I Miei Libri

I Miei Libri

sabato 24 novembre 2012

Steven Wilson

STEVEN WILSON - Grace For Drawning
Kscope
Genere: Progressive- Psychedelic Rock
Supporto: 2cd - 2011



Che dire, quando un artista è totale percorre una strada ben precisa, neppure sterzata dalla folta schiera di fans che si è accaparrato nel susseguo della sua carriera. Dritto , senza compromessi di sorta, ora un disco Prog, poi Metal, poi psichedelico, insomma poliedricità sembra la sua parola d'ordine. Spiazza persino i propri fans. Devo ancora stare qui a dire che Steven è il leader dei Porcupine Tree o dei No Man o che partecipa al progetto Blackfield ed è anche ottimo produttore (Opeth su tutti)? Oramai lo sanno tutti. In questo secondo suggello solista (non conto gli ep) Wilson mostra a tutti la conoscenza in ambito King Crimson, influenzando il sound generalmente dark , psichedelico e metallico con mellotron e quant'altro la band di Fripp ci ha tramandato.
Doppio cd per più di ottanta minuti di musica all'insegna delle emozioni. Stati d'animo inquietanti, incubi e fantasiose visioni tracciano un percorso astruso nella mente di chi ascolta. Difficile estrapolare un brano principe in un susseguo d' idee, anche se personalmente "Postcard" mi tocca l'anima, anche perchè io sono affezionato al Wilson più sognante e melodico, tuttavia a differenza del suo predecessore "Insurgentes" (2008), qui c'è continuità. Pochi i momenti di stasi, l'artista questa volta non si focalizza troppo nei passaggi sostenuti e psichedelici, bensì lavora su crescendo ed improvvisi sbalzi sonori ed umorali. Non manca neppure una suite di quasi ventiquattro minuti, "Raider II", per la gioia di chi dalla musica vuole sempre qualcosa in più. Eppure sento che migliorerà ancora, ogni volta mi stupisce e non mi interessa il nome del progetto con cui apparirà la prossima volta, l'importante è che sia al più presto, ho voglia di ascoltare. Intanto questo doppio cd girerà spessissimo nei miei lettori (MS)

lunedì 19 novembre 2012

Magnetic Sound Machine


MAGNETIC SOUND MACHINE - Chromatic Tunes
Lizard / Pick Up / BTF / Eventry

Distribuzione italiana: si
Genere: Jazz Rock
Support: CD - 2008



Cosa induce cinque ragazzi fra i venti ed i diciannove anni a suonare un disco completamente strumentale, oggi più che mai controproducente e addirittura di Jazz Rock? Questo personalmente mi resta un mistero. Non solo mi complimento sinceramente con questi giovani artisti, ma anche con l’attenta Lizard, la quale ancora una volta non si è lasciata sfuggire un fenomeno del genere. Non definirei tutto questo coraggio, ma VERA passione per la musica!
I Magnetic Sound Machine sono di Treviso e si formano nel 2005, per dedicarsi immediatamente al settore live. Le esibizioni portano amalgama alla band , la quale data dopo data, si lega sempre di più ed il risultato, oggi 2008 è “Chromatic Tunes”.
A quale tipo di Rock Jazz andiamo incontro è facile da decifrare, ovviamente fra i maestri da ricordare ci sono i soliti nomi Nucleus, Soft Machine, Arti & Mestieri (senza violino), Perigeo e personalmente aggiungerei i miei concittadini Agorà. Chi di voi segue questo tipo di panorama avrà constatato che sono tutte band degli anni ’70. In effetti questo genere musicale ha vissuto il massimo del suo splendore proprio in quegl’ anni, altro motivo per cui resto ancora affascinato da questi giovani cultori. Ma la più bella sorpresa è l’ascolto del cd! La freschezza sonora e musicale che circonda l’aurea del suono è contagiosa. Sin dall’iniziale “Chromatic Tunes” le cose sembrano gia chiare. Ma conosciamo questi ragazzi, i loro nomi sono Stefano Volpato (basso), Alessandro Caldato (tastiere), Giacomo Girotto (chitarra), Andrea Massarotto (sax alto e flauto) e Riccardo Pestrin (batteria).
La solarità, la gioventù e la passione si ascolta fra i solchi di “Chromatic Tunes”. La chitarra si alterna con il sax negli assolo , rendendo il disco più elettrico ed accessibile anche a chi ascolta Rock (“Blue Sensation” per credere). Dieci tracce tutte da scoprire, ognuna con una storia a se, o per meglio dire un colore a se. Si, il suono descrive colori, proprio come i MSM hanno giustamente evidenziato nell’iride del cd. “So Fusion” ci presenta una band navigata, delicata e morbida, ma oramai non è più una sorpresa. “Double Touble” qui presentata in due versioni, ci svela le origini musicali, il sotto titolo “Perigeo” la dice lunga. La ritmica è importante, ottima la batteria di Riccardo Pestrin, ma lasciatemi tessere un elogio a parte per il bravissimo Stefano Volpato. Il suono del suo basso riscalda il cuore.
Ma nei MSM non c’è un vero leader, almeno la musica così ce li presenta, tutti allo stesso piano ed è proprio l’insieme che forma questo fresco suono, malgrado l’argomento datato. Non è neppure giusto definire questo suono datato, perché sono così pochi i proseliti che sembra ancora un territorio da esplorare, magari con dei tesori nascosti che solo il tempo potrà svelare. Ma in loro abbiamo degli ottimi ricercatori, basta solamente aggregarsi alla truppa, non lasciamo per l’ennesima volta che giovani talenti vengano sommersi da altra immondizia sonora ed ignorati. Ascoltiamoci questo colorato “Chromatic Tunes” con un buon brandy alle mani seduti sulla poltrona con il piede che parte da solo, perché vi assicuro…. Parte da solo! MS



MAGNETIC SOUND MACHINE - Chances & Accidents
Lizard Records
Genere: Jazz Rock
Supporto: cd - 2010



I Trevigiani Magnetic Sound Machine, per chi ancora non li conoscesse, sono una delle migliori realtà musicali italiane di Jazz Rock. La loro giovane età non incide nella cultura musicale che palesano fra le composizioni, certamente Perigeo, Arti & Mestieri o Napoli Centrale, fanno parte del loro bagaglio.
Come per tutte le band del mondo, il terzo disco è quello della verità, dell’eventuale consacrazione, colui che ti dice la strada definitiva da intraprendere. O si vola o si cade. “Chances & Accidents” in effetti mostra un passo evolutivo rispetto al suo nobile predecessore “Chromatic Tunes”, album che consiglio ancora a tutti gli amanti del genere. Il quintetto oggi si muove di più all’unisono, si cimenta in un Jazz Rock Fusion di sufficiente personalità, dove è vero che i riferimenti settantiani sono ancora presenti, ma altresì affiora la voglia di districarsi differentemente dai classici clichè del genere, tentando una strada propria, sforzandosi di donare nuove energie.
E’ così che “Camel Trouble” apre il disco, con sei minuti di penetrante groove, con il sax di Andrea Massarotto ad aprire la mente di chi ascolta. Immaginate voi di rendere più mediterraneo il sound dei francesi Uzeb, a questo punto otterrete un quadro preciso della situazione. Belli anche gli assolo del caldo basso di Stefano Volpato e della chitarra Rock di Giacomo Girotto. Delicate le tastiere di Alessandro Caldato, sopra una ritmica quantomeno impeccabile da parte della batteria di Riccardo Pestrin.
Più stile anni ’70 è “Queanova”, ma quello che colpisce maggiormente non è tanto il riferimento o la bravura dei singoli componenti nel suonare il proprio strumento, piuttosto la freschezza del sound, una sensazione frizzante che si prova davvero con poche altre band. Ampi spazi si aprono nella mente all’ascolto di “Le Chat Noir”, ecco che i MSM cercano di dire qualcosa di differente, si lasciano andare e si ritrovano dietro uno squisito gioco tastieristico, dove il sax per l’ennesima volta compie nuove evoluzioni. Troviamo Andrea De Marchi alle percussioni di “Chansis”, canzone dall’intro psichedelico, per il piacere di chi ama una musica più introspettiva.
“Axidents” potrebbe benissimo uscire da un disco dei Goblin . In “Night Bell” Massarotto passa al flauto ed il brano assume un fascino particolare rispetto a quanto ascoltato sino ad ora, così accade per “900 Bills” e “Karizma” dove le trombe di Piero Dadda Art e F. Perin sviluppano nuove sensazioni. Invece per i gusti del sottoscritto “Wake Up Whit Me” è uno dei punti più alti di “Chances & Accidents”, in esso vengono racchiusi tutti gli ingredienti per realizzare un ottimo brano di Jazz Rock. Chiudono i due minuti di “Every One Can Sing A Jazz Rock Song Under The Shower”, dove si possono ascoltare per la prima volta le voci di Caldato e Pestrin che sotto la doccia fanno da coro ad un tappeto tastieristico dalle sfumature vagamente malinconiche. D'altronde chi non ha mai cantato sotto la doccia? Direte voi…però non una canzone Jazz! Ecco un'altra genialità dei ragazzi.
Questo disco racchiude in se molta cultura, assimilata e riamalgamata con estro, per un risultato di notevole caratura. I MSM sono giovani e sono certo che ci disegneranno nuove traiettorie.
Non lasciamo nell’indifferenza per l’ennesima volta una nostrana realtà, che nulla ha da invidiare alle band straniere. (MS)


