lunedì 25 aprile 2016

IL RITORNO DEL VINILE

Il Vinile E' Tornato


C’era da aspettarselo, me lo auspicavo, ma soprattutto lo avevo previsto in tempi non sospetti, ossia già circa cinque anni fa, chi mi legge lo sa. Non poteva essere altrimenti, l’amato vinile è ritornato, anche sotto la spinta delle case discografiche oramai a secco di vendite ottiche. Manca il rapporto fisico con la musica.
La musica ha perso molto in sostanza negli anni, il povero CD fa la figura di colui che ha un suono perfettino e freddo, ma soprattutto lascia poca sostanza in  mano. Vogliamo poi parlare dell’invisibile MP3?
Il vinile, o per gli attempati come me il 33 giri, ha la possibilità di lasciarti in mano il rapporto visivo e fisico con la musica.


Una copertina che è già di per se un opera d’arte, spesso apribile in due (gatefold), se non con dei gadget aggiuntivi con poster e quant’altro. Puoi vedere i solchi più scuri e profondi, dove con la puntina riesci a centrare l’inizio del brano o dove esso gode di momenti più bassi e pacati. I testi sono leggibili non microscopici, e a volte se si tratta di un disco straniero, anche tradotti (vedi Genesis).
L’LP o long Playing è tornato per la gioia dei collezionisti e non soltanto.
Tornano i Picture Disc, ossia i dischi con la copertina stampata sul vinile stesso

 (Picture Disc)
ed i bootlegs, registrazioni illegali stampate da fantomatiche case editrici per la gioia di alcuni fans. Nascono in rete importanti punti di ritrovo dove poter acquistare o vendere dischi, oltre che Ebay, Amazon si hanno i più esaustivi Discogs e Popsike, veri punti di riferimento anche per poter quotare il valore di un vecchio vinile. Girano prezzi da capogiro per dischi che hanno in realtà venduto poco nel tempo. Questo fatto è dovuto alla limitata tiratura di stampa originale e allora ecco degli esempi italiani: 

ANALOGY “Analogy” (Produzioni  Ventotto PRVLP 2204 – 1972)  8.000 Euro
LASER “Vita Sul Pianeta” (Car Juke Box CRJLP 00032 – 1973) 8.000 Euro
FLASHMEN “Pensando” (Kansas LDM 17003 – 1972) 5.000 Euro
LA SECONDA GENESI “Tutto Deve Finire” (Picci GLA 00024 – 1972) 6.000 Euro
Se andiamo all’estero i futuri Beatles ossia i THE QUARRYMEN con “That’ll Be The Day/In Spite Of All The Danger’ sono valutati 100.000 Sterline! Non se la cavano male neppure i SEX PISTOLS con il 45 giri ‘God Save The Queen/No Feelings’ dei Sex Pistols del 1977, del valore di 8.000 Sterline.
Ma questo non deve essere un mondo che spaventa per cifre o giochi al riguardo, anche un neofita si può avvicinare tranquillamente e a prezzi modici al vinile, soprattutto nei store prima citati.

Avete trovato dei vecchi vinili in soffitta? Sono sporchi? Potete tranquillamente prendere una bacinella d’acqua tiepida , ci aggiungete alcool (o acqua distillata) e sapone per i piatti, poi con una spugna morbida o un pennello, lavate il disco girando per il verso antiorario. Sciacquare sotto la cannella e asciugare tamponando con dei panni. Il gioco è fatto.

Da Wikipedia:” Il disco in vinile, noto anche come microsolco o semplicemente disco o vinile, è un supporto per la memorizzazione analogica di segnali sonori. È stato ufficialmente introdotto nel 1948 dalla Columbia records negli Stati Uniti come evoluzione del precedente disco a 78 giri, dalle simili caratteristiche, realizzato in gommalacca. Attualmente il termine vinile viene spesso usato per indicare in particolar modo gli LP (dischi da 30 cm rotanti a 33⅓ giri al minuto), anche se tale utilizzo è improprio, visto che anche dischi di altri formati sfruttano lo stesso materiale come supporto. Come il suo antenato, il vinile è una piastra circolare recante su entrambe le facce un solco a spirale (inciso a partire dal bordo esterno) in cui è codificata in modo analogico la registrazione dei suoni. Le migliori qualità del vinile (PVC) rispetto alla gommalacca permisero di ridurre lo spessore dei solchi, diminuire il passo della spirale e abbassare la velocità di rotazione da 78 a 33⅓ giri per minuto, ottenendo così una maggiore durata di ascolto, che raggiunse circa 30 minuti per facciata nei Long-Playing (LP), con punte massime di 38-40 minuti per lato, specie per le opere liriche.”.

E’ quindi ovvio e viene da se che anche il mercato del giradischi comincia a ripartire, ma questa volta con una aggiunta tecnologica in più, cioè con la possibilità di ascoltare il disco ma anche in contemporanea di passarlo su una chiavetta USB. Si trovano in commercio prodotti al riguardo di tutti i prezzi a partire da 100 Euro fino a giungere al top del top, un giradischi nipponico fatto con una testina laser (luce) al posto della testina in diamante così da non rovinare mai il vinile e avere il massimo della qualità sonora, ma siamo sull’ordine dei 13.000 euro, questo si che è lusso.

Il vinile è ufficialmente tornato, ora spero soltanto che non sia una moda di passaggio, perché in questo caso si parla di qualità e di rapporto fisico con la musica. Un vero piacere anche nel 2016.

Salari Max



sabato 23 aprile 2016

Oteme

OTEME – L’Agguato, L’Abbandono, Il Mutamento
Ma.Ra.Cash Records
Genere: Prog/Sperimentale
Supporto: cd – 2016


“L’Agguato, L’Abbandono, Il Mutamento” è il secondo lavoro in studio di Oteme, dopo “Il Giardino Disincantato” del 2012. Non per essere ripetitivo, ma non posso trascurare ancora una volta il fatto di ritrovarmi nelle mani un disco accompagnato da un artwork esaustivo, questa volta a cura di Tommaso Tregnaghi e dello stesso Stefano Giannotti, compositore, chitarrista e ideatore del progetto Oteme (Osservatorio delle Terre Emerse). L’artwork  ritrae solamente una mano che in tre foto a se stanti interpretano proprio l’atteggiamento di agguato, abbandono e mutamento, questo è il messaggio che personalmente traggo alla visione. I testi in italiano all’interno sono tradotti anche in inglese.
Lo stile musicale con cui hanno esordito è un mix fra musica “popolare” e “colta”, fra Classica, Jazz e spunti Rock, ci ho trovato anche agganci con artisti del calibro di King Crimson, Pink Floyd e John Cage.
Ricerca strutturale e sonora unita alla strumentazione classica, fanno del progetto un punto a se, un modo personale di fare musica. Proprio “La Grande Volta” apre il percorso sonoro con strumenti che richiamano il barrito degli elefanti, sopra una ritmica calda e per alcuni versi tribale. Musica in movimento nel brano “Sarà Il Temporale”, cantato da Giannotti e supportato dai cori di Emanuela Lari. La formula canzone si avvicina al modus operandi della musica da camera (una sorta di jazz infiltrato nella musica classica) e degli strumenti a fiato che fanno da traino alle armonie, la ritmica in sottofondo è sempre importante. Lo stile Oteme è questo, di personalità, emotivo, fatto di forti sensazioni.
La malinconica “Bianco Richiamo” è un momento strumentale fra arpeggi e flauto, dalla struttura rilassante e avvolgente. Non nascondo che all’interno scaturisco sensazioni provenienti dagli anni ’70. Si ritorna allo slalom strumentale in stile classico con “Camminavo”, altro frangente di musica che sottolinea con le sue esclamazioni a volte improvvisate le parole dei testi. Tante sottolineature che si alternano ad armonie leggiadre, vero punto cardine della forza Oteme.
Fiati composti da fagotto, clarinetti, tuba e corno descrivono “L’Agguato”, con una chitarra in sfondo di matrice King Crimson. Subentra “L’Abbandono”, praticamente una colonna sonora. Giocoso “Il Mutamento”, scherzoso e irriverente, mentre in “Dopo La Pioggia” ritorna il cantato.
Per definire questo album Prog, non tanto per la strumentazione o per certi stilemi rodati, serve capire il concetto di ricerca e attitudine ad essa, tuttavia non esula la suite, qui dal titolo “Tracce Nel Nulla” con i suoi quasi ventisei minuti ed un inizio di Pinkfloydiana memoria. La suite si adopera fra canzone, Psichedelia, e classica. Chiude il disco la breve e ritmata “Un’Altra Volta”.
“L’Agguato, L’Abbandono, Il Mutamento” è un gradito ritorno, è la sottolineatura da parte di Giannotti nel voler comunicare le sensazioni ed i movimenti con gli strumenti in maniera non usuale. Lo strumento adoperato come una voce, a disposizione più del significato dell’evento (o della parola) che dell’armonia che vorrebbe accompagnarlo.
Posso sintetizzare per chi di voi fosse ferrato sull’argomento che Oteme adopera la strumentazione classica come Demetrio Stratos adopera la voce.
Avete capito che non è un disco qualunque, non è un gruppo qualunque, ed è qualcosa di serio, ma un serio che spesso si diverte anche a farci sberleffo, e chi ama stupirsi con la musica questo sberleffo lo accoglie con piacere e divertimento. MS


Stefano Giannotti

STEFANO GIANNOTTI – Amore Mio (Canzoni D’Amore Ed Altra Roba)
Autoproduzione
Genere: Acustica / Sperimentale
Supporto: cd – 2012


