venerdì 30 dicembre 2016

T

T – Epistrophobia
Progressive Promotion
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: New Prog
Support: cd -2016


Il polistrumentista tedesco Thomas Thielen, in arte T, torna anche quest’anno puntuale sulla scena musicale Progressiva. “Epistrophobia” è il sesto lavoro in studio, e tengo a rimarcare la buona qualità delle precedenti realizzazioni. Infatti Thielen è riuscito nell’arduo compito di miscelare tecnica e melodia in eque parti, lasciando sempre alla fine dell’ascolto quella sensazione di sazietà mentale e di soddisfazione.
“Epistrophobia” è la seconda parte del poema epico scritto nel 2015 “Fragmentropy”, tanto che  i tre brani, o per meglio dire le tre suite che compongono il nuovo album si intitolano “Chapter Four: A Poet’s Downfall”, “Chapter Five: Contingencies” e “Chapter Six: The Place Beyond The Skies”. Importante dunque anche la parte testuale delle canzoni, ispirate all’avanguardia della poesia moderna de “Lettera Del Veggente” di Arthur Rimbaud: “Je Est Un Autre” (Io E’ Un Altro).
Il disco ha una durata di 78 minuti, il che la dice lunga sull’approccio musicale dell’artista. E quindi suite sia, ad iniziare dal capitolo quattro. T gioca molto sul crescendo emotivo e sonoro, chitarre di natura Pinkfloydiana intervengono dopo un intro Psichedelico d’atmosfera, ed è subito forte emozione. Il cantato per alcuni versi richiama alla mente l’approccio di David Bowie. Interventi elettronici vengono a supporto della complessa struttura compositiva, ricca di passaggi variegati. La cultura musicale di Thielen fuoriesce dalle composizioni dimostrando una vasta area di azione che passa dalla Psichedelia, al Prog, sia passato che moderno, quello di matrice Marillion era Hogarth su tutto.
Davvero molteplici i passaggi sognanti e di grande impatto emotivo, specie nei momenti di chitarra e per spiegarmi meglio non nascondo che a tratti mi sovvengono anche gli ultimi Anathema, non tanto per lo stile, quanto per l’approccio alla struttura del brano.
Ma come ho già accennato, T non è solo uno stile, e quando c’è da tirare fuori i muscoli, riesce a farlo con naturalezza, il polistrumentista si diverte a sondare differenti paesaggi. L’ascolto ci guadagna in fluidità lasciando la monotonia e lo scontato  in altri lidi.
La controprova deriva dal fatto che i settantotto minuti sono pressoché volati via in un attimo.
Anche questo nuovo lavoro di Thielen è da elogiare non soltanto per quanto descritto sino ad ora, ma anche per la registrazione sonora e per l’artwork che come sempre la Progressive Promotion Records cura in maniera eccellente. L’artista cresce disco dopo disco e a proposito di questo,
ci preannuncia che “Epistrophobia” sarà seguito da un terzo album contenete i capitoli sette, otto e nove. Bene così. MS


T – Fragmentropy
Progressive Promotion Records
Distribuzione Italiana: GT Music
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2015


Come vola il tempo! Mi sembra ieri che è uscito “Psichoanorexia”, invece sono già passati due anni! Ma è sempre un piacere invecchiare con buona musica, anzi, forse è proprio quella che fa volare il tempo, perché è notorio che quando si sta bene il tempo scappa via. La buona compagnia ce la regala il polistrumentista Thomas Thielen con “Fragmentropy”, quinto sigillo della sua nobile carriera musicale.
Frammenti di storie che parlano d’amore e non, di un viaggio nel proprio essere e come in tutte le più belle storie, non c’è fine. Tre lunghi capitoli, tre suite, due di mezz’ora ed una di quasi venti minuti, questo il percorso scelto da Thielen nel raccontare ed emozionare.
Apre “Chapter One: Anisotropic Dances”, una profondità di suoni netta e pulita stupisce per bellezza, così il lento subentrare della musica rarefatta, Psichedelica e drammatica. Gli stati d’animo si susseguono fra chitarre distorte e melodie pacate, quasi in stile Marillion era Hogarth. Bella e come sempre ottima interprete la voce di Thielen. A tratti si aprono ampi scenari ariosi, squarciando nebbiosi lidi di malinconia. I frangenti migliori arrivano nelle aperture epiche sonore, quando T si lascia andare in tutta la sua imponenza, questo perché in essa sa adoperare la melodia giusta e toccante elevandola ai massimi livelli grazie all’uso degli strumenti e in principale modo delle tastiere. D’atmosfera è il gioco di voci che si aggirano attorno alla nostra mente all’ascolto, sussurrate e femminili.
“Chapter Two: The Politics Of Entropy” è New Prog Doc, ancora lo stile Marillion ultimo periodo si affaccia all’ascolto, prendendo come punto di riferimento quel capolavoro intitolato “Brave”. L’imponenza delle tastiere spesso fa scorrere sulla pelle qualche brivido, specialmente se sopra questo tappeto subentra la chitarra elettrica.
Nella musica in generale c’è una sorta di passaggio staffetta fra il passato ed il presente, chiamando in causa (come per gli album precedenti) gruppi come Radiohead, Porcupine Tree, Marillion e Genesis. Fare coincidere così tanti stili non è uno scherzo, si rischia di fare un malloppo sonoro che potrebbe lasciare solo scontenti tutti gli amanti dei differenti gruppi citati, serve equilibrio e la personalità, quella che rende alla fine  il tutto riconducibile ad un solo artista, in questo caso a T.
Il terzo capitolo “Chapter Three: The Art Of Double Binding” non  si discosta di una virgola a quanto detto sino ad ora, giocando fra gli scambi umorali e sonori, fra malinconia ed epicità.
“Fragmentropy” è un album più oscuro che chiaro, consigliato a chi durante l’ascolto vuole sentirsi toccare dentro, a colui che quando chiude gli occhi si sente sollevare da terra, ovviamente invece chi fa della musica un inno alla tecnica o quant’altro fa passare un oretta nella distrazione di sottofondo, in esso troverà molta difficoltà di assimilazione.