domenica 18 novembre 2012

Brainticket

BRAINTICKET - Cottonwoolhill
Bellaphon

Distribuzione italiana: si
Genere: Psychedelic Prog
Support: Lp - 1970


Negli anni ’60 la musica lisergica, aperta ufficialmente dal brano “Norvegian Wood” dei Beatles, ha avuto un notevole corso. Si è sviluppata in breve tempo ed allo stesso modo è mutata, si è arricchita di diverse sonorità. Quella pura è rimasta, band come Greatful Dead, Iron Butterfly, Jefferson Airplane, Velvet Underground, Love e centinaia e centinaia di altre, sono li a testimoniarlo, ma chi invece ha tentato qualcosa di diverso sfocia nel Prog. A volte però i risultati non sono sempre come quelli dei Pink Floyd, si va a perscrutare in ampi meandri quantomeno improbabili, quelli della mente e si sa, la mente può anche rasentare la pazzia!
Musica cervellotica, sperimentale, come quella degli Olandesi Brainticket. Questi sono un settetto con doppio tastierista, basso, chitarra, voce e doppio percussionista.
Voci recitate, flauti, tastiere, fanno volare la fantasia, soprattutto quando il discorso diventa ipnotico o delirante. La voce femminile di Dawn Muir spaventa, improvvisa, come in preda di allucinazioni. Tutto il disco si regge prevalentemente sulla suite “Brainticket”, o meglio quasi, diciamo per un lato e mezzo. L’ascoltatore viene deturpato dal suono battente di un martello pneumatico e da altre diavolerie che tendono a sperimentare l’ambito psichedelico, non disdegnando passaggi strumentali anche interessanti. Spesso nell’ascolto si ha la sensazione di improvvisazione, così è, ma più o meno anche dal vivo la band riesce a proporre il brano così come è, con variazioni sul tema. Certo che questo non è un disco da ascoltare molto spesso, ne va di mezzo l’equilibrio psicofisico dell’ascoltatore, tuttavia nasconde idee, anche se a tratti confuse.La band seguirà la breve carriera con altri dischi come “Psychonaut” del 1971, ma la formazione è gia dimezzata. Altro disco ancora interessante è “Celestial Ocean”del 1973, registrato in Italia dalla RCA. Le progressioni lisergiche si basano sulle percussioni, sitar e flauto, una specie di Gong olandesi.
Stranamente la band ha molto seguito in Italia e comunque si esibisce in svariate date live, anche di supporto ai romani Living Music. Che dire, mi sentivo in dovere di menzionarli, in quanto hanno tentato di spostare le coordinate del Rock, forse non ci sono riusciti o forse si, fatto sta che la storia non li ha ricordati molto. Io comunque mi congratulo. MS


venerdì 16 novembre 2012

Cazuela De Condor

CAZUELA DE CONDOR - Pasion, Panico, Lo Cura Y Muerte
Selfproduced
Distribuzione italiana:
no
Genere: Psichedelic Jazz Rock
Support: CD - 2009
Dal lontano Cile giunge una bella sorpresa, l’ennesimo sorprendente gruppo all’esordio. Accompagnato da un packaging eccellente, cartonato e fantasioso, grazie ad una lunga striscia di testi disegnati e colorati, il prodotto richiama subito l’attenzione del fans Psichedelico.
La musica è in effetti proprio come i colori della copertina, variegata con frangenti chiaro-scuri. Il sax di Emilio Pizarro si lancia in un gradevole assolo sopra un tappeto sonoro martellante, fra lo psichedelico ed il progressivo. Questa si intitola “El Duende Y La Serpente”, canzone che apre il cd, con il cantato in lingua madre. In evidenza anche la sezione ritmica composta da Riccardo Lira (Basso) e Diego Sarrua (Batteria). Importante e mai troppo invasivo l’intervento delle tastiere di Nicolas Gutièrrez. Fra Jazz, Rock e Psichedelia , anche la successiva strumentale “Sindrome Del Oyo Seco” , uno dei movimenti più alti dell’intero lavoro. La band dimostra di avere una forte personalità, immaginate voi di prendere gli Ozric Tentacles e mandarli indietro negli anni ’70. Serpenti sempre in primo piano con Reptilmamifero”, canzone dove l’anima cilena della band fuoriesce allo scoperto, assieme al flauto ed al calore sonoro che produce. Il suono della chitarra elettrica si fa più duro, mentre i cambi di tempo sono numerosi. “Cuando Lo Cotidiano Se Vulve Sinistro” ha la ritmica fatta con il piano, in vecchio stile Supertramp, anche se tutto questo con la band di Houdgson non ha nulla da spartire. I Cazuela De Condor piuttosto in questo brano strumentale sembrano aver conosciuto il Frank Zappa più sperimentale ed un mondo più Dadaista. Follia sonora variegata, seppure sempre ponderata.
“La Pizza” ha un sottotitolo per noi sboccacciato (Cazzo Pericoloso). Un diabolico pizzaiolo ci porge una pizza sonora dalle caratteristiche mediterranee, dove ancora una volta, il sax svolge un ruolo di primaria importanza. Qui vengono alla mente certi passaggi alla Perigeo, anche se alla fine del brano la musica ci rappresenta un universo circense. Non smette mai di stupire questo debutto, con “Insomnia” troviamo il lato più malinconico della band, direi anche quello più umano e razionale, seppure tutto questo sia una breve parentesi, per poi tornare in un solo di sax elegante e diretto. Segue “Trauma”, dal ritornello cantilenante e martellante. Buoni gli inserimenti di elettronica assieme al piano, così le chitarre psichedeliche che fanno di questo brano un piccolo gioiello sonoro. Numerosi i territori visitati dai Cazuela De Condor, a dimostrazione di una notevole cultura musicale degli elementi. Torna la musica cilena con “Todas Las Maidiciones”, mentre il disco si chiude con la lisergica “Pasion Y Muerte Del Senor Condor”.
Dal Cile Provengono altre band di buona caratura Progressiva, come gli Akineto’n Retard, Astralis, Crisalida, La Desooorden, Seti ed altre ancora, ma questi Cazuela De Condor hanno davvero una marcia in più. Riflettori puntati su questo disco che mi sento di consigliare a tutti coloro che dalla musica vogliono qualcosa di più. Un Prog Psichedelico dalle tinte Jazz alquanto interessante. MS



