I Miei Libri

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domenica 16 settembre 2018

Dion Bayman


DION BAYMAN – Better Days
Art Of Melody Music
Distribuzione: Soundtrek Distributions
Genere: A.O.R.
Supporto: cd – 2018




Il Rock e l’Hard Rock melodico in senso generale accalappiano l’ascolto al primo istante. Un piacere per lo spirito e per il corpo ascoltare melodie gradevoli ed efficaci. Gli anni ’90 ci hanno investito con questo ardore, assieme all’A.O.R. il suono “radiofonico” e curato di questi dischi, hanno fatto breccia nei cuori di noi amanti della musica. Come non nominare Bon Jovi, Richard Marx e Bryan Adams per fare alcuni esempi? Ecco queste sono le coordinate su cui navigano anche  le canzoni di Dion Bayman, polistrumentista australiano che con Better Days” giunge al suo quinto suggello da studio.
“Better Days” è formato da dieci brani ed è accompagnato da un artwork davvero ben curato e gradevole alla visione, ad opera di Antonella “Aeglos Art” Astori. Indovinato il concetto di una porta che apre ad una strada impolverata, un percorso di vita da affrontare.
Quello che salta subito all’orecchio è la qualità dell’incisione del disco, davvero curata e cristallina, un piacere per lo stereo e per chi ancora come me si ostina ad ascoltare la musica con impianti potenti e non da cellulari o pc.
Come suona ok, ma quello che suona? Ad iniziare da “Ready For The Real Thing” è palese, Hard Rock morbido ben arrangiato, con coralità ruffiane e ritornello da cantare. Bayman suona tutti gli strumenti senza strafare, non si lancia in assolo complessi ma bada al sodo in maniera lineare per dare più risalto alla canzone.
“Rise And Fall” con gli interventi di tastiera è pomosa e delicata, radiofonica a tutti gli effetti, mentre la title track è più “rocchettara” e ancora una volta si canta. “The Best Times Of My Life” è un altro potenziale hit e questa è musica da ascoltare in auto durante un bel viaggio e magari ad alto volume. Colonna sonora per percorrere la suddetta strada impolverata.
Tanto cuore e passione scaturiscono dalle note, l’autore e strumentista è ispirato, e non possono mancare neppure le ballate qui dal titolo di “Leap Of Faith” e “Out Of Mind Out Of Sight”. Riparte il ritmo, anche in maniera più sostenuta con “Fallin’ For You”, canzone dai numerosi deja vu, ma perfetta. “Pieces” è un pezzo cotonato, ciondolante nell’esibizione e gli anni ’90 ci travolgono in pieno volto (Bon Jovi docet). “Cold” prosegue il concetto” mentre “If I Could” chiude l’album in modo che l’ascoltatore non possa che rimanerene soddisfatto.
Se dovessi trovare un difetto a questo lavoro, potrei ricercarlo nell’assenza di importanti assolo che potrebbero spezzare l’ascolto e di conseguenza il troppo cantato, anche se so bene che è il genere stesso che lo richiede.
“Batter Day” è un disco che suona bene, altrettanto eseguito e con melodie centrate, chi ama questo stile musicale di certo troverà pane per i propri denti e sappiamo bene che l’appetito vien mangiando. MS

domenica 2 settembre 2018

Central Unit


CENTRAL UNIT – Whatever Day Suits You Best
M.P. & Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


Sono passati dieci anni dall’ultima realizzazione in studio dei bolognesi Central Unit, quell’ “I See You” che convinse  la critica di settore. Stiamo parlando di un genere abbastanza di nicchia, quel Rock composito di generi come l’elettronica, il Rock ed il Jazz, un connubio assolutamente interessante e sempre aperto a nuovi innesti, sintetizzando è Progressive Rock.
La formazione oggi è composta da Alberto Pietropoli ai sax e flauto, Enrico Giuliani al basso, Riccardo Lolli alle tastiere e programmazione e Andrea Ventura alla batteria e percussioni.
I Central Unit raccontano nel percorso sonoro con le note, ciò che accade ad un individuo nell’arco di una giornata, evidenziando la frenesia a cui siamo sollecitati, a partire dallo stress del lavoro. Poi ci sono anche momenti di relax, come quello di sognare ad occhi aperti, magari dondolando su di un altalena. E la musica si fa portavoce.
Sei le canzoni contenute in “Whatever Day Suits You Best”, tutte si aggirano su una durata media di sei minuti esclusa “Seesaw Daydream” con i suoi otto abbondanti e “Snowed Under” di cinque. Il disegno della copertina è sempre realizzato dall’ormai fido disegnatore Giorgio Carpinteri, come il Prog ci insegna, associare uno stile visivo preciso al nome del gruppo è quantomeno funzionale.
“On Board” si apre con un giro di tastiere efficace e gradevole sostenute dall’elettronica non invasiva. Il sax subentra alzando il tiro del sound. I più attenti di voi avranno notato in senso generale l’assenza della chitarra, perchè lo stile Central Unit non la richiede, gode di specifica personalità.
“Gear Path” ha un incedere arabeggiante e segue un filo conduttore dall’ampio respiro grazie anche ad  alcuni effetti eco e ad un tappeto di tastiere efficace. La sezione ritmica sostiene egregiamente il tutto.
“Snowed Under” ha un ottimo giro di basso mentre il flauto traverso si intromette rilasciando loop di note. Il refrain è piacevole così l’unisono dei suoni che lo accompagnano, ben equilibrati.
In “Get It Out Of Your System” il suono diviene più vintage malgrado gli interventi elettronici che lo completano, perché le tastiere hanno il timbro del Mellotron. Si gode anche di un ritornello che subito si stampa alla mente. Nei brani i Central Unit non si lanciano in assolo strumentali, bensì badano al sodo concentrandosi sull’efficacia del motivo.
“Seesaw Daydream” si apre con un altro loop compulsivo, per poi lasciarsi trasportare via da arie leggere trainate dal flauto di Pietropoli. Bello il giro di piano a sostegno. Il disco si conclude con “What Use (Bob Costa Remix)”, elettronica, radiofonica e con sprazzi sonori dal profumo anni ’80.
Questa dei Central Unit è musica d’atmosfera che disegna precise situazioni senza astruse complessità, sta soltanto a noi saperle visualizzarle. MS

giovedì 23 agosto 2018

Elisir D'Ambrosia


ELISIR D’AMBROSIA – Elisir D’Ambrosia
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: 2018 – cd


