I Miei Libri

I Miei Libri

domenica 24 novembre 2019

Falena


FALENA – Una Seconda Strana Sensazione
La Locanda Del Vento – Lizard Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2019


La copertina del terzo album dei laziali Falena ad opera di Armando Zelinotti, cela il viso di un uomo che si intravede dietro degli occhiali e la mano in volto che accompagna la sigaretta alla bocca. Lui è un uomo medio, un antieroe dalla personalità complessa, sfuggevole,  che fa della normalità la sua forza e questo argomento è il concept dell’intero album. Il libretto è molto illustrato, tutto in bianco e nero contenente disegni, testi e credits.
Dunque dopo “Impressioni” (2007) e “L’Idiota” (2013), è la volta di “Una Seconda Strana Sensazione”, prodotto dalla Lizard Records per la serie La Locanda Del Vento. E’ suddiviso in quattordici tracce sonore di stampo Rock Progressivo Italiano classico. Il gruppo è composto da Emiliano Sellati (Voce, testi), Alessandro Fusacchia (chitarre, cori), Marco Peschi (tastiere, flauto), Andrea Trinca (basso, cori) e Rossano Acciari (batteria).
Il Rock Progressivo Italiano in questo ultimo anno sta dando frutti interessanti, un lieve innalzamento di qualità rispetto al 2018, rispettando un andamento che lo ha contraddistinto da sempre, fatto di alti e bassi. I Falena contribuiscono a questo innalzamento registrando un prodotto buono, diretto e per certi versi semplice, attento alla melodia, senza perdersi in inutili arzigogoli.
Il concept inizia con lo strumentale “Antefatto”, una chitarra elettrica ripete a loop un riff incisivo per giungere al classico cambio di ritmo che contraddistingue il Prog. Le tastiere sono complici mentre la ritmica risulta pulita e rodata. Tanto profumo di anni ’70, i Falena conoscono la storia del genere e ben riescono a filtrarla attraverso la personalità.  “Un Mite Inverno” si presenta con lo stesso modus operandi, ricordando per certi aspetti Le Orme. Molto bello l’assolo della chitarra che fa volare in alto la mente di chi ascolta, questo spesso accade quando lo stile prende come riferimento David Gilmour dei Pink Floyd e certi suoi passaggi sostenuti.
Suoni di sintetizzatore aprono “Il Dubbio”, brano più ricercato e in stile Metamorfosi, tanto per restare in ambito storico per certi riferimenti sonori. Il sound diventa più greve e cadenzato, le atmosfere si incupiscono donando al disco ulteriore interesse e profondità di ascolto.
“Il Peso Della Misura” è un altro esempio di cosa è una canzone Prog di stampo italico, con melodie delicate e facili da ricordare, contenente passaggi introspettivi riguardanti l’animo dell’uomo in analisi. Dopo un breve momento rumoristico si giunge a “Passaggio”, iniziato dalla chitarra acustica e voce per poi aprirsi in maniera ariosa con tutte le strumentazioni, flauto compreso. Ricordi del passato si uniscono al presente. La title track invece alza di poco il ritmo pur rimanendo relegata ai stilemi appena descritti.
“L’Erpice” è un altro frangente sonoro breve fatto di suoni, rumori e sensazioni che accompagnano a “Nella Colonia Penale”. Questa volta sono le tastiere ad aprire il brano, un velo malinconico cala nella mente, ma le stesse aprono al ritmo ed improvvisamente il brano prende un altro percorso, sfiorando anche il Neo Prog soprattutto nella fase dell’assolo di chitarra. Un flauto quasi bucolico è protagonista dello strumentale “…Per Un Libero Pensiero”, ancora una volta i ricordi sembrano tornare al passato e a quelle sensazioni che ci hanno fatto amare la musica e la vita.
Un suono di campane accoglie “Requiem…”, brano classico in stile Falena, mentre a seguire si va a “Il Mercato”, dove la voce di Sellati con i cori sperimentano giri a cappella, come la scuola Gentle Giant ci ha proposto nel tempo. Una chitarra elettrica apre “Sete” il brano più lungo dell’album con i suoi abbondanti novi minuti. Una mini suite a tutti gli effetti. Conclude il concept “Conseguenza” e lo fa con suoni elettronici nebulosi e Psichedelici.  
Ho detto che in questo album ci sono tutti gli ingredienti del Prog Italiano storico, in effetti è così, portandosi dietro anche il problemino annoso della voce, che per le band nostrane sembra quasi essere un fatto insormontabile salvo in alcuni rarissimi casi (Banco, Area, Orme, Raccomandata Ricevuta Ritorno…). La voce di Emiliano non sempre mi convince a pieno, pur riuscendo ad interpretare le canzoni con estrema enfasi e in alcuni casi anche in modo perfetto. Questo se proprio devo cercare un neo a un disco che ha molto da dire e che è ulteriore conferma della buona salute del nostro amato genere. Consigliato perché è un ennesimo ponte fra il passato, il presente e la nostra tradizione che spero non muoia mai. MS


venerdì 22 novembre 2019

Alexander Layer


ALEXANDER LAYER – Huginn Muninn
Virtuoso Records – Elevate Records
Genere: Virtuoso Strumentale
Supporto: ep – 2019


