I Miei Libri

I Miei Libri

venerdì 10 maggio 2013

Work Of Art

WORK OF ART - Artwork
Frontiers
Distribuzione italiana: Frontiers
Genere: AOR
Support: CD - 2008





Quando ho messo nel mio stereo “Artwork” dei Work Of Art, sono rimasto più che allibito. Vuoi vedere che c’è stato un errore ed il cd in questione è invece l’ultimo dei Toto? Tutto in regola, i Work Of Art sono proprio una band di classe e dedita al 100% all’A.O.R. di Steve Lukather e soci. In realtà aleggia in tutto il lavoro quel profumo di anni ’80, quando le band come Survivor, Journey e tante altre sbancavano i botteghini.
Le origini dei Work Of Art, risalgono al 1992, ma annotiamo solo un demo di tre tracce, una sosta ed il ricongiungimento nel 2002. Malgrado ciò i scandinavi hanno dimostrato talento da vendere. Ecco dunque spiegato un esordio così altisonante, diciamo che il trio è da parecchio tempo che si dedica al genere proposto.
Dodici brani senza pause, un inanellarsi di piccole hit e quasi viene spontaneo chiedersi se la Frontiers non abbia fatto Bingo! Francamente credo che questo disco abbia tutte le carte in regola, dalle melodie, alla produzione, per vendere alla grande. E se poi questo non dovesse avvenire, allora c’è davvero di che preoccuparsi, cosa deve comporre una band di A.O.R. per uscire dalla mischia? “Why Do I” è a dir poco eccellente, poi non possono mancare i nomi di donna come da copione Toto, ecco dunque “Maria” e “Camelia”. Ci sono frangenti vicini al plagio, ma sempre con freschezza e rispetto, come “Whenever U Sleep”, che molto ha del sacco di “Can’t Stop Loving You”. Non solo Toto, ci sono anche riferimenti ad altre band importanti, come Urban Tale, Drive She Said, Unruly Child e Signal.
In definitiva, il genere A.O.R. è questo, quando si esprime al massimo dei suoi livelli è un piacere da ascoltare. Ti rapisce e ti porta alla spensieratezza, senza esagerare. Chi in futuro vorrà spostare le coordinate del genere sarà più che benvenuto, per ora, anche se troppo stereotipati, ci accontentiamo alla grande dei Work Of Art. MS

mercoledì 8 maggio 2013

Alibi

ALIBI - Misdemeanours
Escape

Distribuzione italiana: Frontiers
Genere: AOR
Support: CD - 2006




A volte basta davvero poco per fare un buon disco, ci sono artisti che con il minimo sforzo raggiungono risultati davvero insperati. E’ il caso del gruppo del chitarrista di Bob Catley (Magnum), il bravo Vince O’Regan. Si va subito al sodo sin dal primo brano “Get ready” e via, via per tutto il cd, diretti e senza inutili orpelli strutturali. Il Rock vive di riff massicci ed adrenalina, oltre che di ballate, così i nostri baldi artisti si comportano di conseguenza, cimentandosi in tredici brani onesti e di facile presa.
Il cantante Rick Chase (Mama’s Boys, Double Cross) riesce a dare la giusta carica alle canzoni, pur non toccando vette elevate, con dosata esperienza. Se vogliamo cercare dei punti di riferimento possiamo citare senza indugi i Thin Lizzy, i Toto, i Ten ed ovviamente i Magnum, vista l’appartenenza di Vince. Di pecche se ne possono trovare, a partire dal suono non del tutto nitido, certamente sufficiente, ma piatto. Ci sarebbe da contestare anche una certa mancanza di personalità, ma questo è un fatto relativo quando si è al cospetto di un disco grazioso, senza troppe pretese e divertente.
Ottima la chitarra in “No Reason”, così nella più mielosa “Gabrielle”, tuttavia uno dei pezzi più godibili del disco si intitola “By Your Side”. Le influenze degli anni ’80 si manifestano spesso e raggiungono l’apice nella bellissima “Lost On The Inside”, un inno al Rock più seduttore.
Un ora di bella musica, fresca e diretta, con qualche piccolo peccatuccio di banalità al quale si può sopperire con la classe senza problemi. Se non siete sicuri dell’acquisto almeno dategli un ascolto, altrimenti non avete Alibi. MS


