I Miei Libri

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giovedì 26 settembre 2019

Algebra


ALGEBRA – Deconstructing Classic
Andromeda Relix
Genere: Progressive Rock
Supporto: 2cd – 2019


Quando l’amore per un genere musicale è totale, le basi storiche che fungono da palestra diventano fondamentali per la crescita di un artista.
Gli Algebra sono di Benevento e si formano agli inizi degli anni ’80. Tanta la materia amata e studiata dai componenti storici della band Rino Pastore (tastiere), Salvatore Silvestri (batteria) e Mario Giammetti (chitarra, voce), mentre il bassista Carmine Ielardi nel tempo abbandona il gruppo.
Amore per il Prog, soprattutto quello dei Genesis, Gentle Giant, Marillion e Moody Blues, portano la band a partecipare a numerose compilation tribute, come ad esempio in “The River Of Constant Change – A Tribute To Genesis” (Mellow Records – 1995)  o in tribute album ai Marillion, Camel etc. Conoscono anche uno stop nel giugno del 1984 per poi ritrovarsi nel 1993 grazie all’interessamento della Mellow Records. L’album che ne scaturisce si intitola “Storia Di Un Iceberg” ed è il loro debutto discografico ufficiale. Tutta l’esperienza annosa viene esibita nel disco, dedito ai fans di band come Genesis, Camel e Marillion. Nel 2009 è la volta del secondo album intitolato “JL”, dove la band si arricchisce di nuovi elementi per una line up composta da Mario Giammetti (voce, chitarre), Rino Pastore (tastiere), Roberto Polcino (tastiere), Francesco Ciani (batteria), e Maria Giammetti (sax, flauto). Numerosi ed importanti anche gli special guest che partecipano, su tutti Steve Hackett alla chitarra, il fratello John Hackett al flauto, Goran Kuzminac, Aldo Tagliapietra (Orme), Lino Vairetti (Osanna) e Graziano Romani alla voce e tanti altri ancora.
Oggi il tributo degli Algebra a questo intrigante genere musicale è stampato dalla sempre attenta Andromeda Relix con il titolo “Deconstructing Classic”, un doppio cd in cui gli artisti vanno a dare lustro a vecchi classici e nuovi.
Una parola di elogio per l’accurato artwork che accompagna il prodotto, in edizione cartonata contenente un libretto approfondito  per liriche, descrizioni del contesto (in inglese), fotografie e cura per i particolari, il tutto ad opera di Roberto Conditi per i layout e la grafica, mentre per le foto  e la copertina Maurizio ed Angela Vicedomini di IconPhoto.
Il cd 1 si apre con “La Cura” di Franco Battiato” e special guest d’eccezione, Steve Hackett e Anthony Phillips dei Genesis, a seguire una serie di classici del Prog. “Dusk” dei Genesis mette inizialmente la veste Neo Prog e poi si lascia andare nel suo essere anni ’70. Segue il suono dei Camel con “Song Within A Song”. Gli Algebra si mettono alla dura prova con “Funny Ways”, pezzo magistrale dei tecnici Gentle Giant dove le tastiere ricoprono un ruolo importante. Tutti i brani sino ad ora citati fanno parte di relative compilation tribute. Non fa specie la suite  “Felona E Sorona” delle grandi Orme con richiami “Gioco Di Bimba”, il brano è estratto dalla mastodontica compilation della Mellow Records “Zarathustra’s Revenge – A Tribute To Italian Progressive Rock Of The Seventies”. Gli Algebra passano con indifferenza fra uno stile ed un altro a dimostrazione di una ottima preparazione sia tecnica che culturale. Fra tanti giganti non potevano mancare gli EL&P qui omaggiati con “Take A Pebble”. Scuola di Canterbury con “Old Rottenhat” di Robert Wyatt, a seguire altro pezzo di una compilation, da “Songs For Jethro – Vol1” la canzone “Up To Me” veramente ben arrangiata. Ancora più indietro nel tempo con “Dear Diary” dei maestri Moody Blues estratto da “Higher And Higher – A Tribute To The Moody Blues”. C’è spazio anche per il sud americano Luis Miguel e la sua “Què Hacer”.
Tuttavia gli Algebra si trovano benissimo nel Neo prog, e la prova arriva con “This Train Is My Life” dei Marillion estratto dalla compliation Mellow “Recital For A Season’s End – A Tribute To Marillion”. Il primo cd si conclude con “Sleepers” di Steve Hacett.
Il cd 2 inizia con un altro brano tributo, questa volta ai Moody Blues, “Strangers In Space” registrato nel 2016 ci porta una formazione in ottima salute. Nel 2010 registrano un brano scritto da Graziano Romani, “Hallelujah Joe”, molto cantautorato storico, quello profondo e non banale degli anni ’70. Nello stesso anno registrano “Goodbye Baby Blue” di Ray Wilson e “God If I Saw Her Now” dei primissimi Genesis. Una puntata verso i Fairport Convention con “The Lobster” registrata nel 2005, così nello stesso anno “Straight”, questa volta però il brano è della band stessa.
Ci sono anche due brani registrati a presa diretta, il primo è “Ripples” dei Genesis ed il secondo ancora “Up To Me” registrati nel 2003. A sorpresa giunge anche una variante di “Dusk”, la breve strumentale “Il Crepuscolo” suonata dall’ospite Anthony Phillips (Genesis) nel 2016.  Ci sono anche tre brani registrati dal vivo a Cusano Milanino nel gennaio del 1996, “Dusk”, “Russian Suite” e “Open Door”. Il disco si conclude con due canzoni che raccontano la storia degli esordi Algebra, “The Clouds Are Always Present” del 1984 e “Il Muro” del 1983, entrambi scritti da Rino Pastore. 
Gli Algebra riescono a far proprie le canzoni, non cercano di imitarle, un lavoro d’amore e rispetto, quello che oggi nel mondo musicale è sempre più difficile incontrare. “Deconstructing Classic” è il titolo perfetto per tanta bella musica. MS