Sicuramente Stefano Giannotti non è un artista musicale scontato, tutte le sue opere e progetti hanno sempre un fondo di ricerca sonora e strutturale. Lo abbiamo conosciuto ultimamente con Oteme, ma la sua carriera è davvero lunga e ricca di partecipazioni. Inizia a lasciare testimonianze del suo operato nel 1991 con “Ritratto Di Paese”, documentario sonoro sugli anziani di un piccolo paese della campagna Italiana. Numerose le nomination in contest vari come Prix Italia, Grand Prix Nova (Bucarest) per fare dei nomi, ma anche vittorie come nel 2000 con il 1° Premio nell’ International Glassharmonica Music Festival, e “Prix spécial de l’humor”, Philadelphia (U.S.A.). Giannotti è un compositore, autore, chitarrista e performer. Si è diplomato in composizione con Pietro Rigacci ed è stato assistente di Alvin Curran in “Crystal Psalms” e “Tufo Muto”.
Qui con “Amore Mio” lo ritroviamo in una veste più intimistica ma assolutamente ricercata. Il disco è accompagnato da una folta compagnia di strumentisti, alcuni nomi: Henrik von Holtum (voce), Valentina Cinquini (voce, arpa), Frank Thomé (percussioni, sega), Felix Borel e Sharon Jaari (violino), Raphael Sachs (viola), Rahel Krämer (violoncello) e Lars Olaf Schaper (contrabbasso).
Ho iniziato dicendo che Giannotti non è un artista scontato e questo lo si evince immediatamente dall’inizio del disco in “I Love You”, dove voce, un coro di gargarismi e tosse ci sommergono. Voce femminile, maschile (tedesco) e percussioni a seguire in “FAQs”, più che un cantato un parlato armonico fra tecnologia ed umanità (Kraftwerk?). Cage e Feldman fanno capolino fra le composizioni campionate. Ancora voci, parlato tedesco e suoni campionati in “Girotondo” su ritmiche insistenti e convulse. Provocatore anche in “Amore Mio” cantato in maniera stonata, supplicata e fredda su un telefono che chiama insistentemente fino a giungere all’occupato finale. Davvero mancanza di comunicazione in tutti i sensi. Segue “Claudia Ride” , strutturata su di una risata in loop e modificata elettronicamente. Interviene un armonica a bocca a rendere il tutto ancora più surreale. Si gioca ancora sulle stonature, ma questa volta strumentali in “How My Family Came To America”, un Blues stuprato e narrato. Le provocazioni e  le sorprese non finiscono mai, proseguono fino all’ultimo solco ottico di “Amore Mio (Reprise)”, il tredicesimo.
Giannotti è evidente che si è divertito a comunicare queste sensazioni, a raccontare, a stupire con composizioni, suoni e loop, di sicuro l’ascoltatore non preparato avrà difficoltà ad assimilare la proposta, ma la comunicazione presentata dall’autore è importante. La chiamo comunicazione per il semplice fatto che chi ascolta diventa parte del disco con le proprie sensazioni, interagendo con l’artista stesso vivendo le sue vicissitudini, più o meno come è accaduto con “Lobotomia”  degli Area. A dir poco inusuale. MS

Richiedetelo su www.stefanogiannotti.com

martedì 19 aprile 2016

Karibow

KARIBOW – Holophinium
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: New Prog /AOR
Supporto: 2cd – 2016


Ci si imbatte in campo musicale sempre più spesso negli anni con i cosiddetti “supergruppi”. Questi sono formati da diversi musicisti provenienti da altrettante band più o meno di successo nell’ambito. Il Progressive Rock ci ha già regalato diverse di queste band di successo, basta nominare i Transatlantic o gli Ayreon per farvene avere un idea. Ebbene, i tedeschi Karibow oggi rientrano proprio in questo contesto, in quanto nelle file di questo ottavo lavoro da studio si trovano musicisti come Michael Sadler dei Saga (voce), Sean Timms già con Unitopia e Southern Empire (tastiere), Colin Tench dei Corvus Stone (chitarra) e Karsten Stiers della band Errorhead (voce). Con il gruppo del leader Oliver Rüsing (voce, chitarra, basso, batteria, tastiere) suonano nel disco anche Jörg Eschrig (mandolino e cori), Daniel Neustad (basso), Chris Thomas (chitarra acustica) e Markus Bergen (tastiere).
Sicuramente fra di voi chi è intenditore di questo genere musicale avrà già intuito che musica i Karibow vanno a proporre, ossia un mix fra New Prog in stile Marillion e del buon AOR in stile Saga. Chi non conoscesse queste due band è libero di farsi un tour informativo anche su You Tube.  Ne scaturisce in definitiva un monumentale doppio cd dal titolo “Holophinium”, con un artwork davvero speciale, cartonato e contenente un libretto all’interno esaustivo sia di testi che di informazioni.
Ci tengo a sottolineare questo fatto, perché l’acquisto di un disco a mio avviso non deve essere soltanto soldi per delle canzoni, perché l’autore vuole sempre comunicare emozioni, e questo bene si deve accompagnare anche visivamente, così anche l’acquirente è giusto che venga informato su chi lavora all’intera opera etc. Cosa sarebbero  “The Dark Side Of The Moon” o “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” senza l’artwork? Questa volta davvero notevole lo sforzo creativo di Oliver Rüsing.
Venendo invece al contenuto musicale, il primo cd è composto da dieci canzoni e come spesso accade in questo magniloquente genere, l’argomento è fantascientifico. Subito brividi all’ascolto di “Holophinium”, aperto da un breve intro oramai immancabile in ogni album Rock che si rispetti. Un lieve AOR con chitarre distorte attenuate dalle predominanti tastiere, sciolina armonie ruffiane e gradevoli, una sorta di Spock’s Beard era Neal Morse. La musica tenta qualcosa in più nella mini suite “E.G.O.”, anche interventi di elettronica che fanno da tappeto sonoro. Ciò che risulta già da questi primi ascolti è la facilità con cui Oliver Rüsing compone ritornelli semplici e diretti.
Piccole istantanee di Metal Prog di tanto in tanto fanno capolino nelle canzoni.
Resto colpito dalla bellezza di “Some Will Fall” e dall’energia di “Quantum Leap”, ma non sono i singoli episodi che vanno nominati, l’insieme scorre in maniera molto fulgida.

Il cd 2 è una lunga suite dal titolo “Letter From The White Room” suddivisa in sette episodi. Cambi di ritmo, controtempi, tastiere, chitarre, tutto quello che serve al Prog ed all’AOR è qui in “Walk On Water (Part II)”. Tuttavia questo monumentale lavoro in studio essendo  a cavallo fra due generi, probabilmente corre il rischio di scontentare un poco gli ascoltatori più integralisti degli stessi, ma è un rischio limitato, in quanto le atmosfere e le melodie sono così gradevoli che tutto va per il meglio. Un lavoro del genere necessita di un comodo divano dinanzi allo stereo, un volume alquanto allegro e magari anche un buon bicchierino (moderato) di quello che più piace a voi. Un lungo viaggio in musica che  giova al corpo e alla la mente. MS


Daymoon

DAYMOON – Cruz Quebrada
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: Crossover Prog
Supporto: cd – 2016


Terzo disco in studio per i portoghesi Daymoon dopo “All Tomorrows” (2011) e “Fabric Of Space Divine” (2013). Questa volta però la band di  Fred Lessing (voce, chitarra, basso, flauto, tastiere, percussioni, xilofono e arpa), André Marques (batteria, tastiere, basso), Bruno Evangelista (voce) e Adriano Pereira (clarinetto), si avvale di un folto numero di special guest: Paulo Chagas (strumenti ad aria), Luca Calabrese (tromba), Nuno Flores (viola, violino), Thomas Olsson (chitarra), Rita Simões (voce), Trevor Lever (narrazione) e Simon Harris (narrazione).
Dopo le dovute presentazioni veniamo alla carne al fuoco, anche in questo disco ben cotta e saporita, con otto tracce di cui due suite, “Thyme” di quindici minuti e “The River” di venticinque.
Il disco è un concept album basato sulla triste vicissitudine di Fred Lessing, il quale nel 2011 perde la propria moglie Ines per un cancro al colon. Un disco che per l’artista vuole essere anche psicologicamente terapeutico, il narrare questa dura sciagura porta anche ad uno sfogo esterno e al non tenersi tutto dentro. “Cruz Quebrada” è suddiviso in due fasi, una “In”, dove accade  il triste evento e le sue conseguenze, ed “Out”, cioè l’uscita per una vita 2.0.
La breve title track è angoscia, caos, sensazione del mondo che ti cade addosso nell’apprendere che  all’ospedale lei è morta. La fase “out” prosegue con “Fish Dissected”, qui l’autore è perduto, confuso e si avvicina alla pazzia. La musica è greve e malinconica, basata soprattutto sui fiati (clarinetto, flauto) e su una ritmica cadenzata e possente. “Where It Hurts Most” e “Shipwreck” hanno un sentore di “The Wall”, non solo per la musica ma anche per il canto. Bello l’intervento del violino di Nuno Flores, energico e stridente, così quello della chitarra elettrica, con questi brani il disco apre le ali. Molto bene i cambi di tempo. Una sorta di Psichedelia “Barrettiana” mista a New Prog e musica classica si accolla tutto il bagaglio musicale di “Whalebone”. L’ascolto prosegue con   il lento incedere del ritmo fra picchi sonori e fraseggi più pacati. La gradevolissima “Thyme” chiude la parte “out”, una mini suite  con tutte le carte in regola per tenere incollato il Prog fans allo stereo. Ma il meglio arriva proprio nel finale, come si dice in gergo dulcis in fundo, la fase “In” è la suite “The River”, monumentale composizione ricca di ogni argomentazione trattata qui e anche in alcuni anni di questo interminabile genere musicale di nome Prog, aggiungendo un pizzico di Beatles.
“Cruz Quebrada” è un album malinconico che comunque apre di tanto in tanto a piccoli spiragli di luce, come dire che la vita va avanti anche in barba alle difficoltà che sembrano spesso insormontabili. Un disco probabilmente terapeutico per Lessing, ma di sicuro qualche giovamento lo si ha anche ascoltandolo da fruitori.