Huginn è il pensiero mentre Muninn è la memoria, entrambi sono i corvi del dio Odino che vagano sulla terra a riportare informazioni al loro padrone. Con queste tematiche mitologie Norrene e Celtiche, la musica del virtuoso chitarrista Alexander Layer si presenta per la seconda volta al pubblico dopo il recente debutto del 2018 intitolato “Fenrir”.
Alexander Layer è il nome d’arte di Alessandro De Fusco, giovane chitarrista diplomato al V°anno di chitarra classica e solfeggio, studente Lizard Accademy di Roma. Amante dell’Heavy Metal riesce a miscelare la sua passione al neo classico per un risultato che mette in evidenza tutte le sue qualità tecniche con una piccola dose di Progressive Metal.
L’edizione fisica del disco completamente strumentale è elegante e cartonata, contenente l’esaustivo libretto che accompagna il cd narrante le vicissitudini dei brani e cosa vogliono rappresentare. Foto centrale tutta pagina dell’artista e i credits rifiniscono il tutto. L’artwork con i corvi è ad opera di Antonella Panico, mentre il booklet è materia di Simona Guerrini. Tengo a sottolineare una volta tanto,  che le scritte si leggono! La line up oltre che dal chitarrista Alexander Layer è formata da Francesco Coia (basso), Michele Milano (batteria) e Francesco Cipullo (tastiere).
“Huginn Muninn” è composto da sette tracce per un totale di venticinque minuti di musica, ad iniziare dall’intro tastieristico di “Hugr And Munr”. Il corvo non è soltanto un simbolo di morte, ma un vero e proprio animale intelligente tanto che Odino ne fa appunto proprio messaggero. Nella mitologia del nord esiste anche una forte e bellissima donna chiamata Valchiria, ed eccola decantata nel vero primo brano dell’album intitolato “Valkyrie”. Una cavalcata Metal dall’inizio roboante e forsennata come il galoppo di un cavallo in corsa, per poi aprirsi in sonorità ariose e sostenute.
I corvi cominciano a svolazzare attorno al mondo e a riportare notizie in “Grimnismal, altrimenti detto  «Discorso di Grímnir», quarta composizione della Ljóða Edda, raccolta di poemi su argomenti mitologici scritti fra il il IX e l'XI sec.. Tastiere dal suono mellotron ricoprono coralità, mentre la chitarra alterna passaggi tecnici ad emotività.
“Kenning” presenta il lato più malleabile dell’artista, canzone che ha una melodia incentrata sulla dolcezza, orecchiabile e diretta. “Hrafnaguò” è il brano più lungo dell’album grazie ai suoi cinque minuti abbondanti di musica. Qui si manifesta l’aspetto più Metal Progressive del giovane chitarrista, alcune tastiere rimandano ai primi Dream Theater, mentre il sound è incentrato su cambi di tempo, davvero notevole il lavoro della sezione ritmica. Il brano è spezzato nel finale, lasciando adito a riff di matrice celtica.
Chitarra classica in “Hugins Vör”, una ballata dal sapore nordico, sembra quasi che i polmoni si riempiono d’ aria umida e fredda durante l’ascolto che avviene ad occhi chiusi, perché l’enfasi strutturale tende a farci reagire in questo modo incontrollato.
Il disco si conclude con l’energica “òdinn”, altra cavalcata epica e comunque non troppo roboante, dove il chitarrista si diverte ad eseguire passaggi in stile J.Y.Malmsteen..
La musica di Alexander Layer ha un grande pregio, quello di non perdersi in inutili elucubrazioni, la tecnica si ma non asfissiante, e soprattutto tanto cuore. Talento da tenere d’occhio. MS

Aetherna


AETHERNA – Darkness Land
Elevate Records
Genere: Gothic Metal
Supporto: cd – 2019


Roma è capitale, storia e cultura, una città che pullula di arte in tutti i settori. Anche in ambito Heavy Metal ha saputo dare notevoli frutti oltre che numerosi. Aggiungiamo gli Aetherna, quintetto dedito ad un Hard Rock intriso di Gothic Metal. Nascono nel febbraio 2015 con il primo nome First Aid, per suonare cover Alternative ed Hard Rock. La voce è femminile, quella di Virginia De Propris che nel 2016 lascia il microfono a Ylenia Bispuri, così dopo due singoli il gruppo cambia anche il nome dopo la svolta Gothic. Ma l’apporto di Ylenia è breve, dopo pochi mesi si stabilizzano con  Germana Noage. Vengono completati da Vincenzo Zappatore (chitarra), Vittorio Flumeri (chitarra), Marco Di Marco (basso) e Luigi Iesu (batteria).
“Darkness Land” è il debutto ufficiale della band che negli anni ha registrato singoli qui riuniti in questo unico album grazie al contratto avvenuto con la prestigiosa Elevate Records.
Il disco si presenta in edizione cartonata contenente all’interno il curatissimo libretto ad opera di Jhan Vision Art, mentre le foto sono di Pino Magliani. Molto bella anche la copertina che immerge l’ascoltatore nell’opera sin da subito, lasciando trapelare sensazioni gotiche. Sette canzoni per una durata complessiva di quasi quarantacinque minuti di musica.
Apre “Event Horizon” con un riff di chitarra in stile Iron Maiden, anche se il brano si svolge in tutt’altra maniera. Germana si presenta senza strafare, interpreta al meglio il brano con naturalezza, senza inutili forzature. L’andamento è melodico anche se le atmosfere tendono allo scuro e non mancano i cambi di direzione.
Onde del mare si infrangono, mentre un grido di gabbiani aleggia attorno all’arpeggio iniziale di “Darkness Land”, un affresco sonoro e vocale di intima fattezza. Grazie ad un ritornello molto accattivante, Germana alza i toni mentre il brano si diverte a variare nella struttura pur rimanendo sempre relegato a riff importanti.
“Sounds From Nowhere” è il singolo del disco, massiccio con un robusto attacco ritmico soprattutto da parte di Luigi Iesu. Il brano si sviluppa in un Heavy Metal dal sapore antico, quando la NWOBHM  (New Wave Or Brithis Heavy Metal) incominciava a dare  i primi risultati importanti verso la fine degli anni ‘70. Segue “Devil’s Lullaby”, la farfalla in simbiosi con la musica aleggia sopra le nostre teste, lasciando sensazioni quasi Progressive nell’intento. La chitarra si esprime in un assolo gradevole e non distorto, così tutto il brano mette in evidenza le capacità compositive della band.
“Overdream” Inizia con il suono di una puntina che scende sul giradischi ed il suo classico fruscio per poi aprirsi in un anthem ritmico importante ed oscuro, il lato più gotico della band nel brano più lungo dell’album, grazie agli otto minuti di durata. Segue “Lord Of Sin” un brano che non aggiunge e nulla toglie a quanto detto sullo stile della band.
Sembra pace fatta con la New Wave degli anni ’80, quando il Metal si ribellava alla nuova moda inglese gridando sempre più forte, perché il gruppo qui chiude questo bel debutto con la cover “The Chauffer” dei Duran Duran.
Gli Aetherna hanno uno spiccato gusto per le melodie, compongono brani che sicuramente hanno una buona riuscita live, quelli che accalappiano l’attenzione anche di chi non è avvezzo all’Heavy Metal. Musica gradevole per tutti i gusti. MS

