I Miei Libri

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sabato 24 marzo 2018

Blindcat


BLINDCAT – Shock Wave
Andromeda Relix
Distribuzione: GT Music
Genere: Hard Rock / Heavy Metal
Supporto: Cd – 2018
Certo non si può dire che i Blindcat non hanno fatto sul serio sin dall’inizio della loro fondazione. Hanno avuto immediatamente le idee ben chiare, basti pensare che si sono formati nel 2012 e già nel 2013 hanno aperto il concerto a Glann Hughes e suonato nello stesso anno al “Narni Black Festival” con gli Hearth Wind & Fire come headliner! Ma chi sono i Blindcat e cosa suonano?
Provenienti da Taranto sono Gianbattista Recchia (voce), Domenico Gallo (chitarre), Pietro Laneve (basso) e Emanuele Rizzi (batteria) e propongono un Hard Rock dalle profonde radici, avvinghiate ai famigerati anni ’70. Nel marzo del 2014 pubblicano il loro esordio dal titolo “Black Liquid” e la critica sia italiana che estera sembra apprezzare da subito. Oggi ritornano con “Shock Wave”, dieci nuove canzoni impreziosite dall’esperienza acquisita negli anni.
La registrazione sonora è buona, suoni distinti e ben equilibrati.
“One Life” parte a mille, lasciando importanza alla fase melodica supportata da un cantato graffiante e importante. L’Hard Rock funziona proprio così, riff di facile memorizzazione impreziositi da stile e carica agonistica (se così vogliamo denominarla). Lo sanno i primi Van Halen, per esempio. Le chitarre ricoprono il loro bel ruolo importante, scappando di tanto in tanto in scorribande pirotecniche sulla tastiera. Un roboante giro di basso apre “Laughin Devil”, impossibile resistere al ritmo sferzante che lo sostiene, brano che in sede live sicuramente gode di ottima riuscita. La scena americana è di fronte a noi, ci pensa “Stars And Sunset” a dare un attimo di respiro, ma è appunto un attimo. Un respiro che è ossigenato da un cadenzato lento che si alterna a un solo di chitarra al fulmicotone. Hard Rock di classe. “Until The Light Of The Day’ è fra i miei momenti preferiti, perché in esso c’è la storia del genere e quella solarità tipicamente italiana, probabilmente anche il vero lato dei Blindcat, ma questo lo sanno sicuramente e soltanto loro. Tanta vecchia scuola trasuda fra le note, i Blindcat lo palesano brano dopo brano, “The Black Knight” compresa, altra canzone che ho apprezzato oltremodo. Verso la fine degli anni ’70 i Judas Priest percorrevano questi sentieri. Più ricercata “Nothing Is Forever”. Non manca nell’album neppure il momento strumentale, qui con il titolo “Rising Moon”, vetrina per le doti tecniche della chitarra che fa l’occhiolino ai Queen di Brian May. Ed è la volta di “Shockwave” altro tassello vincente dell’album. Segue “What Is Hell” che nell’arpeggio iniziale mi ricordano i migliori Queensryche.
Il disco si conclude con “Son And Daughter”, una folata di energia pulita.
Il disco si lascia apprezzare anche per l’artwork di Enzo Rizzi, con testi interni e foto annessa della band ad opera di Silvia Danese. Un prodotto sincero che sicuramente non passerà inosservato nel tempo, gli amanti dell’Hard Rock sicuramente lo apprezzeranno oltremodo, agli altri dico loro che questa potrebbe essere una ghiotta occasione per approcciarsi a questo stile sonoro senza tempo. MS

In-Side


IN-SIDE - Out-Side
Andromeda Relix
Distribuzione: GT Music
Genere: AOR / Hard Prog Rock
Supporto: cd – 2017




Esistono suoni e stili che sembrano non avere mai alle spalle il fardello del tempo passato, I cosiddetti stili “sempreverdi”, ben distinguibili e cristallini come ad esempio l’AOR, acronimo di album oriented radio. Avrete intuito che questo è il lato più ruffiano dell’Hard Rock, quello più orecchiabile e di facile memorizzazione, tuttavia l’AOR molto spesso si lascia supportare da infiltrazioni di Progressive Rock che lo impreziosisce e lo rende appetibile ad un pubblico ancora più ampio. Eppure fare questo genere musicale, così semplice da descrivere non lo è per chi lo compone e suona. Servono buone intuizioni melodiche, i brani che accalappiano al volo l’attenzione di chi ascolta (ad averla questa magica formula… Saremmo tutti dei geni milionari), miscelati con una buona dote tecnica strumentale e vocale. Quindi esempi di band sono i Toto, Journey, Alan Parson Project, Gotthard, Asia, Europe, Survivor etc etc..
Lo sanno bene i torinesi In-Side capitanati dal tastierista  e compositore Saal Richmond (Salvatore Giacomoantonio). Richmond si coadiuva di artisti come David Grandieri (tasteiere, cori), Beppe Jago Careddu (voce), Abramo De Cillis  e Cloud Benvenuti (chitarre), PJ Philip (basso, cori) e Marzio Francone (batteria). Francone è anche l’ingegnere del suono. Gli In-Side quindi lo sanno e cercano di riproporre l’AOR nel miglior modo possibile.
Due tastiere perché il genere deve essere pomposo e quindi “pompato”, necessariamente il suono ci deve travolgere ed avvinghiare, anche questo è nel bagaglio culturale di In-Side.
Venendo all’album, “Out-Side” è composto da sette canzoni ad iniziare dal breve intro di ruolo qui con il titolo “The Gate”. “The Signs Of Time” racchiude in se tutto quello che deve esserci nell’AOR, annesso assolo di chitarra che ti spettina. E quindi classe, e questa scaturisce  a seguire in “The Running Man”, oppure nella ampia “Block 4 (The Russian Woodpecker)”, con piccole puntate nel mondo Queensryche di “Rage For Order”. L’ascolto in senso generale trasuda di anni ’80 e chi di questo suono gode, qui ha il suo bel da fare.
Graziosa e delicata “I’M Not A Machine” con una interpretazione vocale sentita e degna della linea melodica. Elettronica apre “Break Down”, canzone più ricercata con puntate nel Prog, bello l’annesso assolo di chitarra. L’album si chiude con una semiballata bellissima dal titolo “Lie To Me”, con coralità e un motivo ficcante diretto al cuore. In senso generale aleggia nelle canzoni tanta sensibilità.
Probabilmente se vogliamo ricercare un difetto a questo album che gradevolmente si lascia ascoltare nella sua interezza, è la mancanza di una vera e propria hit, come le band da me succitate da esempio di AOR invece  hanno saputo scrivere negli anni. Ma ho anche sottolineato che avere questa formula magica non è semplice e neppure da tutti. Mi auguro che il progetto In-Side ricopra al più presto anche questo tassello mancante e allora parleremo di una (l’ennesima) realtà italiana seconda a nessuno, perché noi italiani abbiamo solo il bisogno di credere di più in noi stessi e non di cercare sempre fuori un qualcosa di aleatorio. MS


