giovedì 23 febbraio 2017

Retrospective

RETROSPECTIVE – Re: Search
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2017


La band Retrospective giunge con “Re: Search” al quarto prodotto in studio dopo quasi cinque anni dall’ottimo “Lost In Perception”. Il sestetto rappresenta al meglio la nuova ondata Progressive polacca, molto ricca negli ultimi anni di band valide al riguardo. Fanno parte della scia Riverside, con sonorità rivolta a gruppi come Porcupine Tree e Tool su tutte.
I Retrospective ritornano con le loro atmosfere, e la mutazione da crisalide a farfalla è espletata. Gli anni hanno dato esperienza ed alcuni angoli sono stati smussati a favore di una personalità più rocciosa e la voce di Jakub Rosak è giusta interprete del loro sound. Non dimentichiamo tuttavia che “Lost In Perception” è stato premiato come “Best Polish Progressive Album” nel 2012.
La Progressive Promotion, come sua consuetudine, propone il prodotto in un elegante formato cartonato, con tanto di libretto contenente i testi e l’artwork a cura di Bartlomiej Muselak e Maciej Klimek. La copertina è ad opera di Dimitra Papadimitriou, oramai stile e marchio di riconoscimento della musica della band.
Essendo Metal Progressive (se proprio dobbiamo etichettare questa musica), i riff giocano un ruolo importante, così le melodie che devono fare da traino al percorso sonoro che in “Re: Search” è suddiviso in nove episodi.
Sin dall’iniziale “Rest Another Time” si può godere di una registrazione equilibrata, ulteriore punto in più a favore del prodotto finale. Non ci sono suite, a favore di canzoni di media durata che si aggirano attorno ai cinque minuti o poco meno, questo per l’immediatezza del messaggio emotivo sonoro.
La musica è scorrevole, sostenuta da una ritmica precisa e senza troppi fronzoli. L’immediatezza e la semplicità sembra essere entrata in casa Retrospective.
Compaiono spesso atmosfere oscure o che comunque tendono a far immaginare situazioni dolorose o di disagio. Le tastiere di  Beata Lagoda sono importanti in molti frangenti, come nell’inizio di “Right Way” e fanno scorrere sulla pelle dei fans Dream Theater più di un brivido.
“The End Of Their World”, di cui ne esce anche l’ep nel 2016, è un pezzo che si fa presto apprezzare grazie al ritornello ruffiano e godibile. Tuttavia per chi vi scrive i momenti più interessanti dei Retrospective giungono dai movimenti più introspettivi. Beata canta in “Roller Coaster”, canzone che potrebbe uscire benissimo dalla discografia Porcupine Tree ultima era, questo grazie al lavoro delle tastiere. Più convenzionale “Heaven Is Here” ma nel solo di chitarra, seppur breve, coglie il suo momento di gloria emotiva. Il discorso è leggermente differente per “Look In The Mirror”, sunto musicale-culturale della band, dove mettono a nudo le influenze e le proprie conoscenze. Più immediata “Last Breath”, un macigno sonoro graffiante e rude. E dopo l’ottima “Standby”, il disco si chiude con il brano più lungo (sette minuti) dal titolo “The Wisest Man On Earth”, crescendo psichedelico dal mordente Metallico.

I Retrospective puntano sull’immediatezza, pochi giri di parole e pochi orpelli inutili, tanto che stento molto a relegarli nella fascia “Progressive”, piuttosto mi viene in mente il termine Post Prog. Ma a prescindere dalle terminologie, il prodotto è ben suonato, ben confezionato e ben registrato, e questo è già risultato. MS

venerdì 17 febbraio 2017

Riverside

RIVERSIDE - Shrine Of New Generation Slaves
Metal Alt Prog 
Genere: Metal Prog
Supporto: cd - 2013