lunedì 18 novembre 2019

Ibridoma


IBRIDOMA - City Of Ruins
Punishment 18 Records
Genere: Heavy Metal
Supporto: cd – 2018


Il Metal in Italia gode di un seguito sufficientemente numeroso, relegato comunque ad un pubblico di nicchia, curioso e ferrato sull’argomento. Il fans così come l’artista stesso è esigente e ogni disco che esce è sempre molto curato lasciando poco al caso. Nel termine Heavy Metal si aggirano davvero tanti ingredienti, Death Metal oltre che Power Metal con melodie gradevolmente assimilabili e massicce. In questo siamo molto bravi.
La band Ibridoma è marchigiana, altra regione molto attenta al fenomeno Metal, precisamente di Macerata e si forma nel 2001. Nutrita la discografia fatta di sette dischi da studio fra ep e full length compreso questo “City Of Ruins”. Sin dai primi movimenti la band riceve consensi, partecipa a diversi concorsi aggiudicandosi anche nel 2004 il primo premio al "Rock Around The Road”. Buona anche l’attività live con partecipazioni a date assieme a gruppi storici come  The Dogma, Uli Jon Roth (Scorpions), Richie Kotzen (ex Poison / Mr. Big), Rigo Righetti e Roby Pellati (Ligabue), Linea 77, Theatre Of The Vampire e Necrodeath.
Sono formati da Chriastian Bartolacci (voce), Marco Vitali (chitarra), Sebastiano Ciccale' (chitarra), Leonardo Ciccarelli (basso) e Alessandro Morroni (batteria). Nel loro sound trapelano alcune inevitabili influenze, come ad esempio quelle dei maestri Judas Priest o i Saxon, tuttavia nel complesso la band gode di ottima personalità. La ritmica si evidenzia lubrificata e funzionante sin dall’iniziale “Sadness Comes”, canzone potente e narrata dall’ottima voce di Bartolacci. Anche in questo noi italiani siamo molto bravi, la voce è sempre un valore aggiunto, a differenza del Progressive Rock italiano dove nella media le interpretazioni sono scadenti. I brani sono molto orecchiabili, mantenendo alta l’adrenalina, come nel caso di “Evil Wind”, dove la band mostra i muscoli.
“T.F.U.” potrebbe trattarsi del singolo dell’album, molto diretto e semplice. Buono il solo di chitarra che dona all’ascolto il momento da assaporare dondolando la testa al suo incedere, si sa che nel Metal questo sistema è quello più adatto per poter godere al meglio della musica.
“Di Nuovo Inverno” è cantato in due lingue, l’inglese e l’italiano, una scelta simpatica che relega all’ascolto una curiosità in più. Qui c’è una ritmica più pacata ed un ritornello semplice da ricordare, la musica deve essere anche questo, alla fine qualcosa deve sempre rimanere nella memoria di chi ascolta. Le chitarre disegnano riff nervosi in stile Radiohead primi anni ’90. La title track alza il tiro e si presenta più Power e cadenzata, da cantare in sede live assieme alla band. Si entra nel contesto NWOBHM (New Wave Or British Heavy Metal) con “Angels Of War”, qui si ciondola in riff granitici. Più Savatage style “My Nightmare”, la band è sempre coesa nelle ritmiche e nell’incedere.
“Fragile” prosegue il cammino senza togliere o aggiungere nulla a quanto detto, per giungere a “Terminator”, più sferzante ed elettrica. L’album si conclude con l’acustica “I’m Broken”, canzone dall’ampio respiro e di una gentilezza carezzevole.
Gli Ibridoma dimostrano ancora una volta il buono stato di salute del genere che continua imperterrito a far uscire dischi di buona qualità. Oggi è sempre più difficile imbattersi in un brutto disco, le registrazioni sono sempre ottime grazie alla tecnologia e le canzoni sempre orecchiabili, anche se viene a mancare il capolavoro dettato dall’incoscienza di osare nuove soluzioni. Forse noi italiani dovremmo sforzarci di più sotto questo aspetto, anche se non necessariamente ci si deve evolvere, spesso basta godere di ciò che si ha, e i Ibridoma non so se lo sanno, ma lo fanno. Bel disco. MS

mercoledì 13 novembre 2019

Nefesh


NEFESH – Panta Rei
Sliptrick Records /Dead Pulse
Genere: Alternative Metal
Supporto: cd – 2018