E’ sempre un piacere conoscere nuove band formate da giovani ragazzi, soprattutto se sono dedite ad un Rock particolarmente articolato e non scontato, come spesso accade nel mondo del Progressive Rock. In fin dei conti la musica è la protagonista, quella che fa da colonna sonora alla nostra vita. Ci può far pensare, divertire, amare, sognare, l’importante è che sia contagiosa e ciò generalmente accade quando chi la propone per primo si diverte.
E’ il caso dei veneti Elisir D’Ambrosia, formazione a quattro elementi della provincia di Venezia composta oggi da Marco Causin (chitarra), Simone Sossai (batteria), Alessio Uliana (tastiere) e  Mattia Mariuzzo (voce), mentre nel cd in analisi suonano Andrea Stevanato alla voce e Riccardo Brun al basso oltre che i già nominati Causin, Sossai e Uliana.
Si formano nel 2013 da un idea del chitarrista e compositore Marco Causin e Simone Sossai per suonare Progressive Rock dalle influenze anni ’70. Per questo ho esordito dicendo che è un piacere imbattersi in questi gruppi, perchè il sapere e ciò che i maestri del tempo passato hanno suonato è tramandato e mantenuto in ottime mani.
Non esulano puntate nel New Prog in certe fughe di tastiere, tuttavia il genere consegna cambi di tempo, assolo importanti ed ottimi arpeggi.
“Elisir D’Ambrosia” è un esordio autoprodotto formato da otto canzoni, con ospiti graditi del calibro di Riccardo Scivales dei Quanah Parker alle tastiere nel brano “Cardiologia”, Paolo Ongaro percussioni in “Cardiologia” e Enrico Callegari al basso.
Il disco si apre con un pezzo strumentale dal titolo “Ambrosia”, piccola vetrina per le qualità strumentali dei musicisti. Si denota subito una buona amalgama, una sezione ritmica presente e senza grandi sbavature, un Hammond aggressivo come è capitato in certi momenti nella discografia delle Orme, guarda caso band dei loro paraggi. Ma quello che sale in cattedra è il suono della chitarra di Causin, ottimo strumentista dalle mature qualità. Segue “Cenere” e qui si entra nella sfera canzone, dove le melodie giocano un ruolo importante, alternando Hard Prog e Rock melodico. Biglietto Per L’Inferno e Metamorfosi  vengono inevitabilmente alla mente. La prova vocale è più che sufficiente, tentando di dare spazio alla malleabilità della situazione, graffiante quando serve e delicata nei frangenti più pacati. Molto bello il momento centrale con un assolo di chitarra al fulmicotone. “Cardiologia” è davvero notevole, intrigante nell’arpeggio iniziale e delicata nell’incedere, fino a raggiungere l’assolo in stile New Prog di Scivales. La chitarra nuovamente gioca un ruolo importante.
Segue la breve e acustica “Dimensione Deserto” recitata in maniera sentita da Stevanato, un breve passaggio verso il brano più lungo dell’album dal titolo “Libero Di Volare Nel Vento” con i suoi quasi dieci minuti. Ancora una volta la formula canzone si mette a disposizione dei passaggi strumentali più impegnativi, in una sorta di schiaffo o bacio, quella situazione che il Prog fans si auspica ogni volta d’incontrare. Torna una folata di Hard Prog e tanti assolo seppur brevi. Qui la prova vocale potrebbe dare di più, non che sia male, ma per il gusto del sottoscritto forse manca quel pathos che ho invece riscontrato in altri momenti dell’album. La chitarra di Causin insegue scale notevoli ed il ritmo sale inevitabilmente fino a trovarmi a muovere involontariamente il piede in maniera incontrollata.
Basso e batteria aprono “Piano Piano”, movimento pacato che però non toglie e non aggiunge nulla di nuovo al sound della band, il classico brano che si ascolta con piacere ma che probabilmente non lascia un profondo graffio. “Luna” invece si avvicina alla melodia italiana, più diretta e piacevole, soprattutto nel crescendo strumentale finale, davvero pregevole.
Il disco si chiude ottimamente con “Tenebra”, canzone più ricercata e dal dna Prog.
Gli Elisir D’Ambrosia sono una piacevolissima sorpresa e quindi di conseguenza una ulteriore realtà italiana che va seguita e coltivata. Con alcune limature in qua ed in là, ci possiamo attendere grandi cose da questi ragazzi che comunque nella loro musica mettono tutta l’anima…E si sente!  MS