martedì 7 maggio 2013

UNCHAINED - Unchained
Sound Riot Records

Genere: Heavy metal
Supporto: cd - 2005



Esordio discografico per questi svedesi. Malgrado la provenienza non dobbiamo attenderci suoni tetri, tantomeno del violento Death, bensì del puro Heavy Metal. Io aggiungerei troppo puro, infatti gli Unchained si divertono a suonare brani che potrebbero benissimo uscire dai solchi di un disco degli Iron Maiden.
Apre “My Guide”, una cavalcata metallica che sembra scritta proprio da Harris. Il suono è duro e d’impatto ed anche se si sviluppa in binari gia percorsi innumerevoli volte, si lascia ascoltare più che bene. Con “The Analysy” il gioco si fa più duro, nel miglior momento dell’intero disco fuoriescono attimi alla Queensryche ed è qui che i svedesi osano di più. Non male la voce di Per Karlsson e bellissimo il pezzo di chitarra verso il finale.
Con “Ghost Of The Alchemic Hall” si entra nella stanza del fantasma dell’alchimista e sembra proprio che questo spirito sia quello di Eddie e soci della Vergine Di Ferro. La voce in questo caso è sfacciatamente Dickinsoniana. In “Thester Of Fear” ci dimostrano di aver acquisito le basi del Metal, ma purtroppo non mancano neppure i momenti più inutili, come nella scialba ballata “I Dream”. Qui si hanno le pretese di raggiungere le caratteristiche vocali di Geoff Tate, non tanto negli acuti, quanto per l’enfasi interpretativa, ma il maestro è il maestro ed imitandolo si incappa in figure grame. Per il resto ancora Iron Maiden, sino a giungere all’ultima canzone “Seventh Sin” , buon motivo Heavy Metal ragionevolmente personale.
Essendo un esordio non me la sento di stroncarlo, in fin dei conti alcuni momenti pregevoli ci sono (vedi “The Analyst”), ma aspetto il secondo supporto ottico e se ancora la personalità verrà a mancare allora consiglierò di elargire i nostri soldi verso altri lidi. Rimandati. MS

domenica 5 maggio 2013

RECENSIONI BREVI 9

Recensioni Brevi 9

MOON SAFARI - Lover's End Pt III: Skelleftea Serenade
Progressive Rock - 2012



Nulla da eccepire, i svedesi Moon Safari sono la realtà Prog più importante del momento, coloro che interpretano meglio il termine Prog, oggi troppo spesso travisato. A mio avviso, assieme a Steven Wilson sono quelli che stanno vivendo un periodo rigoglioso ed ispirato. Prog totale, dunque Genesis, Gentle Giant, Yes, Pink Floyd.... e molto altro. Chi ama il Prog e non li conosce, deve assolutamente colmare questa lacuna, penitenza: Comperare la discografia! Per vostra fortuna non è lunga.
Questo è un EP ma fotografa bene il momento della band. Sfiorato nuovamente il capolavoro...manca poco così!  VOTO: 9

OSADA VIDA - Particles
Metal Prog - 2013


Il quintetto polacco ritorna a noi con un album che testimonia la crescita caratteriale della band. Disco dopo disco si distaccano sempre più dai stilemi classici del Metal Prog per addentrarsi con successo nei sentieri del Prog più nitido. Migliora l'intesa, così le composizioni che sembrano aver capito che la tecnica da sola non porta da nessuna parte e che è bene miscelare il tutto con buone armonie,  perchè no anche di facile assimiliazione. Non si grida al miracolo, ma certamente il volume alto all'ascolto porta un valore aggiunto alla profondità dei brani, in fondo in qualche modo, sempre di Metal Prog si tratta. VOTO: 7,0

HAZE - The Last Battle
New Prog




Gli esperti di voi ed i più attempati come me, ricorderanno nella metà degli anni '80 la rinascita del Prog. Questo grazie a un gruppo di band caparbie e non rassegnate alla morte del genere, capitanate da Marillion, IQ, Pallas, 12th Night e Pendragon su tutti. Di questa specie fanno parte anche questo trio inglese, gli Haze, girovaghi dell'inghilterra con il loro mini furgone scalcinato. Collezionarono una miriade di concerti e portarono in alto il nome del genere che mutò in New Prog. Personalmente non mi fecero mai impazzire, perchè la sinfonia adoperata, messa a paragone delle altre band citate, vieniva decisamente meno. Più chitarre e meno tastiere, tuttavia buone armonie e canzoni che vivevano sospese fra l'articolato ed il cantautorato, ci avvolgevano ad ogni ascolto. Oggi, dopo 35 anni di distanza? Uguale! Gli Haze sono gli Haze, nulla da eccepire. Però nel tempo, l'evoluzione della specie è andata avanti, persino i Marillion non si riconoscono più rispetto al 1982.... per cui mi sento di dire si bravi agli haze, ma anche di dargli una bacchettata nelle mani. VOTO: 6,0