Le Marche sono un regione italiana davvero ricca di sorprese, grandi paesaggi, ottima cucina e buon vino, può a questo punto mancare la musica? Certamente no, ed essa è rappresentata al meglio da numerosi progetti e generi musicali differenti. In ambito Metal e dintorni ad esempio, la regione è più che coperta, con un numero consistente di band attente al movimento musicale e realizzatrici di prodotti di buona qualità oltre che di personalità. Per i più curiosi di voi le band che ci sono vengono trattate nel mio ultimo libro “Metal Progressive Italiano” (Arcana). La scena quindi non esula di sperimentazione, ed i Nefesh ne sono una prova tangibile.
Sono formati da Luca Lampis (chitarra, voce, testi), Michele Baldi (batteria), Stefano Carloni (tastiere), Paolo Tittarelli (voce) e Diego Brocani (basso) per suonare una musica difficile da etichettare tanta la ricerca in esso contenuta. Il loro potremmo definirlo Progressive Melodic Death Metal oppure semplicemente Alternative Metal. Tuttavia non è importante l’etichetta, tanto quanto far capire il concetto di passione per la ricerca che i musicisti in analisi prodigano nei confronti della musica. “Panta Rei” è il terzo album da studio dopo “Shades And Lights” (2011 – Necrotorture)” e “ Contaminations (2014 – Revalve)”.
Non soltanto complessità strutturale nelle canzoni, ma anche ricerca per i testi, dove in analisi si trova l’ “Io”, ossia l’individuo ed i suoi aspetti. L’argomento è spesso trattato anche da gruppi Progressive Rock, come ad esempio lo “Zarathustra” dei Museo Rosenbach o l’ ”Io Come Io” de Il Rovescio Della Medaglia negli anni ’70.
Anche l’album è suddiviso in maniera non banale, con tre suite centrali, un “Outro” ed un “Intro” rovesciati nell’ordine di ascolto. Le tre trilogie narrano le vicissitudini dell’ ”Io” a partire dagli attacchi di panico sconfitti con il tempo dopo accurate analisi interiori nella prima suite. La seconda presenta l’individuo pronto anche ad aprirsi agli altri, al “Voi” e al “Tu” anche se in maniera titubante, mentre nella terza è la volta della possibilità di unirci tutti in uno speranzoso “Noi”.
Il cantato è sia in lingua italiana che in inglese.
Spiegano i stessi Nefesh nella biografia: “La fine, “Intro”, si rivelerà essere l’inizio di tutto il percorso connessa alla prima traccia e i punti di riferimento si spostano un po’ dando una percezione diversa della realtà e seguendo questo inizio che riporta alla traccia 1 e quindi alla 2 si
riinizia il disco e quindi il viaggio.”.
Si comincia dunque con “Outro (Preludio Al Ritorno)”, i suoni lisergici e vocalizzi di origine sciamana, l’atmosfera scura e sofferente si cala immediatamente sull’ascolto. Giunge violento il Death Metal con stop & go ritmici e una voce davvero in grande spolvero in “Trilogia Il Ritorno”, grazie alla propria duttilità a seconda delle situazioni. Tastiere fanno da sfondo donando al tutto profondità e soggezione per un qualcosa che può sempre accadere di non molto rassicurante. Il suono si spezza per dare spazio ad un flebile piano per poi ripartire con volumi alti e grida. Un altalenarsi di emozioni che ben descrivono i testi in analisi. Infatti nel momento della libertà dell’individuo tutto diventa più intimistico, sparisce il Death ed il Metal per lasciare campo ad un nostalgico pianoforte, arpeggi di chitarra acustica e voce. La prima suite si conclude con un Metal più rassicurante in “The Hidden Sun”, palestra per le doti tecniche dei singoli componenti. Il finale è decisamente Prog nelle chitarre.
Dopo il “(Preludio Al Divenire)” giunge la seconda suite “Trilogia: Il Divenire” che si apre con un Death Metal di stampo più classico aperto a scelte canore variegate. “Vite Condivise” è un brano in formula canzone, cantato in italiano e facile da memorizzare. “Play Stay” procede l’operazione in maniera elettrica, ma la sostanza emotiva non varia, accresce invece la prova vocale di Tittarelli e gli assolo di chitarra. Molto interessante anche l’alternarsi di testi in inglese ed  italiano.
Dopo “(Preludio Al Risveglio)” inizia la terza suite intitolata “Trilogia: Il Risveglio”. Sferzate Metal e dialoghi spezzati da ritmiche ansiose colgono immediatamente l’ascolto. “Costellazioni” ritorna nei territori più sentiti e rassicuranti della canzone, comunque gridata e sentita. Con “A New Inner Vision” si hanno parvenze di Celtic Frost era “Into The Pandemonium”, degna conclusione della trilogia che tuttavia vede porre la parola fine con “Intro”.
La musica dei Nefesh si può semplicemente sintetizzare con immagini caleidoscopiche, colori e forme che si susseguono cambiando di volta in volta, lasciando sempre adito allo stupore, e oggi più che mai ne abbiamo bisogno come l’aria. MS


lunedì 11 novembre 2019

Resoconto presentazione libro METAL PROGRESSIVE ITALIANO


Di Saverio Spadavecchia e Daniele Gattucci


(Foto di Frankie Fox)


(Foto Eleonora Salari)