Per contatti: MARCOCAUSIN@LIBERO.IT

venerdì 20 luglio 2018

GTO


GTO – Super
Music Force
Genere: Rock / Cantautore
Supporto: cd – 2018


I GTO sono una band umbra, proveniente da San Leo Bastia in provincia di Perugia. L’amore per il Folk ed il Rock è il propellente per la realizzazione di una nutrita discografia e di brani di successo come “Pellerossa” e “La Cimbolera”, utilizzati dal regista Michael Steike nella colonna sonora del telefilm tedesco “La Sposa”. Con “Super “ giungono alla sesta realizzazione in studio, dopo  “The Best Of” (2000), “Gtoclub” (2002), “Gtospecial” (2007), “Mondiàl” (2010) e “Little Italy” (2013). Hanno venduto oltre diecimila dischi e sapete bene che di questi tempi in Italia è un risultato quantomeno eccellente. Il gruppo è formato da Stefano Bucci (voce), Romano Novelli (chitarra, mandola, armonica), Luigi Bastianoni (chitarra, fisarmonica, piano, organo, cori), Piero Passeri (basso) e Alessandro Bucci (batteria).
“Super” è il titolo ispirato, come raccontato nel back del cd, dal tipo di benzina con cui il furgone della band si nutre, perché una band Rock non può andare né a gasolio e né tantomeno a metano! Il Rock va a Super!
E qui la benzina in effetti è tanta, suddivisa in tredici fusti, per un viaggio sonoro lungo con il vento in faccia. Si parte la mattina per andare in riviera, perché i GTO sono anche “I Re Della Riviera”, Rock semplice e diretto, in dettagliata formula canzone dove tutti gli stilemi vengono rispettati. Non si vuole stupire, ma far cantare. Sale il ritmo con “1970 Hostel” perché si può anche ballare, anzi, si deve ballare su un Rock dal sapore antico e gustoso. Si attende  il solo di chitarra che giunge inesorabilmente, perché i GTO mostrano di conoscere la storia. Sinuosità in “La Rambla” e vorrei sottolineare anche l’importanza dei testi di tutte le canzoni, non soltanto di questa  quasi Folk, dove la voce di Stefano Bucci dimostra come semplicità ed intensità possono congiungersi senza alcun problema. Chitarra acustica ed una elettrica aprono “L’Amore E’ Una Scelta”, il cantautorato si affaccia nel mondo di artisti come Nomadi o Fabrizio De Andrè , ma anche di tutti quelli che si aggirano attorno alle radici italiche del cantautorato impegnato nella ballata Folk. Si riparte con “Di Notte Sabato alle 3” e nuovamente il ritmo tende a farci ballare e cantare con tanto di “Oh, Oh, Oh” , come in una mitica balera emiliana. Giunge Rock più intenso in “La Strada E Liberazione”, qui c’è benzina Super, ma anche tanta storia. Un giro per l’Italia e le sue bellezze. Scanzonata e alquanto ruffiana in un ritmo Ska giunge “Destination Anywhere”, mentre a seguire un arpeggio di chitarra acustica accompagna in una ballata profonda e toccante dal titolo “Dove Ho Sbagliato”. E ancora Rock con “Johnny’s Back Summer’s Back” con un filo di stile Punk quasi impercettibile. Una fisarmonica suona in “Passione”, racconto del significato della parola stessa e della vita. “Francis” è un punto di congiunzione fra Folk, Rock e cantautorato, i GTO come dicevo conoscono molti territori e spesso nei loro brani portano a frutto questo bagaglio culturale.
“Ma Maladie” è un Rock stradaiolo, allegro e diretto, probabilmente un potenziale hit del disco che si chiude con “Mi Parlerai Di Te”, ancora aperto da un arpeggio di chitarra alquanto gradevole e sensibile. E si va per strada, si parte nuovamente.
Buon viaggio ragazzi, la strada è lunga e farla con voi è un piacere. Se vedete un autostoppista magari fermatevi e fatelo salire, il viaggio è il senso della vita e farlo assieme è ancora più bello, anzi Super! MS


Enrico Bevilacqua


ENRICO BEVILACQUA – Brooklyn
Music Force
Genere: Jazz
Supporto: cd – 2016


Il bassista di Atessa (Chieti) Enrico Bevilacqua, è considerato da molti uno dei migliori groover italiani. Anche lui come capita a molti artisti, sin dalla giovane età si appassiona allo strumento, fino giungere a diciannove anni all’esordio con il chitarrista calabrese Franco Vinci. A ventidue anni collabora con il cantante Giò Di Tonno, girando teatri e piazze d’Italia.
Negli anni la lista delle sue collaborazioni è davvero sterminata e il tutto trova frutto nel 2017 grazie all’incontro con la Music Force, la quale da voce al suo primo album Jazz/Funk solista dal titolo “Brooklyn”.
Nel disco si avvale della collaborazione di grandi musicisti, a partire da Patches Stewart alla tromba, Keith Anderson al sax, Poogie Bell alla batteria, Stefano Sastro alle tastiere, Roberto Di Virgilio alla chitarra, Rosario Jermano alle percussioni, Natascia Bonacci alla voce, MS AJ alla voce, Omar Hakim ed Eric Harland ai loop.
Groove ce n’è sin dall’iniziale title track “Brooklyn”, carta d’identità per il basso di Bevilacqua, caldo e non “saccente”, garbato e preciso in tecnica e corposità. La musica è la protagonista, il tiro c’è, il Jazz è fra lo standard e la Fusion. Sax e tromba dialogano fra di loro in un confronto di pentagramma free mentre il basso sembra godere di questa situazione ed essere giudice di questo fantastico dialogo. Coralità aprono “Summer Sunrise” ed il sole entra nella nostra testa. Il ritmo coccola e fa ciondolare all’ascolto in maniera incontrollata. Tanta classe e delicatezza in questa musica.
Sale il ritmo in “Can’t Hide Love”, la voce maschile è supportata dalle coralità femminili in questo brano dove ancora una volta la tromba detta il sentiero, così il basso. Orecchiabile e intensa.
Segue “Caravan”, una cover importante di un classico dove  il suono del basso si fa più protagonista. Qui Natascia Bonacci mette a nudo il suo essere di vocalist Jazz, interpretando il brano in maniera matura e non invasiva. Tutta la musica di “Brooklyn” è comunque  gentile e generosa nelle melodie. “Beauty And The Beast” si lancia nella chitarra elettrica in stile Santana, fra piano e basso, per chi vi scrive uno dei momenti più belli dell’intero disco che si chiude con “Bad News”, altro esempio di Groove profondo ed autentico.
Serve molto poco per andare dritto all’obbiettivo, solo un artista intelligente sa come muoversi, la sostanza e l’esperienza contano e Enrico Bevilacqua indubbiamente lo sa. MS

martedì 10 luglio 2018

Il Tusco


IL TUSCO – Degeneratorium
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Rock
Supporto: Vinile rosso limited (300 copie) / MP3


