I Miei Libri

I Miei Libri

lunedì 10 agosto 2020

In-Side

 

IN-SIDE – Life
Andromeda Relix – Snooky Records
Genere: AOR
Supporto: cd – 2020



La mia non più giovane età, mi porta a ricordare gli anni ’80 con estrema precisione, avendoli vissuti con consapevolezza. Si, la Discomusic è al centro dell’attenzione dal 1978 con “La Febbre Del Sabato Sera”, il Punk esplode, la New Wave è il genere più in voga, ma nello stesso tempo si forma la NWOBHM (New Wave Or British Heavy Metal), che verrà in poco tempo abbreviata in Heavy Metal. Questa nuova generazione di capelloni si differenzia da quella degli anni ’70 per la musica ascoltata, un suono nuovo misto fra Punk e Hard Rock, sulle ali del successo di band come Saxon, Iron Maiden, Motorhead e così di moltissime altre. Un suono potente, quasi un frastuono per le orecchie degli ascoltatori anni ’80, così tanto che i giornalisti dell’epoca sentenziano drasticamente in una breve vita del genere proprio a causa di questo estremismo sonoro. Mai profezia fu più sbagliata di questa, paragonabile alla classica “Fine del mondo”, mille volte annunciata e mai avvenuta dei Maja. Il genere è arrivato sino ai giorni nostri più in salute che mai, addirittura si è fatto portavoce di sperimentazione e nuovi innesti, paradossalmente più del Progressive Rock stesso, per antonomasia il coraggioso e colto genere della storia del Rock. Dunque nel tempo il Metal si evolve e si dirama. Negli anni ’80 parte il Power, il Thrash, e poi a seguire il Death, il Doom, il Black etc. ma anche una corrente decisamente più orecchiabile e gustosa, dotata di grande tecnica strumentale e di ottime voci, prima del Progressive Metal, essa si chiama AOR (album-oriented radio). I gruppi più famosi che lo rappresentano sono Toto, Journey, Alan Parson Project, Gotthard, Asia, Europe, Survivor etc etc
Un Metal orecchiabile, radiofonico, con pezzi da cantare a squarciagola, tastiere e voci limpide, ebbene l’AOR non senza fatica dettata da alti e bassi nel corso degli anni, giunge sino ai nostri giorni ed anche in Italia con grande dignità. Molte le band nostrane che si cimentano in questo stile, una di queste si chiama In-Side.
Si formano nel 2017 a Torino, da un idea del tastierista e compositore Saal Richmond (Salvatore Giacomoantonio). L’album d’esordio risale al 2017 e porta il titolo di “Out-Side” sempre per l’etichetta Andromeda Relix.
In “Life assieme a Saal suonano Abramo De Cillis (chitarra), Beppe Jago Careddu (voce), Gianni Cuccureddu (basso) e Marzio Francone (batteria e sound engineering). L’album è formato da otto canzoni tutte di media-lunga durata, stabilizzata mediamente sui cinque minuti a brano, un concept che tratta avvenimenti di vita quotidiana.
Il percorso è netto a partire dalla title track “Life” aperta da tastiere in stile Europe, un tuffo immediato negli anni ’80 dal quale non si riemerge più sino alla fine dell’ascolto. Tuttavia si possono riscontrare anche altri stili, come ad esempio il Pomp Rock e quello più ricercato di Alan Parson. Ma ritornando al brano, il ritornello non può che essere una vetrina sia per la bellissima voce di Jago che della capacità di Saal nel comporre canzoni fortemente dall’ampio respiro. La band è tecnicamente preparatissima, non solo le tastiere sono a dimostrazione, ma anche una ritmica perfetta e rodata, mentre i solo di chitarra sono ficcanti al punto giusto. “Trapped In A Memory” è una passeggia nel Rock con un mid tempo ruffiano e accalappiante.
In “I Remember” i Toto sono molto presenti ma è a questo punto inutile cercare di accostare gli In-Side a band maestre, chiaro è che lo stile non esige deragliamenti. Enfasi in “No Hell”, anche tratti nostalgici che donano fascino all’insieme. La qualità sonora a cura del batterista Marzio Francone è eccellente, un piacere anche nel 2020 ascoltare musica con un buon stereo (Pioneer SA610) ed una pulizia sonora che distingue bene gli strumenti rendendo l’ascolto quasi tridimensionale. La ballata “Save Your Mind” è canonica, così “Made Of Stars” che si aggira nell’FM Rock. Il Rock viene nuovamente pompato dalle tastiere in “Test My Love”, brano molto radiofonico, altra vetrina dei tempi passati su cui specchiare l’anima. Il disco viene concluso da “Eyes Don’t Lie”, frangente più lungo dell’intero album (quasi sette minuti) dove tutte le caratteristiche narrate sino ad ora si palesano in maniera professionale e godibilissima.
Gli arrangiamenti sono un altro pezzo forte delle qualità della band che gode nel risiedere in questo limbo sonoro così caro non soltanto a chi come me ha vissuto gli anni ’80 con consapevolezza, ma anche a chi fa del Rock uno stile di vita con classe. Un disco fresco da mandare giù tutto di un colpo per sentirsi sazi e rinfrescati. MS
 

domenica 9 agosto 2020

Logos

 

LOGOS – Sadako E Le Mille Gru Di Carta
Andromeda Relix – Pick Up records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020


