venerdì 26 settembre 2014

Società oggi e gli "Zerbini"

                                INCOMMUNICADO




Parliamo e non ascoltiamo, questo è ciò che sta portando a male il nostro paese. Incapaci di distinguere la realtà dalla bugia, perché amiamo solo non essere contraddetti. Il tutto dove? Nell’era della comunicazione e dei social. E’ come morire di fame in un centro commerciale.
Perché questo fenomeno?
Giustifichiamo tutto per partito preso, anche se è palesemente sbagliato, cambiare idea sembra cosa per deboli…oppure i deboli siamo noi che abbiamo paura di lasciare il nostro pensiero alle spalle? Cambiare pensiero fa parte dell’evoluzione umana, serve per migliorare e migliorarsi, sempre è stato così, tuttavia noi oggi sembriamo subire un momento di pericolosa stasi mentale. Lobotomia.
Abbiamo tutti da lamentarci, ma sono pochi quelli che propongono soluzioni e quei pochi vengono ignorati, proprio per paura che invece le cose cambino. Controsenso? No, l’uomo in quanto animale socievole ha bisogno di stare in branco e si sente protetto se ha un leader, da lui dipende, l’importante è aver mangiato un pezzo di pane alla fine della giornata. E il nostro famoso “pensiero” personale dove è andato a finire? E’ sempre li, ma tenuto a bada dalla necessità di ”dipendere”, sai…quella situazione che ti rende tranquillo.
Can che abbaia non morde, e lo fa per il padrone.
A questo punto la domanda è: “ma chi è il padrone?”, ce ne sono in ogni dove, non sono tanti, ma sono coloro che hanno invece la forza di pensare e di agire, di ascoltare e capire, perché con il sapere hanno il popolo in mano. A volte sanno farsi strada con mezzi più o meno leciti, fare di necessità virtù, ma più la fanno grossa e più vengono rispettati.
Esistono anche “Padroni” bravi, ma vengono rispettati di meno. Attenzione però, Padrone non è solo quello chi ti da il lavoro, ma è soprattutto colui che ti gestisce nella società, quello che ti governa.
Siamo zerbini, e siccome la nostra lingua europea è l’inglese, almeno sulla schiena scriviamoci “Welcome” anzi che “benvenuti”, poi restiamo tranquillamente sdraiati avanti alla nostra cuccia, sperando che il padrone anche domani si pulisca su di noi e ci dia un poco di pappa. Eppure dentro ringhiamo….

La pappa è quasi finita, ma ancora non si cambia idea, che situazione… ho solo due opzioni, diventare SCHIAVO o cambiare idea. Sia mai! Meglio schiavo! Qui si sfà l’Italia o si muore, l’importante è che ho ragione. (Max)

giovedì 25 settembre 2014

Spock's Beard

SPOCK’S BEARD – The Light
SPV – Giant Electric Pea – Pinnacle
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 1995



Il genere Progressive Rock ha vissuto di alti e bassi nel corso della sua annosa esistenza. Nasce a fine anni ’60 e stoppa l’interesse a fine anni ’70, per poi rinvigorirsi nuovamente nel 1983 con il New Prog e quindi ricalare l’attenzione nella fine anni ’80. E’ comunque l’Inghilterra a fare sempre il buono ed il cattivo tempo, le altri nazioni vengono a seguire. Questo a grandi linee gli eventi sino al 1990, quando una nuova ondata di artisti, dopo la risacca del mare in ritirata, invade nuovamente la spiaggia del Progressive Rock. Ma questa volta l’acqua non è della terra di Albione, un mix di eventi fanno comunque si che l’interesse si risvegli.
Andiamo velocemente ad analizzarli, il primo è l’avvento della rete, un posto dove potersi documentare e condividere la propria musica, raggiungendo anche luoghi vergini ed incontaminati. Ecco che un Brasiliano può ascoltare un Indonesiano, contaminando così la propria cultura e documentarsi sui capostipiti del genere. Una grande  sferzata proviene negli anni ’90 dai paesi nordici, veri e propri trascinatori delle nuove leve, esempio gli Anglagard, Anekdoten, Landberk, White Willow, Sinkadus solo per citarne alcuni. A differenza del New Prog, i punti di riferimento però non sono i Genesis o i Pink Floyd, bensì i King Crimson. Qualcosa sta cambiando.
Ma anche l’America questa volta ricopre un ruolo importante, non resta certo a guardare, tuttavia sappiamo bene che l’americano tende più ad essere “commerciale”, bada alla strizzatina d’occhio, è più ruffiano e quindi alle vendite.  Questo vale anche per il complicato mondo del Prog. Non solo King Crimson quindi per le nuove leve americane, piuttosto c’è chi fa tesoro di tutto quello che è stato fondamentale per l’evoluzione del genere. Uno di questi sono gli Spock’s Beard dei fratelli Morse, Neal ed Alan.