Dietro Il Tusco si cimenta il cantante Diego Tuscano, e con la sua band Valdo/Anglo/Torinese ritorna all’attacco grazie all’Andromeda Relix sempre attenta ai fenomeni Rock e dintorni italiani. Dopo “ Il Tusco Canta E Mao Gliele Suona!” (2015) e “Il Tusco Feat. Luke Smith” (2016) è la volta del terzo album dal titolo “Degeneratorium”. Un disco che si sfrega all’ascoltatore come un gatto e quando questo si sente a proprio agio, viene sorpreso da fughe lisergiche e psichedeliche. Cinque canzoni per un vinile rosso in edizione limitata di 300 copie, ma tranquilli, esiste ovviamente anche la versione digitale.
Un sound amplificato dalla presenza di due bassi, un muro sonoro che comunque viene surclassato spesso e volentieri da assolo di chitarra importanti.
Il gruppo è composto da Diego Tuscano (voce), AleAlle (basso, voce, compositore, arrangiatore), Stefano Trieste (basso), Todaro (batteria, voce), Lerco (chitarra), Luke Smith (chitarra), Snooky Chivers (tastiere, armonica).
Il disco si apre con una suite di tredici minuti fra cantautorato e fughe strumentali di matrice Rock Psichedelico. Il ritornello è martellante, semplice e diretto, come piace a chi vuol cantare le canzoni con la band, specie in sede live. Il brano si intitola “Benvenuto Nella Macina” e la band non nasconde puntate nel Prog. Il pezzo centrale di chitarra spettina e fa alzare il pelo nelle braccia del rocker.
Un arpeggio di chitarra accoglie l’ascolto all’inizio di “Altro Da Me”, una semi ballata orecchiabile che si lascia trasportare nuovamente a metà del brano da un altro assolo di chitarra importante. Bella la voce di Diego Tuscano, pulita e sempre sul pezzo, senza mai strafare.
In “Idee Cattive” ritrovo lo stile dell’immenso Ivan Graziani, vero cantautore Rock italiano e questo non può che farmi piacere.
“La Distanza” ha il profumo degli anni ’70, a dimostrazione di una cultura musicale a tutto tondo della band, Orme e Prog italiano vintage fanno capolino di tanto in tanto, mentre il finale si affida all’Hard Rock!
Il disco si chiude con “Indecidibilità”, che nulla toglie e nulla aggiunge a quanto detto.
“Degeneratorium” è un lavoro che ha molto da dire, un muro sonoro che si alterna alla melodia di facile fruizione in una sorta di schiaffo e bacio. Di aggettivi se ne possono trovare tanti, ma in realtà è più semplice di come si pensa: E’ bello. MS

domenica 8 luglio 2018

Seasons Of Time


SEASONS OF TIME – Welcome To The Unknown
RecordJet – Soul Food
Genere: New Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


Sono passati ventuno anni da quel debutto discografico intitolato “Behind The Mirror” e già quattro dall’ottimo “Closed Doors To Open Plains”, di certo non possiamo dire che i tedeschi Seasons Of Time sono una band prolifica. Questo solitamente gioca a favore della qualità della musica proposta, non che sia una regola intendiamoci, ma dedicare più tempo ed attenzione alle proprie composizioni, porta molto spesso a risultati più soddisfacenti.
Il genere proposto è in generale il New Prog, quello che pone le proprie radici negli anni ’80, nel grande mondo dei vari Marillion, IQ, Pendragon, Pallas etc. etc. Dove i Genesis ed i Pink Floyd vengono presi come punto di riferimento per la rinascita del genere assopitosi alla fine degli anni ’70 sotto i colpi del Punk, della Discomusic e della New Wave.
Ritornano con un album ben registrato di sei canzoni ed un artwork ricco di foto in bianco e nero ad opera di Kai Perkuhn & Dirk Berger con tanto di testi. Sono formati da Dirk Berger (basso, tastiere e voce), Florian Wenzel (chitarra) e Julian Hielscher (batteria).
Nel sound si nota uno sforzo creativo a volgere in un New Prog più moderno, con una componente New Wave sempre stile anni ’80, questo lo si evince già all’ascolto di “Toward The Horizon”. Tuttavia nel finale del brano tornano le tastiere tanto care alle band  sopra citate e il classico assolo di chitarra che fa la gioia del Prog fans. IQ sounds.
“Plans To Make Plans” è un brano vigoroso che a sua volta va ad attingere negli anni ’80 in senso generale e con un ritornello facile da ricordare.
“Dreams Of A Madman” ha un dna più progressivo, grazie all’uso delle chitarre, e non mancano neppure giochi d’elettronica alla voce. Nell’album alberga anche la classica suite qui dal titolo “Joana”, quindici minuti di alti e bassi umorali, fra intimismo ed energia pura. Un buon esempio di maturità artistica della band. Anche chitarre distorte e tanti buoni assolo.
“Driven To Drive” ripresenta  componentistica elettronica ed un sound più ricercato, così la conclusiva “The Last Ship”.
Se andiamo a cercare i difetti li possiamo riscontrare probabilmente in un cantato troppo cadenzato, magari sarebbe stato meglio averlo maggiormente variegato.
Sembra che i Seasons Of Time cerchino di scrollarsi di dosso l’etichetta di semplice Prog band, andando ad interpretare altre sonorità, anche se la componente New Prog in loro resta davvero alta. MS

sabato 30 giugno 2018

Apogee


APOGEE – Conspiracy Of Fools
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: New Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


