martedì 26 maggio 2015

Intervista: SOUL SECRET

Intervista SOUL SECRET a Luca Di Gennaro
Di Max Salari



1 – Prima di tutto, complimenti per “4”, un album che denota a mio avviso una crescita generale del vostro progetto. A dispetto del titolo, questo non è il quarto album ufficiale, bensì il terzo, dopo “Flowing Portraits” (2008 – ProgRock Records) e “Closer To Daylight” (2011 – Galileo Records), ma se andiamo a contare anche il demo “Never Care About Tomorrow” del 2005, allora i conti tornano. Ho indovinato o sbagliato?
Luca: Innanzitutto, grazie per i complimenti! In realtà non sbagli, a fare bene i conti questo è il nostro quarto prodotto, sebbene la demo del 2005 la elenchiamo più per dovere di cronaca che per un’effettiva valenza nella discografia ufficiale. Il motivo del nome “4” in realtà è più dovuto alla storia narrata nel concept, quindi per risponderti… beh, entrambe le cose! :)



2 – Come è nato “4” e da cosa è stato ispirato?
Luca: Mi hanno sempre affascinato i concept album, credo siano la forma perfetta per un lavoro discografico. Ho sempre cercato di convincere la band a comporne uno ed un primissimo timido tentativo l’abbiamo fatto con il nostro precedente lavoro “Closer To Daylight”, in cui tutti i pezzi erano incentrati sul raggiungimento della salvezza, della luce, pur non essendo strettamente legati tra loro da una storia. Con l’arrivo di Lino Di Pietrantonio nel gruppo e con due dischi alle spalle, ci siamo sentiti finalmente pronti per affrontare la composizione del nostro primo concept. La prima immagine, il primo flash, ci è stata fornita da Antonio Vittozzi, che ha immaginato quest’uomo che, subito prima di compiere un gesto estremo, si siede sul cornicione del palazzo a pensare. Con questo “screenshot” in testa, abbiamo portato avanti la composizione di tutti gli undici pezzi. L’intera storia è stata sviluppata successivamente, con la scrittura dei testi come ultimo step  del processo di creazione.

3 – L’artwork è davvero bello, come è nato?
Luca: Sì, l’artwork è meraviglioso… davvero d’ impatto! È stato creato dall’artista Sylvain Lucchina di Razorimages.com che ha saputo dare vita alle nostre idee con estrema professionalità. La cover non è altro che lo “screenshot” di cui parlavo prima, l’immagine che ha dato vita a tutto il processo creativo del disco. Il resto dell’artwork è stato di sua invenzione ed il “4 di Penrose” (come mi piace chiamarlo) posto sotto al CD tray... un mio capriccio!

4 – Secondo te, essere spesso avvicinati ai Dream Theater oggi è un fattore positivo o negativo?
Luca: Dipende dal modo in cui questo paragone è utilizzato. Molto spesso le recensioni che ci riguardano diventano una combinazione di “biografia della band” e “paragone con i Dream Theater”. Questo non fa altro che dirci due cose: la prima è che il giornalista non è molto avvezzo al progressive, in quanto le influenze che abbiamo sono davvero tantissime e non sono di certo limitate al “gruppo più famoso”, e la seconda è che ha ascoltato il disco una sola volta, magari solo 30 secondi a pezzo. Conosciamo molto bene il mondo delle recensioni, in quanto ci viene descritto dal nostro manager Davide Guidone (che è stato recensore per le più importanti pubblicazioni italiane) come un mondo ormai più “quantitativo” che “qualitativo”. Quando riconosciamo una recensione di “qualità”, in cui il giornalista ha prestato davvero attenzione alle nostre fatiche, siamo ben contenti di condividerla attraverso i nostri social network!

