowar.
La Germania nei primi anni ’80 ha elargito molto alle orecchie del “metallaro” (nome oggi curiosamente quasi in disuso), sempre attenta all’evolversi delle tendenze ma anche molto rigorosa nelle basi. Gli Accept sono il sunto di questo stile.

La NWOBHM imperversa, ma anche band storiche emergono alla grande come ad esempio gli AC/DC. Giovani amanti del genere si lasciano influenzare da questi, ma anche da altri musicisti come i Judas Priest ed i Black Sabbath. Fra questi giovani ci sono Udo Dirkschneider (voce), Peter Baltes (Basso), Wolf Hoffmann (chitarra), Jorg Fischer (chitarra) e Frank Friedrich (batteria), il primo nucleo degli Accept.

Una delle caratteristiche del gruppo risiede proprio nella voce particolare di Udo, roca, sgraziata e acida, simile a quella di Brian Johns degli AC/DC, tanto per intenderci. La particolarità del look che invece contraddistingue il gruppo dagli altri numerosi esordienti di questo periodo risiede nella divisa da nazista del cantante stesso e dalle famose chitarre Flying V della micidiale coppia Hoffmann-Fischer.
Ma che musica fanno questi tedeschi? Fanno un Power Metal massiccio, pesante sennonché ricco di ottime melodie, carta vincente assieme a grandi riff chitarristici.

Dotati di una tecnica sopra la media, nascono nel 1978 ed esordiscono discograficamente nel 1979 con l’omonimo “Accept” (Metal Masters).


Questo disco d’esordio pecca ovviamente di esperienza, ma malgrado tutto si lascia ascoltare bene e canzoni come “Streetfighter” e “Seawinds” sono più che orecchiabili. Quest’ultima è una semi- ballata e fino alla metà degli anni ’80, come i loro più lontani cugini Scorpions, gli Accept inseriscono nei loro lp almeno due di queste a disco.

Ovviamente siamo ancora distanti dagli Accept taglienti come rasoi, ma l’anno successivo, nel 1980 con l’innesto del nuovo batterista Stefan Kaufmann, la sezione ritmica cambia radicalmente elargendo potenza e freschezza. Tutto il sound del gruppo ovviamente ne trae giovamento e la conferma l’ascoltiamo nel successivo “I’M A Rebel” (Passport Records),

 disco nettamente più maturo e leggermente più propenso al Metal che all’Hard Rock. I brani “No Time To Lose”, “The King” e l’omonima “I’m A Rebel” sono dei pezzi bellissimi che da soli valgono l’acquisto del disco.

Chi li segue in diretta ha capito che il gruppo matura velocemente, non resta che aspettare la terza uscita che generalmente è la prova del nove. E’ il 1981 e l’Heavy Metal comincia a fare la voce grossa in tutta Europa, il genere dilaga a macchia d’olio ed i nostri tedeschi non deludono le aspettative. La maturazione effettivamente avviene e con “Breaker” (Passport Records)


si delinea il vero Accept-sound. Disco ricco di classici, un Metal anthemico che non lascia respiro come ad esempio in “Midnight Highway”, altrimenti “Breaker” o “Starlight” oppure le drammatiche “Breaking Up Again” e “Can’t Stand the Night” dove la voce di Udo grida tutta la sua rabbia . Oppure la devastante “Son Of A Bitch”, il tutto legato da un invisibile equilibrio di emozioni altalenanti. Ma quello che si va delineando nello stile del gruppo non è solo il forte carisma del piccolo Udo ma il lavoro chirurgico delle due chitarre.

I concerti tenuti cominciano a dare i primi frutti, il gruppo ha un buon seguito in Europa, ma soprattutto in patria. I ragazzi hanno capito quale è la strada da intraprendere, quella del Power Metal più massiccio e nel 1982 fuoriescono con il capolavoro “Restless And Wild” (Heavy Metal records).


Ci sarebbero fiumi di parole da spendere per questo lp che ha fatto la storia del genere stesso, classici come “Fast As A Shark”, “Restless And Wild”, “Neon Nights” e “Princes Of The Dawn” scorrono in ogni cuore di metallaro come plasma vitale. Fanno parte del DNA metallico stesso. In quest’ultima canzone fuoriesce tutta la passione di Hoffman per il maestro chitarrista R. Blackmore. Il successo li colpisce e finalmente diventano meritatamente gruppo di culto, tanto che anche il regista Dario Argento si accorge di loro e adopera “Fast As A Shark” per il film “Demoni”. Il disco esce anche in versione picture per la gioia dei collezionisti. Udo con la sua mimetica ed i suoi occhiali da sole a goccia è un vero e proprio personaggio icona. Tutto sembra girare per il meglio, persino le riviste specializzate del periodo dedicano molta attenzione al quintetto.

A questo punto, consapevoli dei propri mezzi, tentano la carta americana arruffianando il sound con un certo tipo di Hard Rock che strizza l’occhio a certe classifiche. Questo comportamento però porta il distacco di Fischer e l’ingresso di Hermann Frank. Il risultato è il buon “Balls To The Wall” (Portrait) nel 1983.


E l’ America è raggiunta, infatti i nostri intraprendono un lungo tour nel nuovo continente come spalla ai spettacolari Kiss. Inevitabilmente il sound diventa più melodico, quasi facendo un piccolo salto indietro nel tempo, ma senza mai sconfinare nel commerciale più del dovuto. “Love Child” e “Head Over Heels” sono fra le canzoni più graffianti del disco, con qualche reminiscenza del passato.

I pezzi degli Accept sono in gran parte diventati degli inni per il popolo Heavy in generale, e come narravo in precedenza il cuore metallico batte sempre più forte e questo i tedeschi lo sanno, non a caso il successivo lavoro del 1985 si intitola proprio “Metal Heart” (Portrait).


A detta di molti, carta stampata e fans, questo è il loro capolavoro anche se in pratica le vendite non soddisfano più di tanto. Peccato perché in esso sono racchiuse delle gemme molto importanti, attimi mai più raggiunti nel seguito della carriera. Classici come “Living For Tonight”, “Screaming For A Love Bite”, “Up To The Limit” e la stupenda “Metal Heart” sono l’ossatura di un organismo che non ha pari in questo periodo musicale. Il “colonnello” Udo con il suo gracchiare fa proseliti. Le date ancora una volta si susseguono felicemente e i risultati vengono immortalati nell’ EP live giapponese “Kaizoku Ban” (Portrait). Nelle fila del gruppo nel frattempo ecco rientrare il chitarrista Jorg Fisher, il quale partecipa alle esibizioni giapponesi dei nostri. Peccato che in questo breve tassello metallico vengano trascurati i brani di successo degli esordi.

Andiamo a considerare ora la parte più caratteristica del sound Accept, in questo frangente della metà degli anni ’80 denotiamo sempre di più un avvicinamento alle sonorità americane a discapito di quelle più grezze degli inizi, tanto care a noi europei. Ma con questo non si vuole assolutamente sminuire un lavoro così pulito e potente, a personale modo di vedere, migliore di quello primordiale.
Non dimentichiamoci però che gli Accept hanno fra le loro influenze personali i Judas Priest , e cosa ci propinano i maestri inglesi nel calderone di metallo bollente? Sintetizzatori! Avete letto bene, il Prete di Giuda con “Turbo” nel 1986 apre un percorso ancora poco calpestato, quello delle tastiere di accompagnamento. Molti sono i proseliti, anche se la maggior parte degli usufruitori di allora gridano al tradimento.

I nostri, incuranti di tutto quello che è parere esterno, si avventurano in questo percorso minato ed escono nei negozi con il nuovo “Russian Roulette” (Portrait).



Se andiamo a considerare questo resta l’ultimo capitolo valido di una band che in qualche modo ha voluto seguire i tempi, canzoni come “T.V. War”, “Monsterman”, “Aiming High”, “Russian Roulette” e la bellissima “Stand Tight” sono testimonianza del ricco songwriting a disposizione dei tedeschi.
Ma le vendite non soddisfano nella maniera più assoluta, da qui la necessità di un ritorno alle origini giustificando in qualche modo quello che il metallaro medio richiede, un suono più grezzo e diretto.