Torna il polistrumentista Arne Schäfer (Versus X) a distanza di tre anni dall’ottimo “The Art Of Mind” e lo fa con “Conspiracy Of Fools”, nono album da studio. Voce, chitarre, basso e tastiere sono di sua competenza, mentre per la batteria si avvale del supporto di Eberhard Graef. Oramai l’artista si è fatto un seguito consolidato, sia con il nome Apogee che con la sua band Versus X, e la musica proposta è sempre radicata al Progressive Rock classico, fra sinfonie, arrangiamenti dinamici, suite e punti di riferimento come Jethro Tull, Yes, Genesis, Gentle Giant, Frank Zappa e Rush.
Nomi che da soli già mettono una pulce nell’orecchio del Prog fans, ma la musica proposta dal musicista tedesco, gode di personalità? Se avete la discografia di Apogee, o anche qualche disco sapete già cosa attendervi. Ma andiamo ad analizzare questo nuovo lavoro in studio composto da sei canzoni, tutte di lunga durata (sui dodici minuti di media) esclusa la più breve “Losing Gentle Control” di cinque minuti. La consueta confezione cartonata della Progressive Promotion Records è raffinata e nuovamente esaustiva nell’artwork, questa volta ad opera di Bernd Webler.
Il disco si apre con la title track “Conspiracy Of Fools”, lo scenario è apocalittico e fantascientifico, un mondo distrutto da piogge acide e dall’uomo. Le tastiere aprono il brano con un tema alquanto malinconico, il concetto viene cantato su un tema New Prog che molto si avvicina sia allo stile Pendragon che Arena, dove punto il di fusione è proprio il tastierista Clive Nolan. Anche il cantato richiama quello di Nick Barrett. Sulla tre quarti del brano giunge il solo di chitarra elettrica che ogni Prog fans si auspica di poter ascoltare in ogni occasione.
Un pianoforte stenta note all’inizio della successiva suite “Incomprehensible Intention” in un atmosfera che ha del nordico, un incedere in crescendo con tanto di cambiamenti di ritmo pur rimanendo in un contesto compositivo abbastanza semplice. La formula Progressive Rock è rispettata e sfruttata al meglio. La linea sonora del pianoforte dunque continua a dettare la strada da percorrere tornando di tanto in tanto, mentre gli strumenti in generale si presentano singolarmente in brevi assolo.
Più ritmata “Override Our Instincts”, o per meglio dire un poco più solare e ricercata nelle melodie vocali. Scaturisce anche un barlume di anni ’70, un buon refrain strumentale ed un accompagnamento di chitarra semplice ed efficace. Canzone che gioca anche con voci sovra incise in alcuni brevi frangenti. Molto gradevole l’acustica “Losing Gentle Control”, una ballata semplice e diretta, una piccola parentesi del disco che si riattiva immediatamente con “Colors And Shades”.  Tutte le carte in gioco, così l’esperienza del polistrumentista.
Il disco si chiude con le atmosfere sfumate e magiche delle tastiere con l’ennesima suite qui dal titolo “The Whispering From Outside” e ancora una volta in New Prog è rappresentato al meglio.
Avete dunque memorizzato il concetto, qui si tratta di avere tutti gli ingredienti per fare ciò che il genere richiede e Arne Schäfer riesce a farlo molto bene. Chi non segue  Pendragon, Arena, Nolan e compagnia bella probabilmente troveranno il disco monotematico, anche se alcuni punti di fuga dallo stilema di tanto in tanto compaiono. Ben prodotto e ben registrato, ora la decisione passa a voi. MS


domenica 24 giugno 2018

HeavenBlast


HEAVENBLAST – STAMINA
Music Force
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2018


L’Italia Metal Progressive è più grande di quello che si possa immaginare. Numerosissime (a migliaia) le formazioni che si dilettano a suonare gesta di gruppi come Iron Maiden, Helloween, Gamma Ray, Angra, Dream Theater, Pain of Salvation, Ayreon, Scorpions, White Skull, Devin Townsend, Labyrinth, Rhapsody of Fire ed una di queste proviene da Chieti con il nome Heavenblast. Si formano nel 1995 fra i banchi di scuola, come molte volte accade, ma bisogna attendere il 1998 per vedere una formazione quantomeno stabile e nel 2000 danno luce a due demo tape di genere Power Metal. Pubblicano per Underground Symphony due album, Heavenblast” (2003) e “Flashback” (2007), in questo secondo c’è un atteggiamento progressivo più marcato. Nel 2008 subiscono uno stop per un momentaneo scioglimento dovuto ai vari impegni dei singoli componenti, ma nel 2011 il progetto ritorna attivo.
Il gruppo è formato da Chiara Falasca (voce), Donatello Menna (chitarra), Matteo Pellegrini (tastiere) e Alex Salvatore (batteria).
Il ritorno discografico odierno si intitola “STAMINA” ed è un concept album composto da nove canzoni in cui l’argomento è la ribellione e la libertà. Nel percorso gli Heavenblast si coadiuvano di special guest tra cui Diego Regina e Michele Melchiorre oltre che a sei voci.
Il disco si presenta bene anche visivamente, grazie alla copertina, alle foto e all’artwork in senso generale da parte di Alberto Di Muzio e Federica Di Tizio.
Dopo il breve ed immancabile intro strumentale qui dal titolo “Mind Introuders” si parte subito a scheggia su una ritmica quantomeno veloce con “Purity” e le carte sono già scoperte. Si evince l’importanza dei tappeti sonori dettati dalle tastiere di Pellegrini, una ritmica rodata e presente, la chitarra non invasiva nei momenti giusti sa fare il proprio dovere, la voce di Chiara Falasca svolge il suo senza andarsi a perdere in meandri non consoni sia in altezze che in tonalità basse. I ragazzi hanno capito l’importanza della melodia, sfoggiano si grande tecnica individuale palesando cambi di tempo e di umore, ma sempre tenendo in considerazione la canzone, perché quello che in definitiva deve restare alla fine dell’ascolto è almeno un qualcosa di canticchiabile. Molti di voi già avranno pensato ai Dream Theater, ebbene si, ci sono richiami ai maestri del genere Metal Prog, ma qui aleggia qualcosa di differente, ossia l’innesto del Power Metal e del Gothic (in maniera minima). “Altro esempio è “Alice In PsychoWonderland”. Momento toccante in “We Are State” ed il gioco fra voce maschile e femminile è ben rodato e perfettamente funzionale alla causa. “The Rovers” è più graffiante nella parte centrale del brano anche se il giro di tastiere di accompagnamento fanno l’occhiolino al New Progressive degli anni ’80. Da questo momento in poi gli Heavenblast alzano l’asticella sotto tutti gli aspetti, sia compositivi che esecutivi, resto colpito dalla fragilità dell’inizio di “Don’t Clean Up This Blood” che sfocia in un anthem importante ed in un crescendo di potenza che vira  in altri lidi sonori in maniera repentina. Prog Metal a tutti gli effetti. Lavoro davvero importante.
“Sinite Parvuols Venire Da Me” è cantata in latino ed ha un fascino davvero assoluto, ho ascoltato nel Prog i bravi fiorentini Deus Ex Machina, ma nel Metal Prog…Mi mancava. Da sottolineare anche l’intervento vocale in growl. Avrete capito che all’ascolto di “STAMINA” non ci si annoia, ed avete capito bene, la title track prosegue il cammino creativo come uno schiacciasassi. L’opera concept si chiude con “Canticle Of The Hermit”, degno sigillo e sunto dello stile Heavenblast.
Un disco sorprendente, consigliato anche a coloro che storcono il naso quando sentono parlare di Metal Progressive, perché qui c’è tanta carne al fuoco ma messa in maniera precisa, nessuna confusione, nessuna formuletta che funziona da ripetere all’infinito, solo tanta buona musica e ricerca emotiva. Non ci crederete ma ora vado a premere di nuovo il tasto “play”. MS



