sabato 26 maggio 2018

Oteme


OTEME – Il Corpo Nel Sogno
Ma.Ra.Cash Records
Genere: R.I.O.
Supporto: cd - 2018


Gli Oteme rilanciano, la creatura di Stefano Giannotti sorta nel 2010 dopo “Il Giardino Disincantato” (2013) e “L’Agguato, L’Abbandono, Il Mutamento” (2015) fa ritorno con “Il Corpo Nel Sogno”. L’Osservatorio delle Terre Emerse ad assetto variabile riprende la sua ricerca nel mondo dei suoni, fra teatro musicale, cantautorato, classica contemporanea ed Art Rock, per essere a tutti gli effetti un laboratorio di linguaggi.
Stefano Giannotti, voce, chitarra elettrica, organo Farfisa, elettronica, percussioni, armonica oltre che compositore dei brani, questa volta si circonda di sette artisti che rispondono al nome di Valeria Marzocchi (flauto, voce), Lorenzo Del Pecchia (clarinetto, clarinetto basso), Maicol Pucci (tromba, flicorno), Marco Fagioli (basso tuba, trombone, sifone), Emanuela Lari (piano, tastiere, voce), Valentina Cinquini, (arpa, voce), Riccardo Ienna (percussioni) con la giunta delle voci di Gabriele Stefani e Edgar Gomez e di Antonio Caggiano (Ars Ludi) al vibrafono. Questo nutrito e variegato combo di musicisti chiarificano la situazione a cui si va incontro, ossia ad un mondo musicale a tratti complesso e comunque sempre attento alla melodia mai scontata. Con un artwork davvero curato in forma cartonata ed un nutritissimo libretto ricco di foto e testi sia in italiano che tradotti in lingua inglese, “Il Corpo Nel Sogno” è suddiviso in dieci tracce.
Il suono tende a strapazzare l’ascoltatore in una sorta di schiaffo o bacio, sorprendendolo alle spalle con intrecci ricercati oppure con melodie suadenti e calde. Il modus operandi è diventato oramai marchio di fabbrica per il gruppo, il quale si esprime con testi che riguardano sia la società moderna che frangenti di poesia.
“Rubidor#1” canto scanzonato, percussioni, flash strumentali e voce femminile in sovrapposizione. Canzone in stile Battisti/Panella, il disco si apre con questo approccio per poi passare all’arpeggio intimistico della title track “Il Corpo Nel Sogno”, nato in un giorno di forte mal di schiena. Le atmosfere sono delicate e calde. La metrica lirica segue anche lei una ricerca non convenzionale che potremo definire oramai in stile Oteme.
Strumenti a fiato interagiscono fra di loro in una sequenza slegata eppure retta da un filo logico in “Neglibor”, sogno popolato da figure inquietanti interpretate da voce femminile e maschile. La musica  quasi da camera si allaccia a uno stilema Jazz dal sapore passato. La breve “Blu Marrone” è uno strumentale con richiami a Stravinski che conduce a “Sono Invisibile”, fra cantautorato e ricerca strutturale. Non sempre c’è armonia nel suono, la voce fa contrasto con la musica e questo può destabilizzare l’ascoltatore, la metrica come sempre è stravolta e quindi non convenzionale. La musica non fa mai la voce grossa, piuttosto fa da compagna di viaggio alle parole, sottolineandole con improvvisi acuti o interventi di questo o quello strumento che può essere un fiato, una chitarra, una percussione.
Anche l’elettronica a disposizione del suono, come all’inizio di “Strippale”, strumentale basato soprattutto sulla chitarra, oppure in “Un Paradiso Con Il Mal Di Testa”.
Segue un brano strumentale di ricerca dal titolo “Nascita Dei Fiori”, formato da tre composizioni scritte rispettivamente nel 1989, 1996 e nel 2017. Qui la fantasia non conosce ostacoli, la musica tende a fondersi con la natura e il paesaggio. “Orfeo E Moira” si apre con percussioni cadenzate, senza acceleratore, un momento di quiete impreziosito dalle coralità vocali per poi scorrere verso il cantautorato sempre ovviamente in stile Oteme. Il disco si conclude ancora con “Rubidor”, un altro fotogramma sonoro di quiete ed indubbia sensazione di benessere, dal titolo “Rubidor#2”, per chi vi scrive il momento più importante (musicalmente parlando) dell’intero lavoro.
Questo è “Il Corpo Nerl Sogno”, consigliato a chi ha amato l’ultimo Battisti ma anche a chi aggiunge alla musica un aspetto non convenzionale, fatto di studio e ricerca. Nulla di scontato dunque, ma tanta voglia di comunicare cose nuove. MS


