I Miei Libri

I Miei Libri

giovedì 11 luglio 2013

Lola Sprint & The Cat

LOLA SPRINT & THE CAT - Mon Voyage
Tra Bla Records

Distribuzione italiana: si
Genere: Elettronica / Psichedelia
Support: mCD - 2010




Gli artisti che ancora si propongono con una distribuzione autonoma e che non hanno nulla a che spartire con l’attuale music business, si contano davvero sulla punta delle dita. E’ una scelta che può portare oggi più ad una soddisfazione morale che economica. Sotto lo pseudonimo di Lola Sprint & The Cat si celano una coppia di fatto, totalmente dedita all’arte, persino a quella pittorica. Paolo Catena è un noto musicista Pesarese sennonché pittore sin dagli anni ’70 e non stiamo certo qui a raccontare una lunga storia che si interseca con la musica da allora sino ad oggi. Lola Sprint è scoperta e lanciata da Catena, qui in veste anche di chitarrista e bassista in diversi brani del disco, oltre che autore della cover. La musica proposta è davvero poliedrica, rispecchia la visione di questi artisti, spaziando dall’elettronica alla New Wave sfiorando i territori sperimentali a cavallo della Psichedelìa Progressiva.
Il bagaglio culturale che hanno alle spalle è notevole, non solo si rispecchia nelle composizioni, ma aleggia in tutto ciò che fanno. Lola esordisce con questo “Monvoyage”, mini cd composto da otto frammenti che alternano poesia a pezzi strumentali. Il linguaggio adoperato è fonetico e richiama palesemente la lingua francese, oltre che in qualche modo la rappresenta. Un viaggio sonoro-poetico che va a narrare storie su animali, ambiente ed esistenzialismo. La chitarra di Paolo riesce a comporre tappeti perfetti per una narrazione glaciale e diretta. In “Nightbutterfly” c’è elettronica, ma anche molta psichedelìa, quella cara al primo Steven Wilson (Porcupine Tree) dell’era “Yellow Hedgerow Dreamscape”. Emozioni trapelano dalle grevi tastiere della breve “Flight Of Fantasy”, tutte piccole gocce che insistentemente battono nello stesso punto della mente. “Monvoyage” è a tutti gli effetti un viaggio, lieve e in penombra, un vagare senza meta dentro di se. Quello che però risulta straordinario è che comunque si ha la percezione di dove si vuole arrivare. Ascoltate “Dark Moon (The End Of All)” ed avrete una visione di quanto narrato. Lola non canta, è quasi robotica nella narrazione, per certi versi inquietante nel contesto sonoro, tutto questo dona un fascino particolare al risultato finale. Venti minuti che sembrano cinque ed il viaggio è gia terminato. Non è possibile ignorare nel 2010 degli artisti che fanno della musica, della poesia e dell’immagine un credo, proprio per dare un calcio alla becera monotonia del music business.
Non è musica da cantare, è per lasciarsi andare, per cui chi non ha paura del vagare è pregato di contattare Lola Sprint & The Cat ai seguenti indirizzi:
www.myspace.com/lolasprint - lolasprint@rocketmail.com.

Se volete visualizzare invece l’arte grafica di Paolo Catena il suo sito internet è:
www.paolocatena.com MS

martedì 9 luglio 2013

Old Rock City Orchestra

OLD ROCK CITY ORCHESTRA - Once Upon A Time
M.P. Records

Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: Psichedelic Rock / Blues
Support: CD - 2012



E' con piacere che vi presento una band giovane, finalmente con una bella voce al microfono, quella di Cinzia Catalucci, si chiama Old Rock City Orchestra e si formano nel 2009 ad Orvieto. Sono un quartetto che si completa con Raffaele Spanetta (Chitarra e tastiere), Giacomo Cocchiara (basso) e Mike Capriolo (batteria).
In Italia fa sempre un certo effetto ascoltare del Rock Psichedelico misto a Blues e Prog, un filone spesso troppo trascurato a causa delle poche vendite in ambito (perchè bannato dai media), questo è un peccato perché è degno di nota, specie se è ben eseguito e composto con le idee giuste come in questo caso. Si respira aria anni '70 sin dal primo movimento dal titolo "Stand Up". Elettrico e trascinante, il suono poggia molto sulla base delle chitarre, come in "Black Hand In The Sky".
La Psichedelìa fuoriesce in tutto lo splendore in "Another Flower" dove stranamente il basso mi ricorda Steve Harris degli Iron Maiden. C'è anche del Rock semplice e diretto, come in "Ufo", pochi fronzoli e molta sostanza. La bella voce di Cinzia si esalta nella lenta ballata Blues "This Is The Last Day", impossibile non pensare a Plant durante il capolavoro "Since I've Been Loving You" (con le dovute distanze, intendiamoci). Non nascondo un certo piacere nell'ascolto di questo brano in quanto sono convinto che la buona musica e certi insegnamenti non moriranno mai nel tempo, alla faccia di chi ha dato tutto per finito da anni.
Gli Old Rock City Orchestra saranno pure nuove leve, ma conoscono la strada maestra ed arricchiscono un genere che qui in Italia trova difficoltà a fiorire, per cui i complimenti sono doppi. Voglia di divertirsi in "Once Upon A Time Rock'n Roll", crudo, schietto e gioviale, proprio un brano al quale è difficile negare il movimento ritmico del nostro corpo. Il Rock è questo, per cui obbligatorio lasciarsi andare!
"I Want To Keep On Dancing" gioca sulle coralità di Cinzia e si svolge su un binario cadenzato e lento dove nuovamente la nebbia degli anni '70 riempie i nostri polmoni e le nostre orecchie, facendoci sognare ad occhi aperti. Cose semplici, mai articolate e neppure virtuosismi inutili fanno si che il disco scorra via liscio come l'olio, fra simpatici deja vu ed inaspettate sorprese. Ad esempio l'acustica e Folk "Tonight Whit You" cantata da Raffaele Sparetta, potrebbe essere uscita tranquillamente da un album degli anni '60 dei Jethro Tull, anche grazie al flauto di Chiara Dragoni.
Piacevolmente anacronistico e pieno di patos chiude il disco "Swan Of The Lake", sunto di tutto lo stile della band più orchestrale ed intimistica.
Non esitate dunque a procurarvi questo "Once Upon A Time" perchè è l'anima che ve lo richiede e se poi ci si aggiunge un buon artwork interno, allora il cerchio è chiuso. Buon ascolto MS

domenica 7 luglio 2013

Recensioni Brevi 10

RECENSIONI BREVI 10

ANIMA MUNDI - The Lamplighter
Progressive Rock - 2013



 Per il sottoscritto i cubani Anima Mundi non sono più una sorpresa, bensì una promessa che andava mantenuta. E cosa fanno con "The Lamplighter" ? Gli amanti del genere sanno bene che l'hanno mantenuta. Un album che sembra essere europeo, le sonorità sono quelle classiche del Prog se vogliamo più recente dei The Flower Kings su tutti. Anche l'artwork della copertina è da spia, quando Ed Unitsky disegna.... la musica è quella. Un poco come si faceva negli anni passati con band come Yes, Genesis etc, ognuno aveva il suo disegnatore per far capire all'acquirente di che musica si trattasse. Un disco fresco, scattante, con tutti gli ingredienti al posto giusto, però di solito quando è così manca il brano trainante....è vero, pecca di questo stile che troppo spesso si autocelebra. Anima Mundi non esulano. VOTO: 7.5