Blue Cash


BLUE CASH – When She Will Come
Toks Records / Music Force
Genere: Folk Rock
Supporto: cd – 2017


Nel leggere il nome di questo quartetto acustico di Udine la domanda sorge spontanea, ma Blue Cash è un richiamo al grande Johnny Cash? La risposta all’ascolto della musica è si, ma non soltanto il mitico Country Folk fuoriesce dalle note delle canzoni, il materiale proposto è variegato come variegato è il bagaglio culturale dei singoli componenti.
E allora andiamo a conoscerli brevemente iniziando da Andrea Faidutti (chitarra e voce), giovane chitarrista autodidatta che inizia a suonare lo strumento dall’età di tredici anni. Suona con Galliano E I Pessimi, successivamente con la Induo Band dedita alla scena Blues nel bolognese. A seguire Vertical Invaders del batterista U.T. Gandhi,  i Diavoli Rossi di Claudio Cojaniz, e dal 2012 intraprende lo studio del sitar con il maestro Saleem Kahn, a Lahore, Pakistan.
Alan Malusà Magno (chitarra e voce), anche lui è un musicista autodidatta proveniente dalla scena teatrale. E’ un attore diplomatosi alla Civica Accademia D'Arte Drammatica Nico Pepe di Udine nel 1998-2001, a seguire altre compagnie. La sua passione per il Jazz lo porta ad approfondire lo studio al conservatorio Giuseppe Tartini di Trieste diplomandosi con il maestro Giovanni Maier nel 2011.
Marzio Tomada (contrabbasso e voce) studia il basso sotto la guida di Paolo Viezzi. Attualmente studia jazz (basso e contrabbasso) presso il conservatorio di Udine sotto la guida di docenti di carattere internazionale. Nel tempo anche lui suona con differenti gruppi che spaziano dal Pop al Rock, al Blues e al Jazz.
Andrea Fontana (batteria) è anche lui un musicista autodidatta, vista anche la tenera età (tre anni) con cui inizia a battere sulle pelli. La sua abilità con le percussioni, invece, è frutto di sei anni di studi al Conservatorio di Trieste. Collaboratore stretto di Tiziano Ferro, ha altri musicisti italiani nel bagaglio musicale e poi Jazz, Hip Hop e Funky.
“When She Will Come” è il loro album di debutto ed è formato da dodici brani che spaziano dal Jazz al Blues, e poi Rock, Folk e Pop.
E tutto è chiaro sin dalle prime note dell’armonica a bocca, provate voi a restare fermi al suo ritmo frenetico e a non sentirvi in Arkansas o in Tennessee con “The End”. Sempre ritmo sostenuto anche nella successiva “Junkie Man”, canzone che scopre il limite umano, il nostro carattere e ci fa fare una riflessione, capita a volte che siamo noi stessi il nostro nemico. Più cadenzata “Do It For Nothing”, ma pur sempre allegra e solare. Il tempo sembra subire un balzo all’indietro con “Stay With Me” negli anni ’60, ma solo nell’ apparenza perchè la musica dei Blue Cash è acustica, ma si avvale spesso di effetti, distorsioni ed echi vari, rendendo il tutto più moderno ed intrigante. Si estrapolano richiami anche a Beatles e a gruppi più “nervosi” quali Nirvana o Blur. Strani connubi dunque, fra i quali ci aggiungerei Dylan, Bowie e Neil Young, a dimostrazione del bagaglio culturale del quartetto.
Più ragionata e sensibile “King Of Nothing” con un cantato in stile Caravan di “In The Land Of Grey And Pink.”. Un caldo contrabbasso apre “Message To A Friend” per far risalire il ritmo in un primordiale Rock’N’Roll a cavallo con il Rockabilly, assolo di chitarra annesso (chi ha detto Stray Cats?). Giochi di voci in “The Gift”, altro esempio d’ insieme dei concetti al momento esposti.
Si va ancora più veloci in “Jenny Doin’The Rock”, il titolo dice tutto. Impossibile resistere all’ascolto, come minimo vi ritroverete a muovere le gambe inconsapevolmente. E qui esce fuori un notevole Bob Dylan. “When She Will Come” è il brano che più ho apprezzato, per un insieme di fattori, il suo incedere con cambi di ritmo, un tuffo nella psichedelia lisergica e un profumo anni ’70 che quasi stordisce.
Il disco si chiude con un ritmo alla Led Zeppelin e un Rock che la dice lunga sulla qualità di questi musicisti, il brano strumentale si intitola “Maledetti Cash”.
Questo “When She Will Come” è il secondo album per il gruppo, dopo l’esordio dal titolo “Blue Cash” e all’ascolto si denota un piccolo passo avanti verso il Rock.
E’ un disco che consiglio caldamente, almeno per conoscere una musica che anche oggi dimostra che con dovuti innesti al posto giusto si può suonare tranquillamente senza sapere di stantio,   portando al raggiungimento di risultati emotivi notevoli. MS

Giuseppe Calini


GIUSEPPE CALINI – Verso L’Alabama
Music Force
Genere: Rock / Cantautore
Supporto:cd – 2017