mercoledì 23 maggio 2018

Sambene


SAMBENE – Sentieri Partigiani (Tra Marche e Memoria)
FonoBisanzio
Genere: Folk
Supporto: cd – 2018


Un esordio discografico che definirei importante sotto molti punti di vista, fra memoria storica, folk e passione. I marchigiani Sambene si formano nel 2015 all’interno dell’ArsLive Accademia dei cantautori di Recanati, fondata da Lucia Brandoni (allieva di Roberto Leydi) nel 2012. Si formano per dare voce ad una musica che oggi come oggi stenta a sopravvivere, ma che tuttavia riesce a far ballare, pensare, ascoltare, ricordare e riflettere. Un genere che cavalca il sapere del passato.
Questa volta però prima di approfondire la recensione, mi sento di partire dall’artwork, un lavoro immane e dettagliatissimo, con 15 pagine che descrivono minuziosamente gli avvenimenti dei personaggi in memoria cantati dal gruppo Sambene. Si, perché “Sentieri Partigiani (Tra Marche e Memoria)” racconta  le gesta e appunto la memoria di chi ha donato la vita  per la lotta partigiana del territorio lungo i sentieri della resistenza. Fabriano, Tolentino, Urbisaglia, Arcevia, Macerata, Ancona, le strade e le forze si uniscono per un lontano periodo di lotte antifasciste ed i Sambene raccolgono dati per lasciare in vita coloro che l’hanno donata per un ideale, perché si sa che si muore veramente soltanto quando si è dimenticati.
Sambene in sardo significa “sangue” e il sangue è vita, la musica è vita e quando diventa viatico per narrare la società (di qualsiasi tempo essa sia), raggiunge vette emotive davvero elevate. Per questo resto colpito da questo debutto musicale, proprio per il forte impatto emotivo.
Tratto dalla biografia della band: “Il gruppo ha cercato di affinare, ai suoi esordi, la propria preparazione seguendo alcune lezioni con Riccardo Tesi e suonando in vari live con Francesco Moneti dei Modena City Ramblers, con i Gang, dai quali hanno, fra le altre cose, mutuato la passione per il combat folk e l’impegno politico/civile e con Michele Gazich, divenuto produttore e violinista del disco d’esordio dei Sambene, “Sentieri partigiani. Tra Marche e memoria”.
I Sambene sono formati da Veronica Vivani (voce e tamburello), Roberta Sforza (voce e cori), Marco Sonaglia (voce, chitarra acustica e banjo) e Emanuele Storti (fisarmonica). I più afferrati di voi già avranno avuto modo di conoscere il cantautore Marco  Sonaglia, autore di due cd molto gradevoli per contenuti e musica dal titolo “Il Pittore è l'Unico che Sceglie i Suoi Colori” (2013) e “Il Vizio Di Vivere” (2015), se non li conoscete ve li consiglio caldamente.
“Sentieri Partigiani” è composto da undici tracce, ogni pezzo è una finestra su un personaggio, ad iniziare da “Nunzia La Staffetta” di Tolentino. Il disco si apre con il canto di un partigiano sopravvissuto e qualche brivido già scorre sulla pelle. La musica composta da Sonaglia, Brandoni e Gazich ha il profumo del cantautorato forte, quello degli anni ’70 radicato a Guccini, De Andrè, De Gregori e molti altri del filone più acculturato del nostro Pop. Chitarre, voci e violino danno risalto alle parole.
“Nenè Acciaio”, partigiano della libertà, sottotenente nato a Marina Di Siracusa che si ferma nelle Marche per combattere, altro tassello di vita, forza e coraggio. “Sulla neve con gli sci sembrava un angelo”, questo il ricordo di Nunzia Cavarischia di Acquacanina. La musica è sempre un Folk penetrante e nuovamente esaltato dagli interventi del violino.
Fisarmonica e violino aprono la storia di “Eraclio Cappannini”, prigioniero dei tedeschi. Giochi di voce maschile e femminile si incastrano su tonalità differenti in contemporanea ed hanno grande fascino e potere penetrante nell’ascolto. Nel frattempo la lettera letta è quantomeno straziante. “Ruth E Augusto” è una storia che si svolge nel maceratese, ed anche sotto la guerra nasce l’amore. A Fabriano ci sono Elvio Pigliapoco e Ivan Silvestrini, caduti in una imboscata e successivamente fucilati davanti alla cinta murale del cimitero di Santa Maria e Marco canta le loro gesta con sentita enfasi. Ancora una volta il violino lancia latrati di dolore.
“Achille Barillati” al grido “Meglio la morte che il tradimento, Viva l’Italia Libera!” lascia questo mondo con fierezza e ad occhi aperti. Tutto questo accade a Muccia e lui è tenete di artiglieria.
Un saltarello con fisarmonica apre il brano che narra le vicissitudini di Derna Scandali” di Ancona. Un'altra storia, questa volta si va nel sociale, lei nel suo impegno femminista è operaia e lotta per i diritti dei lavoratori ed è anche nominata segretaria della cellula comunista di Agugliano. Un momento di felicità in questo percorso sonoro.
“Erich, Lo Straniero” è un'altra delle tante storie della guerra, un ferito è uguale ad un altro, un uomo straniero in terra straniera non è straniero se lo guardi negli occhi. Cantata dalla calda voce di Michele Gazich, la canzone mette alla luce il lato più umano della sofferenza, da qualsiasi parte essa derivi. Erich Klemera nasce a Bressanone e nel 1940 entra nella Wermacht del III Reich.
Inno alla consapevolezza dei fatti è “Il Vento Della Memoria”, Piazza Fontana, Piazza Loggia, e bombe di stato, così i Sambene gridano “La memoria è la mia libertà”.
Come può chiudersi un disco del genere? Ma ovviamente con “Bella Ciao” cantata dalla sezione femminile del gruppo. Nel disco in qualità di ospiti ci sono Sandro e Marino Severini dei Gang. Trovare un difetto a questo lavoro non è semplice, tuttavia a qualcuno potrebbe non piacere il fatto che non c’è la batteria. Ricordo che siamo nel Folk.
In definitiva i Sambene hanno fatto uno sforzo che va oltre la musica, quello della ricerca e il dare voce a chi ha gridato per noi e che oggi non sentiamo più perché siamo assordati dal futile e dal superfluo. Un popolo senza memoria è un popolo che va verso la propria estinzione.  Siamo storditi, lo avessero saputo questi eroi… MS