Daniele Gattucci:
FABRIANO - Come nelle migliori occasioni di questo genere, in una atmosfera cordiale e divertente, l’autore è rimasto a disposizione dei musicisti, dei cultori, dei curiosi rispondendo alle domande e fornendo delucidazioni su “Metal Progressive Italiano”. Il secondo libro del critico musicale Massimo Max Salari intitolato “Metal Progressive Italiano”, presentato sabato 9 novembre presso la Biblioteca Multimediale di Fabriano. Massimo Max Salari, bissa dunque un altro successo dopo la prima opera ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 – 2013, vincitrice anche del premio “Macchina Da Scrivere 2018” per la sezione “Migliore enciclopedia dell’anno”. In questo caso l’autore fabrianese si è ripresentato per la seconda parte enciclopedica dell’argomento sperimentale questa volta rivolta al genere Heavy Metal. Come detto, pubblico numeroso ha partecipato con vivo interesse a questo evento reso possibile grazie al patrocinio del Comune di Fabriano, introdotto dal musicista Fabio Bianchi e arricchito dagli interventi di ospiti importanti come Renato Gasparini e Marco Agostinelli degli Agorà, i Walls Of Babylon, i Soundsick, Hidden Lapse, il cantautore Frederick Livi, ed i Skyline. La suddivisione strutturale del libro ha consentito di presentarlo con tutti i dettagli necessari, affiancati con immagini di supporto per meglio spiegare il genere. Prima parte storica; la seconda divisa per regioni con tutte le band nominate regione per regione, comprese interviste ai protagonisti; la terza riguardante la discografia essenziale con recensioni annesse dei maggiori dischi sul genere. Infine le nuove tendenze e le conclusioni finali.
“METAL PROGRESSIVE ITALIANO- ha commentato Massimo Max Salari - è un libro che mette in evidenza un mondo musicale sperimentale in buon fermento, tante anche le band cittadine citate a dimostrazione che Fabriano e la musica godono di ottima salute”. Affermazione provata da un lavoro annoso e preciso che delinea un quadro generale di grande valore culturale e storico, uno spaccato unico al mondo mai approfondito da nessun altro autore per complessità e competenze. Certo, Salari, si espone su un argomento difficile, ma il risultato gli da ragione e Facebook attesta quanta partecipazione e gradimento hanno riscosso queste pagine postillate da parte di tutto il pubblico non solo nazionale. Non a caso, dopo la presentazione del libro i partecipanti sono andati tutti a cena “a dimostrazione – ci dice dopo aver sottolineato - le foto sono ad opera di Eleonora Salari, che la musica e la cultura in senso generale legano alla perfezione”. DANIELE GATTUCCI
                                                                                           
                                                 
                       

mercoledì 6 novembre 2019

Antico Lunario


ANTICO LUNARIO – Epitaffio
Autoproduzione
Genere: Neo Folk Rock
Supporto: EP – 2019


Con un nome affascinante e traboccante di essenza Folk Rock, gli Antico Lunario sono un progetto che si fonda in un sottobosco presso Imola nel 2017. Tutto nasce da un idea del cantante e chitarrista  Francesco Ronchi (ex Holocene, ex Sundale) e del polistrumentista Iven Cagnolati (ex Aferium). Dopo alcuni avvicendamenti nella line up e defezioni varie restano un trio, ma Jack Einarr Greywolf (basso) esce dal progetto all’inizio delle registrazioni di questo EP di debutto intitolato “Epitaffio”, presente solo sul brano “We Will Go Home” ed autore di alcuni testi. Dunque gli Antico Lunario oggi a tutti gli effetti sono un duo.
“Epitaffio” viene stampato in cinquanta copie fatte a mano, autoprodotte, così come è autoprodotta la registrazione e quant’altro. Le canzoni sono sei per quasi trenta minuti di musica.
La confezione cartonata è tasca per un libretto di accompagnamento fatto di simil carta paglia sempre ad opera di Francesco Ronchi. L’ep si apre con “We Will Go Home”, ispirata dalla versione tratta dal film “King Arthur”, a sua volta suggerita da una ninna nanna delle Isole Ebridi. Il suono è registrato in maniera più che sufficiente, e quello che scaturisce dalle note è tanta storia riguardo al genere, l’arpa, le chitarre acustiche, le percussioni idiofone il tamburo ed il basso disegnano arie dal profumo antico, proprio come suggerisce il nome della band.
Il supporto del vento e la pioggia portano all’ascolto di “Silvestre Lambire”, brano con piccole velature di Progressive Rock, basate su alcuni giri di chitarra dal profumo Genesiano. Il cantato è in italiano e bene si adatta la voce di Ronchi nel contesto, malleabile a seconda delle esigenze. Alcuni passaggi mi rammentano i siracusani Fiaba.
“Del Tramonto Bramante” è una ballata su testi scritti da Jack Einarr Greywolf, ed il tempo sembra essersi fermato nel Medioevo. Tante le emozioni che scaturiscono da queste poche e semplici note, la sostanza è tangibile. Spettri, acqua, donna, fuoco, luna, cielo, tutti ingredienti che sanno trattare questi argomenti fiabeschi con sapienza e semplicità.
“Sulla Trepidazione” è più vigorosa, con arpa, mandolino, stompbox, percussioni, chitarra e basso, una nenia insistente che ha intrinseco il profumo della terra, il bosco è tutto attorno a noi e sembra rotearci attorno. Con “Della Risacca Che Culla” ho  sensazioni che mi conducono si nel nord dell’Europa, ma nel versante svedese, dove band come gli Opeth in versione acustica spesso hanno saputo donare quella tinta di oscurità al Folk che non guasta.
L’ep si conclude con “Epitaffio”, qui l’outro rammenta un motivo anonimo dell’antica Grecia intitolato “Epitaffio Di Sicilo”, ritrovato su una stele funebre di marmo risalente al II secolo a.C. ed il I secolo d.C.  Qui Iven Cagnolati suona anche l’Euro, uno strumento a corda ideato da lui stesso.
Quello che erompe dall’ascolto di “Epitaffio” è una sensazione di libertà, di natura, tempi antichi  a tratti oscuri ed in altri frangenti più aperti, anche se  la prima sensazione è quella maggiormente vissuta dall’ascoltatore.
l’EP sarà acquistabile dalla pagina bandcamp della band o scrivendo un messaggio direttamente alla pagina facebook del gruppo. MS


lunedì 21 ottobre 2019

Presentazione libro METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Presentazione libro METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Vi aspetto sabato 9 Novembre alle ore 17.00 a Fabriano nella Biblioteca Multimediale. Vi parlo del piano dell'opera "METAL PROGRESSIVE ITALIANO Ed I Fondamentali Stranieri" (Arcana), oltre che di storia del Rock e dell'Heavy Metal. 
Per chi desiderasse ci saranno anche copie del mio libro vincitore del premio "Macchia Da Scrivere 2018" come migliore enciclopedia musicale dell'anno ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013