Chi segue con attenzione il Rock Progressivo Italiano (RPI)  probabilmente conosce il nome Logos. I veronesi si formano nel 1996 suonando inizialmente cover di band quali Banco Del Mutuo Soccorso ed Orme in primis. Ma la qualità compositiva della band ben presto trova luce e spazio nell’album d’esordio “Logos” del 1999. Inizia la carriera della band, sempre rispettosa dei suoni curati e raffinati del Progressive Rock. Segue nel 2001 “Arsava”, altro album autoprodotto che porta il gruppo all’attenzione dell’Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa, la quale produce nel 2014 il loro terzo album intitolato “L’Enigma Della Vita”, ottimamente recensito dalla critica e ben accolto dal pubblico. Passo dopo passo, disco dopo disco, i Logos maturano e portano avanti nel tempo il credo sonoro. Ad oggi sono formati da Luca Zerman (voce, tastiere), Fabio Gaspari (voce, basso, chitarra, mandolino), Claudio Antolini (piano, tastiere) e Alessandro Perbellini (batteria).
Il cantato è in lingua italiana e racconta la storia triste di Sadako Sasaki, bambina di Hiroshima che all’età di due anni durante la seconda guerra mondiale, vede esplodere la bomba atomica nella sua città. 6 agosto 1945, ore 8:14 e 45 secondi del mattino. Riesce a salvarsi, ma ad 11 anni, dopo una competizione sportiva, è colta da malore. La sentenza dell’ospedale è spietata: leucemia. Ma Sadako non si arrende, conosce una leggenda giapponese che narra “Chi piegherà mille gru con la tecnica degli origami, vedrà i propri desideri esauditi”. La giovane inizia a piegare, ma purtroppo si fermerà a 644. Questo simbolo di pace verrà portato a conclusione dai suoi amici e da tutti coloro che sono rimasti colpiti dalla sua storia.
L’artwork che accompagna il concept è a cura dei Logos stessi e di Claudio Antolini, esso  racchiude le immagini delle opere di Marica Fasoli e le foto di Jim Kleeman, Alberto e Nicolò Gaspari e Andrea. All’interno anche la spiegazione degli origami e delle loro tecniche oltre che ovviamente i testi delle canzoni.
Nella musica si avvalgono dell’ausilio di special guest, qui famosi nell’ambito come Elisa Montaldo (voce in “Il Sarto”), Massimo Maoli (chitarra in “Sadako E Le Mille Gru Di Carta”), Simone Chiampan (batteria in “Il Sarto”) e Federico Zoccatelli (sax in “Paesaggi D’Insonnia”).
Lo strumentale “Origami In SOL-“ apre l’album con tastiere in evidenza, il sound è di per se Prog al 100%, ampio, enfatico ed orecchiabile, un mix fra passato e presente che sicuramente è la gioia degli estimatori. Esso conduce a “Paesaggi D’Insonnia”, supportato da una ritmica importante come un certo Banco Del Mutuo Soccorso esprime nei momenti strumentali in opere come “Darwin” o “BMS”. E poi giunge l’apertura tastieristica che ci catapulta nel mondo di PFM, New Trolls, Orme, in parole povere la storia è raccontata e tramandata. Undici minuti di grande musica, elegante, dinamica e ben arrangiata.
I Logos preferiscono esibirsi in brani lunghi, dieci minuti è la durata di “Un Lieto Inquietarsi”, fuga strumentale in partenza e musica per la mente a seguire. Il più breve ha la durata di sei minuti e richiama il sound dei Procol Harum, una dolce canzone impreziosita dalla voce di Elisa Montaldo intitolata “Il Sarto”. Il canto che si incrocia fra l’uomo e la donna ha sempre il suo grande fascino, la riuscita è assicurata.
Altra mini suite è “Zaini Di Elio”, un fantastico racconto sonoro. “Gonfiarsi di odori e di colori affondando le dita nel bordo dei cieli”, le parole narrano alla perfezione le sensazioni provate all’ascolto, una musica ampia, senza tempo che è incastonata nel dna del Prog.
In conclusione la vera suite, il brano portante, ossia “Sadako E Le Mille Gru Di Carta”. Quasi ventidue minuti di grande  musica. La tristezza dell’argomento “morte” esalta ancora maggiormente l’ascolto di note che spesso già da sole hanno la capacità di farci scorrere una lacrima sulla guancia il tutto fra nostalgia sonora e brividi.
I Logos hanno avuto il coraggio di trattare un concept forte, lo hanno fatto con rispetto ed amore, riportando in terra Sadako, una bambina come tante che per la stupidità umana non è potuta diventare donna. Anch’io alla fine del disco ho provato a fare una gru di carta, perdonami Sadako, non sono stato bravo, non ho grande manualità, ma voglio mettere questo risultato fra i miei dischi vicino a i Logos così anche tu, come la musica, resterai per sempre nel mio cuore. MS
 
 

lunedì 27 luglio 2020

Tributo da AREA PROG

AREA PROG e NONSOLO PROGROCK

E' con vero piacere e sorpresa che vado a ringraziare AREA PROG e Marcio Sà dal Brasile per il video tributo al mio blog. E' un piacere constatare che c'è chi apprezza il lavoro di un appassionato. Propellente per fare sempre di più e meglio.



Grazie



domenica 26 luglio 2020

TRASIMENO PROG FESTIVAL 2020

Trasimeno Prog Festival 2020

Anche quest'anno il 21 ed il 22 agosto si terrà il TRASIMENO PROG FESTIVAL a Castiglione Del Lago nel Teatro Della Rocca.


Monjoie

MONJOIE- Love Sells Poor Bliss For Proud Despair
Lizard Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cde – 2020



Ritornano i liguri Monjoie e lo fanno proseguendo il cammino intrapreso nel 2018 con  “And In Thy Heart Inurn Me” (Lizard Records), quello della poesia e del romanticismo inglese dettato da poeti come John Keats, Percy Bysshe Shelley e George Byron. Arte grafica, poesia, musica, sono muse che quando si incontrano danno inesorabilmente vita ad emozioni intense. Fa piacere nel 2020 incontrare ancora chi ama la bellezza e la eleva al giusto piano dell’ importanza.
I Monjoie in questo nuovo capitolo della loro esistenza sono Alessandro Brocchi (voce, chitarra, tastiere, tampura), Valter Rosa (chitarra, bouzuki), Davide Baglietto (flauti, tastiere, Musette del berry), Alessandro Mazzitelli (basso, tastiere, percussioni), e Leonardo Saracino (batteria, percussioni). Nel corso del lavoro si avvalgono dell’ausilio di special guest del calibro di Edmondo Romano (sassofoni e clarinetti), Fabio Biale (violino), Matteo Dorigo (ghironda), Alessandro Luci (basso), Simona Fasano (voce recitante) e Lorenzo Baglietto (Musette del berry).
La musica proposta è viatico di culture differenti associate a tempi distinti, fra passato e presente, lingua inglese antica e mondo greco passato, il tutto rivisitato anche in chiave Rock Progressivo.
L’edizione cartonata supporta il libretto interno con i testi, mentre il dipinto della copertina è ad opera di Giovanni Pazzano. La musica è scritta da Alessandro Brocchi eccetto per “A Dirge” (Davide Baglietto) e “To Night” (Valter Rosa).
Inizia la suite “Ode On A Grecian Urn”, suddivisa in cinque parti. Il mellotron è lo strumento più adatto per far tornare indietro l’ascoltatore alle sensazioni passate, in “Part1: Thou Still Unravish’d Bride Of Quietness” un suono lo catapulta verso la fine degli anni ’60 quando Moody Blues e Procol Harum compongono opere d’arte. Il whistle completa l’operazione.
Tampura, solina strings, basso fretless coronano il suono di “Part 2: Heard Melodies Are Sweet But…” , cantato anche in questo caso da Brocchi. Ancora strumentazioni d’epoca in “Part 3: Ah, Happy, Happy Boughs!”, questa volta si possono incontrare la ghironda, musette del berry (cornamusa del centro della Francia), l’harmonium , il bouzuki e la tampura (chitarra indiana). Eppure il tutto assume un connotato Neo Prog stampo Marillioniano di primi anni ’80, quando Fish e soci si divertono ad entrare nel folclore antico inglese. Le atmosfere restano sempre pacate, anche in “Part 4: Who Are These Coming To The Sacrifice?”, una ballata delicata da ascoltare ad occhi chiusi. La conclusiva “Part 5: OdeOn A Grecian Urn” è impreziosita dal sax di Edmondo Romano (Eris Pluvia, Avarta, Orchestra Bailam, Ancient Veil) ed ha connotati più moderni, se così vogliamo definirli rispetto quanto ascoltato sino ad ora. La bellezza prende il sopravvento.
Sulla poesia di Percy Bysshe Shelley giunge “Mutability”, il violino di Biale dona al complesso un aurea sognante, mentre il crescendo sonoro completa l’opera enfatica. “To Night” si rivolge più alla formula canzone, invece “A Lament” mostra i Monjoie più progressivi riguardante sia la ricerca sonora che compositiva. Tutto ciò tuttavia non comporta una complessità strutturale elevata, l’ascolto è semplice, congiunto a passaggi gradevoli e mai complessi. “The Flower That Smiles To-Day” prosegue il sentiero senza ulteriori diramazioni, mentre un pianoforte apre “A Dirge”, un accesso a ritroso nel tempo grazie alle coralità oltre che all’utilizzo stesso dell’harmonium e del musette del berry. Il disco si conclude nella poesia di George Byron in “She Walks In Beauty”.
Bellezza e cultura si sposano perfettamente in questo lavoro dove il tempo gioca un ruolo fondamentale, come in una sorta di elastico che ci trascina da un capo all’altro della sua massima estensione. Bungee jumping progressivo, semplicemente belle emozioni. MS


sabato 25 luglio 2020

Savelli & NoStress

SAVELLI & NOSTRESS – Doing Nothing “Live At The Tower”
Radici Music Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020