Per ascoltatori attenti e di ampie vedute, in teoria quello che dovrebbe essere un ascoltatore di Progressive Rock, ma che ultimamente così spesso non è. MS

Steve Hughes

STEVE HUGHES – Once We Were – Part One
Progressive Promotion Records
Distribuzione Italiana: GT Music
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2016


Se siete fans del Prog e vi faccio alcuni nomi, sono sicuro che vi diranno qualcosa: Big Big Train, Kino, Enid. Cosa hanno in comune queste grandi band New Prog? L’ex batterista Steve Hughes. Nomi altisonanti, gruppi che hanno dato molto alla causa e ancora stanno facendo, con uno stile che equilibra la melodia con la tecnica. La formula canzone è presente, mai dimenticata nelle composizioni, così Steve Hughes al riguardo ha una notevole esperienza.
Ad un anno di distanza dal debutto solista dal titolo “Tales From The Silent Ocean”, torna con un nuovo concept, “Once We Were-Part One”. Trattasi di un viaggio nel tempo, fra passato, presente e futuro, fra amore, morte, dolore, famiglie spezzate e guerra. Argomentazioni forti per testi forti, dove l’autore  si getta a capofitto in una lunga apnea sonora. Hughes canta e suona tutti gli strumenti, ma sa circondarsi anche di importanti special guest, come Dec Burke dei Frost alla chitarra, Alex Tsentides degli Enid al basso,e poi Keith Winter alla chitarra, Angie Hughes e Katja Piel alla voce.
Un racconto importante non può che iniziare in maniera altrettanto significativa, ossia con una suite di trentatré minuti, altrimenti non saremmo nel Prog, ecco dunque “The Summer Soldier” a fugare immediatamente ogni dubbio sull’operato inciso. L’ascolto è consigliato con in mano il libretto di accompagnamento al cd con tanto di testi e disegni di Jim Trainer. Le tastiere ricoprono un ruolo importante, ci si riscontrano influenze oltre che delle band citate, anche di gruppi come IQ. Ritmi sostenuti si alternano a brevi e fugaci assolo, come quello di tastiere o chitarra, mentre il cantato è al centro della composizione. Nella suite la musica si articola con naturalezza, quasi una conseguenza stessa del suo incedere, come quando gli artisti si lasciano prendere la mano e si lasciano andare. Personalmente apprezzo maggiormente i solo di chitarra ariosi misti fra Pink Floyd e Genesis, come il New Prog ha saputo elargire nel tempo. Non esulano interventi di ritmica elettronica a spezzare l’ascolto. Nel proseguo Hughes approccia al concept con un intento più popolare se mi concedete il termine. Dopo una scorpacciata sonora si passa alla formula canzone e alle melodie orecchiabili, come nella fragile e malinconica “A New Light”. Molto bella “For Jay”, così “Kettering Road”, un mix fra IQ e Marillion, il tutto elaborato con l’accresciuta cultura musicale di oggi, dettata dalla personalità di Hughes che dimostra si di aver fatto tesoro della storia, ma anche di saperla elaborare. Brevi interventi di piano e tastiere in “Propaganda Part1”, mentre  per chi vi scrive uno dei momenti migliori del disco sono “That Could’ve Been Us” e la conclusiva “Saigo Ni Moichido”, giusto equilibrio fra armonie e Prog.
Il merito di “Once We Were-Part One” è quello di non esasperare l’ascoltatore con inutili orpelli, si bada al sodo, Hughes gioca molto sul lato emotivo dell’ascolto, lasciando spazio all’immaginazione di chi ascolta la descrizione musicale. Un film da ascoltare.
In due anni il batterista propone due album di buona fattura, ora non resta che attendere la parte due di “Once We Were” e visto i ritmi sostenuti di produzione, non credo poi accadrà chissà fra quando. MS.