Questo fenomeno mi ha sempre affascinato. La Polonia ha da tempo a questa parte regalato ottime band e musica di elevata fattura tecnica, i Riverside oramai li conoscono tutti gli amanti del Metal Prog. 
Si formano nel 2001 grazie a Mariusz Duda, Piotr Grudzinski (il chitarrista muore nel 2015 per arresto cardiaco) e Piotr Kozieradzki, amanti del Progressive Rock e del Metal.
Il fenomeno mi ha affascinato in quanto non a pieno da me metabolizzato. Essendo io, (come i Riverside stessi) amante dei Porcupine Tree, sono abituato ad ascoltare un mix fra Pink Floyd, Radiohead, Metal e King Crimson, un genere che oramai conosco a menadito, nei suoi crescendo e nei mutando. Ecco allora che resto affascinato dal primo lavoro dei Riverside, una band che ha queste prerogative e che dunque promette bene, ma poi? 
Disco dopo disco (seppure sempre belli), i polacchi non decollano, restano li e ti lasciano quella sensazione di incompiuto, quando hai mangiato poco e ti alzi da tavola ancora con la fame. Manca il decollo,corrono ma non si staccano... Non partono. I brani presi uno per uno sono tutti belli, la loro tecnica si è affinata, la band viaggia a livelli professionali altissimi, così la produzione...però alla fine mi viene voglia di ascoltare un disco della band di Wilson. Bel disco dicevo, specie per chi li conosce per la prima volta, ma secondo me devono osare di più, specialmente in fase di assolo e crescendo, le carte in regola ci sono tutte.
Il disco è consigliato agli amanti di Porcupine Tree, Radiohead, Anathema, Opeth, Pink Floyd e Tool. MS

mercoledì 15 febbraio 2017

Sylvan

SYLVAN – Home
Gentle Art Of Music
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2015


Non c'è niente da fare! Ecco un altra band che ha tutto, tecnica, buon songwriting, idee...eppure i tedeschi Sylvan hanno solo raccolto complimenti a parole e meno in vendite. Il perché a mio avviso va ricercato in quello stile che risiede a metà strada fra l'orecchiabile ed il tecnico, ossia, quel limbo che il Prog fans integralista non digerisce, salvo in rarissimi casi. Peccato perché a loro per questo motivo è mancato l'album del lancio, ossia il capolavoro sempre sfiorato. Questo è il nono album da studio e la dice lunga sulla perseveranza e comunque su certa attenzione. Nella loro musica, così in "Home" c'è la storia di certo Prog, anche sonorità dure e queste non è che poi piacciano così tanto al succitato Prog fans integralista.
Il loro sound è influenzato da band quali Pink Floyd, Marillion e Genesis, da qui il primordiale nome della band nei primi anni ’90 di Chameleon. L’Hard Rock non è mai mancato fra le composizioni, rendendo il sound proposto a tratti molto vigoroso. In “Home” il gruppo è formato da Marco Glühmann (voce), Volker Söhl (tastiere), Sebastian Harnack (basso) e Matthias Harder (batteria) e si coadiuvano di diversi special guest. Il disco è composto da dodici canzoni e la registrazione in studio è molto professionale.
Essendo New Prog, le tastiere ricoprono un ruolo centrale, alternando fasi di tappeto sonoro come sfondo, a veri e propri slanci di protagonismo, con assolo mirati e pieni di pathos. “Not Far From The Sky” apre in maniera struggente fra tastiere, oboe, archi e voce ad intendere che la musica dei Sylvan non è mai scontata ed il crescendo sonoro sta li a dimostrarlo. Una gemma che da sola risplende l’album. Musica raffinata anche nella successiva “Shaped Out Of Clouds”, anche perché non è altro che il suo prosieguo. Ritornello grazioso di Marillioniana memoria, periodo Hogarth.
I Sylvan alternano frangenti più banali, no nel senso cattivo del termine ma orecchiabili, ad altri meno convenzionali, dimostrando uno sforzo creativo  notevole, che solo saltuariamente è in possesso ai più grandi. Mi viene da dire che in certi istanti possono ricordare i Dream Theater più raffinati.
Ci sono mini suite come “In Between” o “The Sound Of Her World”, gradevoli e scorrevoli. Questo è un altro pregio dei Sylvan, la fruibilità dell’ascolto. Al termine di esso qualcosa resta sempre, sinonimo di aver centrato comunque l’obbiettivo, questo aldilà dei gusti personali.
Altri momenti struggenti si possono ascoltare in “With The Eyes Of A Child” o nella conclusiva “Home”. 
Questo è un album che esula dalla banalità della media di questi prodotti, così come la discografia della band tedesca, rea solamente di essere probabilmente “orecchiabile”.