Nirnaeth


NIRNAETH – The Extinction Generation
Autoproduzione
Distribuzione GT Music/ GDC Rock Promotion
Genere: Thrash Metal
Supporto: cd – 2015




I Nirnaeth sono una band di Thrash Metal proveniente dal Bergamasco che si fonda nel 1990 grazie ad un idea di Marco Lippe (batteria, voce, tastiere) e Marco “Grey” Tombini” (chitarre). Il gruppo dopo cambio di line up si stabilizza con Marco Lippe, Danny Nicoli alla chitarra, Luca Algeri al basso e Elena Lippe alla voce.
Negli anni sono molto attivi nella scena live, aprendo concerti per gruppi Metal importanti come Cradle Of Filth, Strana Officina, Extrema, Skanners e moltissimi altri ancora. Prima della realizzazione dell’esordio autoprodotto targato 1998 dal titolo “The Psychedheavyceltale In 8 Movments”, realizzano anche due demo, “Nirnaeth” del 1992 e successivamente nel 1994 “Blind Hate”.
Oggi tardivamente esce questo secondo album “The Extinction Generation” fermo dal 2015 per i suddetti problemi di line up con quattordici brani così suddivisi, i primi dieci sono il vero album comprendente una cover del famoso brano “Blitzkrieg Bop” dei Ramones e i restanti quattro tratti  dal “Very Best Of The Thrash Years (1990 – 2000) Vol.1 Remastered” come bonus tracks.
L’edizione cartonata che accompagna il supporto ottico è elegante, contenete l’artwork di Italo Ghilardi ed i testi delle canzoni oltre che altre spiegazioni ed approfondimenti sull’origine dei brani.
Sin dall’ascolto del primo brano “We Forget To Think” si evince la provenienza dello stile Nirnaeth, dalle origini passate e lontane come quelle della Bay Area Californiana, uno stile che pur essendo datato è come il Jeans, non passa mai di moda. Exodus, Voivod, Testament ed altri ancora fanno capolino di tanto in tanto, mentre un encomio a parte va alla sezione ritmica che dimostra una assortita intesa oltre che una buona tecnica individuale. Quando in un gruppo la batteria ed il basso viaggiano bene all’unisono, la riuscita è garantita. Ci sono anche brani di media lunga durata come i sette minuti e mezzo di “Moby Dick”, questa cantata in italiano. Ottima l’interpretazione che confina il canto con il narrato. Gli assolo di chitarra spezzano l’ascolto rendendo il tutto più fruibile ed il vento sembra schizzarci l’acqua in faccia, mentre Moby Dick viene cacciato. Il ritmo sale con la title track “The Extinction Generation”, un galoppo nell’Hard Rock/Metal come certi Saxon di primo pelo hanno insegnato. Susseguono rasoiate in “Blind Hate”, più cadenzata e sporca. Alquanto gradevole la cover dei Ramones, cantata a più voci assieme ad Elena. Ma non ci sono soste, il  disco si scaglia nella nostra mente come un incudine che si lascia battere il ferro, “The Fatal Blame” è addirittura vicina a certi Iron Maiden. Cadenza e granito con “A Better Revolution” mentre “Mors Tua Vita Mea” è il sunto dello stile Nirnaeth. Altro esempio di ritmica a doppio pedale che trascina il brano lo si ricava dall’ascolto di “The Human Bankrupt”. A chiudere il disco ufficiale c’è “The Root Of Evil”, anche qui i Nirnaeth dimostrano di avere nel dna la storia del Thrash.
Nella parte “Very Best” apre la breve “Ten Years After” con un loop tastieristico d’atmosfera, fatto di eco e sgocciolamenti di note. A seguire “Fatal Blame” tratta dal primo demo del 1992, così “The Root Of Evil”. Il cd si conclude con “Epitaph”,canzone tratta dalla compilation “Il Cielo Visto Dalla Luna” realizzata nel 1992.
I Nirnaeth sono una parte della storia italiana del Thrash Metal, in una schiera di band seconde a nessuno, dove passione, sudore e aggregazione spesso donano frutti importanti. MS



Lelio Padovani

LELIO PADOVANI – Waves
Autoproduzione
Genere: Virtuoso chitarra
Supporto: Ep – 2016


