I Miei Libri
lunedì 10 agosto 2020
domenica 9 agosto 2020
Logos
LOGOS – Sadako E Le Mille Gru Di
CartaAndromeda
Relix – Pick Up records
Genere:
Progressive Rock
Supporto: cd – 2020
Chi
segue con attenzione il Rock Progressivo Italiano (RPI) probabilmente conosce il nome Logos. I
veronesi si formano nel 1996 suonando inizialmente cover di band quali Banco
Del Mutuo Soccorso ed Orme in primis. Ma la qualità compositiva della band ben
presto trova luce e spazio nell’album d’esordio “Logos” del 1999. Inizia la
carriera della band, sempre rispettosa dei suoni curati e raffinati del Progressive
Rock. Segue nel 2001 “Arsava”, altro album autoprodotto che porta il gruppo
all’attenzione dell’Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa, la quale produce
nel 2014 il loro terzo album intitolato “L’Enigma Della Vita”, ottimamente
recensito dalla critica e ben accolto dal pubblico. Passo dopo passo, disco
dopo disco, i Logos maturano e portano avanti nel tempo il credo sonoro. Ad
oggi sono formati da Luca Zerman (voce, tastiere), Fabio Gaspari (voce, basso,
chitarra, mandolino), Claudio Antolini (piano, tastiere) e Alessandro
Perbellini (batteria).
Il
cantato è in lingua italiana e racconta la storia triste di Sadako Sasaki,
bambina di Hiroshima che all’età di due anni durante la seconda guerra
mondiale, vede esplodere la bomba atomica nella sua città. 6 agosto 1945, ore
8:14 e 45 secondi del mattino. Riesce a salvarsi, ma ad 11 anni, dopo una
competizione sportiva, è colta da malore. La sentenza dell’ospedale è spietata:
leucemia. Ma Sadako non si arrende, conosce una leggenda giapponese che narra
“Chi piegherà mille gru con la tecnica degli origami, vedrà i propri desideri
esauditi”. La giovane inizia a piegare, ma purtroppo si fermerà a 644. Questo
simbolo di pace verrà portato a conclusione dai suoi amici e da tutti coloro
che sono rimasti colpiti dalla sua storia.
L’artwork
che accompagna il concept è a cura dei Logos stessi e di Claudio Antolini,
esso racchiude le immagini delle opere
di Marica Fasoli e le foto di Jim Kleeman, Alberto e Nicolò Gaspari e Andrea.
All’interno anche la spiegazione degli origami e delle loro tecniche oltre che
ovviamente i testi delle canzoni.
Nella
musica si avvalgono dell’ausilio di special guest, qui famosi nell’ambito come
Elisa Montaldo (voce in “Il Sarto”), Massimo Maoli (chitarra in “Sadako E Le
Mille Gru Di Carta”), Simone Chiampan (batteria in “Il Sarto”) e Federico
Zoccatelli (sax in “Paesaggi D’Insonnia”).
Lo
strumentale “Origami In SOL-“ apre l’album con tastiere in evidenza, il sound è
di per se Prog al 100%, ampio, enfatico ed orecchiabile, un mix fra passato e
presente che sicuramente è la gioia degli estimatori. Esso conduce a “Paesaggi
D’Insonnia”, supportato da una ritmica importante come un certo Banco Del Mutuo
Soccorso esprime nei momenti strumentali in opere come “Darwin” o “BMS”. E poi
giunge l’apertura tastieristica che ci catapulta nel mondo di PFM, New Trolls,
Orme, in parole povere la storia è raccontata e tramandata. Undici minuti di
grande musica, elegante, dinamica e ben arrangiata.
I
Logos preferiscono esibirsi in brani lunghi, dieci minuti è la durata di “Un
Lieto Inquietarsi”, fuga strumentale in partenza e musica per la mente a
seguire. Il più breve ha la durata di sei minuti e richiama il sound dei Procol
Harum, una dolce canzone impreziosita dalla voce di Elisa Montaldo intitolata
“Il Sarto”. Il canto che si incrocia fra l’uomo e la donna ha sempre il suo
grande fascino, la riuscita è assicurata.
Altra
mini suite è “Zaini Di Elio”, un fantastico racconto sonoro. “Gonfiarsi di
odori e di colori affondando le dita nel bordo dei cieli”, le parole narrano
alla perfezione le sensazioni provate all’ascolto, una musica ampia, senza
tempo che è incastonata nel dna del Prog.
In
conclusione la vera suite, il brano portante, ossia “Sadako E Le Mille Gru Di
Carta”. Quasi ventidue minuti di grande
musica. La tristezza dell’argomento “morte” esalta ancora maggiormente
l’ascolto di note che spesso già da sole hanno la capacità di farci scorrere
una lacrima sulla guancia il tutto fra nostalgia sonora e brividi.
I
Logos hanno avuto il coraggio di trattare un concept forte, lo hanno fatto con
rispetto ed amore, riportando in terra Sadako, una bambina come tante che per
la stupidità umana non è potuta diventare donna. Anch’io alla fine del disco ho
provato a fare una gru di carta, perdonami Sadako, non sono stato bravo, non ho
grande manualità, ma voglio mettere questo risultato fra i miei dischi vicino a
i Logos così anche tu, come la musica, resterai per sempre nel mio cuore. MS
lunedì 27 luglio 2020
Tributo da AREA PROG
AREA PROG e NONSOLO PROGROCK
E' con vero piacere e sorpresa che vado a ringraziare AREA PROG e Marcio Sà dal Brasile per il video tributo al mio blog. E' un piacere constatare che c'è chi apprezza il lavoro di un appassionato. Propellente per fare sempre di più e meglio.
Grazie
domenica 26 luglio 2020
TRASIMENO PROG FESTIVAL 2020
Trasimeno Prog Festival 2020
Anche quest'anno il 21 ed il 22 agosto si terrà il TRASIMENO PROG FESTIVAL a Castiglione Del Lago nel Teatro Della Rocca.
Monjoie
MONJOIE-
Love Sells Poor Bliss For Proud Despair
Lizard
Records
Genere:
Progressive Rock
Supporto:
cde – 2020
Ritornano
i liguri Monjoie e lo fanno proseguendo il cammino intrapreso nel 2018 con “And In Thy Heart Inurn Me” (Lizard Records), quello
della poesia e del romanticismo inglese dettato da poeti come John Keats, Percy
Bysshe Shelley e George Byron. Arte grafica, poesia, musica, sono muse che
quando si incontrano danno inesorabilmente vita ad emozioni intense. Fa piacere
nel 2020 incontrare ancora chi ama la bellezza e la eleva al giusto piano dell’
importanza.