 La locandina è ad opera di Eleonora Salari

Franck Carducci


FRANCK CARDUCCI – The Answer
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2019


Come ben sintetizza la foto centrale del libretto che accompagna il nuovo disco di Franck Carducci “The Answer” ritraente l’artista con la clessidra in mano, il tempo passa velocemente. Sembra ieri che ascoltavo per la prima volta il chitarrista polistrumentista francese nel buon debutto di “Oddity” del 2011, e anche nel successivo “Torn Apart”  del 2014, dove ho trovato miglioramenti e maturazione artistica.
Il tempo vola dicevo, sono passati quasi cinque anni per giungere al nuovo album, ma la riflessione che mi sorge spontanea è che tuttavia la musica resta immortale.
Carducci ha nuove storie da raccontare, e le registra in sei nuove tracce, mentre nel disco si trovano in aggiunta due bonus track, una live intitolata “On The Road To Nowhere” e “Beautiful Night”, poi ancora in aggiunta due versioni radio di “(Love Is) The Answer” e “Slave To Rock’n’Roll” i pezzi da spingere dell’album.
Ed è proprio con “(Love Is) The Answer” che si inizia, con le tastiere, gli effetti e un riff di chitarra acustica. Il brano è altamente Prog grazie alle tastiere Hammond e Mellotron di Oliver Castan, mentre alla batteria c’è Antonino Reina, Christophe Obadia ai cori, Carducci al basso, chitarre e voci e Steve Marsala, Mary Reynaud, Sandra Reina e Amelynn Vecchi ai cori. Un equilibrio fra Neo Prog e stile anni ’70 caro in primis ai Genesis e agli Yes che lascia spazio alla magniloquenza del suono. “Slave To Rock’N’Roll” è più elettrica e l’incedere iniziale mi ricorda molto la qualità dei Saxon, semplici e diretti. Ovviamente non siamo a livelli dell’Heavy Metal, ma traspare questa aria che rimanda agli anni ’80, mentre il ritornello si affaccia verso l’AOR. Trascinante l’assolo di chitarra.
“Superstar” è una mini suite di dodici minuti, qui l’artista mette in mostra tutte le sue capacità compositive, e ritorna il Progressive Rock con i cambi di tempo. La musica di Carducci prende per impeto emotivo e lascia il segno, gioca molto sui momenti orecchiabili da stamparsi nella mente e il tutto funziona. L’esperienza accresciuta grazie anche ai concerti dal vivo negli anni porta a questo risultato. Fra Pendragon e Genesis.
Un altro brano di media lunga durata è “The After Effect” di dieci minuti. La fantasia nella musica è un elemento importante, bisogna saperla dosare al momento giusto ed in maniera assolutamente personale, questo fattore o lo si ha o non lo si ha, non si improvvisa. Ogni canzone dell’album quindi è completamente differente, questo è un grande pregio perché il tutto scorre in maniera leggera e piacevole.
Ritorna la formula canzone con “The Game Of Life”, voce e piano dialogano fra melodie dolci e introspettive. Il pezzo è impreziosito dalla tromba di Thierry Seneau. A seguire un'altra mini suite di undici minuti, “Asylum”. Ottimo l’intro con ritmiche sospese e un assolo di chitarra, tutto questo porta a un crescendo sonoro importante, un modo di fare che cattura e funziona sempre. Il brano bonus live a cui facevo riferimento in apertura è acustico, mentre “A Beautiful Night” è una piccola gemma che per fortuna è stata inclusa nell’album.
Franck Carducci si da una risposta (come intitola l’album stesso), ma spero che quella più grande arrivi dal pubblico perché l’album merita veramente tutta la vostra attenzione.
Il disco uscirà il 28 novembre. MS

sabato 12 ottobre 2019

Retrospective


RETROSPECTIVE – Latent Avidity
Progressive Promotion Records / G.T. Music
Genere: Metal Progressive
Support: cd – 2019