Il polistrumentista parmense Lelio Padovani è di sicuro un esponente di spicco per quello che concerne il movimento chitarristico italiano oltre che insegnante, compositore ed arrangiatore.
Nella sua carriera ha rilasciato numerose testimonianze sonore, a partire dal 2002 con “Umknow EvolutioN”. A seguire l’Ep “A2A” (2003), “The Big Picture” (2005), “Chasing The Muse” (2007), le colonne sonore “Il Solitario” (2008) e “Mia Diletta” (2009), “Electronic” (2010) ed altre colonne sonore ancora. Consegue anche numerosi riconoscimenti negli anni, due su tutti il Premio MEI/Toast 2007 per la segnalazione della giuria a “Chasing The Muse” e la nomination al David Di Donatello 2010 per “Il Solitario”.
Il suo modo di essere virtuoso con la chitarra non è prettamente esibizionistico, ma attento alla melodia, delicato e profondo.
Nel 2016 esce il suo lavoro “Waves”, Ep composto da quattro canzoni dalla durata media di quasi cinque minuti l’una. “Waves” vuole essere anche un esperimento, dove nella title track si registrano decine di chitarre elettriche come accompagnamento, cavalcando dunque onde sonore ed elettromagnetiche. L’ascolto in tutto il suo insieme è gradevole e rilassante anche perché non si tratta di un album di sola chitarra, i Synth ricoprono un ruolo importantissimo, riempiendo il suono in maniera più consistente. “Time Traveller” che apre il disco ne è l’esempio calzante. Ciò che colpisce l’ascolto è la grazia con cui la chitarra percorre anche scale neoclassiche, mai sparate inutilmente a mille. Padovani bada molto alla sostanza emotiva. Non da meno l‘importanza del giusto motivetto trainante  che intercorre fra un solo e l’altro.
Più robusta “Siren Song” grazie anche all’effetto della presenza di più chitarre armonizzate. Tornano i Synth in “Sunday”, ballata morbida ed elegante. Musica da accompagnamento che lascia il segno emotivo, fatta con la mente ed il cuore.  La si può ascoltare anche a volume molto alto, tanto non disturba mai.
A chiudere la title track già citata che prende lo spunto dai lavori di Rhys Chatham qui con le chitarre riaccordate e suonate come in una sezione archi di un orchestra.
Padovani è un personaggio che va approfondito, un supporto musicale aggiunto alla nostra cultura. MS
Per contatti: www.leliopadovani.com , Facebook: https://www.facebook.com/lelio.padovani.7

domenica 11 marzo 2018

Project: Patchwork II


PROJECT: PATCHWORK II - Re/Flection
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: Progressive Rock/Metal
Supporto: cd – 2018




Dalla Germania, Gerd Albers (compositore, chitarrista, tastierista e cantante) assieme al chitarrista Peter Koll ritornano sul luogo del delitto con un altro disco fiume di vigoroso Progressive Rock.
Come nel passato “Tales From A Hidden Dream” del 2015, anche in “Re/Flection” ci sono 70 minuti abbondanti di musica suddivisa in undici tracce tutte di media e lunga durata.  Il disco è supportato da un artwork cartonato di notevole fattura grafica ed artistica ad opera di Starfountain Design. In questo caso bisogna parlare di Project: Patchwork II, perché il disco è un proseguo sonoro del precedente, coadiuvato professionalmente da una nuova alta presenza di musicisti ospiti, ben ventiquattro, i quali rendendo il tutto molto variegato e scorrevole. Fra i più noti vi cito Marek Arnold (SSTTGD, Cyril, UPF, Samurai Of Prog), Martin Schnella (Flaming Row), John Mitchell (Arena, Frost, It Bites, Cinema), Markus Steffen (Sub Signal), Stephan Pankow e Larry Brodel (Toxic Smile).
La qualità sonora del disco è buona, i suoni sono puliti anche nelle frequenze alte, non risultando quindi troppo ficcanti e di conseguenza neppure oscuri ed impastati.
Non si resta indifferenti a così tanto materiale, e già in “Strunggle And Agony” la componente Progressive Rock è altamente soddisfatta. L’assolo di chitarra è davvero coinvolgente, lasciando alla fine dell’ascolto quella sensazione di appagamento che raramente mi capita di provare.
Musica che a tratti sfiora il Metal e che in altri ha una radice nel passato come si può ascoltare in “Worried Citizens”, altro pezzo con assolo finale di chitarra dall’ampio respiro. Coralità, ricerca sonora e molto altro, tutto questo non può far scattare nella mente di alcuni attenti ascoltatori la similitudine con alcuni lavori di Ayreon. Un piccolo capolino lo fanno anche i Genesis di Phil Collins nella semi ballata “Fear Of Loss”, mentre “Fist Disorder” torna a fare scorribande sui strumenti. Qui voce femminile e Metal Folk.
Il concept tratta di esperienze personali di natura sociopolitica estrapolata dall’esperienza dei due musicisti e compositori Albers e Koll.
Le linee melodiche sono la carta vincente dell’album che non smette di farsi ascoltare grazie proprio a questo grande calderone di musicalità derivate da differenti periodi come gli anni, 70, 80 e ’90 su tutti.
Gradevole l’acustica “Last Horizon”, un momento di riflessione durante questo lungo percorso sonoro che lascia successivamente spazio a delle vere e proprie mini suite di quasi dieci minuti, “Of Sheeps And Wolves” e “A Winter’s Tale” sono palestra delle capacità artistiche dei componenti.
L’opera Rock si conclude con “ReFlection”, altro momento pacato e spaziale, degno suggello di questo secondo capitolo del progetto Patchwork.
Non a tutti piace essere sommersi da una valanga di stili e di sonorità, ma chi ascolta Progressive Rock e dintorni, non aspetta altro, quindi questa recensione sta proprio ad avvisare i fans che qui c’è molta carne al fuoco. Buon appetito. MS

domenica 4 marzo 2018

Ancient Veil


ANCIENT VEIL - New - The Ancient Veil remastered
Open Mind – Lizard Records
Distribuzione: BTF - Pick Up  - GT Music - MaRaCash - Syn-Phonic 
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2018