MUSEO ROSENBACH - Barbarica
Progressive Rock Italiano - 2013




 Solitamente quando vedo queste vecchie reunions arriccio il naso, non tanto per partito preso, quello della causa nostalgica, oppure il cavalcare l'onda di un temporaneo (anche se misero) re-interesse attorno al genere, piuttosto vedo realizzazioni anacronistiche che nulla portano di nuovo al genere. Eppure parliamo di Progressive!  Tuttavia i Museo Rosenbach mi hanno colpito. La storica band di "Zarathustra" è vero che non si distacca molto da quel capolavoro ancora oggi apprezzato, però in freschezza ed immediatezza ci hanno preso. Musica di classe, sempre dal profumo anni '70, ma questo oggi non lo chiamerei  più un "difetto", anzi.... Inaspettato vigore ma soprattutto composizioni convincenti, si denota fra i brani la voglia di essere personali e loro in effetti lo sono sempre stati, malgrado la breve carriera discografica. Consigliato a tutti. VOTO: 8.0

DJAM KARET - The Trip
Eclectic Prog - 2013





 Ritornano dopo tre anni, i maestri americani Djam Karet.  Il loro stile è inconfondibile e ad oggi un punto di riferimento per molte altre band ed anche di paragone per noi scribacchini. Il merito è stato quello di unire la più recente e lisergica Psichedelìa al sound a tratti nervoso ed oscuro dei King Crimson. Però sinceramente dopo tre anni da questi grandi artisti mi aspettavo di più. Gli amanti della band ora mi diranno che non l'ho ascoltato bene, che qui e che la. Non mi hanno convinto più di tanto, mancano gli spunti geniali con i quali spesso ci hanno abituati, dirò di più, a tratti mi ha annoiato. Se ci fossero state meno ripetizioni forse il tutto sarebbe stato più digeribile.  Tuttavia non mancano bei momenti, ci mancherebbe, stiamo parlando sempre dei Djam Karet! Risicati risicati.... VOTO: 6,0

ARAB IN ASPIC - Pictures In A Dream
Heavy prog - 2013




Altra promessa questa volta proveniente dalla Norvegia. Li ho lasciati con il secondo album dal titolo "Strange Frame Of Mind" decantandone le doti. Ma a mio avviso questa volta la promessa è parzialmente mantenuta. Infatti, colpito dal sound della band, quel mix fra Black Sabbath e King Crimson, ho decantato e nutrito speranze al riguardo. Il disco non deraglia dal precedente, lo stile è sempre quello ed il carattere pure, tuttavia qualcosa non gira dritto nel songwriting. Mancano gli assolo che colpiscono , quelli che ti restano stampati nella testa per la loro semplicità ed efficienza. Non a caso i Black Sabbath sopra ci hanno costruito una carriera. Certo che chi si avvicina per la prima volta alla band con questo disco ne resterà colpito, disquisirà con il mio giudizio, dicendo che questo è un album ricco di idee e vigoroso. Io invece gli consiglio di andarsi ad ascoltare prima il precedente. Piccolo passo indietro. VOTO: 6,5

THE SAMURAI OF PROG - Secrets Of Disguise
Progressive Rock - 2013



Progetto a metà strada fra la Finlandia e l'Italia supportato dalla francese Musea. Più o meno grandi classici del genere Prog vengono rivisitati da differenti artisti che compaiono come special guest assieme alle menti Marco Bernard, Kimmo Porsti e Steve Unruh. Come nel 2011, anno di uscita del debutto "Undercover", gli artisti dimostrano di avere sunto tutte le sonorità classiche del Prog e di saperle riproporre con personalità. Questo doppio cd è un poco più avanti del suo predecessore, anche per la scelta dei brani, non proprio scontati dei grandi artisti presi come riferimento. Ad esempio, della PFM c'è "Traveler", dei Gentle Giant "Aspirations" o degli Yes "Time And A Word". Non mancano bei classici come "Darkness" dei Van Der Graaf Generator o "Dancing Whit The Moonlit Night" dei Genesis. Un simpatico progetto che mette in bella mostra cosa è il Prog ed i dintorni, infatti sono trattati anche artisti come Rush, England, Crack e molto altro. Simpatico. VOTO: 7.0

sabato 6 luglio 2013

GONG 2013





Mangala Vallis con Bernardo Lanzetti, Silver Key, Master Experience: tre diverse espressioni del progressive-rock contemporaneo per il battesimo della rassegna bolognese. Appuntamento venerdì 12 luglio al Quartiere S. Donato



Gong: la prima serata del Rock In Progress Festival!


We Love Vintage

Ma.Ra.Cash
Gigi Cavalli Cocchi

Serena 80

sono lieti di presentare:


                                    GONG 2013

                        Rock In Progress Festival





Venerdì 12 luglio 2013
ore 20.00
Serena 80
Quartiere S. Donato
Via della Torretta 12/3
Bologna

Ingresso gratuito


Master Experience
Silver KeyMangala Vallis - special guest Bernardo Lanzetti (Vox 40)Venerdì 12 luglio a Bologna la prima serata del Gong - Rock In Progress Festival! E' la settima edizione della rassegna ideata e diretta da Gigi Cavalli Cocchi (batterista di Ligabue, CSI, Mangala Vallis etc.), nata a Reggio Emilia nel 2004. Dopo un'ultima edizione a Parma nel 2011, il Gong Festival approda a Bologna grazie alla collaborazione con We Love Vintage e Serena 80. " Gong Festival è una rassegna dedicata al mondo del progressive-rock, genere nel quale l'Italia ha sempre espresso grandi talenti, dagli anni '70 ad oggi. Nella sua storia il Gong ha dato spazio alle nuove leve e ai nomi più importanti del prog contemporaneo, e anche il cartellone dell'edizione 2013 - ad ingresso gratuito nonostante le difficoltà economiche del periodo - lo conferma.

Aprono il festival venerdì 12 i Master Experience, giovane formazione di Reggio Emilia autrice di un raffinato prog-metal, che ha debuttato lo scorso anno con l'album Billions Of Grains, pubblicato da Ma.Ra.Cash. L'etichetta guidata da Massimo Orlandini, scuderia della quale fanno parte molti nomi presenti in rassegna, ha pubblicato anche In The Land Of Dreams, il disco d'esordio deiSilver Key: la longeva formazione milanese, attiva dal 1992, è tra le più apprezzate interpreti del new progressive nello stile dei Marillion e Fish. Chiudono la prima serata i Mangala Vallis: la formazione reggiana, autrice di tre ottimi album lodati dalla critica internazionale, è uno dei nomi più amati del nuovo prog italiano all'estero. Per l'occasione la band avrà come special guestBernardo Lanzetti, funambolico vocalist di Acqua Fragile e PFM nonchè ex componente dei Mangala, che quest'anno con il progetto Vox 40 festeggia quarant'anni di "voce impossibile".

Secondo Cavalli Cocchi "pensare prog dovrebbe essere il manifesto di una totale apertura mentale, perché questo universo è nato per abbattere i confini tra un genere e l’altro e per me ha rappresentato un vero e proprio stile di vita. Il Gong è una “dark side” della musicaindubbiamente molto underground, che partendo dall’amore per il rock progressivo continua - in questi tempi moderni di musica commerciale e di “Amicieicsfactor” - a muoversi in quel territorio creativo, vissuto con lo spirito dei nostri tempi". Appuntamento con la seconda serata, sabato 13 luglio, con 
Qube, Kerymatic Project, Accordo Dei Contrari, Altare Thotemico.