Alex Savelli è un nome importante per il nuovo Progressive Rock Italiano, alcuni di voi lo hanno conosciuto con il progetto Pelikan Milk, ma anche attraverso il grande maestro Massimo Manzi nel 2019 con il quale realizza l’album “Gettare Le Basi”, oppure sentito nominare in collaborazioni con artisti del calibro di  Eddie Kramer, Simon Painter, Paul Chain (Death SS – Paolo Catena), David Eserin, Ares Tavolazzi (Area), Andrea Giomaro, Gianpiero Solari, Elyan Fernova e molti altri ancora.
Quello che nel tempo ho sempre apprezzato della filosofia musicale del cantante e chitarrista bolognese è la libertà totale con cui si è sempre saputo muovere. Un artista che sembra essere fuori del tempo, relegato ad un modus operandi non più attuale, capace di esprimere solo ed esclusivamente ciò che prova al momento, non curando l’aspetto popolare, piaccia o meno ha sempre realizzato musica sentita e vissuta al momento senza compromessi. Lo relego nel puro spirito del Progressive Rock più significativo del termine, oggi purtroppo svalutato e storpiato per convenienze più o meno di comodo. Non trattasi di musica scimmiottante Genesis, King Crimson etc., bensì di personalità, pur avendo ovviamente punti di riferimento storici rielaborati dalla propria vena artistica.
Essendo io un vecchio ascoltatore collezionista, di quelli che tengono molto all’insieme del prodotto e quindi anche all’artwork, sottolineo che tutti i progetti di Savelli sono sempre stati supportati da un packaging importante, curati ed esaustivi. Anche in questo caso all’interno dell’elegante confezione cartonata si trova il libretto con i testi tradotti in italiano. Una forma di rispetto per l’ascoltatore che ho sempre apprezzato.
Savelli ritorna con un album registrato dal vivo in una torre medioevale, poco prima del nefasto evento pandemico. Con lui i NoStress, trio acustico bolognese formatosi nel 2013 e composto da Jeanine Heirani (voce, chitarra, basso, piano), Paolo Lapiddi (basso) e Max Bertusi (batteria, percussioni). L’album si intitola “Doing Nothing” e contiene dodici brani, di cui tre tratti dal primo disco dei Pelikan Milk “South Enough” (2000 - New LM Records) e sono “The Secret”, “Days” e “See You Later”.  La scelta della registrazione a presa diretta dona all’insieme ulteriore spinta, una sincerità aggiunta in un momento come questo dove la tecnologia e l’artefazione regnano sovrani, mentre il mastering viene realizzato a Los Angeles da Alex Elena (Bruce Dickinson).
“Doing Nothing” pur essendo un disco acustico lo relego nel Progressive Rock perché in esso convergono differenti stili sonori che variano dal Hard Rock al Folk passando per la Psichedelia sino a giungere alla base del Rock, ossia il Blues. Un filo conduttore lega le canzoni, un contesto prettamente Neo Prog, un argomento molto trattato in questo genere (Marillion, IQ etc.), ossia gli amori andati a cattivo termine e le relative esperienze.
“See You Later” inizia il percorso sonoro, il brano dei Pelikan Milk assume una veste Folk con dei passaggi di chitarra davvero notevoli. Più rilassate le atmosfere di “No Choice”, qui si poggia i piedi su due staffe, il Rock sudista (a tratti Beatelsiano) e la Psichedelia acustica cara a certi Porcupine Tree, il risultato è gradevole, anche grazie alle coralità di Jeanine che fanno da controcanto. Il suono caldo avvolge l’ascoltatore, l’ambientazione sicuramente gioca un ruolo importante.
Prosegue il cammino Folk/Country “By My Side”, vivace e gioiosa, un passaggio nell’America senza tempo. Ancora una volta fuoriescono i Porcupine Tree primo periodo nel brano dei Pelikan “The Secret”, tanta è la personalità che avvolge il brano in maniera delicata e rispettosa da rendere la musica da ascoltare ad occhi chiusi con una attenzione scevra da distrazioni. 
“The Seaside First” guarda al passato ma anche alla melodia di facile assimilazione, un piccolo esempio di come la semplicità paga sempre. Bello il frangente in cui il Blues  si lascia trasportare in stile primo Pino Daniele. Più Rock “Who’s That Man”, un territorio Pinkfloydiano rappresentato da brani come “Fearless”, un passaggio nei primi anni ’70 ma arrangiato in chiave decisamente moderna. E’ la volta della title track “Doing Nothing”, qui c’è l’essenza di Alex Savelli, la sua anima in splendida veste. Risale il ritmo con “Days” altro tuffo nella discografia passata e una chiave di lettura musicale più ricercata, un arrangiamento ben congeniato fa del brano un altro piccolo gioiello sonoro. Giunge a questo punto “Would You Kill Me”, singolo potenziale dell’album con un refrain ben congeniato e ancora una volta sostenuto dal gioco a più voci. Torna il Folk in “Little Girl”, ampi spazi si aprono avanti a noi durante l’ascolto. “Don’t Listen” ha reminiscenze Doors, fra Psichedelia e Folk, mentre la conclusiva “Ariaz” passeggia nel tempo e nell’Hard Rock acustico.