Chi gode di New Prog troverà qui pane per i suoi denti, forse griderà anche “Alleluia” e questo è il bello della musica. Emozionante. MS

Holocaust

HOLOCAUST – Covenant
Neat Metal Records
Genere: NWOBHM
Supporto: cd – 1997


Piccoli gioielli spesso sono soffocati da migliaia di uscite discografiche di basso spessore, ci si accorge sempre troppo tardi della loro esistenza, oppure al tempo non si è dato il giusto peso all’opera in questione. Accade sempre più spesso, anche se il caso dei mitici Holocaust è davvero particolare. Sono una band di Boston, ma si formano nel 1977 a Edimburgo in Scozia. Fanno parte della famosa corrente NWOBHM (New Wave of British Heavy Metal), quando alla fine degli anni ’70 il Punk va ad incrociarsi con l’Hard Rock. Per fare alcuni nomi vi cito Iron Maiden, Judas Priest, Def Leppard, Elixir ed i Praying Mantis. Ebbene, agli esordi sono un quintetto capitanato dal vocalist Garry Lettice. Le influenze dei Black Sabbath sono marcate e la chitarra di John Mortimer padroneggia in ogni solco. E’ proprio questo il problema, John, o meglio la sua personalità, è troppo ingombrante nel gruppo e questo farà si che gli Holocaust si sciolgano molto presto, salvo poi ricomparire nei più recenti anni ’90 (precisamente1992) sotto la forma di trio e con solo John superstite del combo.
Ma ritorniamo per un momento indietro nel tempo per ricordare un gioiello che i cavalieri metallici ci hanno lasciato, ossia quel “The Nightcomers” (1981) che racchiude in se gioielli come “Shoot The Moon” e “Death Or Glory”. Indispensabili per la NWOBHM ma veramente sfortunati in campo di vendite.
Detto questo, veniamo a “Covenant” che è inaspettatamente spettacolare, quel disco che non ti aspetti, oscuro, greve, a volte mastodontico nel suo caracollare ritmiche pesanti, eppure tutti i brani godono di una melodia stupenda, di facile memorizzazione. Brani che si stampano facilmente in testa e che non restano difficili da cantare assieme a loro.
Con John Mortimer suonano Steve Cowen alla batteria e Graham Hall al basso. Dieci brani per più di un ora di musica, compresa una strepitosa suite dal titolo “The Battle Of Soaring Woodhelven”. Ci sono pezzi addirittura quasi radiofonici da quanto sono orecchiabili, come ad esempio “We Shall See Him As He Is”, ma non per la durata (più di sei minuti). Buono il cantato e tutto il Metal degli anni ’80 rivive in ogni nota dell’album. La chitarra è roboante, un macigno che ben si sposa con il mastodontico suono del basso. Un equilibrio così perfetto come raramente si può ascoltare in questo ambito.
Gli Holocaust nel tempo danno alla luce altri due buoni dischi, “The Courage To Be” nel 2000 e “Primal” nel 2003.
L’unica cosa negativa di “Covenant” sicuramente è la copertina, li si che qualcosa di meglio si poteva fare.

Da ricordare anche un triste episodio, Il bassista originale Robin Begg è morto nel 1990 per una caduta accidentale. MS

martedì 14 febbraio 2017

Plurima Mundi

PLURIMA MUNDI – Percorsi
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017 