I
Monjoie in questo nuovo capitolo della loro esistenza sono Alessandro Brocchi
(voce, chitarra, tastiere, tampura), Valter Rosa (chitarra, bouzuki), Davide
Baglietto (flauti, tastiere, Musette del berry), Alessandro Mazzitelli (basso,
tastiere, percussioni), e Leonardo Saracino (batteria, percussioni). Nel corso
del lavoro si avvalgono dell’ausilio di special guest del calibro di Edmondo
Romano (sassofoni e clarinetti), Fabio Biale (violino), Matteo Dorigo
(ghironda), Alessandro Luci (basso), Simona Fasano (voce recitante) e Lorenzo
Baglietto (Musette del berry).
La
musica proposta è viatico di culture differenti associate a tempi distinti, fra
passato e presente, lingua inglese antica e mondo greco passato, il tutto rivisitato
anche in chiave Rock Progressivo.
L’edizione
cartonata supporta il libretto interno con i testi, mentre il dipinto della
copertina è ad opera di Giovanni Pazzano. La musica è scritta da Alessandro
Brocchi eccetto per “A Dirge” (Davide Baglietto) e “To Night” (Valter Rosa).
Inizia
la suite “Ode On A Grecian Urn”, suddivisa in cinque parti. Il mellotron è lo
strumento più adatto per far tornare indietro l’ascoltatore alle sensazioni passate,
in “Part1: Thou Still Unravish’d Bride Of Quietness” un suono lo catapulta
verso la fine degli anni ’60 quando Moody Blues e Procol Harum compongono opere
d’arte. Il whistle completa l’operazione.
Tampura,
solina strings, basso fretless coronano il suono di “Part 2: Heard Melodies Are
Sweet But…” , cantato anche in questo caso da Brocchi. Ancora strumentazioni d’epoca
in “Part 3: Ah, Happy, Happy Boughs!”, questa volta si possono incontrare la
ghironda, musette del berry (cornamusa del centro della Francia), l’harmonium ,
il bouzuki e la tampura (chitarra indiana). Eppure il tutto assume un connotato
Neo Prog stampo Marillioniano di primi anni ’80, quando Fish e soci si divertono
ad entrare nel folclore antico inglese. Le atmosfere restano sempre pacate,
anche in “Part 4: Who Are These Coming To The Sacrifice?”, una ballata delicata
da ascoltare ad occhi chiusi. La conclusiva “Part 5: OdeOn A Grecian Urn” è
impreziosita dal sax di Edmondo Romano (Eris Pluvia, Avarta, Orchestra Bailam,
Ancient Veil) ed ha connotati più moderni, se così vogliamo definirli rispetto
quanto ascoltato sino ad ora. La bellezza prende il sopravvento.
Sulla
poesia di Percy Bysshe Shelley giunge “Mutability”, il violino di Biale dona al
complesso un aurea sognante, mentre il crescendo sonoro completa l’opera
enfatica. “To Night” si rivolge più alla formula canzone, invece “A Lament”
mostra i Monjoie più progressivi riguardante sia la ricerca sonora che
compositiva. Tutto ciò tuttavia non comporta una complessità strutturale
elevata, l’ascolto è semplice, congiunto a passaggi gradevoli e mai complessi. “The
Flower That Smiles To-Day” prosegue il sentiero senza ulteriori diramazioni,
mentre un pianoforte apre “A Dirge”, un accesso a ritroso nel tempo grazie alle
coralità oltre che all’utilizzo stesso dell’harmonium e del musette del berry.
Il disco si conclude nella poesia di George Byron in “She Walks In Beauty”.
Bellezza
e cultura si sposano perfettamente in questo lavoro dove il tempo gioca un
ruolo fondamentale, come in una sorta di elastico che ci trascina da un capo
all’altro della sua massima estensione. Bungee jumping progressivo, semplicemente
belle emozioni. MS
sabato 25 luglio 2020
Savelli & NoStress
SAVELLI
& NOSTRESS – Doing Nothing “Live At The Tower”
Radici
Music Records
Genere:
Progressive Rock
Supporto: cd – 2020
Alex
Savelli è un nome importante per il nuovo Progressive Rock Italiano, alcuni di
voi lo hanno conosciuto con il progetto Pelikan Milk, ma anche attraverso il
grande maestro Massimo Manzi nel 2019 con il quale realizza l’album “Gettare Le
Basi”, oppure sentito nominare in collaborazioni con artisti del calibro
di Eddie Kramer, Simon Painter, Paul
Chain (Death SS – Paolo Catena), David Eserin, Ares Tavolazzi (Area), Andrea
Giomaro, Gianpiero Solari, Elyan Fernova e molti altri ancora.
Quello
che nel tempo ho sempre apprezzato della filosofia musicale del cantante e
chitarrista bolognese è la libertà totale con cui si è sempre saputo muovere. Un
artista che sembra essere fuori del tempo, relegato ad un modus operandi non
più attuale, capace di esprimere solo ed esclusivamente ciò che prova al
momento, non curando l’aspetto popolare, piaccia o meno ha sempre realizzato
musica sentita e vissuta al momento senza compromessi. Lo relego nel puro
spirito del Progressive Rock più significativo del termine, oggi purtroppo
svalutato e storpiato per convenienze più o meno di comodo. Non trattasi di
musica scimmiottante Genesis, King Crimson etc., bensì di personalità, pur
avendo ovviamente punti di riferimento storici rielaborati dalla propria vena
artistica.
Essendo
io un vecchio ascoltatore collezionista, di quelli che tengono molto
all’insieme del prodotto e quindi anche all’artwork, sottolineo che tutti i
progetti di Savelli sono sempre stati supportati da un packaging importante,
curati ed esaustivi. Anche in questo caso all’interno dell’elegante confezione
cartonata si trova il libretto con i testi tradotti in italiano. Una forma di
rispetto per l’ascoltatore che ho sempre apprezzato.
Savelli
ritorna con un album registrato dal vivo in una torre medioevale, poco prima
del nefasto evento pandemico. Con lui i NoStress, trio acustico bolognese
formatosi nel 2013 e composto da Jeanine Heirani (voce, chitarra, basso,
piano), Paolo Lapiddi (basso) e Max Bertusi (batteria, percussioni). L’album si
intitola “Doing Nothing” e contiene dodici brani, di cui tre tratti dal primo
disco dei Pelikan Milk “South Enough” (2000 - New LM Records) e sono “The
Secret”, “Days” e “See You Later”. La
scelta della registrazione a presa diretta dona all’insieme ulteriore spinta,
una sincerità aggiunta in un momento come questo dove la tecnologia e
l’artefazione regnano sovrani, mentre il mastering viene realizzato a Los
Angeles da Alex Elena (Bruce Dickinson).
“Doing
Nothing” pur essendo un disco acustico lo relego nel Progressive Rock perché in
esso convergono differenti stili sonori che variano dal Hard Rock al Folk
passando per la Psichedelia sino a giungere alla base del Rock, ossia il Blues.