martedì 13 novembre 2012

Hands

HANDS - Strangelet
Selfproduced

Distribuzione italiana: -
Genere: Symphonic Prog
Support: CD - 2008


Gli Hands sono una band americana proveniente dal Texas e si forma alla metà degli anni ’70. Nel 1977 esordiscono con un disco che fa parlare di se, grazie alle numerose affinità con i Gentle Giant, dal titolo “Hands”. Le parti strumentali e le lunghe composizioni sono il loro piatto forte, il tutto supportato da una buona tecnica strumentale. Essendo il 1977 il periodo della fine del Progressive Rock, gli Hands hanno scelto quello peggiore per esordire. Infatti il disco è a tratti superlativo, malgrado tutto non riceve l’attenzione (e le vendite) che merita.
Ovviamente cala il buio sulla band, la quale assieme al genere, risorge più avanti, ma non negli anni ’80 dei Marillion, piuttosto gli anni ’90 a cavallo del successo di band come i connazionali Spock’s Beard. Non a caso certe sonorità sono compatibili. Nel 1996 è la volta di “Palm Mystery” e per la nostra sorpresa, ripresenta una band perfettamente oleata e compatta, come se il tempo si fosse fermato. Sempre dritti nella loro strada, non scendono a compromessi e restano ancora una band di nicchia, la classica per intenditori, sfoggiando fra le proprie note affinità con band tipo Happy The Man, King Crimson, Jethro Tull, PFM, Gentle Giant , Kansas e molte altre ancora.
Servono altri sei anni per tornare in studio, questa volta per realizzare “Twenty Five Winters”, ennesimo disco dalle grandi canzoni, ovviamente consigliato a tutti cultori del genere. Nel 2008 è la volta di “Strangelet”, anche in questo caso nulla da eccepire, la band sembra godere di un dono raro, quello di saper scrivere canzoni dalla struttura non proprio semplice, abbinandole con la metodicità di passaggi memorizzabili. Questa comunque sia è una prerogativa tipicamente americana.
La band è composta da Michael Clay (tastieree sax), Mark Cook (Warr Guitar), John Fiveash (batteria), Ernie Myers (Voce e chitarra), Martin McCall (drum kit e percussioni) e Steve Powell (basso e tastiere). Il cd è suddiviso in sette tracce e la produzione è più che soddisfacente. “Strangelet” apre il disco con personalità e se dobbiamo proprio cercare dei punti di riferimento, qui rivolgiamo lo sguardo verso i Rush misti ai The Flower King, il che la dice lunga su quanto proposto dai nostri amici texani. Ma il brano che prediligo è “Dark Matter”, con i suoi 15 minuti di cambi umorali, dove passaggi acustici si alternano con momenti addirittura Hard e perfino jazzati.
“Running Room” è robusta, con un buon riff ed un Hammond che la rende graffiante. Curiosa la scelta vocale, in quanto riconduce ai Beatles e qui mi riallaccio al discorso della scelta degli americani verso melodie orecchiabili. Tanto materiale davvero per gli appassionati di Prog, a seguire si denoteranno pezzi alla King Crimson e Spock’s Beard , come in “Miracle In The Mind”.
Il Progressive Rock è sempre stato un genere poco seguito dagli anni ’80 in poi ed è rimasto a tutt’oggi un genere di nicchia. E’ un peccato? E’ Una fortuna? Questo non sta a me decretarlo, invece mi compete di segnalarvi questo ennesimo dico di grande musica, ancora una volta passato ingiustamente in sordina. Cercatelo. MS

lunedì 12 novembre 2012

Spiritus Mundi

SPIRITUS MUNDI - American Dystopia
Autoproduzione
Genere: Heavy Metal
Supporto: mp3 - 2011




Sempre più sovente l'Heavy Metal si prepone di argomentare situazioni socio politiche. Probabilmente la crisi mondiale si ripercuote anche nella musica delle band di ogni parte del globo. La rabbia della strumentazione distorta, sommata ad una lirica ficcante è la valvola di sfogo sia di chi suona che di chi ascolta.
Gli americani Spiritus Mundi con "American Dystopia" vanno ad analizzare alcuni aspetti del mondo politico, delle ipocrisie e delle difficoltà di chi si vuole esporre politicamente. Questo disco viene dopo "The Evil That Balances The Universe" e dell'EP "Aipityc". Michael Wopshall è la mente del gruppo, oltre che polistrumentista. Chitarra basso e tastiere sono alla sua portata. L'impatto sonoro è alquanto epico, visionario, come il più grande stile Heavy Metal ci insegna e Michael si coadiuva di musicisti di buona sostanza come Mike Miller (batteria), Gordon Tittsworth (voce), Jim Hampton (basso), Jolynn Seaman (voce e tastiere) oltre che del preparato vocalist tedesco Mikey Wenzel.
"American Dystopia" è lungo più di un ora ed è suddiviso in tredici tracce. La narrazione iniziale di "The Evil Of The World" non lascia adito a dubbi, la band analizza freddamente ciò che lascia il mondo alla mercè del diavolo, il sistema corrotto. Otto minuti di massiccio metallo colante, cadenzato e pachidermico, come certi maestri  (Iron Maiden,  Slayer, Megadeth....) ci hanno insegnato.
Buona l'incisione e gli sviluppi alterni dei solo guitars. Ovviamente il genere non lascia spazio ad invenzioni, forse neppure i Spiritus Mundi lo richiedono, i quali si divertono a suonarle ed a cantarle!
Non gira dunque fantasia fra i solchi, solamente adrenalina mista a rabbia, per questo ci si potrebbe stancare dopo alcuni brani. Infatti presi uno ad uno, tutti scorrono bene e si lasciano ascoltare, ma nell'insieme l'impresa è più ardua, risultando alquanto pesanti e ripetitivi.
C'è una parvenza di Doom in "Down The River", ma è soltanto un attimo e comunque uno dei momenti più interessanti del disco. Per fortuna dulcis in fundo, bella la suite conclusiva di un quarto d'ora, dal titolo "Alquiet On The Western Front". Proprio qui a mio modo di vedere, la band deve costruire di più nel prossimo futuro. Cambi di tempo ed umorali rendono l'ascolto più spezzato e gradevole. Questo disco dei Spiritus Mundi ha diverse facce e non potrebbe piacere a molti di voi per i motivi di cui sopra, tuttavia è sincero, professionale e ficcante, basta soltanto ascoltarlo a piccole dosi. (MS)

domenica 11 novembre 2012

Outopsya

OUTOPSYA - Fake
Lizard Records
Genere: Sperimentale - Prog Psichedelico
Supporto:
2cd - 2011




Anche gli Outopsya entrano a far parte della scuderia Lizard, la casa discografica dell'inesauribile Loris Furlan, dedita a molti dei fenomeni Prog più interessanti del panorama odierno. Li abbiamo gia apprezzati nel 2009 quando con "Sum" (Videoradio) hanno conquistato l'attenzione della critica italiana e della giuria dei Progawards vincendo la categoria "Best Progattitudes Record". La sezione nello specifico sta ad evidenziare il difficile collocamento stilistico del duo Vannini - Mazzucchi. Sperimentazione Prog con interventi psichedelici, questo è quello che è stato "Sum" ed io nella recensione precedente ne ho tessuto le lodi.
Eccoci nel 2011 a parlare di "Fake", questa volta un doppio cd e tanto per non cadere nel banale, gli Outopya hanno l'idea di suddividere i due cd in 11 brani ciascuno e di farli uscire in data 11-11-11 !
Cabala a parte, gli artisti di Rovereto dimostrano nuovamente di avere le idee molto chiare, seppur la strada intrapresa non è certo quella della vendita commerciale al grande pubblico. Il genere è impegnativo, personalmente mi fanno pensare, per l'approccio alla stesura del brano, ai primi Pink Floyd e l'iniziale "Useless Fake A Awful" la dice lunga. Certamente la band di Cambridge ha poi venduto quello che ha venduto, ma erano anche tempi differenti, oggi con questa società mordi e fuggi la vedo dura.
Rumoristica fa da base a sensazioni su dei tappeti tastieristici di note sostenute, filmati sonori che esprimono sensazioni in base alla personalità di chi ascolta.
La cultura musicale degli Outopsya è notevole, nei loro episodi si possono persino incontrare le atmosfere dei King Crimson, come in "Rays Rays Rays", il tutto sempre miscelato con Psichedelìa alienante. Il primo cd (Fake viola) è tutto congiunto come fosse un unico brano di cinquanta minuti. Coralità bislacche si incontrano in "N°n", voci che sembrano provenire da un altro mondo e così via fino a giungere a "Phantom", uno dei momenti più importanti del primo cd.
Voci e chitarra si sovrappongono contemporaneamente e lasciano un senso di velato disturbo mentale, sensazione per i più preparati di voi (musicalmente parlando, si intende....). Chiude il cd viola "Insane", titolo perfetto.
"Fake" nero si apre immediatamente in stile King Crimson con "The Word Has Been", brano che quasi possiamo cantare rispetto a quanto ascoltato sino ad ora. "Anxious" è greve, formata da brevi arpeggi oscuri e marci. Il sistema dei brani congiunti è adoperato anche in questo contesto.
Uno dei movimenti più interessanti dell'intero disco è "Enter The Brain", meno sperimentale ma musicalmente più vigoroso.
All'ascolto nel proseguo si denotano nuovamente sprazzi di Pink Floyd più psichedelici e a tratti persino musica minimale e ricercata, grazie anche ad effetti eco o a voci distorte.
Il mondo degli Outopsya è assolutamente da esplorare, ci sono paesaggi astrusi, dove la mente si sbizzarrisce a perdersi in maniera incontrollata e libera. Personalmente denoto un ulteriore passo in avanti rispetto il debutto, il che è tutto un dire. Avanti per la vostra strada Artisti, non date retta a nessuno, questa è la passione vera della musica... inconfutabile. (MS)

