sabato 29 giugno 2013

Anvision

ANVISION – AstralPhase
Empire 18
Genere: Metal Prog
Supporto: cd – 2012




Siamo sommersi da realizzazioni in ambito Prog e Metal da parte della Polonia! Un incessante esercito di talenti ci stanno invadendo da qualche anno a questa parte, ma la cosa che più colpisce è la qualità di queste realizzazioni. Con gli AnVision siamo nel Metal Prog, terra di nessuno, ultimamente così la chiamo, in quanto non ha molti proseliti e le vendite a parte i soliti grandi nomi (Dream Theater, Queensryche, Symphony X) non danno grandi soddisfazioni.
Eppure noi italiani siamo ricettivi nei confronti dei talenti dediti ad uno stile apparentemente ostico, basta guardare cosa abbiamo fatto con i Gentle Giant ed i Van Der Graaf Generator negli anni ’70…. Ma siamo anche un popolo strano, di fatto acquistiamo poco e presto giriamo anche le spalle. Le band Metal Prog si abbarbicano ai binari sicuri costruiti dai maestri del settore, eppure gli AnVision ci raccontano una bella storia, senza strafare e con personalità.
Esistono anche passaggi musicali inflazionati, è inevitabile, ma quello che funziona nella loro musica è il mix fra Prog, Metal, Aor ed Hard Rock, il tutto offuscato da un lieve velo di oscurità.
Gli AnVision di fatto sono cinque musicisti esperti che si uniscono nel 2007 per dare vita a questo progetto. Registrano un EP nel 2009-2010 dal titolo “Eyes Wide Shut”, comprendente quattro canzoni e poi questo “AstralPhase” del 2012.
Melodie nostalgiche ed orecchiabili si scontrano con frangenti più duri, ma anche buoni assolo, specie di chitarra. L’apporto delle tastiere è fondamentale nell’economia del sound, così l’uso della chitarra che sa accarezzare o urtare quando serve. La sezione ritmica non presenta sbavature e la buona produzione sonora esalta il tutto.
Gradevole anche l’uso della voce, buona interprete delle situazioni liriche, senza mai cercare l’urlo forzato o l’altezza assoluta. I testi aleggiano fra pensieri profondi, ricordi, sogni reconditi, vita e morte, tutto questo visto dagli occhi di un astronauta che viaggia nel tempo e nello spazio.
Il disco si ascolta con piacere, specie “S.O.D.” e “Mental Suicide”, ma tutte e sette i brani colpiscono nel segno. La loro durata è mediamente di sette minuti.
Artefici di questo debutto sono: MarQus (voce), Greg (chitarre), Artur (basso), Lucas (tastiere) e Larz (batteria). Non da trascurare l’ottimo artwork di Piotr Szafraniec, curato e suggestivo.

Ora ho segnato il nome AnVision nel mio taccuino delle band da tenere d’occhio, perché se il buongiorno si vede dal mattino…. Lasciamoci invadere.(MS) 

mercoledì 26 giugno 2013

AGORA'

AGORA’ – Ichinen
Autoproduzione
Genere: Jazz Rock
Supporto: cd – 2013


Quante volte si è detto che la buona musica non ha tempo, io non mi soffermerei neppure sul delegare necessariamente termini al genere proposto, quando questo è fruibile e apparentemente senza tempo. Perché in definitiva di questo si tratta, di storie lontane che affondano radici negli anni ’70 e in quel Jazz Rock che tanto ha dato a band come Perigeo oppure agli Arti & Mestieri, tanto per dare punti di riferimento. Ma è riduttivo, perché in verità i marchigiani Agorà sono punto di riferimento di loro stessi. Gli appassionati del genere ed i collezionisti di vinile hanno ricercato e speso anche molti soldi oggi per trovare i primi due LP “Live In Montreaux” (1975) e “Agorà 2” (1976), mentre chi già li ha, li custodisce gelosamente. Si perché fanno parte di quel ramo del Progressive Rock italiano di nicchia, quello di cui fanno parte artisti come Alphataurus, oppure Aktuala, Duello Madre, insomma quella gerarchia di band da “sottobosco” che a causa di una fievole stampa primordiale, si sono trovate loro malgrado nel semi anonimato. Solo una successiva ristampa, nell’interesse di alcune case discografiche, nel momento in cui il genere sembra risollevare interesse, ridona ai nostri tempi i loro fasti, i suoni ed i colori di chi la musica l’ha vissuta veramente.
Gli Agorà tornano dopo 38 anni, questa volta inevitabilmente in cd, con l’entusiasmo e la passione del primo giorno, con la voglia di divertimento e non dell’autocelebrazione fine a se stessa, con la consapevolezza dell’esperienza e la tecnica che molte band di oggi si sognano soltanto di avere. L’incontro con il violoncellista Gianni Pieri, apre nuovi orizzonti alla band. Della formazione originale ritroviamo Renato Gasparini (chitarra), Ovidio Urbani (sax) e Lucio Cesari (basso) che da “Agorà 2”, fa parte della famiglia, per il resto tanti amici sopraggiunti nel tempo. La formazione si completa con Gabriele Possenti (chitarra), Gianni Pieri (violoncello) e Massimo Manzi (batteria). Manzi è un valore aggiunto a questa macchina oliata, sostituisce già Mencaroni dopo l’uscita del secondo album, la penna stilografica della batteria, colui che nel suo DNA non ha solo il Jazz, ma anche il Rock, il Blues e molto di più, non è un caso che la rivista Jazz It nel 2012 lo ha eletto batterista dell’anno nel "Jazz Award 2012", referendum dei lettori.
“Ichinen” racconta un lungo percorso, tutto quello che Agorà avrebbe voluto dire nel corso del tempo, ma che non ha avuto modo di esprimere a dovere.  Più che uno sfogo è un suggello acustico, il saper dire alla gente che ci siamo oggi come allora, più consapevoli che mai. Nel disco dunque si ripercorrono periodi differenti della band, anche gli anni ’80 e due inediti del 1978 e quello che ne scaturisce è una considerazione alquanto importante: La personalità degli Agorà è così forte da abbattere le barriere del tempo, quando gli anni ’80 ci donano la musica dal “suono di plastica”, loro non mutano il sound, restando fedeli a se stessi. Molto di questo merito va anche al lavoro scrupoloso del produttore e chitarrista special guest Maurizio Mercuri. Il suono è praticamente perfetto!
Rispolverati e donati di luce nuova i classici come “Serra San Quirico”e “Piramide Di Domani / Cavalcata Solare”. Il sax di Ovidio è presente, punto fermo dello stile Agorà, impreziosito dagli archi di Pieri, abili tappeti non invasivi. Il brano “Ichinen” viene dalla terra, acustico, etereo e solare, giocato su supporti corali fatti da Renato Gasparini ed Alessandra Pacheco. Anche l’amico Karl Potter gioca un ruolo fondamentale con le percussioni, sottolineando in maniera adeguata il concetto musica-terra. Ecco dunque che si sconfina nell’etnico e nel suono mediterraneo, ma anche in angoli soffusi e di classe, come in “Sensei”. Toccante il duetto acustico Possenti-Gasparini in “Work In Progress”, un dialogo tecnico ma soprattutto caldo, dettato da un notevole bagaglio storico culturale dei musicisti che si palesa fra le note. In “Starstrings” ritroviamo alla batteria Mauro Mencaroni, con gli Agorà dal primo album. Nuovo frangente acustico di cristallina bellezza il duetto Gaparini – Mercuri e gli amici si susseguono fra le note con l’ingresso alle tastiere di Giovanni Ceccarelli nel brano da lui composto dal titolo “Oceano”.
Agorà, realtà dell’entroterra marchigiano che nulla ha da invidiare alle band straniere, autori di questo gioiello sonoro che non deve mancare in nessuna discografia di chi ama la musica nel suo termine più profondo.
“Ichinen” è il principio fondamentale del buddismo, non solo “Io” ma anche gli altri, questo dare è solare fra le note dell’album e come lascia intuire l’artwork (curato e dettagliato anche all’interno), è semplice….come un bicchiere d’acqua! (MS)

martedì 25 giugno 2013

I Salici

I SALICI - Nowhere Better Than This Place, Somewhere Better Than This Place
Selfproduced