Molto spesso capita di fare alcune riflessioni sulla vita, come la si affronta o la si subisce, perché in effetti non tutto va come deve andare. L’origine, o per meglio dire la partenza e l’arrivo sono i due punti estremi, ma l’importante è il viaggio ed esso ci segna e ci plasma sotto tutti i punti di vista.
Tornano i pugliesi Plurima Mundi dopo l’esordio dal titolo “Atto I” (2009 – Ma.Ra.Cash Records) e lo fanno per raccontarci questo concetto del “viaggio” in quattro brani. I testi sono ad opera della scrittrice Maria Giuseppina Pagnotta.
I Plurima Mundi si formano nel 2004 a Taranto da un idea di Massimiliano Monopoli (compositore, violinista e maestro). La musica che propongono è rivolta al Progressive Rock nel senso generale, ma in essa si incastonano numerose influenze, quali il Jazz, la World Music, il Rock, la Fusion e la musica cinematografica, il tutto legato da quella splendida condizione denominata “mediterraneità”. Sono un sestetto, oltre che da Monopoli, composto da Massimo Bozza (basso), Grazia Maremonti (voce), Silvio Silvestre (chitarra), Lorenzo Semeraro (pianoforte) e Gianmarco Franchini (batteria).
L’album si apre con una mini suite di quasi undici minuti dal titolo “Eurasia”. Una cavalcata strumentale. E’ la batteria a fare un breve intro al pezzo, fin da subito si può godere di una buona registrazione, i volumi sono equilibrati e le strumentazioni nitide. Il violino sale in cattedra e traccia il solco da intraprendere nelle melodie. Nel brano esistono tutte le prerogative che rendono il Progressive Rock italiano degno di nota ed immortale, cambi di tempo, solo strumentali, un puzzle inconfondibile e a tratti dallo stampo classico. Il suono è pieno, caldo e rivolto sempre con lo sguardo verso una melodia semplice e gradevole. Qui non c’è sperimentazione quanto voglia di comunicare immagini come in una colonna sonora di un film.
Segue “E Mi Vedrai… Per Te”, qui gli anni ’70 aleggiano nell’aria, con voce e piano fra dolcezza ed enfasi, vera a propria vetrina per le grandi doti malleabili di Grazia Maremonti.
“L…. Tu Per Sempre” è una canzone che viene riproposta nell’album anche come bonus track finale in versione singolo, l’originale è di otto minuti e punta sulla suddetta mediterraneità, non a caso può richiamare alla mente certi passaggi di band come PFM ed altre ancora.
La suite conclusiva “Male Interiore (La Mia Età)” ha un inizio introspettivo, relegato agli arpeggi di una chitarra di Genesiana memoria, mentre lo svolgimento va emotivamente in crescendo. Le sferzate di violino donano al brano incisività e sono degno tappeto per la voce di Grazia.

Perché comperare nel 2017 ancora un disco di musica così' variegata? Semplice, perché è fatto per il piacere di suonare, senza astrusi fini, sincero, professionale, concepito da persone che sanno suonare. Lo stile Plurima Mundi è ricco di immagini, a volte anche “scolastico”, ma nel buon senso del termine, concettuale e storico. Definirla "musica per la mente" è quantomeno doveroso. MS

Panem et circenses

Vale ancora nel 2017 il detto "Panem et circenses" ?


Quello che sta accadendo nel mondo, a mio modesto parere, non è altro che la naturale conseguenza di una politica mondiale basata sulle promesse e sulle chiacchiere.  La sinistra ha fallito, se nel mondo fuoriescono vincenti personaggi come Trump, Le Pen, Putin ed altri ancora, questo non è il risultato di un becero populismo, bensì figlio di un malcontento dovuto alle promesse mai mantenute di chi ha governato per anni. Non c’è da indignarsi di fronte a chi vuole alzare muri o espellere persone dai paesi, c’è invece da colpevolizzare chi ha avuto la possibilità, ma non la capacità di impedire tutto questo. Da noi in Italia è una situazione ancor più grave, mancanza di lavoro, troppe tasse, ruberie, instabilità politica dettata da chi ha paura di andare al voto e molto altro ancora che comunque credo sappiate già.
Ebbene la colpa di chi è?
Cerco di essere realista e non di parte, per cui dico che in Italia non è solo della politica, ma nostra, di noi cittadini. Ci indigniamo per 4 giorni di Sanremo l’anno, ma poi ci facciamo sodomizzare da tasse e leggi assurde quotidianamente. Perché poi non ci si lamenti di “Affari Tuoi” che è li tutti i giorni (è un esempio), questo non si sa. Aumenta l’IVA a breve, ma non ci interessa, aumenta quotidianamente la benzina, ma che ce ne frega! Tanto non possiamo farci niente, giusto?
Nei social siamo feroci, l’uno contro l’altro, tutti portatori sani di una impalpabile quanto astrusa verità…La nostra! Se ci si incontra per strada però c’è solo indifferenza. Se si parla, tutti gridano e nessuno si ascolta.
Questo gelo, questo distacco sociale, fa si che non esiste una comunione di idee, una condivisione vera fatta di approcci umani, un sano confronto, oppure un semplice scambio di opinioni. Questa situazione se sommata alla massa intera, porta al risultato che vediamo oggi, quando il popolo non è unito, questo accade. Vale altresì ancora nel 2017 il sistema statale (non scritto) Panem et circenses.
Vogliamo parlare poi dell’Europa? Ecco, quello che viene chiamato “populismo” è la voce di chi è stanco di subire anni ed anni di soprusi, promesse mancate e quant’altro. Guai sottovalutarlo o demonizzarlo, va compreso e combattuto con i fatti. Le idee ce ne sono tante, basta a volte applicarle. Ma sia mai.
E’ nato in Italia un movimento dal popolo, il Movimento 5 Stelle, giusto o sbagliato che sia è frutto di quanto ho appena detto. La politica radicata ha paura e lo combatte con tutte le armi a disposizione, media compresi, ma non fanno altro che aggravare il proprio errore, perché più si aspetta ad andare al voto e più la gente si arrabbia e quota il movimento di Grillo.
Quindi, cosa dobbiamo fare per migliorare l’Italia?
Smetterla di gridare ed incominciare a FARE le cose che si elencano nei programmi preelettorali e a proposito di programmi…signori politici… osate un po’ di più, perché all’Italia non serve una spazzolata, ma un vero e proprio restyling. Dimenticavo, non rubate, grazie (ora ne voglio troppe). MS