5 – Buona l’interpretazione vocale del nuovo cantante Lino Di Pierantonio, senza strafare e malleabile. E’ la volta buona che  avete trovato il vocalist? Come nasce il vostro incontro?
Luca: Direi proprio di sì! Lino è una persona così determinata e legata al progetto che è riuscito a sopravvivere ad un’intera settimana di registrazioni di voce convivendo con me ed Antonio Vittozzi durante il caldissimo Agosto 2014! Il nostro primo incontro risale a moltissimi anni fa, quando era solamente “l’amico del fratello di Antonio Vittozzi”. A quanto ne so, proprio sentendo noi suonare in zona, decise di intraprendere lezioni di canto per “cantare con noi prima o poi”. Quando nel 2013 cominciammo a cercare un nuovo cantante, ci arrivò una sua registrazione e rimanemmo tutti sconcertati dalla sua bravura: era proprio la voce che cercavamo da tempo!

6 - “Turning The Back Page”, è un riassunto dello stile Soul Secret, qui ci sono tutte le carte che mettete in gioco, almeno questo è quello che ho pensato all’ascolto. Invece secondo te quale è la canzone che oggi vi rappresenta di più?
Luca: Sono d’accordo con te: ancora oggi, quando la ascolto, ho i brividi!
Max: E’ vero!

7 – Anche “Silence” è un pezzo potente e suggestivo, secondo me uno dei momenti più alti dell’album, ma è più facile comporre una canzone cantata o soltanto strumentale?
Luca: Ti dico solamente che per comporre un pezzo strumentale abbiamo aspettato il terzo disco! Forse la difficoltà di comporre un pezzo strumentale è proprio quella di non sfociare in qualcosa di troppo simile all’esecuzione di un esercizio di tecnica.

8 – Non può mancare la suite, qui dal titolo “The White Stairs”. Chi fra di voi è il componente più Prog, colui che ascolta il genere anche del tempo passato?
Luca: Per quanto riguarda me, ascolto periodicamente “Wish You Were Here”, “Tarkus” e “Selling England By The Pound”, tanto per citarne alcuni.
Max: Mi dici niente!

9 – Vi hanno contagiato anche i Queensryche? A mio avviso un pizzico di “Operation: Mindcrime si sente.
Luca: Che album fantastico! Sì, indubbiamente c’è qualcosa: è un album troppo importante per non influenzare un musicista!

10 – Nella scena napoletana, come è considerato il Metal Progressive? Hai contatti con altre band?
Luca: Il genere è sicuramente seguito, anche se la maggior parte preferisce il Metal più “classico”... quello delle giacche di pelle e le borchie! Contatti con altre band Prog Metal interamente napoletane attualmente non ne abbiamo, purtroppo.

11 – “4” dura 72 minuti, una bella scommessa. Non hai pensato magari di suddividerlo in due parti?
Luca: Non ti nascondo che fino all’ultimo abbiamo avuto la paura di non riuscire a mettere tutte le canzoni sul disco! Per me sarebbe stato davvero un’idea difficile da accettare. Fortunatamente siamo riusciti a mettere tutto e anche a far durare la nostra nuova suite “The White Stairs” un secondo in più della precedente “Aftermath”, che durava un secondo in più della precedente “Tears Of Kalliroe”: fu scritto da un recensore straniero come “sfida”, scommettendo sulla durata della prossima suite all’epoca di “Closer To Daylight”, e noi… l’abbiamo accettata!

12 – Come sono cambiati oggi i Soul Secret? Ci sono aneddoti che nel vostro passato vi hanno fatto modificare il modo di fare le cose?
Luca: Ci sentiamo molto più liberi di comporre ciò che ci va, senza particolari restrizioni. L’intera scena Prog sta virando verso sperimentazioni davvero interessanti e a noi piace far parte di questa corrente. Per quanto riguarda gli aneddoti, beh, ce ne sarebbero davvero TROPPI: il nostro divertimento, ogni volta che ci riuniamo, è proprio quello di ricordarne una buona parte. Te ne racconto uno mio personale. Ero molto più giovane e prima di una esibizione mi “permisi” di bere una birra media. Suonai la maggior parte del concerto con il suono di pianoforte poiché non riuscivo a trovare il tasto per cambiare i suoni! Da quel concerto in poi sono passato al controllo tramite pedale e… solo analcolici!
Max: Ahahahah bellissimo!!!