Distribuzione italiana: Lizard
Genere: Folk Rock
Support: CD - 2012




Come suonerebbe oggi la musica medioevale se si incontrasse con la struttura Rock ed il Folk? Ce lo raccontano i Salici. Provenienti dal Nord Est d'Italia, il quintetto composto da Marco Stafuzza (mandola, viella, viola), Marco Fumis (chitarra elettrica, percussioni e batteria), Devid Strussiat (voce , chitarra, basso), Simone Paulin (tromba, filocorno) e Stefano Rusin (contrabbasso, percussioni) si forma nel 2007.
Nel 2009 danno al web la possibilità di scaricare gratis il loro primo lavoro, colonna sonora di un documentario al festival Aeson-Arti nella natura, al sito www.pagefound.com .
Questa musica ben si sposa con la natura, visto che nasce dalla convivenza con i musicisti, non difficile accostarla ad immagini verdi e rilassanti, anche se il Rock a tratti nervoso non viene a mancare. Chi segue il Progressive Rock e conosce una band svedese dal nome Ritual, capirà bene di cosa sto parlando.
Fonte d'ispirazione principe per i Salici resta il fiume Isonzo e la musica medievale, assieme a suoni etnici, tutto questo porta ad una rappresentazione sensoriale bucolica a partire da "Feeding Roots", prima delle undici tracce che compongono il disco. Sanno rendersi ruvidi, "Eyes In Windows" può sembrare più Heavy di tante altre composizioni fatte da band Heavy Metal, non per i suoni chiaramente, ma per il tipo di approccio al brano.
Un altra componente fondamentale nell'economia sonora è la Psichedelìa, la quale di tanto in tanto viene ad emergere fra le note, come ad esempio in "Wood Jacked". Importante e seguita la formula canzone, nessun brano esula da questa componente, malgrado il tipo di proposta sonora. Ipnotica, spesso ripetitiva, la musica avvolge l'ascoltatore portandolo spesso fuori dalla realtà. Chitarra acustica per "Clouds And Leather", in lidi dove Gilmour (Pink Floyd) percorre note in quel di "Obscured By Clouds" (guarda caso) e "More" per poi tornare al suono elettrico e nervoso nella successiva "Disco".
Concorrono sonorità anni '70, sensazioni antiche ma sempre tenute legate all'attualità dalle redini del Rock odierno, un connubio dove le strumentazioni antiche donano fascino aggiunto.
Altro pezzo ispirato all'Isonzo è "Mosquito (Dragged By The River)", cantato in inglese e decisamente più folcloristico di altri passaggi che si possono ascoltare. La chiusura viene affidata alla suite di dodici minuti "Om", a mio avviso il lato più penetrante della band.
I Salici sono quindi una formazione che esula dalla banalità delle proposte odierne e che punta ad un pubblico attento e preparato. Noi italiani dobbiamo avere più autostima perché abbiamo la cultura e capacità decisamente superiori alla media, solo che non le sappiamo esporre adeguatamente. Piuttosto ci lasciamo sommergere da un mare di letame sonoro straniero. Peccato. MS

lunedì 24 giugno 2013

Filoritmia


FILORITMIA – Passaggi
AUTOPRODUZIONE
Genere: Progressive Hard Rock
Support: On Line- cd  2008/ 09


Tornano a distanza di parecchi anni i Milanesi Filoritmia e ci stupiscono ancora una volta per la scelta di divulgare la propria musica. Una autoproduzione alquanto meticolosa e messa (GRATIS)  a disposizione di chi la volesse ascoltare  nel loro sito
Ma per gli amanti del supporto classico, il cd lo si trova anche nei negozi specializzati. Tornano con questo secondo album “Passaggi” ed io ritengo che sia un titolo perfetto, in quanto nella loro musica esistono mille sfaccettature, davvero molti passaggi. Incontriamo l’Hard Rock, il Dark, il classicissimo Progressive, il Jazz, insomma davvero tanti “passaggi”.
Un disco fuori dal tempo, quello che rende felici tutti gli amanti del genere, soprattutto degli anni ’70. I pezzi sono tutti di lunga durata e variano dai sei ai dieci minuti l’uno.
Su una base Hard Rock comincia “Colla E Gesso”. Subito in evidenza la voce di Giorgio Mele e poi un sound greve, a tratti oscuro per un refrain orecchiabile.
Cambi di tempo all’interno, ecco il seme Prog che cresce per poi svilupparsi in un solo di chitarra e tastiere caratteristico del genere. Ciò che dona l’effetto anni ’70, sono soprattutto le tastiere di Angelo D’ariano. Un arpeggio di chitarra e la voce di Mele aprono “Senza Sale”, canzone differente dalla precedente e molto attenta al lato commerciale, autrice di un ritornello gradevole.
I Filoritmia hanno ascoltato anche Le Orme, Il Banco, gli Atomic Rooster e compagnia bella, tutto questo di tanto in tanto affiora nelle composizioni.
Ancora una volta resto colpito dal lato strumentale del pezzo, nell’assolo degli strumenti fuoriesce l’anima della band, una cultura Rock di buono spessore, messa a nudo per il nostro ascolto. Buoni i cambi di tempo di Antonio Mazzucchelli (batteria) e di Matteo Scarparo (basso), ma è la chitarra di Roberto Riccardi a tracciare sentieri nuovi nella nostra mente.
Dotati anche di un buon senso di humor, i nostri artisti si inventano una nuova tarantella Rock strumentale ed allegra, stile PFM, ma con i tempi che corrono il titolo cambia ed al contrario dell’originale, si chiama “Non è Festa”.
Momento davvero simpatico, che si regge sulle tastiere nel refrain, una chicca geniale che mi ha davvero fatto sorridere. Ecco, musica soprattutto per divertirsi e far divertire, anche se i Filoritmia quando vogliono sanno fare sul serio.
Ogni singolo brano è un tassello stilistico a se, come un tributo ad ogni stile. E così si cambia rotta con “L’uomo Che Torna”, un sound più raffinato ed intimistico che si scambia con tratti nervosi e graffianti.
Ancora chitarre Hard per “Godo”, altra minisuite di quasi dieci minuti di buono ed antico Rock. “Il Sogno Del Fotografo” prosegue il discorso più Progressivo e miscela sonorità alla Delirium con Gentle Giant, King Crimson e molto altro ancora.
Ma come si dice….Dulcis in Fundo, “Manifesto” è un pezzo Hard Prog che farà impazzire letteralmente tutti gli ascoltatori amanti del genere. Io ho goduto a pieno del momento strumentale finale, uno dei frangenti più importanti che ho ascoltato in questo 2009.
Ecco, questi sono i Milanesi Filoritmia, una band che ha saputo fare propria l’essenza dell’arte Rock, che l’ha saputa metabolizzare e che ora ce la ripropone alla sua maniera. Non fermarsi mai, ricercare ed ascoltare, questo è il vero sunto del Progressive Rock ed io faccio tanti complimenti a questi ragazzi, perché mai e poi mai bisogna dimenticare da dove si viene, ma allo stesso tempo andare avanti. Complimenti davvero! (MS)

sabato 22 giugno 2013

The Red Zen

The RED ZEN - Void
Ma.Ra.Cash

Distribuzione italiana: si
Genere: Prog / Fusion
Support: CD - 2011



I The Red Zen si formano nel recente 2009 e sono un progetto dedito ad un Jazz Rock Prog dalle influenze sia Psichedeliche che Fusion. L’idea nasce da quattro artisti gia noti nel nostro paese per aver militato (ed alcuni fondato) band di notevole caratura quale i “genesiani” The Watch. Qui le sonorità affrontate sono però di ben altra sostanza, amanti dell’improvvisazione e dell’ensamble strumentale, i The Red Zen registrano questo debutto in quel di Milano. Chi ama il Progressive Rock, troverà in “Void” numerosissimi punti di riferimento, fra i quali gli Ozric Tentacles, Genesis, Weather Report, King Crimson, Pink Floyd, EL&P su tutti.
Certamente unire Jazz alla Psichedelìa non è cosa in cui ci si imbatte tutti i giorni, per cui è naturale e spontaneo sottolinearne la bontà del messaggio culturale, assolutamente indirizzato ai palati più sopraffini, ossia a tutti coloro che dalla musica pretendono qualcosa di più che un semplice refrain e ritornello. Onore anche alla Ma.Ra. Cash che crede e sviluppa lavori di artisti che suonano principalmente per il proprio piacere, non obbligatoriamente rivolti ad un mercato più ruffiano e popolare.
Ettore Salati (chitarre), Angelo Racz (tastiere), Roberto Leoni (batteria) e Nicola Della Pepa (basso) sono gli artefici di questo disco suddiviso in nove tracce per una durata di quasi un ora di musica.
Con una pulizia sonora davvero efficace e cristallina, il disco si apre con “Cluster”, un intercalare di tastiere e chitarra elettrica su un a ritmica sostenuta ma mai caotica. I solo strumentali sono il nocciolo dell’ascolto, per cui ampio spazio a duetti fra Salati e Racz, il tutto inevitabilmente come lo stile Prog insegna, ossia fra cambi di tempo. In generale, l’approccio musicale è di chiaro stampo live, si denotano in tutti i brani le scorribande sonore tipiche dell’improvvisazione e del divertimento frutto della jam, tuttavia in questo caso la cura per gli arrangiamenti e per la struttura musicale è notevolmente curata. Tutti i pezzi sono di medio lunga durata, si viaggia sui sei minuti per brano ed ognuno di loro esprimono solarità, quella tipica della nostra musica. Trascinante “Hot Wine”, mentre “Slapdash Dance” è stile Brand X, davvero energetica nella sua semplicità armonica, salvo svilupparsi successivamente fra suoni psichedelici dettati dal sitar di Salati. Di certo la fantasia non manca al quartetto, tanto meno la tecnica individuale, anche se tutto questo non va a discapito della linearità sonora, mai fa capolino la sensazione di soffocamento da scale improbabili. Invece i Genesis vengono inesorabilmente chiamati in causa a tratti dalle chitarre, ma questi sono solo brevi frangenti, per il resto l’orizzonte sonoro propone davvero di tutto. Di “Alexa In The Cage” se ne hanno due versioni, una strumentale ed una cantata, qui il compito al microfono viene espletato dallo special guest Joe Sal.. Se si vuole cogliere un momento di respiro dopo tanto sciolinare, bisogna giungere ad “Into The Void”, dove le tastiere disegnano aurei movimenti supportati dal caldo basso di Nicola. Gradevolissimo il solo di chitarra, qui fuoriesce in tutta la sua nudità la cultura musicale dei quattro componenti, i quali dimostrano di avere nel proprio bagaglio culturale davvero tanti punti di riferimento.
In definitiva “Void” non ha segni di cedimento, chi ama la musica qui descritta troverà in esso un capolavoro, io invece non mi attengo a questo, ma riesco comunque a quotare il tutto con entusiasmo e piacere, quello che i The Red Zen riescono a trasmettere. In Italia abbiamo tanti grandi artisti, supportiamoli, perché non hanno nulla a che invidiare a nomi più altisonanti e troppo spesso sopravvalutati. Consigliatissimo. MS