Tornano i polacchi Retrospective con Latent Avidity”, ultimo sforzo creativo da studio, il quinto. La band oramai si è consolidata su certe atmosfere Metal Prog a tratti malinconiche e sempre colme di ottime melodie.
Bene rappresenta il contenuto sonoro la splendida cover di  Dimitra Papadimitriou che mi fa tornare alla mente quella dei thrasher svizzeri Coroner di “No More Color”, anche se ovviamente i stili musicali sono completamente differenti. Qui il lavoro “progressivo” del gruppo prosegue imperterrito, sino a raggiungere un risultato che sicuramente farà l’interesse dei fans di Anathema (quelli di “Alternative 4”), dei Riverside, Tool e Pain Of Salvation su tutti. Otto brani contenuti nell’album, anche se il primo è un brevissimo intro intitolato “Time”. Il gruppo ancora oggi è composto da Jakub Roszak (voce), Beata Lagoda (tastiere, voce), Maciej Klimek (chitarra), Luzask Marszalek (basso) e Robert Kusik (batteria).
Subito positivo l’impatto con “Still There”, vero e proprio singolo che ti fa innamorare del genere al primo ascolto. Etereo nelle chitarre, bene interpretato dalla voce pulita ed impostata di Jakub che in questo caso mi fa tornare alla mente quella di Geoff Tate dei Queensryche, ma quelli più pacati.
Tutti i brani sono di media o lunga durata, comunque sempre superiori ai cinque minuti, così “Loneliness” non esula dalla media. Qui è Beata che canta, una voce gradevole e mai dedita ad inutili grida che tanto sembrano andare di moda oggi. Un velo gotico avvolge il brano mentre le tastiere ripetono una sorta di loop che potrebbe benissimo uscire da canzoni New Wave. Più insistenze in ambito Metal nell’incedere del riff risulta “The Seed Has Been Sown”, brano di spiccata personalità malgrado alcuni piccolissimi deja vu dovuti probabilmente ad ascolti Riverside.
Splendido il finale della canzone con un gradevole assolo di chitarra.
I toni diventano introspettivi in “Stop For A While”, apre piano e voce per poi evolversi in una gotica semi-ballata. Toccante il cantato maschile e femminile, formula rodata e sempre funzionale. Un momento solare nel disco giunge da “In The Middle Of The Forest”, canzone che comunque  rispecchia tutti i canoni caratteriali della band polacca, così la successiva “Programmed Fear” fra Paradise Lost più recenti e Lacuna Coil.
Il disco si conclude con il brano più lungo, superati i dieci minuti in “What Will Be Next?” e per i gusti musicali del sottoscritto è sicuramente il momento più bello, anche per gli arrangiamenti oltre che per abbondanza di materiale. Diciamo che si accosta di più al Progressive Rock.
La musica dei Retrospective bada al sodo, diretta al cuore senza strafare giocando su giri armonici gradevoli che faranno avvicinare molti di voi sia alla band che al genere se sconosciuti. Gran bel disco, la band è in un momento di grazia compositiva, approfittiamone. MS

Metronhomme


METRONHOMME – 4
Autoproduzione
Genere: Psichedelia / Progressive Rock
Supporto: lp – 2019



Sono sempre stato un ammiratore di chi produce oggi musica non convenzionale e completamente strumentale. La scelta è coraggiosa e non sempre va incontro all’ascoltatore medio moderno. Mi dispiace per lui, ma io cerco dalla musica qualcosa che sappia farmi pensare ed ascoltare, dove non arrivano le parole li inizia la musica.
Lancio vinilico per la band marchigiana Metronhomme (Macerata) che si forma nel 2003, “4” è il quarto lavoro dopo “L’ultimo Canto Di Orfeo” (2005), “Neve” (2008) e “Bar Panopticon” (2010). Il bel disegno della copertina è ad opera di Tommaso Gomez. La musica proposta viaggia senza etichette particolari, ma se dobbiamo necessariamente farlo, possiamo racchiuderli tranquillamente nel Progressive Rock quello di stampo Psichedelico.
“4” è formato da undici tracce. La prima comunicazione che mi giunge all’ascolto del disco è l’amore per i Porcupine Tree primo periodo, buoni interventi di chitarra su basi spesso eteree e ben arrangiate dalle tastiere di Tommaso Lambertucci. La band viene completata da Mirco Galli (basso), Andrea Lazzaro Ghezzi (batteria), Marco Poloni (chitarre) e Paolo Scapellato.
“I Treni Di Gabo” sono l’immediato biglietto da visita della band. Forza e sensibilità in un unico guscio, così la successiva “L’uomo Ombra” lascia spaziare la mente in percorsi aurei e allo stesso tempo solidi. Un mix che solo la musica riesce a spiegare. Più dolce “Chiuso Per Gatti” con il contrabbasso dell’ospite Manuele Marani.
Ritmica perfetta e tante buone idee comunque legate sempre alla formula canzone.
Cambi di tempo in “Blow Up Automatic Chiodi” una delle canzoni più Progressive dell’album. A seguire la breve “R.I.P. Brian Diy (Get Rid Of The Bishop)” esposta su scale armoniche ripetute ed ipnotiche. Tuttavia aleggia anche una certa componente Jazzy. I mondi fantastici dei Metronhomme sono tutti incastonati in questi tasselli sonori che compongono il puzzle di “4” e “Quattro Pesci Rossi” mostra un altro volto, sempre pacato e Psichedelico, questa volta anche più rassicurante nella melodia centrale.
Si passa al lato B del vinile che si apre con “Ortega”, stilisticamente ineccepibile e aperta al mondo Prog e anche a quello dei nostrani Goblin. Il gruppo gode di buona personalità, le influenze citate sono perlopiù indicative per chi sta leggendo, perché la musica proposta ha il suo bel carattere definito.
“Salt” dimostra quanto detto, seppure nella sua semplicità. “Hapax” lascia l’ascoltatore ciondolarsi ad occhi chiusi mentre il profumo degli anni ’70 viene esalato nell’aria. “Uccideresti L’Uomo Grasso?” inizia con un rincorrersi fra il piano e la chitarra per poi sfociare nel suo incedere oramai classico. L’album si chiude con “Acrobazie” per chi vi scrive forse il momento più alto di “4”.
Chi ama la Psichedelia non invasiva, il Prog e certi Porcupine Tree, non può lasciarsi sfuggire questo lavoro, onesto, profondo e fresco. MS


sabato 5 ottobre 2019

Simone Piva & I Viola Velluto


SIMONE PIVA & I VIOLA VELLUTO – Fabbriche Polvere e Un Campanile Nel Mezzo
Music Force / Toks Records
Dostribuzione: Egea Music
Genere: Rock
Supporto: cd – 2019