Udo rompe con i colleghi e cerca di tornare al suo vecchio sound lasciando gli Accept e formando gli U.D.O. Nel 1988 “Animal House” chiarisce la posizione presa dal colonnello mostrando uno sfacciato ritorno ai vecchi suoni Accept. Insieme a lui seguono Stefan Schwarzmann (batteria) e Thomas Smuszynky (basso), la sezione ritmica tedesca fra le più massicce dell’Heavy Metal.


La discografia degli U.D.O. nel tempo sembra voler ribadire "gli Accept siamo noi!". “Mean Machine” ed il distruttivo “Timebomb” chiariscono ogni ombra di dubbio.
Ma allora il gruppo madre cosa fa? Segue imperterrito la strada più commerciale americaneggiante? Con l’ingresso del nuovo cantante americano David Reece sembra proprio di si. “Eat The Eat” (Epic) del 1989


 è un disco veramente fiacco, le date incominciano, ma i successi sembrano un ricordo lontano, tanto che in una serata addirittura Peter Baltes e Reece arrivano alle mani!


La nostalgia di certi momenti è comune, sia da parte del gruppo che del pubblico così nel 1990 gli Accept pensano bene di far uscire un doppio lp live con i loro migliori brani di sempre, cantati da un Udo clamorosamente in forma: “Staying A Life” (BMG).
Questo sembra essere un suggello per la carriera dei tedeschi, ma con un clamoroso colpo di coda ecco nel 1992 la notizia della reunion con il vecchio cantante. I fans esultano ed attendono i frutti di cotanto entusiasmo. L’attesa non viene tradita nel 1993 con “Objection Overruled’ (RCA), disco di rara potenza che raccoglie ovviamente lo spirito dei primi anni. “Slaves To Metal”, “Protectors Of Terror” e “Objection Overruled” sono pugni in faccia, brani fra i migliori della loro discografia.


Ma i tempi sono cambiati, il Power Metal in questi anni non gode più della stessa stima che godeva negli anni ’80. Udo e soci se ne rendono conto cercando di non abbandonare la vecchia strada ma allo stesso tempo di arricchirla con qualcosa di “nuovo” . Purtroppo i risultati dei successivi “Death Row” (Pavement-1995) e “Predator” (RCA-1996) sono scadenti, privi di quella qualità che è marchio appurato degli Accept.


Dopo l’ennesimo live commemorativo “All Areas Worldwide” (Gun) la storia si interrompe nuovamente, così come nuovamente Dirkschneider riforma nel 1997 gli U.D.O. Sempre lui è l’anima massiccia del gruppo, icona tedesca del Metal puro, sanguinoso, incazzato, cattivo e sporco. “Solid” nel 1997, “No Limits” nel 1998, “Holy” del 2000, il live in Russia del 2001 e “Man And Machine” del 2002 ci fanno ancora godere questo piccolo e feroce personaggio che in fondo al nostro “Metal Heart” vorremmo sempre con noi!


E se dovesse capitare una nuova riuonion? Questa volta crepi il lupo, la storia insegna che non bisogna “mai dire mai

lunedì 26 agosto 2013

Greenwall

GREENWALL - From the Treasure Box
Rock Revelation

Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2005


Esiste ancora in Italia chi ama fare musica con passione, incurante di mode e tendenze, se poi il genere in considerazione è il Rock Progressivo devono proprio essere appassionati veri!
Suoni sinfonici e romantici che girano intorno alle tastiere di Andrea Pavoni sono la prerogativa di questo gruppo romano. “From The Treasure Box” è il loro terzo disco, maturo e ricco di sorprese, con contaminazioni Jazz e voci interpretative di alta qualità, quelle di Sofia Baccini (ex Presence) e di Michela Botti.
Bella musica sin dall’iniziale “Il Cunicolo”, suoni rilassanti con giochi di voce. Nella successiva “Abbiamo Ragione” troviamo a sorpresa un richiamo al ritornello tastieristico della PFM “Impressioni Di Settembre”. Il brano è molto moderno ed orecchiabile, a partire dalle ritmiche, questa volta più sostenute. “Dondolando Su Laghi Di Smeraldo” riporta tutto verso lidi sognanti e la bella voce assieme alla musica ricorda qualcosa dei vecchi Matia Bazar, anche se ovviamente solo a tratti.
Le tastiere a volte risuscitano gli EL&P e belli sono anche gli arpeggi di chitarra che fanno da sottofondo ad un flauto dolce in “Pollicino”, davvero un bel momento di melodia. La favola è dunque ben fotografata in questa istantanea sonora arricchita da un’importante interpretazione vocale. Classicheggiante la strumentale La Gabbia”, a dimostrazione della maturità artistica di questi ragazzi che non hanno nulla da invidiare (se non il successo) ad altri gruppi stranieri ingiustamente più fortunati di loro. E dulcis in fundo, come in ogni disco Prog che si rispetti, la conclusiva suite con i suoi alti e bassi umorali: “Preludio…To The End”.
Oggi come oggi è difficile proporre prodotti come questo, la nostra isterica società non ha tempo per fermarsi ad ascoltare con attenzione un disco come “From The Treasure Box”, potrebbe passare volutamente inosservato dopo un breve ascolto superficiale. Per concludere, richiami alla musica anni ’70, buon equilibrio sonoro e tanta anima. Grazie Greenwall. MS


domenica 25 agosto 2013

Agents Of Mercy

AGENTS OF MERCY - The Hading Ghosts of Twilight
Foxtrot
Distribuzione italiana: no
Genere: Prog
Support: CD - 2009




Da anni a questa parte ogni volta che mi imbatto con quel grande e prolifico artista che risponde al nome di Roine Stolt (The Flower Kings), ho un conflitto interno che mi rode l’anima. Amore ed odio per questo uomo che produce continuamente melodie assolutamente sognanti, colorate e psichedeliche. Amore per quello che riesce a fare, odio per il risultato carta carbone. Suono assolutamente e rigorosamente vintage, il buon Roine non riesce a fare nulla che vada leggermente fuori da questi canoni, salvo qualche intervento ritmico di non usuale fruizione. Ebbene, questa volta me lo ritrovo con un altro artista del campo, il cantante Nad Sylvan degli Unifaun. Per chi non li conoscesse, gli Unifaun sono una band dedita ad un Progressive Rock anche questo datato ed alla Genesis, quelli di Peter Gabriel. Sono così dediti a loro che perfino la voce scimmiotta quella del poliedrico Peter. Nel disco in questione, i due artisti sono coadiuvati praticamente dalla band The Flower Kings stessa, per cui possiamo considerare questo un disco della band svedese, solo con un cantante differente.
E allora uno più uno fa due, quindi ecco che ne esce fuori un disco anacronistico, dal suono antico, ma con melodie assolutamente indovinate.
Io, come molti di voi che amate questa musica, non posso restare indifferente a certi passaggi, soprattutto di chitarra, mi fanno crescere il pelo sulla pelle, emozioni allo stato puro, ma a volte anche la noia. Possibile che nel 2009 ancora si debbano fare cloni di brani usciti quasi 40 anni fa e addirittura scimmiottare i testi con tanto di “…the clock…Tic Toc”? Se non ci credete ascoltate “The Fading Ghosts Of Twilight”. Ma quando parte la chitarra di Roine, tutto si fa perdonare. L’ho detto, odio e amore. Non digerisco assolutamente la forzatura vocale di Sylvan, non mi piace e questo è più forte di me, non credo che sia mancanza di personalità, piuttosto una forzatura per richiamare il sound che fu. Agli Agents Of Mercy piace dunque giocare con i nostri sentimenti, basandosi sull’amore che nutriamo per tutto questo. E’ giusto? Sono furbi? Non sta a me deciderlo, in quanto sono semplice portavoce di quello che ho ascoltato e cerco di far capire al lettore il disco in analisi, per cui in definitiva posso ridurre così il concetto:
“The Hading Ghosts Of Twilight” è un bel disco di Progressive Rock classico, alla The Flower Kings. Ben prodotto, ben suonato, con arpeggi di stupenda caratura e poi più melodie che fughe strumentali. Niente suite ma brani nei canoni della durata “canzone”. Roine questa volta apre la sua anima e cerca di mostrare il lato più delicato di se.
Chi ama il genere troverà questo un lavoro a dir poco stupendo, io applaudo la classe ma comincio a sentirmi preso in giro…magari mi sbaglio, o meglio, spero di sbagliarmi. MS



sabato 24 agosto 2013

Soundsick

SOUNDSICK - Art Is the Mirror of the Universe
Selfproduced
Distribuzione italiana: -
Genere: Psychedelic Metal
Support: demo - 2010