La musica di Savelli & NoStress  rilascia una sensazione di rilassatezza e al contempo di pacatezza che rende l’anima netta da ogni scoria moderna che in questo ultimo periodo ci aggredisce. Disintossicatevi anche voi con “Doing Nothing”, è efficace. MS




mercoledì 22 luglio 2020

Barbara Rubin

BARBARA RUBIN – The Shadows Playground (Piano Works)
Autoproduzione – Neraluce Studio
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020


 

Il mondo del Progressive Rock Italiano dalla sua nascita risalente circa al 1970 ha avuto prettamente un pubblico maschile. Questo non per sessismo o quant’altro, il dato si può semplicemente estrapolare dalla media mondiale di persone che ascoltano o suonano il Rock in senso generale, sono molti di più gli uomini. Il perché è difficile da interpretare, molto probabilmente (ma è solo un mio modesto parere) è dato dal fatto che il Prog con i suoi cambi repentini di tempo e di stile, destabilizza molto l’ascoltatore, mentre la donna non ama sentirsi destabilizzata. Probabilmente non è neppure così, ma una verità di fondo esiste, ossia il dato della percentuale uomini-donne. Il PRI dunque viaggia su percentuali analoghe a quelle di chi ascolta il Rock, e le protagoniste più note si contano veramente sulla punta delle dita, a partire da Silvana Aliotta dei Circus 2000 a Jenny Sorrenti (sorella di Alan Sorrenti) dei Saint Just, oppure Donella Del Monaco (Opus Avantra) o la bravissima Sophya Baccini.
Tuttavia le nuove leve oggi ci sono, internet negli anni ha aperto un mondo anche a chi non ha avuto la possibilità di documentarsi su tutto, molta nuova gente si è accostata a questa musica e in alcuni casi anche con risultati soddisfacenti (quasi mai di vendite, ma questo è un discorso a parte).
Ho avuto la fortuna di ascoltare la pavese Barbara Rubin nel suo disco d’esordio “Under The Ice”, nel 2009 apprezzandola anche nei ProgAwards, li ho conosciuto un artista sensibile e dotata. Posso anche definire Barbara Rubin una “one woman band” in quanto autrice di tutte le liriche, musiche e strumentazioni. Lei suona dalla viola al violino, pianoforte, synth, chitarra, basso e batteria. Un artista totale che si getta anima e corpo nella propria musica.
Nel 2017 realizza assieme a Simona Sottocornola l’ep “Luna Nuova”, un progetto di tre canzoni riguardante la violenza sulle donne, argomento sempre poco trattato e che più spesso andrebbe approfondito, soprattutto nei nostri tempi. L’ep contiene il brano strumentale “Gradalis”, “Luna Nuova” e “Libera”. Il primo si concentra in un movimento piano/violino toccante e d’effetto, tanto che le parole non servono per estrarre dalla mente le sensazioni che si provano sull’argomento. Il secondo mette in evidenza la voce limpida di Barbara, arie scure come certi Anathema sono riusciti ad esporre attraverso voce e piano. “Libera” è più canzone rispetto le precedenti, con un ritornello davvero d’effetto, un ep che mostra Rubin con le idee ben chiare.
Ma veniamo a “The Shadows Playground”, nove nuove canzoni che mettono alla luce storie, viaggi e riflessioni raccolte dall’artista nel corso della vita. Giochi di chiaro scuro si palesano nelle foto ad opera di Simona Sottocornola contenute nell’artwork, così come la musica che riesce a rappresentare. Anche in questo nuovo lavoro come in “Under The Ice”, Rubin si coadiuva dell’aiuto di Andrea Giolo alla voce. Il cantato è in lingua inglese e dona all’ascolto quel tocco di internazionalità che non guasta mai.
“Endless Hope” non può che aprirsi con voce e piano, un giro armonico lento e malinconico che ha l’onere di entrare nel cuore di chi ascolta. Una fase intima di solitudine che l’artista non esita a manifestare, l’enfasi successivamente cresce con l’ingresso del violino e la voce di Andrea Giolo. Più struggente “Seven” una goccia scura nel mare del sentimento. Effetti vocali rendono il brano “progressivo”.
“La Maddalena” racconta la storia del viaggio di Maria verso il sud della Francia, la storia con Gesù e le sensazioni provate. “Clouds” è un breve interludio voce e piano che rivolge uno sguardo verso il cielo (come direbbero le Orme) quando le nuvole disegnano figure che la nostra mente riesce con fantasia ad interpretare, in questo caso il volto della mamma di Barbara. La title track è profonda, quasi una ballata in stile Branduardi, quello più toccante. Giungono ora i tre brani conclusivi ispirati dal romanzo “Heresy” di Hais Timur, il primo si intitola “Sleeping Violin” ed ovviamente lo strumento a corda è il protagonista non soltanto del brano ma anche della passione musicale di Rubin in generale, sin dai suoi albori artistici. E’ musica immaginifica, quasi cinematografica, una colonna sonora melodiosa e classica. Lo strumentale di quasi sette minuti risulta essere uno dei punti più alti dell’intero album.
Le belle sensazioni proseguono in “La Ballata Degli Angeli”, dove l’artista vibra assieme al proprio violino e rilascia fantastici momenti di quiete. “Helen’s Word” chiude il viaggio sonoro con classicismo e sentimento, grazie anche all’intervento soprano di Veronica Fasanelli.
“The Shadows Playground (Piano Works)” è un disco ben realizzato, inciso bene e soprattutto sincero. Di esso ne esiste anche la versione vinilica.
Nella cover l’artista ci porge il Graal, un gesto che richiama Maria Maddalena e le donne  in generale, un messaggio che fuoriesce da uno sfondo scuro, un richiamo, un tentativo di augurarsi il meglio per una nuova alba, così lo interpreto, malgrado oggi le cose non vadano sempre per il verso giusto (così interpreto lo scuro). Prosit Barbara e grazie per la tua arte progressiva, sicuramente questa ti aggiunge fra le donne più influenti del nostro Progressive Rock, considerando poi le annesse difficoltà nel barcamenarsi autonomamente. Fortemente consigliato. MS

  

 
 
 


sabato 11 luglio 2020

Programmi Web e Radio Prog

PROGRAMMI WEB E RADIO PROG

Nel web ci sono davvero molti programmi musicali dedicati al Progressive Rock, a dimostrazione che il genere è davvero seguito anche oggi da irriducibili fans. Scaturisce da questa constatazione una sorpresa alquanto gradita, tutti sono concentrati soprattutto sul genere  Rock Progressivo Italiano. 
In questo post voglio mettere in evidenza i più interessanti a mio modo di ascoltare. 
Un ringraziamento ai protagonisti ad iniziare dal capitano Gianmaria Zanier a Max Polis, Renato Scuffietti,  Donato Zoppo, Mirella Catena e il grande amico dal Brasile Marcio Sà.
Buon ascolto!



RADIO VERTIGO ONE  - "Prog & Dintorni" https://www.radiovertigo1.com/progedintorni.html







PROG SKY - "Web Rock Radio Station" https://www.progsky.com/










RADIO POPOLARE - " From Genesis To Revelation" https://www.radiopopolare.it/trasmissione/from-genesis-to-revelation/





WITCH WEB RADIO - "Overthewall" https://witchradio.wixsite.com/witchwebradio





RADIO.IT - "100% Rock Progressive" https://www.radio.it/s/progressiverock






MOROW - "Prog Rock Radio" https://www.morow.com/




RADIO CITTA' BENEVENTO - "Rock City Night" https://www.radiocitta.net/




sabato 4 luglio 2020

Apogee

APOGEE – Endurance Of The Obsolete
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Crossover Prog
Supporto: cd – 2020