La musica è anche una terapia, personalmente l’ho sempre sostenuto. MS

martedì 12 aprile 2016

KARMAMOI Lavori In Corso



Silence Between Sounds

KARMAMOI






"Silence Between Sounds" (autoproduzione) è il titolo del nuovo album dei KARMAMOI in uscita per il 30 settembre 2016.

"Nashira" ne è il nuovo singolo che vedrà luce il 30 aprile insieme al videoclip.

Co-produzione Mark Tucker (Jethro Tull).


giovedì 7 aprile 2016

LA STORIA DELL' HARD ROCK

STORIA DELL'HARD ROCK
(Di Giancarlo Bolther e Massimo Salari)




Anni fa, durante l’attesa di un concerto, ero vicino a due ragazzi che parlavano degli Iron Maiden, alla fine della discussione uno disse all’altro qualcosa del tipo: “… si però gli Iron Maiden non sono veramente metal, loro sono più hard rock”. Questa affermazione, per me sorprendente, mi è sempre rimasta impressa, perché i Maiden possono essere considerati come il gruppo di punta della New Wave Of British Heavy Metal (detta in gergo anche NWOBHM), ovvero il movimento che ha dato il via ufficiale all’heavy metal. È vero che oggi troviamo nel circuito metal band che fanno una musica esponenzialmente più potente e cattiva dei Maiden, ma cos’è l’hard rock? Con questo speciale vogliamo tentare di raccontarvi la nascita e l’evoluzione di questo particolare genere musicale che, nella storia della musica pop moderna, è stato fra i più amati dal pubblico e al tempo stesso fra i più bistrattati e snobbati dai media, da buona parte della critica “colta” e dai puritani del suono. Eppure, pochi sono i generi musicali che hanno potuto vantare la longevità e lo stesso seguito di appassionati dell’hard rock. Nel presente articolo cercheremo di scavare più a fondo possibile nei suoi vasti meandri, per arrivare idealmente fin verso i primi anni ‘80, con qualche rapido accenno ai tempi odierni, facendo una specie di gioco di rimando alle due sponde dell’Atlantico, con la consapevolezza che non riusciremo a ricordare tutti i gruppi e nemmeno ad esaurire tutti gli aspetti (non vuole essere un articolo enciclopedico), per cui ci scusiamo per tutte le possibili lacune e vi saremo davvero grati se avrete la pazienza e la cortesia di volercele eventualmente segnalare. Buona lettura.

L’hard rock si è sviluppato principalmente in America e in Inghilterra, com’è noto la prima è stata la culla del rock, il paese dove tutto ha avuto inizio, la seconda però non ha vissuto di riflesso ed ha partorito alcuni dei gruppi più influenti di tutto il movimento, mentre gli altri paesi per lo più sono rimasti a guardare, con pochissime, seppur valide, eccezioni. C’è sempre stata una forte rivalità fra le due sponde dell’Oceano, quando si parla di hard rock tutti pensano subito alla triade Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath, che è tutta inglese, ma anche in America troviamo una triade importante composta da Aerosmith, Kiss e Blue Öyster Cult. Il fenomeno musicale è stato molto più complesso di quanto potrebbe apparire, in parte a causa di una genesi articolata e in parte per tutti i sottogeneri e le ramificazioni che questo tipo di musica col tempo ha prodotto, per cui se è vero che ci sono fattori comuni fra i vari gruppi, come l’abbondante uso della distorsione nei suoni, è anche vero che sono molte di più le singole peculiarità. Per fare una carrellata di esempio possiamo citare i seguenti sottogeneri: dark, prog, glam, boogie, southern, AOR, kraturock, psichedelia, space, folk…, tutti molto diversi tra loro, ma tutti con caratteristiche proprie che li distinguono dagli altri, per cui non si può certo dire che il sound blues dei Mahogany Rush suoni come quello acido e rivoluzionario degli Edgar Broughton Band, che il boogie rock dei Bad Company assomigli al songwriting visionario degli Atomic Rooster, che i pomposi Queen siano accostabili ai progressivi Gravy Train, che i seminali ed epici Dust abbiano qualcosa in comune col funky degli sperimentali Trapeze, che gli spaziali Hawkwind siano paragonabili al southern rock dei Lynyrd Skynyrd, che i campioni di melodia Boston abbiano lo stesso impatto dei ruvidi Lucifer’s Friend, così pure il folk irlandese degli Horslips è radicalmente diverso dal proto punk degli spregiudicati New York Dolls e così via. Tutti fanno hard rock, ma tutti hanno un’identità diversa, forte e ben definita.
 La vitalità dell’hard rock è derivata senza dubbio dalla sua capacità di trasformarsi, di contaminarsi e rinascere ciclicamente, fino ad arrivare ai giorni nostri in piena salute. Infatti se da un lato ci sono i vecchi leoni che continuano a ruggire, dall’altro sono molti i giovani artisti che si rifanno a sonorità che possiamo definire “datate” o, se preferite un termine alla moda, “vintage”. Da alcuni anni è nato spontaneamente tutto un movimento, ancora molto uderground, di gruppi che suonano musica in pieno seventies style. E molti musicisti vengono da band di metal estremo, come un ideale percorso all’indietro.
Di certo figli dell’hard rock sono il grunge di Nirvana, Soundgarden e Pearl Jam e lo stoner di Kyuss, Fu Manchu, Spiritual Beggars e Orange Goblin, ma anche moltissimo crossover e praticamente tutta la scena alternative degli anni ’90 a partire dai Jane’s Addiction per arrivare fino ai Rage Against The Machine può essere considerata come la naturale evoluzione del genere. Sempre negli ultimi anni sono emerse band come Placebo, Skunk Anansie, HIM, Cranberries, Muse, Rasmus, che hanno avuto successo suonando un rock decisamente “duro”.
In tutto questo discorso non abbiamo ancora accennato al punk, il movimento musicale e politico che alla fine degli anni ’70 ha generato un vero e proprio tsunami nella scena musicale mondiale. Come tutti sanno, il punk ha scardinato tutti i grandi gruppi storici, che apparivano ormai spompati e privi di idee, spesso stritolati da logiche più commerciali che artistiche, ma anche questo genere, nelle sue forme più ruvide, ha pescato a piene mani nella tradizione hard rock, tanto che i Sex Pistols, i padri indiscussi del punk, sono considerati ai limiti del genere, mentre i Motorhead, icona metal per antonomasia, figuravano insieme alle Girl School nelle prime compilations punk. Negli anni a venire poi ci saranno gruppi figli del punk e di certa new wave che torneranno a sonorità prettamente seventies, come hanno fatto ad esempio i Cult dell’album Love e più ancora con Electric o i Lords of the New Church di Method to Our Madness, e ancora i Mission, gli Hoodoo Gurus e Zodiac Mindwarp, ma questa è un’altra storia.



ATTO PRIMO. LA NASCITA DEL MOVIMENTO, IL SUONO SI FA “DURO”