mercoledì 8 febbraio 2017

Nyl

NYL – Nyl
Psych Up Melodies
Genere: Psychedelic / Progressive Rock
Supporto: cd – 2011 (1976)


Se ci prendiamo l’onere di andare a spulciare accuratamente gli anni ’70 in ambito Rock, allora ci accorgiamo che questo periodo è costellato di micro opere degne di nota. Molteplici sono gli album che fanno della Psichedelia, oppure del Prog Rock, Hard Rock e simili, un mondo tutto da scoprire. Non si finisce mai di stupire, vuoi perché allora alcuni album sono stati male distribuiti e stampati in poche copie, oppure vuoi per un pubblico probabilmente saturo di questo genere di sonorità, visto che queste partono già dagli anni ’60, rimane il fatto che i collezionisti hanno il loro bel da fare e curano con estrema gelosia la copia a propria disposizione valutandola spesso  con un prezzo elevato. A questo punto subentrano le beneamate (o odiate a seconda se si possiede la copia originale) ristampe, spesso ri-masterizzate, a portare giustizia a questi lavori oramai impolverati giacenti nell’oblio. Nascono addirittura case discografiche apposite per questo tipo di lavoro. Non è però questo il caso della Psych Up Melodies di Fabrizio Di Vicino che invece lavora  con band odierne, ma  resta anche attenta a certi prodotti datati e sempre Psichedelici. Si va a riscoprire un album molto interessante, quello dei francesi Nyl, nati dai Cheval Fou per mano del chitarrista Michel Peteau e del batterista Stéphane Rossini. Qui si avvalgono di vari collaboratori fra i quali spicca il bassista dei Magma, Jannick Top. Questo unico album che ci relegano, viene anche ristampato nel 1993 dalla Legend Music, e nel 2011 appunto dalla Psych Up Melodies, mentre l’originale è datato 1976 ad opera della Urus Records.
Il disco è suddiviso in due blocchi, il primo è l’album completo formato da otto canzoni più una bonus track, il secondo è l’operato live della band.
La musica proposta è infarcita di influenze quali il Krautrock, Free Jazz e il sound di alcune band come Amon Duul, Magma, Gravity Train, Pink Floyd ed Ange. L’artwork del libretto che accompagna il cd è documentato di foto degli anni che furono. Il suono del disco è buono.
Il disco si apre con un brano della durata di otto minuti dal titolo “Nyl” impreziosito da un flauto. Subito le carte sono in tavola, le chitarre psichedeliche giocano un ruolo fondamentale, così il ritmo insistente, tutto molto Space Rock, ma anche Zeuhl. Basta chiudere gli occhi e vi troverete a volteggiare nella stanza a braccia aperte. Si tira il respiro con la successiva “Abery”, vera e propria canzone che questa volta non volge all’improvvisazione, bensì alla melodia con strofe e ritornello. Voce leggermente acida ma gradevole in un pezzo al confine della ballata. Il profumo degli anni ’70 si sprigiona in tutto il suo fulgore in “Nyarlathotep”, da qui in avanti tutti brani brevi ed incisivi, ricchi di cambi di tempo ed umorali, ecco l’accostamento anche al Progressive Rock, come nella jazzata “Shatt” ed il suo sax. Un encomio a parte per l’acustica “Ailes D’Or” cantata in lingua madre, il francese. Il pezzo gioca anche sulle voci maschili e femminili. A gusto personale, ritengo “Ibha” uno dei momenti migliori dell’album, ottima Psichedelia, pur essendo la conclusiva del primo blocco. Segue la breve bonus track, leggiera e impalpabile, fra suoni insistenti di sottofondo fatti con la chitarra ed il sax in evidenza.
La seconda ondata del disco, quella live, porta con se altre sorprese, come una scappata nel mondo improvvisato e rumoristico dei primi Pink Floyd in “Jaguar I” e “Jaguar II”. Qui si evince la carica espressiva ed emotiva che queste band in sede live riescono a rovesciare sul pubblico, veri e propri trip sonori senza ritorno.
Un complimento per la Psych Up Melodies, con l’auspicio di incontrare nel tempo altre perle come questa, capisco che scavare è difficile e che non sempre si trovano album di una certa qualità, tuttavia  la speranza è sempre l’ultima a morire.  Un disco che consiglio vivamente a tutti gli amanti del genere e degli anni ’70 in generale. Perla. MS