Ne è passata d’acqua sotto i ponti da quel disco d’esordio intitolato “Spirito Libero” (JEEPSTER Music) del 1988, ma il legnanese Giuseppe Calini dopo ben diciassette album in studio, ancora oggi resta radicato a quello che è il sound del suo DNA: Il Rock. Impassibile e ligio alla sua frequenza, perché Calini sa che il Rock oltre che musica è uno stile di vita. Non bisogna fare sforzi per esserlo, o si è o non lo si è. A braccetto con il genere si sposa l’ironia dell’artista, il quale di tanto in tanto viene palesata anche nelle proprie canzoni.
Quindi Calini spirito libero lo è tuttora, con la sua Telecaster sempre a tracolla e la voglia di sfornare nuovi riff polverosi come la strada che porta ad Alabama.  E così il viaggio sonoro proposto in questo suo ultimo sforzo porta proprio il titolo di “Verso L’Alabama”.
“Verso L’Alabama” è anche il frutto di collaborazioni con musicisti di alta qualità come Simone Sello (Vasco Rossi), Matt Laug (Slash, Guns N’ Roses), Leonardo De Bernardini, Johnny Tad e al mix Mike Tacci (Metallica, Cheap Trick, Vasco Rossi).
Ben sedici i brani che compongono l’album e quasi tutti della durata media di quattro minuti. Tanti i messaggi che scaturiscono dalle note, “Il Rock Degli Anni ‘70” segna un Calini che non si schioda dal Rock degli anni ’70, uno stile ed un modello che non tradisce mai. I riff sono di stampo classico e funzionali, i brevi assolo di chitarra hanno racchiuso dentro il sunto del genere, e a chi lo ama sicuramente all’ascolto si alzerà il pelo.
“Take It Easy” oltre che un brano ampiamente ruffiano e simpatico è anche quello da cui scaturisce un video promozionale che potrete visualizzare anche su internet. Noterete l’ironia a cui facevo riferimento in precedenza. Richiami a Vasco Rossi sono palesati in quasi tutti i brani. Non mancano le ballate Rock , “Una Lunga Strada Da Casa”, “Peter Pan” e “Quando Gira Male” dedicata ad un suo Bulldog. Bello il giro di note scaturite dal pianoforte che accompagna la voce di Calini. Molta allegria su “Il Sogno Non C’è”, il ritmo è contagioso e trascinante. Ci sono momenti anche più ricercati come in “Tu Sei Qui”, semiballata dall’assolo ficcante e “Io Sarò Con Te”. Ma la strada polverosa a cui facevo riferimento in precedenza è quella di “Verso L’Alabama”, canzone di Rock sudista, diretta e grezza.
Si parla d’amore in “Marco E Marina” e mentre la chitarra traccia il suo ennesimo assolo, si evince la passione totale dell’artista per il Rock.
Più greve “Ho Finito Le Cartucce”, ruspante e ruvida dove la chitarra è il fucile da caricare.
Sono tutte canzoni dal forte impatto live, facili da cantare con l’artista e da saltare sotto al palco, immaginate di farlo con “Un Altro Giorno perfetto”, Io Sono Il Tuo Capitano”, “Rock’N’Roll” o “Sangue Nervoso”, tanto Vasco style, questa volta anche nei testi.
“Verso L’Alabama” è un disco maturo e incentrato sulla facile fruibilità dell’insieme, ben confezionato e quindi di facile assimilazione, questo è quello che si esige dal Rock, e quando gli ingredienti ci sono tutti al posto giusto, allora lasciatevi travolgere dall’adrenalina e dalla voglia di vivere, Giuseppe Calini lo sa. MS


Parco Lambro


PARCO LAMBRO – Parco Lambro
Toks Records / Music Force
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2016


Sentendo nominare il nome Parco Lambro, gli appassionati di Progressive Rock già avranno alzato le antenne interrogandosi se trattasi del mega festival concerto che si teneva annualmente in quel di Milano negli anni ’70, oppure di altro. In questo caso trattasi di altro, ossia di una band musicale di Bologna formatasi agli inizi del 2014, ma il nome è servito all’uopo.
Infatti il gruppo composto da Clarissa Durizzotto (sax contralto, clarinetto, voce), Mirko Cisilino (tastiere, tromba, trombone), Giuseppe Calcagno (chitarra, basso), Andrea “Cisa” Faidutti (chitarra, basso) e Alessandro Mansutti (batteria) è dedito ad un sound rivolto con lo sguardo al passato Prog dalle tinte Canterburyane ma anche ispirato dalle sonorità FreeJjazz, psichedeliche e Noise.
Il disco si apre  con il sax di Clarissa Durizzotto sopra una ritmica frenetica nel brano “#5” e non è difficile accostare il tutto ai Van Der Graaf Generator. Potenza e cambi di tempo, un fraseggio di chitarra fa tornare la mente agli anni ’70, fra Psichedelia ed improvvisazione, questo brano strumentale del suo mostra il forte carattere della band.
Il suono diventa mansueto in “Nord”, pezzo suddiviso in due parti, ma questo soltanto all’inizio perché il crescendo è dietro l’angolo. E sono ancora i fiati a rendere il tutto molto nervoso e d’impatto. Il fraseggio centrale del brano si appoggia nuovamente alla Psichedelia, un trip di tastiere su di una ritmica spezzata fanno del brano un volo da effettuare ad occhi chiusi. L’assolo di chitarra elettrica è incastonato in una fase ulteriormente crescente, un muro sonoro che farà la gioia degli estimatori del genere.
“Not For You” è una mini suite di dodici minuti dove all’inizio si può ascoltare un pacato giro di Jazz che inevitabilmente va alzandosi di volume ed intensità, come stile Parco Lambro ci insegna.  Ovviamente al proprio interno le fasi si susseguono mutando  di forma e contenuto, una musica instabile ma che nel suo incedere ha un proprio ordine. Lontana la formula canzone, nessun pezzo da fischiettare o da cantare (anche se qui la voce si fa presente), solo fiumi di assolo che si sovrappongono in un intercalare sempre più elevato.
Segue un'altra suite di un quarto d’ora dal titolo “Notturno” ed immaginate di miscelare i Pink Floyd degli anni ’70 ai Van Der Graaf Generator. Il disco si chiude con “Ibis”, pezzo suddiviso in due trance, “Parte I” e “Parte II”, e nulla cambia da quanto detto.
La musica dei Parco Lambro è questa, strumentale, legata all’ improvvisazione come hanno saputo fare in passato gli Area o i Soft Machine. Di sicuro un percorso mirato ad un pubblico di nicchia e preparato a certe forti emozioni. MS


domenica 17 giugno 2018

P.C.Translate


P.C. TRANSLATE – IV
ZA Project – Tra Bla Records
Genere: Psychedelic Rock, Doom Metal
Supporto: lp/cd – 2018