giovedì 8 novembre 2012

Soul Secret

SOUL SECRET - Closer to Daylight
Galileo Records

Distribuzione italiana: -
Genere: Prog Metal
Support: CD - 2011




I Soul Secret a tre anni di distanza da "Flowing Portraits" ritornano all'attenzione del pubblico Metal Prog con questo nuovo album dal titolo "Closer To Daylight". La band si forma nel 2005 e dopo svariati cambi di line up, giunge a noi oggi con Luca Di Gennaro alle tastiere, Claudio Casaburi al basso, Fabio Manda alla voce, Antonio Mocerino alla batteria e con Antonio Vittozzi alle chitarre.
Suonare questo genere, si sa, non è semplice, perchè rivolto ad un pubblico di cultori e proprio per questo motivo preparato. Chi ascolta musica con delle influenze Progressive generalmente è una persona che esige molto dalla musica ed è attento critico. Spesso abbiamo letto e detto che il tutto prende fuoco dopo l'avvento dei Dream Theater, ma anche nel proseguo degli anni, il genere si è saputo sviluppare, anche se in maniera pachidermica. La lentezza è dovuta proprio al fatto del difficile testimone lasciato dalla band di Petrucci e soci, una delle più copiate nella storia del Rock. I Soul Secret appartengono ad una schiera che non esula da questa radice, seppure riescono a muoversi con discreta capacità e personalità. Il suono è bilanciato e giustamente agguerrito, sin dall'iniziale "Checkmate" dove il quintetto dimostra di conoscere le regole del gioco. Perfino i Queensryche fanno capolino, ma in maniera più rada.
Ci sono episodi dove le tastiere svolgono un ruolo più importante, come in "River's Edge", mentre Manda prosegue con onore il suo ruolo di vocalist senza strafare. Buone pure le coralità che rendono l'ascolto più fruibile. In "If "c'è il primo ospite del disco, Marco Sfogli. Il secondo, o meglio la seconda, è Anna Assentato alla voce, bella presenza che duetta con la voce a tratti rude di Fabio. Come il genere richiede i cambi di tempo sono all'ordine del minuto, sempre presenti e variegati. La sezione ritmica è importante e si lancia in scorribande sonore care a dischi come "Awake" , tanto per fare un nome dei primi Teatro Dei Sogni. I brani sono tutti di medio lunga durata e sono otto, mentre il più interessante si intitola "Afthermat" ed è una mini suite di sedici minuti, con la partecipazione straordinaria di Arno Menses (Sieges Even). Difficile estrapolare comunque un brano effettivamente superiore, in quanto tutti sono ricchi di musica "acculturata”, anche se “ October 1917” per chi scrive è quello più accreditato. Esistono molti interventi acustici e perfino tanghi come nel breve interludio di "Pillars Of Sand".
I Soul Secret hanno prodotto dunque un disco davvero interessante, adatto ad un pubblico abbastanza ampio e non solo Metal. Chi invece è amante della sperimentazione Prog più coraggiosa forse storcerà il naso, malgrado tutto non potrà dire che "Closer To Daylight" è un brutto disco. Complimenti MS

martedì 6 novembre 2012

Runaway Totem

RUNAWAY TOTEM - Manu Menes
Lizard Records
D
istribuzione italiana: Lizard Records
Genere: Rock psichedelico-Progressive
Supporto: CD – 2009




I Runaway Totem sono un contenitore di energia cosmica, traslata in onde sonore, generate dall’uomo sotto il nome “Musica”. No, non sono impazzito, questo è il vero pensiero artistico di questa longeva band, che posa le sue radici nel lontano 1988. Francamente non è solo il loro pensiero, ma anche quello di altri nobili artisti, fra i quali ricordo sempre con estremo piacere il grande cantante delle Orme, Aldo Tagliapietra, il quale sostiene a sua volta che tutto è già esistente nel cosmo, è solo l’uomo che deve captarlo.
Dopo numerosi dischi e svariati cambi di line up, i Runaway Totem li troviamo oggi con Cahal De Betel alle chitarre, voce, tastiere e sintetizzatori, Tipheret alla batteria, Dauno al basso e Issirias Moira Dussati alla voce. Le energie da loro captate si racchiudono in “Manu Menes”, secondo movimento di quattro elementi. Un lavoro molto lungo, settantadue minuti di energia suddivisi in tre suite, della durata media di ventiquattro minuti l’una.
“Alle Sorgentidikronos” è la prima. Si apre in maniera greve, cadenzata e raccoglie energia ad ondate, alternando frangenti delicati ad improvvisi sbalzi umorali e narrativi. Gli strumenti sono come i numeri per la matematica, il fine per il risultato. “Aevum” ci descrive il tempo, lo spazio dentro di noi umani, dotati di mezzi per attingere l’energia cosmica. La musica è più ritmata, il basso è più presente, pur sempre privilegiando tastiere e sintetizzatori. Seguono chitarre nervose ed un cantato femminile, a cavallo fra gli anni ’70 ed il New Prog primi anni ’80. Ottima la parte strumentale, coinvolgente e d’atmosfera. “Phi-Ur” è il pezzo più lungo del disco, il percepimento dell’essere e del Non essere. In esso si articolano diverse influenze sonore, compresa l’improvvisazione Jazz a dimostrazione che la band è cosciente dei propri mezzi e della propria tecnica. Il vibrafono che si sente è suonato da Mirko Pedrotti.
Io non definirei questa musica “cosmica”, mi viene più naturale chiamarla “Totale”, in quanto possiede tutti gli ingredienti per spaziare da un genere ad un altro. Io sono più terreno, ma quando ascolto certe vibrazioni, sono capace di estraniarmi e di goderne i benefici.
E bravi i Runaway Totem… MS

lunedì 5 novembre 2012

Taproban

TAPROBAN - Posidonian Fields
Mellow Records

Distribuzione italiana: Mellow Records
Genere: Prog
Support: CD - 2006



Ero davvero curioso di ascoltare il nuovo lavoro del trio romano Taproban, per diversi motivi, il più rilevante è il fatto che generalmente il terzo disco è quello della verità. Positivamente colpito dal debutto di “Ogni Pensiero Vola” e dal più maturo “Outside Nowhere”, mi aspetto buone nuove, le premesse ci sono tutte, così come le novità. La prima cosa che salta immediatamente all’orecchio è l’ottima produzione ed una più attenta ricerca agli arrangiamenti e questo grazie soprattutto alle registrazioni effettuate nello studio professionale XL Studio, nel quale Gianluca De Rossi ha potuto suonare un vero Hammond C3. Le liriche sono ancora una volta basate su storie fantastiche, questa volta con “Posidonian Fields” si perlustrano i fondali marini e non solo, anche quelli della psiche umana, arricchiti da una spruzzata di avvenimenti quotidiani. La bellissima copertina curata dal bravo Davide Guidoni è affascinante tanto quanto il contenuto sonoro. Le novità proseguono, il cantato del chitarrista Guglielmo Mariotti è più presente che in passato e pure il suo contributo in fase di composizione è maggiore.
Siamo al cospetto di tre suite, La prima intitolata “Chapter One: Immersion”, la seconda “Chapter Two: Suspension” e la terza “Chapter Three:Oblivion”. La musica comincia con il mormorìo del mare, il suono è pulito e la chitarra acustica di Guglielmo ci trascina nell’immersione. Sono presenti richiami sia al New Prog che al Prog italiano anni ’70, ma anche Yes ed EL&P. Come caratteristica del gruppo, le tastiere hanno un ruolo di grande importanza e ben si amalgamano con la perfetta ritmica di Davide. Spettacolare il finale di “Charter One: Immersion” dal sottotitolo “Caronte’s Ship Imponderability”, una corsa nei fondali marini con fughe strumentali come genere impone.
Il capitolo due si apre con una buona melodia voce-chitarra e qui i Taproban dimostrano di essere davvero cresciuti in esperienza. La personalità fuoriesce, così come il pathos. Un muro sonoro si staglia su di noi per poi aprirsi dolcemente nel subconscio, è “Suspension”, leggera come l’aria delle tastiere che la creano. Sono i Pendragon più sognanti a presentarsi a noi. E via, senza soste verso il terzo capitolo “Oblivion”. Lo stile Orme anni ’70 che a volte ha caratterizzato il sound del gruppo, fa capolino nelle parti strumentali ma sono solo piccoli sprazzi, così come i momenti più Marillioniani.
Qui c’è tutto quello che un Prog fan vorrebbe sempre ascoltare, un put pourrie di armonie che riempiono la mente. Ed il mare ci trascina alla riva. Abbiamo scommesso sul loro talento ed abbiamo vinto. “Posidonian Fields” è un bel disco, dobbiamo essere più che orgogliosi del Progressive nostrano, sempre più a testa alta e maturo. Bene, la mia curiosità è appagata! MS