Avete presente quando si arieggia una stanza? Quando si aprono le finestre e si riempiono i polmoni di aria pulita, ebbene, questa è la sensazione che si prova all’ascolto di “New - The Ancient Veil remastered”. Si perché i musicisti genovesi formati oggi da Alessandro Serri (voce, chitarre elettriche, acustiche, classiche e 12 corde, basso, flauto), Edmondo Romano  (sax soprano e tenore, clarinetti, low whistle, flauto dolce sopranino soprano & contralto, bansuri, mohozeno) e Fabio Serri (piano, moog, organo hammond, synth) hanno avuto l’idea di ristampare il primo omonimo cd edito nel 1995 dalla Mellow Records con una nuova veste, sia grafica che sonora.
Ciò che si evince all’ascolto è prima di tutto il miglioramento sonoro, e poi si può godere della giunta di maggiori strumentazioni. Non a caso il disco è pieno di ospiti fra fiati, cori ed archi.
Altri cambiamenti strutturali li ritroviamo nella track list, rispetto al lavoro originale sono stati tolti quattro brani, che sono comunque raccolti e citati nella bonus track finale. Questa è una creazione originale di Edmondo Romano, che compone attraverso l’utilizzo di suoni naturali e di rumori di varia natura una piccolo suite “collage”, con due composizioni storiche dei primissimi Eris Pluvia.
La parte grafica è stata ridisegnata con i quadri di Francesca Ghizzardi.
Il flauto, il piano, musica che fa stare bene, che si “ascolta” e non si “sente”, musica che necessita di una particolare attenzione per goderla al massimo delle proprie potenzialità. L’ampiezza sonora della title track che apre l’album è un sunto fra la storia Prog del passato e quella del presente, un mix fra New Prog e il classico sinfonico con la giunta di una punta di Jazz Rock. L’esperienza artistica dei componenti negli anni si è ampliata di capacità notevoli, questo porta al lavoro una freschezza ed una spigliatezza ulteriore. La chitarra elettrica disegna scale sonore interessanti per poi lasciare spazio a momenti rilassanti ed acustici, con la giunta di fiati.
Movimenti ampi e mediterranei come nella successiva “Flying”, quasi musica classica, in effetti il Prog molto si presta a questo tentativo di strutture sonore, una grande  prova l’abbiamo avuta dai loro concittadini New Trolls, con Bacalov ed il capolavoro assoluto “Concerto Grosso”.
Bellissimo l’arpeggio di chitarra classica che apre assieme al flauto “Feast Of The Puppets” e qui ci si rende conto della classe che noi italiani riusciamo a mettere in campo su questo genere sonoro sempre poco considerato rispetto alla sua qualità. Uno sforzo creativo che sfocia nel benessere, perché alla fine dell’ascolto del brano si ha questa sensazione. Questo un piccolo passaggio nel Folk Prog.
“Creature Of The Lake” invece torna su energie “genesiane” periodo Gabriel e sono sensazioni sempre forti. “Gleam” potrebbe risiedere tranquillamente nella discografia degli Agorà, un pezzo fra l’etnico, il Jazz ed il Folk, una immensa cultura sonora messa giù con semplicità in poche note, fattore non di poco conto. “The Dance Of The Elves” è una ballata (appunto) Folk arricchita oltre che dall’immancabile flauto, anche dal violino, una canzone dal sapore Jethro Tull. La danza procede con “Dance Around My Slow Time”, altro mix fra passato e presente, il remastered ha il suo perché. La voce di Cinzia Nocera è profonda ed ottima interprete dell’aria sonora che la circonda. Con “Night Thoughts” si evince il perché si denomina questo genere -musica per la mente- tutto assume colori pastello, e qui la copertina dell’album ci fa da coronamento. Altro passaggio nel New Prog con “New”, ma in maniera sempre pacata e mai invasiva, l’acustico fa socchiudere gli occhi mentre le atmosfere si fanno raffinate e sognanti. L’album ufficiale si chiude con “Talking Frame”, vetrina per le capacità tecniche della band arricchita anche dal sax.
Personalmente apprezzo molto lo sperimentare del “Medley” finale, qui  ricerca, visione dei suoni, una rappresentazione forte e diretta che non lascia indifferenti per capacità espressive.
“New - The Ancient Veil remastered” precederà di poco l’uscita del live a primavera, registrato durante due concerti realizzati nel 2017 a “La Claque” di Genova.
Che dire, per chi vi scrive i The Ancient Veil sono un classico del Progressive Italiano, concetto ancora astruso per chi resta  solo e sempre avvinghiato alle solite band anni ’70. Occhio amici, come dicevano i Matia Bazar “C’è tutto un mondo intorno”, in questo caso anche colorato. Largo ai nuovi classici. MS

domenica 25 febbraio 2018

Rock Progressivo Italiano 1980 - 2013: Il libro


 Di Massimo "Max" Salari

Il mio libro ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 è stato stampato dalla Arcana Edizioni. Uscirà il primo marzo. 
Il libro che sino ad ora è mancato nelle librerie musicali!  Perchè?  Dove tutti si fermano a dire che il genere è morto nella fine degli anni 70, io inizio a dare luce a tutti coloro che invece esordiscono discograficamente  proprio dal 1980  al 2013. Se il Progressive Rock oggi in Italia ha ancora vita, è proprio grazie a questi artisti che hanno lottato contro le mode e contro i tempi.
Non si parla dunque di discografia di PFM, BANCO, AREA, ORME etc. etc., tuttavia i citati vengono sempre tenuti in considerazione come punti di riferimento.
A tutti gli effetti è una mini-enciclopedia sul genere, la prima!

Il libro contiene:

- Una  prefazione riguardo il Progressive Rock Italiano.

- Schede descrittive delle band che esordiscono negli anni senza la discografia "Live" ma solamente in studio".