domenica 20 maggio 2018

Yesternight


YESTERNIGHT – The False Awakening
12 Sounds Production
Distribuzione: Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: Ambient Rock
Supporto: cd – 2017


Quando mi imbatto in debutti del genere rimango sempre sorpreso, perchè la prova espressa palesa una precoce maturità. I polacchi Yesternight  sono un trio e quando vedo alla batteria il nome di Kamil Kluczyński (Art Of Illusion) allora mi spiego molte cose. Il suo tocco e approccio alla percussione mi richiama lo stile di Gavin Harrison, questo per far capire il livello tecnico ma anche di che musica si tratta. Infatti i Yesternight suonano Rock atmosferico con punte ambient, come hanno saputo fare nel tempo gruppi come Pink Floyd, Opeth, Anathema e Porcupine Tree.
Il trio è completato da Marcin Boddeman alla voce e Bartek Woźniak alla chitarra e tastiere. Dal disco che si intitola “The False Awakening” vengono estratti ben tre singoli, “Solitude”, “My Mind” e “Who You Are”, tutti e tre per la 12 Sounds Production.
Nove le tracce che compongono l’album, ad iniziare dalla breve “The False Awakening” , intro che introduce immediatamente nelle atmosfere nuvolose e soffici del percorso sonoro. Il suono si apre con aggressività all’inizio di “My Mind”, canzone che non sfigurerebbe di certo nella discografia dei Porcupine Tree ultimo periodo. Questa formula oramai rodata funziona sempre perché l’alternanza chitarre distorte e melodie di facile memorizzazione fanno atmosfera, specie se accompagnate da una bella voce come in questo caso, e che non tenta mai di strafare pensando  solamente all’interpretazione emotiva del brano. Non esulano brevi assolo che fanno da ciliegina alla torta. Le atmosfere si fanno più rarefatte con “Who You Are”, altro ritornello penetrante e un refrain nostalgico al punto giusto. “Solitude” è un volo pindarico nel nostro subconscio molto Opeth style. L’assolo di chitarra fa esplodere il brano, quello che genericamente si aspetta da questo genere di musica. Personalmente non mi stancherò mai di ascoltare queste armonie, semplici, dirette e con l’esclusivo scopo di emozionare.
“About You” è un altro percorso Procupine Tree sporcato da una parvenza Grunge, e durante l’ascolto mi ritrovo a ciondolare ad occhi chiusi. Unita da un piano segue “To Be Free”, con chitarra slide e un poco di Anathema, una sorta di psichedelia delicata ed avvolgente.
Con un ritornello ad apertura ampia di voce e volumi segue “Yesternight”, sunto dello stile della band. L’incisione pulita e ben equilibrata facilita l’ascolto anche ad alti volumi. “Lost” non toglie e non aggiunge altro a quanto detto, scorrendo velocemente senza alti ne bassi. Chiude il brano più lungo dell’album con i suoi quasi dodici minuti dal titolo “Just Try!”, praticamente come quando si guardano i fuochi d’artificio, tutto e di più viene sparato alla fine.
Consiglio a Kamil di approfondire questo progetto, sicuramente uno stile che va di moda e che è in ampia crescita. Tante belle emozioni. MS


Art Of Illusion


ART OF ILLUSION – Cold War Of Solipsism
12 Sounds Production
Distribuzione: Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2018