Un filo conduttore lega le canzoni, un contesto prettamente Neo Prog, un
argomento molto trattato in questo genere (Marillion, IQ etc.), ossia gli amori
andati a cattivo termine e le relative esperienze.
“See
You Later” inizia il percorso sonoro, il brano dei Pelikan Milk assume una
veste Folk con dei passaggi di chitarra davvero notevoli. Più rilassate le
atmosfere di “No Choice”, qui si poggia i piedi su due staffe, il Rock sudista
(a tratti Beatelsiano) e la Psichedelia acustica cara a certi Porcupine Tree,
il risultato è gradevole, anche grazie alle coralità di Jeanine che fanno da
controcanto. Il suono caldo avvolge l’ascoltatore, l’ambientazione sicuramente
gioca un ruolo importante.
Prosegue
il cammino Folk/Country “By My Side”, vivace e gioiosa, un passaggio
nell’America senza tempo. Ancora una volta fuoriescono i Porcupine Tree primo
periodo nel brano dei Pelikan “The Secret”, tanta è la personalità che avvolge
il brano in maniera delicata e rispettosa da rendere la musica da ascoltare ad
occhi chiusi con una attenzione scevra da distrazioni. “The Seaside First” guarda
al passato ma anche alla melodia di facile assimilazione, un piccolo esempio di
come la semplicità paga sempre. Bello il frangente in cui il Blues si lascia trasportare in stile primo Pino
Daniele. Più Rock “Who’s That Man”, un territorio Pinkfloydiano rappresentato
da brani come “Fearless”, un passaggio nei primi anni ’70 ma arrangiato in
chiave decisamente moderna. E’ la volta della title track “Doing Nothing”, qui
c’è l’essenza di Alex Savelli, la sua anima in splendida veste. Risale il ritmo
con “Days” altro tuffo nella discografia passata e una chiave di lettura
musicale più ricercata, un arrangiamento ben congeniato fa del brano un altro
piccolo gioiello sonoro. Giunge a questo punto “Would You Kill Me”, singolo
potenziale dell’album con un refrain ben congeniato e ancora una volta
sostenuto dal gioco a più voci. Torna il Folk in “Little Girl”, ampi spazi si
aprono avanti a noi durante l’ascolto. “Don’t Listen” ha reminiscenze Doors,
fra Psichedelia e Folk, mentre la conclusiva “Ariaz” passeggia nel tempo e
nell’Hard Rock acustico.
La musica di Savelli & NoStress rilascia una sensazione di rilassatezza e al contempo di pacatezza che rende l’anima netta da ogni scoria moderna che in questo ultimo periodo ci aggredisce. Disintossicatevi anche voi con “Doing Nothing”, è efficace. MS
mercoledì 22 luglio 2020
Barbara Rubin
BARBARA
RUBIN – The Shadows Playground (Piano Works)
Autoproduzione – Neraluce Studio
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020
Il
mondo del Progressive Rock Italiano dalla sua nascita risalente circa al 1970 ha
avuto prettamente un pubblico maschile.
Questo non per sessismo o quant’altro, il dato si può semplicemente estrapolare
dalla media mondiale di persone che ascoltano o suonano il Rock in senso
generale, sono molti di più gli uomini. Il perché è difficile da interpretare,
molto probabilmente (ma è solo un mio modesto parere) è dato dal fatto che il
Prog con i suoi cambi repentini di tempo e di stile, destabilizza molto l’ascoltatore,
mentre la donna non ama sentirsi destabilizzata. Probabilmente non è neppure
così, ma una verità di fondo esiste, ossia il dato della percentuale
uomini-donne. Il PRI dunque viaggia su percentuali analoghe a quelle di chi
ascolta il Rock, e le protagoniste più note si contano veramente sulla punta
delle dita, a partire da Silvana Aliotta dei Circus 2000 a Jenny Sorrenti
(sorella di Alan Sorrenti) dei Saint Just, oppure Donella Del Monaco (Opus
Avantra) o la bravissima Sophya Baccini.
Tuttavia
le nuove leve oggi ci sono, internet negli anni ha aperto un mondo anche a chi
non ha avuto la possibilità di documentarsi su tutto, molta nuova gente si è
accostata a questa musica e in alcuni casi anche con risultati soddisfacenti
(quasi mai di vendite, ma questo è un discorso a parte).
Ho
avuto la fortuna di ascoltare la pavese Barbara Rubin nel suo disco d’esordio
“Under The Ice”, nel 2009 apprezzandola anche nei ProgAwards, li ho conosciuto
un artista sensibile e dotata. Posso anche definire Barbara Rubin una “one
woman band” in quanto autrice di tutte le liriche, musiche e strumentazioni.
Lei suona dalla viola al violino, pianoforte, synth, chitarra, basso e
batteria. Un artista totale che si getta anima e corpo nella propria musica.
Nel
2017 realizza assieme a Simona Sottocornola l’ep “Luna Nuova”, un progetto di
tre canzoni riguardante la violenza sulle donne, argomento sempre poco trattato
e che più spesso andrebbe approfondito, soprattutto nei nostri tempi. L’ep
contiene il brano strumentale “Gradalis”, “Luna Nuova” e “Libera”. Il primo si
concentra in un movimento piano/violino toccante e d’effetto, tanto che le
parole non servono per estrarre dalla mente le sensazioni che si provano
sull’argomento. Il secondo mette in evidenza la voce limpida di Barbara, arie
scure come certi Anathema sono riusciti ad esporre attraverso voce e piano.
“Libera” è più canzone rispetto le precedenti, con un ritornello davvero
d’effetto, un ep che mostra Rubin con le idee ben chiare.
Ma
veniamo a “The Shadows Playground”, nove nuove canzoni che mettono alla luce
storie, viaggi e riflessioni raccolte dall’artista nel corso della vita. Giochi
di chiaro scuro si palesano nelle foto ad opera di Simona Sottocornola contenute
nell’artwork, così come la musica che riesce a rappresentare. Anche in questo
nuovo lavoro come in “Under The Ice”, Rubin si coadiuva dell’aiuto di Andrea
Giolo alla voce. Il cantato è in lingua inglese e dona all’ascolto quel tocco
di internazionalità che non guasta mai.
“Endless
Hope” non può che aprirsi con voce e piano, un giro armonico lento e
malinconico che ha l’onere di entrare nel cuore di chi ascolta. Una fase intima
di solitudine che l’artista non esita a manifestare, l’enfasi successivamente
cresce con l’ingresso del violino e la voce di Andrea Giolo. Più struggente
“Seven” una goccia scura nel mare del sentimento. Effetti vocali rendono il
brano “progressivo”.