- Interviste ai protagonisti di questa nuova linfa musicale: Nico "Nik" Comoglio, Lucio Lazzaruolo, Claudio Milano, Mauro Montobbio, Alessandro Papotto, Walter Pini, Edmondo Romano, Cristiano Roversi, Luca Scherani, Alessandro Seravalle, Alessandro Seri, William Toson, Gianni Venturi e Fabio Zuffanti.

- Conclusioni con le impressioni sul significato oggi del termine "Progressive Rock".

Uno sforzo di ricerca annosa dettato dall'esperienza di recensore da parte mia, con la fortuna di avere con me molti dischi al riguardo, il resto lo ha fatto la mia curiosità nel web. Spero che sia di vostro gradimento, un lavoro enciclopedico, consultivo, da leggere ed esaustivo. 





IL LIBRO USCIRA' L'1 MARZO. Per tutte le info al riguardo, e le future presentazioni  vi rimando alla pagina facebook:

PREORDINE SU AMAZON: https://www.amazon.it/progressivo-italiano-1980-2013-Massimo-Salari/dp/8862318618/ref=sr_1_1_twi_pap_1?ie=UTF8&qid=1519418469&sr=8-1&keywords=rock+progressivo+italiano+1980+2013

https://www.facebook.com/rockprogressivoitaliano19802013

Deafening Opera


DEAFENING OPERA – Let Silence Fall
Record Jet / Soul Food Music Distribution
Genere: Heavy Prog
Supporto: cd – 2018


Troppo spesso ci perdiamo in inutile ricerche per appellativi da abbinare ad un certo tipo di musica, soprattutto noi recensori. Ci spacchiamo le meningi nel cercare di interpretare e collocare ciò che alcuni artisti cercano di dire per poi poter indirizzare il lettore verso lo stile sonoro proposto, o perlomeno cercare di far capire di cosa si tratta. Non sempre è così scontato o di facile riuscita, ci sono musiche che non sempre inquadrano un genere in dettaglio e quindi si rischia di fare la figura di colui che ne capisce poco, visto che oggi poi con la rete tutti sono “grandi intenditori”. Ma se l’artista riesce con la propria musica ad emozionare, genere o non genere, l’obbiettivo è essenzialmente raggiunto.
Un esempio lo avete ascoltando la musica dei tedeschi Deafening Opera, giunti nel 2018 al loro terzo lavoro da studio dopo il buon “Blueprint” del 2013. Propensi ad una musica Rock Progressive dalle sfumature Hard ma pur sempre legata fortemente alla formula canzone, Deafening Opera dimostrano una maturazione importante che varia dall’attenzione per la qualità sonora alla tecnica individuale. Gli assolo e le musiche in "Let Silence Fall” sono più ricercate che in passato, lo stile si va raffinando  per raggiungere un risultato variegato, colmo di stili e sonorità, come in un caleidoscopio per i colori.
L’album si presenta in edizione cartonata, con l’artwork semplice ed essenziale nella rappresentazione grafica seppur ricco di tesi e foto ad opera di Renè Aigner. L’album contiene undici canzoni, tutte di media o lunga durata, compresa la finale mini-suite dal titolo “Plus Ultra” di quasi tredici minuti.
La formazione ad oggi vede Christian Eckstein(basso, voce), Thomas Moser (chitarra ritmica), Adrian Daleore (voce), Moritz Kunkel (chitarra, voce), Gèrald Marie (tastiere, voce) e Konrad Gonschorek (batteria). Il cantato come nei dischi precedenti è in lingua inglese.
Un mondo sonoro policromo dunque, ad iniziare dal “Prologue” di un minuto e mezzo con il pianoforte. Esso conduce all’ascolto di “Deafening Overture”, un imponente muro sonoro ci sbatte in faccia quello che è la realtà di questo concepimento, le tastiere hanno la loro importanza ma sono le chitarre a dettare le regole. La ritmica a tratti si affaccia nel mondo del Metal Prog, qui si evince quello che poi sarà il leitmotiv del disco. Il Progressive necessita di cambi umorali e di ritmo, si sa e quindi questo è anche ciò che accade in “Down The River”, mentre il cantato è perfettamente incastonato in questo contesto sonoro, semplice ed ammaliante. La parte melodica e malinconica del brano è davvero toccante ed espressiva, tutto questo senza strafare. I brani sono tutti uniti in una lunga suite, a questo si aggancia “Amber Light”, un tributo per i Dream Theater più pacati e le coralità sono anche più ricercate. Ottimo l’assolo di chitarra elettrica.
L’album cresce brano dopo brano, “The Tempest” è davvero un frangente importante, probabilmente lo si può prendere come esempio per sunto stilistico dei Deafening Opera e della loro politica sonora. Qui in parole povere ci sono tutte le caratteristiche della band.
Il semplice è complesso, altresì è complesso essere semplici, eppure malgrado il gioco di parole il concetto viene spulciato dai nostri protagonisti per portarlo in concretezza strutturale, un insieme di particolari che sembrano essere assemblati con sforzo, eppure così non è. “Sweet Silence” è qui per testimoniarlo. Riff importanti, ma anche musica a 360 gradi, non c’è fossilizzazione, esperienza  e passione fanno il resto, mentre per la prima volta in alcune coralità e sonorità psichedeliche tornano a fare capolino i Porcupine Tree gruppo che nell’album precedente sembrava essere più presente.
“Sundown” non si discosta di nulla da quanto descritto sino ad ora, pur godendo di un incedere più aggressivo. I puritani del Prog storceranno il naso nell’ascoltare le chitarre elettriche distorte, eppure non sono invasive, nel contesto hanno il loro perché.
Un attimo di pausa per scendere dal muro sonoro lo si ha con la ballata “As Night And Day Collide” e poi nuovamente in pista con “Man And Machine”, fra classe ed eleganza. Passaggio del testimone ad “At The Edge”, altro modo di essere diretti e melodici. A conclusione giunge come dicevo in precedenza, la mini suite “Plus Ultra”, che da sola vale il prezzo del cd.
Che dire? Davvero un gran bel disco, ma bello, bello, bello! Buon ascolto.MS

mercoledì 21 febbraio 2018

Reversal Symmetry


REVERSAL SYMMETRY – Jekyll & Hyde
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock/Metal
Supporto: MP3 – 2018