Nella loro musica si intersecano Genesis, Beatles, Pink Floyd, Jethro Tull, Yes, King Crimson, Gentle Giant ed altro ancora. Un calderone assolutamente  pericoloso da gestire, chi suona e si basa su questi punti, o fa brutte figure perché non ha la tecnica giusta oppure ha le caratteristiche adeguate e ne esce fuori come una macchia infernale. Logicamente il caso dei Spock’s Beard è il secondo. Con un batterista notevole come Nick D’Virgilio (che vorranno in seguito anche i Genesis), un tastierista eclettico come Ryo Okumoto ed un bassista come Dave Meros, non è difficile saper suonare Prog. Si formano nel 1992 ma il disco di esordio è questo “The Light” del 1995 e a mente non ricordo un debutto così imponente a parte quello dei King Crimson. Tutto è perfetto, gli ingredienti “ruffiani” per il Prog fans ci sono tutti, non a caso il disco si apre con una suite “The Light”, subito per mettere in chiaro le cose, sembrano dirci: “Oggi siamo noi il Prog!”.  Si resta basiti dai cambi tempo, dalle melodie bellissime e dall’insieme, si perché la band si muove all’unisono, una perfezione da paura. 15 minuti che sembrano 5 da quanto scorrono bene. Il Prog risolleva la testa. In realtà le suite dell’album sono tre, la seconda “Go The Way You Go” e la lunga “The Water”. Solo la conclusiva “On The Edge” supera soltanto (per modo di dire) i sei minuti. Si divertono a destabilizzare, sterzare rapidamente, anche quando la melodia giusta ci sta accarezzando. Le basi le hanno e la materia la sanno, così che all’inizio del brano ti stampano la melodia in testa, poi la abbandonano per poi riprenderla solo strada facendo e alla fine, nel mezzo apparenti improvvisazioni che invece anche loro sanno di canzone. Canzone… la parola magica che comunque  nel disco resta sempre protagonista, malgrado le sterzate, perché gli americani come dicevo prima, al riguardo la sanno lunga. Non mi soffermo nel particolare, tanto l’album lo conoscete già e se così non è, perché rovinarvi le sorprese? Un disco così non deve mancare in nessuna discografia degna di questo nome. Follia ignorarlo. (MS)

Beatles

BEATLES - Revolver
EMI - Parlophone
Genere: Rock
Supporto: lp - 1966




Parlare di un disco  dei Beatles è oggi quantomeno inutile, chi non li conosce? Non sto certo a spiegare chi erano i Beatles ne tantomeno a dire questo disco è più bello di quest’altro, in quanto è solo questione di gusti.
Loro hanno modificato le coordinate del Rock, questo si, va riconosciuto, senza ma e senza se. Se vogliamo fare un paragone classico, si può dire che i Beatles sono i Beethoven del Rock, coloro che hanno saputo osare qualcosa di più, di andare fuori dalle regole. Ecco anche il perché della mia scelta “Revolver”, non di certo unico capolavoro della loro discografia, ma il disco del cambiamento.
Siamo nel 1966 e il gruppo di Liverpool è già stra-noto, anzi, è da qui che le cose sia all’interno del gruppo che nella loro public relation con il pubblico vanno cambiando. L’uso di nuove droghe, l’abbandono della marihuana per arrivare all’LSD, ricopre un ruolo  importante anche se non primario. Per fortuna a Lennon e soci non capita quello che è accaduto a Syd Barrett dei Pink Floyd, l’uso non è smodato, e comunque questo porta a comporre canzoni “differenti” da quelle concepite sino a questo momento. Non si registra più a presa diretta, cioè non solo strumentazioni suonate al momento, ma interventi di registrazioni, suoni e quant’altro fanno capolino di tanto in tanto. Un esempio di questo “nuovo” modo di fare musica è nella conclusiva “Tomorrow Never Knows”,che poi in realtà è la prima canzone scritta per questo album, in essa c’è l’assolo di chitarra di “Taxman” brano di apertura del disco ma registrato al contrario.
Nascono i nuovi Beatles, quelli che cominciano ad avere rapporti più difficili all’interno del gruppo, ma che riescono a comporre sempre meglio, forse proprio grazie a questa gara interna di leadership fra Lennon e McCartney, con l’ingresso di un sempre più consapevole dei propri mezzi George Harrison. In “Revolver” quest’ultimo ha composto due brani, “Taxman” e “Love You To” con il ritorno del sitar.
Ma uno dei brani più importanti della storia del Rock risiede proprio qui ed è “Eleanor Rigby”. Esso contribuisce in maniera considerevole a far avvicinare anche i genitori dei “capelloni” al Rock, sino ad ora defilati e convinti che questa musica fatta di chitarre elettriche fosse soltanto isterica e rumore. Il perché è semplice, la canzone non ha chitarre elettriche, bensì strumentazione classica, archi e voci. Questa è una grande spinta per la nascita del Progressive Rock.
All’interno di “Revolver” altri classici, come “Yellow Submarine” e “Good Day Sunshine”, ma da tutte le canzoni si possono trarre spunti interessanti, così “I’M Only Sleeping”, “Here, There And Everywhere”, “She Said She Said”, “And Your Bird Can Sing”, “For No One”, “Dr. Robert”, “I Want To Tell You” e “Got To Get You Into My Life” fanno la loro figura.