venerdì 2 novembre 2012

Luciano Varnadi

VARNADI - Contestatore Romantico
Afre Music

Distribuzione italiana: si
Genere: Cantautore
Support: CD - 2012




Sono già passati tre anni da quel "Radio Varnadi" che bene si è contraddistinto nell'intricato mondo del cantautoriato italiano. Luciano Varnadi è alla sua quinta realizzazione e questo è già risultato, visto il continuo pullulare di fenomeni mordi e fuggi che il sistema musicale odierno ci propina quasi quotidianamente. Varnadi è semplicemente differente, profondamente ironico ed allo stesso tempo tagliente come una lametta, appunto un "Contestatore Romantico". Si contraddistingue dal movimento cantautoriale medio, in quanto la sua musica è composta da differenti influenze che variano dal Folk al Rock, passando per la "teatralità" e perché no anche nel Punk. Ma ciò che fa la differenza sono i testi mai volgari, tutti impegnati nel sociale, sempre attenti agli approfondimenti fra i quali si evincono: la vivisezione, la violenza minorile (con tanto di percentuali, luoghi e cifre nel mondo, scritte all'interno del ricco libretto che accompagna il cd) ed i problemi quotidiani di natura psicologica. Davvero uno sforzo creativo ne indifferente e ne banale, con una voglia di comunicare cultura generale, sicuramente contagiosa e raffinata.
Anche in Italia dunque si può fare buona musica senza andare troppo a ricordare la vincente formulina "sole, cuore, amore". Con questo però "Contestatore Romantico" non è un polpettone pesante, come si potrebbe dedurre da queste mie considerazioni, anzi, tutto scorre con fluidità e paradossalmente riesce ad essere musica da ascolto dalle buone melodie. La voce calda di Varnadi infine è la ciliegina sulla torta.
Durante questo percorso sonoro, suddiviso in sedici tracce, il cant-attore si avvale della collaborazione di numerosissimi altri artisti, fra i quali spiccano il cantautore finlandese Petri Kaivanto, l'attore Claudio Alberto Francesconi, Oderigi Lusi, Leonardo De Lorenzo, Roberto Zimmermann, Eugenio Samon, Ciro Ciotola, gli ICA Brothers Band e molti altri ancora.
"Narratore d'idee", "scrittore lunatico", "sognatore del sarcastico",così si definisce lo stesso artista veneto-campano nel brano iniziale "Contestatore Romantico", il tutto in una chiave Rock non troppo aggressiva, come molto materiale del bravo Edoardo Bennato.
"DL50" chi è l'animale, l'uomo od il cane? Profonda considerazione in un ragionamento fatto di esempi forti che tendono a far riflettere, il tutto su un binario sonoro adeguato al Rock , con tanto di flauto e tromba.
Argomenti ancora più impegnati in “Salviamo Il Mondo”, utopie dettate dalla voglia di non rassegnarsi a questo andamento autodistruttivo del genere umano, demolito da guerre inutili ed altro ancora. Qui il Rock è più presente, buon tappeto sonoro assieme alla voce graffiante di Luciano, per questo grido all'umanità.
"Volevo Dirti" è qualcosa che ricorda il migliore Daniele Silvestri, in certi frangenti narrati. Facile da memorizzare e gradevole anche al primo ascolto. Più intimistica "La Visione Dell'Arte". Disco ricco di simpatici passaggi, da scoprire e godere. Il cantautore Finlandese fa la sua comparsa in "Avrei Voluto Dormirti Accanto", momento dal feeling importante, godibile nella sensibilità che sgorga in un ritornello importante con tanto di coralità e potenza.
Varnadi si diverte dunque a giocare con la musica, senza stravolgere troppo le regole, ma rendendo l'insieme caldo e profondo. "Il Canto Della Vita" è radiofonica, mentre "Hot Videogame" torna a mostrare il lato contestatore dell'artista, con sarcasmo ed ironia. Ritmo Reagge e buoni fiati. Altro momento importante del disco è "La Violinista Ed Il Falegname", cantilenante nella formula Rock Folk, ipnotica e melodiosa. Davvero un buon frangente. Riflessiva "Voci In Lontananza", qui vaghe schegge di De Andrè colpiscono la memoria di chi ama il cantautore genovese. L'attore Claudio Alberto Francesconi fa la sua comparsa in "Passione Senza Fine"....il calcio. Scanzonata e divertente, anche se qui i deja vu sono davvero tanti. Torna il cant-attore verso il finale del disco in "Tu Peste En Mi Piel", il brano personalmente più apprezzato. Chiude la psichedelica "La Scissione", sorretta dalla sempre presente calda voce di Varnadi.
In definitiva mi sono trovato ad ascoltare un disco che si sforza a far pensare, il tutto sopra una musica orecchiabile, magari per certi versi già sentita, ma con piccole sorprese, quelle che non ti aspetti. E' l'assiemaggio dei componenti che fa di "Contestatore Romantico" un disco dal valore aggiunto e non banale. MS

giovedì 1 novembre 2012

Felice Halloween

                                            BUON HALLOWEEN A TUTTI



     

domenica 28 ottobre 2012

Optimystical

OPTIMYSTICAL - Optimystical
Avenue Of Allies
Distribuzione italiana: -
Genere: AOR
Support: CD - 2009




Qui gli appassionati di band come Pride Of Lions, Ten, Silver e così via, devono segnarsi nel proprio tacquino il nome di questa band svedese. AOR di ampio respiro, ossia dalle melodie ariose, come il genere ci ha abituato da anni ed anni. Questo in effetti è il pregio ed il difetto di questo debutto solistico del chitarrista svedese Robin Vagh.
Sin dall’eccellente copertina ci si rende conto in quali territori si va a parare e la grafica non tradisce l’ascolto. Dodici brani che alternano gioia, grinta e solarità a melodie mielose, tanto care agli amanti del genere. Assieme a Robin troviamo undici special guest che si alternano agli strumenti, Anders Rosell (batteria), Christian Muhr (batteria), Magnus Frid (batteria), Jan-Ake Jonsson (basso), Johan Sjoberg (basso, tastiere), Per Broddesson (chitarra), Tom Rask (tastiere), Ronnie Hagsted (voce) e Jonas Blum (voce).
Poche le sorprese sonore dunque, anche se diciamo la verità, il genere è questo e di sorprese non ce ne devono essere molte, piuttosto belle melodie. Di questo statene certi, “Optimystical” ne è ricolmo. Disco perfetto da ascoltare anche in auto con l’aria che ti batte in faccia. Ottime le prove dei vocalist, mentre la produzione sonora è al limite della sufficienza, un suono più cristallino e penetrante avrebbe fatto fare al prodotto un passo in più. Un disco che scivola via come l’olio, cinquantadue minuti di buon Rock che fa bene allo spirito ed al sangue.
Va da se che non emerge un brano su tutti, nell’insieme c’è amalgama e linearità. Certo che uno sforzo creativo in più non avrebbe guastato, gli stilemi sono i soliti, ma io promuovo questo disco in quanto fatto da gente che la musica la vive con il cuorecon la mente…. Si sente. MS