Il genere Progressive Rock bene si presta ad opere o colonne sonore, spesso la magniloquenza e la struttura di certi album sono dei veri e propri concept da opera. Alcune volte ci si perde in questo grande calderone di idee, metamorfosi strutturali dettate da scene da rappresentare risultando spesso pesanti e logorroici, in altre invece si possono godere momenti di vero e proprio piacere musicale.
Ma il Progressive Rock in senso generale è già di suo un film per un orecchio, per cui addentrarsi in storie anche classiche non è altro che un cammino paradossalmente naturale.
Da Roma ci provano i Reversal Symmetry, nuova band sorta dalle ceneri degli ottimi Layra, autrice di due album autoprodotti dal titolo “Chiaroscuro” (2008) e “Crono” (2011). L’argomento trattato è la vita del Dottor Jekyll, mutante personaggio creato dalla fantasia dello scrittore Stevenson, qui descritta in maniera fedele all’originale.
Il progetto è diviso in due parti, la prima si intitola “The White Side” ed è composta da sette canzoni rappresentanti la supremazia della ragione sull’istinto primordiale. La seconda parte “The Dark Side” è formata da sei canzoni che lasciano trapelare la negatività e la distruzione.
Progetto ambizioso dunque, e in quanto tale necessita di un complesso di artisti corposo, ecco quindi  le voci a rappresentare i differenti personaggi a cura di Moreno Sangermano (Jekyll/Hyde), Steve Sangermano (Utterson),  Guido Gori Giorgi (Lanyon) ed Alessio Quaresima Escobar (Poole), mentre la line up si completa con Fabio Vitale (chitarra),  Graziano Sessa (basso),  Matteo Ferretti  (tastiere) e Davide Miccinilli (batteria). La lingua scelta per il cantato è l’inglese.
La parte bianca inizia con “Henry's Mirror”, un tuffo negli arpeggi passati in stile Marillion era Fish e poi via verso la magniloquenza delle tastiere. Il brano si apre ulteriormente su un territorio al confine con il Metal Prog, fra cambi di tempo e un cantato ben calato nella parte.
Il contrasto di Jekyll & Hyde è amalgamato nella struttura dei brani, dove si passa da momenti pacati ad altri crescendo vigorosi, proprio come accade nella bella “Story Of A Door”. Il contrasto è quindi il binario del viaggio sonoro. In sede live i Reversal Symmetry fanno uso di interpretazioni con costume, proprio come alcune volte capita nel Progressive Rock (vedi Genesis, Marillion, IQ etc.). L’opera prosegue con “The Eye of Reason”, frangente più solare, con un ottima apertura fra chitarra elettrica e tastiere, un brano che potrebbe risiedere tranquillamente nella discografia degli americani Queensrÿche. Toccante il canto lirico in “Eternal Void”, una musica cinematografica che spazia fra il Metal ed il Prog Rock.
Il contrasto canzone - lirica ha il suo indiscutibile fascino, “Promises” è una ballata voce piano in evidenza con al centro del brano un istante Folk per poi incedere verso il crescendo finale con le chitarre elettriche. La “White Side” si chiude con “Henry's Choice, uno dei frangenti più Prog del concept, grazie anche all’uso delle tastiere in stile New Prog.
“The Smell Of Rain” apre la “Dark Side” in maniera nervosa e metallica, seppure al suo interno contiene un cantato recitato alla Genesis o se vogliamo più recentemente come spesso fanno gli inglesi Arena. Intrigante “The Evil Inside” in pieno territorio Metal Prog. Altro dei momenti che più ho apprezzato è contenuto in “The Window” e nei suoi arpeggi. Apprezzo sempre molto i crescendo sonori durante lo svolgersi dei brani. “Anomalies” prosegue nel terreno New Prog dando spazio come sempre alle buone melodie. Non nascondo di scorgere certe affinità con i Marillion di Hogarth, per poi però scappare verso lidi più oscuri e pesanti, con inserimenti brevi in growl. I Reversal Symmetry quindi è evidente che godono di una buona personalità.
Torna la sinfonia cinematografica con “In Another Life” e perché no anche una spolverata di Dream Theater. In conclusione c’è uno dei momenti più toccanti dell’album, “Like So Many Fragments Of Glass” con Jekyll & Hyde all’unisono. Degno finale di questa opera Rock che nella sua ambiziosità si lascia ascoltare con estremo piacere.
Il fatto che le soluzioni sonore siano molteplici fa si che l’insieme sia scorrevole ed interessante, su questo influisce anche il ruolo dei differenti cantanti.
Complimenti ai musicisti e avanti così, la scena italiana si fa sempre rispettare. MS

  Available on: Spotify, ITunes, Amazon, Google Play



domenica 18 febbraio 2018

Reale Accademia Di Musica


REALE ACCADEMIA DI MUSICA – Angeli Mutanti
M.P. & Records/ GT Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