La Polonia ha saputo muoversi negli anni in ambito Rock Progressivo e dintorni in maniera spigliata e ricca di passione. Non starò qui a citare le centinaia e centinaia di band che hanno comunque lasciato il segno, tuttavia, SBB, Abraxas, Quidam, Millenium, Collage, solo per fare alcuni nomi, non sono cosa da poco. La musica è un mondo ricco di innesti e di ricerche, perché ogni artista ha la propria personalità, e per questo anche la capacità di saper modellare le proprie radici musicali con cui è cresciuto. Il Metal Progressive è un filone di nicchia, perché è un ibrido a cavallo fra il ricercato del Rock Progressivo ed il distorto dell’Heavy Metal, un ibrido che ai puritani del Prog non sempre va giù, ma è un genere in cui le sperimentazioni non mancano e soprattutto la tecnica strumentale (Dream Theater insegnano). In questo mare agitato di innesti spiccano con personalità gli Art Of Illusion, band composta da Filip Wiśniewski (chitarra), Paweł Łapuć (tastiere), Kamil Kluczyński (batteria), Mateusz Wiśniewski (basso), e Marcin Walczak (voce). Si formano nel 2002 e danno alle stampe il loro primo album solamente nel 2014 dal titolo “Round Square of The Triangle”, bene accolto dalla critica e dal pubblico. Dopo il singolo “Devious Savior” del 2017 è la volta dell’album “Cold War Of Solipsism”, composto da sette tracce e accompagnato da una edizione cartonata ed elegante compresa di testi.
Ho citato il Metal Progressive, i Dream Theater, tuttavia nella musica degli Art Of Illusion la band di Petrucci & company centrano poco, a dimostrazione della personalità succitata, invece si possono riscontrare punti di congiunzione con i connazionali Riverside, altra band spartiacque che nel solco tracciato lasciano fans o da una parte o dall’altra dello stesso. Momenti più psichedelici lasciano spazio a voli pindarici di coralità strumentali accompagnate spesso da una buona prova vocale, seppur senza strafare nel raggiungere vette altissime. La batteria di Kamil Kluczyński è una vera scoperta, chirurgicamente pulita, a tratti quasi stilografica, vero motore di questa band sostenuta degnamente anche dalla chitarra di Filip Wiśniewski. Non da meno il lavoro svolto dal resto della band, tuttavia questo è quello che mi salta più all’orecchio. Andare ad analizzare i singoli brani non mi sembra il caso, anche perché vorrei lasciare a voi la sorpresa di imbattervi in sonorità non sempre scontate, però voglio nominare quali sono i momenti che più ho preferito, e sono molteplici, perché la formula canzone è rispettata. La melodia è dunque al centro dell’attenzione, come in “Able To Abide” o l’ottima “Santa Muerte”, più ricercata e dal velo malinconico dettato anche dal piano. Io essendo un amante del Progressive Rock ho goduto soprattutto verso la fine dell’intero lavoro con le due canzoni conclusive, la prima “Cold War Of Solipsism” dal profumo Opeth e con la conclusiva mini suite di dieci minuti dal titolo “King Errant”, ma come ho già detto, il perché dovrete scoprirvelo da soli acquistando questo disco ben prodotto, confezionato, suonato e registrato. Faccio i complimenti alla band che ora attendo in prove ancora più avanzate, perché il Metal Progressive è un mondo musicale di ricerca e comunque gli Art Of Illusion lo sanno. Complimenti. MS