Facciamo un piccolo passo indietro. Negli anni ’50 prende sempre più forma una nuova classe sociale, quella dei “teenagers”. Bisogna sapere che prima di allora i teenagers non esistevano, nel senso che non si parlava di loro e dei loro problemi. Con l’avvento dell’industrializzazione i giovani hanno cominciato ad avere sempre più tempo libero (prima si andava a lavorare a undici dodici anni) e questo fenomeno ha preso rilievo con il boom economico di quegli anni. Da un lato i giovani hanno assunto una nuova consapevolezza e si sono aggregati in gruppi sempre più grandi, da un altro lato il mondo “adulto” ed economico ha cominciato ad accorgersi di loro e a considerarli come una risorsa e un possibile business. Hanno cominciato a diffondersi nuove mode e nuovi linguaggi musicali, per i giovani aggregarsi e suonare è stato un fenomeno in rapida espansione. Con il passare degli anni questo fenomeno si è amplificato sempre più.
All’inizio degli anni ’60 spadroneggiavano i grandi folk singer alfieri del pacifismo come Pete Seeger, Joan Baez, Bob Dylan, Phil Ochs, Donovan, che avevano portato i giovani ad appassionarsi di politica, c’era la guerra in Vietnam, che tanto peso aveva avuto sull’opinione pubblica, mentre la gente comune ormai si stava rendendo conto che il bel sogno americano degli anni ’50 era rimasto tale e la disillusione, mista ad un peggioramento progressivo del tenore di vita di alcune classi sociali, aveva prodotto nel tessuto sociale un crescente malcontento.
Le tensioni hanno portato i giovani ad ascoltare musica “nuova”, più aggressiva, arriva il beat con gli “urlatori”, e in questo caso è stata la scena inglese che ha preso il soppravvento con Yardbirds, Rolling Stones, The Who, Kinks, Them, che iniziano a scardinare con prepotenza il canonico pop edulcorato del tempo.
Non secondario nel diffondere il rock è stato l’atteggiamento repressivo espresso dall’establishment americano negli anni ‘60, che vedeva nel nascente movimento musicale un pericoloso veicolo di idee trasgressive, ma questo di fatto ha spinto ancor più a fondo l’acceleratore ottenendo l’effetto opposto, cioè ha favorito una diffusione sempre più rapida del movimento musicale.
La protesta, inizialmente cavalcata dai folk singer, che per lo più proponevano ballate melodiche in chiave acustica, verso la metà degli anni sessanta comincia a tradursi in suoni elettrici scarni ed essenziali, che presto diventano decisamente duri. Questo inasprirsi ovviamente rendeva meglio l’idea stessa di protesta, una vera e propria valvola di sfogo e una forma di denuncia, che con tutta probabilità ha permesso a molti giovani di manifestare la propria rabbia attraverso la musica piuttosto che con altre espressioni più pericolose (che comunque negli anni a venire non sono mancate). L’avvento del rock “elettrificato” segnò in buona parte la fine dell’epoca dei folk singer e Bob Dylan fu il primo ad accorgersene. In musica presero sempre più piede le vibrazioni elettriche, che gridavano il disagio dell’individuo ed esprimevano una profonda contestazione per aver visto disattese le speranze di quella vita spensierata e pacifica promessa dai media negli anni ’50, ma nei fatti mai concretizzata. Anche il grande raduno di Woodstock ha cambiato profondamente le cose. Per qualcuno è stato l’inizio di una nuova era, ma qualcun altro vi ha visto un enorme pericolo. Non era mai successo che tanti giovani si riunissero insieme e non si trattava solo di musica, in campo c’era una profonda contestazione del sistema sociale e soprattutto di quello economico, sembrava più un raduno politico-religioso che non di mero intrattenimento musicale. L’impegno politico diretto nei testi delle canzoni comunque inizia pian piano a sfumare e lo spirito di protesta viene affidato più all’impatto sonoro che non ai contenuti. I testi si fanno più egocentrici, al centro non esiste che l’“Io”. Col passare degli anni i riferimenti nelle canzoni si fanno sempre più espliciti e toccano primariamente argomentazioni sentimentali e sessuali. Curioso è che in quasi ogni disco, accanto ai brani “muscolosi” non mancassero delle bellissime ballate strappacuore, i cosiddetti “lenti”.
Queste tendenze nate in America ebbero facile presa anche sull’altra sponda dell’oceano, dove si erano create sacche di emarginazione nelle classi operaie senza lavoro, vittime della “rivoluzione industriale”. Il movimento musicale inglese prese talmente forza che si iniziò a parlare di British Invasion, riferendosi al successo riscosso dai gruppi inglesi nella patria culla del rock, ribaltando in un certo senso il flusso musicale. Questo ideale conflitto culturale tra giovani è ben testimoniato dal famoso film Quadrophenia, con le indimenticabili musiche degli Who.
Se questa è stata la genesi “sociologica” del movimento c’è anche quella più prettamente musicale. La radice prima dell’hard rock è la stessa del rock più in generale, quindi si tratta di un misto di folk e di blues, portati all’esasperazione dall’amplificazione degli strumenti. Si può certamente affermare che le basi su cui in seguito si svilupperà il suono “duro” sono rintracciabili nella scena blues delle grandi città industriali del Nord America come Detroit (omaggiata dai Kiss con il cavallo di battaglia “Detroit Rock City”) e Chigago, dove sono emersi alcuni artisti molto innovativi come Bo Diddley e John Lee Hooker, che diedero vita ad un blues “sporco” e carico di elettricità. Questi artisti battevano sul beat, sul tempo, enfatizzando la parte più ritmica. Il cambio di sound è stato influenzato con molta probabilità dalle difficili condizioni sociali e dalle tensioni che si sono acuite in quelle zone, non a caso proprio da Detroit partiranno alcuni dei gruppi più “cattivi” e “politicamente scorretti” di sempre come MC5, Stooges, Grand Funk Railroad e gli Amboy Dukes del selvaggio Ted Nugent, senza dimenticare il grande istrione Alice Cooper.


ATTO SECONDO: LA RINCORSA FRA LE DUE SPONDE DELL’OCEANO

In Inghilterra intanto fra i giovani comincia a diffondersi l’amore per il blues e molti musicisti ne subiscono il fascino. Sorta di guru e catalizzatore di talenti è John Mayall, che ha lanciato quasi tutti i più grandi musicisti di quel periodo. Nasce il blues bianco. Fra i primi a fare tesoro delle intuizioni di questi artisti blues ci sono gli Yardbirds, vera fucina di talenti, non a caso hanno avuto in formazione chitarristi epocali come Eric Clapton (che avrà il grande onore di vedere il suo nome accanto a quello di Mayall sullo storico album del 1966), Jimmy Page e Jeff Beck. Il loro primo album The First Recordings esce su etichetta L+R Records nel 1963. Seguono i famigerati Rolling Stones del primo album omonimo, che vede la luce il 14 aprile del 1964 su etichetta Deram ed è un vero spartiacque. Cambiano le regole del gioco, anche se non è ancora il via ufficiale al movimento, perché è difficile stabilire con esattezza la nascita dell’hard rock. Le orchestrazioni armoniose delle big band e dei grandi ensambles lasciano il posto a gruppi di massimo cinque o sei elementi, gli arrangiamenti diventano sempre più scarni ed essenziali. Oltre ai già citati Rolling Stones si fanno strada con forza i rivali Kinks, che sul primo album omonimo pubblicato il 2 ottobre del 1964 su etichetta Pye piazzano l’epocale “You Really Got Me”, la band spopola in patria, tuttavia la crudezza dei testi spesso molto espliciti, ma talvolta anche poetici come in “David Watts”, testi che trattano di argomeni spinosi come ad esempio l’omosessualità, fa del gruppo la band più “politically uncorrect” dell’epoca, impedendo di fatto al gruppo di Ray Davies di contendere agli Stones la palma di miglior gruppo rock del decennio. Poi ci sono gli Who dell’inno “My Generation” edita sull’omonimo album pubblicato il 3 dicembre del 1965 su etichetta Brunswick. Altra band rivoluzionaria, i loro dischi sono intramontabili, ma molto importante è anche l’atteggiamento fisico, l’energia sprigionata ai concerti, l’approccio sul palco, i salti dello stesso chitarrista, la distruzione sistematica degli strumenti e tante altre gesta scatenate, che hanno cambiato il modo di essere musicista rock. Sin dal nome si mette in discussione un’intera generazione, nascono i Mods, Peter Meaden (che nel 1964 è il loro manager) dichiara in una intervista: “Essere Mod è cercare di vivere al meglio, anche quando le circostanze e gli eventi ti sono avversi”. Il film “Quadrophenia” è il rock, l’Lp “My Generation” è l’emblema di una generazione, la rabbia degli Who è hard rock nella sua essenza più pura. È una rivoluzione caotica, disordinata, proprio perché di vera rivoluzione si tratta e non ci sono regole, anzi la vera regola è infrangere tutte le regole, ogni band sperimenta a modo suo i nuovi suoni, la distorsione viene prodotta “in casa”, non c’erano ancora le diavolerie che oggi la tecnologia mette a disposizione dei musicisti, tutti si dovevano arrabattare in qualche modo per creare i suoni che stavano prendendo piede, non solo fra i giovani musicisti, ma soprattutto nei gusti del pubblico. L’11 maggio del 1966 esce il debutto omonimo degli Small Faces su Decca, altra band Mod per antonomasia. Del gruppo fa parte Steve Marriott, che più avanti fonderà i grandi Humble Pie insieme a Peter Frampton. Il 9 dicembre 1966 su etichetta Polydor arriva Fresh Cream, il primo album dei Cream, praticamente il primo “supergruppo” del rock ed anche uno dei più formidabili power trio di sempre, alla chitarra ritroviamo Eric “Slow Hand” Clapton, al basso c’è l’ottimo Jack Bruce e alla batteria c’è l’eccezionale Ginger Baker.
Anche i Beatles, con qualche anno di ritardo, danno il loro bravo contributo al nuovo genere con l’asprezza sorprendente di “Helter Skelter” del famigerato White Album, pubblicato il 22 novembre del 1968 su Apple. Paul era rimasto molto impressionato dall’ascolto di I Can See For Miles degli Who, pubblicata l’anno prima, così volle sperimentare a sua volta l’energia di quel nuovo sound definito come “ un concentrato di suoni caotici”. Altri nomi di spicco sono quelli dei Them di Van Morrison e, in modo minore (per l’hard rock), i melodici ma essenziali Procol Harum. Poi come dimenticare i Frost, ma durarono troppo poco.

