giovedì 31 ottobre 2013

Ut Gret

UT GRET - Time of the Gret
ZNR Records

Distribuzione italiana: -
Genere: Avantgarde Jazz / Rio
Support: CD - 1999



Malgrado la band americana di Louiseville sia in attività dal 1981, la discografia non è molto ricca, a dimostrazione di una ponderata scelta sonora. Infatti gli Ut Gret si lasciano trasportare dall'improvvisazione e dalle sonorità di molteplici strumenti e sono attenti a quello che può svilupparsi nel futuro. Sono sempre proiettati in avanti, sia nella scelta dei live, sempre differenti fra di loro, che nella composizione sonora., da qui la necessità di avere molti strumenti nella line up. "Time Of The Grets" è la testimonianza della loro scelta musicale, a cavallo fra Jazz improvvisato, Folk, e band come Magma, Henry Cow e Soft Machine su tutte. Come lascia intendere la dicitura di Ludwig Wittgenstein nel retro del cd, la musica proposta è chiaramente senza tempo, una situazione mutevole proiettata nel futuro. Tutto questo lascia presagire un viaggio virtuale di notevole enfasi emotiva, così la numerosa famiglia Ut Gret ci accompagna in questo percorso. Joee Conroy, Greg Goodman, David Stilley, Henry Kaiser, Gregory Acker, Eugene Chadbourne, Davey Williams, Misha Feigin e Murray Reams sono gli strumentisti.
I dieci minuti che aprono il cd dal titolo "Friend Of The Cow" (titolo tratto da un antico proverbio arabo che sta a significare "un amico è colui che ti riscalda"), mettono subito le carte in tavola. Chitarra acustica, flauto, violino, sax, tastiere, basso.... tanti strumenti che interagiscono in questa arte dell'insieme, dove anche le culture differenti si possono intersecare. Fughe impetuose che si rincorrono e si fermano per poi ripartire a loro volta, un saggio di intesa e preparazione da parte della band. Ottimo il brano jazz con chitarra acustica "Braxton & The Bird", impossibile restare fermi con i piedi all'ascolto, ritmo e tecnica progrediscono di pari passo.
Ho parlato molto di futuro in questa recensione e come lo intendono gli Ut Gret è semplice, prerogativa è sempre mettere qualcosa di nuovo, creare sempre un nuovo linguaggio. Ascoltare "Silly Hat Frontier" è come ascoltare un nuovo linguaggio! Una mini suite di quindici minuti dove gli strumenti parlano e non suonano, solo in alcuni frangenti comunicano con apparente armonia, una grammatica sonora dai vocaboli diversi. Aiutati da una ampia collezione di strumenti, gli artisti si lasciano andare in improvvisazioni comunque rette da un filo logico, quello della ricerca ed intesa. In parole povere totale libertà di espressione.
"Magma Futura" è più orchestrata e già dal titolo è chiaro che si rifà alla band geniale dei Magma, anche se il canto di Misha Feigin qui è in russo anzi che in un linguaggio inventato come fa il maestro francese Christian Vander. Bello lo strumentale interno, nel quale lo spazio è sottolineato dagli effetti eco degli strumenti. A tratti vengono alla mente certe ricerche Pinkfloydiane dalle radici lontane.
"Time & Revolution" alza il tiro, in quasi 20 minuti riesce a raccontare tutto quanto spiegato sino ad ora. Un contenitore sonoro variegato e colmo di cultura, sia etnica che musicale. Chiude un breve brano fantasma con flauto e strumentazioni folcloristiche.
Non è semplice entrare nel mondo degli Ut Gret se non si è minimamente preparati a lasciarsi trasportare, ma quando questo accade, non ne sarà altrettanto facile uscirne. Intanto loro guardano avanti perché il punto focale della band è sempre quello: Che si può fare dopo? MS


UT GRET - Recent Fossils
EarX-Tacy Records

Distribuzione italiana: -
Genere: Avantgarde Jazz / Rio

Support: 3CD - 2006


Gli Ut Gret sono una band del Kentucky, precisamente di Louisville che si compone nell'oramai lontano 1981. Essi sono Steve Good al sax e percussioni, Gregory Acker al flauto, sax e percussioni, Gary Pahler batteria percussioni e basso, Stephen Roberts alle tastiere, vibrafono, tromba e percussioni ed il polistrumentista Joee Conroy (strumenti a corda, elettronica e percussioni).
Vengo subito a precisare che la musica proposta non è di facile collocazione, in essa convivono Folk, World, Rock, Jazz, ma soprattutto molta improvvisazione, grazie a strumenti quali sax, flauto, vibrafono, trombe ed altro ancora. Per questo mi sento di inserirli nel contesto Progressive Rio. Tutto questo fa presagire anche a composizioni lunghe ed articolate, spesso lanciate in corse improvvisate, in effetti così è.
Ut Gret è la fusione di due significati a se stanti, dove "UT" è l'antica nota medioevale conosciuta a noi come "do", la nota più bassa dell'organo, mentre "GRET" sta a significare un nomade, una persona zingara che vaga in Europa per cogliere nuove sonorità per la gente comune.
"Recent Fossils" si presenta con una bellissima confezione cartonata con tanto di libretto interno ricco di spiegazioni, citazioni letterarie e foto. Questo esce per i 25 anni di fondazione della band e nei suoi tre cd interni ascoltiamo tre stadi differenti della loro carriera. Il primo si intitola "The Dig" e nei suoi 70 minuti di sonorità possiamo davvero trovare ogni tipo di influenze sonore, musica percussionistica Indonesiana compresa. Le sensazioni che scaturiscono all'ascolto sono molteplici, si ha come la sensazione che la profondità della musica sia scavata nella terra. Musica atavica, dove si percepisce la necessità dell'uomo di comunicare con la natura.
Di conseguenza essendo una musica alquanto primitiva e spontanea, il ruolo delle percussioni è fondamentale, essendo esso lo strumento principe dai tempi dei tempi, è facile quindi avere una visione allegorica di una musica fossilizzata nella pietra, a testimonianza che la terra è suono e testimone di vita. Ma la terra porta anche ad una considerazione più spirituale, ecco dunque che questo carillon etnico trasporta l'anima e l'accompagna vicino al divino. Lo scenario bucolico che si presenta all'ascolto è ottenuto anche grazie all'uso dei fiati, fra sax e flauto per poi miscelare il Folk con la cultura Indonesiana. Chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dai suoni è come scendere giù da un lungo scivolo. Delicatezza e sensibilità.
Il secondo cd dal titolo "Time Laps" necessita di una mentalità ancora più aperta, in quanto esso è composto da improvvisazioni in studio. Compaiono anche ospiti illustri quali Henry Kaiser, Eugene Chadborne, Greg Goodman e Davey Williams. La Scuola di Canterbury viene inesorabilmente alla mente di chi ascolta, con i Soft Machine in cattedra. Jazz elettrico penetrante molto coinvolgente, un altro salto nel vuoto, un lasciarsi cadere nell'infinito dove le restrizioni mentali non devono assolutamente esistere. Vera musica per la mente, adatta ad un pubblico preparato e desideroso di lasciarsi sorprendere.
Ancora più difficile da affrontare è il terzo cd dal titolo "In C", brano in origine preparato come una bonus track, ma a causa della lunga performance di circa 63 minuti, relegato in un contesto a se stante. Questo è registrato dal vivo al Tewligan's Tavern con la presenza di altri strumentisti, quali lo storico Dave Stilley e Marko Novachoff. Un brano martellante ed ipnotico che mette a dura prova la pazienza dell'ascoltatore. Una sorta di extasy sonora, dove la ragione si lascia ingannare dalle apparenze, quelle costruite dalle note degli artisti.
Gli Ut Gret non sono mai banali, raccontano viaggi, ripercorrono il dna dell'uomo anche a ritroso, per poi riproporlo a noi in maniera schietta e cruda. Meritano l'ascolto. MS