 Seconda serata:

13 luglio 2013
Ore 19.00
Altare Thotemico
Accordo dei Contrari
Kerymatic Experience
Qube
Mediapartners:
Drumset Mag: www.drumsetmag.com
Krock: www.krock.it
MovimentiProg: www.movimentiprog.net
VivaLowCost: www.vivalowcost.com
Wonderous Stories: www.wonderoustories.it


Info:

Serena 80: tel. 051-6330776

Gong Festival:
http://gong.cavallicocchi.it

Synpress44 Ufficio Stampa:
www.synpress44.com
E-mail: synpress44@yahoo.it

venerdì 5 luglio 2013

Marcello Capra

 
CAPRA MARCELLO – Fili Del Tempo
Electromatic Music
Distribuzione italiana: Ma.Ra.Cash
Genere: Virtuoso chitarra
Supporto: cd – 2011


Per il nuovo lavoro da studio il chitarrista Marcello Capra, dopo il buon “Preludio Ad Una Nuova Alba” del 2010, si avvale della collaborazione di due grandi nomi del Progressive Rock italiano, Silvana Aliotta voce dei Circus 2000 e del produttore tastierista Beppe Crovella degli Arti & Mestieri. Avrete gia capito che le prerogative per un buon disco ci sono gia tutte e le attese infatti non vengono deluse.
La musica di Capra è sempre visiva, acustica ed intimistica. Le sensazioni vengono descritte con maestria dalla chitarra, ma è l’insieme che in definitiva funziona. Nei dieci brani di “Fili Del Tempo” ci si imbatte con le idee di Astor Piazzolla, Shankar e Gismonti, tutti alti punti di riferimento per il chitarrista ex Procession. Ora ai cultori del Prog non sarà sfuggito questo nome, altra band degli anni ’70 autrice di dischi molto interessanti quali “Frontiers”, “Fiaba” ed “Esplorare”. Ed è proprio “Frontiera” che qui viene ricordato con una suite dal titolo “Procession” suddivisa in cinque capitoli.
“Fili Del Tempo”, la title track è un viaggio temporale dove le redini della memoria si intersecano fra passato e presente. Ritornando invece al fisarmonicista argentino Piazzolla , con “Astor” l’autore dedica questo tributo al quale non si resta indifferenti per profondità e calore sonoro. Ci sono altri brani dedicati a grandi terre, come ad esempio il Brasile del musicista Irio De Paula proprio nel brano “Irio” ed il Tibet martoriato dalle annose repressioni in “For Tibet”.
La chitarra acustica racconta molte storie vibrando nelle mani di Capra e nel nostro animo, come nell’iniziale “Dreaming Of Tinder”, dove la voce senza tempo di Silvana Aliotta fa scorrere brividi sulla pelle. Il profumo degli anni ’70 assale la mente di chi ascolta, così intenso da far girare la testa a chi li ha vissuti di persona.
Virtuosismi si alternano ad arpeggi non disdegnando brevi escursioni nel Blues, il tutto per un risultato finale esaustivo.
“Fili Del Tempo” mi da la sensazione che per l’autore è un diario di vita personale, ma che lui ha aperto a noi, coinvolgendoci nelle sue personali emozioni. Sempre più raro imbattersi in grandi sensibilità in un mondo come questo di oggi, dove il futile e vuoto mordi e fuggi impera.
Un disco da ascoltare in comodità con il cuore aperto e vedrete che vi tirerà fuori sensazioni che credevate sopite.
Eccellente! (MS)





MARCELLO CAPRA - Preludio ad una Nuova Alba
Electromantic / Ma.Ra.Cash.

Distribuzione italiana: si
Genere: Acustico
Support: CD - 2010
Era il 1972, quando il Rock Progressivo italiano stava dando i suoi primi frutti. Band importanti stavano facendo conoscere il genere al pubblico, grazie a Balletto Di Bronzo, Le Orme, Pfm , Banco Del Mutuo Soccorso, New Trolls tanto per fare i nomi più altisonanti. Nello stesso periodo esistevano delle realtà cosiddette minori, non tanto per qualità, quanto come distribuzione e tiratura di dischi, una di queste si chiamava Procession. “Frontiera” è un album molto bello, coinvolgente e alla chitarra c’è Marcello Capra. La carriera di questo artista è lunga , con una pausa negli anni ’80 che dura fino al 1993. Diversi gli album solistici , fra i quali “Imaginations” (Mellow Records-1994), “Danzarella” (Toast Musique – 1998), “Alchimie” (Toast Musique – 2001), “Vento Teso” (Toast Musique – 2005) e “Ritmica-Mente” (2007). Servono due anni a Capra per riuscire a realizzare questo nuovo album dal titolo “Preludio Ad Una Nuova Alba”, composto da quindici canzoni acustiche, fra cui due gia edite ma risuonate per l’occasione.
L’Electromatic di Beppe Crovella (tastierista degli Arti & Mestieri, altra band storica del Prog italiano anni ’70) prende in cura l’edizione di questa realizzazione, la quale fra gli addetti ai lavori e nel web, riceve immediatamente consensi entusiastici. Quello che si ascolta in questo viaggio acustico è un mix fra virtuosismi di chitarra e melodie toccanti, solari e mediterranee, quelle che abbiamo incastonate nel nostro DNA. Plettro e corde di metallo rendono il suono della sua chitarra davvero unico, proprio come sottolinea il preciso giornalista Donato Zoppo all’interno del artwork. Una musica per aprire la mente, all’ascolto inevitabili le visioni di paesaggi ampi, la fantasia non può fare a meno di volare in alto. Creare oggi 2010 un disco di musica acustica, tutta strumentale, solo chitarra è altamente rischioso, in una società mordi e fuggi, pochi rivolgono lo sguardo verso un mondo musicale più profondo e pacato. Ma la musica di Capra riesce anche a coinvolgere in maniera grintosa, ascoltate la sua chitarra in “Corsari”, un pezzo davvero trascinante ed eseguito con maestria. Piccoli richiami folcloristici si affacciano di tanto in tanto (“Danza Turchese”), ci sono anche suoni che profumano di natura agreste e di aria pura, “Gocce” su tutto questo è un volo planare. “Presagio” è una delle mie preferite, introspettiva e toccante all’inizio, per poi lasciarsi trascinare verso un crescendo grintoso. Il suono della chitarra è limpido, l’acustica scelta in sala d’incisione risulta giusta. “Canto Di Mare” racchiude nel titolo il sunto sonoro, così come “Tracce Mediterranee”, proprio quelle a cui mi riferivo in precedenza. Il disco si chiude con “Aura”, primaverile e calda, grazie anche alla voce di Laura Ennas.
Questo disco è un passaggio fra gli anni ’70 ed il mondo attuale, perchè Capra ha espresso in poche note tutto il sunto della musica che ha acquisito nel corso della sua lunga carriera. L’esperienza c’è e si sente, ma quello che prevarica è il cuore e di questo oggi come oggi, in un mondo freddo, distaccato ed elettronico, ne abbiamo un bisogno esagerato. Fermiamoci ad ascoltarlo. MS


Astra

ASTRA - From Within
Lion Music

Distribuzione italiana: Frontiers
Genere: Prog Metal
Support: CD - 2009



Gli Astra si formano a Roma nel 2001 strutturalmente come progetto strumentale. Dopo diversi cambi di line up la band si stabilizza con Titta Tani (voce), Emanuele Casali (tastiere), Andrea Casali (basso), Silvio D’Onorio De Meo (chitarra) e Filippo Berlini (Batteria). Il nome di Titta Tani a molti di voi non risulterà nuovo, infatti il cantante è stato membro dei Necrophagia, DGM e dei Daemonia. “From Within” è un Prog Metal d’impatto, con un cantato che ricorda perfino i Savatage. Musica che si incentra sia sulla tecnica strumentale che nelle melodie. I ritornelli ricoprono un ruolo fondamentale, ma è la cura dei particolari che fa la differenza.
Un suono che sfonda, nitido ed arioso, grazie alle coralità delle tastiere di Emanuele. Ovviamente non esulano i richiami ai Dream Theater, Thrashold ma anche all’A.O.R. La voce di Titta è duttile a seconda dei casi, sempre pronta a cambiare di stile all’occorrenza. Non si inventano nulla di nuovo gli Astra, ma quello che fanno è davvero professionale, una finestra sul Prog Metal che si apre dall’Italia, motivo di orgoglio in quanto di band così se ne incontrano davvero poche.
Impatto sonoro d’effetto grazie al lavoro della ritmica di Filippo ed Andrea. Gli Astra in definitiva sono un mix fra Heavy e Prog, con un occhiolino anche all’A.O.R. un connubio interessante ed adrenalinico che consiglio a molti di voi. Ripeto, nulla di nuovo all’orizzonte, solo buona musica, molta tecnica e tanto divertimento e questo personalmente mi basta, senza troppi giri di parole. Un disco al di sopra della media! MS


giovedì 4 luglio 2013

Ego

EGO – Evoluzione Delle Forme
Ma.Ra.Cash. Records
Genere: Instrumental Prog
Supporto: cd – 2011