Arcadelt


ARCADELT – ARC8
Lizard Records / GDC Rock promotion
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2019


C’è chi nel mondo del Rock Progressivo è cresciuto con band storiche come Genesis, Gentle Giant, King Crimson, Yes etc, e chi invece grazie ad una età minore lo ha fatto attraverso il Neo Prog.
Entrambi i stili scaturiscono dalla terra di Albione ed è fatto noto che gruppi come Marillion, IQ, Pendragon e Pallas su tutti, nei primi anni ‘80 costruiscono la loro carriera sopra a quella di band storiche come Genesis e Pink Floyd.
Anche noi in Italia abbiamo numerosi proseliti devoti al Neo Prog, una di queste band si chiama Arcadelt e si forma nel 1992, quando il genere rialza la testa nuovamente sotto la spinta di gruppi come Spock’s Beard, Landberk, The Flower Kings, Anglagard, Anekdoten, Porcupine Tree ed altre ancora. Nascono come band strumentale composta da quattro elementi, mentre oggi sono formati da  Pierfrancesco Drago (voce), Fabio Cifani (basso), Sandro Piras (batteria), Fabrizio Verzaschi (chitarra), e Giacomo Vitullo (tastiere). Nel tempo hanno una buona attività live, partecipando anche  a festival nazionali oltre che esibirsi spesso a Roma.
Il primo lavoro in studio si intitola “Enjoy” (Progland Records – 1995), ma nel 1997 c’è lo scioglimento del gruppo. Si ritrovano solo nel 2009 ed in quattro elementi per pubblicare l’ep per il mercato giapponese (sempre attento all’italico Prog) “EnjoyPan”. A dieci anni di distanza li ritroviamo con nuova linfa e ispirazione con l’intento di mettere alla portata del pubblico tutta l’esperienza accumulata in questi anni, il risultato è “ARC8”, composto da sette nuove tracce.
“Behind The Curtain” mostra subito una band coesa e una capacità di arrangiamento importante, esaltato il tutto da una buona incisione, la quale dona profondità alle strumentazioni. Le tastiere e la chitarra elettrica disegnano movimenti su tele Neo Prog che fanno la gioia dei fans di Marillion, IQ e Pendragon. Ovviamente non possono mancare i richiami ai Genesis, questi alla metà del brano grazie all’uso sincopato delle tastiere.
Ma la musica degli Arcadelt non è solo nostalgia, ci sono fughe solari, ariose e ricercate un punto di contatto fra passato e presente come anche altre band giovani nel settore oggi hanno imparato a fare.
Pianoforte e voce introducono “The Heartbeat”, ancora una volta legata ai giri di tastiere stile Clive Nolan e Mark Kelly, brano classico nel suo genere. Più ricercato “Dogs In Chains” pure restando relegato al contesto. Le parti strumentali convincono e riempiono la stanza di suoni in una sorta di muro. Ottimo il solo di chitarra.
Una favola narrata apre “Caledonia”, una storia che dura quasi otto minuti fra cambi umorali e di tempo come genere insegna.
“Assenze” è una dolcissima ballata inizialmente voce e piano per poi lasciarsi travolgere da sinfonie armoniose. Una piccola gemma sonora che coccola l’ascoltatore. Si alzano i toni con il graffiare della chitarra distorta in “Blood On” ed un canto (sempre ottimo Pierfrancesco Drago) che in alcuni momenti fa il verso a Fish.
Il disco si conclude con “The Blue Side”, altri otto minuti di tanto materiale Prog. Musica cromatica come l’artwork che accompagna il disco.
Le melodie sono accattivanti e spesso ci si ritrova ad ascoltare ad occhi chiusi e questo a mio avviso è sinonimo di obbiettivo centrato. Sicuramente un disco che girerà spesso nel mio lettore. MS

Franco Giaffreda


FRANCO GIAFFREDA – Gli Strani Giorni Di Noi Nessuno
Autoproduzione/ GDC Rock Promotion
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2019