UT GRET - Radical Symmetry
Ut Gret Music / Un Heard of Productions

Distribuzione italiana: -
Genere: Avantgarde Jazz / Rio

Support: CD - 2011


Sorpresa Ut Gret! Sono serviti trent'anni e dieci di preparazione per trovare un equilibrio sonoro davvero invidiabile, finalmente l'esperienza sperimentale del passato, viene messa al servizio delle composizioni e non viceversa come accaduto sino ad oggi. Il filo conduttore di "Radical Symmetry" è ancora una volta la ricerca sonora, ma questa volta la formula canzone è quasi sempre rispettata e gode di melodie eccellenti. Ritorna pure un artwork importante, ricco di nozioni e concetti, in più il disco suddiviso in undici tracce, gode anche di una buona produzione sonora.
Si comincia con un breve saggio strumentale di matrice Jazz e dal suono Canterburiano con "Insect Probe".Successivamente troviamo anche una voce femminile, quella soave di Dane Waters ed è nel pezzo dal titolo "Souvenir City". Il suono diventa morbido ed i strumenti a fiato sono sempre presenti e fondamentali. Certe sonorità mi fanno venire alla mente anche band italiane degli anni '70 come i Perigeo. Trascinante il solo di sax. Le vecchie radici della band vengono fuori nell'unico brano di durata più longeva, "Infinite Regress", con i suoi sedici minuti abbondanti. Qui fanno sfoggio le vecchie sperimentazioni, un ritorno al linguaggio musicale inteso come nuova lingua. Un ritorno al passato o una fuga verso il futuro? Intanto la musica suonata è resa materia dai balli di Ruric Amari, qui visionabile soltanto attraverso le foto del booklet. Questa è musica multietnica, rivolta alle culture orientali in chiave di lettura Ut Gret. La band si apre al mondo Prog, ospitando nel proprio sound influenze quali King Crimson, Henry Cow con uno sguardo anche al geniale Frank Zappa. L'Oriente si manifesta in tutta la sua magia onirica in "For Viswa".
"Walk In The Garden" ha il profumo degli anni '70, quella purezza e se vogliamo ingenuità sincera che rivestiva quel clamoroso periodo della storia umana, dove l'individuo era al centro dell'attenzione e non viceversa come oggi. Flauto dolce e melodie toccanti.
"Cobra In Basket" torna a raccontare l'oriente, mentre "Rule IIO"rovista nelle melodie calde del Jazz. Ma i brani ricercati non sono terminati nella suite, "Sword Of Damocles" torna a percorrere limbi psichedelici dove la voce di Dane Waters fa il suo ritorno. Il disco è concluso dai sei minuti Jazz di "Vegetable Matters", quasi un classico rispetto alla complessa discografia della band di Louisville.
Dal baco Ut Gret nasce oggi questa farfalla colorata, una maturazione inesorabile, questa avviene quando gli artisti che suonano vivono la musica per come è, senza restrizioni esterne. Gli Ut Gret sono una realtà profonda ed articolata, magari non facile per tutti gli orecchi, ma di certo colma di culture e sonorità. Consigliatissimo. MS


martedì 29 ottobre 2013

Flora

FLORA - Traiettoria di Volano
Lizards Records
Distribuzione italiana: si
Genere: Jazz Rock - Progressive
Support: CD - 2009



Quanti ricordi nel volano, gioco spassoso soventemente eseguito in meravigliose giornate passate al mare. Ma dove cade il volano? Difficile da stabilire, cambia repentinamente di direzione e spesso rallenta inavvertitamente la propria caduta. Traiettorie spesso incalcolabili, proprio come l’andamento della vita. I Flora sono un sestetto di musicisti che affronta il discorso con i propri strumenti, descrivendo la traiettoria del volano con appropriata fantasia e varietà sonora. Eccoli dunque spaziare dal Jazz al Rock, fino a giungere al Pop con inaspettata naturalezza, proprio come fa il divertente gioco da spiaggia.
Si formano a Piacenza nel 1998 e producono tre demo, “Angosce in Posa B” (1999), “Signor Psiche” (2000) e “Fili Distanti” (2002). Nel corso di questi anni la band accumula esperienza, variando di stile, passando dal Post Rock al cantautorato. Solo nel 2005 viene alla luce il primo disco ufficiale dal titolo “Flora” (Lizards/Airbag), esecutore di un Rock dalle influenze Jazz. Negli anni si susseguono le esperienze live, le quali convergono definitivamente in questo risultato dal titolo “Traiettorie Di Volano”. No, questo non è un disco dal vivo, ma in esso si colgono le sfumature di coesione dell’evento, i ragazzi hanno saputo metabolizzare queste energie positive. Piero Beltrami (tastiere), Fabrizio Lusitani (chitarra), Pina Muresu (sax), Claudia Nicastro (voce), Paolo Nicastro (basso e voce) e Michele Tizzoni (batteria) sono gli artisti che compongono la band.
“Ed Hupper” apre l’album con delicatezza, spaziando fra il Rock ed il Jazz. Gli interventi del sax in questo strumentale, fanno perfino affiorare alla mente alcune cose dei Supertramp. “Volano” propone una visione della vita di coppia fra il bianco ed il nero, rabbia ed amore, inevitabili antipodi fra uomo e donna, sensazioni quotidiane razionalizzate nella inevitabile altalena della vita, descritta egregiamente dalla voce di Paolo. Stupefacente la semplicità con cui si alterna il Post Rock ed il Jazz più pacato ed orecchiabile. Bella la breve “Baltico”, dove la voce di Claudia entra in frequenza con la struttura del brano. “Insalata N° 5” è un altro strumentale riscaldato da sax, dove per colpire non serve gridare e vi ritroverete a muovere il piede a vostra insaputa. Ma questa volta non vorrei descrivere tutto il disco, in quanto mi piacerebbe che foste voi, con la vostra curiosità, a scoprirne tutte le sfaccettature (amate anche i Cranberries?). Mi ripeto perché tengo particolarmente a spiegare questo concetto, “Traiettorie Di Volano” è un lavoro semplice e complesso allo stesso tempo, dove molteplici sonorità si sposano fra di loro con inattesa naturalezza. Ogni volta che riascolterete questo disco, avrete sempre emozioni nuove ed una sensazione di appagamento piacevolissima.
La musica è soprattutto questo ed aggiungeteci anche una buona produzione sonora.
Cosa volere di più da un disco? MS


lunedì 28 ottobre 2013

Black Bonzo

BLACK BONZO - Sound of the Apocalypse
Laser's Edge

Distribuzione italiana: ?
Genere: Prog
Support: CD - 2007



Oramai è appurato, il progressive Rock e la Svezia hanno un feeling eccezionale! Non è più un fatto casuale che queste fredde lande ci propinano lavori di insospettata levatura. I Black Bonzo non sono i nuovi redentori, si intende, ma gia dal formidabile debutto “Lady Of The Light” hanno messo da subito le cose in chiaro. Il loro credo musicale è alquanto variegato, non si soffermano ad uno stile preciso,ma vanno a pescare un poco ovunque, dai Camel agli yes, Urriah Heep, Gientle Giant e qualcosa di acustico riguardante i Jethro Tull. Il risultato è fortemente personale e d’impatto, anche se inevitabilmente gli anni ’70 appaiono a noi in tutto il loro fervore.
Le tastiere di Nicklas Ahlund ricoprono un ruolo importante e le ritroviamo felicemente grazie all’Hammond, il C3, il Moog ed il Roland Juno, gioia per tutti i progsters. Il cantato di Magnos Lindgreen è buono, così la chitarra di Joakim Karlsson che a volte richiama curiosamente quella di Bryan May dei Queen. Più di un ora di sballo sonoro, ad iniziare da “Thorns Upon A Crow”, canzone Rock dal forte impatto. Nella successiva “Giant Games” si scontrano The Flower Kings con Spock’s Beard periodo N. Morse e Gentle Giant, lascio immaginare a voi quello che può essere, uno dei momenti più riusciti del cd. “Yesterday’s Friends” è un ascensore nel tempo, si scende al piano anni ’70, brividi sulla pelle per coloro che il periodo ha significato qualcosa di più che una semplice adolescenza. La registrazione ha il gusto di proporre i suoni in maniera datata , donando all’ascolto quel timbro di autenticità che nei prodotti di oggi generalmente non ti ascolti. “The Well” ha un incedere decisamente più commerciale e ricorda oltre che gli Urriah Heep, anche i primi Queen. Nella breve “Intermission-Revelation Song” si grida quasi al plagio nei confronti dei Jethro Tull anni ’60 e non solo per l’uso del flauto. “Ageless Door” prosegue il discorso di “Thorns Upon A Crow” e mette in evidenza il perfetto affiatamento della band. Buona anche “Iscariot”, più Rock, Gentle Giant style, con piccole schegge di Kaipa. Ma la perla è celata alla fine, in “Sound Of The Apocalypse”, semi suite di tredici minuti, dove il Prog Rock si manifesta in tutto il suo splendore. Immaginate di unire i Pink Floyd con i Soft Machine, un connubio straordinario di emozioni in crescendo. Nel mio demo a disposizione godo anche di due bonus track, gradevoli, ma non al livello del cd.
E’ inutile tergiversare, i paesi scandinavi oggi hanno in mano lo scettro di imperatori del Prog, cosa dire anche dei Magic Pie, dei Strangefish, The Flowers King, insomma giù il cappello, ora passano i Black Bonzo e chi non li ascolta non sa cosa si perde. Bravissimi. MS