STEVE HUGHES – Once We Were-Part Two
Progressive Promotion Records
Distribuzione Italiana: GT Music
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2016


Torna il polistrumentista inglese Hughes con la seconda parte del viaggio fantastico nel tempo, fra passato, presente e futuro “Once We Were”. Con lui si alternano artisti ospiti del calibro di Angie Hughes, Katja Piel (voce), Richie Phillips (sax), Maciej Zoinowski (violino), Keith Winter, e Dec Burke (chitarra).
La musica prosegue il cammino intrapreso con l’opera precedente, alternando influenze Jazz, Reggae, Progressive e Symphonic Rock. Il disco è suddiviso in nove tracce ed è accompagnato da un bellissimo artwork cartonato ed esaustivo ad opera di Jim Trainer, supportato dal Thunted Hex Designs Laboratory. Musica da ascoltare ma anche da vedere.
Si comincia con i sei minuti di “The Game”, canzone  delicata ed aperta a coralità. Il crescendo sonoro trova l’apice nel sax di Phillips. Gradevole nel contesto anche il solo di chitarra. Sale il ritmo con “Life’s A Glitch”, brano vivace con sprazzi di elettronica e vaghi richiami agli anni ’80. Le tastiere giocano un ruolo maestro.
La breve strumentale “Propaganda: Part Two” accompagna  a “They Promise Everything”, canzone ricercata per molteplici motivi che vanno dai cambi di tempo e di umore, alla batteria elettronica per poi tornare al classico Prog con fughe di tastiere e di chitarra annesse. Uno dei momenti più belli dell’intero album. Segue “There’s Still Hope” e le atmosfere diventano inizialmente solfuree. Loop ritmici donano frangenti di luce, così i cori femminili. Si torna alla formula canzone ed al Prog Rock con “She’s”. “Spider On The Ceiling” è un esempio di come si può fare una canzone melodica breve ma non scontata, fra Reggae e Rock. Anche in questo disco Prog Rock non manca la suite, qui della durata di dodici minuti dal titolo “Clouds” e strumentale. Apre il pianoforte per incedere in atmosfere Genesiane. La suite si sviluppa come in un caleidoscopio musicale, mutando le geometrie ed i colori. Il viaggio si conclude con “One Sweet Word”, canzone che si basa molto sull’enfasi canora e corale.
Avrete capito che “Once We Were-Part Two”  è un buon disco, variegato e di classe, non a caso Steve Hughes ha suonato la batteria con band come Big Big Train, Kino ed Enid. Sa sicuramente il fatto suo. MS


mercoledì 21 dicembre 2016

Windshades

WINDSHADES – Crucified Dreams
Atomic Stuff Promotion
Genere: Gothic Metal
Supporto: Ep – 2016


Windshades è il progetto musicale di Chiara Manzoli (voce) e dal batterista Carlo Bergamaschi, creato  nel 2015 in provincia di Mantova. L’attenta Atomic Stuff Promotion non si è fatta sfuggire una band che gioca molto sull’enfasi della voce “operistica” di Chiara, un Heavy Metal dalle fosche tinte dark e gotiche di notevole presa.  Non nascondo neppure che il bell’artwork dell’ep ha giocato nel mio giudizio finale un punto in più, perché amo quando le copertine riescono a rappresentare perfettamente la musica contenuta nel prodotto. Il gruppo viene completato dalla presenza di Matteo Usberti (chitarra), Riccardo Soresina (chitarra) e Andrea Bissolati (basso).
I brani sono tre, il primo “Metafora” inizia con un riff alla Iron Maiden, così che le due chitarre giocano il ruolo di machete affilato. Rasoiate si alternano a momenti più pacati, ma nell’insieme la ritmica spinge e resta anche difficile rimanere fermi durante l’ascolto. Buono anche l’assolo di chitarra.
“Resurrection” si apre in arpeggio di chitarra, la ritmica successivamente parte in doppio pedale e il tutto assume anche tinte fosche. Interessante composizione che non esula di inevitabili accostamenti a band come Evanescence e Nightwish, tuttavia il genere è questo. A conclusione un roboante basso apre “Crucified Dreams” il brano più intrigante dell’ep. Qui i Windshades mostrano i muscoli, la sezione ritmica comprova di essere notevolmente importante nell’economia della riuscita.
L’esordio è buono, certamente sopra la media di questi prodotti, la band si mostra affiatata e preparata, le canzoni funzionano specialmente quando sono spezzate dai lancinanti solo di chitarra. Ora non resta che attendere ulteriori sviluppi, ossia la prova a lunga durata: il cd.
“Crucified Dreams” è registrato, mixato e masterizzato da Oscar Burato nell’Atomic Stuff Studio in provincia di Brescia. Lo potete trovare in formato digitale su iTunes, Spotify e tutte le principali piattaforme di download. MS


Daniel Gazzoli Project

DANIEL GAZZOLI PROJECT – Night Hunter
Street Symphonies Records / Andromeda Dischi
Genere: Heavy Metal – Virtuoso
Support: cd – 2016


