ARCTIC PLANT – Absolute Power
Autoproduzione
Genere: Crossover Prog / Metal Prog
Supporto: CD / Bandcamp – 2026
Questa
volta è la Germania (Bayreuth) a proporci un album di Progressive Rock
infarcito di classicismi con richiami ai King Crimson, Yes e Camel. Una bella
sorpresa per tutti coloro che cercano nella musica qualcosa di più articolato
in cui crogiolarsi.
Arctic
Plant è il progetto di Philipp Rexilius giunto con “Absolute Power” al suo
quarto capitolo, un disco complesso con fughe che possono far tornare in mente
i primi Spock’s Beard. Dopo un passato giovanile come batterista in formazioni
e band locali, si è affermato come polistrumentista e compositore autodidatta
orientato verso il Crossover Prog e il Progressive Rock sinfonico e
concettuale. Nel 2013/2014 ha dato vita ad Arctic Plant, la sua one-man band e
solido progetto solista. Nel contesto di Arctic Plant, Rexilius cura in prima
persona ogni fase della creazione musicale: compone le musiche, scrive i testi,
suona tutti gli strumenti (chitarre elettriche ed acustiche, tastiere, synth,
basso e batteria/programmazioni), registra le voci e si occupa dell'intero
processo di mixing e produzione. Solo alcune voci sono affidate agli ospiti
Andreas Ludwig (voce in “The Priest”), Ewa Wieczorek (voce in “The Rebel”) e
Michael Kuchenbrod (voce in “Men's Choir”).
“Absolute
Power” è un imponente concept album di critica sociale e distopica.
L'ispirazione concettuale dell'opera nasce da una riflessione sulle reti
neurali, sui Large Language Models, sull'impatto dei social network e sulla
progressiva delega del pensiero critico alle tecnologie d'intelligenza
artificiale e di controllo di massa. Il disco vuole essere un monito a non
rinunciare all'indipendenza di pensiero di fronte ai meccanismi di
manipolazione, propaganda, morale di facciata e tecnocrazia.
Come
il genere generalmente richiede, si apre con una suite di venti minuti
abbondanti intitolata “Brave New World”. Un tuffo immediato nella musica
classica moderna, come quella ispirata dai Pink Floyd con “Atom Heart Mother”,
per poi lanciarsi irrefrenabilmente in intricati tempi dispari, riff di
chitarra d'impronta Heavy, assoli melodici e maestose aperture di tastiera.
Belle anche le coralità. Un pezzo che scorre via in un attimo, a testimonianza
che l’attenzione dell’ascoltatore non viene mai meno. Il testo è un chiaro
riferimento all'opera huxleyana e alla letteratura distopica: una società
apparentemente pacifica e automatizzata, ma del tutto asservita al controllo
dell'algoritmo e della tecnologia, dove la libertà individuale viene
anestetizzata in cambio di un falso senso di sicurezza.
Piacevole
la ballata successiva “Moral Highground”, soffice, gentile e dalle aperture
vocali ariose. Il testo affronta il tema dell'ipocrisia politica e sociale,
analizzando come chi detiene il potere (tecnologico o istituzionale) utilizzi
la superiorità morale di facciata per reprimere il dissenso ed esigere
conformismo.
Tuona
la chitarra elettrica in un andamento Metal Prog virtuosistico in “Manifesto”,
brano rigoroso con ritmi marziali, stacchi di tastiera dal sapore Neo Prog e un
uso stratificato di synth e cori che creano un'atmosfera fredda e solenne, come
a tratti la voce robotica che enuncia i dogmi e le verità ufficiali imposte
alla massa, in cui l'obbedienza viene presentata come l'unica virtù possibile.
Fra
i momenti più drammatici e intimistici c’è “Who Are You?”, in cui un lamento si
allaccia alle tastiere di fondo che descrivono un ambiente oscuro dove
l’individuo si guarda allo specchio e si interroga sulla propria identità
residua, chiedendosi cosa sia rimasto della propria umanità autentica dopo
l'omologazione al sistema.
A
questo punto giunge la seconda suite “Insurgency”, con il classicismo sinfonico
e le scorribande sonore associabili alla colonna sonora di un film ad alta
intensità, caratterizzata da fughe di chitarra epica e cambi repentini ancora
una volta prossimi agli Spock’s Beard. Il testo descrive l'atto di ribellione
attiva da parte di chi rifiuta di conformarsi, la lotta materiale e psicologica
per spezzare il controllo. Per chi vi scrive questo è uno dei momenti più alti
dell’intera opera.
Cori
epici aprono “Superbia And Plunge”, traccia chiaramente divisa in due momenti
dinamici. La prima sezione (Superbia) è caratterizzata da sonorità pompose,
accordi maestosi e riff imponenti; la seconda (Plunge) vira verso tonalità
caotiche, dissonanti e discendenti, con tanto di interventi in growl. Il finale
si apre alla solarità con un solo di chitarra che scalda il cuore. Il brano
affronta la tracotanza dei tiranni e delle strutture di potere, raccontando
l'arroganza dell'autorità che, convinta del proprio controllo totale, non si
accorge del proprio inevitabile ed imminente crollo.
Adiacente
è “The Final Kneeling”, altra cavalcata Metal Prog epica, cupa e profonda dove
le chitarre pesanti e i synth oscuri avanzano a ritmo cadenzato, trasmettendo
un senso di oppressione e resa imminente. Analizza le conseguenze devastanti
dello scontro, è il momento in cui si contano i danni, evidenziando il prezzo
umano e le ferite inflitte dalla lotta contro un potere sovrastante.
Infine
ecco l’epilogo sinfonico di ampio respiro intitolato “Ascend Thy Throne”,
costruito con aperture melodiche, crescendo d'organo e synth. Abbattuto un
sistema autoritario, si pone l'eterno interrogativo su chi occuperà il nuovo
trono e se la storia sia destinata inesorabilmente a ripetersi.
In
ultima analisi, la quarta prova in studio di Arctic Plant si rivela come un
affresco sonoro di rara coerenza e ambizione. Tra suite fiume da oltre venti
minuti, passaggi acustici di toccante introspezione ed esplosioni heavy di
grande impatto, “Absolute Power” mette a nudo i paradossi dell'era digitale e
le sottili tirannie del nostro presente. Phil Rexilius gestisce ogni singolo
dettaglio produttivo con una visione lucida e priva di compiacimenti,
regalandoci un’opera che richiede tempo e attenzione, ma che ripaga
l'ascoltatore con una profondità emotiva e concettuale non comune. Un disco
potente, ammonitore e necessario. MS
Versione Inglese:


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