Per un artista  che sempre ha dato alla causa musica con molti progetti, è traguardo ambito e di soddisfazione quello del disco solista, un coronamento che chiude un cerchio e apre un nuovo ciclo.
E’ il caso del chitarrista lecchese Franco Giaffreda.
Ha militato nella band Metal Progressive Evil Wings con cui registra quattro dischi ed un dvd, nel 2009 entra a far parte della storica band Biglietto Per L’Inferno e registra “Tra L’assurdo E La Ragione”, nel festival Prog Exibition duetta con l’ex chitarrista dei Jethro Tull, Martin Barre ed entra a far parte come cantante e flautista nella tribute band dei Genesis Get’Em Out.
Scatta dunque in questo attimo della sua carriera la necessità di esprimere il proprio essere, forte di una esperienza annosa accumulata negli anni.
Registrato nei Street Studio di Albese Con Cassano (CO) sotto l’attenzione dell’ingegnere del suono Mauro Bertagna, “Gli Strani Giorni Di Noi Nessuno” è un album composto da quattordici momenti musicali cantati in italiano da Giaffreda, autore anche dei testi. Nel disco si avvale della collaborazione di Walter Rivolta (batteria) e Alessandro Cassani (basso).
Quando l’Hard Rock incontra il Progressive Rock, spesso scaturiscono composizioni interessanti e qui Giaffreda mette nel disco tutta la sua capacità ed esperienza.
“Corri Con I Pensieri” è già una prova di forza per doti tecnico esecutive e compositive, con un refrain gradevole e trascinante, un buon muro sonoro.
Resto colpito dalla successiva “e strumentale “In Un Vortice Di Pensieri” dove anche il carattere Rock’n Blues esce allo scoperto donando al disco il profumo degli anni ’70, quando ci si lasciava travolgere dalle improvvisazioni elettriche.
I brani sono tutti correlati come in una lunga suite, giunge quindi la breve e ancora una volta strumentale “Identità Confusa”, qui con una chitarra classica, preludio per “Domande”, movimento più lento e ricercato. Domande sul futuro, l’artista diventa introspettivo fra gli arpeggi della sua chitarra. Torna a far parlare le mani in maniera importante in “Viaggiando Lontano”, uno dei miei momenti preferiti dell’album dove tecnica e melodia si sposano alla perfezione senza strafare. La chitarra torna a ruggire con “Anime Di Latta”, molto legata alla formula canzone, qui Il Biglietto Per L’Inferno fa capolino. Cadenzato Hard Rock con “Ladri Di Sogni”, brano che sicuramente ha una riuscita live importante, impossibile restare fermi all’ascolto. Altro breve intro dal profumo progressivo intitolato “Solo” accompagna all’ascolto di “Dormiveglia”, un momento Jazz accompagnato da un flauto.  Dal dormiveglia si passa all’”Incubo Notturno”, canzone più lunga dell’intero lavoro della durata di quasi nove minuti. Qui c’è tutta l’esperienza dell’artista, fra momenti Dark, fughe Hard e cambi di tempo progressivi. Prosegue il motivo del dormiveglia qui intitolato “Prima Del Risveglio” per giungere a “La Ballata Di Nessuno”, tenera e sentita.
“Alba Interiore” continua con gli arpeggi, mentre la conclusiva “Ricominciare Ad Essere” chiude l’album con personalità.
L’arte di Giaffreda è colma di esperienza, diretta, a tratti dura per poi passare a frangenti teneri in una sorta di gioco “schiaffo o bacio” e a noi sicuramente piace giocare, perché la buona musica ci mantiene sempre giovani. MS

Juglans Regia


JUGLANS REGIA – Memorie Dal Presente
Loud n’Proud Records
Genere: Hard Prog
Supporto: ep  – 2019

 


Provenienti da Sesto Fiorentino (FI), i Juglans Regia sono un gruppo che riesce ad unire la forza dell'Hard Rock con l'Indie Rock ed il Progressive, un connubio di certo intrigante per idee ed energia.
Si formano nel 1992 con il primo moniker Raising Fear, solo successivamente diminuiscono il fattore Metal nella propria musica portandoli quindi a cambiare anche il nome del gruppo in Juglans Regia, che altro non sarebbe che il noce da frutto (noce reale). Nel  2009 il gruppo conosce uno stop dovuto a diversi casi, fra incidenti, motivi lavorativi e quant’altro, per poi ritrovarsi nel 2017 con la formazione che registrò nel 2002 il primo album ”Prisma”. Nel 2005 è la volta di “Controluce” (Prisma) e nel 2008 di “Visioni Parallele” (Akom Production/Prism). La band acquisisce personalità nel tempo, distaccandosi un poco anche da certe influenze inevitabili come nel loro caso i Litfiba. Bene che la storia vada assimilata, così un certo stile, ma ancor di più se si lascia fuoriuscire al di sopra di tutto la propria personalità.
Ce lo fanno ascoltare i Juglans Regia formati da Antonello Collini (chitarra), David Carretti (batteria), Massimiliano Dionigi (basso), Lapo Martini (tastiere) e Alessandro Parigi (voce)  in questo ep intitolato “Memorie Dal Presente” composto da quattro canzoni.
“L’Imperdonabile” apre l’ep con chitarre distorte e tastiera, la chitarra si esprime al meglio in un assolo iniziale davvero preciso e dall’ampio respiro. La band dimostra di essere coesa e amante del Rock totale, aperta anche a differenti innesti come i repentini cambi di tempo prerogativa di un certo Prog Rock. Bene funziona la sezione ritmica e il gusto per le melodie viene alla luce, bagnato da quella nostra tipica italianità che nessuno riuscirà mai a copiarci.
“Maschere” alza il ritmo e l’adrenalina resta alta, in  un connubio fra Litfiba e Hard Prog.
Tastiere e chitarra trascinata per “Primo Istinto”, ballata dolce ma non banale per corposità ed arrangiamenti. Avanti a noi si aprono gli anni ’80, verso la fine del suo decennio, dove un certo Indie Rock sapeva raccontare storie particolari ed innovative per il tempo.
Chiude la solare “Le Virgole Del Tempo”, qui la band in un solo botto si gioca tutte le carte a loro disposizione.
Non serve molto per colpire nel segno, i Juglans Regia lo fanno in maniera naturale, sintomo di avere il genere nel proprio dna. Il Rock è soprattutto uno stile di vita. MS


domenica 15 settembre 2019

Vaniggio


VANIGGIO  - Solo Un Sogno
Music Force / Egea Music
Genere: Rock
Supporto: cd – 2019