Ho sempre apprezzato chi ha proposto musica Heavy Metal in stile anni ’80, anche perché per il genere non sono stati altro che i migliori. Di conseguenza ho seguito con attenzione anche la scena di chitarristi virtuosi, su tutti giusto per fare un solo nome, J.Y. Malmsteen. Resta di fatto che molto spesso ci si andava ad avvinghiare nella tela dell’esagerazione, dove il tecnicismo prendeva spesso e volentieri il sopravvento a discapito della melodia.
Anche in Italia ci siamo sempre difesi bene, una nutrita serie di chitarristi hanno dato luogo sia a concerti che a dischi interessanti. Ma non è facile riuscire a propinare questo genere ad un vasto pubblico, generalmente si relega ad una nicchia che comunque ha il suo giusto seguito.
Il perché è scritto nelle mie parole, ossia comunque la musica deve essere in qualche modo di facile memorizzazione, scale infinite in pochi secondi a lungo andare non rendono giustizia al brano.
Ecco quindi che parlare oggi di Daniel Gazzoli è un piacere, e per chi vi scrive anche una gradita scoperta. Si, un piacere perché nel disco “Night Hunter” si celano emozioni che variano di stile e di intensità. La tecnica è a favore della composizione e il tutto fa guadagnare  in freschezza. Probabilmente anche il gusto per un certo tipo di AOR che rende l’ascolto più semplice e ruffiano, sarà perché la base Blues si sente, ma nei nove brani che compongono l’album non c’è mai da annoiarsi.
In questo progetto personale, Gazzoli si avvale di validi musicisti come Leonardo F. Guillan (voce), Luke Ferraresi (batteria) e Luca Zannoni (tastiere).
I brani si aggirano tutti attorno ai cinque minuti, ad iniziare dalla title track “Night Hunter” e la voce di Guillan sale subito in cattedra. Reminiscenze Queensryche e molti anni ’80 in questa sorta di macchina del tempo. Segue l’Hard Rock di “Forged By The Pain” e l’AOR di “Liar” brano denso di déjà vu, ma proprio per questo efficacie e da cantare. Odore di Aerosmith in “Self Destruction Blues” mentre cresce l’enfasi con “Heartblame”, refrain godibilissimo e un nuovo tuffo nel passato. Sale il ritmo e l’epicità con “Run”. Si tira il fiato con la ballata “Prayer For An Angel”, voce e piano iniziano e colpiscono nell’animo, in un crescendo sempre di facile riuscita, specie nel momento del solo di chitarra. “Dont Leave Me Alone” è un altro frangente AOR godibilissimo e a chiudere “The Beat Of My Heart”, un mix fra Saxon ed Iron Maiden per intenderci.
Il disco scorre piacevolmente e questo si sa è sinonimo di buona riuscita.
Complimenti a Daniel Gazzoli e alla sua band, sono sicuro che questo disco girerà spesso nello stereo della mia macchina perché questo Rock è anche stradaiolo, compagnia da viaggio per rimanere piacevolmente svegli e pimpanti. Dategli una possibilità. MS


mercoledì 30 novembre 2016

COMPLEANNO DI PEPPE 2016

Compleanno Di Peppe 2016 Terza Edizione


Anche quest’ anno ritorna l’evento “Il Compleanno Di Peppe”, il compleanno di tutti quelli che aiutano la musica a nascere e crescere, organizzato dall’associazione FABRIANO PRO MUSICA in collaborazione con PAPERSOUND.
La terza edizione dedicata al sempre amato Giuseppe Costarelli, noto venditore di strumenti musicali scomparso tre anni fa, anche questa volta sarà ricca di band locali tutte autrici di brani propri. Si alterneranno sul palco de LA ROSA NERA il 9 Dicembre dalle ore 21.00 le seguenti band in ordine alfabetico:

Black Mirrors
Brainsane
Confusioni Intense
Cosmos
Creatura
Gabriele Brencio & Duccio Spacca
Gasparini Renato
Kerat
Maria Grazia Todi
Rusty
Simone Franchini
Soundsick
Spacecakes
Tlön

Special Guest: Orchestra Concordia

Il megaconcerto sarà condotto da ROCK & WORDS (Fabio Bianchi e Max Salari).
Un saluto ad un icona storica della nostra città.
Impossibile mancare, una no stop con tanta “Musica Viva”

Ingresso libero



RENATO GASPARINI



RUSTY




CONFUSIONI INTENSE


TLON



ORCHESTRA CONCORDIA



BLACK MIRRORS

martedì 29 novembre 2016

SWEET HOME FABRIANO



RADIO GOLD PRESENTA: SWEET HOME FABRIANO


Frequenze 96.9FM - Diretta streaming: http://players.fluidstream.it/radiogold/index.php


Tutti i lunedì alle ore 21.00 la Fabriano musicale di ieri, oggi e domani. Presenta LEONARDO HOME con la partecipazione straordinaria di Fabriano Pro Musica, Papersound e Rock & Words.

Soundsick

Interventi con ospiti in studio, brani live, ma anche novità internazionali e curiosità dal mondo musicale. 
In studio: Max Salari (Rock & Words, Skylive Rock, Fabriano pro Musica), Fabio Bianchi (Orchestra Concordia, Rock & Words, Fabriano Pro Musica), Francesco Bellocchi (Black Mirrors, Fabriano Pro Musica), Leonardo Home, Michele Quirini (Spacecakes) e Alessia Cimarelli.