venerdì 21 giugno 2013

Daniele Romina

ROMINA DANIELE - Diffrazioni Sonore
Selfproduced

Genere: Sperimentazione Vocale
Support: CD - 2005



Cogliamo immediatamente l’occasione per ricordare (anche se noi non lo abbiamo mai dimenticato) uno dei vocalist più importanti del mondo: Demetrio Stratos. Può sembrare inadeguato iniziare una recensione in questa maniera, ma d'altronde Romina Daniele è dedita alla sperimentazione vocale proprio come il greco degli Area. La voce di per se è uno strumento, ma l’uomo non si è mai spinto aldilà di un certo limite, vuoi per la paura di rovinare le corde vocali, vuoi per mancanza di necessità, a pochi interessa ascoltare un suono forzato e poco melodioso. Ma la voce ribadiamo che e’ uno strumento e come tale andrebbe adoperata. Ho usato il condizionale perché anche noi che usufruiamo di musica spesso storciamo il naso davanti a certe prove. Male, bisognerebbe approcciare al discorso con la preparazione “culturale” e mentale adeguata, consapevoli di non incorrere ne in melodie da canticchiare, ne in musica da fischiare.
Romina Daniele è giovane, ma la sua vita è tutta dedita all’arte, studia la chitarra, scrive poesie, dipinge, studia storia e metodologia dell'arte, teorie e storia del cinema. Nel 2005 conferisce il Premio Internazionale Demetrio Stratos Per La Sperimentazione Musicale e questo basta per mettere a fuoco l’artista.
In “Diffrazioni Sonore” ascoltiamo mezz’ora di vocalizzi, improvvisati in tre ore di studio, concepiti in tre anni di solitudine, passione e silenzio, come ama dire l’artista stessa. Un esperimento sonoro in cui la voce si trasforma in mille sonorità differenti, proprio come fa un elastico quando viene pizzicato e teso.
Personalmente non credevo che in questo tempo ci fossero ancora in circolazione artisti con la voglia di creare nel puro senso del termine, tutto oggi gira intorno al “dio” quattrino ed un prodotto del genere certo non fa coppia con esso. In me questo disco ha fatto uno strano effetto, al primo ascolto ho pensato che fosse “anacronistico”, al secondo “futuristico”, in realtà ho capito che “Diffrazioni Sonore” non sono altro che Romina Daniele ed il proprio “Io”. Nella sua voce troverete nuovi colori, arricchite la vostra tavolozza, se volete, a tutti gli altri consiglio un ascolto preventivo. MS


ROMINA DANIELE
Aistànomai, Il Dramma della Coscienza
Selfproduced

Genere: Sperimentazione Vocale
Support: CD - 2007




Con il precedente “Diffrazioni Sonore” abbiamo conosciuto un artista unica nel suo genere, Romina Daniele. E’ una sperimentatrice della voce ed un amante attiva dell’arte in generale, anche di quella pittorica e fotografica. Il lavoro di “creazione” che abbiamo potuto apprezzare in “Diffrazioni Sonore” è stato prettamente vocale, senza alcuna aggiunta di strumentazioni. Coraggioso ed intraprendente, con una dose artistica davvero elevata, la stessa che ritroviamo oggi nel più appetibile “Aisthànomai”.
“Comprensione”, questo è il significato di questa parola greca, l’artista prende possesso della conoscenza dell’arte e trasmette a noi, con i suoi 17 pezzi, la vocazione che fa riferimento alla scienza filosofica applicata all’arte. Ci trasmette le sensazioni che prova, nei testi a tratti di poetica natura, il dramma della coscienza e ciò che accade all’uomo.
Questa volta non è solo mera applicazione vocale, ma nelle tracce si aggirano strumenti elettronici sul tappeto dei quali, la cantante esprime tutto il suo essere. La voce si spinge oltre, aldilà della logica strutturale della stessa, alla quale siamo sempre stati abituati negli ascolti musicali. Teatralità, intensità, bizzarria e coraggio che si incrociano in maniera “reticolare”. Come ama definire l’artista “Aisthànomai comporta Diffrazioni sonore ed introduce diffrazioni testuali (laddove il testo comunemente inteso è l’emblema dell’onniscienza che voglio scardinare) e diffrazioni digitali….”. Per quello che concerne sempre il testo, ci sono citazioni a Barthes e si analizza la consapevolezza di conoscere il proprio io ed il mondo che ci circonda. Ancora una volta mi ritrovo a parlare, seppur brevemente, di una persona che vive l’arte a 360°, senza limiti e con tutta se stessa.
Non sono comuni questi artisti, vivono nel sottosuolo del Prog (se vogliamo trovargli per forza una ubicazione….) e credono ciecamente nell’arte, quella pura ed incontaminata e la respirano.
Ovviamente non venderanno dischi a quantità industriale, tuttavia sono degni di nota e meritano rispetto, perché l’arte ha bisogno di “progredire”, ha bisogno di ricerca, ha necessità di esplodere in tutta la propria magniloquenza. Romina Daniele brilla di luce propria, è fuorviante, ma se la si ascolta senza barriere mentali, allora la si potrà apprezzare in tutta la sua sfolgorante bellezza. Con “Aisthànomai” conoscerete nuovi luoghi psichici , ma attenzione, questo viaggio è consigliato solamente ai più curiosi di voi e di ampie vedute, agli altri sottolineo il fatto che qui non ci sono schitarrate o quant’altro rappresenti il Rock. Dove vorrà arrivare? MS



mercoledì 19 giugno 2013

MARTIN KLEID – 8Lights
300 Records
Genere: Indie Rock
Supporto: cd – 2011




Electro Rock, New Wave, Indie Rock in questo debutto dei marchigiani Martin Kleid. La band composta da Sasha Polita (voce, chitarra e programming), Claudio Santoni (chitarra, Synth), Francesco Pellegrinelli (basso) e Michele Bellagamba (batteria), si forma nel 2010 e si adopera fra anni ’80 e ’90, quando Depeche Mode e company mettono il seme elettronico nel Rock, frutto successivamente colto da Radiohead ed oggi da Coldplay e Muse su tutti. Ben si adoperano nei ritornelli, sempre gradevoli e di facile memorizzazione. Nei sette brani cantati in inglese i riferimenti non esulano, personalmente ci colgo anche i Placebo.
Quello che noto maggiormente nel loro lavoro è il piacere di suonare, la solarità, il divertimento che risulta indubbiamente contagioso. Lo stile inglese ben si addice al modus operandi e se andiamo a considerare che stiamo parlando di un debutto, beh…. Solo tanto di cappello. Sette brani  compongono “8Lights” e mi colpisce anche la continuità con cui riescono a tenere alta l’attenzione dell’ascoltatore, grazie a buone melodie, supporti di chitarra a tratti nervosi ed elettrici e dei gradevoli interventi di Synth che impreziosiscono il tutto. “Fat Land” è uno dei momenti migliori del disco, mentre un lieve calo (se così lo vogliamo chiamare) lo riscontro in “Most Beautiful Things”, perché indubbiamente stereotipata. Però questo è il genere, difficile tirare fuori da esso nuove idee, anche se lo sforzo dei Martin Kleid è notevole.
Non stiamo parlando sicuramente di ragazzi sprovveduti, malgrado la loro giovane età la sede live è il loro habitat migliore, li ritroviamo anche agli Eventi Musicali Indipendenti di Arezzo e Roma e vincono il We Love Festival Marche.
Sasha è di origine russa e riesce perfino a portare la band in un mini tour proprio nella terra degli Zar, dunque l’esperienza i ragazzi la stanno facendo sulla propria pelle ed i consensi non mancano. Altro momento che si lascia apprezzare in maniera particolare è la più pacata “You Are All That I Need”. Top brano il conclusivo “Stranger”, per intensità ed introspettività. I Martin Kleid sono dunque una nuova realtà da tenere sotto osservazione e soprattutto da vedere in sede live. Alla band solo un consiglio, cercate di lavorare ancora di più sulla personalità, individuare quel qualcosa che vi contraddistingua decisamente dal calderone delle altre band di settore, magari con qualche inserimento di nuove strumentazioni (è un esempio ovviamente), allora ne sentiremo veramente delle belle. Le adeguate  melodie le sapete già comporre, per cui potete solo che crescere. Bravi. (MS)

lunedì 17 giugno 2013

Osada Vida

OSADA VIDA - The Body Parts Party
Metal Mind
Distribuzione italiana: Andromeda Dischi
Genere: Prog
Support: CD - 2008