13 – Il fatto che il Metal Prog in Italia sia un genere di nicchia, è più un fatto positivo o negativo? Il Metal Prog fans è un acquirente attivo o meno?
Luca: L’ascoltatore di Progressive, soprattutto in età adulta, è una persona molto attenta, appassionata, con la mente molto aperta e il più delle volte anche un collezionista di prodotti rigorosamente originali… praticamente l’ascoltatore perfetto! Il fatto che in Italia sia un genere di nicchia ci porta, il più delle volte, ad andare a suonare oltre confine e restringere le nostre presenze in patria.

14 – Cosa manca ai Soul Secret e di cosa invece sei orgoglioso?
Luca: Ti dirò una cosa ambivalente: un po’ di velocità! Ci manca un po’ di celerità nel comporre i dischi, cosa di cui andiamo anche orgogliosi però, poiché ci prendiamo veramente tutto il tempo che riteniamo necessario per far uscire un prodotto che al momento ci sembra valido e degno. Non è mai successo che sia uscito un disco in cui mancava qualcosa!

15 – Quali sono le tastiere che prediligi e perché?
Luca: È un continuo divenire, in realtà. Disco dopo disco mi appassiono a qualcosa di nuovo e aggiorno le mie influenze. Tra primo e secondo album mi sono appassionato ai synth analogici classici, mentre nel passaggio da “Closer To Daylight” a “4”, ho cercato di inserire tutto ciò che ho imparato dalla musica elettronica, mescolando il nostro sound con quello di artisti come Deadmau5, Infected Mushroom e Trentemøller.

16 – Cosa funziona nella scena musicale italiana Metal Prog e cosa non funziona?
Luca: In Italia la scena attuale è davvero florida, abbiamo una tradizione importante alle spalle e i gruppi italiani non possono permettersi passi falsi proprio per rispetto alle radici. Non funziona ciò che non funziona in generale in Italia: dare un lavoro a chi ha le competenze per svolgerlo. Spesso riceviamo recensioni dei nostri dischi da personaggi che con il progressive non hanno mai avuto a che fare, se non ascoltando i Dream Theater anni fa, oppure recensioni dei nostri live dall’amico della band successiva. Dopo un po’ non ti meravigli neanche più: prendi armi e bagagli e vai a suonare fuori :)

17 – Concludi l’intervista a modo tuo, cioè, quale domanda non ti ho fatto ma che avresti voluto sentire?
Luca: Richiesta difficile, la tua è stata un’intervista davvero interessante! Per citare l’immenso Massimo Troisi, non mi hai chiesto che cosa ne penso della Svizzera!
Max: Questa tua risposta mi fa davvero piacere. Grazie.

18 – Prima di salutarci, abbina la vostra musica ad un piatto culinario e ad un buon vino. Quale sareste? ;-)
Luca: Paccheri al ragù napoletano e vino di Gragnano! Comporre pezzi Prog dopo un abbinamento del genere diventa davvero semplice :)
Max: Grande, davvero Prog!