Mi sento in dovere ad apertura di recensione, di confessare che per Apogee  personalmente ho sempre avuto stima. Arne Schäfer è l’ideatore di questo progetto one man band, cofondatore dell’eccellente band Versus-X ispirato anche dalla musica dei connazionali RPWL e Sylvan. Chi segue questa scena sarà sicuramente colpito da questi grandi nomi. Con “Endurance Of The Obsolete” raggiunge il ragguardevole traguardo del decimo album da studio. Il primo “The Border Of Awareness” risale al 1995. Tutta la discografia staziona ad alti livelli, anche sperimentali e spesso vicino al mondo dei Van Der Graaf Generator. Ricerca, tempi dispari, arrangiamenti importanti, il tutto sempre supportato da una qualità sonora eccellente.
L’amore per il Progressive Rock da parte di Arne è totale,  cura anche dei particolari e rispetto per la storia, in questo ultimo lavoro si presentano anche molte sonorità care ai Gentle Giant. L’artwork a cura di Bernd Webler è molto curato, anche nel libretto interno che rappresenta il tema trattato dei nostri tempi: l’inquinamento. Con Arne (tutti gli strumenti) suona alla batteria Eberhard Graef. Sei i brani contenuti di cui tre mini suite.
Resto già appagato all’ascolto di “Interpretation”, perché anch’io sono un vecchio amante del Prog e avendo conosciuto i fasti del genere so a che livello stiamo viaggiando. Ascoltare i cori polifonici in stile Gentle Giant mi fa solo che piacere oltre che rimandarmi con la mente indietro nel tempo. Eppure la musica incredibilmente ha un qualcosa di moderno. La chitarra elettrica si lancia in un bell’assolo, a tratti evocando Hackett (Genesis) e in altri momenti con propria personalità. Probabilmente proprio questo connubio è la carta vincente del disco che già vi dico che è da avere, ossia l’alternanza storia/personalità moderna.
I quasi sei minuti di “Waiting For The Dawn” si aprono proprio alla Genesis, con un arpeggio atavico, la voce è perfetta interprete dei testi, i quali ci ricordano che per troppo tempo l’uomo ha ignorato l’appello dei scienziati nei confronti dell’inquinamento e del surriscaldamento del globo. La ballata potrebbe benissimo risiedere nella discografia dei Pendragon. Il suono della chitarra è perfetto, sembra di trovarsela proprio dentro la stanza avanti a noi.
La prima mini suite è la title track “Endurance Of The Obsolete”, e annette al proprio interno tutto ciò che il Prog ha raccontato per decenni, mentre la chitarra ancora una volta sale in cattedra.
“Spirits Disengage” è un brano Neo Prog dal profumo anni ’80, più semplice e diretto rispetto al materiale ascoltato sino ad ora, ma non per questo da considerarsi minore. Nel refrain fanno capolino addirittura i Beatles. Il finale è sinfonico e chitarristico. “The Complex Extensive Way” come tutte le suite prende la rincorsa per poi lanciarsi nei numerosi ed immancabili cambi di tempo. Qualche reminiscenza Marillion era Fish si propaga di tanto in tanto nel corso del brano. Il disco si conclude con la canzone più lunga grazie ai quasi 17 minuti di durata, con eleganza e consapevolezza dei propri mezzi.
Proprio per questo immagino il nome Apogee è incastonato nel sapere. Da avere. MS


giovedì 2 luglio 2020

Saris

SARIS – Beyond The Rainbow
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2020



I Saris sono una band tedesca che si fonda nel 1981 grazie ad un idea del chitarrista e tastierista Derk Akkermann. Negli anni accadono loro molte vicissitudini, così cambi interni di formazione e momenti di pausa, tuttavia sono autori di quattro album tutti di buona fattura. Propongono un Neo Prog attento sia agli anni ’70 che all’Hard Rock, un connubio interessante dove potersi giocare molte carte.
Sono passati tre anni dal buon “Ghosts Of Yesterdays” e “Beyond The Rainbow” è il loro quinto album, in questo caso per la realizzazione si avvalgono della competenza di Progressive Promotion Records, casa discografica molto attenta sia ai gruppi tedeschi che mondiali. Un viaggio nel fantastico a bordo di una futuristica mongolfiera capitanata da Derek Akkermann (chitarra, tastiere), Henrik Wager (voce), Anja Günther  (voce),  Lutz Günther (basso) e Jens Beckmann (batteria e percussioni).
Dieci gli episodi sonori per una durata totale di circa sessantadue minuti di musica ad iniziare da “Avalon” in cui si denota già dalle prime note  la passione per una certa sinfonia. Enfasi e potenza proprio come spesso riescono a fare gli Arena, oserei definire tutto ciò Neo Prog D.O.C..
“Time Machine” come lascia presagire il titolo, è un viaggio con tanto di effetti sonori, le tastiere ricoprono quindi un ruolo importante in tutto il disco, qui si lanciano anche in un giro armonico trascinante. Non mancano i cambi di tempo. Il refrain è facile da memorizzare e tutto il brano scorre fra parti cantate e brevi assolo, annessi quelli di chitarra elettrica. La qualità sonora è più che buona, specie nel suono della batteria, pulito e importante.
I Saris puntano molto sulle belle melodie, arrangiando i brani in maniera elegante, anche con cori femminili come nel caso di “Oblivion”. C’è anche una mini suite della durata di undici minuti, si intitola “Beyond The Rainbow” ed è l’immagine che rappresenta la copertina del disco, in questo viaggio aereo fantastico ci si imbatte in un arcobaleno, qui interpretato da una miriade di suoni che variano dall’epico al sinfonico passando per l’acustico. Un brano dove i Saris dimostrano e giocano tutte le loro carte a disposizione, annesse quelle dell’esperienza annosa, quindi della loro relativa cultura musicale.
“Orphan” potrebbe essere un brano lento dei Dream Theater, anche per l’approccio vocale di Henrik Wager. Ritorna la sinfonia in “Strange Melody”, una ballata delicata adatta a tutti i gusti, non soltanto per chi ascolta il Progressive Rock.
Salgono in cattedra i Pendragon di “The World” in “New World” grazie all’intro delle tastiere, ma il proseguo cantato a due voci, maschile e femminile, riporta il sound verso la personalità dei tedeschi in analisi. In “Heaven’s Gate” ci sono tutti gli ingredienti che fanno di un disco Rock un contenitore ricco di sorprese, poi quando parte la chitarra qualche brivido sulla pelle scorre inevitabilmente. Semplice “Away From You” mentre “Infinity” conclude il viaggio portando l’ascoltatore verso l’ignoto, Prog energico e cadenzato misto ad AOR.
In conclusione “Beyond The Rainbow” è un disco consigliato agli amanti del genere, ma anche dell’AOR, e perfino chi segue gli Ayreon. Proprio per tutti i gusti. MS




mercoledì 1 luglio 2020

The Black Noodle Project

THE BLACK NOODLE PROJECT – Code 2.0
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Psychedelic/Space Rock
Supporto: cd – 2020