A distanza di pochissimi mesi da “Three Seats Behind A Triangle” ritornano i polacchi Osada Vida. La band di Metal Prog si migliora in poco tempo, relegando in “The Body Parts Party”otto brani di media e lunga durata ricchi di sonorità Progressive, Metalliche e Psichedeliche.
Un viaggio sonoro nel corpo umano, si trattano argomenti fisici, da come ben si può intuire dalla copertina. Apre proprio “Body- The Body Parts Party”, un buon biglietto da visita che appaga l’ascolto, grazie a cambi di tempo ed umorali. La band del batterista Adam Podzimski si è arricchita di sonorità moderne rispetto ai lavori precedenti, il Metal Prog propostoci è più estroverso e giovane. “Lievr- Mr Live Letter To You” ci mostra una band al culmine della propria maturazione, il songwriting è complessivamente buono. Ottimo l’apporto delle tastiere di Ralf R6 Paluszek. Migliorata leggermente anche la dizione d’inglese da parte del bassista Lukasz Lisiak, oggi meno scolastica. Personalmente apprezzo di più la loro musica quando sono le chitarre sostenute di Bartek Bereska a salire in cattedra, ma questo è solo questione di gusto personale. Si entra nell’intricata rete del cervello proprio con “Brain- Mind On Clou Nine”, una musica pacatamente tecnica. Non vorrei comunque sembrare troppo buono, nel senso che non è tutt’oro quello che riluce, ci sono anche passaggi a vuoto, noiosi, che non legano con le buone idee che aleggiano nel disco. Manca il collante, ossia ciò che unisce gli ottimi assolo strumentali ai refrain, come nell’ottima “Spine- In Full Swing”. Un altro neo di questo cd è la non proprio ottima produzione, il suono non risulta del tutto nitido, ma questi in buona sostanza sono gli unici difetti. Per il resto nulla da ridire, anzi non resta che complimentarmi con loro per il miglioramento e per la passione in cui nutrono e credono con il cuore…e si sente.
Chiudo con una curiosità, Osada Vida è un piccolo paese del Benin, dove ancora gli abitanti vivono in armonia, lontani dal caos e dalle incomprensioni della nostra società cosiddetta “civilizzata”. Un sogno…. MS


sabato 15 giugno 2013

Angels And Demons

ANGELS AND DEMONS – Power Fusion
SG Records
Genere: Hard Prog / Virtuoso
Supporto: cd – 2013



Esordio discografico per il Power trio del virtuoso chitarrista Alex Stornello, presidente della scuola internazionale Modern Music Institute.
Una proposta musicale rivolta ai più esigenti ascoltatori di Rock e a tutto quello che si aggira attorno al significato del termine Prog, ossia innesto sonoro fra differenti generi musicali. Infatti è la Fusion che in questo caso si mescola con il Jazz e dell’Heavy Rock, per un risultato finale altamente coinvolgente. Assieme a Stornello suonano Giorgio “JT” Terenziani al basso e Paolo Caridi (Arthemis, Killing Touch e Michele Luppi Band) alla batteria, ma anche special guest, Andrea Goldoni alle tastiere ed il cantante Gianbattista Manenti.
“Power Fusion” (titolo azzeccatissimo) è suddiviso in dieci tracce e si apre con “Angels & Demons”, quasi sei minuti in cui il trio scannerizza il proprio DNA, mettendo in luce la tecnica ed il gusto per la melodia. Alcuni potranno paragonare questo modus operandi a quello dei Liquid Tension Experiment, in realtà gli Angels And Demons danno meno risalto alle improbabili fughe strumentali al limite del logorroico, concentrandosi più sulla melodia , concedendosi solo di tanto in tanto una bella corsa sullo strumento. Ovviamente la chitarra la fa da padrona, notevolmente anche nell’assolo della successiva strumentale “When Money Talks Bullshit Walks”.
Sale in cattedra il basso di JT in “Traffic Jam”, il ritmo aumenta e cambia nel corso dei quasi otto minuti, uno dei momenti più interessanti dell’album. Cascate di note fuoriescono dal pentagramma di Stornello.
Curiosamente si incontrano due brani che si ripetono in versioni differenti, strumentale e vocale, questi sono “The Riddle” e “Clare Is Gone”. La bella voce di Manenti è ottima interprete anche a carattere emotivo oltre che fonetico. Hard Rock più accessibile in “Clare Is Gone”, sicuramente piacerà anche ai fans dell’AOR. Più sostenuta e variegata “The Riddle” e qui il ruolo di Caridi è valorizzato, preciso e tecnico dietro alle pelli. Quando invece ascoltate “The Clarinet’s Pain” immaginate gli UZEB più Heavy. Con “No Blues” si scopre il lato delicato del trio, pur non essendo una ballata nel puro senso del termine.

Questo è “Power Fusion”, un esordio fresco ed accattivante, uno stile che mette in luce anche la classe, quella di tre strumentisti che conoscono approfonditamente la musica. MS

Silver Lake

SILVER LAKE – Every Shape And Size
SG Records
Genere: Metal Prog
Supporto: cd – 2013



Dopo il buon debutto del 2011 per SG Records dal titolo “Silver Lake”, il quintetto Metal Prog Silver Lake si ripresenta sullo scaffale dei dischi con “Every Shape And Size”. Un ritorno più scuro e consapevole, una maturazione e sicurezza dei propri mezzi che sfoggia una macchina sonora ben rodata. Infatti di anni di lavoro alle spalle i Silver Lake ne hanno, iniziano nel 2003 come cover band di Dream Theater, Angra e Pain Of Salvation per poi passare nel 2007 a composizione di materiale proprio. Tutto questo si sente fra le note dei brani, ma c’è da rimarcare anche la succitata crescita di personalità. Il suono è limpido, garantisce così una buona distinzione fra gli strumenti, questo consente di apprezzare il lavoro corale.
Davide Bertozzi (voce), Riccardo Fabbri (tastiere), Giovanni Matichecchia (chitarra), Luigi Rignanese (basso) ed Andrea Urbinati (batteria) aprono il disco con “Invisible To The Eye”, mostrando attenzione per precursori come Queensryche e Dream Theater su tutti.
Certamente i cambi di tempo sono immancabili, così come i giusti ritornelli, quelli da cantare a squarciagola, il tutto fra l’altalenante ed eterna lotta fra potenza e melodia, prerogativa del Prog Metal.
“Hold Me Close” ne è testimonianza e ricca porzione di potenza adrenalinica spalmata sopra una fetta di gradevole melodia. Sembra di tornare indietro nel tempo all’ascolto di “Shaping The Scarlet Flame”, quando il genere mette a segno i primi giusti colpi. Eppure il sound dei Silver Lake trapela mediterraneità, probabilmente inconscia ma inesorabile. Si sale di livello con “Guardian Demon” e le coralità, fresca e ruffiana al punto giusto. Qui la band mostra maturità, miscelando tutti gli ingredienti del Metal Prog in maniera equa, in più un bell’assolo di tastiere.
Strumentale giostra funambolica “The Illusion”, divertimento contagioso e vademecum per chi vuole imparare il genere dalle basi. Il cd è ben equilibrato, le scelte dei brani è giusta nella collocazione, fra alti e bassi emotivi che consentono di tenere sempre alta l’attenzione.
Vigorosa “Basic”, più meditata “58”. “Escaping From This Town” nasconde sorprese che lascio a voi scoprire mentre “Nowere At All” potrebbe benissimo uscire dalla discografia dei Queensryche, così la conclusiva “Dorian”, una semi ballata malinconica dal ritornello orecchiabile ma anche impegnativa.