Siamo nel 2018 e non vi nascondo che ancora nel mio giradischi gira spesso l’album “Reale Accademia Di Musica” (prodotto da Maurizio Vandelli) del gruppo omonimo datato 1972! Questo vi può far comprendere quanto personalmente sia legato al suono e alla melodia di questo gruppo romano di Progressive Rock italiano. Il perché è molto semplice, la musica proposta è sia legata al mondo progressivo del tempo, che alla melodia italiana, quella di facile memorizzazione che ci contraddistingue. Fu un disco con poche elucubrazioni e tanta sostanza.
La band di Pericle Sponzilli (voce, chitarra) ha avuto un vuoto di presenza lungo dalla metà degli anni ’70  sino ad oggi, ma i R.A.M.(dice la bio “anche impropriamente con questo nome”) tornano con lavori in studio come “R.A.M. : Il Linguaggio Delle Cose”, per poi arrivare ai nostri giorni con altri due album, “R.A.M. : Tempo Senza Tempo” (2009) e “La Cometa” (2013) Ma oggi Sponzilli torna alle redini del gruppo incoraggiato anche da questo ritorno di fiamma del genere Progressive Rock, e crea questo nuovo disco dal titolo “Angeli Mutanti”. La formazione si completa con il tastierista Fabio Liberatori (anche Stadio), Erika Savastani (voce), Andy Bartolucci (batteria) e Fabio Fraschini (basso).
Il disco contiene dieci tracce, ad iniziare proprio dal brano “Angeli Mutanti”. La forza dei R.A.M. risiede negli arrangiamenti molto curati, così nelle melodie, ed il tempo sembra essersi fermato. Bella la voce di Erika, dolce e malleabile a seconda della situazione che il pezzo richiede. Apprezzo molto anche il solo di chitarra elettrica in una sorta di Psichedelia Prog che spezza il brano. “Alba” è cantata ancora a doppia voce, maschile e femminile, mentre la tastiere fanno da importante sottofondo rendendo il suono pieno e dal profumo fortemente vintage. “Alba dove eri ieri sera al tramonto….” poi è un tocco raffinato.
“Johnny e Adele” è un momento più delicato, una ballata tipicamente italiana e ancora una volta gli anni ’70 sono presenti, specie nel suono delle tastiere. Altra canzone dal dna italico con tanto di mediterraneità è “Cosa Nascondono Le Nuvole”. Il Prog dei R.A.M. è così, solare e bada al sodo senza troppi inutili tecnicismi, anche se assolo di chitarra di tanto in tanto affiorano con eleganza. Non ci sono suite, bensì canzoni. Ascoltare “The Beat Goes On (Come la Canzone)” mette l’anima al caldo, toccante nelle vocalità su di una chitarra acustica che dialoga dolcemente con le tastiere.
Un suono di pianoforte sostenuto apre “Tempo”, movimento Prog che si fonde con la voce di Erika e l’emozione ancora una volta accresce, per chi vi scrive è uno dei brani più importanti del disco. Soluzioni sonore senza tempo, arrangiate davvero con gusto.
“A Dritta San Salvador” mi ricorda materiale delle Orme  di metà carriera, mentre la voce di Erika sale. “Una Sola Immagine” è più ruffiana, come un gatto che si sfrega fra le gambe quando ha fame e si lascia accarezzare con gentilezza. “Io Sono Qui” è sunto di stile ancora una volta vintage. Chiude il disco alla grande lo strumentale “La Pista ed Il Miraggio”, qui fuoriescono i R.A.M. che abbiamo conosciuto nel tempo.
La musica deve fare questo, ossia rimanere impressa nella mente. Quando un disco termina si deve avere ricordo di esso, sia per un passaggio, sia per un ritornello che per un gradevole assolo. Qui c’è musica italiana di elevata fattura, semplice e mai banale, dategli un attento ascolto, lo merita davvero. Ben tornati R.A.M. (MS)

lunedì 5 febbraio 2018

Arti & Mestieri

ARTI & MESTIERI – Live In Japan/The Best Of Italian Rock
King Records
Distribuzione italiana: BTF
Genere: Progressive Rock
Supporto: 2cd- 1dvd - 2017


Il fenomeno Rock Progressivo è un fenomeno a se stante nel campionario musicale italiano. Ha goduto negli anni ’70 un momento di notevole attenzione, con i nomi che già conoscerete come Premiata Forneria Marconi (PFM), Area, Orme, Il Banco Del Mutuo Soccorso, Arti & Mestieri etc.
Tuttavia anche nei giorni nostri il genere sembra godere di rispetto e di nuova linfa con altrettanti nuovi artisti i quali hanno il merito di tenere nel tempo ancora viva la fiamma del genere, fino a portarlo ad oggi in buona salute. Addirittura in edicola si possono comperare collane di dischi in vinile sul genere. Fra le band storiche annoveriamo proprio gli Arti & Mestieri di Beppe Crovella, Furio Chirico, Gigi Venegoni e Arturo Vitale su tutte. Ma qual’ è il pubblico più attento ed esigente del Rock Progressivo italiano? A sorpresa non è l’italiano stesso, bensì bisogna arrivare fino al lontano Giappone. I nipponici hanno sempre prestato attenzione e dato risalto alla nostra musica, tanto che quasi tutte le band storiche del settore sono andate in sol levante a registrare almeno un live.
Gli Arti & Mestieri lo fanno in occasione del quarantennale della loro storia musicale in pompa magna, ossia con dieci componenti, compresi quattro storici originali da me  prima citati. Questo accade nel luglio 2015 al The Bast Of Italian Rock presso il teatro Clubcittà in Giappone. Nei due cd ci sono gli arrangiamenti originali dei capolavori storici “Tilt” del 1974 e “Giro Di Valzer Per Domani” del 1975, mentre nel dvd si può godere dell’esecuzione del nuovo disco “Universi Paralleli” del 2015. In più ci sono i brani tratti da “Murales” (2001) dal titolo “2000” e “Nove Lune Prima- Arc En Ciel – Bonaventura Moon”, un brano dei King Crimson “Starless” tratto da “Red” ed infine una registrazione dal vivo, “Gravità 9.81” tratta da “Tilt” cantata da Lino Vairetti degli Osanna. Inutile nascondere l’ottima qualità della registrazione, i giapponesi in questo sono maestri, l’audio ed il video  vengono masterizzati nei storici studi della King Record sempre in Giappone. Quindi i dieci musicisti in azione sono: Furio Chirico (batteria), Gigi Venegoni (chitarre), Beppe Crovella (tastiere), Arturo Vitale (sax), Lautaro Acosta (violino), Roberto Puggioni (basso), Piero Mortara (fisarmonica, tastiere), Marco Roagna (chitarre) Iano Nicolò (voce) e l’ospite Mel Collins (sax, flauto) dei King Crimson.
Ciò che risalta subito alla visione del dvd è l’eterna giovinezza di Furio Chirico, grande strumentista preciso e tecnico e la compostezza del pubblico nipponico, sempre attento ed  impeccabile, tanto da sembrare una fotografia. Il violino di Acosta è un viaggio in prima classe ed il sax di Collins disegna scale sonore colorate. La voce e l’interpretazione di Iano Nicolò sono di tutto rispetto. Tutta la formazione è in splendida forma, il Jazz Rock proposto tira e grazie alle melodie gradevoli riesce a restare impresso nella memoria. Da sottolineare il solo di batteria di Chirico assolutamente fuori della banalità. Pecca del dvd se vogliamo cercarla risiede nella staticità delle tre telecamere fisse.
Veniamo ora ai cd, la versione live del cd 1 dona a “Tilt” una veste nuova, pulita e sgargiante, pur sempre rimanendo molto attinente all’originale. Importanti i sottofondi di tastiera di Crovella per la riuscita corposa del suono. Pelle d’oca. Un ensemble sonoro  potente che  la sede live riesce a valorizzare al massimo. Chi non conosce Arti & Mestieri si può approcciare tranquillamente a questo cofanetto per scoprire un mondo sonoro caldo fra Jazz e Rock al quale non potrà più sottrarsi. Inevitabilmente scatterà la ricerca della loro discografia.
Il cd 2 si apre con un capolavoro assoluto, “Starless” dei maestri King Crimson, qui in una versione struggente e calorosa cantata in italiano. Il suono del Mellotron mi fa socchiudere gli occhi ed immaginare ampi spazi, immagini cariche di vecchi ricordi. A seguire la versione acustica della speciale suite “Nove Lune Prima- Arc En Ciel – Bonaventura Moon”. Ed è con “Valzer Per Domani” che si apre l’intero secondo capolavoro della band. La storia che si racconta. Gli ultimi tre brani sono tratti da “Tilt”, ”Fahrenheit” in una versione più accelerata e la ripresa in due parti di “Gravità 9.81”.