venerdì 25 ottobre 2013

Oteme

OTEME – Il Giardino Disincantato
Strapontins / Ma.Ra.Cash Records
Genere:
Supporto: cd – 2012


Questa volta voglio iniziare la recensione partendo dall’artwork di “Il Giardino Disincantato”, perché una volta tanto si ha rispetto per chi compera un cd. Ho sempre ritenuto e sostenuto che l’importanza del packaging va di pari passo con la musica, specialmente nei tempi dell’LP, quando in mano si aveva “sostanza”. Descrizioni, foto, testi, racconti, spiegazioni, traduzioni, in esso ci poteva stare di tutto, specie poi se il prodotto  era gatefold (apribile). L’LP si ascoltava e si vedeva, con  l’avvento del cd tutto questo viene scemando, per poi sparire con il supporto compresso MP3 e quant’altro la tecnologia di oggi riesce a propinare. Invece il piacere di leggere e guardare un bel libretto interno durante l’ascolto, è sempre un ingrediente in più per entrare con tutti e due i piedi nella musica proposta dagli artisti. Complimenti dunque al graphic design e fotografo Tommaso Tregnaghi, oltre che alla produzione di Oteme.
Detto questo (e ci tenevo), parliamo degli Oteme (Osservatorio delle Terre Emerse), creatura del compositore lucchese Stefano Giannotti. Legame fra più aree musicali, Giannotti fa convergere nelle “isole delle terre emerse” differenti movimenti indipendenti in un calderone sonoro ampiamente inconsueto. Non c’è da stupirsi se si denotano sonorità alla King Crimson o come John Cage insegna, oppure musica classica e contemporanea, questo è il modo di operare di Oteme. Si mette in discussione la possibilità di far convivere due situazioni apparentemente incongruenti, la musica “popolare” e quella “colta”. Il risultato? Beh, questo è soggettivo, dipende dalle nostre singole esperienze musicali, criticamente la mia è a favore in quanto sono sempre stato convinto che l’evoluzione musicale passi attraverso nuovi innesti e qui si entra in un tunnel senza luce, quello del significato del termine Prog.
Il “Mattino” è l’inizio raccontato di un percorso alterno fatto di suoni ed immagini estemporanee dettate da cambi di ritmo, di strumentazioni ed umorali. Entrare nella strumentale “Caduta Massi” è come perdersi in un labirinto fra fiati e percussioni che si rincorrono ciclicamente. Cura per le vocalità in “Dal Recinto” sopra un arpeggio di chitarra acustica, canzone nel vero senso del termine.
La dolcezza regna sovrana, lievemente decadente come in “Palude Del Diavolo”, composizione per quattro voci, clarinetto, corno e basso. Altro strumentale è “Tema Dei Campi”, nuovamente strumentazioni a fiato sono protagoniste, questa volta sono il piccolo oboe ed il clarinetto a disegnare geometrie variabili sopra ritmiche World Music. Ma non vorrei scoprire ulteriormente le carte, in quanto chi non ama la ricerca ha già capito di cosa si tratta ed invece colui che l’apprezza, vorrebbe essere esploratore protagonista di questo nuovo mondo.

E’ un isola emersa, buon aneddoto per il concetto proposto, una terra che solo qualche istante prima non esisteva, ma che ora c’è e si chiama Oteme. Non facile da raggiungere, ma una volta fatto si lascia esplorare in tutto e per tutto, in ogni meandro. Quindi….buona ricerca a tutti gli esploratori musicali. (MS)

Lazzara - Pietropaoli - Guidoni

LAZZARA SALVO , PIETROPAOLI LUCA , GUIDONI DAVIDE – Imperfetta Solitudine
Zone Di Musica
Genere: Jazz Fusion
Supporto: cd – 2013



L’ex chitarrista dei Germinale, Salvo Lazzara, torna all’attenzione del pubblico dopo due anni da “Materia E Memoria”, questa volta con l’ausilio di Luca Pietropaoli alla tromba e del noto percussionista in ambito Prog, Davide Guidoni (Daal).
Con “Imperfetta Solitudine” giunge al quarto lavoro da studio ed in esso c’è la naturale evoluzione della sua musica che comunque segue un filone narrativo ben preciso. La Jazz Fusion che da sempre ha caratterizzato il percorso post Germinale, ossia Pensiero Nomade, qui diviene più personale, al limite del cameristico e del suono minimale. La fusione di differenti esperienze musicali, porta al suono della cultura acustica ed espressività mediterranea. I punti di riferimento a cui Lazzara rivolge uno sguardo provengono da artisti come Oregon, David Sylvian, Terye Rypdal e Steve Tibbetts. La confezione cartonata custodisce questo cd suddiviso in undici tracce, sotto la produzione stessa del chitarrista e di Luca Pietropaoli.
Carezzevole e meditativo è “Barcarola”, il brano che apre il viaggio fatto di sensazioni e di immagini semplici ma forti. Quasi un motivo cinematografico. In molte occasioni il pensiero si rivolge agli anni ’70 e a qualche passaggio in stile Perigeo od Agorà. Mi capita con “Cerchi D’Acqua”, “Danza Notturna” e con il 70% dell’intero lavoro. Malinconia riflessiva fra le note di “Calce E Carbone”, con chitarra acustica e tromba. “Tournesol” invece percorre un sentiero conosciuto da chi vive la musica mediterranea, una sorta di World fra ritmi ed arpeggi. Da sottolineare la buona qualità sonora delle registrazioni che va ad amplificare la bontà dei suoni minimali proposti dal trio.
Non esulano ricerche strutturali come nell’eco di “Prima Dell’Estate”, un movimento fra Jazz e Psichedelia. E proprio a proposito di mediterraneità, non poteva che venire incontro un titolo come “Scirocco”. La title track è per chi scrive uno dei momenti più importanti dell’opera, le note della chitarra vengono quasi ragionate, o per meglio dire….ponderate, un poco come usava fare Steve Hackett nei Genesis. Da ascoltare ad occhi chiusi.
Clarissa Botsford è la voce narrante in “Sensitive”, composizione eterea e sperimentale che va fuori da ogni logica comportamentale di una canzone per come la si intende generalmente. Chiude “Verso Casa”, sofisticata ed impalpabile.