Una frase infelice rilasciata da Lennon in una intervista a Maureen Cleave, fa si che le date dal vivo si stoppino clamorosamente, perché a rischio la sicurezza degli artisti. La frase è: “Siamo (i Beatles) più popolari di Gesù Cristo adesso. Non so chi morirà per primo, il Rock and Roll o il Cristianesimo”….Da qui in poi è un'altra storia. (MS)

mercoledì 17 settembre 2014

Nichelodeon / Insonar

NICHELODEON / INSONAR – Ukiyoe (Mondi Fluttuanti)
Snowdonia/Audioglobe
Genere: Sperimentale / Avantgarde
Supporto: cd e dvd – 2014


Il mondo di Claudio Milano in arte Nichelodeon è dominato da un tempo ed un luogo differenti da quelli che siamo abituati a vivere noi oggi. Tempo per riflettere, per avere sensazioni, luoghi per pensare, guardare. Tutto fluttua leggero, lento, a differenza del nostro mondo isterico, veloce e non riflessivo. La voce di Nichelodeon squarcia con lamenti e strutture inusuali questo passaggio fluttuante, la medusa nella marea rappresentata nella cover del libretto che accompagna tutto il lavoro è degna sintesi del concetto. Urticante leggerezza, eleganza, impalpabilità visuale.
Il ritorno di Insonar e Nichelodeon questa volta è suddiviso in cd e dvd contenete un film dal titolo “Quickworks & Deadworks” di Francesco Paolo Paladino. Il film interpretato da Carolina Migli Batyeson, Giada Galeazzi, Gianluca Prati e Luka Moncaleano vive di suggestioni, surrealismo, situazioni a volte opposte, come gli abiti che indossano i quattro protagonisti, due bianchi e due neri. Situazioni sottolineate dalla musica di Nichelodeon/Insonar, atteggiamenti e comportamenti di una socialità assurda, vissuta lentamente e nel contesto disarmante. Un film che intende colpire  l’attenzione dello spettatore per il contenuto comportamentale, dettato dalla contemporaneità dei quattro protagonisti sempre e comunque lentamente attivi. Un posto qualunque nella campagna con una nave in sfondo, una terrazza e ancora campagna, sono i luoghi dove il tutto si svolge, fra drammi e giocosità, fra dolore ed amore, altro motivo destabilizzante per chi osserva. La musica ne è perfetta colonna sonora assieme al vento ed ai suoni del luogo. Surrealismo e realtà.
Nel cd ci sono sei brani ricchi di ospiti, da voci sopranili a strumentisti a fiato, archi, percussionisti e chitarristi elettrici. Incontro con piacere  Alessandro Seravalle, chitarrista dei Garden Wall assieme alla cantante Laura Catrani nel primo brano “Veleno”, una composizione che va a toccare anche l’ambito filastrocca. Lo stile è oramai inconfondibile, le parole hanno un significato fonetico. Più sognante “Fi(j)ùru d'Acqua”, progressive nel mutamento strutturale, narrato e cantato allo stesso tempo, gioco di ritmi dettato da più strumenti. Ed ecco il mare, suono di gabbiani fatti con archi, la casa del “Marinaio”. L’approccio è rock non nella strumentazione, ma nell’impeto con cui il brano si svolge. Per chi vi scrive, questo è uno dei brani più belli dell’intero lavoro. Così dallo spirito rock è la breve “Ohi Mà (Nel Mare che hai Dentro)”.
“I Pesci dei Tuoi Fiumi (Ezechiele 29:4; 29:5)” riporta in primo piano la ricerca vocale, voce intesa come strumento, dove Claudio Milano sa stupire. Il disco si chiude con una suite di 19 minuti dal titolo “MA(r)LE”, suddivisa in tre parti “Tsunami!”, “Into The Waves” e “Mud” con Seravalle alla chitarra.
 Avanguardia sperimentale dunque, certamente non alla portata di tutti gli ascoltatori. Un messaggio sonoro per chi ama sentirsi stupire, per tutti coloro che intendono avvicinare la musica come stato d’animo e fisico. Uno sforzo creativo notevole, ma a questo Nichelodeon ci ha già abituati. (MS).



martedì 9 settembre 2014

I-KAL

I-KAL (Post Progressive, Atmospheric-Rock) Primo singolo e lyric video
Roma e L'Aquila insieme per questo progetto nato dalla mente del chitarrista Luciano Chessa, già membro della prog-metal band romana IV LUNA e proprietario dello studio di registrazione Moon Voice Studio a L'Aquila in collaborazione con bravissimi ed ispirati musicisti aquilani. Gli I-KAL intendono proporre atmosfere rock e sperimentali ispirate alla grande tradizione italiana dei gruppi prog anni '70 miscelate a sonorità più moderne e rarefatte.
INFO: facebook.com/ikalprog twitter.com/ikalprog ikalprog@gmail.com