Il blues “sporco” diventava rock blues e i giovani musicisti dell’epoca compongono brani retti su riff di organo o di chitarra ripetuti ossessivamente. La scena del cosiddetto “blues bianco” o “british blues” capitanata da John Mayall cresce a dismisura sull’impulso di formazioni come gli Animals di Eric Burdon, dei Ten Years After di Alvin Lee, dei Taste di Rory Gallagher, e ancora i Fleetwood Mac di Peter Green, i Flamin’ Groovies, i Savoy Brown, i Groundhogs, mentre sull’altra sponda dell’oceano Atlantico si risponde al fuoco con i fratelli Johnny ed Edgar Winter in compagnia di Rick Derringer, i Mountain del mastodontico Leslie West (detti anche i Cream Americani), poi ancora Allman Brothers Band, Randy Holden, gli Zephyr di Tommy Bolin (il grande chitarrista di origini pellerossa, che per primo ha avuto l’onere di sostituire Ritchie Blackmore nei Deep Purple).
Con la British Invasion la vecchia Gran Bretagna sembra battere ai punti i giovani States, in una rincorsa appassionante, perché negli USA non mancano gruppi epocali come i Creedence Clearwater Revival, di John Fogherty, che canta con una ruvidezza inedita, come gli Iron Butterfly, che con il disco d’esordio “Heavy” (nome profetico) pubblicato dalla Atco nel 1968 e ancor più con i diciassette minuti di “In A Gadda Da Vida”, title track del disco successivo uscito lo stesso anno, dettano i canoni della nuova strada da intraprendere. A San Francisco troviamo i vulcanici Blue Cheer che propongono un suono sporco e grezzo, prodotto dalla chitarra, torturata a tutto volume da Leigh Stephens. Il trio in questione nel 1967 fa dell’eccesso uno stile di vita, dando al rock un significativo cambiamento, mentre il disco d’esordio Vicebus Eruptum è una vera scossa tellurica, tra l’altro presenta una versione irresistibile del classico Summertime Blues. A New York ci sono i Velvet Underground di Lou Reed e John Cale, band molto sperimentale ed intellettuale, considerata proto punk per eccellenza. Il loro secondo album White Light White Heat, edito il 30 gennaio 1968 su Verve Records e realizzato in collaborazione col geniale Andy Warhol, è un capolavoro assoluto del rock, da notare in particolare la forza della loro immagine, siamo in pieno flower power, una grande esplosione di colori e loro si presentavano vestiti di nero in aperta controtendenza. Dal Canada arrivano i selvaggi Steppenwolf del tedesco John Kay, poi trasferitisi sulla sponda orientale degli States a San Francisco. Sono stati una delle band più influenti e alcuni loro brani sono dei veri classici. Da ricordare in particolare che nella loro canzone “Born To Be Wild” del loro terzo singolo del 1968 esce il neologismo “Heavy Metal”, che in precedenza era apparso nel racconto Soft Machine del 1962 di W.S. Burroughs e poi ancora nel 1964 in Nova Express, ma di questo parliamo più avanti. Inoltre negli USA ci sono degli importanti gruppi di rottura come gli MC5 e gli Stooges di Iggy Pop. I suoni sono durissimi, molto acidi, si parla anche in questo caso di proto punk e almeno il primo album Kick Out the Jams degli MC5 è un vero manifesto politico, un impegno che scomparirà con disco seguente e che porterà la band ad un prematuro scioglimento, nonostante il grande successo iniziale. Poi ci sono i Mountain, la band del possente chitarrista Leslie West, di vita breve (anche se si sono più volte riformati), ma che hanno prodotto una serie di veri gioielli sonori, erano chiamati i Cream americani per l’amicizia con Jack Bruce. Non a caso, dopo lo scioglimento West formerà, assieme agli amici Corky Laing e Jack Bruce, un’altra delle icone dell’hard rock: i West, Bruce & Laing. Sempre a New York troviamo i Vanilla Fudge, che nel ’66 rileggono in chiave nuova grandi successi di altre band come i Beatles, ma il boom arriva con la pubblicazione in chiave hard rock di You Keep Me Hangin’ On delle Supremes.
Ma tutto prende una violenta accelerazione quando il 16 dicembre del 1966 esce il singolo Hey Joe della The Jimi Hendrix Experience capitanata appunto da tale Jimi Hendrix, il guitar hero per eccellenza. Il 12 maggio del 1967 esce l’album Are You Experienced, si tratta di uno dei dischi più importanti e influenti del rock. Hendrix è uno dei rari musicisti di colore a suonare rock, ed è considerato come il padre putativo dell’hard rock. È bene chiarire che l’hard rock non nasce (solo) con lui, ma dall’indimenticabile chitarrista afroamericano si eredita l’approccio tutto nuovo allo strumento, tanto che girano varie leggende sui commenti dei grandi guitar heroes dell’epoca, che restavano ammutoliti davanti alle performance di questo introverso ragazzo di colore, che sul palco arriverà addirittura ad incendiare letteralmente la sua sei corde in un suggestivo rito sacrificale. Questo indimenticabile figlio dei fiori stabilisce un rapporto fisico con la sua chitarra, la distorsione viene portata all’estremo, l’uso violento che egli propone mette in luce un nuovo modo di concepire il rock ed il blues. Proprio il lamento metallico, quasi raccapricciante, che si produce durante la distruzione, può essere considerato come il primo vero vagito dell’hard rock. Purtroppo la carriera folgorante di Jimi, il genio della chitarra, si spegne prematuramente e molto misteriosamente. La causa ufficiale è l’abuso di quelle maledette sostanze che tante vittime hanno fatto nel mondo del rock. Ci sono anche ipotesi controverse e comunque la sua morte rimane un vero mistero. Sull’esempio di Jimi i chitarristi Jeff Beck, Eric Clapton, Alvin Lee, Jimmy Page, Ritchie Blackmore iniziano a lavorare su nuovi suoni. L’organo hammond, tanto caro e indispensabile negli anni ’60, pian piano cede il passo alla chitarra Fender e il chitarrista diventa la figura simbolo e vero leader del gruppo.

 Se questa è l’evoluzione dei “grandi” gruppi, non dobbiamo dimenticare l’importante contributo dei cosiddetti “minori”. Allora via al garage rock coi seminali Music Machine (anche loro vestono di nero), il cui unico disco Turn On the Music Machine del ’66 è un vero must. I riff sono per lo più sostenuti dall’hammond, ma sono secchi e ossessivi, tanto che potremmo parlare di proto hard rock, bellissima la loro versione di Hey Joe. Poi ancora come non ricordare gli Shadows of Knight, i Misunderstood, i Litter, gli SRC, gli Zior e una miriade di altri gruppi oggi dimenticati da molti, ma autori di dischi veramente belli. Tutte queste band iniziano a sperimentare e definire la distorsione del suono, dando un contributo molto importante. Una band sperimentale che ha avuto un forte impatto sono stati i Love di Arthur Lee, uno dei chitarristi più innovativi dell’epoca. Nel loro disco di esordio omonimo, datato ’66 compare un’altra splendida versione di Hey Joe. Anche loro in bilico tra garage e psichedelia acida, con un sound tagliente e molto duro. Altra band molto importante sono stati gli Argent di Rod Argent (ex Zombies) e dell’hit maker per antonomasia Russ Ballard (cercate il suo disco Barnett Dogs, hard rock di gran classe), le loro linee armoniche saranno la base di molte formazioni, in particolare avranno un notevole influsso sul pomp.
Sempre fra i “minori” si possono annoverare talenti notevoli, a cui poi il tempo ha reso un po’ di giustizia. Sul fronte inglese troviamo per esempio formazioni come gli Andromeda del chitarrista cantante John DuCann, il quale dopo il disco omonimo “Andromeda” (RCA-1969), andrà a militare nelle file dei più considerati Atomic Rooster e poi ancora nei durissimi Hard Stuff. Nel disco si possono ascoltare ottime intuizioni, molta chitarra con riff Hendrixiani e della psichedelia. In definitiva un lavoro di hard prog. Un discorso analogo si potrebbe affrontare anche con il leggendario gruppo High Tide, proveniente si dal progressive rock a tinte dark, ma in possesso di una durezza sonora davvero sconcertante, ottenuta tra l’altro con un uso rivoluzionario del violino. E’ proprio lo strumento di Simon House a tessere melodie oscure, mentre la pesantezza viene relegata alla chitarra elettrica di Tony Hill, che già aveva dato dei segnali importanti coi precedenti Misunderstood. I due dischi prodotti, “Sea Shanties” (Liberty-1969) e “High Tide” (Liberty-1970), sono dei veri capolavori, gli altri titoli disponibili sul mercato sono tutti postumi. Mentre negli USA fra i “minori” troviamo gruppi eccezionali come i Dust e i Bang, autori di vere gemme anche se commercialmente sfortunate.

Tornando ai nomi più noti, una menzione a parte merita uno dei chitarristi più influenti di sempre: Jeff Beck degli Yardbirds, che rifiuterà qualsiasi compromesso commerciale (clamoroso il suo rifiuto di entrare nei Rolling Stones) per portare avanti le sue idee, con una carriera solista irreprensibile, anche se non sempre ricca di soddisfazioni economiche. Insieme al grande Rod Steward e successivamente con la band Beck, Bogert and Appice, scriverà delle pagine veramente indimenticabili. Negli States, invece, è stato un chitarrista molto influente Rick Derringer, che aveva fatto fortuna al fianco dei fratelli John ed Edgar Winter, ma anche da solista ha creato veri gioielli, spesso venati di hard blues.

Altro elemento di spicco, come abbiamo detto, sono stati i cantanti, che hanno fatto la fortuna di molte formazioni. Cosa sarebbero stati i Deep Purple senza Ian Gillan, i Led Zeppelin senza Robert Plant o i Queen senza Freddy Mercury? Uno dei primi singer con la voce perfetta per il genere che stava nascendo è stato John Fogerty dei Creedence Clearwater Revival. La sua voce roca e graffiante prendeva nettamente le distanze dai cantanti rock pop dell’epoca. Poi c’è stata la personalità di artisti come Iggy Pop e Alice Cooper, ma queste considerazioni ci porterebbero troppo lontano. Comunque vogliamo citare un altro singer fondamentale Bob Seger, la cui voce roca sarà un punto di riferimento per Bruce Springsteen. Seger si approssima stilisticamente a gruppi come Grand Funk Railroad, pur senza eccessivi riconoscimenti di vendite. Solo verso la metà degli anni ’70 raggiunge a pieno la maturità artistica ed il giusto successo commerciale.