“La
Maddalena” racconta la storia del viaggio di Maria verso il sud della Francia, la
storia con Gesù e le sensazioni provate. “Clouds” è un breve interludio voce e
piano che rivolge uno sguardo verso il cielo (come direbbero le Orme) quando le
nuvole disegnano figure che la nostra mente riesce con fantasia ad
interpretare, in questo caso il volto della mamma di Barbara. La title track è
profonda, quasi una ballata in stile Branduardi, quello più toccante. Giungono
ora i tre brani conclusivi ispirati dal romanzo “Heresy” di Hais Timur, il
primo si intitola “Sleeping Violin” ed ovviamente lo strumento a corda è il
protagonista non soltanto del brano ma anche della passione musicale di Rubin
in generale, sin dai suoi albori artistici. E’ musica immaginifica, quasi
cinematografica, una colonna sonora melodiosa e classica. Lo strumentale di
quasi sette minuti risulta essere uno dei punti più alti dell’intero album.
Le
belle sensazioni proseguono in “La Ballata Degli Angeli”, dove l’artista vibra
assieme al proprio violino e rilascia fantastici momenti di quiete. “Helen’s
Word” chiude il viaggio sonoro con classicismo e sentimento, grazie anche all’intervento
soprano di Veronica Fasanelli.
“The
Shadows Playground (Piano Works)” è un disco ben realizzato, inciso bene e
soprattutto sincero. Di esso ne esiste anche la versione vinilica.
Nella
cover l’artista ci porge il Graal, un gesto che richiama Maria Maddalena e le
donne in generale, un messaggio che
fuoriesce da uno sfondo scuro, un richiamo, un tentativo di augurarsi il meglio
per una nuova alba, così lo interpreto, malgrado oggi le cose non vadano sempre
per il verso giusto (così interpreto lo scuro). Prosit Barbara e grazie per la
tua arte progressiva, sicuramente questa ti aggiunge fra le donne più influenti
del nostro Progressive Rock, considerando poi le annesse difficoltà nel
barcamenarsi autonomamente. Fortemente consigliato. MS
sabato 11 luglio 2020
Programmi Web e Radio Prog
PROGRAMMI WEB E RADIO PROG
Nel web ci sono davvero molti programmi musicali dedicati al Progressive Rock, a dimostrazione che il genere è davvero seguito anche oggi da irriducibili fans. Scaturisce da questa constatazione una sorpresa alquanto gradita, tutti sono concentrati soprattutto sul genere Rock Progressivo Italiano.
In questo post voglio mettere in evidenza i più interessanti a mio modo di ascoltare.
Un ringraziamento ai protagonisti ad iniziare dal capitano Gianmaria Zanier a Max Polis, Renato Scuffietti, Donato Zoppo, Mirella Catena e il grande amico dal Brasile Marcio Sà.
Buon ascolto!
RADIO VERTIGO ONE - "Prog & Dintorni" https://www.radiovertigo1.com/progedintorni.html
PROG SKY - "Web Rock Radio Station" https://www.progsky.com/
RADIO IN OPPOSITION - "Rock Prog Polis" https://www.mixcloud.com/maxmurd/rock-polis-826-250620-vivere-sullarcobaleno/
RADIO POPOLARE - " From Genesis To Revelation" https://www.radiopopolare.it/trasmissione/from-genesis-to-revelation/
WITCH WEB RADIO - "Overthewall" https://witchradio.wixsite.com/witchwebradio
RADIO.IT - "100% Rock Progressive" https://www.radio.it/s/progressiverock
MOROW - "Prog Rock Radio" https://www.morow.com/
RADIO CITTA' BENEVENTO - "Rock City Night" https://www.radiocitta.net/
sabato 4 luglio 2020
Apogee
APOGEE
– Endurance Of The Obsolete
Progressive
Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Crossover Prog
Supporto: cd – 2020
Mi
sento in dovere ad apertura di recensione, di confessare che per Apogee personalmente ho sempre avuto stima.
Arne Schäfer è l’ideatore di questo progetto one man band, cofondatore
dell’eccellente band Versus-X ispirato anche dalla musica dei connazionali RPWL
e Sylvan. Chi segue questa scena sarà sicuramente colpito da questi grandi
nomi. Con “Endurance Of The Obsolete” raggiunge il ragguardevole traguardo del
decimo album da studio. Il primo “The Border Of Awareness” risale al 1995.
Tutta la discografia staziona ad alti livelli, anche sperimentali e spesso
vicino al mondo dei Van Der Graaf Generator. Ricerca, tempi dispari, arrangiamenti
importanti, il tutto sempre supportato da una qualità sonora eccellente.
L’amore
per il Progressive Rock da parte di Arne è totale, cura anche dei particolari e rispetto per la
storia, in questo ultimo lavoro si presentano anche molte sonorità care ai Gentle
Giant. L’artwork a cura di Bernd Webler è molto curato, anche nel libretto
interno che rappresenta il tema trattato dei nostri tempi: l’inquinamento. Con
Arne (tutti gli strumenti) suona alla batteria Eberhard Graef. Sei i brani
contenuti di cui tre mini suite.
Resto
già appagato all’ascolto di “Interpretation”, perché anch’io sono un vecchio
amante del Prog e avendo conosciuto i fasti del genere so a che livello stiamo
viaggiando. Ascoltare i cori polifonici in stile Gentle Giant mi fa solo che
piacere oltre che rimandarmi con la mente indietro nel tempo. Eppure la musica
incredibilmente ha un qualcosa di moderno. La chitarra elettrica si lancia in
un bell’assolo, a tratti evocando Hackett (Genesis) e in altri momenti con
propria personalità. Probabilmente proprio questo connubio è la carta vincente
del disco che già vi dico che è da avere, ossia l’alternanza storia/personalità
moderna.
I
quasi sei minuti di “Waiting For The Dawn” si aprono proprio alla Genesis, con
un arpeggio atavico, la voce è perfetta interprete dei testi, i quali ci
ricordano che per troppo tempo l’uomo ha ignorato l’appello dei scienziati nei
confronti dell’inquinamento e del surriscaldamento del globo. La ballata
potrebbe benissimo risiedere nella discografia dei Pendragon. Il suono della
chitarra è perfetto, sembra di trovarsela proprio dentro la stanza avanti a
noi.
La
prima mini suite è la title track “Endurance Of The Obsolete”, e annette al
proprio interno tutto ciò che il Prog ha raccontato per decenni, mentre la
chitarra ancora una volta sale in cattedra.
“Spirits
Disengage” è un brano Neo Prog dal profumo anni ’80, più semplice e diretto
rispetto al materiale ascoltato sino ad ora, ma non per questo da considerarsi
minore. Nel refrain fanno capolino addirittura i Beatles. Il finale è sinfonico
e chitarristico. “The Complex Extensive Way” come tutte le suite prende la
rincorsa per poi lanciarsi nei numerosi ed immancabili cambi di tempo. Qualche
reminiscenza Marillion era Fish si propaga di tanto in tanto nel corso del
brano. Il disco si conclude con la canzone più lunga grazie ai quasi 17 minuti
di durata, con eleganza e consapevolezza dei propri mezzi.