Sono venti gli anni di carriera del gruppo francese The Black Noodle Project del polistrumentista Sébastien Bourdeix, un traguardo invidiabile che non tutti i musicisti hanno la fortuna di raggiungere. Solo chi sa dire qualcosa di interessante nel tempo riesce a raccogliere quanto seminato.
Sono serviti tre anni a Sébastien per portare al termine la sua ottava fatica intitolata “Code 2.0”. Ancora le argomentazioni vanno a rovistare all’interno dell’essere umano, cogliendo gli aspetti più intimi e psicologici. L’albero secco contenente nel tronco una sagoma di donna con tanto di radici in evidenza su sfondo completamente bianco, non è altro che un messaggio che si contrappone alla precedente ed oscura copertina di “Divided We Fall” del 2017. Essa è ad opera di Emilie Ouazi.
I musicisti che partecipano a questo nuovo progetto sono Fabrice Berger (batteria) e Anthony Létévé (basso), oltre che Sébastien Boudeix alla chitarra, voce, tastiere e basso.
Il disco è suddiviso in sette atti, tutti di media durata che oscilla dai cinque minuti ai sette e mezzo. Il sound si avvicina sempre più a quello di band come Anathema ed Opeth ultimo periodo, alternando momenti vigorosi ad altri più malinconici e ponderati. Una carta vincente per chi ama coccolarsi nelle melodie nostalgiche e riflessive. E si parte dunque con “Acte I” (nascita e crescita), in una atmosfera quasi spaziale, come fluttuare nel vuoto cosmico. La chitarra arpeggia e conduce le danze in questo strumentale che già mette in chiaro l’importanza delle melodie. Non manca l’inquietudine e il crescendo sonoro si alterna a momenti di quiete, musica che fa pensare, o perlomeno immaginare. La qualità dell’incisone esalta maggiormente il risultato, il disco è mixato e masterizzato da Lionel Forest nei DS Sound studio.
In “Acte II” (inganno/acquisizione) gli Anathema di “Fragile Dreams” sono molto vicini, il brano si districa bene nei sbalzi umorali, anche in questo caso trattasi di strumentale.
L’anima viene toccata in “Acte III” (la visione del mondo), un piccolo squarcio di sole punta a diradare le nebbie per lasciar intravedere il mondo. La chitarra è in stile Pink Floyd, e fa da sottofondo ad un estratto parlato in lingua francese tratto da “La Misére” di Victor Hugo (1849). Un arpeggio apre “Acte IV” (amore), il brano più dolce dell’intero disco, suonato egregiamente con l’uso della chitarra ancora una volta differente, qui non accompagna ma esegue sostituendosi alla voce. C’è tenerezza, appunto amore.
Il ritmo sale con “Acte V” (andare oltre/costruire/stabilità) pur rimanendo sempre nello stile The Black Noodle Project. Il brano in questione ben si sposa con la copertina dell’album, qui perfetta traduttrice in immagine del concetto espresso dalla musica.
In “Acte VI” (la felicità di essere padre ed avere una famiglia) ci sono voci, quelle di Sandrine e Clément Bourdeix, il tutto è in famiglia e scusate ancora se mi sovvengono in mente i fratelli Cavanagh (Anathema), ma è inesorabile, sia per l’approccio sonoro che strutturale.
Il disco si conclude con “Acte Final” (attraverso la luce/morte), il viaggio umano giunge al termine su questa terra, Léon Burghgraeve accompagna alla voce Sébastien, mentre la musica fa da epitaffio.
Un disco profondo, triste, aperto, narrativo, un percorso per chi vuole lasciarsi trasportare da certe arie e per chi ama le band che ho citato. MS




sabato 20 giugno 2020

Il Sogno Di Rubik

IL SOGNO DI RUBIK – Tentacles And Miracles
G.T.Music – Micio Poldo Edizioni Musicali
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020



In questo periodo storico nefasto, dove la pandemia virale ha causato danni alla salute e all’economia, il musicista è colui che ha subito più danni, non potendo esercitare il proprio lavoro avanti ad un pubblico pagante. La protesta contro certe scelte tempistiche e strutturali del governo non si è poi fatta attendere, molti gli artisti schierati che manifestano il dissenso il 21 giugno, giornata dedicata al problema. Il debutto discografico del progetto Il Sogno Di Rubik avviene domenica 21 giugno, proprio per essere solidali con tutti il mondo musicale.
Il Sogno Di Rubik è il progetto di Francesco Festinante e Cosimo D'elia, un contenitore sonoro dove si mescolano differenti stili di Rock a partire dal classico Progressive all’Hard Rock e ad una piccolissima parte di Punk. La cultura dei musicisti è manifesta in questo album intitolato “Tentacles And Miracles” contenente otto brani, presentandosi in un digipack elegante a tre ante con leporello a otto facciate, mentre l’artwork è a cura di Monica Cimolato.
Così spiega l’album la biografia ufficiale: "Si tratta di un concept album in stile teatrale, narrativo e musicalmente ricco di colori, che sembra essere la perfetta risposta ad un quesito piuttosto originale : quale potrebbe essere la colonna sonora dei sogni dell'in-ventore del mitico cubo? Il disco, infatti, narra di un viaggio onirico, intrapreso da un gruppo di persone, all'interno di un labirinto magico governato da "Tentaclenight". Questa misteriosa entità, metterà a dura prova i protagonisti attraverso esperienze singolari in luoghi inconsueti, ostacolandoli nella ricerca della via d'uscita dal labirinto, che conduce al pozzo dei miracoli. E questo viaggio, in realtà, é introspettivo : i prota-gonisti non sono altro che le molteplicità di " io" che coesistono in ognuno di noi e che, in assenza di un " io" permanente, inevitabilmente emergono a tratti alterni, prendendo il sopravvento a seconda delle circo-stanze".
“The Well Of Miracles” apre  le danze con fiati ed uno stile dalla forte personalità, miscelando suoni anni ’70 a quelli ’80. Numerosi i stacchi sonori ritmatici, che relegano tutto il contesto nel mondo Progressive Rock.
“Silky Bliss And Black Waters” con un incedere cantilenante lascia spazio ad improvvise impennate stilistiche e di vocalità, colori sonori si miscelano lasciando l’ascoltatore ad ammirarne le copiose sfumature. Tratti narrati sono supportati da suoni ad arco che donano all’insieme epicità.
“Tentacles” alza il ritmo ulteriormente, mostrando il lato più vigoroso del gruppo anche se non mancano mai i cambi umorali. Tuttavia va sottolineata la giusta scelta di portare avanti melodie sempre orecchiabili perché in definitiva un disco alla fine dell’ascolto deve comunque lasciarti dentro almeno un motivo da ricordare, questo per non cadere nell’anonimato. Dunque molti cambi repentini, ma sempre legati da un presupposto di base. “In The Back Of The Real” è una vetrina sulla cultura musicale di Francesco Festinante e Cosimo D'elia, tanta storia (Gentle Giant e King Crimson annessi) in quei giri armonici di chitarra supportati da una ritmica pulita e tecnica, fra i miei brani preferiti dell’album.
“The Timekeeper” ritorna a svisare fra i generi con un vocale sussurrato ed una ritmica intenta a dare sfoggio della propria calligrafia. Importante e tecnico anche l’assolo al fulmicotone della chitarra elettrica, fra i brani assolutamente più Prog dell’intero lavoro. “The Planet Of Supreme Satisfaction” è un altalena di emozioni dove fanno capolino addirittura i Talking Heads di David Byrne, mentre la chitarra sembra calpestare le orme di Adrian Belew. In “A Better Nightmare”, come giustamente introduce il titolo, si può entrare nello stile Goblin, questo grazie all’uso sistematico e insistente delle tastiere, un brano che comunque non resta fermo un istante, proprio come accade nell’intero album. “The Suite Of Miracles” chiude il viaggio colorato e sfoggia come un pavone tutto il suo armamentario specie in un solo di chitarra che ha del magnifico.
Un debutto interessante, la scelta di suonare una musica mai scontata in un contesto sociale come quello odierno è quantomeno da elogiare e da supportare. Per fortuna che nel 2020 c’è sempre chi ti inchioda avanti ad uno stereo ad ascoltare. Gran disco, segnatevi il nome perché ne sentiremo ancora parlare e benvenuto a Il Sogno Di Rubik. MS
 


venerdì 12 giugno 2020

A Lifelong Journey


A LIFELONG JOURNEY - A Lifelong Journey
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2019