Altro genere musicale fondamentale, a cui abbiamo accennato, è stata la psichedelia, che ha avuto un’influenza meno diretta del beat e del garage, a livello di impatto sonoro, ma la sua importanza si è espressa a livello compositivo ed esecutivo. Le lunghe jam session improvvisate di Deep Purple e Led Zeppelin probabilmente non ci sarebbero state senza le intuizioni di Grateful Dead, Jefferson Airplane, Quicksilver Messenger Service, Spirit e del visionario Syd Barrett dei Pink Floyd. In questo mondo di eccessi non vengono meno le droghe, ereditate proprio dai movimenti psichedelici del periodo. L’abbondante uso di LSD fu spesso il pretesto per la composizione di brani stralunati, ma quello che era sembrato un paradiso artificiale si dimostrò presto un vero inferno con l’arrivo dei primi decessi illustri. La deriva autodistruttiva prese inizio al maledetto concerto di Altamont del 1969 dove venne ucciso Meredith Hunter per mano di un membro del personale della sicurezza formato dagli Hells Angels. I sogni di pace e amore si spengono bruscamente e finisce un’epoca.


ATTO TERZO: IL MOVIMENTO DILAGA

C’è voglia di superare ogni limite e fra coloro che amano gli eccessi ci sono gli inglesi Humble Pie, che prendono in consegna le sonorità anni ’60 e le trasformano per i ’70. Persino l’atteggiamento rissoso di quel periodo da parte dei giovani viene fuso nel suono della band. La personalità è ovviamente forte, così come la voce calda di Marriott e l’oscura chitarra di Peter Frampton. Saranno “Only A Roach’ Earth And Water” e “The Light” tratti dall’ottimo “Humble Pie” (A&M-1970) a dettare loro la strada dell’hard rock.

Verso la fine degli anni ’60 questo movimento sonoro innovativamente violento inizia a spargersi a macchia d’olio, accorrono anche tipi poco raccomandabili, come il “signore delle tenebre” Ozzy Osbourne. I suoi Black Sabbath hanno un suono mai sentito fino ad ora e questo per merito della chitarra pesantissima di Tony Iommi, una John Diggins JD. La tecnica limitata della band fa si che tutto si basi su riff semplici, granitici e ripetitivi. Il tocco di Iommy è unico a causa della mancanza di alcune falangi della mano perse in un incidente, mentre la voce di Ozzy è sgraziata ma terribilmente suggestiva. Mai prima di allora c’era stato un tale connubio fra tematiche oscure e suoni sepolcrali, il movimento del dark rock è nato alcuni anni prima del debutto dei Black Sabbath, ma la forza evocativa del sound di questa band ha fatto breccia nel pubblico, divulgando contenuti altrimenti poco accettati. Curioso il fatto che la band abbia scelto di munirsi di enormi crocefissi per difendersi in qualche modo dalle energie negative che avevano evocato.

Nello stesso periodo dilaga anche un altro genere musicale diventato col tempo sempre più importante, il colto rock progressivo di Genesis, King Crimson, Van Der Graaf Generator, Jethro Tull, Yes e Pink Floyd. Molti di questi gruppi hanno sperimentato la distorsione, in particolare i King Crimson, che hanno prodotto alcuni degli album più duri del prog. Anche i Jethro Tull del menestrello Ian Anderson sperimenteranno suoni molto duri, si pensi ad Acqualung. Comunque per lo più il progressive si è distinto per eleganza, con magnificenti spettacoli dal vivo, molto colorati ed interpretativi. Diametralmente opposti i concerti dell’hard rock, scarni di scenari e focalizzati principalmente sul carisma del chitarrista o del cantante. Di questi il più sensuale ed ammaliante è sicuramente Robert Plant, leader dei famigerati Led Zeppelin, per meglio dire la storia dell’hard rock. Cosa aggiungere su questa band che non sia stato già detto? Credo più nulla, se non forse sottolineare il modo violento ed inusuale per i tempi, con cui John Bonham percuote la batteria. Il duo Plant-Page ha un’intesa inverosimile e le loro composizioni sono a dir poco variegate, a volte molto blues, melodiche e sensuali per poi lasciarsi andare quasi all’improvviso in cavalcate hard di rara potenza.

Ma il guitar hero per eccellenza del tempo porta il nome dell’americano Ted Nugent. Proveniente dagli Amboy Dukes si produce in assoli elettrici a dir poco tirati, tutti dotati di stupefacente energia. Diventa personaggio influente e questo lo riscontriamo ad esempio in gruppi come il trio Highway Robbery. Michael Stevens è il chitarrista e compositore dei pezzi, tutti potenti e ruvidi, un hard rock a tratti feroce per questo periodo. Anche grazie a lui il genere prende una determinata fisionomia. Rimanendo in tema di chitarristi d.o.c. arriviamo inevitabilmente a Ritchie Blackmore. La tecnica dimostrata è sopraffina, la sua band proveniente nientemeno che dal prog e ha lo storico nome di Deep Purple. Il suono propostoci è particolare, molto barocco e neoclassico, grazie anche all’apporto dell’Hammond di John Lord, ma sono le tre scarne note di “Smoke On The Water” (1972), ad essere la vera icona dell’intero movimento, tre sole note molto facili da strimpellare e che si stampano subito in testa dopo un solo ascolto. Rock duro e tecnica eccellente sono dunque l’arma vincente di questa band, ma c’è anche un cantante dalla voce incredibile dal nome Ian Gillan. I Deep Purple sono una delle poche band ad essere sopravvissute fino ai giorni nostri, anche se la formazione è stata continuamente rimaneggiata, con una discografia molto dignitosa. Nei Purple ha militato per un certo tempo come bassista il grande Glenn Hughes, che merita una menzione. Il nostro in realtà è un cantate eccezionale, ribattezzato “the Voice of Rock”. Aveva tentato fortuna coi Trapeze, insieme a Mel Galley e Dave Holland, una band che aveva fuso il funky all’hard rock. Hughes poi ha dato vita ad una lunga carriera solista che arriva sino ai giorni nostri, costellata di ottimi dischi. Da ricordare anche la sua collaborazione coi Black Sabbath per Seventh Star e sfociata poi sui bellissimi album a nome Iommi.     
A proposito dei grandi non possiamo non ricordare la band di Freddie Mercury, i pomposi Queen. I primi dischi da loro prodotti sono assolutamente hard rock e della miglior pasta, poi sappiamo tutti il percorso che il quartetto ha intrapreso in seguito, con successi planetari annessi, ma sempre meno hard rock. A questo punto la storia scorre velocemente, come avrete capito è davvero difficile fare una cronologia perfetta. I semi cominciano a dare i frutti, ecco allora spuntare dappertutto band di inestimabile valore, come Uriah Heep, Atomic Rooster, Blue Öyster Cult, ZZ Top, solo per fare qualche nome.

Gli Uriah Heep sono una band inglese che ha avuto un successo planetario, raggiungendo perfino la Russia e hanno venduto nella carriera più di 40 milioni di album. I primi passi vengono fatti dal chitarrista Mick Box e dal cantante David Byron nel 1966 sotto il logo Spice. Nel 1970 la line up si stabilizza temporaneamente con Paul Newton (basso), Alex Napier (batteria) e Ken Hensley (tastiere). Il disco d’esordio del Giugno 1970 “Very ‘eavy, Very ‘Umble” (Vertigo-1970) viene accolto malamente dalla critica, a dir poco viene stroncato, ma il pubblico riserva loro ben altre soddisfazioni. Gli album a seguire tratteranno di argomentazioni legate alla mitologia ed il 1972 sarà senza dubbio il loro anno più prolifico a livello d’ispirazione.

Una delle formazioni più influenti e meno ricordate sono stati i gallesi Budgie, autori di un hard rock selvaggio, hanno dettato gli stilemi ripresi anni più tardi dagli alfieri della NWOBHM. Ascoltate la canzone "Breadfan", il ritmo veloce accompagnato da un heavy blues trascinante è stato di ispirazione per molte band fra cui Iron Maiden, Judas Priest e Metallica, che ne hanno fatto una cover. Tra l’altro pare siano stati il primo gruppo hard rock occidentale a suonare oltre la cortina di ferro.

Facciamo ora un piccolo passo indietro per occuparci nuovamente di sonorità sulfuree. Non solo Black Sabbath nell’hard rock, ci sono in giro anche altri personaggi “particolari”, fra i quali spicca il nome di Alice Cooper. Questo prende il nome da una strega realmente esistita e bruciata viva a Salem dai puritani. Gli spettacoli dal vivo proposti hanno fatto storia. Sangue, situazioni crude e violente, serpenti e suore nude, fanno parte del baraccone. Ma quello che Alice crea è il face-paint, il viso pitturato di bianco con occhi neri disegnati, una rivoluzione che apre una nuova serie di proseliti. Da notare che tra i primissimi gruppi (forse il primo in assoluto) ad usare il trucco facciale figurano gli italianissimi Osanna, seguiti poi dai Genesis di Peter Gabriel. Successivamente saranno moltissimi altri artisti che svilupperanno questa idea, come i Kiss, fino a giungere ai giorni nostri con miriadi di gruppi black metal.
Proprio i Kiss agli inizi degli anni ’70 giocano con il trucco ed inventano personaggi. Paul Stanley è l’uomo sexy, Gene Simmons il vampiro, Ace Frehley l’uomo venuto dallo spazio e Peter Criss l’uomo gatto. Fuochi pirotecnici, pedane che si alzano, ancora sangue e luci, tante luci fanno degli spettacoli dei Kiss un appuntamento veramente unico ed indimenticabile. Come per Alice Cooper, uno dei pochi casi in cui l’hard rock si arricchisce con l’immagine.