Proprio
per questo immagino il nome Apogee è incastonato nel sapere. Da avere. MS
giovedì 2 luglio 2020
Saris
SARIS
– Beyond The Rainbow
Progressive
Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2020
I
Saris sono una band tedesca che si fonda nel 1981 grazie ad un idea del
chitarrista e tastierista Derk Akkermann. Negli anni accadono loro molte
vicissitudini, così cambi interni di formazione e momenti di pausa, tuttavia
sono autori di quattro album tutti di buona fattura. Propongono un Neo Prog
attento sia agli anni ’70 che all’Hard Rock, un connubio interessante dove
potersi giocare molte carte.
Sono
passati tre anni dal buon “Ghosts Of Yesterdays” e “Beyond The Rainbow” è il
loro quinto album, in questo caso per la realizzazione si avvalgono della
competenza di Progressive Promotion Records, casa discografica molto attenta sia
ai gruppi tedeschi che mondiali. Un viaggio nel fantastico a bordo di una
futuristica mongolfiera capitanata da Derek Akkermann (chitarra, tastiere),
Henrik Wager (voce), Anja Günther (voce),
Lutz Günther (basso) e Jens Beckmann (batteria e percussioni).
Dieci
gli episodi sonori per una durata totale di circa sessantadue minuti di musica
ad iniziare da “Avalon” in cui si denota già dalle prime note la passione per una certa sinfonia. Enfasi e
potenza proprio come spesso riescono a fare gli Arena, oserei definire tutto
ciò Neo Prog D.O.C..
“Time
Machine” come lascia presagire il titolo, è un viaggio con tanto di effetti
sonori, le tastiere ricoprono quindi un ruolo importante in tutto il disco, qui
si lanciano anche in un giro armonico trascinante. Non mancano i cambi di
tempo. Il refrain è facile da memorizzare e tutto il brano scorre fra parti
cantate e brevi assolo, annessi quelli di chitarra elettrica. La qualità sonora
è più che buona, specie nel suono della batteria, pulito e importante.
I
Saris puntano molto sulle belle melodie, arrangiando i brani in maniera
elegante, anche con cori femminili come nel caso di “Oblivion”. C’è anche una
mini suite della durata di undici minuti, si intitola “Beyond The Rainbow” ed è
l’immagine che rappresenta la copertina del disco, in questo viaggio aereo
fantastico ci si imbatte in un arcobaleno, qui interpretato da una miriade di
suoni che variano dall’epico al sinfonico passando per l’acustico. Un brano
dove i Saris dimostrano e giocano tutte le loro carte a disposizione, annesse
quelle dell’esperienza annosa, quindi della loro relativa cultura musicale.
“Orphan”
potrebbe essere un brano lento dei Dream Theater, anche per l’approccio vocale
di Henrik Wager. Ritorna la sinfonia in “Strange Melody”, una ballata delicata
adatta a tutti i gusti, non soltanto per chi ascolta il Progressive Rock.
Salgono
in cattedra i Pendragon di “The World” in “New World” grazie all’intro delle
tastiere, ma il proseguo cantato a due voci, maschile e femminile, riporta il sound
verso la personalità dei tedeschi in analisi. In “Heaven’s Gate” ci sono tutti
gli ingredienti che fanno di un disco Rock un contenitore ricco di sorprese,
poi quando parte la chitarra qualche brivido sulla pelle scorre inevitabilmente.
Semplice “Away From You” mentre “Infinity” conclude il viaggio portando
l’ascoltatore verso l’ignoto, Prog energico e cadenzato misto ad AOR.
In
conclusione “Beyond The Rainbow” è un disco consigliato agli amanti del genere,
ma anche dell’AOR, e perfino chi segue gli Ayreon. Proprio per tutti i gusti.
MS
mercoledì 1 luglio 2020
The Black Noodle Project
THE
BLACK NOODLE PROJECT – Code 2.0
Progressive
Promotion Records
Distribuzione:
G.T. Music
Genere:
Psychedelic/Space Rock
Supporto:
cd – 2020
Sono
venti gli anni di carriera del gruppo francese The Black Noodle Project del
polistrumentista Sébastien Bourdeix, un traguardo invidiabile che non tutti i
musicisti hanno la fortuna di raggiungere. Solo chi sa dire qualcosa di
interessante nel tempo riesce a raccogliere quanto seminato.
Sono
serviti tre anni a Sébastien per portare al termine la sua ottava fatica intitolata
“Code 2.0”. Ancora le argomentazioni vanno a rovistare all’interno dell’essere
umano, cogliendo gli aspetti più intimi e psicologici. L’albero secco contenente
nel tronco una sagoma di donna con tanto di radici in evidenza su sfondo
completamente bianco, non è altro che un messaggio che si contrappone alla
precedente ed oscura copertina di “Divided We Fall” del 2017. Essa è ad opera
di Emilie Ouazi.
I
musicisti che partecipano a questo nuovo progetto sono Fabrice Berger
(batteria) e Anthony Létévé (basso), oltre che Sébastien Boudeix alla chitarra,
voce, tastiere e basso.
Il
disco è suddiviso in sette atti, tutti di media durata che oscilla dai cinque
minuti ai sette e mezzo. Il sound si avvicina sempre più a quello di band come
Anathema ed Opeth ultimo periodo, alternando momenti vigorosi ad altri più
malinconici e ponderati. Una carta vincente per chi ama coccolarsi nelle
melodie nostalgiche e riflessive. E si parte dunque con “Acte I” (nascita e
crescita), in una atmosfera quasi spaziale, come fluttuare nel vuoto cosmico.
La chitarra arpeggia e conduce le danze in questo strumentale che già mette in
chiaro l’importanza delle melodie. Non manca l’inquietudine e il crescendo
sonoro si alterna a momenti di quiete, musica che fa pensare, o perlomeno
immaginare. La qualità dell’incisone esalta maggiormente il risultato, il disco
è mixato e masterizzato da Lionel Forest nei DS Sound studio.
In
“Acte II” (inganno/acquisizione) gli Anathema di “Fragile Dreams” sono molto
vicini, il brano si districa bene nei sbalzi umorali, anche in questo caso
trattasi di strumentale.
L’anima
viene toccata in “Acte III” (la visione del mondo), un piccolo squarcio di sole
punta a diradare le nebbie per lasciar intravedere il mondo. La chitarra è in
stile Pink Floyd, e fa da sottofondo ad un estratto parlato in lingua francese
tratto da “La Misére” di Victor Hugo (1849). Un arpeggio apre “Acte IV”
(amore), il brano più dolce dell’intero disco, suonato egregiamente con l’uso
della chitarra ancora una volta differente, qui non accompagna ma esegue
sostituendosi alla voce. C’è tenerezza, appunto amore.