La scena dell’entroterra marchigiano in questo periodo sta vivendo un fervore alquanto appassionante, si stanno formando molte band giovanili di spiccato interesse. Se poi andiamo a focalizzare la zona del fabrianese, oggi più che mai notiamo questo sbocciare. In definitiva per ricercare il punto più alto realizzato da una band fabrianese in ambito discografico bisogna che torniamo indietro agli anni ’70, nel Rock Progressivo degli Agorà, oppure agli ’80 dei De Luxe, mentre oggi si è rappresentati nella simpatica forma agro-demenziale dei Motozappa o dal granitico Metal dei Death Riders. Ma altre realtà stanno muovendo l’underground in maniera decisa e fulgida, una di queste si chiama Soundsick.
Questo è un trio composto da due fratelli, Ilario Onibokun (voce e chitarra) ed Alexander (Batteria) mentre le parti del basso sono affidate a Valentino Teodori. In mio possesso mi giunge il loro demo composto da quattro brani dediti ad un Rock che sta a cavallo fra la Psichedelìa ed il Metal. Un mix di generi assolutamente interessante, solo apparentemente non compatibili, per un risultato quantomeno godibile.
La prima cosa che balza all’ascolto sono le parti ritmiche assolutamente possenti e trascinanti e tengo anche a sottolineare la buona registrazione del demo, una volta tanto all’altezza della situazione, questo grazie al lavoro di Francesco Pellegrini (Death Riders).
La strumentale “Lena (Naked Woman)” apre l’ascolto e le chitarre di Ilario disegnano vortici psichedelici nell’aria, grazie anche ad echi di riff ipnotici. Il crescendo sonoro è inesorabile, portando l’ascoltatore ad un momento lisergico di rara bellezza. Immediatamente adiacente giunge “Ch3Ch2Oh”, altra fase sperimentale dei Soundisck, i quali però hanno il pregio di tenere sempre alto il volume delle melodie, non risultando dunque per niente invasivi o caotici. Anche il cantato in questo brano dimostra che il combo ha nel proprio bagaglio anche del Giunge. Tuttavia è il Rock in generale che trascina l’ascolto, fra idee strutturali che vanno anche a pescare in un certo Rock degli anni ’70.
Delicate melodie cominciano “Lonelyness”, brano dal ritornello memorizzabile e forse per questo anche brano più semplice e diretto. I ragazzi hanno la facoltà di scrivere belle canzoni con apparente semplicità e naturalezza, questo è un fattore da tenere in considerazione in futuro, specie per chi volesse contrattare questa band. Chiude il demo “Candy’s And Cum”, altro strepitoso episodio a cavallo fra Psichedelìa e Metal dove la band riesce a fare la voce grossa tanto quasi da non sembrare essere composta solo da tre elementi. Lampi di Porcupine Tree tanto per intenderci.
Mi resta solo che lasciarvi con i contatti dei Soundsick, realtà che va formandosi in questi giorni in maniera sempre più convincente. Da pazzi ignorarli, magari per lasciare spazio ad altre sterili band straniere che non hanno neppure un 10% della personalità di questi ragazzi, perché qui è proprio di personalità che stiamo parlando. MS


soundsick@live.itMySpace + Facebook

mercoledì 21 agosto 2013

Merme

MERME – Live In Singakong
Lizard
Genere: Math Rock- Prog
Supporto: cd – 2011


I Grossetani Merme, ossia Mario Poli Corsi (batteria), Francesco Pellitteri (basso), e Michele Lipparini (chitarra), esordiscono con un vigoroso live registrato il 15 maggio 2010 al LT. Deckard’s Studio. Si affacciano nella scena musicale con le idee gia chiare, almeno per quello che concerne il carattere che sembra essersi forgiato dai numerosi ascolti di King Crimson, quelli più recenti e nervosi del periodo “Thrack”. La voglia di destabilizzare l’ascoltatore e di divertirlo (come ad esempio con i titoli dei brani) allo stesso tempo è palese, proprio a questo servono i numerosi stop & go ed i cambi di tempo.
 Tuttavia il loro divertimento è anche il nostro, almeno per chi come me è aperto alle soluzioni più strampalate nel mondo del Prog. Il live si apre con “Vieni Via Da Li, C’Ho Seminato Ora”, simpatico titolo, ma quando parte la musica c’è poco da ridere. Nella ossessione “relativa” i Merme disturbano la quiete mentale con lucida esecuzione. Al primo ascolto i suoni risultano rozzi, ma così non è, la pulizia tecnica ed esecutiva la raccontano giusta. “T’odio” si apre con il greve basso di Pellitteri per poi evolversi in un Math Rock architettato per esprimere al meglio le doti chitarristiche di Lipparini. Ovviamente in un trio Rock la ritmica è fondamentale, per cui gli ingranaggi per girare a dovere devono necessariamente essere oliati e la coppia basso e batteria lo dimostra a pieno. Non si resta indifferenti avanti a “Ero A Boston A Farmi L’Unghie De Piedi Quando….” , tuttavia è chiaro che per i Merme il titolo del brano è un fattore secondario, a loro interessa la sostanza sonora e qui il sound è ancora più greve e cadenzato.
Questione di attimi, poi si riparte ruggendo sopra gli strumenti.
“Malta Me Lo Plendi Il Fucile” (Hi…Hi…Hi…) ha reminescenze primi Porcupine Tree, ma sono solamente fugaci sensazioni perché nella musica, tutto è effettivamente relativo.
Giochi di luce ed ombre si riflettono nella lavagna mentale di chi ascolta. “Morto T’Ammazzo” è più vigorosa, tanto da farci battere il piede a ritmo a nostra insaputa. Trascinante e goliardica. “Distributore Di Ladro” spara in fronte senza lasciare scampo. Qui il trio viaggia forte e coinvolge di più che in altri episodi. “Ottember Rein” ripete i clichè sino ad ora descritti pur risultando a tratti orecchiabile. Il live si chiude con il codice fiscale di una bestemmia “PRCMDN”! Sembra che questi giovani debbano sfogarsi di più con la musica ….
Resta il fatto che sanno picchiare gli strumenti, senza se e senza ma. Per i meno propensi ai King Crimson sconsiglio il disco, per tutti gli altri…. Granitici! (MS)

venerdì 16 agosto 2013

Banco Del Mutuo Soccorso

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
  Di Massimo "Max" Salari


Il Progressive Rock Italiano negli anni ’70 ha vissuto il momento di massimo splendore. Mentre l’Inghilterra detta le regole con numerosissime band di elevata caratura come Genesis, King Crimson, Jethro Tull, EL&P, Yes, Pink Floyd, Van Der Graaf Generator e moltissime altre, la nostra beneamata penisola gode di un trittico di band assolutamente degno di nota. Tutte le enciclopedie del Rock e le riviste specializzate ci descrivono Le Orme, la Premiata Forneria Marconi ed il Banco Del Mutuo Soccorso come le più significative forze del Progressive Rock nostrano. Personalmente aggiungerei in fatto di qualità anche i genovesi New Trolls, ma questo è ciò che ci raccontano gli esperti. Ovviamente ci sono altre numerosissime realtà degne di nota, alcuni nomi sono Area, Osanna, i Delirium, Balletto Di Bronzo, Rovescio Della Medaglia, La Locanda Delle Fate e via via tutte quelle band che comunque non hanno goduto di una prolifica discografia. In realtà troppe sono quelle che hanno fatto un disco per poi sparire nell’anonimato, solo per la gioia dei collezionisti di vinile che si contendono gli LP a suon di Euro.
Approfondiamo in questo articolo la band romana Banco Del Mutuo Soccorso, passando attraverso la loro discografia. Prima di iniziare con un cenno storico, mi preme sottolineare il fatto che una volta tanto, stiamo trattando una band Prog con un cantante degno di questo nome. Infatti (escluso rarissimi casi come quello di Demetrio Stratos negli Area e pochi altri) la pecca principale di questo genere nel nostro paese è il canto. Chi non ha nella mente quel simpatico uomo paffuto e barbuto dalla voce melodiosa, particolare ed intensamente interpretativa? Francesco Di Giacomo è una icona di questa squadra di potenti strumentisti, dotati di grande tecnica e di un songwriting fuori della norma. Come tutte le band del genere, un nome non scontato, ecco a voi il Banco del Mutuo Soccorso.