venerdì 26 ottobre 2012

ERIS PLUVIA

ERIS PLUVIA - Third Eye Light
AMS
Genere: New Prog
Supporto: cd - 2010

C’è stato un periodo nell’Italia del Progressive Rock, che si aggirava dalla fine degli anni ’80 ai primi anni ’90, in cui non si respirava una buona aria ispiratrice. Le band erano poche, reduci da un New Prog Marillioniano che la faceva da padrona, ma qualcosa stava cambiando, sotto le gelide folate del vento nordico. Anglagard, Anekdoten, Landberk, sono svedesi che si spingono nell’Art Rock, sotto l’influenza di King Crimson su tutti  e tentano di staccare il Prog dallo stantio clichè dei Genesis.
Nel 1991, mi ricordo con grande piacere, un disco che rispetto ai prodotti del momento, godeva di vita propria. Melodie dolcemente acustiche sovrastavano ogni brano e richiamavano sia gli anni ’70 che il New Prog, questo disco si intitolava “Rimgs Of Earthly Light” e la band Eris Pluvia. Il fatto di essere contro tendenza ai mutamenti Progressivi del momento, non li aiutò affatto, tanto è vero che di loro si persero le tracce quasi immediatamente. Oggi la sorpresa che non ti aspetti, “Third Eye Light” è il ritorno del 2010. La line up è lievemente mutata, con Daviano Rotella alla batteria al posto di Martino Murtas e la giunta di Matteo Noli alla chitarra, per il resto ritroviamo Alessandro Cavatori (chitarre), Marco Forella (basso) e Paolo Raciti (tastiere). Il cantato è alternato, con voce maschile, quella di Matteo Noli a quella femminile di Roberta Piras (anche flauto) e Diana Dallera.
La musica che si ascolta nelle nove tracce è ancora una volta semplice, soave, leggera ed intimistica, la band è sempre la stessa e se devo essere sincero, anche più preparata.
Un dolce flauto accoglie l’ascoltatore sin dall’iniziale “Third Eye Light”, per lasciare spazio ad un assolo di chitarra elettrica assolutamente d’ampio respiro. Godibili gli stralci più Rock, a dimostrazione di una crescita artistica e di una coesione più che sufficiente. Tutto questo richiama inevitabilmente lo stile Pink Floyd, gradevole, maestoso e di classe. Ancora flauto e chitarra classica in “Rain Street 19”, un cordone ombelicale con gli anni ’70, con un cantato che fa venire alla mente gli americani Lands End.
Per cercare gli Eris Pluvia più Progressivi e Psichedelici, bisogna giungere a “The Darkness Gleams”, musica per meditare, da ascoltare con attenzione, perché portatrice anche del seme New Prog anni ’80. Il ritornello si memorizza con facilità. Sprazzi Marillion era Fish in “Some Care For Us”, struggente e delicata come poche, sopra un velo di pianoforte, violino e flauto. Il brano riesce a toccare le corde dell’anima. Questo fa da preambolo al movimento più vivace dell’intero disco, dal titolo “Fixed Corse”, dove anche le chitarre fanno addirittura l’uso della distorsione.
La quiete ritorna con “Peggy”, sussurrata da Marco, il quale lascia poi il microfono a Diana Dallera e a Roberta Piras.
Il mondo degli Eris Pluvia è questo, sembra sospeso nell’aria, leggero e sognante, dove ogni tassello è al posto giusto, per completare un puzzle veramente affascinante. E’ facile lasciarsi levitare da questa musica fino al loro mondo, basta chiudere gli occhi ed alzare il volume.
Ora è rimasto solamente d’augurarsi di non dover attendere altri dieci anni per poter godere di nuova musica. Non un capolavoro, ma un disco onesto che vi consiglio di avere ed ascoltare per un momento di vero relax. (MS)


giovedì 25 ottobre 2012

Mano-Vega

MANO-VEGA - Nel Mezzo
Domus Vega

Distribuzione italiana: -
Genere: Psychedelic Prog
Support: CD - 2010



La musica è l’espressione dello stato umano, essa è la tonalità della vita, per cui si manifesta sotto forma di differenti sonorità, a seconda dello stato d’animo. Il Rock in particolare modo è un viatico quantomeno variegato, a mio modo di pensare è l’unico genere ad avere così tante sfumature e pronto continuamente all’evoluzione. Il lato più introspettivo e se vogliamo anche misterioso della musica è quello Psichedelico, in esso si vanno a rovistare stati d’animo alquanto profondi. Questo tipo di ricerca sonora non è certamente il mezzo più efficace per vendere dischi, in quanto in una società come quella di oggi, dove apparire è più importante di essere, la sperimentazione viene vista in malomodo. La gente non vuole essere destabilizzata, esige una globalizzazione mentale , pensare sembra spaventare. Ma se nella Psichedelia ti chiami Pink Floyd allora il discorso cambia. Ma quelli erano altri tempi ed altra mentalità. Oggi anche in Italia ci sono differenti band che si avvicinano a questa tendenza, anche se anni luce distante da quella di Gilmour e soci, una ve la voglio far conoscere e si chiama Mano-Vega.
Provengono dal Lazio e mettono le proprie radici nel 1998, anche se in realtà la formazione ufficiale inizia a suonare nel 2000. Realizzano numerosissime date live e queste formano una buona spina dorsale, un carattere ben definito ed un insieme di influenze sonore che li rendono molto personali. Non solo Psichedelia, bensì fugaci apparizioni nel Progressive Rock, interventi elettronici e anche del Dark Rock. La formazione è composta da Valerio D’Anna alla voce e tastiere, Giovanni Ma cioce alla chitarra, Lorenzo Mantova al basso e da Andrea Scala alla batteria. Innanzi tutto tengo a dare il benvenuto a questa nuova etichetta dal nome Domus Vega e fare i complimenti per la presentazione grafica , davvero di buon gusto ed esaustiva. Il libretto all’interno descrive i testi ed il cartonato apribile in due lati, mostra una rappresentazione degna della psichedelia più introversa. I Mano-Vega con questo “Nel Mezzo” sono all’esordio discografico e per realizzarlo hanno impiegato ben sei anni. Quello che balza all’orecchio è l’ottima produzione sonora, cardine fondamentale per un tipo di musica del genere. I testi trattano del sociale, una forma di contestazione “celebrale”, basata su spunti a tratti tastieristici stile Porcupine Tree, alternati ad elettronica. Voci filtrate, sussurrate, sono viatici per la concentrazione dell’ascoltatore. “Ondanomala” concentra tutto ciò, ma quello che mi fa più piacere è il riassaporare la voglia di ricerca, quella che si manifesta spesso negli anni ’70.
I Mano-Vega sono in parole povere, lo spirito degli Area, se avessero cominciato la propria carriera negli anni 2010. Non sperimentazione vocale, tantomeno del Jazz, ma radicata ricerca della condizione mentale. Per chi segue il Metal invece accosto la band ai Tool, perfetto paragone per tendenza. C’è odore di Hawkwind in “Sfere”, per me un capolavoro sul genere. Una bordata di adrenalina e di destabilizzazione vi colpirà in pieno stomaco. Ma non posso aggiungere altro a quanto detto. Si sa, chi non segue questa musica troverà questa mia recensione una farneticazione, gli altri, sono certo che hanno gia annotato il nome di questa band nel proprio taccuino delle spese. Un disco da ascoltare e non da sentire, magari più volte, per coglierne a pieno l’essenza. L’approccio mentale o lo si ha o non lo si ha, non si inventa. MS

mercoledì 24 ottobre 2012

PINK FLOYD - Storie E Segreti


THE LUNATICS
PINK FLOYD
STORIE E SEGRETI
pp. 256 - € 22,00 - collana Bizarre



Cinque appassionati italiani, conosciuti come THE LUNATICS, che insieme possiedono una delle più vaste collezioni di dischi rari e memorabilia dei Pink Floyd al mondo, hanno raccontato - come nessuno prima - una storia di quasi 50 anni di Pink Floyd passando per le storie e le immagini più strane e spesso sconosciute.
Dagli avventurosi inizi nella Londra underground del 1966-67, alle tournèe italiane davanti a pochi spettatori, dai molti incidenti durante i concerti, alle canzoni perdute di “Zabriskie Point” fino ai risvolti esoterici delle copertine ed ancora una galleria delle più strane e rare copertine mondiali, compresi i favolosi vinili rossi pubblicati in Giappone ed oggi battuti a prezzi impressionanti nelle aste di tutto il mondo. Una scelta di argomenti varia e volutamente scostante, che ricostruisce in modo atipico la storia del gruppo.
Così, il libro racconta la storia e l'iconografia delle copertine più misteriose (A Saucerful Of Secrets, Ummagumma, A Nice Pair, Wish You Were Here, The Division Bell), le stranezze e rarità collezionistiche mondiali (i poster psichedelici, i vinili più introvabili, la censura e le differenze fra le edizioni nei vari paesi, alcuni fondamentali tour programs), gli snodi cruciali della storia concertistica dei Pink Floyd (gli esordi all’UFO Club, le suite di The Man & The Journey, Eclipse e i concerti italiani del 1968 e del 1971), fino ai risvolti dietro il materiale inciso per le colonne sonore dei due film più importanti della loro carriera, il capolavoro di Michelangelo Antonioni “Zabriskie Point” ed il controverso “Pink Floyd The Wall” di Alan Parker. Di ogni argomento vengono svelati i segreti e i risvolti più reconditi emersi dai solchi di una storia ormai prossima ai 50 anni, accompagnando il testo con documenti perduti e gemme preziose provenienti quasi per intero dalle collezioni private dei Lunatics. Una storia fatta di immagini preziose e rarissime, perché musica e arte grafica sono un binomio inscindibile nella lunga carriera dei Pink Floyd, come la copertina turca di Obscured By Clouds con i Queen in primo piano (a causa di un clamoroso errore), alle strane foglie di canapa che fuoriescono da un Relics sudamericano, attraverso la censura di The Wall in Argentina e Sud Africa, sino ai formati più atipici e incredibili, errori macroscopici e curiosità di ogni tipo.
Questo e molto altro è contenuto nel nuovo libro Pink Floyd. Storie e segreti.