Max 



giovedì 14 maggio 2015

Soul Secret

SOUL SECRET – 4
GoldenCore Records
Distribuzione: Zyx Music
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2015


E’ molto difficile oggi trovare un album di Metal Prog che si lasci ascoltare tutto di un fiato, vuoi perché esso è ricolmo di tecnicismi, vuoi perché le melodie spesso sono inflazionate, e vuoi anche perché il genere ha detto molto, specie in ambito Dream Theater style. Serve linfa nuova, questo è un dato di fatto. In parte la sta portando band come Opeth o Steven Wilson (per fare due esempi), lo abbiamo visto nel corso degli ultimi anni, quindi  qualcosa si muove seriamente. Ma la radice Dream è profonda ed inestirpabile, anche perché il genere ce l’ha intrinseca nel dna ed è quindi giusto esternarla in dovuta percentuale.
Le uscite al riguardo oggi in Italia sono di una professionalità che oserei dire “da esempio”! Tutto è curato, dall’immagine alle composizioni, gli arrangiamenti, la registrazione sonora, il Metal Prog è uno stile che si può definire una certezza, e dunque sicurezza qualitativa per chi compera musica.
Trovarsi in mano l’ultimo album dei Soul Secret è un sunto di quanto detto, e aggiungerei anche finalmente un artwork in cui si possono leggere nitidamente i testi nero su bianco! Una confezione elegante e cartonata, con all’interno il libretto di accompagnamento, ci presenta “4”. A dispetto del titolo, questo non è il quarto album ufficiale, bensì il terzo della band napoletana, dopo “Flowing Portraits” (2008 – ProgRock Records) e “Closer To Daylight” (2011 – Galileo Records), ma se andiamo a contare anche il demo “Never Care About Tomorrow” del 2005, allora i conti tornano.
Si formano nel 2004 e dopo alcuni cambi di line up, oggi sono formati da Claudio Casaburi (basso), Antonio Vittozzi (chitarre), Lino Di Pietrantonio (voce), Antonio Mocerino (batteria e percussioni) e Luca Di Gennaro (tastiere e programming).
I Soul Secret accolgono l’ascoltatore con una bordata sonora dal titolo “On The Ledge”, fra rimandi Queensryche periodo “Operation: Mindcrime” e cambi umorali a tratti raffinati. La sezione ritmica, potente e coordinata, fa del brano un esempio di Metal Prog classico e vero e proprio propellente adrenalinico. Ma il viaggio è appena iniziato.
Prima “era” Dream Theater nelle arie di “Our Horizon”, canzoni con melodie gradevoli e cambi di scena  repentini a rendere fluido l’ascolto. Il terzo cantante dei Soul Secret, Lino Di Pierantonio è davvero bravo nel non calzare troppo sulla voce per fare il verso a James LaBrie, anche se molte analogie, nelle tonalità più basse, si possono riscontrare. “K” per un istante mostra la band anche nella prova growl e all’ascolto si aprono scenari apocalittici.
“As I Close My Eyes” è un breve momento riflessivo e toccante che porta a “Traces On The Seaside” dove ancora una volta le tastiere di Luca Di Gennaro (autore anche dei testi delle canzoni) arrangiano in maniera importante le melodie e le supportano con enfasi. Bello il dialogo centrale con la chitarra. “Turning The Back Page” è un riassunto dello stile Soul Secret, qui ci sono tutte le carte che i napoletani mettono in gioco.
Non manca un brano strumentale, qui dal titolo “Silence”, un pezzo potente e suggestivo, uno dei momenti più alti dell’album, non di certo una fredda vetrina delle proprie qualità balistiche. La ballata “In A Frame” è in formula canzone, adatta a tutti i gusti musicali, una vera canzone che resta bene impressa grazie alla melodia  ruffiana e aggiungo io, ad un bel solo di chitarra che non guasta mai!
Torna il Metal Progressive in tutto il suo essere con “My Lighthouse”, per chi vi scrive uno dei pezzi più belli dell’album. A questo punto “Downfall” è una pratica DT Style, ma il meglio giunge alla fine, con la suite “The White Stairs” e qui non ci sono paragoni che reggono, va gustata e basta, senza pregiudizi o restrizioni mentali.