 Le Origini


Vittorio Nocenzi è la mente creatrice di questo gruppo, un tastierista virtuoso che alla giovane età di 17 anni, tenta la strada della musica con l’ausilio di amici e parenti, tutto questo nel lontano 1968. Come si sa il genere Progressive Rock negli anni ’70 è molto sinfonico e tastieristico, per cui anche il fratello Gianni supporta il suono con altre tastiere, mentre la band è completata, nella sua prima formazione , da Mario Achilli (batteria), Fabrizio Falco (basso) e da Gianfranco Coletta (chitarra) che in seguito andrà ad esibirsi nella fortunata band degli Alunni Del Sole. Così strutturati muovono i primi passi e con tre brani editi nella compilation musicale “Sound 70” dai titoli “Vedo Il Telefono”, “La Mia Libertà” e “Padre Francesco”, si fanno notare dal pubblico italiano. In verità non furono incisi solo questi, bensì anche altri, restati inediti. Tuttavia i tre citati troveranno luce soltanto nel 1989 nel disco “Donna Plautilla”.
Galeotta fu la partecipazione nel 1971 al 2° Festival Pop Di Caracalla, infatti in questa manifestazione, Vittorio conosce nuovi artisti dotati di una grande tecnica e in linea con le proprie idee musicali, questi hanno il nome di Marcello Todaro, Francesco Di Giacomo (voce), Renato D'Angelo (basso) e Pierluigi Calderoni (batteria). Il primo proveniente dalla band Fiori Di Campo, mentre i restanti tre dagli Esperienze. A questo punto i tempi sono maturi per virare dal Beat al Progressive Rock, quella musica che tanto cominciava ad andare di moda in quel periodo, con le sue lunghe suite e tanti interventi sinfonici.

Discografia

Il 1972 per il Banco è non solo l’anno dell’effettivo esordio discografico, ma addirittura quello di una clamorosa accoppiata vincente, gli LP “Banco Del Mutuo Soccorso” e “Darwin”. Ma andiamo con ordine:

 BANCO DEL MUTUO SOCCORSO – Ricordi 1972


“BMS” è l’esordio ufficiale, nel quale la band esprime il proprio modo di concepire il Prog, con personalità e molta grinta. I testi scritti da Francesco Di Giacomo assumono una importanza fondamentale, mai scontati e molto vicini alle poesie, anche dal profumo antico. In questo disco si nascondono gemme che ancora oggi la band ripropone inesorabilmente dal vivo, come “R.I.P. (Requisecant In Pace)", "Il Giardino del Mago" e "Metamorfosi". Notevole è il successo della copertina, quel salvadanaio dal quale fuoriesce una lingua di cartone con rappresentati i volti dei componenti della band, come a dire “conservateci con cura e parsimonia, perché noi valiamo”.
Molti addetti ai lavori associano questo artwork a quello rappresentato da Andy Warhol con la famosa banana per i Velvet Underground & Nico di Lou Reed, personalmente non sono d’accordo, non vedo assolutamente parallelismi non solo grafici, ma persino concettuali. Nel disco vige un Prog sinfonico basato sulle tastiere onnipresenti ed un fragore emotivo d’impatto, quello che praticamente è mancato a centinaia di lavori paralleli ad altre band minori, ma se consideriamo che il Banco con questo disco è pure all’esordio, siamo davvero distanti anni luce dalla realtà, quella che ha fatto si che il genere poi rimanga relegato solo a pochi cultori. Inutile poi piangere sul latte versato. Questo disco è un cult, ristampato negli anni a venire in tutte le salse e ovviamente, anche punto di riferimento per molte altre band future, sia italiane che straniere. Notevole la ristampa in doppio cd della Sony “40 Anni” (2012) con inediti dal titolo: “Polifonia”, “Tentazione” e “Padre Nostro”.


 DARWIN! – Ricordi 1972


Con “Darwin !” il BMS crea un concept album, ossia un album a tema. Molta stampa e delle enciclopedie del Rock, relegano questo come il primo concept album italiano Pop. In realtà, quasi un anno prima, alla fine del 1971, i Giganti escono con un album straordinario dal titolo “Terra In Bocca”. Questo è un album riferito alla mafia e a certe vicende della mala, coraggioso e musicalmente parlando sorprendente. Ma torniamo a “Darwin !”, qui si parla dell’uomo e della teoria dell’evoluzione della specie. L’uomo nelle sue debolezze, nella crescita intellettuale, il rapporto con il sentimento dell’amore e tutto quello che si aggira in questo trattato culturale.
Uno sforzo creativo notevole, che si distacca da tutto quello che sta uscendo in Italia in questo periodo e non solo. Brani lunghi e spesso strumentali, come la famosa “Conquista Della Posizione Eretta” con dieci minuti in cui si tenta di spiegare lo sforzo dell’uomo nel poter conquistare la posizione su due gambe. Una musica impegnata, però in alcuni frangenti anche Jazzy, come in “Danza Dei Grandi Rettili”, un break nel concept cervellotico e musicalmente carico di suoni spesso sinfonici. I testi dunque assumono un importanza fondamentale ed il massimo viene raggiunto da Di Giacomo nella stupenda “750.000 anni fa …..L’Amore?”, dove si tenta di descrivere il sentimento che prova l’uomo alla visione di una donna, quel sentimento che valica aldilà del sesso e dell’istinto della conservazione della specie. Il primitivo ha paura nell’esporsi, l’amore si fa campo nel suo cuore e la paura di un rifiuto si presenta concretamente nella propria mente. Qui di seguito il teso di questa canzone, una delle più belle mai realizzate da un gruppo Rock italiano. Considerate poi che tutto si sorregge sulla struttura voce e piano.


Già l'acqua inghiotte il sole
ti danza il seno mentre corri a valle
con il tuo branco ai pozzi
le labbra secche vieni a dissetare
Corpo steso dai larghi fianchi
nell'ombra sto, sto qui a vederti
possederti, si possederti... possederti...

Ed io tengo il respiro
se mi vedessi fuggiresti via
e pianto l'unghie in terra
l'argilla rossa mi nasconde il viso
ma vorrei per un momento stringerti a me
qui sul mio petto
ma non posso fuggiresti fuggiresti via da me
io non posso possederti possederti
io non posso fuggiresti
possederti io non posso...
Anche per una volta sola.

Se fossi mia davvero
di gocce d'acqua vestirei il tuo seno
poi sotto i piedi tuoi
veli di vento e foglie stenderei
Corpo chiaro dai larghi fianchi
ti porterei nei verdi campi e danzerei
sotto la luna danzerei con te.

Lo so la mente vuole
ma il labbro inerte non sa dire niente
si è fatto scuro il cielo
già ti allontani resta ancora a bere
mia davvero ah fosse vero
ma chi son io uno scimmione
senza ragione senza ragione senza ragione
uno scimmione fuggiresti fuggiresti
uno scimmione uno scimmione senza ragione
tu fuggiresti, tu fuggiresti...