I Silver Lake sono una delle belli attuali realtà Metal Prog italiane, la dimostrazione che il lavoro ed il tempo pagano sempre, così il perseverare. Realizzazione gradevole e professionale una volta tanto marcata Italia. MS

Runaway Totem

RUNAWAY TOTEM - Ai Cancelli dell'Ombra
Lizard Records / Andromeda Relix
D
istribuzione italiana: si
Genere: Rock sperimentale / Progressive
Supporto: CD – 2010




Ho gia avuto modo di parlare dei Runaway Totem in altre occasioni, del loro stile ricercato, quantomeno sperimentale come ad esempio quello dei francesi Magma. Per chi non è ferrato nel genere, dico che spaziano nella Psichedelìa cosmica, altrimenti chiamata Space Rock, ma qui c’è molto altro. Una band che cerca di assorbire tutta l’essenza in cui si trova, ogni elemento è ricettivo nel captare le vibrazioni armoniche che viaggiano nello spazio. Ogni singolo elemento è parte di questo microcosmo sonoro e quando esso finisce di captarne l’energia, è naturalmente sostituito con un altro individuo. Tutto questo giustifica il mutamento della line up della band nel tempo.
“Ai Cancelli Dell’Ombra” è un live registrato su due piste nel 1994 ma edito dalla Lizard solamente nel 2010. Questo è un documento interessante, dove la band espone gran parte del materiale tratto dal primo album “Trimegisto”. La magia dell’esibizione dal vivo presenta numerose varianti rispetto al materiale da studio, questo perché i Runaway Totem assorbono anche le percezioni del pubblico presente che diventa parte attiva dell’evento. Tutto è amalgamato in un contesto diretto e spontaneo. Profondità e tenebre avvolgono l’ascolto, amplificato dalla voce a volte interpretativa e a tratti lirica di Ana Torres Fraile, un connubio astratto e comunque nell’insieme melodioso. Giochi di chitarre elettriche supportate dalle tastiere mai invasive, si inseguono in numerosi cambi di tempo e d’umore.
Nei cinque brani che compongono il disco si percepisce a pelle l’atmosfera che si va creando nel Teatro Albatros di Genova. I Runaway Totem a tratti induriscono il suono con chitarre distorte e rendono ancora più greve lo stato d’animo di chi ascolta, un muro sonoro spesso alto ed impenetrabile che non concede distrazioni. Alta è la sperimentazione in “Segreto Tra Le Mura”, fra suoni, Metal e lirica, ma è tutto il live che si propone in maniera perentoria nei trequarti d’ora incisivi e fuorvianti. Divertenti alcuni cori, diretti e cantabili anche dal pubblico, ma messi in un contesto alquanto astratto. C’è di tutto e di più.
Bisogna ringraziare la Lizard ed Andromeda Relix per avere ancora oggi il coraggio di credere in certi progetti che vanno aldilà della mente, cioè nel territorio dello spirito. Chi altri ha il coraggio di investire in ciò che in realtà è arte pura, ossia dove l’artista fa esclusivamente ciò che vuole, senza restrizioni dall’esterno. Sempre più rari signori miei…. MS



giovedì 13 giugno 2013

The Bad Mexican

the BAD MEXICAN
This is the First Attempt of a Band Called
Lizard Records

Distribuzione italiana: si
Genere: Psychedelic
Support: CD - 2012



La cosa che più mi ha messo in difficoltà nel recensire questo esordio del quartetto toscano The Bad Mexican, è stata trovare un termine per inquadrare lo stile proposto. Davvero ne hanno di fantasia e di coraggio i messicani cattivi, hanno mescolato di tutto, dall' Heavy Rock alla sperimentazione, Psichedelìa, Post Rock e Krautrock! Ma poi mi sono proposto che non è importante farsi tante preoccupazioni, l'obbiettivo principe di un artista è coinvolgere e piacere all'ascoltatore, oltre che a se stessi.
L'artwork disegnato da Marinella Caslini rappresenta nella fattispecie proprio l'astrusità e la poca logica della proposta sonora mutante e comunque divertente. Questo è un pesce meccanico ispirato alla disegnatrice da delle illustrazioni enciclopediche dell'ottocento.
Ma veniamo alla band che è composta da Tommaso Dringoli (chitarra-voce), Filippo Ferrari (basso), Matteo Salutari (batteria) e da Davide Vannuccini (elettronica-sassofono), nel 2009 nascono come progetto Metal con il nome Valkyrian. Evidentemente il genere andava loro stretto, per cui l'esperienza ed il tempo li portano a perscrutare questi nuovi lidi sonori.
"This Is The First Attempt Of A Band Called" è composto da otto tracce per una durata di cinquanta minuti di musica. Detto questo nulla di strano se il lavoro comincia con un intro parlato e recitato fra rumoristica e suoni ritmici oppressivi, questo è "A Melody Soft And Lazy" e se avete anche voi una lente d'ingrandimento, potrete leggere i testi all'interno dell'artwork.
Le danze musicali vengono aperte ufficialmente dalla penetrante "Inches", con ritmiche spezzate ed insistenti, affogate in una Psichedelìa liquida, quasi impalpabile. Se vogliamo dare dei punti di riferimento al lettore, direi Mars Volta e per i più ferrati di voi i Sleepytime Gorilla Museum, band originale ed innovativa.
Adiacente giunge "Miles" con i suoi undici minuti, un profondo pozzo di suoni ripetitivi, spaziali ed ipnotici, un tuffo nel Krautrock per estraniare la mente dal mondo circostante. "Steps" è giocosa ed a ritmo di colpi di tosse, si toccano frangenti cari anche ai svedesi Hoyry-Kone o ai svizzeri Yolk.
"Dirty Sanchez" urta il cervello, lo provoca e lo mette a dura prova fra cambi di ritmo e voci deformate, tutto questo sopra un susseguirsi di soluzioni stilistiche apparentemente incongruenti fra di loro. Resta il fatto che otto minuti sembrano volare, qui la band esprime le migliori idee. Bello anche l'approccio di "(Z'opho'phi'a)", mentre la conclusiva "Lucifer Rising On Ciudad Juarez" scimmiotta l'elettronica dei tedeschi Kraftwerk ed il loro cadenzato stilema stilistico.
Avrete dunque capito che questo primo lavoro dei The Bad Mexican non è uno scherzo e che all'ascolto serve un approccio mentale adeguato. Ci sono buone idee, bei momenti di forte personalità, considerando soprattutto che stiamo trattando un debutto, tuttavia consiglio loro di smussare troppe ripetizioni che allentano l'ascolto.
Davvero interessanti e coraggiosi, aria nuova nel Rock italiano (se così lo possiamo chiamare), era ora e se avete anche tempo, provate a risolvere il rebus all'interno del libretto del cd. Buona fortuna! MS

Under The Sun

UNDER THE SUN - Under the Sun
Magna Carta

Distribuzione italiana: Edel
Genere: Prog Metal
Support: CD - 2000




Non c’è nulla da fare, la Magna Carta è sinonimo di qualità, raramente mi è capitato di incocciare contro realizzazioni scadenti. Questa volta tirano fuori dal cilindro gli Under The Sun, un'altra magia Metal Prog dalle sane influenze AOR. Il quartetto conosce bene sia la storia del Rock, sia dell’Hard Rock, ecco allora fuoriuscire dalle canzoni sonorità a volte moderne, altre tipicamente anni ’70 ed altre ancora anni ’80. Un caleidoscopio di emozioni, repentini cambi di tempo, finalmente pochi Dream Theater ed un gusto per la melodia tipicamente americano.
Bella la voce del cantante e chitarrista Chris Shryack, in sfoggio sin dall’iniziale “This Golden Vojage”. Questa canzone farà sobbalzare dal divano parecchi di voi, proprio come ho fatto io. Gli Under The Sun sono al debutto, ma hanno gia tecnica e personalità da vendere. Una degna produzione esalta il suono, specialmente della batteria di Paul Shkut. “Tracer” è variegatamene sognante, pur non essendo una ballata, in possesso della chiave dello scrigno delle emozioni. Il ritornello è furbesco, diciamo da stadio, ma nel complesso non possiamo proprio parlare di canzone commerciale, anche perché improvvisamente subentrano le schitarrate alla Pink Floyd, quelli di “The Wall”. Sono sicuro che cominciate ad incuriosirvi e fate bene, perché questo disco ha girato per molto tempo nel mio stereo.
Geniali nella breve “Seeing Eye God”, il basso di Kurt Barabas riesce a svolgere un ottimo lavoro. Stile Yes per “Perfect World”, mentre il ritornello richiama alla mente i Gentle Giant, questo per ricollegarmi a quanto detto in precedenza al riguardo degli anni ’70. Più semplice, ma non meno bella “Reflections”, specialmente nei solo di chitarra. Ma da questo momento in poi il disco ha una variante, i brani si allungano, la matrice Progressive lascia segni più marcati e pure le tastiere di Matt Evidon. Ascoltare “Breakwater” è pura goduria, riesce a dipingere nella nostra mente immagini di lande nordiche, cattura l’attenzione grazie all’assortimento sonoro, si lancia in repentine fughe strumentali mai stucchevoli e dirette, insomma il sunto del Prog. Ma non è tutto, il bello arriva con la successiva “The Time Being”, dieci minuti di suoni e fresche idee suddivise in tre parti, “In The Valley Of The Shadow Of” , “Passage Angel” e “Scream For Redemption”. In esso c’è tutto lo stile degli Under The Sun, annesse influenze. A seguire, senza tregua, “Dream Catcher”, influenzata dall’Hard Rock melodico degli anni ’80, una canzone fresca che ci fa conoscere un differente lato della band. Si chiude in bellezza con i clamorosi nove minuti di “From Henceforth Now And Forever (PS124)”. Le tastiere sono molto presenti, la voce è filtrata, i suoni fluttuano nella nostra testa come una nebbia, gli Under The Sun ci danno la stoccata finale.
Personalmente in conclusione del disco sono assorto, le emozioni sono state parecchie e l’ultimo brano, specialmente nel solo di chitarra e di basso, mi ha straziato tanto da convincermi a rischiacciare la traccia 10.
Non capitano spesso esordi del genere, ma non solo, non capita neppure di imbattersi in dischi così intelligenti, forse troppo. Paradossalmente quando è così c’è il rischio di non essere compresi dal grande pubblico, il quale ha sempre privilegiato la semplicità. Ma attenzione, qui siamo in campo Metal Progressive, quindi i fans sono obbligati a comperare questo bel disco, gli altri ovviamente possono essere esonerati. MS