Fabio La Manna


FABIO LA MANNA – Ebe
Via Nocturna
Genere: virtuoso chitarra
Supporto: cd – 2017


Questo del chitarrista torinese Fabio La Manna è un ritorno dopo il buon album “Res Parallela” del 2013. Esso ha mostrato lo stile di La Manna, spesso molto vicino a quello di John Petrucci (Dream Theater), così ho fatto conoscenza di un chitarrista tecnico dalle grandi potenzialità anche compositive.
Non nascondo la curiosità a distanza di cinque anni nel poterlo riascoltare ed ecco allora “Ebe” che viene a colmare questo mio desiderio. Nove canzoni completamente strumentali con l’ospite Andy Monge alla batteria, un viaggio ispirato dai cieli con lo sguardo all’insù nell’attesa di una nuova comunicazione con altri esseri extraterrestri. Forse una utopia, ma soprattutto una speranza, quella di conoscere nuove forme di vita più intelligenti di noi umani che poco sappiamo dare al nostro pianeta, piuttosto siamo più bravi a togliere.
Il disco si apre dunque in un atmosfera rarefatta, impalpabile,”Beings Of Light” è un pezzo che strizza l’occhio alla psichedelia, dove la chitarra di La Manna disegna virtuosismi su scale a tratti difficili ed in altri casi più sostenute.
La title track “Ebe”, brano più lungo dell’album in quasi dieci minuti di durata,  racconta con il suono un momento di quiete, quasi di speranza, quello passato con lo sguardo verso il cielo, come avrebbero annoverato le nostrane Orme. Ancora la chitarra si presta a melodie gradevoli e sentite, il virtuosismo è pacato, non invasivo, l’artista pone priorità alla melodia e lontani sembrano i tempi dei Dream Theater. Un La Manna maturo, concentrato, voglioso di sognare e di comunicare questa oniricità. Sempre presenti i momenti Metal Prog seppur minimi, genere che il chitarrista comunque tende a sviluppare.
Ascoltando “Closer” ci si potrebbe estrare qualche stralcio di Anathema per chi li conoscesse, nel mentre La Manna ispirato dalla voglia di comunicare non soltanto con gli UFO ma soprattutto con il genere umano che oggi sembra rapito da una sorta di ipnosi telematica, sciolina note per un ascolto  fatto ad occhi chiusi, così da poterne meglio assimilare i passaggi. Catartico a seguire “In Love And Silence” ed il titolo la dice tutta. Per chi vi scrive è uno dei pezzi più belli dell’intero album.
Più greve e cadenzato in un mid tempo granitico “Elohim Song”, dove durante l’ascolto fanno capolino anche gli anni ’70.
Percussioni accompagnano “The Little People”, la chitarra suona in maniera ragionata e sentita, per poi giungere agli arpeggi di “The Vanishing Of Enoch”. Questa canzone ha al suo interno l’insieme degli stili, un calderone in cui si può ascoltare il bagaglio culturale dell’artista. Dolce l’apertura di “Starchild”, altro mio momento favorito dell’album, sia per l’incedere che per lo sviluppo del brano. Pizzicate nel mondo del Progressive Rock.
Il disco si chiude con “Luna-2”, spaziale incrocio di stili fra passato e presente, il tutto fatto semplicemente sui manici delle chitarre.
La musica è magia, riesce a farci vedere cose che non ci sono esclusivamente con il suono, La Manna la sta sviluppando con personalità e creatività, un mutamento di pelle che mi ha colpito molto. Tanta la differenza con l’album passato e questo è il sunto di chi è veramente artista, ossia di chi ha voglia di fare ciò che piace al momento a se stesso, poi viene tutto il resto. Quando è così si comunicano grandi cose. Un disco che si fa mangiare in un sol boccone tanto va giù bene. MS