Il Riso Degli Stolti

IL RISO DEGLI STOLTI – Ventiquattro Fotogrammi Al Secondo
Psych Up Melodies / Trail Music Lab
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2016


Il Riso Degli Stolti sono un duo composto dal cantautore Antonello De Simone (voce, chitarra) e Angelo Beneduce (pianoforte), dedito ad un cantautorato supportato da strumentazioni classiche (violoncello, violino, arpa, etc) così da sax e trombone. Con loro suonano Pasquale Benincasa (batteria, vibrafono), Costantino Rubini (contrabbasso) e Luigi Castiello (basso). Si formano nel 2006 e nell’aprile 2008 sono finalisti regionali al concorso per artisti emergenti Martelive. Nel maggio 2009 sono vincitori assoluti del Premio Donida, in ricordo del compositore Carlo Donida Labati e ottengono un contratto di edizione con la Universal per la canzone “Qualcuno Dice Al Caso”.
“Ventiquattro Fotogrammi Al Secondo” è  il disco d’esordio narrante episodi di vita che scorrono uno dopo l’altro proprio come fotogrammi di un film. La cura dell’artwork a cura di Gennaro Apicella è apprezzabile, il libretto è esaustivo e chiaro nell’impostazione grafica contenente testi e dettagli riguardo l’esibizione dei pezzi. Undici canzoni che si alternano sgocciolando influenze differenti di stili musicali che si alternano fra cantautorato e Jazz su tutti. Bello il movimento del violino di Luca Bagagli che apre il motivo del brano iniziale “24FPS”, canzone velatamente malinconica e di classe. Sin dalle prime note dell’album si denotano una buona attenzione per gli arrangiamenti e una discreta registrazione audio.
La successiva “Il Riso Degli Stolti” è più ritmata e conferma la cura dei dettagli, grazie anche all’accompagnamento dei fiati. Resto ammaliato dalla dolcezza di “Qualcuno Dice Al Caso”, non è questione solo di violino, ma proprio di melodia. L’approccio alla formula canzone è quindi non proprio usuale, anche se il risultato è semplice e diretto, malgrado la proposta sia ricca di strumentazioni. Ancora una volta è vincente la dolcezza in “L'Ultimo Boccascena”, in cui risulta ottima l’interpretazione vocale di De Simone, mai aggressiva e sempre posata. Non manca una canzone dedicata ad una donna, qui dal nome di “Sofia”. Una piccola finestra nel cantautorato anni ‘70/80 in stile Lucio Dalla più intimo, viene da “Di Questo Si Agitano I Tuoi Occhi”. Soffice “Ruggine”, breve sunto dello stile del duo, qui tutte le prerogative che lo contraddistinguono. Ma è in “Giorni D’Assurdo” che colgo i momenti più gradevoli di un cantautorato apparentemente passato ma che in realtà in Italia non troverà mai la parola fine. Per la statistica, “Luna Turca” è la canzone più lunga dell’album e forse anche la più bella (“cinematograficamente” parlando) con i suoi sei minuti. Chiude “Rumore Di Fondo”, una ballata dolce voce e piano.