Il Rock polveroso e sudista del chitarrista udinese Simone Piva ritorna a farsi ascoltare a due anni di distanza dal buon “Il Bastardo” (Music Force). Lo stile inconfondibile si fa spazio nella scena musicale italiana per freschezza, semplicità e buoni riff, che sono sempre la spina dorsale di chi fa della chitarra e del Rock un vero stile di vita.
Con Piva suonano Federico Mansutti (trombe), Luca Zuliani (contrabbasso), Alan Liberale (batteria) e Francesco Imbriaco (tastiere, cori). Appaiono come special guests Tony Longheu (chitarra slide), Michele Pirona (chitarra) e Davide Raciti (violino). Il disco è formato da nove canzoni bene registrate  all’East Land Recording Studio a Carmons da Francesco Blasig.
L’artwork richiama il vecchio west con le pistole e le scritte  stile “Saloon”, perché il Rock è anche cosa per duri. Il disco si apre con un inquietante “Impicchiamolo più in alto …Lo mangeranno gli avvoltoi…” nell’Intro ”che porta a “La Battaglia Infuria”, qui mi colpisce il testo che narra ”Le dure prove da affrontare e affrontate ci divideranno e ci uniranno, e la colla sarà l’amore”. Il sound ha per prerogativa la voce di Piva, grezza, ma che come una lima smussa gli angoli del brano.
Si chiede il protagonista “Oste, si può bere qualcosa? Tequila?” e si parte con “Da Dove Vengo” mentre il ritmo sale fra chitarre e trombe. Uno dei momenti più belli del disco per giuste melodie da cantare.
Più acida “Cani Sciolti”, testimonianza di una dura sopravvivenza in alcune zone del vecchio west. C’è anche il momento di quiete intitolato Imprevisti”, piano e voce in evidenza.
Rock Country sudista in “Oggi Si Uccide Domani Si Muore” con tanto di violino per saltellare nella stanza al ritmo della batteria. Lo stile di Piva oramai è inconfondibile.
Sembra di vedere il sole che ci batte negli occhi a mezzogiorno nel brano “Sergio Leone”, canzone dedicata al grande regista dei spaghetti western. La pistola è carica.
“Questa Estate” fra riflessioni e accelerazioni porta all’ascoltatore un altro brano da cantare.
Chiude l’album “Il Destino Di Un Uomo” con tanto di piano e violoncello, un tassello importante per la riuscita generale.
Simone Piva & I Viola Velluto procedono imperterriti il loro cammino nel mondo del Rock, senza compromessi e tanta passione. La cosa è contagiosa, si divertono gli autori e allo stesso tempo gli ascoltatori.
Si spazia, ci si distrae, si canta, con un disco che fa compagnia in ogni occasione della giornata. Tenetelo in considerazione. MS






SIMONE PIVA & I VIOLA VELLUTO – Il Bastardo
Music Force / Toks Records
Genere: Rock
Supporto: cd – 2017


Il nome di Simone Piva agli amanti del Rock non dovrebbe suonare nuovo. L’Artista di Udine ha alle spalle una nutrita esperienza oltre che quattro album in studio: “Trattato Postumo Di Una Sbornia” (2009), “Ci Vuole Fegato Per Vivere” (2011), “Polaroid… Di Una Vecchia Modernità” (2013) e “SP&iVV Simone Piva E I Viola Velluto” (2015) raccontano molte storie, rafforzate dalle  prestigiose date live con artisti importanti come Nada, Zen Circus, Tre Allegri Ragazzi Morti e Morgan.
Con Piva (voce, chitarra) suonano Luca Zuliani (contrabbasso, cori), Alan Liberale (batteria, percussioni), Federico Mansutti (trombe, cori), Francesco Imbraco (tastiere, cori) e Matteo Strazzolini (chitarre). “Il Bastardo” è composto da sette canzoni a partire proprio dalla title track. Duro, ruvido e diretto il Rock di SP&IVV ma molto attento al ritornello, quello che in definitiva è ciò che deve restare nella mente se si vuol cantare e ricordare un brano Rock in senso generale (chi ha detto Vasco Rossi?). Storie di bevute in poco più di due minuti. Sopraggiunge “Hey Frank”, musica Rock sudista come hanno saputo fare i Litfiba con “Lacio Droom”, ma qui in più ci sono le trombe ed è terra di Cowboy, anche se i cinesi…. Ascoltare per capire. Simone Piva racconta storie , lo fa tramite la sua chitarra, è vero, ma la voce graffiante e intensa sa fare ulteriormente il suo gioco. E poi a sorpresa c’è il Reggae, “Hello Madame” si propone come canzone di facile memorizzazione che probabilmente è anche il modo di spezzare l’ascolto e renderlo più fruibile. Importante il supporto delle trombe. Simone Piva stupisce ancora andando a parare nel cantautorato, nuovo stile proposto nel disco, qui dal titolo “Quando Saremo Giovani”. Sembra che l’artista cerchi una vera e propria identità, ma lo stile invece è comune a tutti i generi proposti, a dimostrazione che una base di personalità c’è ed è manifesta.
Torna il West, questa volta “Nord Est”, atmosfere chiare e pacate sopraggiungono con la mandria del bestiame e la diligenza che sembra lasciare dietro un nuvolo di polvere. E poi “Far West”, molto ben arrangiata e toccante, il lato più intimo dell’artista. Il disco chiude con “Noi”, ancora trombe e il supporto dell’ospite Giò con un ritornello ficcante e da tormentone.
Un disco semplice, quando la musica deve farti da compagnia, magari nello stereo dell’auto durante un lungo viaggio, dove il paesaggio che si sussegue velocemente ne è ottima fotografia. MS