martedì 11 giugno 2013

Litai

LITAI - Litai
Open Mind

Distribuzione italiana: Lizard
Genere: Jazz Prog
Support: CD - 2012




In ambito musicale capita anche di vincere prima un concorso (Omaggio A Demetrio Stratos) e poi di esordire discograficamente. Ciò è accaduto ai veneziani Litai, autori di un Jazz Prog marcato e dalle spigolature Crimsoniane. Il genere proposto dal quartetto non è sicuramente dei più commerciali, ma si indirizza verso un pubblico preparato ed attento.
Stefano Bellan (batteria), Mattia Dalla Pozza (sax), Francesco Piraino (chitarra) e Michele Zavan (basso), ci accompagnano verso un viaggio lungo otto tracce per una durata di cinquanta minuti di musica.
Ascoltare "Vadapianov" che apre il disco è come fare un salto sia nel tempo che fra generi musicali quali il Prog, il Jazz e la Scuola Di Canterbury, un concepimento strutturale al quale bisogna dedicare attenzione. Non passano di certo inosservati i giri di chitarra in stile Fripp (quello più recente) sopra i quali il sax di Pozza si diverte a rotolare. Brividi scorrono sulla pelle all'ascolto dell'intro arpeggiato di "Bagnasco", sensazioni dettate dal profumo degli anni '70 che emana la musica. Queste di tanto in tanto fanno capolino fra le note che comunque tendono a restare relegate ad un contesto più moderno. Ovviamente non possono mancare i cambi di tempo ed umorali, i Litai tendono a muoversi in base alla loro apertura mentale, senza vincoli o restrizioni di sorta. Buono il lavoro della ritmica a dimostrazione di una band coesa e per nulla inesperta.
"Babinia" in alcuni tratti mi fa ritornare alla mente gli Arti & Mestieri, per poi però lasciarsi andare verso contesti più attuali, una sorta di Akinetòn Retard (per chi conoscesse questi cileni) all'italiana. Narrazione vocale introduce "Cantico", acido e tagliente, una sorta di Area più King Crimson, il tutto sempre sotto la supervisione del sax.
"Hybris" ha il retrogusto dei paesi nordici e l'artwork del disco ad opera di Marta Cupoli, ben rappresenta la situazione con grigiore e nebbia. Rabbia e dolore nel cantato recitato. Così è anche per "Olio Su Tela", qui cadono proprio a pennello (scusate il gioco di parole) i termini degli Arti & Mestieri di "Tilt": "Immagini Per Un Orecchio".
Ritmiche stoppate aprono il brano che si sviluppa fra sussurri e buoni basi ritmiche dettate dal preciso basso di Zavan. Quando parte la chitarra elettrica, personalmente mi giungono alla mente i Landberk, ma i Litai fanno presto a cambiare nuovamente strada. Questo è uno dei brani che apprezzo di più.
"Oltraggio" prosegue il cammino di ricerca strutturale e a questo punto dell'album l'orecchio si è piacevolmente adeguato all'andamento della situazione. "Kamasutra Gong" chiude il discorso e mi ritornano alla mente di nuovo le band nordiche, ma questa volta si trattano degli Anekdoten.
Avrete dunque notato la quantità di paletti che vi ho piantato per i punti di riferimento stilistici, molti nomi a paragone e questo dimostra la preziosa proposta dei veneti. Un disco non scontato ed aperto a tante soluzioni, sono certo che alcune di loro piaceranno ai più "open mind" di voi. MS

lunedì 10 giugno 2013

Il ritorno degli ALTARE THOTEMICO

Ma.Ra.Cash
è lieta di presentare:

SOGNO ERRANDO
Il nuovo disco degli Altare Thotemico


7 brani - 65 minuti
(Ma.ra.Cash Records)


A quattro anni di distanza da un omonimo album di debutto che aveva lanciato nel panoramaprogressive italiano e straniero gli Altare Thotemico, la formazione bolognese torna con un'opera ambiziosa, coraggiosa, molto diversa dal primo disco: Sogno Errando è un album che custodisce ancora la tensione poetica interpretata da Gianni Venturi - anomala figura di poeta, attore e interprete - inserendola in un contesto mai così vicino al jazz e all'improvvisazione. 

"Non crediamo sia cambiata la direzione, il punto d’arrivo è il medesimo: sono semplicemente cambiati i mezzi che usiamo per arrivare. Lo sviluppo musicale del gruppo - in particolare grazie all'impulso dato dal pianista Leonardo Caligiuri - ci ha spinto verso il jazz, inteso come chiave di lettura per miscelare le diverse tendenze di ognuno di noi. Rispetto al primo disco l’energia è la stessa, così la voglia di giocare, di creare senza vincoli, senza pensare a cosa ne sarà di ciò che nasce! Una sorta di estraneazione o follia creativa, presente crediamo in tutti e due gli album". 

Sogno Errando
 è figlio di un nuovo organico: con i fondatori Gianni Venturi, Valerio Venturi(basso) e Leonardo Caligiuri (pianoforte) si schierano musicisti poliedrici come Emiliano Vernizzi (fiati), Max Govoni (batteria) e Gabriele 'Legolas' Toscani (violino). Una line-up inedita che sancisce lo spostamento verso territori jazz: "Siamo convinti che la staticità non sia musica! Amiamo il Jazz perché dentro c’è tutto: si pensi a Miles Davis… Non ci rivolgiamo più almondo progressive a meno che non s’intenda progressione, cioè movimento orizzontale. Con questo album cerchiamo di fondere diversi stili musicali e ci rivolgiamo a chiunque ama la musica: “Costruire il futuro con elementi del passato”, per citare Goethe". 

Composto da sette lunghi brani che congiungono l'improvvisazione e la free-form, lacanzone d'autore, il jazz elettrico caro ad Area e Soft Machine e l'enfasi teatrale di un ispirato Venturi, Sogno Errando è un anomalo concept album. "Non è una storia raccontata con più testi - dichiara la band - ma un album nato da un concetto-guida: le correnti sotterranee, le culture dimenticate, alce nero, la terra, la memoria, la profondità. Le composizioni nascono sempre dall’incontro tra Venturi e Caligiuri: parlando, bevendo, suonando, andando al cinema, pensando, i due trovano l’idea, il concetto dal quale tutto si dipana. La copertina con ilvolto senza occhi rappresenta lo spegnimento della mente e l'apertura delle porte della percezione"


Informazioni:

Altare Thotemico:
https://it-it.facebook.com/pages/Altare-Thotemico/153261531379777

Ma.Ra.Cash:
www.maracash.com

Ufficio stampa Synpress44:
www.synpress44.com

domenica 9 giugno 2013

Alan Morse

ALAN MORSE - Four O’Clock And Hysterya
Insideout
Genere:Guitar-Prog
Supporto: cd 2007



Se il New Progressive contemporaneo ha fatto per l’ennesima volta rialzare il capo ad un genere apparentemente morto, lo dobbiamo soprattutto a gruppi svedesi come Anglagard, Anekdoten e Landberk tanto per fare alcuni nomi, mentre dall’altra parte dell’oceano il merito spetta ai Spock’s Beard dei fratelli Morse. Neal, cantante e polistrumentista della band sappiamo bene il corso che ha intrapreso, abbandonando la band per una dignitosa carriera solista con tanto di devozione per il cristianesimo. Alan invece resta con i suoi compagni d’avventura Dave Meros (basso), Nick D’Virgilio (batteria) e Ryo Okumoto (tastiere).
In questa prima avventura da solista gli Spock’s Beard sono tutti al suo fianco, compreso il fratello alle tastiere, quasi a volerlo lanciare al meglio.
Mentre Neal ci ha abituati a canti logorroici, al contrario Alan tace, ma fa cantare le sue mani. In alcuni frangenti sembra quasi di essere ritornati dieci anni addietro, quando il gruppo faceva gridare al miracolo, oggi questi cambi di tempo e d’umore non stupiscono più, ma hanno intatto il loro fascino. Il ritornello di “Return To Whatever” è l’emblema dello stile Spock’s Beard. Alan si diverte a lanciarsi in veloci esercizi per le dita, ma anche in melodie accattivanti e ben pensate, come nella graziosa “Drive In Shuttle” che ricorda “Devil’s Got My Throat” tratta dal fortunato doppio “Snow”.
Il disco trasmette allegria, Alan è un personaggio positivo e sa ben dosare tecnica con cuore. Ci sono momenti davvero di grande Rock misto a Blues, come in “R Bluz” e nella sofisticata e toccante “First Funk”. A differenza della maggioranza di dischi Progressive, “Four O’ Clock And Hysteria” non contiene suite e se vogliamo esula in parecchi particolari dalla maggioranza dei prodotti del caso.
Al basso compare Gary Lunn e alla batteria Scott Willianson, mentre l’intervento con il violino elettrico è affidato alle mani di Jerry Godman. Il lato più duro (ma non troppo) di Alan è descritto nell’elettrica “The Rite Of Left”, mentre “Chroma” ci espone nuove sonorità, per paragonarle alle nostrane diremmo alla Perigeo. Davvero emozionante la conclusiva “Home”.
Questo lavoro solista è più che onesto, un disco di vera musica senza troppi orpelli, chitarristico ed immediato, dove i sentimenti si intrecciano come in una scaletta DNA con la tecnica.
Non c’è niente da fare, la famiglia Morse è veramente toccata da un talento fuori dal comune, lunga vita ai Morse! Amanti della chitarra, mano al portafoglio.