Gianni Venturi/Lucien Moreau


GIANNI VENTURI / LUCIEN MOREAU – Il Vangelo Di Moloch
Autoproduzione
Genere: Elettronica/Progressive
Supporto: cd – 2018
 
Secondo passo per la ciclopica creatura Moloch, formata e concepita da Gianni Venturi (cantante, poeta e pittore) e dallo scrittore musicista Lucien Moreau. Il debutto risale al 2016 con “Moloch”, vero e proprio momento documentaristico fra scorci di società ed avvenimenti, il tutto visionato dal caleidoscopico sguardo di Gianni Venturi. La sua poesia e il modo di vedere il mondo ben si incastona fra le canzoni, a volte stridenti ed in altri casi veri e propri pugni allo stomaco. Venturi dimostra sempre di più di avere controllo e consapevolezza del suo strumento, la voce, passaggio per un concetto da esprimere in questo viaggio composto da ben quattordici tracce. Differenti culture s’intrecciano, molti di voi noteranno richiami agli Area e ciò è inevitabile visto l’approccio vocale ma non soffermatevi alla superfice, c’è di più.
Non vado a nominare nessun brano per lasciare a voi il piacere di scoprire, tuttavia tengo a sottolineare lo sforzo dei due artisti nel voler sfondare il muro di gomma che è la globalizzazione sonora di oggi, l’ovvietà, la spersonalizzazione. Qui c’è voglia di comunicare, di disturbare per raggiungere lo scopo del messaggio, argomentazioni forti come le religioni, andare contro il sistema, analizzare la nostra società ed il suo spesso becero comportamento. Si parla dell’operaio che lavora in fabbrica, di politica (quella corrotta) di futuro, e poi…Quale?
L’elettronica di Moreau dona all’ascolto un loop insistente ed angoscioso, strumento evidenziatore del messaggio Moloch, e suo perfetto viatico.
Interventi di voci femminili (Debora Longini) fanno capolino di tanto in tanto, donando rotondità all’ascolto, così alcuni fiati. Pianoforti malinconici stendono veli leggeri di suono sulle parole che in fase più quieta trattano anche di amore, un amore sudato e sofferto.
“Io credo che gli occhi della terra piangano mare, al grido dei bambini si sciolgono di mare”, il mare sa di sale come le lacrime, e questa è poesia pura, per chi vi scrive un frammento devastante.
Molta oscurità e pessimismo, ma se si va ad analizzare quanto detto nei testi nel riscontro della realtà delle cose, allora non si può fare a meno di annuire e successivamente chiederci anche il perché di questo nostro modo erroneo di essere “umani”.
Un lavoro concettualmente pesante, da prendere con il contagocce ed in uno stato d’animo appropriato, è come leggere un libro, lo si fa quando se ne sente la necessità.
Ora chiedo a voi, cosa volete dalla musica? Se cercate “sole, cuore, amore” o assolo di strumenti epocali, allora abbandonate Moloch, perché qui c’è ben altro. A me invece la musica deve dare, deve colpire, deve restare, non mi interessa se ciò mi giunge da un ritornello facile ma godibilissimo oppure da un frangente di poesia che mi sventra dentro, in entrambi i casi il risultato è raggiunto e ciò si chiama “emozione”.
Se ritenete che questa musica sia “difficile”, non posso darvi torto, ma neppure ragione perché bada al sodo, magari dategli un attento ascolto.
Il mondo è bello perché vario, c’è il momento in cui ci si vuol divertire e il momento per pensare, “Il Vangelo Di Moloch” non è musica da sottofondo, ma musica per pensare. MS
Per contatti:
https://molochthealbum.bandcamp.com/
and on iTunes / Amazon / Spotify or on limited edition CD.
http://www.facebook.com/moloch.thealbum
http://www.studioesma.com/moloch.html

mercoledì 16 maggio 2018

Ancient Veil


ANCIENT VEIL - Rings Of Earthly... Live
Lizard Records
Distribuzione: Black Widow
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