Ivan Griggio è il nome che si cela dietro al moniker Vaniggio, bassista e cantante che nasce e vive in Svizzera dal 1972.
Studia il basso assieme al maestro Massimo Scoca e già nella metà degli anni ’90 rientra a far parte di diversi gruppi musicali del ticinese. La storia di Vaniggio è già importante in ambito Rock, si toglie anche ottime soddisfazioni aprendo concerti a gruppi come Marillion, Ligabue, Elio E Le Storie Tese, solo per fare dei nomi. La sua vita artistica è colma di collaborazioni come con il cantautore Gionata, o l’industrial Metal band Matamachete o con il bassista George Merk (figlio di Rita Pavone e Teddy Reno) nel 2013. Si dedica anche allo studio della batteria, mentre più recentemente pubblica il singolo “Nuova Luce” (feat. DJ Costa) che gli frutta una rotazione in Svizzera su Rete 3 RSI e Radio 3i.
Oggi lo troviamo a collaborare con il produttore Cristiano Arcioni, e già nel 2018 esce il singolo “ A Volte Basta”, che apre anche l’album di debutto in analisi “Solo Un Sogno”.
Il disco è suddiviso in nove tracce e l’incisione risulta pulita, dove ogni singolo strumento è ben rintracciabile e netto.
La voce Rock di Vaniggio bene si incastona nel contesto dei brani, dove la musica è un viatico di sensazioni e percezioni. Storie private, di amori più o meno andati o in divenire, constatazioni e riflessioni, favole e conclusioni, tutto questo in testi interessanti che ben si sposano con la causa Rock.
Il singolo “A Volte Basta” è cadenzato, il suono del basso è importante, ottimo propellente per una base ritmica funzionale sotto diversi aspetti. Qualche punto di unione con certi primi Litfiba e Vasco Rossi sono tangibili. L’artista si circonda di musicisti del calibro di Roberto Panzeri (batteria), Cristiano Arcioni (hammond e piano), Diego Belluschi (chitarra elettrica) e Roberto Invernizzi (chitarra acustica).
“Amoreuncazzo” ha un andamento più blando ma pur sempre ruvido, e realizza certe realtà di cuore. La facilità con cui Vaniggio rende tutto molto orecchiabile è tangibile. L’Hammond per chi vi scrive è uno strumento importante e quantomeno artiglio di un genere che mai scende a compromessi come il Rock.
Un arpeggio apre “Ogni Vestito”, ed è un altro tassello che ben si incastona nel puzzle “Solo Un Sogno”. Ritornelli semplici di auspicio per una buona riuscita live. Ancora più incisiva “Dai Un Nome Alle Cose” dove fa capolino il Rock degli anni ’70.
Non manca la semi-ballata dal sapore intenso, dove le emozioni trapelano nude e il maestro Vasco Rossi sopra a ciò spesso ci ha costruito una carriera, sto parlando della title track “Solo Un Sogno”.
Come struttura ed esecuzione molto mi è piaciuta “Mai Come Sembra”, anima Rock rozza e gentile allo stesso tempo. Un inedito Vaniggio in un Rock’n Blues acustico con “Una Carezza Non Vuol Dire Amore”, altro pezzo molto importante per la riuscita totale dell’album per poi passare a “Favola”, cadenzata ed intelligente. L’ascolto si conclude con “Stessi Sbagli”, dove si conferma tutto l’essere dell’artista.
Un debutto importante, da ascoltare in ogni occasione, in macchina, in casa, mentre si fa jogging, un disco per tutte le occasioni, da cantare e vivere, come lo è il Rock. MS

Alessandro Angelone


ALESSANDRO ANGELONE – Stars­­_At_Dawn
Music Force / Egea Music
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2019