Angelo "Nik Apollo" Apolloni



Da sinistra a destra: Max Salari, Ilario Onibokun, Valentino Teodori, Fabio Bianchi (chinato), Leonardo Home, Michele Quirini, Alexander Onibokun, Francesco Bellocchi.


sabato 19 novembre 2016

Eyesberg

EYESBERG – Masquerade
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music Distribution
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2016












La Germania ha sempre contribuito in maniera cospicua ad alimentare l’interesse attorno al Progressive Rock, specie in questi ultimi anni, dove il genere sembra rivivere nuovi splendori. Dopo il buon esordio del trio composto da Georg Alfter (chitarra, basso), Norbert Podien (tastiere) e Malcolm Shuttleworth (voce) dal titolo “Blue” (2014), è la volta di “Masquerade” con alla batteria un artista d’eccezione, Jimmy Keegan degli americani Spock’s Beard. Da sottolineare anche la presenza di Oliver Wenzler alle percussioni.
Li abbiamo lasciati con un Prog Sinfonico a cavallo fra Genesis e i successivi New Prog Marillion e brani di media durata, questa volta ciò che risalta subito alla vista nel retro della copertina è il brano finale di diciotto minuti, gli Eyesberg hanno ceduto alla tentazione suite. Sette canzoni e copertina cartonata, il cd si presenta come spesso la Progressive Promotion Records ha realizzato, con il sempre presente libretto interno contenente tesi e info. Molto buona la qualità sonora, in definitiva gli ingredienti ci sono tutti per la gioia del Prog fans.
Chitarre Hard Rock aprono il disco con l’ausilio delle tastiere, il brano “Joke On You” gioca con un riff ruffiano e  la volontà di esprimersi in buoni assolo, seppur brevi.
La musica dei Eyesberg è ricca di punti di riferimento, fra passato e presente, a dimostrazione di una solida ed annosa esperienza anche in campo di ascolti. Come non avere i brividi  nell’apertura di “Come And Take A Look At My Life”, musica anni ’70, sembrano tornati i Genesis del loro massimo splendore. Tuttavia il brano in successione si sviluppa con personalità, perché in effetti la band  non è solo dedita a “qualcuno”, bensì rielabora l’esperienza ascolto con il proprio modo di concepire la musica. Il caso si presenta analogamente anche in “Faceless” (a mio giudizio potenziale singolo dell’album) che da il meglio nella parte centrale e quando subentrano le tastiere a fare da tappeto sonoro, il tutto diventa possente ed enfatico.
Flauto all’apertura di “Here And Now”, frangenti leggieri che riempiono il cuore sensibile del Prog fans, e chi respira di questa musica sa cosa intendo dire. Il modo di strutturare le canzoni mi fa tornare alla mente una band a loro connazionale degli anni ’90, i Chandelier, questo lo dico per i più ferrati di voi per darvi un ulteriore punto di riferimento.
Il ritmo sale in “Storm Flood”, pezzo strumentale eccellente, fra i momenti emotivi più alti del disco. Connubio di soluzioni che riempiono di suono la mente, questo è il Prog Rock! Torna la formula canzone con “Steal Your Thunder” che potremo oramai definire un classico Eyesberg, ma le maggiori aspettative sono rivolte alla suite finale “Wait And See”. Il brano si sviluppa in numerosi cambi di tempo e di umore, a volte dirompente e a volte  lieve, una galoppata verso immagini che solo questa musica sa soggettivamente ispirare, a seconda della nostra singola  personalità e fantasia.
“Masquerade” è un disco onesto che mostra una band piena di passione, che crede fortemente in ciò  che fa e che ama questa musica senza fine. L’ascolto si è concluso velocemente, quando invece la durata supera i cinquanta minuti, segno che tutto è dosato bene ed in maniera intelligente.


Rispetto “Blue” un ulteriore passo in avanti, complimenti Eyesberg. MS

sabato 22 ottobre 2016

Audio'm

AUDIO’M – Audio’m
Autoproduzione- Amis
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2016


E’ sempre affascinante  pensare di poter fermare il tempo, magari solo per un istante, quello che può durare anche un disco che vorresti non finisse mai. Naturalmente ognuno di noi resta relegato alla propria età, e chi ha vissuto in gioventù gli anni ’70 con consapevolezza è convinto che la musica migliore sia li. Ovviamente il discorso è valido per tutte le età, chi pensa agli anni ’60, chi ’80 etc. Eppure la magia di certi suoni di dischi Rock Progressivo venuti alla ribalta grazie al massiccio proliferare di suoni sinfonici a partire dai King Crimson ai Gentle Giant, ma soprattutto al fascino antico dei Genesis era Gabriel, è fra le emozioni più forti che un amante di musica Rock può provare.
E allora i proseliti sono tanti ed attenti, il Rock Progressive è sempre vivo anche oggi, e chi lo suona non può che avere attenzione anche agli anni che furono, pur sempre esternando una propria personalità. E’ anche il caso di questo numeroso gruppo proveniente dalla Francia dal nome Audio’m.
Sono composti da Marco Fabbri (batteria), Michel Cayuela &Mathieu Havart (tastiere), Simon Segura (basso), Gary Haguenauer (chitarra), Dominique Olmo (chitarra ritmica), Emma Boudeau (viola da gamba francese), Lyse Mathieu (flauto traverso) e Emmanuelle Olmo-Cayuela (voce).
Questo album d’esordio dal titolo omonimo è suddiviso in sei tracce, con due mini suite  e brani comunque di lunga durata. Il libretto che accompagna il supporto ottico è disegnato da Valentin Bayle e la grafica di Mathieu Havart comprende anche i testi delle canzoni cantate in inglese.
I quasi quindici minuti di “Stolen Love Bite” aprono l’album palesando l’amore del gruppo nei confronti delle atmosfere “genesiane”, con quelle chitarre dal sapore antico a cui mi riferivo inizialmente. Buona la voce di Emmanuelle, di personalità e comunque malleabile. Di tanto in tanto trafilano puntate nel New Prog anni '80‘, in parole povere siamo dentro il Prog puro al 100%.
I brani sono composti in maniera da lasciare spazio alla creatività ed al dialogo fra gli strumenti, con tanto di cambi di tempo e di atteggiamento. Buona l’intesa ritmica e gradevoli gli assolo. Per chi li conosce dico che riscontro analogie con band svedesi come  Sinkadus ed Anglagard.
Segue la seconda mini suite “Mouning Dove”, canzone molto espressiva  in quanto ricca di ingredienti  sempre legati fra di loro da una linea melodica intrigante e non scontata. Le tastiere a volte ricoprono il ruolo di tappeto sonoro e a volte si esprimono in assolo. “The Human Race” è il brano più breve (sei minuti) ma in esso scorre il sangue Prog più fluido. Note in libertà anche in “Dead Quiet”, molto classicismo e un cantato a volte soave ed intenso. Quando subentra il Mellotron  e a seguire il flauto di Lyse i brividi inevitabilmente scorrono sulla pelle del Prog fans.
Altro buon frangente è “Run Away”, un connubio di stili e generi dove gli anni ’70 sorvolano inevitabilmente nella mente. Un organo apre “Friend-Less-R” e chiude l’album, quasi nove minuti di enfasi e personalità.
La band dimostra di nutrire un amore sconfinato  per la musica in generale, ma soprattutto al Prog dei tempi che furono, il tutto però con carattere. Ottime le fughe strumentali, proprio come quelle contenute nell’ultimo brano, funzionano i dai e vai. Non esprimo consigli in quanto il genere proposto è questo, la pomposità, l’astrusità e quant’altro fanno parte del Prog per antonomasia, per cui, abili ed arruolati. Ora mancate solo voi ad ascoltarli. MS