Pensiero Nomade vaga nella nostra mente e nell’aria che ci circonda, quando lo stereo sciolina le note delicate di questa musica rivolta ad un pubblico non solo attento, ma anche competente. Discone! (MS)

giovedì 24 ottobre 2013

Hell's Island

HELL’S ISLAND – Black Painted Circle
Autoproduzione
Genere: Alternative/Prog Rock
Supporto: 2012 – download mp3 http://hellsisland.bandcamp.com/


Gli Hell’s Island sono di Brescia e si formano nel 2002. Ad oggi la formazione è composta da Roberto Negrini (voce e chitarra), Michele Grizzi (chitarra), Tania Vetere (basso) e Michele Tonoli (batteria) e propone Rock Alternativo intriso di contaminazioni sonore derivanti anche da un certo movimento del Prog moderno.
Nel 2005 escono con il primo EP dal titolo “Hell’s Island”, mostrando un certo interesse per gli anni ’70 ma anche per il Punk e l’Heavy Metal. Nel 2009 è la volta di “II” , in esso la band denota un mutamento di personalità, dettata da influenze Grunge e dall’esperienza pattuita nelle diverse date live accumulatesi negli anni. Oggi è la volta di “Black Painted Circle”, formato da due brani inediti e due tratti da “II” remixati per l’occasione.
Apre il quartetto di brani “G.O.D. (Guilty Of Dying)” e quello che risulta immediatamente all’ascolto è la buona incisione del brano, i suoni sono puliti e ben distinti. Un riffone granitico cadenzato porta a far pensare ad un monologo adrenalitico, ma così non è, il brano si sviluppa e muta di ritmo, come bene ci hanno insegnato oggi maestri come i Porcupine Tree. Buona la fase ritmica. Segue “Black Painted Circle” e qui le atmosfere diventano più ricercate, in una sorta di schiaffo o bacio. In alcuni frangenti il cantato mi ricorda quello della mitica band Savatage di Criss e Jon Oliva.
“Opaque Solo” E’ una rasoiata acida Post Grunge, la band ricerca una dimensione ancora non propriamente focalizzata, ma già risulta essere di buon livello.
Chiude l’EP “Down Again”, godibile e massiccia, come il sound esternato dalla band in questo nuovo mini lavoro. Le idee sono decisamente buone, a questo punto consiglio solamente di avere più coraggio nell’esporsi in passaggi più strumentali, i riff vanno bene, ma gli assolo sarebbero la ciliegina sulla torta. Bene la voce che invece nelle band italiane generalmente sono una pecca.

Gli Hell’s Island sono certamente una band da tenere a mente, non resta che attenderli alla vera prova di debutto, ma gli ingredienti per fare bene ci sono già tutti. (MS)

mercoledì 23 ottobre 2013

Saturday Overdose

SATURDAY OVERDOSE – Eat My Dust!
Street Symphonies/Andromeda Dischi
Genere: Hard Rock
Supporto: ep – 2013



Provenienti da Acqui Terme (AL), I Saturday Overdose interpretano l’Hard Rock in tutte le sue sfaccettature, stile di vita e sound. Il quartetto formato da Enrico “Bosco” Boschiazzo (voce), Andrea “Pana” Panaro (basso), Andrea “Serve” Servetti (chitarra) e Filippo “Kocks” Galli (batteria), inizia a suonare assieme nell’ottobre del 2007, fra litigate, alcool e riappacificazioni varie. Si conoscono a scuola e nel tempo registrano questo EP “Eat My Dest!” composto da cinque tracce sempre nel 2013, ispirati dall’Hard Rock stile anni ’80. La produzione sonora è grezza come il suono, donando a tutto il lavoro un fascino particolare.
Nel marzo del 2013 si aggiunge alla line up Micio/Mattia Harris Clarke Marenda alla chitarra ritmica ed il suono acquisisce ulteriore profondità.
Con “Free Bones” i Saturday Overdose si presentano come un combo rodato, non solo dimostrano di aver capito la lezione di questo genere negli anni, ma lo fanno con buona tecnica individuale e senza strafare. L’importanza di un buon ritornello e di riff accattivanti fanno si che l’Hard Rock non muoia mai. Non esula la semi ballata radiofonica, qui rappresentata da “Dont Care About The Rain”. L’assolo di chitarra è la ciliegina sulla torta. In fin dei conti non serve poi molto per emozionare, basta saper toccare le corde giuste. “Fallin Apart” riapre le ostilità, tornando nella polvere e nella strada, magari con un bel bicchiere di birra in mano. Profumo d’America, suoni ruffiani al punto giusto sono sempre la carta vincente. “Anthem For A Dream” vede il discorso analogo a “Dont Care About The Rain”, altra boccata d’ossigeno per le orecchie ed il cuore. Chiude l’EP la vigorosa “Fuckin’Mustang” ed i cinque pezzi, scorrevoli e gradevoli, sono già terminati in ventidue minuti.
Suonare in Italia oggi Hard Rock è sinonimo di grande amore per il genere in quanto le vendite non è che portino mai altissime soddisfazioni (ricordatevi a mente se mai una band ultimamente ha fatto capolino nelle classifiche italiane). Ed ecco che la passione si fonde con l’essere, credere fermamente in quello che si fa porta ad uno stile di vita, quello a cui i Saturday Overdose ricorrono per concepire meglio la loro musica.

Duri e crudi. (MS)

lunedì 21 ottobre 2013

John Galt

JOHN GALT – Served Hot
Street Symphonies Records / Andromeda Dischi
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2013



Davvero a volte si fa fatica a distinguere band degli anni ’80 da quelle attuali in ambito Hard Rock ed Heavy Metal. Se mi avessero detto che questo debutto degli ucraini John Galt fosse stato di quegli anni forse avrei abboccato subito, salvo intuire dubbi sulla registrazione, troppo pulita e precisa rispetto al suono di quegli anni. Si, forse questo fattore mi avrebbe fatto la spia.
La band composta da Ostap Molyayko (voce e chitarra), Alexander Sedov (basso), Sergei Telipko (batteria) ed Ivan Bybnikov (chitarra), si forma nell’estate del 2010 e suona un Hard Rock dalle influenze Glam di matrice svedese. Debuttano nell’ottobre del 2011 con un EP di tre tracce dal titolo “First Run”. Notati da Stefano Gottardi della Street Symphonies, i giovani artisti dimostrano il proprio talento nel miscelare le forti attitudini Hard Rock, anche in stile AC/DC, con passaggi più cruenti e crudi, come ci insegna il famigerato Hard Blues dei devastanti Motorhead.
Poco da dire, le dieci tracce che compongono “Served Hot” trascinano, sono sensuali, sporche e ruffiane, peccato soltanto per una latitanza di assolo di chitarra, sempre apprezzati nel genere al momento opportuno. Questi servono per spezzare l’ascolto e dare una spinta in più, altrimenti il tutto risulta martellante e privo di cambi emotivi. Non che ne sia totalmente privo, intendiamoci, tuttavia qualcosa in più su questo lato si poteva fare, anche perché quando lo fanno gli riesce bene!

A compensare giungono le buone melodie, ritornelli gustosi e riff azzeccati. Un brano che tengo a sottolineare è “(One More) Punk Rock Anthem”, trascinante e chirurgico. Come l’iniziale “Riot Radio”, “Whit Widow” gode di un buon groove ed una cura per la melodia sopra alla media. Altra pedalata è “When Nature Calls”, unta e bisunta, di anni ’80 grondante ad ogni nota. “Burn (Nothing In The End)” è anthemic, altra ottima prova del quartetto in ambito coesione. Cosa strana di “Served Hot” è la mancanza di una ballata strappacuore, arma spesso usata dalle band metalliche, Scoprions docet. Comunque sia, i Jhon Galt ci sanno fare ed in un genere come l’Hard Rock non è che ci si deve inventare nulla, per cui va bene così, basta e avanza. (MS)

domenica 20 ottobre 2013

Ashes Of Chaos

ASHES OF CHAOS – Eye
Logic (Il)Logic Records/Andromeda Dischi
Genere: Metal Prog
Supporto: cd – 2013