Certo che il maestro Benny Conte ne ha avuti di allievi promettenti, ed è anche il caso del giovanissimo chitarrista Alessandro Angelone di Pescara.
Oggi raggiunge l’ottavo ed ultimo livello di acustica presso l’APM (Accademia Professione Musica).
Già nel 2017 ottiene il primo posto al concorso SGT Music Awards, così come all’Anxanum Music Awards nel 2018.
E’ l’incontro con Alessandro Carletti Orsini che gli consente di registrare questo debutto composto da undici tracce acustiche distribuite dall’Egea Music, dal titolo “Stars_At_Dawn”.
La registrazione sonora è buona, concentrando l’attenzione sui suoni acustici dell’intero disco strumentale. I pezzi hanno una durata abbastanza breve, raramente raggiungono i tre minuti. Tutte piccole tele dove l’artista dipinge il suo stato d’animo e la propria anima.
All’interno ci sono anche due cover, la storica “Love Never Felt So God” di Micheal Jackson e Paul Anka e “You Are Not Alone “ scritta da R. Kelly ma portata al successo ancora una volta dal maestro del pop Jackson. Angelone  riesce a farle entrambe sue con arrangiamenti personali e sentiti.
L’intro dell’album mette subito a nudo l’essenza del giovane artista, dimostrando l’intento del divenire. Ma è “The Key” comunque la prima e vera traccia dell’album, dove arpeggi solari e riflessivi attestano un anima leggera e sensibile, trasportando anche l’ascoltatore in ampi spazi dove può far lasciare cavalcare la fantasia.
“Dreams” raccoglie la natura già nel titolo stesso, più riflessiva e calda nel contesto.
Tutto il disco scorre fra riflessioni ed eleganza, non esiste un vero e proprio cavallo di battaglia, almeno al mio intendere, mettendo in mostra una tecnica davvero invidiabile e sempre a disposizione della melodia e senza strafare.
Fa sempre un certo effetto imbattersi oggi in un album completamente strumentale, una scelta sicuramente coraggiosa ma che comunque premia in emozioni. L’artista riesce a mettersi bene in luce e spero che gli si possano aprire porte importanti per una buona carriera musicale, Alessandro Angelone lo merita. MS

giovedì 29 agosto 2019

Massimo Dellanilla


MASSIMO DELLANILLA – Aqua
Riserva Indiana / Autoproduzione
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2017


Indicativamente la musica è un linguaggio, dove non arrivano le parole inizia la musica, mi piace pensarla così, ma se la musica è supportata anche dalle parole il risultato emotivo è maggiore. La musica pur basandosi su sette note, non si supporta di un solo stile ben definito, essa è variegata in tutto e per tutto, pilotata sempre dalla mente dell’artista il quale molto spesso palesa la sua cultura passata e presente. La musica se è legata alla formula canzone risulta più facile da ricordare, se poi ha motivi gradevoli da canticchiare il successo è maggiore, e qui fra messaggi e suoni ecco nascere l’importante compito del cantautore.
Massimo Dellanilla è il nome d’arte di Massimo Gabanetti, artista gabianese amante della pittura e della musica in senso generale. Ascolta Blues, Rock, Folk, la Psichedelia, il Reagge e molto altro ancora. Sin da giovane si affeziona alla chitarra e impara a suonarla da autodidatta fino a fondare la band I Circus (nome molto adoperato nel tempo da molti artisti e in varianti simili) con la quale suonano classici del Rock.
In questo debutto solista dal titolo “Aqua” Dellanilla riunisce le composizioni che ha composto nel tempo dove l'acqua svolge da filo conduttore e dieci sono i risultati. 
Buona la registrazione fatta su nastro magnetico ad opera di Riserva Indiana.
La musica di Massimo rivolge un rispettoso sguardo al passato e al cantautorato impegnato, da Lolli a Vecchioni, Guccini, De Andrè e a tutta quell’ala culturale della nostra italica musica, tuttavia io ci riscontro in alcuni passaggi anche il buon Mario Castelnuovo. Con lui suonano Davide Chiari (anche produttore), Thomas Baruffaldi (basso, batteria, cori) e Marco Bonera (strumenti a corda, cori).
Le sue sono principalmente ballate, anche dal profumo francese in alcuni episodi, basate sulla chitarra e le voci, ad iniziare da ”L’Occasione Persa” ma il disco si apre con la buona “Il Canto Del Fiume”, dove le caratteristiche da me poco fa descritte si specchiano fra le note.
“Anima Gentile” con un refrain intrigante potrebbe indurre verso la melodia concepita anche da Enrico Ruggeri, una canzone che si lascia assaporare come una boccata di fumo e come tale si libera nell’aria in sinuose curve per poi svanire. “La bancarella” è una semi ballata Deandreiana in crescendo emotivo e sonoro, lo stile di Dellanilla è dunque questo, un insieme di cultura italiana a livello cantautorale rielaborata con la propria personalità e la voce sempre calda e rassicurante.
Popolare “Il Controllore” molto Avion Travel style, più ricercata e vintage “Ad Ogni Donna” che gioca molto con le voci a sostegno in coralità. Un canto di uccelli apre “La Quercia”, altra ballata colma di passato e Massimo diventa cantastorie.
“Villa Inferno” è riflessiva, “I Vecchi” e la conclusiva “Bisogna Andare” non si muovono molto dal modus operandi del cantautore.
Massimo Dellanilla in “Aqua” racconta tante storie, in maniera calda e semplice, magari da cantare assieme all’aperto avanti ad un bel fuoco. E’ un cantautore in via d’estinzione, poche nuove leve conosco al riguardo, uno è Marco Sonaglia, tuttavia non è questione di numeri, ma di qualità. Ascoltatelo. MS



SPOTIFY: https://open.spotify.com/artist/77EU3xCrzv6K9PSk81rAYO
SOUNDCLOUD: https://soundcloud.com/massimodellanilla