Contatti: facebook/groupeaudiom


martedì 18 ottobre 2016

Airbag

AIRBAG – Disconnected
Karisma Records
Genere: Psychedelic Rock/Progressive Rock
Supporto: cd – 2016


Quarto lavoro in studio per la band norvegese Airbag. Comincio nel dire che il quintetto ha da subito promesso bene, sin dal primo album “Identity” dell’anno 2009, le sonorità di matrice Pink Floyd (specie nelle chitarre) sono sempre ben marcate. In effetti negli anni non si spostano di una virgola, andando sempre a colpire l’enfasi psichedelica e alquanto malinconica. Una carta che si è rilevata vincente in quanto sono riusciti ad avere in breve tempo un nutrito gruppo di estimatori. Personalmente anch’io ho sempre apprezzato questo tipo di sonorità perché, diciamo la verità, i Pink Floyd sono mancati per troppo tempo, e per certi versi negli anni non sono stati più i Pink Floyd che ti sbudellano l’anima. Band come Airbag (con quei assolo di chitarra alla Gilmour) i fans le cercano con il lumicino.
Ed eccoli ancora una volta presenti e aperti a questo tipo di posologia.
Aggiungo anche che ho molto apprezzato il lavoro solista del chitarrista Bjørn Riis dal titolo “Lullabies in a Car Crash” (2014), tanto per dire come stimo la band e amo questo tipo di sonorità. Cosa mi aspetto dunque da “Disconnected”? Presto detto, musica per la mente e per il cuore, quella che ti fa volare alto, e pezzi come “Broken” sono qui ancora una volta per farmi volare.
Il disco si apre con un brano che ritengo uno dei più belli della loro discografia, la mini suite “Killer”, ma quello che ci denoto è un insistito deja vu che scaturisce dal cantato e dalle soluzioni che a mio avviso si stanno pericolosamente saturando.
“Slave” ha il classico open dettato da suoni sostenuti, come spesso il genere detta per poi aprirsi a raggio nell’insieme delle strumentazioni. Il ritmo è sempre cadenzato, mai sostenuto, a tratti greve e toccante, ma ancora una volta siamo li… Siamo sempre li. Non posso pretendere da un gruppo come gli Airbag una innovazione musicale e neppure uno stravolgimento di personalità, la formula funziona come dicevo prima, perché mutare? Eppure molti artisti che hanno intrapreso questo percorso hanno osato, vedi Steven Wilson, Anathema, Opeth, Pineapple Thief e molti altri ancora con buoni risultati. Sono scelte e perché no, anche passioni.
“Sleepwalker” è soltanto un nuovo titolo, la musica più o meno è quella, così la cadenza del cantato. Applaudo per la suite “Disconnected” vera gemma psichedica, qui si vola in alto, mentre la conclusiva “Returned” è una ballata malinconica gradevole che chiude con dignità questo album.
Che dire in conclusione? Prima di tutto che la qualità sonora è degna di un grande album, poi che gli Airbag sono questi, non tradiscono il fans della prima ora. Chi per la prima volta si imbatte  nella band ascoltando questo “Disconnected”, mi dirà sicuramente che sono stato cattivo a recensire un disco del genere con questa sufficienza e magari griderà anche al capolavoro e che poco ci capisco. Io invece al termine ho soltanto voglia di riascoltarmi “Identity”.