Parlare di trenta anni di carriera per la band Ancient Veil mi fa un effetto davvero strano. E si, il tempo vola, chiaramente, ma sembra ieri che il new Prog italiano comincia a darsi seriamente da fare dalla metà degli anni ’80. Eppure è così, ma la cosa strana è che ancora oggi stiamo parlando e ristampando vinili di Rock Progressivo italiano anni ’70 (addirittura si comperano in edicola), perseverando su band e lavori che in realtà non sempre hanno convinto, mentre di band come Eris Pluvia Nuova Era, Ezra Winston e molti altre ancora non se ne parla mai, come se non avessero fatto nulla di importante. Il Prog fans per chi vi scrive è davvero un mistero fantasmagorico.
La musica quindi non è una equazione matematica, non sempre ha un risultato che porta bene, tuttavia c’è sempre tempo per correggere e Alessandro Serri  (chitarre, voce e flauto traverso), Edmondo Romano (sax soprano, flauti dritti, clarinetto, low whistle, melodica), Fabio Serri (pianoforte e tastiere), Massimo Palermo (basso), Marco Fuliano (batteria e chitarra acustica) ce la mettono tutta in veste live.
“Rings Of Earthly... Live”, già il titolo richiama "Rings Of Earthly Light" che Serri e Romano hanno composto e prodotto nel 1991 con la band da loro fondata Eris Pluvia, un classico che tutti noi dobbiamo riscoprire, qui dunque in veste nuova e colmo di carica emotiva. Il disco viene registrato durante due concerti realizzati nel 2017 nel bellissimo spazio de “La Claque” di Genova avvenuti il 12 maggio e l’11 novembre del 2017. La copertina a colori pastello come sempre sposa in maniera perfetta la causa musicale contenuta nel live, i dipinti in fronte e all’interno del cd sono ad opera di Francesca Ghizzardi.
Il live si apre con sei brani tratti da “The Ancient Veil” (Mellow Records 1995), oggi nuovamente edito con il titolo “New - The Ancient Veil remastered” (Lizard Records 2018) e subito salta all’orecchio la buona registrazione sonora.  La tecnica sempre più sopraffina dei musicisti è a disposizione della musica e della melodia e non una passerella di inutili virtuosismi. Fiati ed hammond si intrecciano con vigore in un passaggio nel New Prog intrinseco di cambi umorali e di tempo. La sede live dona una luce diversa ai brani, più sentiti ed impreziositi da una personalità accresciutasi nel tempo. Un tepore “Dance Around My Slow Time”, l’anima viene riscaldata con questa ballata di classe grazie soprattutto agli interventi dei fiati e della chitarra elettrica che si esprime in un solo breve ma profondo, buona anche l’interpretazione vocale di Serri. La breve e strumentale “The Dance Of The Elves” è un gioiello Folk, da ascoltare e riascoltare. La seconda parte del disco live tratta l’album ”Rings Of Earthly Light” del 1991 degli Eris Pluvia, nella suite troviamo come ospite Valeria Cauciono, voce originale in “Sell My Feelings”. E a proposito di ospiti, in "In The Rising Mist" ne troviamo di importanti, Fabio Zuffanti e Stefano Marelli, parte dei storici Finisterre e Marco Gnecco all’oboe. A concludere tre brani tratti da “I Am Changing”, ultimo album del 2017 bene accolto da pubblico e critica. La title track in questa nuova veste si esalta e dona maggiore energia, grazie anche al solo di batteria. “If I Only Knew” è una ballata in stile Ancient Veil, mentre il live si conclude con “Bright Autumn Dawn”, perla di musica ed esempio totale di Progressive Rock.
Occasione favolosa per entrare in questo mondo di nuovi classici, che di sicuro nel genere riescono a dare diversi giri ad alcuni troppo valutati album degli anni ’70, non perdetevela! MS