CONTATTI: https://www.facebook.com/massimo.gabanetti

domenica 25 agosto 2019

Call Porter


CALL PORTER – A Time Warp Into Cole Porter’s Music
The Banksville Records Company – Pkmp Communication London
Distribuzione: Banksville Distribution / CD Baby
Genere: Jazz/ Rock Alternative
Supporto: cd – 2019


Call Porter è un progetto formato da due entità artistiche ben distinte, la cantante brasiliana Lica Cecato, amante del Jazz tradizionale, della poesia e della musica brasiliana, e un noto nome italiano in ambito Progressive Rock, Paolo Baltaro, già negli Arcansiel, S.A.D.O. e compositore solista.
Il loro punto d’incontro è la musica di Cole Porter. Con questo album gli artisti vogliono scomporre e ricomporre come in un puzzle musicale, la musica del noto artista americano, innestando diversi mondi sonori al suo interno, variando dal Rock Progressivo al Pop, al Jazz, al Metal, alla musica sperimentale etc. La voce di Lica ben si adatta a questo sforzo compositivo essendo molto malleabile, così Baltaro riesce ad arrangiare con personalità i brani in analisi.
La Paolo Baltaro Orchestra che suona nell’album, è composta da Luca Donini (sax), Andrea Beccaro (batteria), Gabriel Ferro (chitarra) e Paolo stesso polistrumentista.
Nell’album tuttavia partecipano anche numerosi special guest, nomi del calibro di Garrison Fewell, Pier Michelatti, Enrico Caruso, Ruggero Pari, Fabio Gurian, Gabriele Delta, Sandro Marinoni, e Vassilia Chachlakis.
Il primo brano è un intro che accompagna l’ascoltatore nel mondo compositivo e di arrangiamenti di Paolo Baltaro: “Time Machine”. Ascoltare il Melloton è sempre un grande piacere, mentre il basso suonato da Baltaro ha un suono caldo ed avvolgente. Contigua giunge “Let’s Misbehave” dove subito la voce di Lica trapela lo studio che c’è dietro alla materia, un piacere sentirla colloquiare con il sax jazz di Luca Donini davvero importante.
Segue il medley “Eggs For Phil – I’Ve Got You Under My Skin – Eggs For Phil (Reprise)”, molto Progressive Rock style, qui emergono le capacità di saper arrangiare le canzoni in maniera imponente di Baltaro ed il suo passato nei Arcansiel, band di Rock Progressivo Italiano. Anche qui un forte assolo di sax che ad alcuni attenti ascoltatori potrebbe portare ai Pink Floyd.
Vorrei anche spendere alcune parole per la qualità sonora, davvero curata e cristallina, gli strumenti staccano fra di loro alla perfezione e gradevole anche l’effetto stereo, un valore aggiunto all’intera opera.
Il medley “Inbye – Everytime We Say Goodbye – Tea For Burt – Wives And Lovers” mostra l’anima nera e soft Jazz di Cole Porter e qui Lica è davvero fondamentale, uno swing che nel centrale si lancia in un arrangiamento orchestrale a dir poco perfetto. In chiusura del brano si aggiunge Baltaro alla voce e uno scherzo sonoro vi attende nell’immediato. Un bell’Heavy Metal dal sapore Thrash in “ Let’s Do It (Let’s Fall In Love) – Zorterporn”, e anche qui Lica se la cava a dovere.
“It’s Allright With Me – Jimi And Miles’ Acid Merenda”, altro medley, altro genere musicale e questa volta si cade con entrambe i piedi nel Rock di Cream, Zappa, Hendrix e compagnia bella, dove il Blues è la base di un vigoroso Rock che ne consegue. Anche qui cambi di ritmo ed umorali.
Nella breve “Love For Sale” torna Lica e il movimento assume attraverso gli strumenti orchestrali ed elettronici un atteggiamento giocoso. Segue “I’Ve Got A Kick Out Of You”, inizialmente con eco vocali per poi lanciarsi un suono tipicamente anni ’60, quello dei Beatles.
Il tributo a Porter si conclude con “Night And Day – A Night In Turin – Disco Labirinto”, altro stravolgimento sonoro e ricercato.
I Call Porter sono un contenitore sonoro variopinto per orecchie preparate e non, avete letto i nomi di riferimento a cui vi ho rimandato, al suo interno si trova veramente di tutto e statene certi che per un onnivoro musicale come me, questo disco girerà spesso nel mio lettore e quindi promosso a pieni voti. Quando dalla musica si vuole qualcosa di più: la cultura e la professionalità. MS



Aliante

ALIANTE – Sul Confine
M.P. & Records. /G.T. Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2019