E’ nel 1973 che Marcello Todaro lascia la chitarra a Rodolfo Maltese, chitarrista degli Homo Sapiens, ancora oggi nelle file della band e fido amico di Di Giacomo e Nocenzi. La stampa e molta critica ritiene che “Darwin!” sia un passo indietro rispetto all’inatteso e grandioso esordio omonimo, personalmente non paragono i due lavori, in quanto concettualmente e strutturalmente troppo differenti. Ascoltare “Darwin !” è come vedere un film, oppure guardare una galleria di quadri, tutto è concatenato e comunque riconosco l’astrusità dell’ascolto in alcuni passaggi, non troppo commerciali o per meglio dire non convenzionali. Una opera Rock che va ascoltata con attenzione e senza pregiudizi musicali.
Ma è proprio in quest’ anno, il 1973 che la band se ne esce con un album che mette tutti d’accordo:



 IO SONO NATO LIBERO – Ricordi 1973



Il Banco Del Mutuo Soccorso qui giunge alla completa maturazione artistica e per molti questo è il punto massimo raggiunto dalla loro creatività. In realtà anche nel futuro riusciranno a scrivere brani di pregevole caratura, ma qui c’è un sunto continuo, un binario dal quale non si deraglia. Una continuità emotiva che difficilmente riusciranno ad eguagliare. Questa volta non si ha nulla a che invidiare dalle realizzazioni di band straniere, “Io Sono Nato Libero”, ispirato dalle atrocità della guerra mondiale, è un capolavoro sotto tutti gli aspetti, lirici e musicali. Basta ascoltare il brano di apertura “Canto Nomade Per Un Prigioniero Politico” per capire il sunto di quanto detto. Nei suoi quindici minuti verrete trasportati dai numerosi cambi di tempo, dalla possente voce di Francesco e dalle tastiere di Vittorio Nocenzi.
Il Banco Del Mutuo Soccorso, vive la contestazione degli anni ’70 come molte altre band Pop e Prog ( in quel periodo il termine aveva lo stesso significato), tuttavia pur risultando relegati ad una scena politica di sinistra, i nostri non vanno ad approfondire tematiche politiche in maniera viscerale. Un esempio più efferato sono gli Area, il Banco invece ha saputo seguire i tempi, gli eventi e la politica sempre con una velata ironia, si con partecipazione, ma con moderazione. Gli ideali sono difesi, farsi capire e dialogare con il pubblico è importante e questo la band lo ha saputo fare molto bene, soprattutto durante le numerose esibizioni live. Famose anche le diatribe con dei gruppi di persone organizzate da alcune riviste del tempo, i quali pretendevano la musica dal vivo gratis, senza pagare il biglietto. Lo slogan era “ La musica si sente e non si paga”. Sostenevano che la musica è una cosa impalpabile e che al termine del concerto non si poteva portare via oggettivamente. Ovviamente gli artisti spesso mettevano un prezzo politico, in quanto almeno dovevano riuscire con le spese, ma questo è stato sempre un punto di diatriba, gli anni della contestazione erano questi ed adattarsi non era facile. “Io Sono Nato Libero” è dunque stato un album impegnato socialmente, soprattutto perché colpito anche dagli avvenimenti in Cile (il colpo di stato), i quali davano adito ad argomentazioni sociopolitiche articolate. E qui ritorno al brano “Canto Nomade Per Un Prigioniero Politico”, scritto proprio per questo motivo. Ricorda Rodolfo Maltese: “ Ci veniva spontaneo interessarci al sociale , ma mai abbiamo sentito la necessità di allinearci forzatamente a certe situazioni.” (tratto da Anni ’70 Generazione Rock di Giordano Casiraghi – Editori Riuniti). Il suono articolato e tecnico di questo lungo brano mette la band alla luce del pubblico anche straniero, quello che poi farà firmare il contratto con la Manticore di Greg Lake (Emerson Lale & Palmer).
C’è nel disco anche una canzone che rilassa, e che fa sognare, da Figli Dei Fiori, quella “Non Mi Rompete” dal ritornello giocoso ed arioso da cantare tutti assieme. Non mancano i richiami alla fortunata formula del “Giardino Del Mago”, ossia un brano complesso, qui degnamente rappresentato da “La Città Sottile”. Questo riporta il Banco in quella dimensione a loro consona e cioè quella della ricerca compositiva, con un cantato a tratti persino recitato. Sempre importante il lavoro delle tastiere per garantire all'ascoltatore un viaggio mentale e per far capire (se ancora ce ne fosse il bisogno) che questa è musica per la mente. Tematiche contro la guerra invece vengono trattate in “Dopo… Niente E’ Più Lo Stesso”. Chiude il disco evidenziando lo spirito giocoso e libero della band “Traccia II”.


  BANCO – Manticore – 1975


Nel 1974 la band lascia la Ricordi e come dicevo in precedenza, sposa la Manticore di Lake, casa discografica appuratamene dedita al Progressive Rock più sinfonico ed articolato del momento ( anche la PFM fa capolino nella scuderia).
Si necessita per il pubblico estero, un cantato in inglese e questo in effetti è il sunto di questo album. Ci sono brani editi come R.I.P." ("Outside"), "Non Mi Rompete"("Leave Me Alone"), "Dopo... Niente E’ Più Lo Stesso" ("Nothing's the Same") e "Metamorfosi" ("Metamorphosis") oltre alla strumentale "Traccia II". Non mancano comunque dei brani inediti, con il titolo "Chorale (from Traccia's Theme)" e "L'albero Del Pane ("The Bread Tree)", un brano stupendo. Nell’insieme nulla di trascendentale, anche se le canzoni sono di grande impatto, il cantato in inglese non sembra adattarsi alla perfezione. Comunque la stampa mondiale accoglie più che positivamente questo quarto disco del Banco, le vendite meno. Parte anche un tour in terra inglese ed americana, ma il successo non è come auspicato. Memorabile invece il concerto di Venezia al Teatro Malibran con degli spettatori di lusso come Greg Lake e Keith Emerson.

 

 GAROFANO ROSSO – Manticore 1976



L’anno successivo il quintetto romano si focalizza sulla stesura di una colonna sonora. Il film si intitola “Garofano Rosso” ed essendo appunto una colonna sonora, manca dell’apporto vocale del leader cantante Di Giacomo. Malgrado questa defezione, il disco è davvero bello ed interessante in numerosi spunti. La matrice Banco è comunque decisamente spiccata, a dimostrazione che la band gode di una profonda personalità. Il film tratta argomentazioni socio politiche ed è girato dal regista Luigi Faccini, ispirato a sua volta dal romanzo di Elio Vittorini. Quello che sorprende con il senno di poi è che la musica è nettamente superiore alla caratura del film, come si dice in gergo, un vero fiasco al botteghino.
Grande musica dicevo, dove le tastiere ricoprono ovviamente il ruolo più importante, mentre la chitarra elettrica lascia più spazio a quella acustica.
La musica è libera di esprimersi, non più limitata dalla struttura canzone-cantato, per cui non ci si sorprende se si incontrano anche momenti più sinfonici come “Suggestioni Di Un Ritorno In Campagna". Un disco che va assolutamente rivalutato, sempre attuale, il tempo sembra non avergli inferto troppi colpi.

COME IN UN ULTIMA CENA – Manticore 1976



Il fans del BMS nel 1976 deve mettere spesso mano al portafoglio, sia per “Garofano Rosso” che per questo album edito anche in lingua inglese (tradotto dal nostro cantautore Angelo Branduardi) per il mercato estero dal titolo “As In A Last Supper” (Manticore). Il disco si occupa di tematiche bibliche, proprio come il titolo suggerisce, mentre potremo notare con il tempo che questo si tratta pure dell’ultimo album del Banco dalle sonorità prettamente sinfoniche ed articolate.
L’album gode di una promozione d’onore, infatti la band parte per una tournèe Europea come supporto ai mitici maestri del genere: i Gentle Giant. Siamo oltre la metà degli anni 70 e la musica Progressive in Italia sta dando i suoi ultimi sussulti, anche per questo la band di Nocenzi mette in disparte la struttura del brano suite, per favorire di più la formula canzone. Brani più brevi ed orecchiabili dunque, come “Il Ragno”, “ E’ Così Buono Giovanni Ma….”, canzoni che restano scolpite a caratteri cubitali nella storia della band, tanto che ancora oggi durante i concerti sono puntualmente esibite.