Potere e magia del Progressive Rock! Essere fuori dai tempi che corrono, da un mondo isterico che ti trascina via come un onda anomala. Fermarsi ad ascoltare chi ama mettersi a nudo. Essere veri, non portare una maschera di convenienza, stare fuori dal mucchio. Questo è e sempre sarà il Progressive Rock, sia per chi lo suona che per chi lo ascolta.
Osare, pensare, divertirsi per comunicare sensazioni uniche, poi potranno piacere o meno, comunque sia, vere.
Gli anni ’70 hanno lasciato nel Rock uno sfregio indelebile, una cicatrice che nessuna chirurgia plastica può celare. Il trio Ego si diverte a suonare e creare strutture dal profumo antico. Questo è il secondo disco per i varesini dopo il buon debutto del 2008 dal titolo “MCM Egofuturismo”.
La formazione a tre elementi gia può indurre l’ascoltatore a paragonarli agli Emerson Lake & Palmer, oppure alle nostrane Orme ed io ci aggiungo perfino gli ottimi Quatermass, in parte non è sbagliato, almeno nel modo di concepire il genere Prog più che nella musica.
Pier Caramel (tastiere e flauto), Daniele Mentasti (basso e trombone) e Sergio Iannella (batteria) suonano da molti anni, sin dalla fine degli ’80 e questo in qualche maniera arricchisce inevitabilmente la potenzialità tecnica a loro favore. “Evoluzione Delle Forme” esce dallo stereo con carattere, musica per la mente dove ogni singolo brano è un emozione a parte. Le tracce sono tutte strumentali e questo è un altro motivo per apprezzare questo lavoro, oggi suonare musica Prog e addirittura non cantata è il massimo del masochismo commerciale.  E qui risiede la passione di chi suona, la vera motivazione che spinge un uomo a suonare, emozionarsi per emozionare.
Sette capitoli dove le tastiere padroneggiano e gli anni ’70 travolgono. Personalmente scorgo nel loro sound più Orme e Goblin che gli EL&P e questo onora il nostro palcoscenico storico, ricco e fiorente di strepitose band che solo per esterofilia masochistica releghiamo sempre ed ingiustamente all’ultimo posto. Invece nazioni straniere apprezzano di più il nostro operato, come ad esempio il sempre attento Giappone, ci sarà un perché?
In conclusione questo secondo disco degli Ego scorre via piacevolmente, senza strafare in inutili tecnicismi, badando al sodo della melodia. Non un capolavoro ma un disco onesto e pieno d’amore, quello per uno stile musicale generoso di forti emozioni. Però, bisogna anche saperle cogliere. (MS)

martedì 2 luglio 2013

Mytho

MYTHO - In The Abstract
AMS Records – BFT
Genere : New prog
Supporto: cd - 2010


Certo non si può dire che gli italiani Mytho abbiano perso del tempo. Nati nel 2007, dalle menti di Enzo Ferlazzo ed Antonio Machera (chitarre), escono con un EP gia nell’anno successivo. Questo viene ben accolto dalla critica e la band viene notata presto dalla casa distributrice francese Musea, una certezza per chi si nutre di Progressive Rock, qualunque esso sia. La band si completa con Fabrizio Machera (batteria) e Marco Machera (basso e voce). La caratura tecnica dei musicisti è alquanto elevata, non a caso collaborano con artisti del calibro di Paul Gilbert (Mr Big), Adrian Belew ( King Crimson), Kiko Loureiro (Angra), Paul Di Anno (ex Iron Maiden) e Jerry Marotta (Peter Gabriel), tanto per rendere l’idea. Il bagaglio culturale musicale del quartetto è ampio, variano dal Metal al Prog anche quello di stile anni ’70. Il cantato è in inglese, supportato una volta tanto da una buona voce nel genere.
In questo mare di band Progressive, i Mytho hanno comunque una particolarità nel sound, le chitarre sono Synth. Dico questo perché in effetti il New Prog è inflazionato gia dagli anni ’80, tuttavia le canzoni sono molto policrome e possono piacere anche a chi ascolta del buon sano AOR. Il songwriting è dunque fresco, scorrevole, la band si intuisce che si trova a menadito e che è in un periodo di grazia compositiva. Le canzoni sono tutte e nove orecchiabili, ma una attenzione particolare va a “New Gemini’s Rising”, una sorta di mini suite, dove alla voce troviamo John Payne, special guest di lusso in quanto militante nei grandiosi Asia.
Ci mettono molta attenzione nelle melodie, specie nei ritornelli di facile memorizzazione, basta ascoltare la bellissima canzone apripista dal titolo “Abstract”, oppure “Alpha Centauri”. Si possono godere anche di architetture strutturali spaziose, quelle classiche arie che ti fanno sognare ad occhi aperti, come in “Luna”. Ma il mio pezzo preferito è lo strumentale “Maelstrom”, un crescendo sonoro ed emotivo che non lascia adito a critiche. In tutto questo c’è sempre semplicità, la carta vincente di questo esordio, perché le cose migliori sono sempre quelle più essenziali. Come si dice, si bada al sodo.
La musica deve emozionare, non importa il mezzo, ed i Mytho ci riescono molto bene, se poi ci aggiungiamo un libretto cartonato esaustivo, allora il risultato è più che soddisfacente. Io fossi in voi li ascolterei. (Salari Massimo)

lunedì 1 luglio 2013

Notturno Concertante

NOTTURNO CONCERTANTE - Canzoni allo Specchio
Radici Music

Distribuzione italiana: si
Genere: Prog Folk
Support: CD - 2012




Erano anni che non vedevo una confezione cd cartonata così ricca (52 pagine) ed erano altresì anni che i Notturno Concertante non si facevano vivi, precisamente dieci. I cultori del Prog sanno bene che la band di Lucio Lazzaruolo e di Raffaele Villanova è una colonna portante del genere New Prog degli anni '90, dedito ad un sound più acustico che elettrico. Certo, le arie dei Marillion sono tempi lontani e oramai abbandonati da parte dei Notturno, i quali si dedicano nel corso della discografia suddivisa in sei realizzazioni, ad un discorso più etnico e folcloristico del poliedrico mondo Prog.
L'esordio di "The Hiding Place" nel 1989 sembra davvero lontano, anche come tipo di sonorità ed ecco allora che "Canzoni Allo Specchio" risultano mature, profonde, saporite come un bicchiere di whisky invecchiato, da sorseggiare di tanto in tanto per meditare.
Raffaele Villanova oltre che chitarrista è il realizzatore design ed art director di questo libriccino che accompagna l'evento sonoro. Foto, disegni a carboncino, testi e molto altro nel contenuto, compresa una breve bio attuale realizzata dal noto intenditore e giornalista musicale Donato Zoppo.
Ma veniamo alla musica, quella che più ci interessa, l'attesa di dieci anni per un fans della band è paragonabile ad un ergastolo, ma è a questo punto che quando subentra una possibile scarcerazione il tutto assume connotati di piacere immenso. Dieci sono anche le tracce contenute nel disco, che si apre con "Ahmed L'Ambulante", arabeggiante nell'impostazione vocale di Giuseppe Relmi. Etnica e Rock si intersecano con le culture annesse, fra violini e chitarre, per un risultato caldo e soleggiante.
"Young Man Gone West" è morbida, se vogliamo più composizione che canzone, da essa fuoriesce tutta la mediterraneità dei Notturno Concertante, uno strumentale che per certi versi è vicino alle ultime realizzazioni della PFM.
"Come Il Vento" alza il ritmo senza strafare, portando l'ascolto verso lidi più cantautoriali, pur sempre restando ancorato al Folk. Lieve ed introspettiva "Le Anime Belle", il piano sgocciola note che accompagnano gli strumenti con delicatezza e classe. Bella l'apertura da parte del violino che dona ampiezza all'ascolto. Uno dei momenti più interessanti di "Canzoni Allo Specchio". Ricordo che "Anime Belle" e "The Price Of Experience" sono due classici della band, in questo lavoro rivisitati e forniti loro di nuova veste.
"On Growing Older" potrebbe uscire dalla discografia di Angelo Branduardi, breve strumentale basato sulla chitarra acustica, archi e tastiere, malinconico e penetrante. La title track porta in se sonorità più coraggiose, elettroniche ma soprattutto sax e tanta melodia, fra vigore e pacatezza.
"La Milonga Di Milingo" è una bossanova, dove la band ancora una volta mette in risalto il gusto per gli arrangiamenti. "Lei Vede Rosso" è uno dei brani più interessanti del disco nei suoi sette minuti, mentre "Arkenciel" chiude l'album con due minuti di chitarra classica.
Mi auspico un tempo minore per poter godere di un ritorno discografico da parte della band irpina, perchè ascoltarli è sempre un piacere.
Da gustare lentamente. MS