sabato 8 giugno 2013

Donato Zoppo Racconta Battisti nel 1971

DONATO ZOPPO - Amore, Libertà e Censura
Il 1971 di Lucio Battisti
Edizioni Aerostella
2011




Un altro libro su Lucio Battisti? Eppure si è detto tutto sul più grande cantautore italiano che negli anni ‘70 ha saputo cantare e far cantare l’Italia e non solo. Certamente la caratura del personaggio ed il suo carattere hanno fatto si che siano uscite migliaia di articoli, fra recensioni ed interviste, oltre che centinaia di libri. C’è da rimarcare che più della metà di queste operazioni sono state quantomeno commerciali, basate molto sulle interpretazioni dei testi del grande Mogol e poco più. Ovviamente la biografia è sempre stata narrata, più o meno dettagliatamente da molti di questi “tomi”, anche se Battisti non ha fatto parlare molto della sua vita privata. Nota la sua decisione di sparire dai media per incompatibilità morale.
Tante le leggende e diciamolo pure tante invenzioni sui suoi comportamenti ed i casi vissuti dal numero uno dei cantautori italiani. Le “verità” sono molteplici, più o meno attendibili, ma la testimonianza di chi gli è vissuto artisticamente vicino è quantomeno importante.
Donato Zoppo ha saputo mirare e sparare il suo libro in un contesto ben preciso, arricchendolo di particolari testimonianze e di dettagli, come pochi altri autori hanno saputo fare. L’argomento è focalizzato in un periodo dell’artista romano, quello più “Progressivo” del 1971, anno in cui ha realizzato quel disco particolare dal titolo “Amore Non Amore”, prodotto preso di mira dalla censura italiana. Se vi dicessi che è stato inciso con la PFM e con la partecipazione di Alberto Radius (Formula Tre), basterebbe del suo per attirare la vostra attenzione. Ebbene, la storia già parla da se, ma bisogna anche saperla narrare. Ecco che nelle pagine di “Amore, Libertà e Censura” scorrono molteplici paragrafi che sanno stupire per novità, ma soprattutto per precisione, quella del narratore fans del cantautore, soprattutto amante di un periodo storico musicale ben preciso.
Un libro concentrato su un disco non è da tutti i giorni, fra aneddoti, censure, testimonianze, specie se poi non è il lavoro che ha fatto la fortuna dell’artista. Un tassello fondamentale per l’evoluzione Battisti, suddiviso in quattro brani strumentali dal titolo chilometrico e quattro cantati, che poi non sono dei classici così osannati, “Dio Mio No”, “Una”, “Se La Mia Pelle Vuoi” e “Supermarket”. Ed allora il giornalista Donato Zoppo interviene chirurgicamente ad estrapolare passaggi centesimali su un discorso prettamente chilometrico ed irto di difficoltà, tante quante il 1971 ha saputo proporre, fra bombe e controcultura.
La struttura del libro è dunque suddivisa in biografia del periodo in analisi, le problematiche con la Ricordi, la descrizione e la spiegazione della copertina di “Amore E Non Amore” e dei significati racchiusi nelle liriche del disco brano per brano, l’ambito in cui è nato, il contesto sociale e culturale di quegli anni con cui l’ascoltatore medio ha convissuto, la censura di “Dio Mio No” e di altre canzoni non solo di Battisti e molto altro ancora. Un grande lavoro di raccolta di informazioni concentrate in maniera congrua per questo libro che un amante non solo dell’autore romano, ma della buona musica in generale, non deve mancare nella propria biblioteca casalinga.
Molti i passaggi ed i ricordi che, per chi come me, ha una certa età e si vede comparire avanti situazioni che la mente aveva accantonato. Un piacere riscoprire e documentarsi con leggerezza, proprio perché il libro ha anche questo pregio, di essere scorrevole e diretto. Ho avuto modo di apprezzare Donato Zoppo giornalista nel libro precedente “Premiata Forneria Marconi 1971-2006”, che a mia volta consiglio di leggere, oggi con “Amore, Libertà E Censura” ho avuto conferma delle sue capacità descrittive e di documentazione. Con la prefazione di Giorgio Piazza, il libro è dedicato proprio a Lucio Battisti. Da leggere con curiosità. MS

Pangea

PANGEA - Retrospectacular
Lion Music
Distribuzione italiana: Frontiers
Genere: Hard Rock
Support: CD - 2010



I Pangea muovono i passi negli anni ’90, è qui che tentano le cose migliori, producono due album senza comunque raccogliere troppi consensi. La band è un trio proveniente dalla Danimarca ed è composto da Torben Lysolm (voce e chitarra), Jan Engstom (basso) e da Tony Olsen (batteria).
Il loro Hard Rock Melodico, al limite dell’AOR riesce comunque ad attirare l’attenzione di molti metallari, quelli più orientati verso le melodie orecchiabili. In realtà “Retrospectacular” ha una lunga e travagliata storia , in sintesi vi dico che è un album iniziato verso la fine degli anni ’90 e mai concluso a causa di problemi con il mercato Giapponese (casa discografica fallita). Il suono che scaturisce da questo album farà sicuramente la gioia degli estimatori di band come Extreme, Mr.Big e Y&T. Dunque tutta l’esperienza accumulata nel tempo rende i brani passati più frizzanti, le composizioni si sono arricchite nel tempo di tutto quello che il Rock ha successivamente dato negli anni a venire. Ovviamente il genere resta limitato nei propri stereotipi, ma certe smussature i Pangea le hanno sapute dare.
Musica che trasuda sudore, che vuole graffiare ma con accortezza, diciamo con sensualità, una sorta di schiaffo e bacio, l’opener “Time’s Up” lo testimonia. Irresistibile il solo di chitarra verso il finale, vi ritroverete a scuotere la testa senza volerlo. Più aperta in sonorità “Hold Your Fire”, con un ritornello che sicuramente avrebbero voluto scrivere in molti. “Right Between The Eyes” ha una base portante, un Blues stile Whitesnake ed un groove non indifferente. “Blindfold” non cambia le carte in tavola, come invece fa “Little By Little”, più articolata e ricercata nel riff, un movimento arabeggiante che rende ancora di più sensuale l’ascolto. Per ascoltare una semi ballata bisogna giungere a “Shot”, canzone assolutamente radiofonica e se ben distribuita perfino da successo assicurato.
L’Hard Rock è fatto di riff importanti e questo i Pangea dimostrano di saperlo con “Don’t Let Go”, così di carica erotica, per cui “House Of Love” è concepita all’uopo. “Retrospectacular” è un disco divertente, non impegnativo e personalmente mi è piaciuto. MS