Paolo Catena è un artista puro nel movimento musicale italiano e non soltanto. Artista perché contro tendenza da sempre, ligio solo alle sue regole, in barba ad ogni tipo di logica di mercato e aperto ad ogni tipo di soluzione, mai decisamente di moda. La sua indole lo staglia nel mondo musicale anni ’80, quando il genere ed il vinile cavalcano i fasti del trionfo. Nel tempo si cuce addosso numerosi appellativi, Mr.Cat , Paul Cat, P.C,The Cat, a dimostrazione della ricerca continua di una musica che lo rappresenta soltanto al momento. Questo suo essere “artista” lo porta verso un pubblico di nicchia, un pubblico attento ed esigente, quello che dalla musica vuole sempre un qualcosa in più. Ma non è solo un musicista, Paolo dipinge dal 1979, famosi i suoi “Quadrimusicali”. Una ventina i dischi pubblicati sino ad ora, prevalentemente di elettronica ambient sperimentale e strettamente legati alla vibrazione della pittura astratta.
Il progetto Translate sorge nel 2003, subito dopo la “morte artistica” del suo vecchio personaggio, conosciuto ai più con uno pseudonimo che non è nient’altro che la traduzione letterale del suo nome in inglese (usato dal 1977 al 2003). Con l’ingresso di Lola Sprint nella vita dell’artista nel 2005 vengono aggiunte a Translate le lettere P.C. e con questo nuovo appellativo si produce il primo mini-cd “Lo-fi Lovers”. Il progetto resta nel cuore di Lola Sprint la quale auspica una continuazione discografica di questa realtà. Nel 2013 quindi esce un cd-r (per TRA BLA RECORDS) autoprodotto in sole 100 copie numerate, il materiale risulta buono, anche se la produzione sembra più accostarlo ad un demo tape. Il disco tuttavia prende vita e nuova veste in questo 2018, grazie all’incontro di Paolo Catena con Angelo Zermian, vecchio amico e musicista avvenuto casualmente alla Fiera del Disco in quel di Pesaro nel 2017. L’amore per le produzioni vintage ed il vinile accomunano i due portando alla nascita dell’etichetta discografica esclusiva dal nome ZA PROJECT.
Fra i master registrati in studio, la scelta ricade su “Inedits” del 2013, e vengono stampati in edizione limitata e numerata a mano solo 500 copie di cui le prime 100 in vinile trasparente e con all'interno una cartolina raffigurante il quadro in copertina autografata da Paolo Catena. La stampa in cd contiene invece  un’opera pittorica inedita creata appositamente dal musicista al fine di realizzare una nuova copertina.
La versione in vinile ha un impatto visivo nettamente anni ‘80 con in copertina il quadro intitolato “Four” e all’interno le foto di Catena con i suoi strumenti e di Lola Sprint nello stesso studio.
Undici le tracce sonore contenute, brani che riportano inesorabilmente l’ascoltatore indietro nel tempo.
La musica di P.C.Translate prende la mente, si innesta con psichedelia e Doom Metal, un connubio importante per la gestione delle emozioni, un viaggio che molto spesso rasenta l’onirico, anche se l’incubo è sempre dietro l’angolo. Eppure tutto fuoriesce in maniera naturale, quasi da sembrare molto semplicistico, ma così in realtà non è. La musica nasce spontanea dalle mani di Catena e dalle corde della sua chitarra, sembra una improvvisazione che segue un binario logico, quello dell’esperienza e del carattere. La chitarra a volte sferzante e a tratti ficcante racconta storie nervose ed instabili.
Umore nero nel lato A del vinile, ma anche puntate nel mondo progressivo come ad esempio in “Heavy Clouds”, un ipnotico rapimento encefalico dettato da un incedere senza risoluzione d’uscita. Chitarra elettrica più distorta in “Reason Of Changes”, ambiente più consono al Catena artista, un bagno nella pece. In questo mondo fatto di riff e di assolo sofferti, molto spesso ci si ritrova a ciondolare con il capo ad occhi chiusi. Ma non sempre è la chitarra elettrica la protagonista solista, ci sono casi come “Deep Sea (Of My Life)” in cui l’acustica trasporta l’ascoltatore fra echi di voce e accordi semplici in un mondo prettamente Pinkfloydiano. Spazio anche per il Rock in “Test Song”.
Il lato B del vinile si apre con “Heart In Flame”, connubio di suoni che potrebbero scaturire anche da un disco di musica Psichedelica di fine anni ’60, oltre che dal Krautrock.
Ma è “Poetry” il momento più importante del disco, ammaliante e sinuoso nell’intro quanto greve e sporco nell’incedere. Sonoramente parlando un vero e proprio macigno, qui fuoriesce il vero Paolo Catena, quello senza compromessi.
Frangente più gioviale con la ritmata “Vicend Sirios” ed ecco venire allo scoperto anche le tastiere. C’è ancora spazio per l’oscurità di “Surniacat” e per la ricerca di “The End Of Love (In The World)”, vero e proprio grido lancinante all’umanità intera. Brividi.
Questo incontro fra Catena e Zermian fa ben sperare in un nuovo mondo sonoro, dettato dall’amore per il vinile e per certi suoni che sembrano oramai incastonati in un tempo passato, ma che in realtà possono essere sempre attuali. Disco da non perdere per gli estimatori del genere e un gran benvenuto alla ZA Project, ci voleva proprio. Di questo lavoro ovviamente esiste anche la versione in cd. MS


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