sabato 29 giugno 2013

Anvision

ANVISION – AstralPhase
Empire 18
Genere: Metal Prog
Supporto: cd – 2012




Siamo sommersi da realizzazioni in ambito Prog e Metal da parte della Polonia! Un incessante esercito di talenti ci stanno invadendo da qualche anno a questa parte, ma la cosa che più colpisce è la qualità di queste realizzazioni. Con gli AnVision siamo nel Metal Prog, terra di nessuno, ultimamente così la chiamo, in quanto non ha molti proseliti e le vendite a parte i soliti grandi nomi (Dream Theater, Queensryche, Symphony X) non danno grandi soddisfazioni.
Eppure noi italiani siamo ricettivi nei confronti dei talenti dediti ad uno stile apparentemente ostico, basta guardare cosa abbiamo fatto con i Gentle Giant ed i Van Der Graaf Generator negli anni ’70…. Ma siamo anche un popolo strano, di fatto acquistiamo poco e presto giriamo anche le spalle. Le band Metal Prog si abbarbicano ai binari sicuri costruiti dai maestri del settore, eppure gli AnVision ci raccontano una bella storia, senza strafare e con personalità.
Esistono anche passaggi musicali inflazionati, è inevitabile, ma quello che funziona nella loro musica è il mix fra Prog, Metal, Aor ed Hard Rock, il tutto offuscato da un lieve velo di oscurità.
Gli AnVision di fatto sono cinque musicisti esperti che si uniscono nel 2007 per dare vita a questo progetto. Registrano un EP nel 2009-2010 dal titolo “Eyes Wide Shut”, comprendente quattro canzoni e poi questo “AstralPhase” del 2012.
Melodie nostalgiche ed orecchiabili si scontrano con frangenti più duri, ma anche buoni assolo, specie di chitarra. L’apporto delle tastiere è fondamentale nell’economia del sound, così l’uso della chitarra che sa accarezzare o urtare quando serve. La sezione ritmica non presenta sbavature e la buona produzione sonora esalta il tutto.
Gradevole anche l’uso della voce, buona interprete delle situazioni liriche, senza mai cercare l’urlo forzato o l’altezza assoluta. I testi aleggiano fra pensieri profondi, ricordi, sogni reconditi, vita e morte, tutto questo visto dagli occhi di un astronauta che viaggia nel tempo e nello spazio.
Il disco si ascolta con piacere, specie “S.O.D.” e “Mental Suicide”, ma tutte e sette i brani colpiscono nel segno. La loro durata è mediamente di sette minuti.
Artefici di questo debutto sono: MarQus (voce), Greg (chitarre), Artur (basso), Lucas (tastiere) e Larz (batteria). Non da trascurare l’ottimo artwork di Piotr Szafraniec, curato e suggestivo.

Ora ho segnato il nome AnVision nel mio taccuino delle band da tenere d’occhio, perché se il buongiorno si vede dal mattino…. Lasciamoci invadere.(MS) 

mercoledì 26 giugno 2013

AGORA'

AGORA’ – Ichinen
Autoproduzione
Genere: Jazz Rock
Supporto: cd – 2013


Quante volte si è detto che la buona musica non ha tempo, io non mi soffermerei neppure sul delegare necessariamente termini al genere proposto, quando questo è fruibile e apparentemente senza tempo. Perché in definitiva di questo si tratta, di storie lontane che affondano radici negli anni ’70 e in quel Jazz Rock che tanto ha dato a band come Perigeo oppure agli Arti & Mestieri, tanto per dare punti di riferimento. Ma è riduttivo, perché in verità i marchigiani Agorà sono punto di riferimento di loro stessi. Gli appassionati del genere ed i collezionisti di vinile hanno ricercato e speso anche molti soldi oggi per trovare i primi due LP “Live In Montreaux” (1975) e “Agorà 2” (1976), mentre chi già li ha, li custodisce gelosamente. Si perché fanno parte di quel ramo del Progressive Rock italiano di nicchia, quello di cui fanno parte artisti come Alphataurus, oppure Aktuala, Duello Madre, insomma quella gerarchia di band da “sottobosco” che a causa di una fievole stampa primordiale, si sono trovate loro malgrado nel semi anonimato. Solo una successiva ristampa, nell’interesse di alcune case discografiche, nel momento in cui il genere sembra risollevare interesse, ridona ai nostri tempi i loro fasti, i suoni ed i colori di chi la musica l’ha vissuta veramente.
Gli Agorà tornano dopo 38 anni, questa volta inevitabilmente in cd, con l’entusiasmo e la passione del primo giorno, con la voglia di divertimento e non dell’autocelebrazione fine a se stessa, con la consapevolezza dell’esperienza e la tecnica che molte band di oggi si sognano soltanto di avere. L’incontro con il violoncellista Gianni Pieri, apre nuovi orizzonti alla band. Della formazione originale ritroviamo Renato Gasparini (chitarra), Ovidio Urbani (sax) e Lucio Cesari (basso) che da “Agorà 2”, fa parte della famiglia, per il resto tanti amici sopraggiunti nel tempo. La formazione si completa con Gabriele Possenti (chitarra), Gianni Pieri (violoncello) e Massimo Manzi (batteria). Manzi è un valore aggiunto a questa macchina oliata, sostituisce già Mencaroni dopo l’uscita del secondo album, la penna stilografica della batteria, colui che nel suo DNA non ha solo il Jazz, ma anche il Rock, il Blues e molto di più, non è un caso che la rivista Jazz It nel 2012 lo ha eletto batterista dell’anno nel "Jazz Award 2012", referendum dei lettori.
“Ichinen” racconta un lungo percorso, tutto quello che Agorà avrebbe voluto dire nel corso del tempo, ma che non ha avuto modo di esprimere a dovere.  Più che uno sfogo è un suggello acustico, il saper dire alla gente che ci siamo oggi come allora, più consapevoli che mai. Nel disco dunque si ripercorrono periodi differenti della band, anche gli anni ’80 e due inediti del 1978 e quello che ne scaturisce è una considerazione alquanto importante: La personalità degli Agorà è così forte da abbattere le barriere del tempo, quando gli anni ’80 ci donano la musica dal “suono di plastica”, loro non mutano il sound, restando fedeli a se stessi. Molto di questo merito va anche al lavoro scrupoloso del produttore e chitarrista special guest Maurizio Mercuri. Il suono è praticamente perfetto!
Rispolverati e donati di luce nuova i classici come “Serra San Quirico”e “Piramide Di Domani / Cavalcata Solare”. Il sax di Ovidio è presente, punto fermo dello stile Agorà, impreziosito dagli archi di Pieri, abili tappeti non invasivi. Il brano “Ichinen” viene dalla terra, acustico, etereo e solare, giocato su supporti corali fatti da Renato Gasparini ed Alessandra Pacheco. Anche l’amico Karl Potter gioca un ruolo fondamentale con le percussioni, sottolineando in maniera adeguata il concetto musica-terra. Ecco dunque che si sconfina nell’etnico e nel suono mediterraneo, ma anche in angoli soffusi e di classe, come in “Sensei”. Toccante il duetto acustico Possenti-Gasparini in “Work In Progress”, un dialogo tecnico ma soprattutto caldo, dettato da un notevole bagaglio storico culturale dei musicisti che si palesa fra le note. In “Starstrings” ritroviamo alla batteria Mauro Mencaroni, con gli Agorà dal primo album. Nuovo frangente acustico di cristallina bellezza il duetto Gaparini – Mercuri e gli amici si susseguono fra le note con l’ingresso alle tastiere di Giovanni Ceccarelli nel brano da lui composto dal titolo “Oceano”.
Agorà, realtà dell’entroterra marchigiano che nulla ha da invidiare alle band straniere, autori di questo gioiello sonoro che non deve mancare in nessuna discografia di chi ama la musica nel suo termine più profondo.
“Ichinen” è il principio fondamentale del buddismo, non solo “Io” ma anche gli altri, questo dare è solare fra le note dell’album e come lascia intuire l’artwork (curato e dettagliato anche all’interno), è semplice….come un bicchiere d’acqua! (MS)