venerdì 7 giugno 2013

Fruitcake

FRUITCAKE - Power Structure
Cyclops

Genere: Symphonic Prog
Supporto: cd - 1998



Nella discografia di questo gruppo Norvegese ho estrapolato "Power Structure", disco della effettiva maturazione stilistica. I Fruitcake sono il progetto del batterista cantante Pal Sovik il quale nel tempo ha dimostrato di sapersi evolvere anche se le influenze dei Pink Floyd e dei Genesis sono forse troppo marcate. Il suo cantato è sinceramente troppo Pinkfloydiano.
Ho parlato di evoluzione perché dopo un esordio imperniato su situazioni molto grevi e tristi, man mano hanno saputo evolvere il suono in ambientazioni più Heavy e paradossalmente anche più Progressive. Dopo un disco d'esordio praticamente introvabile (salvo aspettarci qualche nuova ristampa) i Norvegesi nel 1994 producono "How To Make It" (Cyclops), disco di buona caratura tecnica ma a tratti troppo scontato, essi vogliono essere con questo lavoro l'alternativa a gruppi come Landberk, Anglagard ed Anekdoten.
Nel 1996 tentano con un cambio formazione (via i due chitarristi per Jens G. Sverdrup chitarra e Gunnar Bergersen al basso) un mutamento stilistico marcato verso un ambientazione triste e buia proprio come la loro terra. Il risultato è stato criticato da molti addetti ai lavori, io personalmente non scarterei proprio tutto, anzi, ritengo "Room For Surprise" (Cyclops) denso di emozioni, anche se capisco la pesantezza dell'intero lavoro. Ci sono giorni comunque che questo disco può farci tranquillamente da colonna sonora.
1998, ancora un cambio formazione e stilistico, via tutti, la tastierista e cantante Siri M. Seland e compagnia bella per fare spazio a Helge Skaarseth alle tastiere, Robert Hauge alla chitarra ed Olav Nygard al basso e poi di nuovo cambio stilistico per ritornare a quella atmosfere tanto care ai Genesis. Il risultato si chiama "One More Slice" (Cyclops). In esso si respira aria meno greve ed il risultato non può che trarne vantaggio. Lo stesso anno la formazione rimane pressoché invariata salvo notare l'ingresso della flautista Nina C. Dahl che contribuisce in maniera notevole al miglioramento stilistico della band.
E' la volta del bellissimo "Power Structure" (Cyclops) che consiglio a tutti gli amanti della buona musica di tenere nella vostra discografia.La chitarra di Robert partorisce assoli di una bellezza abbagliante così come il Moog ed il Mellotron di Helge e la nostra mente torna indietro nel tempo, mentre per chi è nuovo a questi suoni non può fare altro che rimanere colpito, ne sono sicuro. Con questo "Power Structure" i Fruitcake sono riusciti non solo a mixare insieme tutte le caratteristiche dei loro precedenti lavori, ma addirittura a migliorarli. Il suono più Hard lo troviamo in apertura con "Hold Your Ground", mentre un ritorno a ritroso è "The River Of The Dog", oppure riscontriamo i Genesis nella bellissima "Just A Little Bit More Time". "The Bogeyman (Part2)" è la canzone che preferisco nella sua semplicità e tristezza. Ottime fughe strumentali in "Velvet Night" mentre il flauto di Nina fa venire la pelle d'oca in "Touched By The Fire". Agli amanti dei brani strumentali i Norvegesi dedicano "This One Will Make Us Rich" e chiudono questo lavoro con la sognante "Silence Reigns".
In parole povere questi Fruitcake non è che abbiano dato nulla di nuovo al complesso mondo Progressivo , ma si sono certamente fatti amare da tutti coloro che apprezzano il genere grazie alla loro "ruffianaggine"sonora e come un buon vino rosso, con il tempo hanno saputo migliorare. A volte basta poco per stare bene, senza troppe masturbazioni cerebrali! MS



giovedì 6 giugno 2013

The Trip come back: Atlantide

THE TRIP ATLANTIDE

DA MARTEDÌ 11 GIUGNO
IN TUTTI I NEGOZI DI DISCHI E IN TUTTI GLI STORE DIGITALI
IN DOPPIO CD E DOPPIO VINILE




Esce martedì 11 giugno ATLANTIDE l'attesissimo digipack celebrativo dei THE TRIP. Il box è un'eccezionale Legacy Edition contenente Atlantide rimasterizzato e l'inedito Live in Tokyo 2011,  che SONY MUSIC propone in DOPPIO CD e in DOPPIO VINILE.

Quella dei The Trip è una delle storie più uniche e intriganti del progressive italiano degli anni '70, periodo in cui la band, nata in Inghilterra, pur affrontando alcuni cambi di line-up, ha prodotto la sua intera discografia.

Nel maggio 1972 esce Atlantide, un album fondamentale per gli appassionati di Prog Rock. il suono della band anglo-italiana si armonizza chiaramente al progressive di stampo anglosassone. Il disco è un concept album che prende spunto dal mito del continente scomparso  per simboleggiare la genesi e la caduta della società totalitaria.
La band ha sempre riscosso consensi di critica e pubblico, anche grazie al virtuosismo del  tastierista Joe Vescovi e del batterista Furio Chirico, virtuosismi di cui proprio questo album è ricco. Un lavoro tecnicamente ineccepibile che per alcuni rappresenta il vertice toccato dal gruppo.

Dopo un lungo periodo di sospensione dell'attività, la band nel 2010 ritorna sulle scene partecipando a Roma al festival “Prog Exhibition”. Con la formazione composta da Joe Vescovi, Arvid “Wegg” Andersen (scomparso nel 2012), Furio Chirico e la collaborazione di Fabrizio Chiarelli e Angelo Perini, i The Trip nel 2011 partecipano all'Italian Progressive Rock Festival di Tokyo, uno dei festival di maggior successo in Giappone. Questa è l'occasione per registrare Live in Tokyo 2011.

Il 2013 è l'anno della celebrazione della carriera della band, ATLANTIDE è l'imperdibile doppio album che non può assolutamente mancare nella collezione di tutti i cultori del genere.



Info e contatti:


SONY MUSIC ITALY www.sonymusic.it

mercoledì 5 giugno 2013

Death Riders

DEATH RIDERS - Through Centuries of Dust
Lost Sound Records

Distribuzione italiana: si
Genere: Power Thrash Metal
Support: CD - 2011




I Death Riders sono una band proveniente dalle Marche e precisamente da Fabriano. In un territorio dove il genere Metal viene bandito ed ignorato da tutti coloro che invece dovrebbero valorizzare le band e la cultura in generale, i Death Riders da questa situazione sembrano trarne energia. I cinque ragazzi si cimentano in un genere alquanto diretto e potente in quanto amanti del Metal in generale e dopo sette anni di sforzi psicologici, cambi di line up e tre demo, finalmente giungono al loro debutto discografico dal titolo “Through Centuries Of Dust”.
La band è composta da Marco (Cane) Monacelli (Chitarra), Cristiano Coppa (Basso), Alessio Monacelli (Batteria), Francesco Pellegrini (Chitarra solista e tuttofare) e Valerio Gaoni (Voce).Un debutto dunque meritato, non solo perché avvenuto come dicevo in presupposti avversi, ma soprattutto perché i ragazzi hanno cose interessanti da dire. Il disco parla delle condizioni umane e della morte in generale, intesa come un passaggio, come dicono gli stessi protagonisti “morire è come un nuovo sorgere”, poi sta ad ognuno di noi interpretare il messaggio a proprio piacimento.
La musica contenuta nel disco è suddivisa in undici tracce, nessuna delle quali è contrassegnata da un numero, in quanto l’intento del realizzatore della cover Marco Stagnozzi , è quello di ritenerle tutte dello stesso livello. Il genere proposto è un mix dettato dalle personalità dei singoli componenti, si passa dal Thrash Metal al Power più classico e a qualche tinta di Progressive Metal. Il mastering è stato realizzato nei studi finnici di Mika Jussila, del quale si è parlato in molte recensioni e per maggiori dettagli vi consiglio di sbirciare qui: http://www.mikajussila.fi/en/music/artists tanto per farvi capire la caratura del personaggio.
Ma veniamo alla musica, il primo brano mette subito in evidenza le capacità degli artisti, con coralità che sembrano fare l’occhiolino ai Blind Guardian. Ottima la prova vocale di Gaoni, il quale riesce a modulare la voce a seconda dei casi, parti pulite a spunti rabbiosi più grezzi. Impossibile restare indifferenti avanti al ritornello trascinante. “Legion” segue con ulteriore adrenalina in serbo, ancora una volta le coralità ed un ritornello convincente fanno si che tutto resti impresso nella mente di chi ascolta. Buoni i dialoghi da parte delle chitarre ed interessanti i cambi di tempo. I Death Riders non si sforzano ad essere originali a tutti i costi, piuttosto badano al sodo e riescono nell’intento di trasmettere divertimento, quello che loro provano nel suonare questa musica. Più incalzante il ritmo in “Death Riders” altro brano epico e trascinante. Più introspettivo ed articolato “Shelter”, dove si parla tristemente della morte di una ragazza, qui l’anima più oscura e malinconica della band fuoriesce fra le note, proponendo un Metal rasente il Gothic. Più canonica “The Eclipse”, in perfetto stile Power Metal mentre “Season Of Loss” mostra i muscoli della band. “War Inheritance” descrive i scenari apocalittici di Hiroshima e Nagasaki e quindi via di corsa su timbriche sostenute e drammatiche. Ottimo il lavoro ritmico da parte di Alessio e Cristiano, buona intesa fra gli elementi a dimostrazione che suonare per anni assieme porta ad ottimi risultati. “Sinfonia” scorre senza troppi sussulti, ma con buona classe, mentre “Reason And Fate” possiamo etichettarlo come un classico dei Death Raiders. Segue “Crimson Liberty”, dove si parla drammaticamente di campi di sterminio, un brano pesante ed articolato, dove la ritmica parte improvvisamente verso cavalcate in stile Blind Guardian. Cambi di tempo spezzano l’ascolto, rendendo questo uno dei brani più interessanti del disco. Chiude “When Everything Lies”, il lato nuovamente gotico della band. Voce e chitarra dove Valerio disegna malinconiche melodie color pastello.
Questi in definitiva sono i Death Riders ed il loro “Through Centuries Of Dust”, un disco che pur essendo un debutto colpisce per freschezza e capacità. Consigliato a tutti coloro che ascoltano Heavy Metal in generale e se dovessi dare loro un voto darei sicuramente un bel sette. Ora, cari ragazzi, attendiamo curiosi le vostre future realizzazioni… stupiteci, ma intanto “Benvenuti”! MS