Spesso anche nei social, molta gente si chiede se il Rock Progressivo sia una musica datata, a mio avviso datato è ciò che ha smesso di evolvere e quindi fermo in un certo momento del tempo. Il Prog (nomen omen) oggi ci sta abituando a repentini cambi di stile, poi questo possa piacere o meno è un altro discorso. Fare Prog oggi ha dunque differenti significati, chi resta relegato alle band di un tempo (Genesis, Yes, Gentle Giant, King Crimson etc.) e quindi ad uno stile ben distinguibile, oppure quello di tentare nuove vie e nuovi innesti stilistici.
Gli  italiani A Lifelong Journey stanziano in una via di mezzo, molto devoti ai fasti del passato (Genesisi in primis) e comunque con uno sguardo personale a quello che è il suono di oggi.
Sono due giovani polistrumentisti di Pavia, Mauro Mugiati (voce, tastiere, basso, chitarra acustica),  e Brian Belloni (chitarre, batteria).
L’album di debutto si intitola “A Lifelong Journey” e la scelta di chiamarsi come il titolo dell’album è avvenuta casualmente, in poche parole nasce prima il titolo dell’album e poi del progetto band. Nell’album quello che spicca all’orecchio del fans del Prog sono proprio gli ingredienti che lo compongono, ci sono Mellotron, Hammond, Leslie, suite e tutto ciò che può indirizzare l’ascoltatore in tal verso.
“A Lifelong Journey” si compone di due suite “Part1” e “Part 2”, per una durata totale di una cinquantina di minuti. La genesi del concepimento inizia quattro anni prima dell’uscita, e viene registrato nel 2018 agli studi Elfo di Piacenza, ci tengo a precisarlo perché la qualità sonora è equilibrata e pulita. Gradevole anche l’artwork ad opera di Mirko Filippelli, un libretto semplice e raffinato, contenete i testi e disegni che ben sposano la causa Prog, tanto da darmi reminiscenze “A Trick Of The Tail” (Genesis).
Anche le composizioni si aggirano in tal senso attorno a questo gruppo storico. “Part1” si apre con un Mellotron che la dice lunga su quanto andremo ad ascoltare, per poi passare a fughe in stile Spock’s Beard. La chitarra si addentra in meandri Floydiani per poi scivolare quasi indifferentemente verso Steve Hackett. Cambi repentini di tempo ed umorali, sino ad andare a sfiorare il Prog attuale con velature Steven Wilson tanto per intenderci e così si chiude anche il cerchio passato e presente.
Le tastiere sono sempre in evidenza, mentre le chitarre molto spesso accompagnano il tutto senza strafare.
“Part 2” non si apre con il Mellotron ma con un piano e un motivo lento ed arioso. Il terreno è quello del Neo Prog,  ancora sprazzi di Spock’s Beard (su tutti “The Light”) e giochi di batteria. Segue un basso stile “Outer Limits” dei primi IQ e tutto appare in un aurea di magia senza tempo.
Io che seguo molto il genere in questo debutto trovo tanto materiale e tanto amore, il tutto mi emoziona e mi piace.
I giovani sanno fare Prog, lo hanno assorbito per poi rielaborarlo con  la cultura odierna, possiamo dormire sonni tranquilli il genere è in buone mani, anche in quelle dei A Lifelong Journey, grandi mani! MS

sabato 6 giugno 2020

Paolo Volpato Group

PAOLO VOLPATO GROUP – Contro
Lizard Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Jazz Rock
Supporto: cd – 2020
 
 
 
Nel 2017 ci lascia uno dei chitarristi più influenti della scena Fusion, Jazz Rock, Allan Holdsworth. Esso ha militato anche in gruppi Progressive Rock come Soft Machine, Tempest ed UK. Nella sua importante discografia che inizia nel 1976 ha toccato svariati stili, inventandosi differenti tecniche fra le quali spicca negli anni ’80 quella supportata dal  Synthaxe  con il quale ha suonato controllando sei sintetizzatori contemporaneamente. Uno stile unico che ha ispirato diversi musicisti dediti all’astrazione. Il non essere di facile catalogazione per un musicista di per se non è un grave problema se non addirittura un vanto, la musica non globalizzata e di forte personalità gode esclusivamente di vita propria, anche se questo spesso non porta a successi eclatanti a causa della difficile comprensione della stessa. Quello che conta è il messaggio artistico, per semplificare maggiormente il concetto basta pensare che la musica è un linguaggio, dove le parole non arrivano più li inizia la musica, e di linguaggi per farsi comprendere ce ne sono davvero tanti.
In Italia a tutto questo ci pensa Paolo Volpato, Allan Holdsworth viene ricordato  in maniera importante ed esaustiva, Volpato è un chitarrista veneto della provincia di Venezia ed un amante della Fusion. “Contro” è il suo esordio discografico, composto da otto brani di cui sette strumentali e per registrare il tutto il chitarrista si coadiuva dell’aiuto di special guest come Alessandro Serravalle (voce in “Nelle Tensioni”), Frank Pilato, Marcello Contu ed Alessandro Giglioli, mentre il Paolo Volpato Group è formato da Paolo Volpato (chitarra, synth guitar), Roberto Scala (basso), Adrian De Pascale (batteria), Luca Vedova (basso), Michele Gava (doble bass), Michele Uliana (clarinetto, sax) e Giacomo Li Volsi (piano).
Si inizia con “Preludio/Contro”, una composizione al limite della psichedelia dove il suono accarezza l’ambiente che circonda, adagiando le proprie note con delicatezza nella mente dell’ascoltatore. Differenti le sensazioni che scaturiscono dall’ascolto, compreso il nervosismo elettrico di certi suoni alla ricerca strutturale legata da una buona tecnica dello strumento, capace di sciolinare gradevoli scale melodiche.
Ci si addentra in certa Fusion con “Ziqqurat Baby”, personalmente il suono mi rimanda alla mente quello dei canadesi Uzeb, grazie soprattutto all’uso importante del basso, ma quando subentra Volpato con la chitarra, il gioco cambia radicalmente.
Fra i brani più lunghi dell’album c’è “Ossigeno” con i suoi otto minuti abbondanti, qui la ricerca e l’astrazione sono palesate abbondantemente, le dita scorono velocemente sulla tastiera della chitarra che si esibisce in un duetto con la batteria. A seguire il pezzo più breve “Scalea”, fra mare e gabbiani la chitarra riesce a far sognare ad occhi aperti grazie anche ad echi ed arpeggi.
Un piano apre “Nelle Tensioni”, momento a mio modo di ascoltare più elevato dell’intero disco, perfetta conferma di quanto descritto sino ad ora ed impreziosito dall’intervento narrante e sperimentale di Alessandro Serravalle (Garden Wall, Officina F.lli Serravalle). Tanti gli stili musicali richiamati e palesati, dal Rock alla psichedelia passando per il Jazz.
“Labirinti” è un'altra vetrina per le capacità tecniche del gruppo, “GLV” è più riflessiva e comunque sempre ricercata, mentre “Postludio/Multicolorato” è proprio una descrizione sinestetica dell’ascolto.
Pur essendo musica di non facile assimilazione questa del Paolo Volpato Group lascia il segno e fa passare tre quarti d’ora fra sorprese, curiosità e novità, tutti aggettivi che nella musica moderna si adoperano sempre più raramente, se non quasi per niente. Allan Holdsworth può essere fiero del suo operato, ma anche Volpato, il quale in questo esordio discografico dimostra una cultura musicale a tutto tondo. MS
 