Il
ritmo sale con “Acte V” (andare oltre/costruire/stabilità) pur rimanendo sempre
nello stile The Black Noodle Project. Il brano in questione ben si sposa con la
copertina dell’album, qui perfetta traduttrice in immagine del concetto
espresso dalla musica.
In
“Acte VI” (la felicità di essere padre ed avere una famiglia) ci sono voci,
quelle di Sandrine e Clément Bourdeix, il tutto è in famiglia e scusate ancora
se mi sovvengono in mente i fratelli Cavanagh (Anathema), ma è inesorabile, sia
per l’approccio sonoro che strutturale.
Il
disco si conclude con “Acte Final” (attraverso la luce/morte), il viaggio umano
giunge al termine su questa terra, Léon Burghgraeve accompagna alla voce
Sébastien, mentre la musica fa da epitaffio.
Un
disco profondo, triste, aperto, narrativo, un percorso per chi vuole lasciarsi
trasportare da certe arie e per chi ama le band che ho citato. MS
sabato 20 giugno 2020
Il Sogno Di Rubik
IL SOGNO DI RUBIK – Tentacles And
Miracles
G.T.Music – Micio Poldo Edizioni
Musicali
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020
In
questo periodo storico nefasto, dove la pandemia virale ha causato danni alla
salute e all’economia, il musicista è colui che ha subito più danni, non
potendo esercitare il proprio lavoro avanti ad un pubblico pagante. La protesta
contro certe scelte tempistiche e strutturali del governo non si è poi fatta
attendere, molti gli artisti schierati che manifestano il dissenso il 21
giugno, giornata dedicata al problema. Il debutto discografico del progetto Il
Sogno Di Rubik avviene domenica 21 giugno, proprio per essere solidali con
tutti il mondo musicale.
Il
Sogno Di Rubik è il progetto di Francesco Festinante e Cosimo D'elia, un
contenitore sonoro dove si mescolano differenti stili di Rock a partire dal
classico Progressive all’Hard Rock e ad una piccolissima parte di Punk. La
cultura dei musicisti è manifesta in questo album intitolato “Tentacles And
Miracles” contenente otto brani, presentandosi in un digipack elegante a tre
ante con leporello a otto facciate, mentre l’artwork è a cura di Monica
Cimolato.
Così
spiega l’album la biografia ufficiale: "Si
tratta di un concept album in stile teatrale, narrativo e musicalmente ricco di
colori, che sembra essere la perfetta risposta ad un quesito piuttosto
originale : quale potrebbe essere la colonna sonora dei sogni dell'in-ventore
del mitico cubo? Il disco, infatti, narra di un viaggio onirico, intrapreso da
un gruppo di persone, all'interno di un labirinto magico governato da
"Tentaclenight". Questa misteriosa entità, metterà a dura prova i
protagonisti attraverso esperienze singolari in luoghi inconsueti,
ostacolandoli nella ricerca della via d'uscita dal labirinto, che conduce al
pozzo dei miracoli. E questo viaggio, in realtà, é introspettivo : i
prota-gonisti non sono altro che le molteplicità di " io" che
coesistono in ognuno di noi e che, in assenza di un " io" permanente,
inevitabilmente emergono a tratti alterni, prendendo il sopravvento a seconda
delle circo-stanze".
“The
Well Of Miracles” apre le danze con fiati
ed uno stile dalla forte personalità, miscelando suoni anni ’70 a quelli ’80.
Numerosi i stacchi sonori ritmatici, che relegano tutto il contesto nel mondo Progressive
Rock.
“Silky
Bliss And Black Waters” con un incedere cantilenante lascia spazio ad improvvise
impennate stilistiche e di vocalità, colori sonori si miscelano lasciando l’ascoltatore
ad ammirarne le copiose sfumature. Tratti narrati sono supportati da suoni ad
arco che donano all’insieme epicità.
“Tentacles”
alza il ritmo ulteriormente, mostrando il lato più vigoroso del gruppo anche se
non mancano mai i cambi umorali. Tuttavia va sottolineata la giusta scelta di
portare avanti melodie sempre orecchiabili perché in definitiva un disco alla
fine dell’ascolto deve comunque lasciarti dentro almeno un motivo da ricordare,
questo per non cadere nell’anonimato. Dunque molti cambi repentini, ma sempre
legati da un presupposto di base. “In The Back Of The Real” è una vetrina sulla
cultura musicale di Francesco Festinante e Cosimo D'elia, tanta storia (Gentle
Giant e King Crimson annessi) in quei giri armonici di chitarra supportati da
una ritmica pulita e tecnica, fra i miei brani preferiti dell’album.
“The
Timekeeper” ritorna a svisare fra i generi con un vocale sussurrato ed una
ritmica intenta a dare sfoggio della propria calligrafia. Importante e tecnico
anche l’assolo al fulmicotone della chitarra elettrica, fra i brani
assolutamente più Prog dell’intero lavoro. “The Planet Of Supreme Satisfaction”
è un altalena di emozioni dove fanno capolino addirittura i Talking Heads di David
Byrne, mentre la chitarra sembra calpestare le orme di Adrian Belew. In “A
Better Nightmare”, come giustamente introduce il titolo, si può entrare nello
stile Goblin, questo grazie all’uso sistematico e insistente delle tastiere, un
brano che comunque non resta fermo un istante, proprio come accade nell’intero
album. “The Suite Of Miracles” chiude il viaggio colorato e sfoggia come un
pavone tutto il suo armamentario specie in un solo di chitarra che ha del
magnifico.
Un
debutto interessante, la scelta di suonare una musica mai scontata in un
contesto sociale come quello odierno è quantomeno da elogiare e da supportare.
Per fortuna che nel 2020 c’è sempre chi ti inchioda avanti ad uno stereo ad
ascoltare. Gran disco, segnatevi il nome perché ne sentiremo ancora parlare e benvenuto
a Il Sogno Di Rubik. MS
venerdì 12 giugno 2020
A Lifelong Journey
A
LIFELONG JOURNEY - A Lifelong Journey
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2019
Spesso
anche nei social, molta gente si chiede se il Rock Progressivo sia una musica
datata, a mio avviso datato è ciò che ha smesso di evolvere e quindi fermo in
un certo momento del tempo. Il Prog (nomen omen) oggi ci sta abituando a
repentini cambi di stile, poi questo possa piacere o meno è un altro discorso. Fare
Prog oggi ha dunque differenti significati, chi resta relegato alle band di un
tempo (Genesis, Yes, Gentle Giant, King Crimson etc.) e quindi ad uno stile ben
distinguibile, oppure quello di tentare nuove vie e nuovi innesti stilistici.