In Inghilterra comunque troviamo il duca bianco, David Bowie, insieme a Marc Bolan dei T-Rex (in precedenza Tyrannosaurus Rex) che puntano molto sull’immagine, il primo poi con i suoi Spiders From Mars, sarà uno dei musicisti più influenti di tutta la scena inglese. Con loro nasce il glam, movimento molto romantico, ma anche pieno zeppo di eccessi. Purtroppo per Marc questi saranno fatali: morirà nel ’77 a causa di un incidente stradale.

Ma non solo America ed Inghilterra, infatti il genere prende campo anche in altri luoghi fra cui la lontana Australia. I fratelli Malcom ed Angus Young propinano uno spettacolo diametralmente opposto a quello milionario dei Kiss, Bon Scott è un buon animale da palco, ma è il chitarrista indiavolato Angus Young a catalizzare l’attenzione sugli AC/DC. Niente scene incredibili, solo tanto sudore e Angus vestito da scolaretto che scorrazza per il palco dimenando continuamente il capo (come diamine farà?). I riff sono vincenti, la formula è scarna ed essenziale, grezza al punto giusto con tanto di ritornelli da cantare assieme a squarciagola durante i concerti. Tuttavia è ancora la droga a mietere l’ennesima illustre vittima e Scott se ne va. Gli AC/DC proseguono il cammino inesorabilmente fino ai giorni nostri con la consueta grinta, senza cambiare una virgola al sound e con Brian Johnson al microfono.

L’hard rock prosegue la propria evoluzione con naturalezza, con gruppi che sapranno unire melodie incredibili a riff taglienti come gli UFO, di Phil Mogg, Pete Way e Michael Schenker. La voce di Phil è fra le migliori in circolazione (ancora oggi è calda è potente come se il tempo non fosse passato), mentre il lunatico Schenker è sicuramente uno dei migliori chitarristi che il panorama ci propone. Cosa dire poi degli Aerosmith? Considerati da molti la più grande band di rock’ n’ roll del mondo, nei seventies sono distanti da come li conosciamo oggi. Più sporchi, rozzi, cattivi e drogati, rientrano a pieno merito nel vocabolario dell’hard rock. L’esordio discografico del 1973 è limitato dall’inesperienza, ma lascia intuire le potenzialità del quintetto capitanato dal carismatico Steven Tyler. Sono il perfetto esempio di rock di successo: soldi, donne, droga ed alcol, uno stile di vita assolutamente insostenibile, ma dannatamente hard rock.

Qualche volta a dominare la scena non è stato un chitarrista ma un bassista, come nel caso dell’irlandese (mi piace che non si parli solo di inglesi) Phil Lynott. La sua carriera è stata contrassegnata dall’amicizia con Gary Moore, si conosceranno negli storici Skid Row (ovviamente non quelli di fine anni ’80 capitanati dal bellone Sebastian Bach). Poi Phil darà vita ai Thin Lizzy, una band epocale. Il dominio di Lynott all’interno della band porta a diversi screzi, per cui i membri vicino a lui si allontanano per altre strade, intercalandosi con nuovi, forse proprio per questo motivo che i Thin Lizzy non riescono a sfondare sul mercato come avrebbero meritato. Molte band a venire li hanno citati come importante influenza. Sono Irlandesi, con la passione per il folk celtico, che andrà ad influenzare i primi lavori, a partire dal 1970. La lunga carriera giunge fino al 1984 ed è ricca di buoni frutti. Purtroppo nel Natale del 1985, Lynott collassa per poi spegnersi definitivamente il quattro gennaio del 1986, un’altra vittima dell’eroina. I Thin Lizzy sono stati un vero e proprio contenitore di grandi artisti. Ecco alcuni nomi: Midge Ure (futuro Ultravox), Brian Downey (grande batterista), Scott Gorham, Eric Bell, il già citato Gary Moore e Brian Robertson. Sempre dalla romantica “isola verde” arrivano gli Horlips, un gruppo poco conosciuto ma che ha scritto pagine di musica sublimi rileggendo i classici folk in chiave hard rock.
Tornando in Inghilterra troviamo una band che fa uso abbondante di chitarre elettriche in chiave boogie e rock ’n’ roll e che porta il neonato hard rock nelle classifiche alte: gli Status Quo. La carriera artistica è pressoché paragonabile a quella degli AC/DC, non si muovono di una virgola dal proprio sound e dai loro immancabili jeans. Dice il chitarrista Rick Parfitt del loro stile: “…Forse sono le nostre due chitarre che suonano all’unisono a tirare fuori questo sound unico che abbiamo. Molti hanno tentato di imitarci, ma se non vanno perfettamente insieme, il risultato non si raggiunge”. Anche i Wishbone Ash usano due chitarre che suonano all’unisono, creando un sound magico in un contesto più vicino al prog.
Tornando negli USA troviamo i Grand Funk Railroad (anche loro dell’area di Detroit). È una delle band più rumorose dei primi anni ’70. Il trio dà il meglio di sé durante i concerti. Notati nientemeno che da Paul Mc Cartney, vengono messi sotto contratto dalla Capitol. Tuttavia il loro sound troppo “Heavy” viene messo al bando anche dalle radio. Malgrado tutto le vendite non mancano. Una curiosità, Mark Farner viene classificato dal pubblico come il chitarrista con i capelli più lunghi del rock. Poi ci sono i James Gang di Joe Walsh, una formazione baciata dalla fortuna commerciale, anche se sono da ricordare solo i dischi del primo periodo. Da questa formazione è uscito il leggendario Tommy Bolin (ex Zephir) che rimpiazzerà Blackmore nei Deep Purple. Altra band di discreta popolarità sono stati i Bloodrock, nati nei primi anni sessanta con diverso nome, pubblicano l’album omonimo di debutto nel 1970. L’immagine era più forte della musica proposta, un heavy blues molto psichedelico.
A metà anni ’70 i gruppi hard rock americani tendono però a spostarsi verso sonorità più melodiche, che strizzano l’occhio alla classifica. In realtà si tratta di prodotti di tutto rispetto, fatti con grande cura, ma che si allontanano dai percorsi tracciati fin qui in questo articolo. Boston, Foreigner, Toto, Journey, Balance sono alcuni nomi fra i primi che mi vengono in mente. La cosa ha avuto anche un eco nella vecchia Inghilterra e i The Babys del talentuoso cantante John Waite ne sono l’esempio più importante. Poi una band fuori dagli schemi, ma che merita una menzione speciale ci sono i Cheap Trick, col loro show multicolore, che in un contesto qualitativamente alto proponeva le versioni parodistiche dei cliché tipici del macismo hard rock.
E le donne sono state a guardare? In un contesto talvolta rozzo, macho e sporco, dove le donne erano viste più nel ruolo di groupie, è evidente che spazio sul palco ce n’è stato poco, non tanto per l’impedimento dei maschi ai quali, anzi non sarebbe certo dispiaciuta più presenza, quanto per una scelta di fondo che vedeva nel maschio l’alfiere perfetto del rock. Qualcuna comunque ci ha provato e con ottimi risultati. Ricordiamo la prima band tutta al femminile: le Fanny, attive fin dal 1970, e con uguale piacere Suzy Quatro con l’esplosivo lp “Quatro” (Bell-1974). Meritano una menzione anche Bonny Tyler ed Ellen Foley, passate da coriste a lead singer. Poi come dimenticare gli Heart delle sorelle Wilson. Ma anche la poetessa Patty Smith, che poteva essere la lead singer dei Blue Öyster Cult, tra l’altro compare come ospite nell’album Agent of Fortune del ’76. La Smith, pur non essendo proprio hard rock, comunque ha avuto la sua influenza. Buone anche le carriere di Pat Benatar, Lita Ford e Joan Jett, queste ultime due provenienti dalle The Runaways e quella più bizzarra dell’ex pornostar Wendy O’ Williams, amica di Lemmy Kilmister dei Motorhead, oggi purtroppo non più con noi. Poi una leggenda narra che la patinata Diana Ross volesse fare dell’hard rock, ma che le fosse stato vietato dalla casa discografica.