Buon disco, come sempre, ma qualche sbadiglio comincia a partirmi. MS

lunedì 17 ottobre 2016

Agorà

AGORA’ – Bombook
Cramps / Sony Music
Genere: Progressive Jazz
Supporto: cd 2016


Sull’onda del ritorno in voga del Progressive Rock, oggi si organizzano sempre più manifestazioni e festival al riguardo, la brace sotto la cenere è sempre calda. Non a caso ritorna anche la storica casa discografica Cramps, colei che negli anni ’70 ha saputo costudire i tesori di gruppi e cantautori fuori dalle regole, intrisi di cultura. Chi non ricorda Eugenio Finardi, Arti & Mestieri, Area e moltissimi altri ancora, e a proposito di Jazz Prog la scuderia riaprendo oggi, accoglie fra le fila i storici marchigiani Agorà.
Fra le numerose manifestazioni relegate al genere c’è “Progressivamente Festival” al Live Club di Roma, organizzato dal grande guru del Prog Guido Bellachioma, anche direttore della rivista “Prog”. L’incontro con Renato Gasparini (chitarre) è galeotto, gli Agorà incarnano lo spirito positivo degli anni ’70, il connubio Jazz, Prog e mediterraneità fanno della loro musica un tassello che non può mancare in questa grande manifestazione che poi si svolgerà il 20 settembre del 2015.
In questi ultimi anni gli Agorà hanno sempre suonato assieme, e a parte i due storici  “Live in Montreux” (1975 - Atlantic Records) ed “Agorà 2 (1976 - Atlantic Records), nel 2013 tornano con l’affascinante “Ichinen” (Aerostella). La formazione ad oggi oltre a Gasparini vede nelle file il sempre presente  Ovidio Urbani (sax soprano e contralto), il pluripremiato batterista Jazz italiano Massimo Manzi (batteria), Lucio Cesari (basso), Gabriele Possenti (chitarra acustica) e Gianni Pieri (violoncello).
L’esperienza che vanno ad affrontare a Roma in questo live è impreziosita da due notevoli special guest, e qui mi riallaccio alla Cramps quando nomino il tastierista degli Area, Patrizio Fariselli, mentre a seguire c’è il maestro e compositore Marco Agostinelli, anche presidente di Fabriano Pro Musica.
Quello che vado subito a riscontrare all’ascolto sia vinilico che  digitale di “Bombook” è la notevole qualità sonora, quando la professionalità finalmente fa la voce grande anche in Italia. Questo spesso è territorio di addetti ai lavori giapponesi, il che è tutto un dire.
Il live ripercorre un poco la storia musicale della band, anche se con nuovi arrangiamenti e quindi in una nuova veste, tuttavia non mancano quattro inediti, “Bombook”, “Reset”, “Oak Ballad” e “Puro”.
Il disco si apre proprio con la title track, scritta da Gasparini e Gianni Pieri ed è subito pelle d’oca per i nostalgici del genere e non solo! Tanta storia fra le note espresse, si possono riscontrare molte influenze, ma sarebbe riduttivo liquidare un brano così solare a un qualcosa di già sentito, perché esso gode di un aurea particolare, perché Bombook è il sunto della musica vissuta legata all’amicizia, quella storica dei componenti, e questo calore umano straborda ad ogni nota.
Un dolce arpeggio di chitarra apre “Reset”, accompagnato dal flauto di Agostinelli. Le scale melodiche non tendono mai all’eccessivo virtuosismo, privilegiando l’armonia e l’insieme. Proprio questo funziona nella musica degli Agorà. Solo di tanto in tanto ci si spinge in tecnicismi elevati, ma il tutto sempre controllato dalla cultura personale dei componenti davvero eccelsa. Massimo Manzi ha una calligrafia ritmica elegante, fatta con una stilografica. Il basso di Cesari mai invasivo, esegue egregiamente il proprio compito. Ritmo in “Costa Dell’Est”, un bel classico della band supportato dal sax di Ovidio Urbani e dal violoncello di Pieri.
Le atmosfere si fanno nuovamente leggiadre in “Sensei”, sereno e caldo, quello che spesso definisco brano di ampio respiro. Ma è con “Punto Rosso” che la qualità sale ulteriormente, fra gli interventi di Fariselli e le improvvisazioni, qui il gruppo è a proprio agio e viaggia che è un piacere.
Il lavoro di Possenti è importante, tessere trame a legare fra le strumentazioni per un risultato coeso ed elegante. “Ichinen” soffia  e sussurra serenità, per poi giungere al bellissimo brano di Possenti “Puro”. Segue un altro classico tratto dal primo album, quel “L’Orto Di Ovidio” che profuma intensamente di anni ’70 e di terra marchigiana. “Oak Ballad” è come dice il titolo una ballata che è incentrata principalmente fra il dialogo sax e chitarra, impreziosita successivamente dagli interventi di Pieri e Fariselli. Il live si conclude con altri due classici Jazz Prog, “Piramide Di Domani” e “Cavalcata Solare”, quest’ultima in questa esibizione davvero devastante.