Quando il Metal Prog a metà degli anni ’90 conosce il successo planetario e la consacrazione con i Dream Theater, in pochi scommettono sulla durata del fenomeno. La critica si comporta come si è comportata con l’Heavy Metal agli inizi degli anni ’80, sentenziando prematuramente una fine a breve termine mai avvenuta. Smentiti dunque dai fatti, i critici sono montati sul treno in corsa restando radicati a quei tre o quattro nomi di spicco, non approfondendo mai onestamente il fenomeno che invece negli anni ha elargito grande musica e sorprese.
L’Italia ha giocato un ruolo importante con molte band di spicco, dai Labyrinth agli Eldritch, DGM. Vison Divine, Time Machine solo per citarne alcune, ma come si dice da noi “Nemo propheta in patria”, per cui da bravi esterofili spesso e volentieri voltiamo le spalle ai nostri arcieri.
Peccato! Ed allora, fate finta che “Eye” non è un debutto. Chi sono questi pazzi che esordiscono suonando un concept album Metal Prog? Alexios Ciancio (voce), Mike Crinella (chitarra), Stefano Galassi (basso), Francesco Gabrielli (batteria) e Giorgio Gori (tastierista) sono gli arditi musicisti che ci portano ad intraprendere questo lungo viaggio sonoro fantascientifico (?) dove un meteorite minaccia la popolazione terrestre.
Lo stile musicale proposto è quello del genere, con numerosi cambi di tempo ed umorali, ritornelli giusti e riff importanti. Si riscontrano strada facendo influenze in stile Pain Of Salvation, Dream Theater, Opeth, Tool, Symphony X tanto per citarne alcune fra le più evidenti.
Parti narrate, tappeti tastieristici, assolo al fulmicotone, tecnica in evidenza, bella voce, atmosfere grevi si alternano ad ampie schiarite…insomma Metal Prog!
Questo è “Eye”, prendere o lasciare, l’importante è dare loro almeno una possibilità e per farlo dovete almeno dedicargli un ascolto, perché non servono molte parole quando i giochi sono belli che fatti.

Lunga vita al Metal Prog, lunga vita agli Ashes Of Chaos e noi li aspettiamo alla prova successiva, magari smussando qualche spigolo fatto di logorroicità. E’ inevitabile che questo accada quando ci si lascia prendere la mano dalle 1000 idee. Ma….Il meteorite? (MS)

giovedì 17 ottobre 2013

Deafening Opera

DEAFENING OPERA – Blueprint
Autoproduzione/ Progressive Promotion Records
Genere: Hard Prog
Supporto: cd – 2013



C’è un limbo sonoro che si trova a cavallo fra il Prog, l’Indie Rock e la Psichedelia, questo luogo non è di facile denominazione. E’ un lato evolutivo musicale dettato dalla globalizzazione del suono moderno, quindi ancora poco esplorato. La band tedesca Deafening Opera aggiunge a tutto questo una impronta Hard, così da essere inquadrata fra band quali Porcupine Tree e Riverside.
Il primo album del 2009 dal titolo “Synesteria” ha una marcata impronta Progressive Metal che però viene mutando l’anno successivo con l’EP “25.000 Miles”. Testi in inglese ed in francese trattano della storia di un uomo, il tutto cantato dalla bella voce malleabile di Adrian Daleore. Si da molta importanza alla melodia ed al ritornello facile, questo lo si evince subito dall’iniziale “Her Decay”.
Due le chitarre che lavorano fra le partiture, la ritmica di Thomas Moser e quella di Mortiz Kunkel. L’ascolto diventa più articolato con “Dripping Hot Chocolate”, dove le tastiere di Gèrald Marie cominciano a coprire un ruolo un poco più importante, quindi non solo da tappeto. Buona e senza strafare la coppia ritmica composta da Christian Eckstein al basso e da Konrad Gonschorek alla batteria.
Nella title track fuoriesce l’anima e l’amalgama di questa band, fra riff giusti e virate emotive, fanno capolino anche i Radiohead di “Ok Computer”, tanto per gradire. Ampi spazi mentali si aprono all’ascolto di “Jericho I Am” e qui si comprende a pieno il piacere di un risultato finale riuscito, quando piccoli e semplici arpeggi sorreggono tutta la struttura. Peccato soltanto per un ritornello non proprio all’altezza del brano.
“25.000 Miles” è una delle composizioni più valide di “Blueprint”, fra Porcupine Tree e Riverside, proprio come rimarcato in precedenza. “Paralelno” è cantato in francese ed è uno dei momenti più introspettivi dell’album con tastiere alla Blackfield. Qui a differenza di “Jericho I Am”, il ritornello funziona ed è il punto focale.
Il disco si chiude quasi con una confessione, il titolo “Porcupine Syndrome” non è proprio messo li a caso.
Il pregio numero uno di questo album? E’ di avermi fatto passare un ora senza che me ne accorgessi! Confesso che al primo ascolto l’ho catalogato fra quegli album che mordono e fuggono, ho fatto male….molto male, perché in verità ci sono idee giuste al momento giusto e questa non è prerogativa di tutti gli artisti.
A questo punto sono davvero incuriosito e mi segno il nome Deafening Opera nel mio taccuino alla voce “da seguire”, attendo nuovi sviluppi per capire meglio se sono carne o pesce. Comunque siano, sono bravi. (MS)


Amaze Knight

AMAZE KNIGHT – The Key
Autoproduzione
Genere: Metal Prog
Supporto: MP3 – 2012


Con la collaborazione di Roberto Maccagno nella produzione , veniamo alla conoscenza di una nuova realtà Metal Prog italiana, questa volta proveniente da Torino, gli Amaze Knight.  Sono un quartetto composto da Fabrizio Aseglio (voce), Christian Dimasi (chitarra), Michele Scotti (batteria), Matteo Cerantola (basso) e coadiuvato dalle tastiere di Max Tempia.
Con “The Key”, concept album formato da cinque tracce, debuttano  nel mondo Metal  Prog, quello inevitabilmente contrassegnato dalle fughe strumentali e dai picchi vocali dei Dream Theater.
Aseglio ben si destreggia al microfono,  in realtà tutta la band viaggia a buoni livelli, basta ascoltare gli assolo fugaci della chitarra, oppure l’intesa ritmica e la presenza non invasiva ma fondamentale delle tastiere.
“Imprisoned (Shadows Past)” è una canzone di dieci minuti che mette in evidenza la capacità di scrittura della band, in essa risiedono tutti gli ingredienti che fanno del Metal Prog un genere variegato e comunque allo stesso tempo legato a certi antichi stilemi. Chi lo segue vuole comunque ascoltare questo, ossia passaggi tecnici, fughe, cambi di ritmo, controtempi etc. etc. e qui c’è di che ascoltare. Quello che personalmente mi ha convinto è l’approccio alla melodia, ossia l’attenzione alla memorizzazione facile di certi passaggi musicali, coadiuvato da un giusto equilibrio fra tecnica (non invasiva) e melodia.
“Restless Soul” lo conferma, attira l’ascoltatore fra le proprie spire, prima ammaliandolo per poi stritolarlo.
L’inizio arpeggiato di “Hartless” lascia presagire un altro momento emotivo di grande impatto, fra bacio e schiaffo, quello che poi in definitiva si verifica nel suo percorso, una ballata in crescendo con l’apice nell’ assolo di chitarra bellissimo per intensità.
I giochi cambiano in “Liberation (The Reflection)” e non solo teatro dei sogni, personalmente  scorgo all’inizio del brano anche i Queensryche più intimistici. Melodie dirette ed efficaci, anche se inflazionate.
“The Key” è chiuso dalla fantastica “Liberation” (A New Day)”, accolta dal piano di Tempia e dai suoi classicismi, uno sforzo compositivo ed emotivo che da solo vale l’acquisto del prodotto. Ribadisco il concetto dei Queensryche e dei DreamTheater, grazie anche alla similitudine vocale.