Più di 72 minuti di musica sono un grande regalo per chi stima il genere, alla fine dell’ascolto si ha una sensazione fisica di pienezza. Certo chi non è del settore deve prendere “4” centellinandolo  alcuni brani per volta, l’importante è comunque il risultato finale: Appagamento, su questo non ci sono dubbi! MS

lunedì 11 maggio 2015

Kezia

KEZIA – The Dirty Affair
Logic(il)logic Records
Distribuzione: Andromeda Dischi
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2015


Intrigante ed accattivante la scelta stilistica di questa nuova band italiana di Metal Progressive dal nome Kezia, l’unire il Pop, o per meglio dire la formula Pop al Metal ed al Prog è quantomeno coraggiosa. In effetti le cose sembrano essere incongruenti, ma il risultato finale invece mi da torto, mostrando una fluidità ed una freschezza a volte disarmanti. Certo non tutto può scorrere senza qualche intoppo, ma ricordiamo che con “The Dirty Affair” siamo comunque avanti ad un esordio e l’idea già sembra funzionare. Ma chi sono i Kezia? Si formano nel 2013 dall’incontro del cantante Pierlorenzo Molinari, con il  chitarrista Antonio Manenti ed il tastierista Alberto Armanini. La sezione ritmica formata da Fabio Bellini al basso e da Michele Longhena alla batteria in seguito completa la line up.
I contenuti musicali sono otto, ad iniziare da “Before I Leave”, quello che risalta immediatamente è la voce di Molinari, malleabile per l’evenienza. Toni alti e più pacati a seconda delle necessità, il tutto svolto con elegante indifferenza.
Le linee melodiche sono di facile memorizzazione e di sicuro rendono l’ascolto piacevole. L’approccio  musicale per fare un esempio ( se ne possono fare anche altri)  è alla Queen, non tanto per la voce, ma per struttura compositiva. Il ritmo cambia spesso, a volte colgono di sorpresa certe scelte, “Ebola” ad esempio muta in ritmica ed in stadio umorale, così cambiano certi punti di riferimento, fano capolino addirittura i Muse.
“The Dirty Affair” mostra una band rodata, dalle idee chiare, difficile credere ad un debutto ascoltando questa canzone, dove  (e non guasta) fanno capolino anche piccole soluzioni in stile Dream Theater. Tuttavia non vorrei che passasse il messaggio che i Kezia sono troppo derivativi, perché i ragazzi di personalità ne hanno da vendere. Dopo la bella “Sneakers” i Kezia fanno vedere il lato più ruvido della loro musica con “Barabba Son’s Song”, anche la mia preferita per intensità. “Quendo” si distanzia di poco dalla precedente, pur presentando riff già conosciuti e soluzioni alla Stratovarius.
La breve “Preludio” conduce alla conclusiva “Treesome”, epica e toccante.
In conclusione, con “The Dirty Affair” facciamo la conoscenza con una nuova realtà che non nascondo, mi ha colpito per coraggio e idee, le linee melodiche spesso sono vincenti, tuttavia consiglio loro di staccarsi da alcuni stereotipi abbastanza inflazionati, perché in realtà di personalità ce n’è molta. Ottima la tecnica individuale e l’intesa ritmica, bravo Armanini con i tappeti di tastiere mai troppo invasivi e giusti gli interventi di chitarra da parte di Manenti e più che sufficiente la registrazione: suoni puliti. Bravi! MS


Old Rock City Orchestra

OLD ROCK CITY ORCHESTRA – Back To Earth
M.P. & Records
Distribuzione: G.T.Music
Genere: Psichedelic Rock / Hard Rock
Supporto: cd – 2015