·         Il libro contiene un’intervista ed una fotografia inedite a Jenny Spires, la ragazza di Barrett dal dicembre del 1964 alla primavera del 1966.
·         La ricostruzione storico-artistica dei poster, realizzati in stile “psichedelico”, che hanno caratterizzato la storia della band dai primi concerti all’UFO Club di Londra fino al loro primo tour americano dell’ottobre 1967.
·         I retroscena e la genesi di tre album capolavoro come The dark side of the moon, Wish you were here e Animals.
·         La copertina Alchemica di A Saucerful Of Secrets, una delle copertine più misteriose e indecifrabili della storia del Rock messa a nudo, segreti e simboli rimasti nascosti nel groviglio psichedelico della cover per decenni. La codifica dei singoli soggetti è stata possibile grazie a una pedante ricerca incrociata fra le stampe dei vari paesi del mondo (diverse per definizione ed in taluni casi anche per la veste grafica), studio del mondo Marvel Comics ed un lungo periodo di investigazione fra volumi alchemici e relativa iconografia.
·         Un’esclusiva del libro è la ricerca condotta sui primi concerti italiani dei Pink Floyd nel 1968. E’ stata fatta luce per la prima volta sulle serate che videro i Floyd impegnati al mitico Piper Club di Roma; grazie ai ricordi di alcuni fortunati spettatori dell’epoca e addirittura ad un rullino fotografico su cui furono immortalate alcune rarissime immagini
·         Il libro ricostruisce e fa luce sui continui e repentini cambi di location per uno dei concerti del tour italiano del 1971 con intervista esclusiva al promoter che ne seguì l’organizzazione.
·         Tutti i capitoli inerenti alle memorabilia della band (dai posters ai tour programs e qualsiasi cosa inerente al vinile).




THE LUNATICS:

Nino Gatti: Storico e biografo, collezionista dei Pink Floyd da oltre trent'anni, a partire dal 1986 curò la fanzine “Interstellar Overdrive”, collaborando con altre pubblicazioni periodiche italiane (fra le quali “Time” e “Arnold Layne”) e straniere (“Brain Damage”). Partecipa attivamente a numerosi siti internet dedicati alla band in qualità di scrittore ed è citato in molteplici libri. Intervistato come esperto su RadioRai, Radio Capital e RaiSat.

Stefano Girolami: Giornalista pubblicista, scrittore poliedrico, collezionista. Divide il suo cuore fra musica e storia romantica dello sport, cinema e documentaristica. Ha svolto attività giornalistica per vari settimanali e periodici piemontesi e nel 2003 pubblica il suo primo libro autografo. L’amore per la storia del rock ed il collezionismo floydiano lo spingono a entrare nei Lunatics nel 2005. E’ il curatore generale del libro.

Danilo Steffanina: Fin dai primi anni '70 si dedica alla collezione di tutto ciò che documenta le esibizioni live dei Pink Floyd, soprattutto dal punto di vista iconografico e visivo: dai posters psichedelici alle locandine, tour programs e memorabilia. E' oggi uno dei più accreditati collezionisti del settore. Ha creato “The Final Lunacy”, un sito-documentario sui concerti della band. E’ l’esperto di poster e biglietti del gruppo.

Stefano “Mr Pinky” Tarquini: Fondatore del gruppo “The Lunatics Club”, è uno dei massimi esperti mondiali della discografia ufficiale in vinile dei Pink Floyd. E' anche creatore e curatore di tre siti internet dedicati alla band, fra cui il rinomato "The Mr Pinky Discography", una vera e propria enciclopedia contenente tutto lo scibile sulla produzione discografica planetaria del gruppo britannico. E' il massimo collezionista mondiale di vinili di The dark side of the moon.

Riccardo Verani: Collezionista appassionato, vanta in archivio il gotha delle rarità ufficiali a trentatrè giri dei Pink Floyd. Specializzato in edizioni colorate e Red Wax, da qualche anno è diventato cacciatore di stranezze viniliche (dischi con evidenti errori di stampa). Ha dedicato alla band il nome e l'arredamento del bar che gestisce e fra i saloni del suo vicino ristorante organizza una volta l'anno un meeting musicale interamente composto da fan floydiani provenienti da tutta la Penisola.


 THE LUNATICS Pink Floyd Collectors Club, www.thelunatics.it



PRESENTAZIONE DEL LIBRO                                                                                            .


Amare i Pink Floyd richiede passione, tempo e dedizione. Li segui da sempre, leggi tutto ciò che li riguardi, ascolti ogni cosa da loro incisa, corri di qua e di là in giro per il mondo per assistere ad uno dei loro concerti, consapevole di essere “nell’evento”, circondato da decine di migliaia di persone il cui cuore batte come quello inciso da Mason in “Speak to me”. Qualcuno di noi Lunatics ha evidentemente esagerato. Si è passati da quella iniziale manciata di titoli, custoditi in un angolo della libreria che ospitava anche i nostri libri scolastici alcuni lustri fa, all’attuale collezione che ognuno di noi contiene a fatica in una sola stanza; muri e scaffali che grondano di arte e di storia floydiana.
Cinque tipi così non potevano che definirsi “lunatici”, perché non c’è niente di terreno nella propria passione! Il nostro club è variopinto: da noi ci trovi il biografo, l’impallinato di storia delle copertine rock, il collezionista di rarità discografiche e quello del cartaceo (giornali, poster, ticket e fotografie). C’è quello intento allo studio della discografia ufficiale mondiale, l’altro sugli inediti ed i progetti rimasti nel cassetto della band, fino a colui che preferisce la vicenda live del gruppo, le testimonianze perdute, dischi e video provenienti dal fitto sottobosco non ufficiale. La conoscenza di ognuno è arricchita da anni di contatti e di “esperienze” di altri appassionati, trasformando ciascuno di noi in “portatore sano” del virus floydiano.
Come condividere le nostre conoscenze, raccolte faticosamente per tanti anni con gli altri appassionati? Un primo passo sono stati gli incontri “sul campo di battaglia” in occasione di alcuni Pink Floyd Day, dove abbiamo presentato una selezione delle nostre collezioni private, diffondendo il “verbo” sulla band, suscitando interesse e raccogliendo domande e curiosità da parte dei visitatori. A fine giornata la consapevolezza che questo non poteva bastare rimaneva però forte dentro ognuno di noi. La via d’uscita l’abbiamo trovata nell’idea che ci ha portati a realizzare questo libro.
Cosa c’è di più efficace di quelle pagine realizzate su carta patinata, tenute insieme da una copertina capace di arginare tutti quei litri di inchiostro e che trasudano di passione nella magica mistura del CMYK tipografico? Il libro è per noi la versione su carta della tradizione, solitamente orale, con cui raccontiamo la storia della band attraverso gli oggetti. Una scelta di argomenti varia e volutamente scostante, un testo di seconda generazione nel quale l'intera vicenda del gruppo britannico (già ampiamente dibattuta in passato) lascia spazio ad approfondimenti sparsi ma indagati con metodo.
Il risultato è ovviamente parziale, tanti sono stati gli argomenti tralasciati, molte le rinunce dolorose. Ognuno di noi aveva una scaletta ideale di cose da raccontare, prendendo spunto da una ricchezza potenzialmente infinita di campi d’azione, dai quali abbiamo attinto trasversalmente privilegiando quelli più dibattuti durante le nostre mostre. Tanti però i racconti che emergevano e che dovevano essere assolutamente fissati su carta. Alcuni di noi avevano affrontato queste ricerche in passato senza averle mai completate, appena accennate di qua o di là.
Scritto a più mani, con contributi trasversali, come tasselli di un puzzle da ricomporre insieme, il testo si snoda attraverso alcune macro-categorie: la storia e l'iconografia delle copertine più misteriose ed intriganti ("A Saucerful Of Secrets", "Ummagumma", "A Nice Pair", "Wish You Were Here", "The Division Bell"), alcuni snodi cruciali della loro storia concertistica (gli esordi all’UFO Club, le suite di The Man & The Journey, Eclipse ed i concerti italiani del 1968 e del 1971), fino ai risvolti dietro il materiale inciso per le colonne sonore dei due film più importanti della loro carriera, il capolavoro antoniano “Zabriskie Point” ed il controverso “Pink Floyd The Wall” di Alan Parker.
Di ogni argomento vengono svelati i segreti ed i risvolti più reconditi emersi dai solchi di una storia ormai prossima ai 50 anni, documenti perduti e gemme preziose provenienti da ogni angolo del globo, raccontati attraverso parole ed immagini che hanno sorpreso in itinere innanzi tutto noi autori. Durante la realizzazione del libro abbiamo visto materializzarsi sotto i nostri occhi quello che, con orgoglio e modestia, consideriamo il nostro miglior tributo alla storia di una band unica ed inimitabile.
La nostra ricerca non si ferma: siamo sicuri che tra i lettori ci sia quella persona che ha trascorso il pomeriggio del 18 aprile 1968 ad aiutare i tecnici dei Floyd a montare gli strumenti sul palco del Piper Club di Roma, oppure, quel giornalista che li aveva intervistati nel 1967 all’Ufo Club di Londra e che aveva dimenticato la bobina con quel prezioso documento nella solita soffitta piena di segreti. Aspettiamo il vostro feedback e le vostre gemme nascoste, sicuri che in questa ridente penisola di Lunatics se ne nascondano ancora tanti…