Quindi questo è un debutto che certamente non lascia indifferenti, di sicuro si avvertono le capacità e le potenzialità della band che viaggia all’unisono con buona compattezza.  Per quello che concerne i difetti  sono due i punti da smussare, una migliore qualità sonora (è registrato bene, ma il tutto risulta troppo ovattato) e l’inevitabile necessità di staccarsi un poco dagli stereotipi del genere. Per il resto….solo applausi! (MS)

Traumhaus

TRAUMHAUS – Das Geheimnis
Progressive Promotion Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2013



Quando nel 2013 un disco incomincia con il Mellotron e con una chitarra alla Steve Hackett, già ha detto tutto al Prog fans. Sembra che il tempo non voglia mai passare, così non esiste rassegnazione nell’apparente torpore del genere. Ancora fermento dunque attorno al Prog ed ascoltare il tastierista cantante Alexander Weyland proporsi come un Gabriel che canta in tedesco, fa intendere che l’interesse in verità non è mai scemato. Fra alti e bassi il Prog cammina e a volte come nel caso dei Traumhaus, è una vera macchina del tempo.
Sono trascorsi cinque anni dall’uscita del precedente “Die Andere Seite” ed il viaggio prosegue con l’ausilio dello special guest Jimmy Keegan (Spock’s Beard, Santana) alla batteria. Tastiere in cattedra, vero leitmotiv dell’intero lavoro quelle di Alexander e comunque l’insieme dimostra amalgama ed intesa. Tobias Hampl (chitarra), Sebastian Klein (basso) e Stefan Hopf (batteria e Loops) traghettano la band in meandri anni ’70 con personalità e sicurezza.
Disco Prog a tutti gli effetti, per questo non esulano le lunghe suite, come nel caso di “Das Vermachtnis” con i suoi ventisette minuti e “Das Geheimnis Teil 2” con quasi tredici. L’assolo di chitarra nella lunga suite mi fa viaggiare ad occhi chiusi, come raramente oggi capita di fare. Musica piena, suoni ovunque sempre grazie al lavoro delle tastiere. Possono mancare i cambi di tempo ed umorali? Certamente no e questo accompagna l’ascolto con saggezza e professionalità. Questo ultimo termine raramente lo colloco in una recensione, perché negli ultimi anni poche sono state le occasioni per poterlo fare. Detto questo vorrei comunque chiarire che “Das Geheimnis” non è un capolavoro, ma un disco perfetto per il Prog fans DOC, per il nostalgico ascoltatore che cerca Mellotron e quant’altro il genere ha elargito negli anni. Non tutti gli ascoltatori di Rock sono disposti ad una scorpacciata del genere, questo è inevitabile.
Un ampia boccata di respiro si prende con “Wohin Der Wind Dich Trägt”, atmosfere pacate e leggere che denotano un velo di nostalgia, come quella rappresentata nel curato artwork di Günther Schneider. Qui tornano alla memoria alcuni passaggi in stile Anekdoten, un crescendo emotivo che comunque non lascia di certo indifferenti.
Puntata nel Metal Prog con “Frei”, non in maniera del tutto pesante come distorsione vorrebbe, ma soltanto di supporto alla ritmica. Meno tastiere e più chitarra. “Das Geheimnis Teil 2” chiude l’album emozionando fra passato e presente.

I Traumhaus, supportati da una buona produzione, non lasciano indifferenti, colpiscono anche le anime gotiche e piacciono soprattutto a chi segue i Discipline di Matthew Parmenter. Un album che ha un ulteriore pregio che mi sento di rimarcare, acquisisce piacere ad ogni ascolto aggiunto, sinonimo di buona fantasia, quella che deve lavorare quando si accende lo stereo per ascoltare la musica…la nostra amata musica! (MS)

mercoledì 16 ottobre 2013

Cincopan Matteo

CINCOPAN MATTEO – Passati Futuri
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd/ MP3-ITunes/Amazon – 2013



La fantascienza presa come punto di congiunzione fra realtà e fantasia, una metafora della vita e del nostro essere umani. Un viaggio mentale, proprio come quello che ci offre la musica. Cincopan pesca nella sua di fantasia e nella fantascienza classica di Asimov ed Orwell, tanto per citare due autori di spicco.
“Passati Futuri” chiude il trittico concept iniziato nel 2011 con “I Primi Tre Secondi” e proseguito nel 2012 con “Fantascienza”. Il polistrumentista, in questo nuovo racconto si coadiuva di Guido Adragna alle chitarre e di Stefano Vaccari alla batteria.
Si parte dunque con “Macchie Di Colore”, una Psichedelia unita al Pop di facile fruizione, tematica principe e colonna vertebrale di questo nuovo lavoro, tuttavia l’artista denota una tendenza alla struttura Rock tipica degli anni ’70. Infatti “Agosto” trascina l’emotività nel periodo più ricco delle nostrane Orme, un brano davvero interessante ed impreziosito da un breve ma incisivo assolo di chitarra.
“Il Cratere Del Tempo” è vicino al cantautorato, con un ritornello indovinato, senza strafare e ruffiano al punto giusto. Già a questo punto dell’ascolto, si denota una crescita compositiva rispetto al precedente “Fantascienza”, sintomo che l’autore sta maturando ed entrando nei meccanismi giusti del sistema musicale, un giusto mix fra passato e presente o per meglio dire, fra “Passati e Futuri”.
Ascoltare “Dodici Volte Più Una” è come bere un bicchiere d’acqua. Apprezzo molto i frangenti strumentali più pacati, Psichedelia e Prog assieme spesso conducono verso il grande piacere dell’ascolto. Anche “Numeri” mi fa venire alla mente un mix fra le Orme e Lucio Battisti, questo per rimarcare il concetto precedente sul cantautorato. Cincopan è così, attento alle melodie ma allo stesso momento ricercato, “Domani E’ Ieri” sta li a testimoniarlo. Il Rock di fine anni ’60 fuoriesce da “Correre”, anacronistico ed affascinante. Sembra di vedere i colori psichedelici che infestano la musica di quegli anni, soprattutto nella successiva strumentale “Spazio Liquido”, canzone che non stonerebbe assolutamente nella discografia di Syd Barrett e soci. Il disco si chiude con “Homo Novus”, una speranza per le nuove generazioni, magari anche su un altro pianeta.
Cincopan sta maturando ed ha intrapreso un percorso stilistico di tutto rispetto, un mix fra cantautorato e Psichedelia, scelta da rispettare in quanto coraggiosa rivolta ad un certo tipo di pubblico. Si, è vero, una arma a sua disposizione è la buona melodia che comunque contrasta con i momenti ricercatamente psichedelici. Tutto questo personalmente non dispiace, diciamo che è il sale della musica, quella voglia di divertire ma anche di divertirsi, magari con il cuore e con la mente. Dai che ci siamo! (MS)


lunedì 14 ottobre 2013

Airportman

AIRPORTMAN – Nino E L’Inferno
Lizard - BTF
Genere: Post Rock
Supporto: cd -2011


La storia di Nino è toccante, lucida nella sua schiettezza, così come tante, quelle di ognuno di noi che viviamo nel quotidiano. Giovanni Risso ne è l’autore e dipinge un chiaroscuro di emozioni.
Una auspicata fuga dalla realtà, la voglia di uscire dal pattume odierno, anche se Nino ha un futuro di lotte, perché il male lo assale. Sono la dignità e la personalità che fuoriescono da questo breve racconto del quale Pol e Lorenzo sono i realizzatori del video. Infatti nel cd si trova anche la traccia visiva di “Nino E L’Inferno”.
Airportman non si spostano neppure questa volta di una virgola dal loro modo di essere, li avevo lasciati tre anni fa con il buon “Letters” fra Ambient e sonorità acustiche per ritrovarli ancora oggi sognanti ed eterei.
Il trio Giovanni Risso, Marco Lamberti e Paolo Bergese questa volta si avvale di un batterista vero lasciando la drum machine ed il suo nome è Francesco Alloa. Il lato Progressive della musica in questione viene preso di schiaffo, niente Rock e molte le atmosfere lievi. Il concetto è chiaro sin dai 45 secondi iniziali di “Mr.E”. L’album è strumentale, lasciando alle note ed alla nostra fantasia la libertà di spaziare.
L’acustica e cantilenante “Anni Zero” martella con cadenza la propria malinconica rarefattezza. Minimali ed essenziali i suoni in generale, resto colpito dalla dolcezza di “Chiedilo A Stefano”, un lento Tango sorretto da un piano ficcante. La musica è dunque ipnotica, come in “Lane Non Ti Dimentico”, ma oramai il concetto è più che chiaro. Un mondo onirico in cui l’inizio del brano spesso viene richiamato nel finale, forse proprio per tranquillizzare in qualche maniera l’ascoltatore.
Questo è il mondo degli Airportman, una bolla dentro la quale si galleggia fra immagini e semplicità. Un disco consigliato a tutti coloro che ritengono la musica ancora un viatico per fuggire con la fantasia. Gli Airportman lo hanno fatto, ora anche Nino ce la deve fare…. Di tutto cuore! (MS)


venerdì 11 ottobre 2013

Deus Ex Machina

Deus Ex Machina - Impàris
Cuneiform Records
Genere: Jazz Progressive Rock
Supporto: cd - 2008