Un cofanetto imperdibile, pieno di grande musica bene eseguita e riarangiata. Ad un nostalgico dei tempi che furono come me è scesa anche una lacrimuccia, e ciò la dice lunga. MS

Questo video non è tratto dal dvd "Live in Japan"

sabato 20 gennaio 2018

Pierpaolo Bibbò

PIERPAOLO BIBBO’ – Via Lattea
M.P. & Records/GT Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2018

Ritorna il cantautore del Prog Pierpaolo Bibbò dopo il buon “Genemesi” del 2012, e lo fa con un argomentazione che gli sta molto a cuore, l’amore per la propria terra. La Sardegna è al centro del concept, con le proprie gioie ed i propri dolori, una terra di colori, musici antichi, e dalle lande aride e secche, una terra abitata da uomini silenziosi e da suoni magici. Luoghi e città raccontati dall’artista anche sotto una visione a tratti dolorosa, ma sentita e piena d’ amore. Bibbò (voce, tastiere/programmazioni, chitarre acustiche ed elettriche, chitarra basso, arrangiamenti), intraprende questo percorso assieme a Simone Spano (batteria acustica e percussioni) e Fabio Orecchioni (supervisione artistica).
Il risultato si intitola “Via Lattea” ed è composto da sette canzoni. Le tastiere giocano un ruolo importante, disegnando nell’aria ambienti ampi, supportando melodie che fanno da ossatura al brano.” Dal Nuraghe Alla Via Lattea” inizia proprio così il percorso sonoro, frangenti pacati e spaziosi si alternano a programmazioni più ritmate. Questo brano strumentale potrebbe tranquillamente fare parte della discografia Ayreon, ovviamente di quelli più elettronici e meno metallici, giochi sonori che vanno a perscrutare proprio lo spazio. Più elettrica “17 Febbraio 1943”, un ritmo serrato che ben si avvinghia con il canto di Bibbò. Qui non nascondo dei deja vu che vanno a parare nel nostrano Prog degli anni ’70, specialmente nell’attimo più pacato dove un piano disegna cerchi sonori cari a band come Le Orme. Per chi ama il genere è davvero un bell’ascoltare.
“Nient’Altro” apre la strada al Bibbò più cantautorale, voce e piano ci raccontano momenti intimi e riflessivi, il lato più caldo dell’artista.
Più ricercata nell’ambito compositivo “Corso Vittorio Emanuele II (1962)”, altra canzone che lascia intravedere balzi temporali fra passato e presente. Un certo Battiato potrebbe venire alla mente durante l’ascolto, il che la dice lunga sulla qualità del brano.
Ciò che si percepisce all’ascolto di ogni brano è la libertà con cui l’artista si muove, senza limiti o costrizioni di sorta, un volo libero che di certo è contagioso all’ascolto, almeno, io personalmente questo fattore l’ho captato. Più semplice ed immediata “Il Matto Del Villaggio” del quale apprezzo i giochi eco della voce. Tornano la chitarra elettrica ed i cambi di tempo in “Quando Rinascerò”, a grandi linee si percorrono binari fra canzone e Prog proprio in stile Fabio Zuffanti quello solista.
Il disco si conclude con “Ho Quasi Smesso Di Sognare”, una nota di malinconia e di velato pessimismo che comunque donano carattere al movimento musicale.

Un ritorno importante, sentito e schietto, un disco che non ha nessun compromesso, una storia importante da raccontare e tanto sentimento, tutti ingredienti che riescono ad emozionare ed è questo che la musica deve fare. Missione compiuta. MS