 

 

martedì 26 maggio 2020

Artisti Vari - Intonarumori: Ieri Ed Oggi


A.A.V.V. – Intonarumori: Ieri Ed Oggi
Diplodisc – ReR Megacorp/Recommended
Genere: Sperimentale, futurista
Supporto: cd - 2020


“Intonarumori: Ieri Ed Oggi” è’ un importante progetto che nasce dalla collaborazione fra  Diplodisc e Recommended, sempre attenta alla musica creativa.
Tutto prende spunto da ”L’Arte Dei Rumori”, manifesto del Futurismo scritto da Luigi Russolo nel 1913. Il futurismo nella musica tenta di sbriciolare come un caterpillar tutto quello che è armonia consueta e antica, suonata da strumenti ad arco, a fiato, metallici, in legno ed in pelli. Esso si contrappone con rumoristica e dissonanze create da rombi, tuoni, scoppi, scrosci, tonfi, boati, fruscii, voci animali e molto altro. Per ottenere tutto questo, Russolo crea un insieme di strumenti per cercare di dare vita propria ai suoni, essi prendono il nome di Intonarumori.
La vita quotidiana sta mutando nei primi decenni del 1900, l’industrializzazione porta a nuovi suoni di cui prima non si aveva conoscenza, rombi, suoni metallici, treni che sbuffano… La quiete in parole povere è solo un vecchio ricordo e la presunzione del futurismo risiede proprio nel fatto che esso si pone in maniera superiore rispetto al passato, con questo tenta di farsi strada in maniera prepotente. Ma è anche la necessità stessa di scoprire nuove frontiere, la voglia di sperimentare che è intrinseca nella natura umana. Abbiamo nobili esempi di chi ha cercato di dare voce a piante ed ad oggetti anche nel passato più recente con John Cage, oppure dare voce alla voce con polifonie grazie allo studio maniacale del compianto cantante dei Ribelli e degli Area, Demetrio Stratos. Dunque l’Arte Dei Rumori è un manifesto provocatorio artistico che anticipa i tempi.
Gli Intonarumori furono costruiti con un parallelepipedo di legno, in esso veniva piazzato un altoparlante di cartone o metallo nella parte anteriore. Colui che suonava, azionava leve o schiacciava bottoni per far partire il macchinario mettendo in movimento ruote di metallo, ingranaggi e corde metalliche. Le tonalità venivano cambiate tramite una leva e appunto corde. 
Gli Intonarumori oggi sono ricostruiti dal prof. Pietro Verardo a Venezia, e per la realizzazione di questa opera musicale ci si avvale di un insieme internazionale di musicisti, a partire dall’inglese Chris Culter (Henry Cow, Art Bears, The Residents, Pere Ubu, etc.), al russo Nick Sudnick (Zga, Vetrophonia), al polacco Andrzej Karpinski (reportaz) al nostrano Alessandro Monti (Unfolk).
Le immagini usate per la grafica del cd sono ad opera del pittore futurista Ivo Pannaggi (1901–1981).
Il cd ha sede in un involucro di cartone suddiviso in più ante nelle quali si possono leggere le spiegazioni sia del progetto che del macchinario sonoro, con tanto di disegno allegato.
Tredici le tracce sonore, fra vecchie e nuove composizioni, le prime otto sono “Rumori Di…” fra zelo e diligenza, pazienza, amore, generosità, generosità dei montanari polacchi, purezza, umiltà, virtù e compostezza. Le sonorità vengono registrate nel 2018 in Polonia con Andrzej Karpinski (acustica, elettronica, voce) e Pietro Verardo (intonarumori).
Ritmi automatizzati, supportati da voci, tensioni, versi di animali aleggiano nelle brevi tracce, spaziando in effetto stereo attorno la nostra mente. Non mancano momenti con percussioni e batteria.
“Quando Il Futuro E’ Il Passato” è registrato in Francia nel 2018 con Chris Cutler e Pietro Verardo. Anche in questo caso si possono ascoltare un insieme di suoni particolari che  accendono la nostra fantasia. “L’angoscia Delle Macchine” del futurista Silvio Mix, è suonata dall’Orchestra I Pomeriggi Musicali diretta dal maestro Carlo Boccadoro proprio al Teatro Dal Verme di Milano nel 2009, dove in origine il brano è stato esibito nel 1914. Una sorta di fuga sonora a più riprese che può far venire alla mente l’inizio del brano “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd.
“Protomekanika” è del 2017, registrato in Russia da Nick Sudnick e Pietro Verardo. Qui siamo nella rumoristica più totale. Segue “Il Mercante Di Cuori”, altro pezzo del 1927 suonato al Teatro Dal Verme di Milano nel 2009. Nell’insieme uno squarcio sonoro di sole.
L’ultimo brano ad opera di Alessandro Monti si intitola “Simultaneità Futurista”, e nasce all’ultimo minuto per completare l’opera. Descrive l’autore nella bio: “Era stato pensato come una variazione moderna dell’Inno Nazionale Italiano e di Va Pensiero di cui conserva alcuni passaggi nascosti, ma é approdato ad una struttura finale in cui il rumore fa da presagio a quella che ritengo sia una conclusione sinistra dell’intera opera; quel suono indistinto e nebuloso che si ripete nel finale annuncia non solo il silenzio della distruzione degli strumenti a causa della guerra, ma anche di tante vite umane… come se qualcosa si interrompesse e venisse dimenticato dallo scorrere del tempo. In origine volevo scriverne la struttura sotto forma di diagramma con i tempi, i ritardi progressivi delle tracce, gli interventi delle citazioni, ecc. Davo per scontato che il primo tentativo sarebbe stato una prova, ma quando ho riascoltato il risultato finale, non c’é stato bisogno di farne una seconda versione. Quindi non ci sono stati calcoli scritti o studi preparatori, ma solo riferimenti visivi approssimativi sullo schermo del computer.”. Ovviamente stiamo parlando ancora di rumore e di suoni.
Nel 2020 poter riascoltare l’Intonarumori è un privilegio culturale e storico, chi osa nel tempo sfidare la musica è degno di attenzione, perché essa si cela in ogni dove, anche nelle vibrazioni e nei rumori, ovviamente per chi la sa cogliere. Un salto nel passato, un salto nel futuro il tutto nel presente. Jackpot! MS