…..DI TERRA – Ricordi 1978



Il Progressive sta chiudendo i battenti, il Punk e la Discomusic con relative Febbri Del Sabato E Sera, fanno della musica per la mente un boccone unico. Si passa alla musica per il corpo, composta da poche note e tanto divertimento. Ma il Banco non ci sta, almeno per il momento e presenta nel 1978 il suo progetto più ambizioso: “….Di Terra”.
Si ritorna alla Ricordi, in quanto la Manticore subisce la crisi del genere e si inginocchia ai voleri del pubblico.
Questo disco è un altro lavoro completamente strumentale, anche se Di Giacomo partecipa come scrittore dei titoli dei brani. La musica è composta da Vittorio Nocenzi e un orchestra accompagna la band in questo viaggio davvero intricato e sinfonico.
Nel 1975 il Banco viene contattato per scrivere una colonna sonora di un film di fantascienza, ma non se ne fece più nulla a causa della poca serietà dell’entourage. Tuttavia molti pezzi sono stati incisi proprio qui in “….Di Terra”. Questo è un disco da ascoltare con parsimonia, certamente non una pietra miliare, ma ricco di buoni spunti. Ambizioso? Potrebbe essere, comunque una piccola opera Rock in tutti i sensi del termine.


CANTO DI PRIMAVERA – Ricordi 1979


“…La primavera è quella che abbiamo nella nostra testa, non è solo una stagione…” così diceva Di Giacomo nel concerto in Mexico nel 1999. La musica di questo disco è in effetti ariosa, spesso giocosa. Si comincia a prendere le distanze dalle tematiche prettamente sociopolitiche, una musica più leggera comincia a plasmarsi, quasi un adeguamento ai nuovi tempi. Ma attenzione, il disco non è scontato, in esso si aggirano perle di assoluto valore come ad esempio il brano dedicato alla morte dell’amico Demetrio Stratos (Area) “ E Mi Viene Da Pensare”. A questo punto della loro carriera questa è la formazione: Gianni Nocenzi: pianoforte elettrico Yamaha e clarinetto in Mib;
Vittorio Nocenzi: sintetizzatori e tastiere elettroniche;
Rodolfo maltese: chitarre elettriche e acustiche, charango, bouzuky, tromba e corno;
Pieluigi Calderoni: batteria e percussioni;
Gianni Coloiacomo: basso elettrico, senza tasti e a sei corde;
Luigi Cinque: sax soprano, armonica, scacciapensieri mongolo;
George Aghedo: percussioni;
Francesco di Giacomo: voce
Quindi il bassista Renato D’Angelo lascia il gruppo ed il basso a Gianni Colaiacomo.
La canzone “Sono La Bestia” traccia una strada ben definita per il sound della band, cioè scrive la linea strutturale che ritroveremo spesso anche nelle canzoni future del Banco. Si saranno commerciali, ma sempre con una personalità. Infatti è giunto il momento del cambiamento. Nel 1979 si arriva al capolinea del Prog Italiano, per cui il Banco si conceda dagli anni ’70 con un live proprio dal titolo “Capolinea”
Gli anni ’80 (che io definisco gli anni della musica di plastica) sono commerciali, la New Wave detta legge, nascono gruppi come Duran Duran, Spandau Ballet, Depeche Mode, Simple Mind e migliaia e migliaia di altri. La loro musica è energetica, da ballare e tuttavia anche con spunti a volte gradevoli. I tempi sono cambiati e chi non cambia con loro rischia l’inevitabile estinzione. Il Banco è stato così intelligente (come i “cugini” Orme e PFM) da capire che bisognava adattarsi e così vengono alla luce dischi di facile fruibilità come:

 

 URGENTISSIMO – 1980
 BUONE NOTIZIE – 1981
 BANCO – 1983
 …E VIA – 1985

                  

Con “Urgentissimo” cade il “…Del Mutuo Soccorso” in maniera ufficiale ed il suono diventa più Rock. Musica immediata e di durata più breve. Il Banco si concentra sul ritornello, come nella famosa “Paolo Pa’”. Uno dei brani più riusciti è anche “Felice”.
Chi si attendeva un tonfo da parte della band, resterà esterrefatto, in quanto malgrado la virata più commerciale e diretta, i nostri riescono a fare numerose vendite.

 

DONNA PLAUTILLA - 1989


Un silenzio lungo cinque anni, salvo citare il lavoro solista di Francesco Di Giacomo dal titolo “Non Mettere Le Dita Nel Naso”, lasciano a bocca asciutta i fans della band.
Ma al confine degli anni ’90 comincia l’operazione nostalgia nell’intero genere Progressive Rock, sospinto dalle grandi band del Nord Europa, si risveglia l’interesse verso certe sonorità e questo accade anche in Italia. Il Banco esce con questa raccolta di inediti degli anni ’70. Qualcosa si sta muovendo nuovamente.


 DA QUI MESSERE SI DOMINA LA VALLE – 1991
 LA STORIA – 1993
 I GRANDI SUCCESSI -1993

            

Agli inizi degli anni ’90 il Banco sonda il terreno e l’interesse attorno alla loro musica con la realizzazione di diverse raccolte di successi. “Da Qui Messere Si Domina La Valle” è un doppio cd che può risultare interessante, in quanto in esso sono contenuti i primi due album ri-registrati per l’occasione. “La Storia “ è una buona compilation, dove chi non conosce la band potrebbe apprezzare ed incuriosirsi, mentre “I Grandi Successi” rivolge lo sguardo agli ultimi lavori del Banco, diciamo che è la compilation degli anni ’80.

IL 13 – 1994

Finalmente dopo dieci anni esce un nuovo disco da studio dal titolo “il 13”. Questo ha su di se molte aspettative, sia da parte di chi ha apprezzato la discografia degli anni ’70 che quelli che hanno cantato a squarciagola “Moby Dick” o “Paolo Pà”. In effetti gli artisti hanno agito in maniera equa, perché in esso ci sono brani che richiamano sia gli anni ’70 che gli ’80. Contenti tutti o scontenti tutti? La verità sta nel mezzo e le vendite non eccessive lo confermano. Comunque un bel disco.
Negli anni ’90, sulle ali dell’entusiasmo del ritorno del Prog, e’ anche la volta di rimettere in moto la band, per cui il Banco parte per date live, girando mezzo mondo, dal Messico al Giappone fino all’Argentina. Date di successo, e un biglietto da visita per il Progressive Italiano di cui ne dobbiamo andare orgogliosi.


 LE ORIGINI – 1996
ANTOLOGIA – 1996

Ancora due raccolte, la prima è un doppio cd con l’attenzione rivolta agli anni ’70, la seconda è un misto, ma con tutte queste uscite si rischia di saturare l’interesse del vecchio fans, il quale ha bisogno di nuova musica.

NUDO - 1997


Il sound della band si ammorbidisce con soventi interventi acustici ed il pubblico sembra apprezzare oltremodo. E’ dunque il momento giusto per fare uscire un disco con rifacimenti di classici in maniera acustica. Il doppio cd si intitola “Nudo”. Nel primo cd vengono risuonati dei classici con la giunta del brano “Nudo”. Nel secondo cd possiamo apprezzare la band dal vivo nelle ultime performance. Un ottimo disco per tutti gli estimatori sia della band che della buona musica.NO PALCO – 2003
In verità la band di Nocenzi non è più prolifica e malgrado sia attiva al 100%, vive più che altro di vecchie glorie, tuttavia risuonate con maturità ed intelligenza. Esce nel 2003 “No Palco”, ennesimo live album edito per il trentennale della band. E così fino ad oggi, senza mai avere la possibilità di ascoltare nuovo materiale in maniera ufficiale. Ma i nostri artisti sono sempre all’opera, date su date ed il sogno continua. Ora non ci resta veramente che sognare ad occhi aperti un ritorno in studio, magari rivedere quel salvadanaio con la linguetta da tirare con i loro volti di oggi.