Nel sesto lavoro da studio i bolognesi Deus Ex Machina maturano ulteriormente e tracciano una retta verso un suono ancora più diretto rispetto quello dei lavori precedenti. Un disco con tre nuovi brani ed un DVD , davvero un bottino appetibile per i propri fans. La struttura dei pezzi risulta più classica e pregna di richiami ai vecchi maestri del genere. C’è feeling, si respira classe, quella dettata dall’esperienza della band, oramai sulla scena dal lontano 1985.
Si resta subito colpiti dalla bellezza di “La Diversità Di Avere Un’Anima”, con scorribande stile Gentle Giant, ma anche sentori di un Progressive più attuale. Abbandonato il cantato in latino, i ragazzi si esaltano comunque sulla voce incredibile di Alberto Piras, secondo il mio parere paragonabile a quella di Demetrio Stratos.
Il violino di Buonez Bonetti porta alla mente inevitabilmente i fasti della PFM, ma la musica dei Deus Ex Machina è più Jazzata, in certi versi più ricercata.
Caldo il suono del basso di Porre Porreca in “Giallo Oro”, dodici minuti di Progressive in bilico fra Jazz e Prog moderno. Sempre cambi di tempo e di umore, con l’importante appoggio delle tastiere di Fabrizio Pugliesi. Perfetta la linea ritmica, grazie anche ad un Claudio Trotta decisamente in forma. Una band dalla cultura musicale davvero eccelsa ed ogni nota non viene espressa a caso, una musica a 360° legata agli anni ’70 soprattutto dalla voce di Piras.
Proseguono i giochi di tastiere e chitarra in “Il Testamento Dell’Uomo Saggio”, mix fra Area ed Arti & Mestieri, con un violino delicato a renderlo ancora più appetibile. Meraviglioso il crescendo finale.
Diretta e semplice è “Cor Mio”, una canzone di raffinata stesura, sostenuta ancora una volta dalle importanti liriche e da un violino più sognante, questa edita anche nel cd “Deus Ex Machina” del 1992. A questo punto incontriamo un'altra minisuite di quindici minuti, “La Fine Del Mondo”, estrapolato da “Equilibrismo Da Insofferenza” del 1998. Qui il suono caldo della band ci avvolge all’inizio con un materializzarsi di emozioni spirituali.
Ovviamente il proseguo lo si intuisce facilmente, cambi di tempo e crescendo umorali come in ogni suite che il genere propone. Chiude “Impàris” un brano live, “Cosmopolitismo Centimetropolitano”, cavallo di battaglia estratto sempre dallo stupendo “Equilibrismo Da Insofferenza” del 1998.
Nel DVD ci sono diverse date dal vivo, fra i suoi 134 minuti vediamo i nostri esibirsi a Parigi nel 2006, in America, in Spagna, nella tv italiana ed un videoclip. Davvero molta carne al fuoco.
Con questo lavoro i Deus Ex Machina  ritornano a noi con orgoglio ed una caparbietà più marcata, la “macchina” è ben oleata, tutto gira a dovere.
“Impàris” è un disco che un amante del Jazz Prog non deve mancare ed allo stesso tempo è così fruibile che potrebbe essere anche un occasione per avvicinarsi a questo genere solo in apparenza complicato. (MS)


lunedì 7 ottobre 2013

Fabio La Manna

FABIO LA MANNA – Res Parallela
Autoproduzione
Genere: Metal Prog - Virtuoso
Supporto: mp3 – 2013



Con “Res Parallela”, il chitarrista e bassista torinese Fabio La Manna giunge alla terza realizzazione. Nel 2005 lo troviamo nei My Craving con il disco “No Mercy For Broken Hearts” e nel 2001 con gli Alchemy Room in “Origin Of Fears/A Matter Of Time”.
La manna è laureato in Dams Musica con tesi sulla musica nel cinema muto ed è insegnante di chitarra. La sua esperienza lo porta a ricercare un suono ermetico, alquanto semplice e profondo.
In “Res Parallela” ci sono brani strumentali che godono di un velo di mistero, dettato dalla spiritualità e dall’esoterismo che l’autore tenta di raccontare.
Con l’iniziale “Call Of The Snake” si mette in luce questo interesse per un suono greve, Metal e dalle ottime qualità tecniche che non sfociano mai in inutili scorribande di pentagramma, ma bensì badano al sodo, fra stop & go.
Dunque è la chitarra in prima linea, mentre la batteria viene suonata da Andy Monge, membro degli Alchemy Room. Le tastiere giungono in supporto a “High Road”, un pezzo decisamente più Progressive, aperto dall’epicità dei suoni. Le melodie per se stesse sono di facile memorizzazione, scorrevoli e mai noiose.
Per un La Manna più intimista bisogna giungere all’inizio di “Skywatch”, un frangente di Blues senza risultare logorroico, si mescola con un suono elettrico in crescendo supportato da tastiere. In questa musica si scorgono spesso e volentieri sprazzi di Riverside ed Anathema tanto per fare due nomi sul genere, ma si denota anche l’amore del chitarrista nei confronti di Petrucci (Dream Theater), pur non imitandolo in fragorosi assolo.
Ed è con il brano omonimo “Res Parallela” che molto di questo si può ascoltare, un sunto dello stile La Manna e di quanto spiegato sino ad ora. Ottima la sezione ritmica.
Metal Prog massiccio con “Against The Rabbits”, con qualche sentore (inconscio?) di Nu Metal anni ’90, il tambureggiare con la chitarra distorta riscuote successo proprio in quell’ambito. “Morning Flavour” è uno dei momenti più solari e pacati, seppur breve, tutto supportato da un arpeggio di base, ma presto si rientra nei binari dell’esoteria con “Festum Diaboli” e “Convivium”. Qualcosa di Antonius Rex e Paul Chain aleggia nell’aria.
La chiusura è lasciata alla dolce “Invocation Of Mir”, breve sigillo di questo album che fra alti e bassi si lascia godere a pieno. I bassi risiedono a mio avviso in certe soluzioni alla Dream Theater forse un po’ troppo inflazionate, ma questo è inevitabilmente radicato nel genere Metal Prog, per cui non se ne può fare una vera e propria colpa. Un album completamente strumentale che porta ad un viaggio mentale, questo ha anche il pregio di farci pensare, malgrado non ci siano parole. Non mi sembra un particolare da niente. Godibile. (MS)


Runaway Totem

RUNAWAY TOTEM – Le Roi Du Monde
Lizard Records
Genere: Rock’ d’avanguardia / Progressive
Supporto: cd – 2011