martedì 25 giugno 2013

I Salici

I SALICI - Nowhere Better Than This Place, Somewhere Better Than This Place
Selfproduced

Distribuzione italiana: Lizard
Genere: Folk Rock
Support: CD - 2012




Come suonerebbe oggi la musica medioevale se si incontrasse con la struttura Rock ed il Folk? Ce lo raccontano i Salici. Provenienti dal Nord Est d'Italia, il quintetto composto da Marco Stafuzza (mandola, viella, viola), Marco Fumis (chitarra elettrica, percussioni e batteria), Devid Strussiat (voce , chitarra, basso), Simone Paulin (tromba, filocorno) e Stefano Rusin (contrabbasso, percussioni) si forma nel 2007.
Nel 2009 danno al web la possibilità di scaricare gratis il loro primo lavoro, colonna sonora di un documentario al festival Aeson-Arti nella natura, al sito www.pagefound.com .
Questa musica ben si sposa con la natura, visto che nasce dalla convivenza con i musicisti, non difficile accostarla ad immagini verdi e rilassanti, anche se il Rock a tratti nervoso non viene a mancare. Chi segue il Progressive Rock e conosce una band svedese dal nome Ritual, capirà bene di cosa sto parlando.
Fonte d'ispirazione principe per i Salici resta il fiume Isonzo e la musica medievale, assieme a suoni etnici, tutto questo porta ad una rappresentazione sensoriale bucolica a partire da "Feeding Roots", prima delle undici tracce che compongono il disco. Sanno rendersi ruvidi, "Eyes In Windows" può sembrare più Heavy di tante altre composizioni fatte da band Heavy Metal, non per i suoni chiaramente, ma per il tipo di approccio al brano.
Un altra componente fondamentale nell'economia sonora è la Psichedelìa, la quale di tanto in tanto viene ad emergere fra le note, come ad esempio in "Wood Jacked". Importante e seguita la formula canzone, nessun brano esula da questa componente, malgrado il tipo di proposta sonora. Ipnotica, spesso ripetitiva, la musica avvolge l'ascoltatore portandolo spesso fuori dalla realtà. Chitarra acustica per "Clouds And Leather", in lidi dove Gilmour (Pink Floyd) percorre note in quel di "Obscured By Clouds" (guarda caso) e "More" per poi tornare al suono elettrico e nervoso nella successiva "Disco".
Concorrono sonorità anni '70, sensazioni antiche ma sempre tenute legate all'attualità dalle redini del Rock odierno, un connubio dove le strumentazioni antiche donano fascino aggiunto.
Altro pezzo ispirato all'Isonzo è "Mosquito (Dragged By The River)", cantato in inglese e decisamente più folcloristico di altri passaggi che si possono ascoltare. La chiusura viene affidata alla suite di dodici minuti "Om", a mio avviso il lato più penetrante della band.
I Salici sono quindi una formazione che esula dalla banalità delle proposte odierne e che punta ad un pubblico attento e preparato. Noi italiani dobbiamo avere più autostima perché abbiamo la cultura e capacità decisamente superiori alla media, solo che non le sappiamo esporre adeguatamente. Piuttosto ci lasciamo sommergere da un mare di letame sonoro straniero. Peccato. MS

lunedì 24 giugno 2013

Filoritmia


FILORITMIA – Passaggi
AUTOPRODUZIONE
Genere: Progressive Hard Rock
Support: On Line- cd  2008/ 09


Tornano a distanza di parecchi anni i Milanesi Filoritmia e ci stupiscono ancora una volta per la scelta di divulgare la propria musica. Una autoproduzione alquanto meticolosa e messa (GRATIS)  a disposizione di chi la volesse ascoltare  nel loro sito
Ma per gli amanti del supporto classico, il cd lo si trova anche nei negozi specializzati. Tornano con questo secondo album “Passaggi” ed io ritengo che sia un titolo perfetto, in quanto nella loro musica esistono mille sfaccettature, davvero molti passaggi. Incontriamo l’Hard Rock, il Dark, il classicissimo Progressive, il Jazz, insomma davvero tanti “passaggi”.
Un disco fuori dal tempo, quello che rende felici tutti gli amanti del genere, soprattutto degli anni ’70. I pezzi sono tutti di lunga durata e variano dai sei ai dieci minuti l’uno.
Su una base Hard Rock comincia “Colla E Gesso”. Subito in evidenza la voce di Giorgio Mele e poi un sound greve, a tratti oscuro per un refrain orecchiabile.
Cambi di tempo all’interno, ecco il seme Prog che cresce per poi svilupparsi in un solo di chitarra e tastiere caratteristico del genere. Ciò che dona l’effetto anni ’70, sono soprattutto le tastiere di Angelo D’ariano. Un arpeggio di chitarra e la voce di Mele aprono “Senza Sale”, canzone differente dalla precedente e molto attenta al lato commerciale, autrice di un ritornello gradevole.
I Filoritmia hanno ascoltato anche Le Orme, Il Banco, gli Atomic Rooster e compagnia bella, tutto questo di tanto in tanto affiora nelle composizioni.
Ancora una volta resto colpito dal lato strumentale del pezzo, nell’assolo degli strumenti fuoriesce l’anima della band, una cultura Rock di buono spessore, messa a nudo per il nostro ascolto. Buoni i cambi di tempo di Antonio Mazzucchelli (batteria) e di Matteo Scarparo (basso), ma è la chitarra di Roberto Riccardi a tracciare sentieri nuovi nella nostra mente.
Dotati anche di un buon senso di humor, i nostri artisti si inventano una nuova tarantella Rock strumentale ed allegra, stile PFM, ma con i tempi che corrono il titolo cambia ed al contrario dell’originale, si chiama “Non è Festa”.
Momento davvero simpatico, che si regge sulle tastiere nel refrain, una chicca geniale che mi ha davvero fatto sorridere. Ecco, musica soprattutto per divertirsi e far divertire, anche se i Filoritmia quando vogliono sanno fare sul serio.
Ogni singolo brano è un tassello stilistico a se, come un tributo ad ogni stile. E così si cambia rotta con “L’uomo Che Torna”, un sound più raffinato ed intimistico che si scambia con tratti nervosi e graffianti.
Ancora chitarre Hard per “Godo”, altra minisuite di quasi dieci minuti di buono ed antico Rock. “Il Sogno Del Fotografo” prosegue il discorso più Progressivo e miscela sonorità alla Delirium con Gentle Giant, King Crimson e molto altro ancora.
Ma come si dice….Dulcis in Fundo, “Manifesto” è un pezzo Hard Prog che farà impazzire letteralmente tutti gli ascoltatori amanti del genere. Io ho goduto a pieno del momento strumentale finale, uno dei frangenti più importanti che ho ascoltato in questo 2009.
Ecco, questi sono i Milanesi Filoritmia, una band che ha saputo fare propria l’essenza dell’arte Rock, che l’ha saputa metabolizzare e che ora ce la ripropone alla sua maniera. Non fermarsi mai, ricercare ed ascoltare, questo è il vero sunto del Progressive Rock ed io faccio tanti complimenti a questi ragazzi, perché mai e poi mai bisogna dimenticare da dove si viene, ma allo stesso tempo andare avanti. Complimenti davvero! (MS)