 Un altro importante tassello viene posto dai Free di Paul Rodgers (che sappiamo aver preso per un periodo il posto del compianto Mercury nei Queen). L’hard blues proposto è importante, “All Right Now” ha un riff che ha molto contribuito all’evolversi del movimento ed è stato ripreso e rimodellato da molte formazioni, qui ancora praticamente agli albori. Rodgers verso la metà degli anni ’70 abbandonerà i Free per dar vita ad un nuovo e fortunato progetto boogie rock dal nome Bad Company. L’hard rock è della miglior specie, eccellente nelle ballate, dove la voce di Paul diventa interprete stupenda. Il merito di queste sonorità vanno attribuite anche al chitarrista Mick Ralphs (ex Mott The Hoople).
Gli Atomic Rooster meritano uno spazio tutto loro, sono sempre stati sottovalutati dal grande pubblico, ma i dischi sono di una bellezza eccezionale ancora attuale. Il loro dark sound farà scuola e ancora oggi si trovano molti giovani artisti che si ispirano a loro.
Dall’altra sponda dell’Atlantico rispondono i grandiosi Blue Öyster Cult. Se il termine “Heavy Metal” esce dalla canzone degli Steppenwolf, è proprio con i BÖC che viene associato alla musica per la prima volta (qualcuno dice che in precedenza fosse stato usato dalla famosa rivista Creem associato ad una recensione dei Sir Lord Baltimore, anche se come “heavy music”), comunque il neologismo appare ancora prima negli scritti di Burroughs, un autore fondamentale per tutta la beat generation. I primi tre album del gruppo newyorkese sono delle pietre miliari che non dovrebbero mancare nella discografia di ogni buon rocker. I cinque hanno dato vita ad un sound oscuro e unico, con testi finalmente intelligenti e “diversi” dai soliti cliché, si parla di fantascienza, di storie limite e di poesie urbane. Come abbiamo accennato, si mormora che il cantante del gruppo dovesse essere la poetessa Patty Smith e forse questo avrebbe cambiato parte della storia del rock, fatto sta che i BÖC sono entrati nella storia anche se forse avrebbero meritato una risonanza maggiore. E ancora vanno ricordati i Foghat, accostabili ai James Gang, ma più seminali e potenti.
Proseguendo negli anni, verso la metà dei ’70 troviamo il nostro hard rock più in forma che mai, grazie soprattutto al sorgere vertiginoso di nuove formazioni, tutte desiderose di distinguersi dalla massa. Una delle band americane che hanno aperto nuove soluzioni sono gli Angel, non tanto per le vendite, quanto per l’influenza stilistica. Gli angeli del maestro Greg Giuffria si presentano vestiti di bianco con tanto di strumentazione in bianco e vengono notati da Gene Simmons, che li segnala immediatamente all’etichetta Casablanca. Con loro l’hard rock è ai confini con il pomp rock, di qui l’importanza storica.

Anche il Canada dà il proprio apporto alla causa. Nel tempo ascolteremo artisti importanti come Guess Who, Bachman Turner Overdrive, ovviamente i progressivi Rush che meriterebbero un maggior approfondimento, in fondo però solo il loro primo album è da considerarsi hard rock, e ancora Saga, Prism, Moxy, Max Webster, Triumph, ma verso la metà degli anni ’70 c’è un chitarrista dal nome Frank Marino che ha grandi cose da raccontare. Il rock suonato è totale, in esso aleggia hard blues, psichedelia e qualcosa di Hendrix, suo vero ispiratore. La Gibson improvvisa storie che consiglio di andare a rispolverare, a partire dal disco d’esordio “Maxoom” (Kot’Ai-1973).

Più legati al classico blues in America troviamo il power trio degli ZZ Top, famosi per le lunghissime barbe, il loro hard rock è essenziale e diretto, ma il grande successo arriverà solo negli anni ’80. Comunque sono fra i fondatori della componente hard del southern rock (conosciuto anche come rock sudista). Nello stesso periodo troviamo i meno fortunati Black Oak Arkansas, che con i tre chitarristi ed una vita on the road alquanto movimentata, hanno dato il loro bravo contributo. L’atteggiamento “glam” e catalizzatore del cantante Jim Dandy è precursore di atteggiamenti provocatori da “animale da palco”, successivamente ripreso anche dal grande David Lee Roth dei Van Halen e da migliaia di altri futuri singers.
Non da poco il fatto che i Black Oak Arkansas sono stati anche gruppo di riferimento per i più fortunati Lynyrd Skynyrd. Il southern rock che suonano ci porta a conoscenza di una band dal passato rissoso, la posizione conservatrice del gruppo non è tanto politica, quanto social-popolare. Tacciati di razzismo, suonano un rock duro e diretto che va a pescare nel blues e nel country. Sicuramente precursori nell’uso di due o tre chitarre, in seguito emulato da numerose altre band.

Anticipatori del suono stelle e strisce, poi tanto caro ai Van Halen , sono i Montrose del guitar hero Ronnie Montrose e del cantante Sammy Hagar (guarda caso futuro Van Halen). Il loro brano “I’ve Got the Fire” qualche anno dopo sarà una delle prime di una lunga serie di incendiarie cover proposte dagli Iron Maiden. A ben guardare il sound dei Montrose era già puro heavy metal.

EPILOGO E NUOVA VITA

A questo punto della storia, verso la fine degli anni ’70, succede un passaggio importante. Parallelo al movimento hard rock e talvolta con diversi punti di congiunzione, si è sviluppato il movimento progressive o rock romantico, come qualcuno lo chiamava in origine. Questi due grandi contenitori sonori arrivano alla fine del decennio spompati e privi di sbocchi, con le grandi band che venivano definite ironicamente “dinosauri” del rock. C’era bisogno di qualcosa di nuovo perché il pubblico era stanco di lunghe jam sessions e di suite auto celebrative, la musica stava diventando o cervellotica o ripetitiva, o autoreferenziale, con le case discografiche che spingevano i gruppi per produrre hit da vendere velocemente. Così è arrivato l’esatto contrario di tutto quello che c’era allora: il punk.
Ancora più sporco e grezzo dell’hard rock, ancora più essenziale e diretto, con Sex Pistols, Damned, Still Fingers e Clash, il punk, vero terremoto, apre nuove possibilità artistiche. Da un lato l’hard rock si fonde col punk per dare vita alla new wave of british heavy metal. Da un altro lato alcune formazioni mantengono la presa con nuove band, sempre più tecniche e carismatiche, la lezione dei maestri passati viene perfettamente assimilata. Ecco nascere formazioni che hanno fatto ancora la storia, come ad esempio i Rainbow, una delle più famose “superband” di hard rock, fondati da Ritchie Blackmore a seguito dell’uscita dai Deep Purple, nella cui line-up vediamo alternarsi artisti stratosferici come Joe Lynn Turner, Roger Glover, Graham Bonnet, Cozy Powell, Don Airey, e in particolare un cantante dalla voce memorabile come Ronnie James Dio, che proveniva da una semisconosciuta band di hard blues dal nome Elf. Come non citare la famosa e bella canzone “I Surrender” affidata proprio alla potente ugola di J.L. Turner, un must.
Non da meno i Whitesnake dell’incredibile vocalist David Coverdale. La discografia del serpente bianco è ricca di buone realizzazioni. I Judas Priest di Rob Halford si intersecano con sonorità oscure e metalliche, creando un filone che sfocerà nel metallo fuso più pesante, i Saxon di Byff Byford racconteranno di battaglie, i teutonici Scorpions di donne, così l’hard rock si modifica in miriadi di soluzioni, sempre più prossime al nascente heavy metal.

Oggi siamo nel nuovo millennio e con piacere constatiamo lo stato di buona salute del genere, ci sono molte piccole etichette discografiche specificamente dedicate al sound dei seventies. Alla faccia di tutti coloro che hanno sempre denigrato l’hard rock e che gli hanno pronosticato una vita breve. Le formazioni sono tante, troppe da citare, ma soprattutto la lezione impartita dai gruppi di hard rock è riscontrabile in quasi tutti i gruppi a venire. “… Long Live Rock’N Roll” e come disse il sommo poeta per bocca di Virgilio “Non ti curar di loro ma guarda e passa”.


COROLLARIO, GLI ALTRI PAESI

Ogni tanto abbiamo citato anche artisti di altri paesi, ma per chiudere il discorso ci sembrava giusto dire ancora qualche parola. La Germania è l’unico paese che riesce in qualche modo a tenere testa allo strapotere angloamericano, la musica dura ha buoni proseliti, in primis ci sono i già citati Scorpions di Klaus Meine e del talentuoso Uli Jon Roth. Poi fra le band più interessanti vanno menzionati i Birth Control, gli Epitaph, i Jane e i Lucifer’s Friend. Qualche anno dopo arrivano gli Accept di Udo, che porteranno l’hard rock direttamente nell’heavy metal, ma i primi lavori nascono proprio dal nostro genere in questione.

Abbiamo menzionato gli australiani AC/DC dello scatenato scolaretto Angus Young, una vera istituzione per tutto il movimento. Al pari dei grandi nomi citati, gli AC/DC sono stati per intere generazioni il primo gruppo da cui si partiva per avvicinarsi a questo genere. Ma l’Australia ha avuto anche altre stelle, come i Cold Chisum, che però non hanno saputo suscitare la stessa attenzione degli AC/DC.

Non sono mancate formazioni giapponesi, svedesi e di altri paesi, ma come abbiamo detto all’inizio questa non è un’enciclopedia e quindi se siete curiosi possiamo approfondire in futuro.

Infine l’Italia, il nostro paese. Negli anni ’70 ci sono dei complessi che hanno in qualche modo fatto presenza nell’ambito, anche se in realtà il loro posto è più consono nell’hard prog, come per esempio i Biglietto Per L’inferno,i Procession, i New Trolls, il Rovescio della Medaglia, gli Osanna. Proprio il disco “Biglietto Per L’inferno” (Trident-1974) ci mostra una formazione si giovane, ma oltremodo preparata, con testi assolutamente intelligenti ed un cantato (almeno per questa volta) indovinato. Oppure i Trip di Joe Vescovi, con chitarre Hendrix style. Diciamo che in realtà il nostro movimento hard rock vero e proprio comincia verso la fine degli anni ’70 a cavallo con gli ’80, quando all’estero tutto è appianato. Restano comunque da sottolineare band di indubbio valore come i Vanadium di Pino Scotto, o la Strana Officina, ma qui siamo già alle soglie degli anni ’80, agli albori della cosiddetta NWOIHM e anche questa è tutta un’altra storia.

GIANCARLO BOLTHER / MASSIMO SALARI