Gli italiani A Lifelong Journey stanziano in una
via di mezzo, molto devoti ai fasti del passato (Genesisi in primis) e comunque
con uno sguardo personale a quello che è il suono di oggi.
Sono
due giovani polistrumentisti di Pavia, Mauro Mugiati (voce, tastiere, basso,
chitarra acustica), e Brian Belloni
(chitarre, batteria).
L’album
di debutto si intitola “A Lifelong Journey” e la scelta di chiamarsi come il
titolo dell’album è avvenuta casualmente, in poche parole nasce prima il titolo
dell’album e poi del progetto band. Nell’album quello che spicca all’orecchio
del fans del Prog sono proprio gli ingredienti che lo compongono, ci sono
Mellotron, Hammond, Leslie, suite e tutto ciò che può indirizzare l’ascoltatore
in tal verso.
“A
Lifelong Journey” si compone di due suite “Part1” e “Part 2”, per una durata
totale di una cinquantina di minuti. La genesi del concepimento inizia quattro
anni prima dell’uscita, e viene registrato nel 2018 agli studi Elfo di
Piacenza, ci tengo a precisarlo perché la qualità sonora è equilibrata e
pulita. Gradevole anche l’artwork ad opera di Mirko Filippelli, un libretto
semplice e raffinato, contenete i testi e disegni che ben sposano la causa
Prog, tanto da darmi reminiscenze “A Trick Of The Tail” (Genesis).
Anche
le composizioni si aggirano in tal senso attorno a questo gruppo storico.
“Part1” si apre con un Mellotron che la dice lunga su quanto andremo ad
ascoltare, per poi passare a fughe in stile Spock’s Beard. La chitarra si
addentra in meandri Floydiani per poi scivolare quasi indifferentemente verso
Steve Hackett. Cambi repentini di tempo ed umorali, sino ad andare a sfiorare
il Prog attuale con velature Steven Wilson tanto per intenderci e così si chiude
anche il cerchio passato e presente.
Le
tastiere sono sempre in evidenza, mentre le chitarre molto spesso accompagnano
il tutto senza strafare.
“Part
2” non si apre con il Mellotron ma con un piano e un motivo lento ed arioso. Il
terreno è quello del Neo Prog, ancora
sprazzi di Spock’s Beard (su tutti “The Light”) e giochi di batteria. Segue un
basso stile “Outer Limits” dei primi IQ e tutto appare in un aurea di magia
senza tempo.
Io
che seguo molto il genere in questo debutto trovo tanto materiale e tanto
amore, il tutto mi emoziona e mi piace.
I
giovani sanno fare Prog, lo hanno assorbito per poi rielaborarlo con la cultura odierna, possiamo dormire sonni
tranquilli il genere è in buone mani, anche in quelle dei A Lifelong Journey,
grandi mani! MS
sabato 6 giugno 2020
Paolo Volpato Group
PAOLO VOLPATO GROUP – Contro
Lizard Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Jazz Rock
Supporto: cd – 2020
Nel 2017 ci lascia uno dei chitarristi più influenti della scena Fusion, Jazz Rock, Allan Holdsworth. Esso ha militato anche in gruppi Progressive Rock come Soft Machine, Tempest ed UK. Nella sua importante discografia che inizia nel 1976 ha toccato svariati stili, inventandosi differenti tecniche fra le quali spicca negli anni ’80 quella supportata dal Synthaxe con il quale ha suonato controllando sei sintetizzatori contemporaneamente. Uno stile unico che ha ispirato diversi musicisti dediti all’astrazione. Il non essere di facile catalogazione per un musicista di per se non è un grave problema se non addirittura un vanto, la musica non globalizzata e di forte personalità gode esclusivamente di vita propria, anche se questo spesso non porta a successi eclatanti a causa della difficile comprensione della stessa. Quello che conta è il messaggio artistico, per semplificare maggiormente il concetto basta pensare che la musica è un linguaggio, dove le parole non arrivano più li inizia la musica, e di linguaggi per farsi comprendere ce ne sono davvero tanti.
In Italia a tutto questo ci pensa Paolo Volpato, Allan Holdsworth viene ricordato in maniera importante ed esaustiva, Volpato è un chitarrista veneto della provincia di Venezia ed un amante della Fusion. “Contro” è il suo esordio discografico, composto da otto brani di cui sette strumentali e per registrare il tutto il chitarrista si coadiuva dell’aiuto di special guest come Alessandro Serravalle (voce in “Nelle Tensioni”), Frank Pilato, Marcello Contu ed Alessandro Giglioli, mentre il Paolo Volpato Group è formato da Paolo Volpato (chitarra, synth guitar), Roberto Scala (basso), Adrian De Pascale (batteria), Luca Vedova (basso), Michele Gava (doble bass), Michele Uliana (clarinetto, sax) e Giacomo Li Volsi (piano).
Si inizia con “Preludio/Contro”, una composizione al limite della psichedelia dove il suono accarezza l’ambiente che circonda, adagiando le proprie note con delicatezza nella mente dell’ascoltatore. Differenti le sensazioni che scaturiscono dall’ascolto, compreso il nervosismo elettrico di certi suoni alla ricerca strutturale legata da una buona tecnica dello strumento, capace di sciolinare gradevoli scale melodiche.
Ci si addentra in certa Fusion con “Ziqqurat Baby”, personalmente il suono mi rimanda alla mente quello dei canadesi Uzeb, grazie soprattutto all’uso importante del basso, ma quando subentra Volpato con la chitarra, il gioco cambia radicalmente.
Fra i brani più lunghi dell’album c’è “Ossigeno” con i suoi otto minuti abbondanti, qui la ricerca e l’astrazione sono palesate abbondantemente, le dita scorono velocemente sulla tastiera della chitarra che si esibisce in un duetto con la batteria. A seguire il pezzo più breve “Scalea”, fra mare e gabbiani la chitarra riesce a far sognare ad occhi aperti grazie anche ad echi ed arpeggi.
Un piano apre “Nelle Tensioni”, momento a mio modo di ascoltare più elevato dell’intero disco, perfetta conferma di quanto descritto sino ad ora ed impreziosito dall’intervento narrante e sperimentale di Alessandro Serravalle (Garden Wall, Officina F.lli Serravalle). Tanti gli stili musicali richiamati e palesati, dal Rock alla psichedelia passando per il Jazz.
“Labirinti” è un'altra vetrina per le capacità tecniche del gruppo, “GLV” è più riflessiva e comunque sempre ricercata, mentre “Postludio/Multicolorato” è proprio una descrizione sinestetica dell’ascolto.