Nel 2017, la band Aliante stupisce pubblico e critica con un esordio discografico a dir poco notevole intitolato “Forme Libere”. Nel web e nei social questo disco spopola mettendo tutti d’accordo in quanto composto da brani molto orecchiabili, strumentali e vicini alla tradizione Progressive Rock in tutto e per tutto. I riferimenti alle nostrane Orme a volte sono evidenti, ma l’insieme è elaborato dalla personalità del gruppo che palesa un carattere importante. Si parlò quella volta di debutto, anche se la band in ambito Prog fece già vedere di che pasta fosse fatta, infatti alcuni componenti  (Jacopo Giusti e Alfonso Capasso) provengono dal progetto Egoband.
A distanza di due anni ritornano con il nuovo album “Sul Confine”, composto da otto brani.
Non ci sono suite all’interno, bensì canzoni di media o lunga durata, anche in questo caso Aliante bada al sodo senza pensare  ad eccessive elucubrazioni.
La sostanza si palesa già nel primo brano “Viaggio Nel Vento”, basato principalmente sul piano e le tastiere di Enrico Filippi. Anche questo nuovo lavoro è completamente strumentale e adatto proprio come suggerisce il nome della band, ai voli pindarici della nostra fantasia. Si presentano importanti passaggi nelle basi Jazz, esibiti soprattutto nella fase centrale del brano dove le tastiere si lasciano andare in una sorta di assolo improvvisato.
Il sound della band risulta essere sempre elegante, molto semplice e tuttavia accurato. La storia del genere viene assorbita e rielaborata con apparente semplicità, quel modo di fare che sembra essere semplice, ma che nella realtà non è alla portata di tutti. Il brano “Metzada” ne è la conferma.
Ritmi lenti, violino elettrico e tanta atmosfera in “Ai Confini Del Mondo”, dove mi ritornano alla memoria brani dei primi Mostly Autumn (per chi li conoscesse) o per intenderci maggiormente con i più pacati Pink Floyd. Un brano che sicuramente sarà acclamato dai più accaniti fans del genere. Qui gli Aliante fanno centro.
Sanno anche rendersi giocosi con i suoni come nel brano “La Rana”, dove sempre le tastiere restano  in evidenza con la giunta del grintoso Hammond a fare il verso alla rana. Nell’evolversi tutto torna nel binario rassicurante della formula canzone. Le dita volano sui tasti d’avorio in uno stile New Prog caro a maestri come Marillion era Fish o Clive Nolan dei Pendragon.
“Il Cigno Nero” mostra ancora una volta le capacità estremamente naturali di compore musica da parte degli Aliante. Segue “Il Quadrato”, brano più muscoloso dell’album in sonorità, qui il passato vintage è maggiormente evidente, soprattutto quello in stile EL&P. “Tenente Drogo” è un tuffo nel New Prog anni ’80 a testimonianza per l’ennesima volta (se ce ne dovesse essere ancora il bisogno), di una cultura musicale ad ampio spettro da parte dei musicisti.
L’album si chiude con il piano di “Nel Cielo” ed il suono onirico ci fa nuovamente volare.
Questo volo è quello che prenota incessantemente il Prog fans, con la speranza di non atterrare mai, perché la vita non è la partenza o l’arrivo, ma il viaggio e gli Aliante sono ottimi piloti. MS





ALIANTE – Forme Libere
M.P. & Records
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


Da una costola di Egoband (Jacopo Giusti e Alfonso Capasso sono stati membri del gruppo), si plasmano gli Aliante. Il nome lascia già presagire gli intenti sonori e il paesaggio in cui si vuole andare ad interagire. Sono formati da Enrico Filippi (Moog Sub 37, Kurzweil pc3 61 kore expansion, Roland Fantom G6, Yamaha P120, Korg Trinity plus), Alfonso Capasso (basso Ibanez Musicians, basso Fender Jaguar, distorsore Electro Armonix Big Muff, testata Mark big bang, monitor Ampeg) e Jacopo Giusti (batteria Yamaha Stage Custom, piatti Paiste Signature, Zildjian, Stagg e Gong Ufip).
“Forme Libere” è anche il titolo dell’intro narrato che porta all’ascolto di questo lavoro composto da otto canzoni, dove (lo avrete già intuito) le tastiere la fanno da padrona.
“Kilowatt Store” mette immediatamente in chiaro il fattore vintage, ossia la passione del trio alla musica Prog degli anni ’70 e visto lo schieramento, non possono che venire alla memoria gli EL&P, i Quatermass e le nostre immense Orme. Infatti le fughe strumentali lasciano decollare l’ascoltatore in un volo pindarico che tuttavia senza il rumore di un motore è silenzioso e puro.
I nostri non si perdono in inutili virtuosismi, l’ascolto va a godere di una musica che presto si ritaglia un angolo sia del nostro cervello che del cuore. Melodie semplici e a tratti toccanti, come in “Tre Di Quattro”, minisuite di quasi dieci minuti fanno del sound Aliante una vera boccata di ossigeno per il nostalgico Prog fans.
E via a planare verso “Etnomenia”, musica più Folk e Jazz, il lato della band che cerca di sperimentare di più, anche nelle ritmiche date dalle percussioni, quindi cambi di ritmo e di umore al suo interno.
“Kinesis” è un contenitore di musica scintillante, in cinque minuti tante emozioni e suoni da ascoltare in assoluto silenzio ad alto volume per poterne cogliere al meglio le caratteristiche. Tuttavia vorrei che passasse soprattutto il concetto di semplicità, perché gli Aliante come già detto, non fanno elucubrazioni ma badano al sodo, attingendo nella loro esperienza di musicisti e nella singola  passione musicale.
“Coda: Marea 03” è un breve intervento sonoro molto in stile Orme che porta all’ascolto della successiva “L’Ultima Balena”. Bellissimo l’inizio del piano in stile classico, una musica senza tempo che si articola ovviamente in più tasselli come genere ci insegna.
L’album completamente strumentale si conclude con la seconda mini suite dal titolo “San Gregorio”, in essa anche la ripresa di “Kinesis”.