sabato 22 giugno 2013

The Red Zen

The RED ZEN - Void
Ma.Ra.Cash

Distribuzione italiana: si
Genere: Prog / Fusion
Support: CD - 2011



I The Red Zen si formano nel recente 2009 e sono un progetto dedito ad un Jazz Rock Prog dalle influenze sia Psichedeliche che Fusion. L’idea nasce da quattro artisti gia noti nel nostro paese per aver militato (ed alcuni fondato) band di notevole caratura quale i “genesiani” The Watch. Qui le sonorità affrontate sono però di ben altra sostanza, amanti dell’improvvisazione e dell’ensamble strumentale, i The Red Zen registrano questo debutto in quel di Milano. Chi ama il Progressive Rock, troverà in “Void” numerosissimi punti di riferimento, fra i quali gli Ozric Tentacles, Genesis, Weather Report, King Crimson, Pink Floyd, EL&P su tutti.
Certamente unire Jazz alla Psichedelìa non è cosa in cui ci si imbatte tutti i giorni, per cui è naturale e spontaneo sottolinearne la bontà del messaggio culturale, assolutamente indirizzato ai palati più sopraffini, ossia a tutti coloro che dalla musica pretendono qualcosa di più che un semplice refrain e ritornello. Onore anche alla Ma.Ra. Cash che crede e sviluppa lavori di artisti che suonano principalmente per il proprio piacere, non obbligatoriamente rivolti ad un mercato più ruffiano e popolare.
Ettore Salati (chitarre), Angelo Racz (tastiere), Roberto Leoni (batteria) e Nicola Della Pepa (basso) sono gli artefici di questo disco suddiviso in nove tracce per una durata di quasi un ora di musica.
Con una pulizia sonora davvero efficace e cristallina, il disco si apre con “Cluster”, un intercalare di tastiere e chitarra elettrica su un a ritmica sostenuta ma mai caotica. I solo strumentali sono il nocciolo dell’ascolto, per cui ampio spazio a duetti fra Salati e Racz, il tutto inevitabilmente come lo stile Prog insegna, ossia fra cambi di tempo. In generale, l’approccio musicale è di chiaro stampo live, si denotano in tutti i brani le scorribande sonore tipiche dell’improvvisazione e del divertimento frutto della jam, tuttavia in questo caso la cura per gli arrangiamenti e per la struttura musicale è notevolmente curata. Tutti i pezzi sono di medio lunga durata, si viaggia sui sei minuti per brano ed ognuno di loro esprimono solarità, quella tipica della nostra musica. Trascinante “Hot Wine”, mentre “Slapdash Dance” è stile Brand X, davvero energetica nella sua semplicità armonica, salvo svilupparsi successivamente fra suoni psichedelici dettati dal sitar di Salati. Di certo la fantasia non manca al quartetto, tanto meno la tecnica individuale, anche se tutto questo non va a discapito della linearità sonora, mai fa capolino la sensazione di soffocamento da scale improbabili. Invece i Genesis vengono inesorabilmente chiamati in causa a tratti dalle chitarre, ma questi sono solo brevi frangenti, per il resto l’orizzonte sonoro propone davvero di tutto. Di “Alexa In The Cage” se ne hanno due versioni, una strumentale ed una cantata, qui il compito al microfono viene espletato dallo special guest Joe Sal.. Se si vuole cogliere un momento di respiro dopo tanto sciolinare, bisogna giungere ad “Into The Void”, dove le tastiere disegnano aurei movimenti supportati dal caldo basso di Nicola. Gradevolissimo il solo di chitarra, qui fuoriesce in tutta la sua nudità la cultura musicale dei quattro componenti, i quali dimostrano di avere nel proprio bagaglio culturale davvero tanti punti di riferimento.
In definitiva “Void” non ha segni di cedimento, chi ama la musica qui descritta troverà in esso un capolavoro, io invece non mi attengo a questo, ma riesco comunque a quotare il tutto con entusiasmo e piacere, quello che i The Red Zen riescono a trasmettere. In Italia abbiamo tanti grandi artisti, supportiamoli, perché non hanno nulla a che invidiare a nomi più altisonanti e troppo spesso sopravvalutati. Consigliatissimo. MS



venerdì 21 giugno 2013

Daniele Romina

ROMINA DANIELE - Diffrazioni Sonore
Selfproduced

Genere: Sperimentazione Vocale
Support: CD - 2005



Cogliamo immediatamente l’occasione per ricordare (anche se noi non lo abbiamo mai dimenticato) uno dei vocalist più importanti del mondo: Demetrio Stratos. Può sembrare inadeguato iniziare una recensione in questa maniera, ma d'altronde Romina Daniele è dedita alla sperimentazione vocale proprio come il greco degli Area. La voce di per se è uno strumento, ma l’uomo non si è mai spinto aldilà di un certo limite, vuoi per la paura di rovinare le corde vocali, vuoi per mancanza di necessità, a pochi interessa ascoltare un suono forzato e poco melodioso. Ma la voce ribadiamo che e’ uno strumento e come tale andrebbe adoperata. Ho usato il condizionale perché anche noi che usufruiamo di musica spesso storciamo il naso davanti a certe prove. Male, bisognerebbe approcciare al discorso con la preparazione “culturale” e mentale adeguata, consapevoli di non incorrere ne in melodie da canticchiare, ne in musica da fischiare.
Romina Daniele è giovane, ma la sua vita è tutta dedita all’arte, studia la chitarra, scrive poesie, dipinge, studia storia e metodologia dell'arte, teorie e storia del cinema. Nel 2005 conferisce il Premio Internazionale Demetrio Stratos Per La Sperimentazione Musicale e questo basta per mettere a fuoco l’artista.
In “Diffrazioni Sonore” ascoltiamo mezz’ora di vocalizzi, improvvisati in tre ore di studio, concepiti in tre anni di solitudine, passione e silenzio, come ama dire l’artista stessa. Un esperimento sonoro in cui la voce si trasforma in mille sonorità differenti, proprio come fa un elastico quando viene pizzicato e teso.
Personalmente non credevo che in questo tempo ci fossero ancora in circolazione artisti con la voglia di creare nel puro senso del termine, tutto oggi gira intorno al “dio” quattrino ed un prodotto del genere certo non fa coppia con esso. In me questo disco ha fatto uno strano effetto, al primo ascolto ho pensato che fosse “anacronistico”, al secondo “futuristico”, in realtà ho capito che “Diffrazioni Sonore” non sono altro che Romina Daniele ed il proprio “Io”. Nella sua voce troverete nuovi colori, arricchite la vostra tavolozza, se volete, a tutti gli altri consiglio un ascolto preventivo. MS