“Bombook” è un album che accende i riflettori nuovamente su una grande realtà italiana, una band che non ha tempo, ma che nella sua maturità riesce a congiungere più generazioni di ascoltatori, infatti il disco non solo lo consiglio a chi ama il Jazz Prog, ma soprattutto ai giovani che si vogliono addentrare per la prima volta in questo mondo musicale, fatto di sole, calore, amicizia e bellezza. Imperdibile. MS

domenica 16 ottobre 2016

Celtic Frost

CELTIC FROST - Into The Pandemonium
Noise Records
Genere: Death – Black Metal
Supporto: 1987 – lp


Amo gettarmi dentro alcune sfide sonore che hanno tracciato un epoca, ma che allo stesso tempo segnano la fine di una band. Gruppi che hanno modificato le coordinate di un genere, in questo caso il Black Metal, con grandi idee non al momento apprezzate dai fans, addirittura tacciando la band di “tradimento” ma che negli anni si scopre vero e proprio punto di riferimento per generi a venire.
La vita dei svizzeri Celtic Frost non è di certo semplice e lineare.
Il trio nasce a Zurigo nel 1984 ed esordisce con un vero e proprio must, quel “Morbid Tales” ancora oggi  molto ricercato anche fra i collezionisti di vinile. Tom Gabriel Fischer (voce, chitarra, logo, artwork, produttore) ne è il leader indiscusso, con il suo cantilenare graffiante e monotono soltanto spezzato di tanto in tanto da quel “Uh!” gutturale che diviene nel tempo loro marchio di fabbrica.
Il trio si completa con Martin Eric Ain (basso, effetti, produttore) e Stephen Priestly  (batteria, percussioni). Il look è quello delle band Metal nordiche, con tanto di face paint, borchie, pelle e catene, non si lascia adito a dubbi su quello che il gruppo può proporre musicalmente. Nel tempo cambia anche il look, verso una sterzata Glam, questo accade con il disco “Cold Lake” nel 1988,  ma già i fans stanno loro girando le spalle da tempo. Ma vediamo il perché.
Ho accennato a “Morbid Tales”, devastante e corrosivo album di Black Metal classico, quello che il 90% delle persone considera “rumore”. Nasce dunque il mito underground, fra i metallari girano le cassette, allora prototipo di nostrano ed odierno “You Tube”. Il passaparola si faceva così, fra amici e a mano. Ebbene in breve tempo i Celtic Frost hanno un buon seguito, “To Mega Therion” (1985) è la conferma ufficiale, un album irriverente, con in copertina un Cristo adoperato dal diavolo come fionda, un album nel suo genere perfetto, nero come la pece. Fra i due lavori c’è un buon ep dal titolo “Emperor's Return” (1985). Ma Tom Gabriel “Warrior” non è una persona che si accontenta di quello che da, vuole fare di più, sfida, cerca, vuole stupire e creare nuovi innesti nella musica. Ecco nascere  “Into The Pandemonium”, un album che va ascoltato e capito nel contesto anno 1987, perché ascoltato oggi può  non indurre a stupore. Invece lo stupore c’è, chi nel 1987 ha miscelato Disco, Death, Black, Doom Metal estremo, drum machine,  sinfonia e lirica assieme? Sono generi completamente distanti l’uno dall’altro ed ecco dunque lo stupore dell’ascoltatore dinanzi ad un risultato quantomeno per i tempi fuorviante. Invece a seguire, moltissimi altri gruppi hanno saccheggiato questo album e fatto di esso una propria carriera. Meravigliosa la copertina gatefuld, un  dettaglio tratto dal Trittico del Giardino delle delizie di Hyeronimus Bosch.
L’album si apre con una cover dei Wall of Voodoo, “Mexican Radio” per poi passare alla malinconica e lamentosa “Mesmerized”, primi (anche se moderati) segni di sperimentazione che di li a poco arriveranno, ma prima la devastante canzone Celtic Frost dal titolo “Inner Sanctum”, un classico. Ed ecco il primo pugno allo stomaco all’ascoltatore, “Tristesses De La Lune”, canzone archi e voce in francese, quella femminile di Manü Moan. Ci pensa “Babylon Fell” a far tirare un sospiro di sollievo al fans Celtic, ma è solo una mera illusione. Si passa ad un Doom lamentoso intervallato da Death classico con “Caress Into Oblivion (Jade Serpent II)” ed a “One In Their Pride (Porthole Mix)”, quest’ultima pezzo dance fatto con la drum machine! Rumori si susseguono con voci codificate e violini dissonanti! Niente più chitarre distorte. Genialità od incoscienza?
I Celtic Frost si fanno perdonare con un classico che sarà anche il singolo di questo album “I Won't Dance (The Elders Orient)” e comunque sempre distante dal modus operandi di “Morbid Tales”. Giunge a questo punto il Metal Doom lirico con accompagnamento di voce femminile di “Rex Irae (Requiem)”, territorio dove band come Therion hanno costruito una carriera. Il clamoroso disco si conclude con corni, orchestra e Doom grazie a “Oriental Masquerade”, ed è veramente il pandemonio!

Questo album personalmente mi ha fatto capire negli anni ’80 che il Metal può essere comunque una strada parallela al Progressive Rock, perché in esso transitano degli artisti che sfidano le regole, forse più dei Progghettari stessi! Personalmente la musica mi deve dare emozione, stupire e far pensare, non mi accontento solo di canzoni da canticchiare, vanno bene anche quelle, ma non ho piacere come l’ ho all’ascolto di dischi epocali come “Into The Pandemonium”, anche se non capiti o di facile assimilazione. MS