Gli orvietani Old Rock City Orchestra nel 2012 colpiscono l’attenzione sia della critica che del pubblico con l’ottimo album d’esordio dal titolo “Once Upon A Time” (M.P. & Records), un album dove la Psichedelia, il Blues ed il Prog si convogliano in canzoni ben interpretate dalla voce di Cinzia Catalucci. Ad oggi la formazione resta intatta, con Raffaele Spanetta (chitarra e tastiere), Giacomo Cocchiara (basso) e Mike Capriolo (batteria) oltre che la già citata cantante Catalucci.
La band  oltre i consensi ottiene la possibilità di esibirsi in numerose date dal vivo, anche all’estero, dall’Inghilterra alla Francia, e poi Belgio, Olanda e Bulgaria, questo non fa altro che amalgamare ancora di più i componenti che con l’esperienza acquisita si chiudono in studio per comporre e registrare questo “Back To Earth”. Ma per primo veniamo all’impatto visivo, quello del packaging, il disco si presenta con una copertina che potrebbe attirare l’attenzione anche del Prog Fans, con i suoi colori, così l’interno realizzato da Lucy Ziniae, mentre le foto sono di Eleonora Mocetti. Il pavimento a scacchiera è sempre rappresentato, un ambiente decadente dove l’uomo è costretto a muoversi come una pedina, una metafora che parte con l’individuo ed il suo viaggio nei meandri della mente, per lasciarsi alle spalle la “Scacchiera” solo quando raggiunge il cancello dell’uscita, dove in alto domina la scritta “Back To Earth”. Ovviamente il libretto interno  contiene anche i testi delle canzoni cantate in inglese. Buona la produzione di Old Rock City Orchestra e di Vannuccio Zanella.
Il disco è suddiviso in dieci canzoni, ad iniziare da “When You Pick An Apple From The Tree”, raffinata e carezzevole con la partecipazione di Laurence Cocchiara al violino elettrico. “Feelin’ Alive” invece mostra il lato più audace della band con un tema vintage che potrebbe stare anche nella discografia degli Atomic Rooster o dei Black Widow, tanto per fare due nomi. Ancora Hard Rock con la breve “Rain On A Sunny Day” per poi giungere a “Mr Shadow” , una ritmica ed un riff tagliente e coinvolgente che si alternano a frangenti più soffici, capitanati dal suono caldo del basso di Giacomo.
La voce di Raffaele Panetta invece ci accoglie nella ballata “Melissa”, trainata dagli arpeggi della chitarra acustica sopra ad un tappeto di tastiere. Canzoni brevi, dirette, senza inutili orpelli, per evidenziare le giuste melodie ed idee che si susseguono alacremente senza mai annoiare l’ascoltatore. Tutto scorre fra cambi umorali, ed è quindi la volta della più gioiosa “Lady Viper”.
“My Love” è una delle mie preferite perché ha tutta la struttura di un vecchio e sano brano Rock, comprese piccole scaglie di Beatles.
Dai toni Zeppeliani  è “Tonight, Tomorrow And Forever”, “Why Life” invece è soffice, avvolgente con un intrigante connubio vocale fra Raffaele e Cinzia. Ma è con la conclusiva “Back To Earth” che si giunge al vertice dell’ascolto, con quasi dieci minuti di musica “totale”. Puro divertimento, una ventata d’aria fresca nel panorama musicale italiano, sempre troppo “finto” e impegnato ad apparire e non ad essere.

Ascoltare “Back To Earth” è proprio un ritornare…alle radici di un Rock pulito, semplice e schietto. Consigliato a chi ascolta Rock in generale e non solo. MS

mercoledì 6 maggio 2015

Not A Good Sign

NOT A GOOD SIGN – From A Distance
Fading Records/AltrOck
Distribuzione: Marquee, BTF, Just For Kicks, Pick Up
Genere: Progressive Rock/Alternative Rock
Supporto: cd – 2015