SALARI MASSIMO





sabato 10 agosto 2013

Pendragon

PENDRAGON - Pure
Toff Records

Distribuzione italiana: - Audioglobe
Genere: Prog
Support: CD - 2008



Ascoltare i Pendragon è come affrontare un viaggio temporale. Nel suono della band di Nick Barrett comunque sia, ci sono dei punti di riferimento inamovibili, ad esempio la sua chitarra. I Pink floyd più ispirati sono un solido punto di riferimento al quale Nick attinge brano per brano. La band attiva dal 1978, quando assieme ai Marillion , IQ, Pallas e pochi altri creano il New Prog, ci ha entusiasmato con lavori davvero epocali. Come non rimanere estasiati avanti al trittico “The World”, “The Window Of Life” e l’irraggiungibile “The Masquerade Overture”, episodi che segnano più che un ascoltatore, riportando il genere Progressive all’attenzione del grande pubblico. Poi episodi personali segnano la vita dell’artista Barrett, la separazione coniugale destabilizza il suo stato umorale e questo in qualche modo si ripercuote anche nella musica. Seguono buoni album come “Not Of This World” e “Believe”, ma qualcosa sembra essersi inceppato. Si ha come la sensazione che i Pendragon girino ciclicamente il meglio dei loro pezzi senza variarne di molto il contenuto e la forma, in parole povere un periodo di apparente stagnazione artistica. C’è bisogno di una svolta, come è accaduto da “Kowtow” a “The World” negli anni ’80, pur come dicevo all’inizio, strettamente dentro ai punti di riferimento inamovibili.
Ecco allora che in “Pure” il lavoro di arrangiamento del grande tastierista Clive Nolan (Arena, Strangers On A Train, Shadowland etc.) diventa un punto importante. Via le tastiere protagoniste assolute e quindi invadenti, per un avvicinamento ad un suono più elettronico fine e poco invasivo. L’album è decisamente più chitarristico e se vogliamo anche più duro. Non resta che constatare, o meglio sottolineare, l’importanza che Steven Wilson (Porcupine Tree, Blackfield, No-Man, etc.) ha avuto per il Progressive moderno, le sue arie malinconiche e le atmosfere dure e psichedeliche le ritroviamo dappertutto, in tantissime band Prog di oggi e neppure i maestri del genere esulano da questo fatto. Il sound si rinfresca dunque, il connubio New Prog e Psichedelia è stupendo e due brani come “Indigo” e “It’s Only Me” da soli valgono l’acquisto del disco. Un Barrett perfino ingrassato, ma più deciso, coraggioso nel voler tentare una svolta nella sua stupenda carriera. La ritmica di Peter Gee (basso) e Scott Higham (batteria) è perfetta, trascinante quanto serve.
“Pure” è un disco che grida vendetta, date ai Pendragon quello che è dei Pendragon! Capolavoro? Quasi, assolutamente sfiorato, solo a causa della mancanza di un altro brano spettacolare come i sopraccitati, ma per chi scrive tutto questo è di già sufficiente.
Overdose di adrenalina, Barrett arrabbiato il giusto, una nuova faccia, un sound fresco e moderno. Tanto di cappello signori, non fermate la vostra mutazione, qui gia si gode da matti. 30 anni di Prog non a caso! Auguri. MS


venerdì 9 agosto 2013

Paolo Rigotto

PAOLO RIGOTTO - Uomo Bianco
Contro Records

Distribuzione italiana: -
Genere: Pop Elettronico
Support: CD - 2012




In una ricca ed elegante confezione cartonata, giunge il ritorno del simpatico cantante Paolo Rigotto. Dopo "Corpi Celesti" debutto solista del 2010, è la volta di "Uomo Bianco", album che sempre focalizza il proprio essere sull'ironia ed il sarcasmo.
Il Pop elettronico sperimentale è tappeto sonoro ad una lirica importante, ficcante ed intelligente. Il batterista polistrumentista ha alle spalle un importante bagaglio musicale che passa dal Prog Rock italiano (Syndone, Band Elastica Pellizza) alle influenze di B. Eno, Skiantos ed Elio E Le Storie Tese, tutto questo va a plasmare un autore che sa dove mirare.
Il dettagliato libretto che accompagna il cd "Uomo Bianco" ben supporta con testi e foto chiarificatrici in bianco e nero e pone l'ascoltatore nella condizione di pensare, oltre che di ascoltare, pregio a mio avviso davvero importante. La produzione sonora di Francois Veramon e gli arrangiamenti sono curati e rappresentano il Rigotto pensiero.
"E' Successo" mette in luce la situazione giovanile nel momento attuale in ambito lavorativo, con un cantato Rap ed un ritornello orecchiabile e melodico. Attenzione, la ricerca strutturale è particolarmente arguta, la musica ha un suo perchè.
Ode a "La Lingua", la sua utilità e quant'altro in un brano più cantautoriale, scoprono un Rigotto più lineare e ritmico. Altresì il cantautore raggiunge il pubblico attraverso un pezzo elettrico e ruffiano come "Facciamo Pace", nel quale mette in luce la capacità di comporre brani diretti e puliti. Mostra invece i muscoli con "Quasi Quasi", una situazione sociale e politica dai retroscena psicodrammatici ed una musica più elettrica rispetto alla media delle composizioni.
Diverte Rigotto, intrattiene e fa riflettere anche sul valore della lingua estera con "English Soup". Veloci e variegati susseguono i brani, pur se in assenza di assolo strumentali. La title track "Uomo Bianco" punta nuovamente sull'efficacia del testo e dell'uso recitato della voce, piuttosto che sulla musica. Quasi Ska "La Via Lattea" per cui avete già idea della giovialità delle atmosfere. Uno Ska che poi si fonde con del Prog classico. Comunque sono in totale dodici movimenti che tengono sempre alta l'attenzione dell'ascolto, perchè Rigotto resta comunque un valido strumentista.
E' un disco che non ha pretese maggiori di quanto descritto, solo l'intento di divertire con intelligenza e questo oggi come oggi non mi sembra un particolare da trascurare.
"Uomo Bianco" conferma una nuova realtà che ha promesso già nel 2010, io ci vedo anche Daniele Silvestri, voi invece dategli un ascolto e trovategli il suo "perchè", sono sicuro che riuscirete a passare un ora fra buona musica e pensiero.
Simpatico ed arguto. MS

martedì 6 agosto 2013

The Jones Bones

the JONES BONES - Stones of Revolution
Il Verso del Cinghiale

Distribuzione italiana: si
Genere: Rock Blues
Support: CD - 2012




Lavoro, sudore, strada, perseveranza e passione, quando questi elementi sono legati fra di loro in uguali dosi, il risultato è: Rock.
Quando poi chi lo propone vive nell'era contemporanea della tecnologia e del download furioso, lasciatemelo dire, è degno d'encomio. Si è detto e ridetto che il Rock è uno stile di vita e questo i The Jones Bones lo sanno e ne colgono le sfumature.
Luca Ducoli, chitarrista e voce è il fulcro dell'evoluzione della band, la quale negli anni muta di line up e passa attraverso avversità, il tutto partendo dal 2001. Nel 2005 escono con il primo lavoro autoprodotto intitolato "Rock'n Roll Is A Lifestyle" (a sottolineare quello che ho citato poche righe fa). Segue nel 2009 "Electric Babyland", album di canzoni di caratura melodica, fino ad arrivare al 2012 con questo "Stones Of Revolution" suddiviso in undici tracce fra Blues, Rock e Country.
La formazione si stabilizza con Luca Ducoli (chitarra e voce), Frederick Micheli (chitarra e voce), Paul Gheeza (basso) e Brian Mec Lee (batteria).
Bicchiere e sigaretta non mancano, spingendo lo stile Rock per la sua strada naturale. Numerosi gli special guest che accompagnano il corso dell'album che si apre con la chitarra acustica di "Free" ed il cantato rigorosamente in inglese. Sensazioni di libertà nell'aria a cavallo fra Folk e Country. "Alright For You" è il primo brano elettrico ruvido e diretto, supportato da cori in stile Rolling Stones.
Le canzoni sono di facile memorizzazione ed a stento si può trattenere fermo il piede che parte a nostra insaputa, al ritmo del Rock. Notevole "All For The Money" la quale non nasconde alcuni richiami ai Ramones. In "Help Me" si possono ascoltare anche fiati a testimonianza di una apertura mentale in ambito musicale da parte di questi quattro rockers. Questa volta sono i Beatles a venire in mente e tutto ciò corona la cultura sonora a bagaglio. Ma il territorio nel quale si trovano più ad agio è quello di "Lost Cause" e dei Rolling Stones. Tutto scorre alla meraviglia ed il divertimento è assicurato, ascoltate "Leave This City" ed entrate con tutti e due i piedi nel Rock'N Blues, fra pause e riff graffianti.
"Stones Of Revolution" piacerà al 100% a tutti coloro che dall'anima strabordano Rock ed i The Jones Bones non scherzano per niente, contribuiscono ad esuberare questo carburante adrenalitico. Solo un consiglio posso dare, forse mancano alcuni assolo più duraturi e penetranti, per il resto solo complimenti. MS

lunedì 5 agosto 2013

Pane

PANE - Orsa Maggiore
New Model Label / Dischi dell'Orsa
Distribuzione italiana: si
Genere: Folk Rock / Jazz / Prog
Support: CD - 2011