Pur essendo musica di non facile assimilazione questa del Paolo Volpato Group lascia il segno e fa passare tre quarti d’ora fra sorprese, curiosità e novità, tutti aggettivi che nella musica moderna si adoperano sempre più raramente, se non quasi per niente. Allan Holdsworth può essere fiero del suo operato, ma anche Volpato, il quale in questo esordio discografico dimostra una cultura musicale a tutto tondo. MS
martedì 26 maggio 2020
Artisti Vari - Intonarumori: Ieri Ed Oggi
A.A.V.V. – Intonarumori: Ieri Ed
Oggi
Diplodisc – ReR Megacorp/Recommended
Genere: Sperimentale, futurista
Supporto: cd - 2020
“Intonarumori:
Ieri Ed Oggi” è’ un importante progetto che nasce dalla collaborazione fra Diplodisc e Recommended, sempre attenta alla
musica creativa.
Tutto
prende spunto da ”L’Arte Dei Rumori”, manifesto del Futurismo scritto da Luigi
Russolo nel 1913. Il futurismo nella musica tenta di sbriciolare come un
caterpillar tutto quello che è armonia consueta e antica, suonata da strumenti
ad arco, a fiato, metallici, in legno ed in pelli. Esso si contrappone con
rumoristica e dissonanze create da rombi, tuoni, scoppi, scrosci, tonfi, boati,
fruscii, voci animali e molto altro. Per ottenere tutto questo, Russolo crea un
insieme di strumenti per cercare di dare vita propria ai suoni, essi prendono
il nome di Intonarumori.
La
vita quotidiana sta mutando nei primi decenni del 1900, l’industrializzazione
porta a nuovi suoni di cui prima non si aveva conoscenza, rombi, suoni
metallici, treni che sbuffano… La quiete in parole povere è solo un vecchio
ricordo e la presunzione del futurismo risiede proprio nel fatto che esso si pone
in maniera superiore rispetto al passato, con questo tenta di farsi strada in
maniera prepotente. Ma è anche la necessità stessa di scoprire nuove frontiere,
la voglia di sperimentare che è intrinseca nella natura umana. Abbiamo nobili
esempi di chi ha cercato di dare voce a piante ed ad oggetti anche nel passato
più recente con John Cage, oppure dare voce alla voce con polifonie grazie allo
studio maniacale del compianto cantante dei Ribelli e degli Area, Demetrio
Stratos. Dunque l’Arte Dei Rumori è un manifesto provocatorio artistico che
anticipa i tempi.
Gli
Intonarumori furono costruiti con un parallelepipedo di legno, in esso veniva
piazzato un altoparlante di cartone o metallo nella parte anteriore. Colui che
suonava, azionava leve o schiacciava bottoni per far partire il macchinario
mettendo in movimento ruote di metallo, ingranaggi e corde metalliche. Le
tonalità venivano cambiate tramite una leva e appunto corde.
Gli
Intonarumori oggi sono ricostruiti dal prof. Pietro Verardo a Venezia, e per la
realizzazione di questa opera musicale ci si avvale di un insieme
internazionale di musicisti, a partire dall’inglese Chris Culter (Henry Cow,
Art Bears, The Residents, Pere Ubu, etc.), al russo Nick Sudnick (Zga,
Vetrophonia), al polacco Andrzej Karpinski (reportaz) al nostrano Alessandro
Monti (Unfolk).
Le
immagini usate per la grafica del cd sono ad opera del pittore futurista Ivo
Pannaggi (1901–1981).
Il
cd ha sede in un involucro di cartone suddiviso in più ante nelle quali si
possono leggere le spiegazioni sia del progetto che del macchinario sonoro, con
tanto di disegno allegato.
Tredici
le tracce sonore, fra vecchie e nuove composizioni, le prime otto sono “Rumori
Di…” fra zelo e diligenza, pazienza, amore, generosità, generosità dei
montanari polacchi, purezza, umiltà, virtù e compostezza. Le sonorità vengono
registrate nel 2018 in Polonia con Andrzej Karpinski (acustica, elettronica, voce)
e Pietro Verardo (intonarumori).
Ritmi
automatizzati, supportati da voci, tensioni, versi di animali aleggiano nelle
brevi tracce, spaziando in effetto stereo attorno la nostra mente. Non mancano
momenti con percussioni e batteria.
“Quando
Il Futuro E’ Il Passato” è registrato in Francia nel 2018 con Chris Cutler e
Pietro Verardo. Anche in questo caso si possono ascoltare un insieme di suoni
particolari che accendono la nostra
fantasia. “L’angoscia Delle Macchine” del futurista Silvio Mix, è suonata dall’Orchestra
I Pomeriggi Musicali diretta dal maestro Carlo Boccadoro proprio al Teatro Dal
Verme di Milano nel 2009, dove in origine il brano è stato esibito nel 1914.
Una sorta di fuga sonora a più riprese che può far venire alla mente l’inizio
del brano “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd.
“Protomekanika”
è del 2017, registrato in Russia da Nick Sudnick e Pietro Verardo. Qui siamo
nella rumoristica più totale. Segue “Il Mercante Di Cuori”, altro pezzo del
1927 suonato al Teatro Dal Verme di Milano nel 2009. Nell’insieme uno squarcio
sonoro di sole.
L’ultimo
brano ad opera di Alessandro Monti si intitola “Simultaneità Futurista”, e nasce
all’ultimo minuto per completare l’opera. Descrive l’autore nella bio: “Era stato pensato come una variazione
moderna dell’Inno Nazionale Italiano e di Va Pensiero di cui conserva alcuni
passaggi nascosti, ma é approdato ad una struttura finale in cui il rumore fa
da presagio a quella che ritengo sia una conclusione sinistra dell’intera
opera; quel suono indistinto e nebuloso che si ripete nel finale annuncia non
solo il silenzio della distruzione degli strumenti a causa della guerra, ma
anche di tante vite umane… come se qualcosa si interrompesse e venisse
dimenticato dallo scorrere del tempo. In origine volevo scriverne la struttura
sotto forma di diagramma con i tempi, i ritardi progressivi delle tracce, gli
interventi delle citazioni, ecc. Davo per scontato che il primo tentativo
sarebbe stato una prova, ma quando ho riascoltato il risultato finale, non c’é
stato bisogno di farne una seconda versione. Quindi non ci sono stati calcoli
scritti o studi preparatori, ma solo riferimenti visivi approssimativi sullo
schermo del computer.”. Ovviamente stiamo parlando ancora di rumore e di
suoni.
Nel
2020 poter riascoltare l’Intonarumori è un privilegio culturale e storico, chi
osa nel tempo sfidare la musica è degno di attenzione, perché essa si cela in
ogni dove, anche nelle vibrazioni e nei rumori, ovviamente per chi la sa
cogliere. Un salto nel passato, un salto nel futuro il tutto nel presente.
Jackpot! MS
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