Per chi vi scrive non esiste un brano migliore di un altro, tutti vanno a cozzare con il piacere del mio ascolto in quanto molto di parte, essendo io un grande amante delle band riferimento da me citate in precedenza, tuttavia faccio i complimenti agli Aliante per aver composto questo mosaico semplice e dai color pastello. Colori tenui, sempre gradevoli e mai esagerati. Cura per la musica, per i suoni e le melodie, un disco che fa affiorare la memoria ai tempi che furono , ma anche goderseli con la tecnologia di oggi. Consigliato agli amanti del genere. MS

mercoledì 14 agosto 2019

Issun


ISSUN – Dark Green Glow
Autoproduzione -
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd  - 2019


Quante volte etichettiamo la musica? Viene naturale, anche per cercare di far capire a chi legge  di cosa si tratta e che genere è. In realtà gli artisti non è che si sentono rappresentati da una etichetta, essi sono liberi di viaggiare con il proprio credo e modo di esprimersi. Comunicano un concetto sia con gli strumenti che con le parole, poi se l’insieme di questo ricade dentro un determinato genere, probabilmente potrebbe essere accaduto non volontariamente.
Il Metal Progressive è un termine che può contenere al suo interno molteplici significati, può esserlo quello dei Dream Theater come quello degli Opeth, due concepimenti distanti eppure rivolti ad una ricerca, sia essa più o meno sinfonica. I primi sono fra i padri del genere, i secondi sono un perfetto esempio di evoluzione di carriera, disco dopo disco all’insegna del costante mutamento.
Ho fatto questo preambolo per chiederci: dove sta andando oggi il Metal Progressive? Chi sono le nuove leve? Ebbene, mi giunge dalla Germania un esordio che sicuramente riesce a mettere d’accordo molti fans, gli Issun. Nel disco intitolato “Dark Green Glow” si possono trovare tutti gli ingredienti sia del passato (Dream Theater compresi) che del presente, il tutto sotto la bandiera della grande melodia, assoluta protagonista!
Il disco è formato da dieci tracce di medio lunga durata, compresa una suite, per una durata totale di 70 minuti di musica. Il gruppo è formato da Marc Andrejkovits (basso), Tobi Schröder (voce), Simon Schröder (batteria) e Markus Ottenberg (chitarra).
Il disco è un concept horror che narra le vicissitudini di una misteriosa foresta verde ed incandescente, presupposto perfetto per un viaggio sonoro dalle differenti sfaccettature.
Già il piano nell’introduttiva “Think I’ll Stay In Bad Today” ci rammenta la scuola del teatro dei sogni, ma in questo disco le melodie sono più importanti della tecnica soffocante, estratta solamente al momento giusto, quello dei brevi assolo strumentali. Sin da subito risulta buono l’uso della voce da parte di Tobi Schröder, malleabile a seconda delle esigenze. Unificatamene giunge “Lost Generation”, vero singolo dell’album di facile memorizzazione.
Più ricercata “Falling Aways”, ovviamente ricca di cambi umorali, fragile in certi movimenti, più di carattere in altri, pur rimanendo negli ambiti della musica melodica, il piano molto spesso sottolinea il concetto. Molto Progressive Rock. A seguire la più ritmata “Sleep In The Forest”, brano di cui potete vedere anche il video su You Tube. Qui noterete ciò che ho detto sin dall’introduzione, ossia l’unione fra il passato ed il presente con l’attenzione rivolta alla formula canzone.
Giunge poi la suite “Tempest Of Laughter” con i suoi diciassette minuti per farci capire al meglio di che pasta sono fatti gli Issun. Sempre in cattedra la voce di Tobi, sempre convincente il modo di comporre la musica da ascoltare con assoluta attenzione e trasporto. Il solo di chitarra mi lascia spaziare con la fantasia, mentre il tutto si affaccia anche nel mondo del Rock Progressivo, specialmente quello degli anni ’80 caro a band come Marillion, IQ, Pendragon, Pallas etc.
Parte centrale della suite carica di energia, e la voce sale, per poi tornare anche a sussurrare.
Dopo questa scorpacciata serve una tregua, in realtà “Twilight Forest” è una mezza tregua, la ricerca continua, specie nella ritmica e comunque sempre nel recinto della melodia facile.
Gli Issun qualche volta sembrano andare un poco con il freno a mano tirato, ossia vogliano domare l’anima Metal che c’è in loro, facendola affiorare solo di tanto in tanto, ma questa è anche il loro stile, per cui va bene così. Mi riferisco soprattutto alla title track “Dark Green Glow”.
“Jessica” è davvero un momento di stacco dell’album, dove tutto è nelle mani della robusta ritmica di Simon Schröder.
“Remember Me” è fra le mie favorite, per intensità e groove in crescendo. Il disco si conclude con “Ever”, un mix stilistico fra IQ e Toto degli anni ’80.
La musica degli Issun è un punto di congiunzione fra i “metallari” ed i “progghettari”, questi ultimi una volta tanto potrebbero fare uno sforzo per entrare in questo mondo sonoro non sempre necessariamente aggressivo e comunque ricco di sorprese. MS
                                                                                                                           
Ordini o contatti: tobis.drumbeat@yahoo.de