In una bella confezione cartonata ed un libretto interno finalmente leggibile rispetto la quasi totalità dei relativi prodotti, ritornano al pubblico i romani Pane. "Orsa Maggiore" prosegue l'evoluzione artistica della band che giunge così al terzo sigillo da studio.
Maurizio Polsinelli (piano), Vito Andrea Arcomano (chitarra), Ivan Macera (batteria), Claudio Madaudo (flauto) e Claudio Orlandi (voce), proseguono la ricerca sonora cominciata agli inizi degli anni degli anni '90, in un connubio fra Jazz, Prog e frammenti di altre influenze.
La prima realizzazione risale al 2003 e porta il titolo "Pane", mentre "Tutta La Dolcezza Ai Vermi" (Lilium /Venus) è del 2008. L'odierno "Orsa Maggiore" è composto da nove tracce, mentre la realizzazione grafica dell'artwork rappresenta una tavola di Johannes Hevelius del 1960, con la raffigurazione stellare dell'orsa maggiore.
Le note delicate del brano "L'Umore" addentrano l'ascoltatore in un mondo fatto di cultura musicale, dove gli equilibri fra i suoni sono equiparati. L'importanza del testo è pari a quella della composizione sonora e sentita è l'interpretazione di Orlandi. L'approccio è similare a quello di Tagliapietra nelle Orme, non come voce, piuttosto per melodicità. Il flauto dona folclore al quadro sonoro, un acquarello con molti colori. Il piano di "Gocce" suona pioggia, mentre il flauto si esibisce in un tappeto variegato che fa da controcanto.
La title track è prossima al cantautoriato d'elite italiano, quello di Conte ed altri che sanno raccontare storie con profondità e sentita interpretazione. Molta mediterraneità fra le note e consapevolezza dei propri mezzi. "La Pazzia" è uno dei frangenti più alti dell'album fra piano, flauto e chitarra acustica, in equilibrio con i testi pari ad una poesia. Vocalizzi all'inizio di "Samaria" portano all'ascolto di questo brano liberamente adattato da "Lamento Del Viaggiatore" di Gesualdo Bufalino. In "Tutto L'Amore Del Mondo" fa comparsa l'ospite Bob Salmieri (Milagro Acustico) con il suo Tambur con archetto.
Aleggia nell'intero corso dell'ascolto una leggera e permanente sensazione di malinconia che tocca l'anima e fa pensare. "Fiore Di Pesco" è un altro affresco sonoro che immortala immagini grazie al piano di Polsinelli ed all'interpretazione sentita e vigorosa di Orlandi. C'è spazio persino per richiami al Prog anni '70 e ad un approccio stilistico caro alla "Mela Di Odessa" degli Area, anche se in questo caso il tappeto sonoro non è Jazz ma Folk, il brano si intitola "Cavallo". Riscontro analogia anche con gli italiani Altare Thotemico e questo sta a testimoniare un importante peso della liricità, oltre che della personalità. Il disco è concluso con "Alla Luna", altro frangente acustico delicato.
Pane ritornano con questo disco profondo nel quale non si corre, ci si ferma a pensare, prerogativa attualmente rara che sicuramente fa la differenza tra la miriade di realizzazioni discografiche. Miscela fra Folk e poesie ben confezionata e registrata.
Assolutamente da avere. MS

venerdì 2 agosto 2013

North Atlantic Oscillation

NORTH ATLANTIC OSCILLATION – Grappling Hooks
Kscope
Genere: Post Modern Prog
Supporto: cd – 2011



I North Atlantic Oscillation sono Ben Martin (batteria) e Sam Healy (voce chitarra e tastiere) e provengono dalla Scozia. Il nome particolare che si sono dati è ispirato dal fenomeno naturale di circolazione atmosferica nel nord dell’Oceano Atlantico, dove pressioni differenti determinano l’andamento delle perturbazioni tra l’Islanda e le Azzorre. Certo che la fantasia non manca a questi due ragazzi.
Fatte le dovute presentazioni parliamo di musica, di un genere di non facile collocazione. Le etichette servono per dare al lettore ascoltatore un riferimento ben preciso, per focalizzare lo stile musicale adoperato, siccome il Rock muta nel tempo, c’è sempre il bisogno di crearne delle nuove. Ecco quindi che il termine Prog Rock, quello in cui risiedono le maggiori sperimentazioni sonore, comincia ad andare stretto a molte band attuali. Post Rock, Math Rock, Indie Rock, insomma un ennesima costola del Prog (volente o nolente), per buona pace degli estimatori antichi del genere che ora stanno storcendo il naso. Niente suite, niente Genesis, niente che possa ricondurre a schedare la band nella fascia Prog. Eppure le basi ci sono, suoni che provengono dalla Psichedelia, in parole povere sono un prodotto moderno anche della scuola Porcupine Tree, tanto di moda negli ultimi anni.
Il suono è davvero interessante, elettrico ed elettronico, molto attento alle buone melodie di facile acquisizione, con giusti interventi di chitarra elettrica. Quello che mi ha colpito in maniera singolare è un particolare che al primo ascolto non avevo memorizzato, tutto bello, compatto e scorrevole, anche troppo….. infatti mancano assolo strumentali veri e propri, anche se non esulano piccole scorribande.
Davvero belle tutte ed undici le tracce, si sente il grande lavoro che c’è dietro “Grappling Hooks”, non a caso per questo debutto gli scozzesi hanno impiegato cinque anni.
Fortissima personalità, sound unico e coinvolgente dissipatore di differenti sensazioni che vanno dallo spensierato all’alienato. “Hollywood Has Ended” è accattivante, mentre per capire “Cell Count” dovrete fare uno sforzo mentale, cioè immaginare i Beatles elettronici e paranoici. Ne traggo che ai due i Radiohead piacciono molto.
Come vedete ho fatto il nome di una band storica fondamentale per l’evoluzione del Rock, anche di quello Progressivo e psichedelico degli anni ’60 i Beatles, questo a dimostrazione che la casa è costruita su solide fondamenta.
“Some Blue Hive” vive di buone coralità e di un cantato alquanto etereo. Tornano i Radiohead di “Ok Computer” in “Audioplastic” ma non solo, qui risiede il vero DNA della band, dove la ricercatezza dei suoni ben si allaccia con le melodie semplici al limite del minimalismo. Difficile estrapolare dall’intero album un brano outsider, se faccio uno sforzo posso dire che forse “77 Hours” ha un qualcosa in più. “Grappling Hooks” mi ha convinto, forse perché io sono molto ampio di vedute ed aperto ad ogni condizione che modifichi il Rock, magari altri recensori stroncheranno questo disco. Io invece più lo ascolto e più colgo nuove sfumature, compresi i canti alla Yes che spesso fuoriescono fra le note. Per non parlare dei mille particolari sonori che lo arricchiscono.
North Atlantic Oscillation sono una bella sorpresa e la Kscope si dimostra come sempre attentissima distributrice di musica che a questo punto mi sento di definirla d’Avanguardia. (MS)