 

martedì 23 ottobre 2012

Willow

WILLOW - Perdita del Tempo
Progetto Sottosuono

Genere: Hard Rock Fiabesco
Support: CD - 2007




Da lecco un debutto discografico, un quartetto dal nome Willow. La prima cosa che balza all’orecchio è la buona preparazione tecnica dei componenti e l’inevitabile accostamento stilistico con i Fiaba, la mitica band nostrana dedita ad un Metal fiabesco con un cantato impostato, quello che non emulano i leccesi. La voce di Massimiliano Anfuso è bella, ma non operistica. Comunque il paragone non rende giustizia ai Willow, perché in realtà le influenze sono tante e soprattutto vanno a pescare nel nostrano calderone Rock, a partire dai Litfiba per passare a tanti altri complessi che andrò in seguito a nominare, ma c’è anche una sufficiente dose di personalità.
Le tastiere di Fabrizio Minichini sono un buon tappeto per tutte le canzoni, sorrette dalla buona ritmica di Giovanni Galimberti al basso e da Filippo Vainegri alla batteria. Sorprende il fatto che questo sia un debutto, il gruppo è affiatato e ha un buon senso per la melodia che molto spesso sfiora il cantautoriale. Certamente non mancano le pecche, si ripercorrono a volte suoni troppo stereotipati oppure che si lasciano trasportare dall’onda del momento, come ad esempio in “La Fata Della Forza”, dove inevitabilmente scorgiamo i Negramaro. Davvero bella “Resistente”, variegata ed intelligentemente dosata di gustosa armonia. “Brutti sogni” ha un buon solo di chitarra, si presta molto alle sonorità dei connazionali Le Vibrazioni, un ibrido davvero curioso fra Hard Rock, Prog e Pop. Più ricercata “Brucia La Strega” nella stesura del refrain, mentre il ritornello è di matrice Fiaba. “Senza Me” mi colpisce per il chitarrismo delicato, mentre “Incompleto” chiude in bellezza un disco che naviga a metà fra ricerca e scontatezza.
I Willow si presentano a noi con i piedi su due staffe, il che ci può anche stare, ma per esperienza so che può essere anche molto pericoloso. Ostico per chi ama il pop ed altrettanto dicasi per chiama l’Hard Rock. Ricordiamo comunque che questo è un esordio, per cui la sufficienza è più che meritata e poi diamo tempo al tempo. Ora non ci resta che attendere i futuri passi. Cosa decideranno di fare i bravi Willow? Noi siamo qui. MS

lunedì 22 ottobre 2012

Delirium

DELIRIUM – Il Nome Del Vento
Black Widow
Genere: Progressive Rock
Support: CD -2009

Il Progressive Rock, quello canonico, sembra avere vita eterna. Illude e preoccupa il fans, muore e rinasce dalle sue ceneri continuamente, seguendo uno schema altalenante. In questi ultimi anni stiamo assistendo ad un ritorno massiccio dei cosiddetti capisaldi del Prog Rock italiano, per fare solo alcuni nomi dico Metamorfosi, Osanna ed ora i mitici Delirium. Inutile rimarcare il successo discografico che ha ottenuto il singolo “Jesael” a San Remo, nel 1972, vero inno per una intera generazione di giovani. Inutile anche ricordare che questa è la band del cantautore Ivano Fossati. Di questo e di altre cose ne hanno parlato abbondantemente le riviste specializzate. Quello che a noi interessa è questo rifiorire di band , come un voler spronare ancora una volta, l’ennesima, i giovani ad intraprendere la strada dell’essere e non dell’apparire. Musica per la mente e così via. Ebbene i Delirium rispolverano dal loro baule melodie lontane, senza tempo. Ci sono brani che hanno preso vita nel 1975 e poi abbandonati, ora rielaborati e portati allo splendore. Ne nasce “Il Nome Del Vento”, un disco dal sapore antico , una musica ferma , sospesa nel tempo ma dannatamente bella.
Il tastierista Ettore Vigo ci narra con i tasti d’avorio storie  meravigliose, a partire dalla title track “Il Nome Del Vento”. Un ritornello assolutamente fruibile, con una coralità deliziosa. Troviamo fra gli ospiti anche la cantante Sophya Baccini, una presenza preziosa per la riuscita del disco. Sfuma la sua voce ed ecco arrivare unita ad essa “Verso Il Naufragio”. Una musica davvero senza tempo, mi dispiace ripetermi , ma ho vissuto personalmente quegli anni e mi ritrovo ad assaporare le stesse sensazioni. Il giro di piano richiama il Banco Del Mutuo Soccorso, oppure le Orme e questo per dire che gli anni erano quelli. Ho la pelle d’oca ad ascoltare l’enfasi del ritornello strumentale fatto con la chitarra e a tal proposito un ben ritrovato anche a Mimmo Di Martino. Questo è uno dei brani più belli che ho ascoltato negli ultimi anni, c’è Jazz, classicismo, i violini… un capolavoro e io questa parola la tiro fuori raramente! Da incorniciare, ovviamente assieme a “ L’Acquario Delle Stelle”, un proseguo  stile suite. E’ la volta del piano di “Luci lontane”, il clarinetto, i violini, l’enfasi emotiva sale, un processo sonoro molto vicino alla musica commerciale, con un passaggio jazz caldo e morbido. Amo molto sentire il volume salire con le chitarre elettriche, un onda che travolge e che si smorza alla riva del nostro cervello.
“Profeta Senza Profezie” è orecchiabile, pur mantenendo lo sfarzo artistico sostenuto sino a questo momento. Un vero piacere ascoltare in esso la voce di Stefano Galifi dei Museo Rosenbach!  Il pianto di un bambino, quello di Valentino Vera, apre “Ogni Storia”, un sogno ad occhi aperti, un momento di auto celebrazione artistica e poi via, con le arie che accalappiano lo spirito dell’ascoltatore. Sempre influenze jazz accompagnano di tanto in tanto l’ascolto, ma non quelle sperimentali, piuttosto stile Arti & Mestieri. Ancora una volta unita, è la volta di “Notte Di Tempesta”, strumentale ricca di passaggi emozionanti, fra chitarra, flauto e piano, davvero per tutti i gusti. Ma le grandi emozioni non finiscono qui, i nove minuti di “Dopo Il Vento” ci mettono in evidenza una band affiatata, dove il tempo non ha saputo scalfire. Prog Jazz Doc, musica colta , ma assolutamente di facile assimilazione.
Chiude l’album “Cuore Sacro” e questa volta salgono in cattedra i Jethro Tull, band amata dai Delirium…e non solo. Non finisce qui, il disco contiene una bonus track dal titolo “L’aurora Boreale”. E ancora sorprese, la traccia video di “L’acquario Delle Stelle” e tutto il libretto che accompagna il disco è dettagliatissimo di foto, testi ed immagini.
Trovo difficile oggi trovare un prodotto così ben preparato e ricco di buona musica e quando me ne capita uno nelle mani , non me lo lascio di certo sfuggire! E chi lo ha fatto? Una band anni ’70…guarda caso… (MS)