Il Riso Degli Stolti è un progetto solare, ricco di particolari e di cultura, quella dei protagonisti che sciolinano piccole perle  sonore di facile assimilazione. Una buona compagnia per una serena giornata di relax. MS

domenica 5 febbraio 2017

Annalisa Mazzolari


ANNALISA MAZZOLARI – Uomini Eroi
Massarelli Music Production
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2017


Passano gli anni, cambiano le mode, ma la musica italiana caparbiamente si tiene stretta la sua area di azione, anche se con accrescente difficoltà. La crisi del mercato discografico non può che lasciare segni tangibili degli eventi dettati da una scrematura di acquisti da parte degli usufruitori, l’arte in un momento di crisi è la prima ad esserne penalizzata. Generalmente è così. Ma noi abbiamo una storia alle spalle, la musica italiana è apprezzata anche fuori le mura e in ogni periodo si scoprono nuovi talenti.
Degna di nota e di attenzione è anche la giovane cantautrice bresciana Annalisa Mazzolari. Il suo talento è riconosciuto ben presto anche dagli addetti ai lavori, così da supportarne con la propria arte questo debutto discografico dal titolo “Uomini Eroi”. Ecco musicisti storici come Alberto Radius scrivere una traccia e suonare la chitarra, a seguire Gianfranco Caliendo, voce storica oltre che chitarrista de Il Giardino Dei Semplici, il produttore ed editore discografico Vannuccio Zanella e la partecipazione di Gennaro Barba (Osanna) alla batteria.
Annalisa Mazzolari a dispetto dei suoi diciannove anni, ha alle spalle un curriculum live non indifferente, premiata a casa Sanremo con il “National Voice Award 2016”, realizza la partecipazione al Gran Gala Della Solidarietà ad Avellino, Millevoci a Brescia e poi Napoli, esperienze RAI ed altro ancora.
“Uomini Eroi” è composto da undici tracce e vede fra i musicisti la presenza di Francesco Massarelli (arrangiamenti, tastiere), Marco Franzoni (batteria), Alessandro Mazza (chitarra), Paolo Franzoni (basso), e Brunella Mazzolari (violoncello), special guest Valerio Gaffurini, pianoforte in “Lacrime Buie”.
Molto bello il disegno di copertina ad opera di Marco Cecioni, anche storica voce del gruppo Prog Rock anni ’70 Balletto Di Bronzo. Il libretto che accompagna il disco è formato da sedici pagine contenete i testi e numerose foto che ritraggono la cantante in diversi eventi live.
Annalisa mostra nella propria musica una cultura artistica relegata al cantautorato più moderno,  con una sensibilità che la rende apparentemente fragile ma che invece da essa ne trae la propria forza. Ciò lo si evince da brani come “Il Gioco Dell’Universo” e “Nel Tuo Deserto” su tutti.
La voce è semplice, non cerca particolari ed articolati vocalizzi, è concentrata nel brano ed in quello che deve comunicare, così in esso si impegna.
Ci sono anche frangenti più vigorosi, come in “Quelle Stelle Toccherò” e la conclusiva “Lacrime Buie”, un apprezzabilissimo lento swing. Momenti intimi si fanno ammirare nei crescendo strumentali come in “E’ Qualcosa Di Più”, dove il piano e voce aprono per poi svilupparsi nell’insieme di chitarra, basso e batteria. Particolarmente toccante e perfetta fotografia della musica melodica italiana “Le Radici Di Un Amore”, scritta dal bravo Vannuccio Zanella che bene si incastona nel disco di Annalisa. Degni di nota i testi narranti storie di amori e di vita.

Una giovane proposta, una giovane promessa ma dalle sfumature già mature, proprio queste credo che alla fine portino Annalisa all’attenzione di un pubblico più ampio, con la speranza che gli addetti ai lavori continuino a dare lei le dovute attenzioni. Nuove leve crescono, ne abbiamo bisogno e quindi ascoltiamole e sosteniamole. MS