AltrOck colpisce ancora, confermandosi una delle label più professionali ed attendibili del nostrano panorama Progressivo. Il progetto Not A Good Sign racchiude in se elementi di band che militano o hanno militato nella scuderia, come Paolo “Ske” Botta e Francesco Zago (Yugen, Ske). Il gruppo milanese giunge al secondo album, qui ben presentato in una elegante edizione cartonata, quel secondo album che generalmente porta alcune certezze e definitivi assestamenti stilistici.
Con loro viaggia sempre l’innovazione che li rende ben distinguibili nel panorama Progressivo, tanto da fargli restare il termine stretto. I Not A Good Sign non necessitano di un aggettivo ben preciso, spaziano e sperimentano, legando il tutto con melodie sempre interessanti, a volte anche distanti dal Rock stesso.
L’attenzione per l’era d’oro del Rock Progressivo comunque fa sempre capolino fra le dieci composizioni che formano l’album, anche se viene a mancare nell’insieme la classica suite, simbolo di un genere oramai radicato più al proprio passato che al presente ed al futuro. Pochi sono gli artisti che si muovono “altrove”, ed i Not A Good Sign sono fra questi. La formazione che suona in “From A Distance” è composta da Paolo “Ske” Botta (tastiere), Alessio Calandriello (voce – La Coscienza Di Zeno), Alessandro Cassani (basso), Martino Malacrida (batteria) e Francesco Zago (chitarra), con loro special guest come Maurizio Fasoli (Yugen – Granpiano), Eleonora Grampa (corno inglese, oboe) e Jacopo Costa (vibrafono, glockenspiel).
L’album si apre con fughe caratteristiche nel Prog, così anche le atmosfere che nell’insieme fanno venire alla mente molte band nordiche del panorama, una su tutte i Landberk. Il brano “Wait For Me” ci presenta anche un Alessio Calandriello in gran spolvero, sicuro dei propri mezzi, finalmente una buona voce  per un genere che in Italia ha sempre presentato gravi carenze. Con “Going Down” resta il riferimento King Crimson, un suono davvero emozionante e coinvolgente, un breve sunto di come si può fare grande Prog in una semplice e breve canzone. Una sorta di moderni Gentle Giant? Poco importano i paragoni, lo stupore prosegue con “Flying Over Cities” ed una ritmica quantomeno precisa e godibile. A questo punto, dopo molto decantare vi chiederete se sto narrando il percorso sonoro di un capolavoro… Chi mi segue sa bene che il termine “capolavoro” non lo uso quasi mai, escluso in rarissimi casi, ma qui i requisiti per esserlo ci sono tutti, incisione compresa.
Si prosegue con la nostalgica “Not Now”, una canzone che in crescendo scava dentro l’anima di un puro progster. Lo strumentale composto da Paolo Botta “Aru Hi No Your Deshita” è un breve viaggio mentale che porta a “Pleasure Of Drowing”, altro tassello in bilico fra canzone ed articolazione. Seguono due dei frangenti più alti del disco, “I Feel Like Snowing” e “Open Window”, quest’ultimo strumentale greve nell’inizio quanto incantevole nelle atmosfere. Potrebbe benissimo uscire da un album degli Anekdoten. Da solo vale l’acquisto dell’album. Altro gioiello è “The Diary I Never Wrote”, il collegamento fra passato e presente musicale si interseca alla perfezione, in esso si denota anche la grande cultura musicale dei componenti.
L’album è terminato, salvo il breve strumentale “Farewell”, non nascondo che l’intro mi ricorda “Il Mattino” di Grieg.
Per chi vi scrive, “From A Distance” è al momento uno dei tre album più belli dell’anno, quasi perfetto, ed il quasi è dettato forse dalla mancanza di un momento più colorato, il dna italiano è anche composto da solarità, non perché debba per forza esserci un frangente felice, tuttavia farebbe un attimo respirare un aria differente dopo molta oscurità.
Classe a vendere, buone idee, finalmente il tassello mancante fra passato e futuro e sono orgoglioso che a fare questo sia una band italiana! Unico vero neo dei Not A Good Sign arriva da un comunicato su facebook, quello della defezione di Francesco Zago esposto il 2 febbraio 2015.

Not A Good Sign? For me “From A Distance” is a good… Good Sign! MS