ROMINA DANIELE
Aistànomai, Il Dramma della Coscienza
Selfproduced

Genere: Sperimentazione Vocale
Support: CD - 2007




Con il precedente “Diffrazioni Sonore” abbiamo conosciuto un artista unica nel suo genere, Romina Daniele. E’ una sperimentatrice della voce ed un amante attiva dell’arte in generale, anche di quella pittorica e fotografica. Il lavoro di “creazione” che abbiamo potuto apprezzare in “Diffrazioni Sonore” è stato prettamente vocale, senza alcuna aggiunta di strumentazioni. Coraggioso ed intraprendente, con una dose artistica davvero elevata, la stessa che ritroviamo oggi nel più appetibile “Aisthànomai”.
“Comprensione”, questo è il significato di questa parola greca, l’artista prende possesso della conoscenza dell’arte e trasmette a noi, con i suoi 17 pezzi, la vocazione che fa riferimento alla scienza filosofica applicata all’arte. Ci trasmette le sensazioni che prova, nei testi a tratti di poetica natura, il dramma della coscienza e ciò che accade all’uomo.
Questa volta non è solo mera applicazione vocale, ma nelle tracce si aggirano strumenti elettronici sul tappeto dei quali, la cantante esprime tutto il suo essere. La voce si spinge oltre, aldilà della logica strutturale della stessa, alla quale siamo sempre stati abituati negli ascolti musicali. Teatralità, intensità, bizzarria e coraggio che si incrociano in maniera “reticolare”. Come ama definire l’artista “Aisthànomai comporta Diffrazioni sonore ed introduce diffrazioni testuali (laddove il testo comunemente inteso è l’emblema dell’onniscienza che voglio scardinare) e diffrazioni digitali….”. Per quello che concerne sempre il testo, ci sono citazioni a Barthes e si analizza la consapevolezza di conoscere il proprio io ed il mondo che ci circonda. Ancora una volta mi ritrovo a parlare, seppur brevemente, di una persona che vive l’arte a 360°, senza limiti e con tutta se stessa.
Non sono comuni questi artisti, vivono nel sottosuolo del Prog (se vogliamo trovargli per forza una ubicazione….) e credono ciecamente nell’arte, quella pura ed incontaminata e la respirano.
Ovviamente non venderanno dischi a quantità industriale, tuttavia sono degni di nota e meritano rispetto, perché l’arte ha bisogno di “progredire”, ha bisogno di ricerca, ha necessità di esplodere in tutta la propria magniloquenza. Romina Daniele brilla di luce propria, è fuorviante, ma se la si ascolta senza barriere mentali, allora la si potrà apprezzare in tutta la sua sfolgorante bellezza. Con “Aisthànomai” conoscerete nuovi luoghi psichici , ma attenzione, questo viaggio è consigliato solamente ai più curiosi di voi e di ampie vedute, agli altri sottolineo il fatto che qui non ci sono schitarrate o quant’altro rappresenti il Rock. Dove vorrà arrivare? MS



mercoledì 19 giugno 2013

MARTIN KLEID – 8Lights
300 Records
Genere: Indie Rock
Supporto: cd – 2011




Electro Rock, New Wave, Indie Rock in questo debutto dei marchigiani Martin Kleid. La band composta da Sasha Polita (voce, chitarra e programming), Claudio Santoni (chitarra, Synth), Francesco Pellegrinelli (basso) e Michele Bellagamba (batteria), si forma nel 2010 e si adopera fra anni ’80 e ’90, quando Depeche Mode e company mettono il seme elettronico nel Rock, frutto successivamente colto da Radiohead ed oggi da Coldplay e Muse su tutti. Ben si adoperano nei ritornelli, sempre gradevoli e di facile memorizzazione. Nei sette brani cantati in inglese i riferimenti non esulano, personalmente ci colgo anche i Placebo.
Quello che noto maggiormente nel loro lavoro è il piacere di suonare, la solarità, il divertimento che risulta indubbiamente contagioso. Lo stile inglese ben si addice al modus operandi e se andiamo a considerare che stiamo parlando di un debutto, beh…. Solo tanto di cappello. Sette brani  compongono “8Lights” e mi colpisce anche la continuità con cui riescono a tenere alta l’attenzione dell’ascoltatore, grazie a buone melodie, supporti di chitarra a tratti nervosi ed elettrici e dei gradevoli interventi di Synth che impreziosiscono il tutto. “Fat Land” è uno dei momenti migliori del disco, mentre un lieve calo (se così lo vogliamo chiamare) lo riscontro in “Most Beautiful Things”, perché indubbiamente stereotipata. Però questo è il genere, difficile tirare fuori da esso nuove idee, anche se lo sforzo dei Martin Kleid è notevole.
Non stiamo parlando sicuramente di ragazzi sprovveduti, malgrado la loro giovane età la sede live è il loro habitat migliore, li ritroviamo anche agli Eventi Musicali Indipendenti di Arezzo e Roma e vincono il We Love Festival Marche.
Sasha è di origine russa e riesce perfino a portare la band in un mini tour proprio nella terra degli Zar, dunque l’esperienza i ragazzi la stanno facendo sulla propria pelle ed i consensi non mancano. Altro momento che si lascia apprezzare in maniera particolare è la più pacata “You Are All That I Need”. Top brano il conclusivo “Stranger”, per intensità ed introspettività. I Martin Kleid sono dunque una nuova realtà da tenere sotto osservazione e soprattutto da vedere in sede live. Alla band solo un consiglio, cercate di lavorare ancora di più sulla personalità, individuare quel qualcosa che vi contraddistingua decisamente dal calderone delle altre band di settore, magari con qualche inserimento di nuove strumentazioni (è un esempio ovviamente), allora ne sentiremo veramente delle belle. Le adeguate  melodie le sapete già comporre, per cui potete solo che crescere. Bravi. (MS)

lunedì 17 giugno 2013

Osada Vida

OSADA VIDA - The Body Parts Party
Metal Mind
Distribuzione italiana: Andromeda Dischi
Genere: Prog
Support: CD - 2008



A distanza di pochissimi mesi da “Three Seats Behind A Triangle” ritornano i polacchi Osada Vida. La band di Metal Prog si migliora in poco tempo, relegando in “The Body Parts Party”otto brani di media e lunga durata ricchi di sonorità Progressive, Metalliche e Psichedeliche.
Un viaggio sonoro nel corpo umano, si trattano argomenti fisici, da come ben si può intuire dalla copertina. Apre proprio “Body- The Body Parts Party”, un buon biglietto da visita che appaga l’ascolto, grazie a cambi di tempo ed umorali. La band del batterista Adam Podzimski si è arricchita di sonorità moderne rispetto ai lavori precedenti, il Metal Prog propostoci è più estroverso e giovane. “Lievr- Mr Live Letter To You” ci mostra una band al culmine della propria maturazione, il songwriting è complessivamente buono. Ottimo l’apporto delle tastiere di Ralf R6 Paluszek. Migliorata leggermente anche la dizione d’inglese da parte del bassista Lukasz Lisiak, oggi meno scolastica. Personalmente apprezzo di più la loro musica quando sono le chitarre sostenute di Bartek Bereska a salire in cattedra, ma questo è solo questione di gusto personale. Si entra nell’intricata rete del cervello proprio con “Brain- Mind On Clou Nine”, una musica pacatamente tecnica. Non vorrei comunque sembrare troppo buono, nel senso che non è tutt’oro quello che riluce, ci sono anche passaggi a vuoto, noiosi, che non legano con le buone idee che aleggiano nel disco. Manca il collante, ossia ciò che unisce gli ottimi assolo strumentali ai refrain, come nell’ottima “Spine- In Full Swing”. Un altro neo di questo cd è la non proprio ottima produzione, il suono non risulta del tutto nitido, ma questi in buona sostanza sono gli unici difetti. Per il resto nulla da ridire, anzi non resta che complimentarmi con loro per il miglioramento e per la passione in cui nutrono e credono con il cuore…e si sente.
Chiudo con una curiosità, Osada Vida è un piccolo paese del Benin, dove ancora gli abitanti vivono in armonia, lontani dal caos e dalle incomprensioni della nostra società cosiddetta “civilizzata”. Un sogno…. MS