Dopo otto dischi ed una carriera ventennale alle spalle, i Runaway Totem sono ancora oggi ispirati più che mai. “Le Roi Du Monde” è composto da due lunghe suite che non lasciano scampo ne respiro all’ascoltatore e da un brano di durata medio lunga. Lo stile Magma è più marcato ed il suono è un pout puorri di strumentazioni che vanno dal vibrafono al violino e poi violoncello, contrabbasso, trombe, flauti ed oboe per un caleidoscopio di emozioni. Questi sono i Modern Totem Ensamble che assieme a Cahal De Betel (voce chitarra e tastiere), Giuseppe “Dauno” Buttiglione (basso), Tipheret (batteria), Issirias Moira Dusatti (voce) ed ai new entry Anbis-Ur Marco Zanfei (tastiere) e Raffaello “Re Tuz” Regoli (voci e polifonie), completano la formazione.
Il mondo fantasioso descritto dai Runaway Totem si apre a noi con “Il Giardino Del Nocciolo E Del Melograno”, mezz’ora di musica per la mente a tratti inquietante e profonda. I richiami al Rock Progressivo degli anni ’70 sono molteplici, così come i passaggi neo classici. Serve una preparazione mentale appropriata per immergersi in questo mondo colorato e rigoglioso di suoni, perché le melodie sono tutte incastonate in passaggi psichedelici a volte paranoici e comunque supportati da forza evocativa.
Tratti minimali si alternano a coralità strumentali più ampie, facendo mutare continuamente lo stato mentale ed umorale di chi ascolta.
“Le Marriage Du Soleil et La Lune” riesce a conquistare anche grazie all’uso del flauto e dell’oboe i quali lasciano spazio a degli interventi graffianti di chitarra elettrica ed al cantato di Moira. La seconda suite che conclude anche il disco, si intitola “La Città Azzurra Del Sole” e propone passaggi più articolati a cavallo degli anni ’70 fra Van Der Graaf Generator e Magma. Uno sforzo compositivo che relega “Le Roi Du Monde” nell’olimpo dell’arte pura, dove si pensa esclusivamente a comunicare emozioni.
Bello l’artwork fatto a mosaico, dove è la musica che ispira l’arte pittorica , una volta tanto non al contrario, in stile Musorgskji.
Avrete capito che la musica proposta non è di quella scontata, questo però chi conosce i Runaway Totem gia lo sa. Le note sono energia che mette a nudo la psiche e l’anima dell’ascoltatore, per entrare in connubio con l’artista, il quale fuoriesce dai canoni strutturali dell’ovvio, per entrare in un labirinto armonico astruso e colorato.
La musica del cd è questo e se non avete paura, lasciatevi trasportare da questa energia, una volta tanto serve per liberare la mente. (MS)

giovedì 3 ottobre 2013

Porcupine Tree

PORCUPINE TREE  - Signify
Delirium
Genere: Rock Psichedelico
Supporto: cd - 1996



La carriera dei Porcupine Tree è un crescendo stilistico davvero impressionante. Iniziata come one man band da Steven Wilson, nel tempo acquisisce componenti e credibilità.
Strabiliante questo crescendo, anno dopo anno la maturazione e la personalità si rafforzano sempre più. Pur restando dentro la Psichedelia lisergica, “Signify” equilibra alla perfezione le sonorità eteree con una buona dose di melodie facilmente assimilabili, un nuovo passo verso una differente mutazione… l’ennesima. Le chitarre suonano più Hard e la ritmica più incalzante, Dunque non solo Pink Floyd, punto di riferimento per i Porcupine degli anni ‘90. La band sembra rodata ed oliata a puntino dalle numerose date live. Non si può restare indifferenti all’ascolto della title track o avanti alle ottime intuizioni sonore di “Sleep Of No Dreaming”. Steven alterna il cantato soave ed aureo al quale ci ha abituati, a quello più tradizionale, adatto a brani più commerciali. Questo lavoro dimostra che si può essere alternativi e psichedelici anche toccando suoni più popolari. Altre gemme da ascoltare con attenzione sono “Waiting Phase One & Two”, dieci minuti che portano la band a fare capolino anche nel Progressive Rock. Ora nel sound della band si aggirano anche i King Crimson a dimostrazione della cultura musicale in loro possesso. Il pubblico aumenta anche grazie a questo stile unico e riesce a mettere d’accordo anche diverse generazioni. In parole povere nel 1996 i Porcupine Tree non hanno una collocazione stilistica ben definita rispetto i canoni di allora, persino gli scribacchini di settore vanno in difficoltà nel catalogarli. “Signify” è un altro lavoro oscuro, malinconico ma con ampie schiarite, come quelle di “Every Home Is Wried”, dove la band fa buon uso di coralità studiate, le quali diventeranno anche in futuro un marchio di riconoscimento. Chiude un brano grandioso ed etereo,”Dark Matter”, nove minuti di godimento ad occhi chiusi. Questo disco lascerà un segno nella personalità di Wilson, la mutazione proseguirà negli anni, ma il carattere e lo stile si sono formati qui. (MS)

martedì 1 ottobre 2013

Franck Carducci

FRANCK CARDUCCI – Oddity
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2011


In molti amiamo la musica, qualunque sia il genere. I gusti personali non si mettono in discussione. Ma chi segue l’Heavy Metal, il Jazz ed il Progressive Rock sono i fans più efferati. Ognuno di loro si informa dettagliatamente sulle uscite discografiche ed è un gran cultore oltre che generalmente collezionista di dischi. Nessun particolare deve sfuggirgli. Il fans del Progressive Rock è uno di questi, attento, critico e bacchettone, ma in fondo un amante totale della musica. E’ proprio a lui che è indirizzata questa recensione, perché Carducci è un artista amante del genere ed è al proprio debutto, proponendo un Prog Rock a cavallo degli anni ’70 in stile Genesis ed il New prog seguito dopo gli ’80.
Il francese Fanck Carducci è un multi-strumentista (basso, piano, chitarra, batteria, etc etc.), Nella tenera età di cinque anni, gia mette le mani e suona tastiere ed organi. Offre nel tempo la propria opera di strumentista ad oltre venti band, mentre oggi lo ritroviamo come protagonista in questo debutto solista dal titolo “Oddity”. Qui si coadiuva di importanti artisti del calibro di John Hackett (flauto), Larry Crockett (batteria), Phildas Bhakta (batteria) e Yanne Matis (voce).
Se andiamo a leggere i titoli delle sette tracce che compongono l’album, noteremo alla numero sei qualcosa di familiare, quel “The Carpet Crawlers” che tanto ha spopolato nel 1975 in “The Lamb Lies Down On Broadway” dei Genesis di Peter Gabriel. Questa musica, come ho detto in precedenza, risiede nel DNA di Franck.
Carducci dunque ha alle spalle un buon bagaglio culturale-musicale e non si limita a proporlo senza alcune variazioni personali, proprio per questo si denotano le influenze New Prog. La band che potrebbe venire alla mente degli ascoltatori più attenti sono i Pendragon di Nick Barrett, grazie anche all’impressionante somiglianza timbrica con Franck.
Il disco contiene brani di media e lunga durata, ad esempio l’iniziale “Achilles” è una suite di quindici minuti. Qui risiedono tutti gli ingredienti che piacciono ai fans del genere, annessi i cambi di tempo ed i buoni solo strumentali. Si sa, questo è il binario che percorre il Prog.
Le chitarre spaziano dunque dai Genesis ai Pink Floyd, , mentre le melodie proposte sono inflazionate, ma sempre gradevoli da ascoltare. Bello l’inizio del piano in “The Quind” e qui si ripropongono le coralità vocali care ai suddetti Pink Floyd, quelli di “The Wall”.
Episodi riflessivi ed eleganti si alternano ad altri più vigorosi e diretti, pur restando sempre in ambito strettamente onirico.
Più scanzonata “The Eyes Of Age”, un salto nel Folk britannico e non solo, mentre la successiva “Alices Eerie Dream” è un'altra mini suite con tutte le carte in regola. New Prog DOCG. Gustose le fughe di chitarra elettrica. Stesso discorso per “The Last Oddity”, per il sottoscritto il brano più piacevole, anche se il livello degli altri è similare. La cover “The Carpet Crawlers” è ben eseguita, toccante, acustica e vibrante. Chiude la bonus track “Alices Eerie Dream” in versione breve, forse più adatta ai passaggi radiofonici.
Franck Carducci ha fatto una bella sorpresa con questo debutto, il disco è piacevolmente scorrevole. Ovviamente consigliatissimo ai Pendragon fans, ora però per i prossimi dischi, mi attendo un passo in più in ambito personalità.
Da ascoltare senza remore per un ora di buona musica. (MS)

Per ascolti: http://www.franckcarducci.com/