COMEDY OF ERRORS - Fanfare & Fantasy
New Prog - 2013


Ecco un altro gruppo che fa la gioia dei nostalgici New Prog e che gruppo. Sempre dall'Inghilterra, il quintetto capitanato dal vocalist Joe Cairney, propone un New Prog dalle antiche radici, ma che si alterna con nuove soluzioni e sonorità. Pendragon in evidenza, anche nell'approccio della chitarra di Mark Spalding, ma non esula un proprio carattere. Altro esempio di band che cresce piano piano, disco dopo disco. Grandi sinfonie, per cui Genesis in mente, grazie anche al Mellotron ed ai Synths in generale. Brani lunghi nove minuti, si alternano ad altri di quattro e l'ascolto scivola via senza sbadigli, malgrado sia musica non del tutto originale. Tenete questo nome sott'occhio, perchè penso che nel tempo ce ne faranno sentire delle belle. VOTO: 8,0

YLECLIPSE - Songs From The Crackling Atanor
New Prog - 2013


Quinto album da studio per una delle band italiane più interessanti dell'intero panorama New Prog italiano. E' sempre un piacere ascoltare un loro disco, iniziano con il nome Eclisse nel 2000 e con l'album "Mercury And Sufurus". Il suono si incrocia fra i classici proposti da Genesis, EL&P, PFM e di band New Prog quali Marillion, IQ e Pendragon. Alessio Guerriero (chitarra voce e tastiere), Andrea Picciau (tastiere), Andrea Iddas (basso) e Federico Bacco( batteria), proseguono il sentiero intrapreso negli anni con consapevolezza e polso. Nulla di nuovo, ma tanta buona musica, dedicata a chi è avvinghiato al genere e che non ama le sorprese al riguardo.VOTO: 8,0

DISPERSE - Living Mirrors
Metal Prog - 2013


Ancora Polonia ed ancora Metal Prog al confine del New Prog, la nazione sembra sfornare continuamente talentuose realtà al riguardo. Nel 2010 rimasi folgorato dal debutto intitolato "Journey Through The Hidden Gardens", soprattutto per impatto sonoro e per la qualità delle composizioni. Di certo la fantasia non manca a questo quintetto, numerosi cambi umorali e quindi di tempo, e passaggi non proprio scontati. Si denota uno sforzo da parte loro di uscire da certi clichè, ma questa è una sensazione che sto provando con molte band polacche, sinonimo che in questa terra c'è interesse nel voler cambiare certe regole e di sentirsi unici. Ancora esistono angoli da smussare, non sempre certi innesti possono dare buoni frutti, ma di certo la fantasia non manca. Non entro nello specifico perchè ho il desiderio di farvi avvicinare voi stessi al secondo lavoro dei Disperse, per goderne le sorprese e le armonie. VOTO: 8,0

Factory Of Dreams

FACTORY OF DREAMS - Poles
Prog Rock Records
Distribuzione italiana: ?
Genere: Prog
Support: CD - 2008




All’ascolto di “Poles” resto affascinato da certi passaggi e resto indifferente in altri. Chiariamo immediatamente che in questo cd, di Progressive Rock per come lo si intende nel puro senso del termine, ce n’è davvero poco. I Factory Of Dreams sono un trio, precisamente è la band di Hugo Flores, polistrumentista portoghese che si avvale della voce di Jessica Lehto e del basso di Chris Brown. A molti di voi il nome di Jessica Lehto non suonerà nuovo, infatti è la redattrice del sito dei Nightwish. In numerosi passaggi vengono proprio in mente gli svedesi, e non solo per l’uso della voce. E’ un lavoro dal suono monolitico, drammatico, vicino al Gothic, ma non soffermatevi ad un ascolto distratto, perché in “Poles” esistono frangenti davvero interessanti e l’attenzione cresce con lo scorrere dei brani. C’è una ricerca sonora di fondo, pur restando al limite del commerciale. “Peace Echoing” è la fotografia sonora di quanto ho detto. Brani oscuri e pesanti come “Stream Of Evil” ci propongono una instabilità umorale a dir poco contagiosa. Hugo Flores ci trasmette un atmosfera oscura e greve, impreziosita da un assolo di chitarra agghiacciante.
Ci pensa la stupenda “The Piano In The Sea” a rasserenarci per un attimo. Voce e piano per godere della bellissima voce di Jessica. Le sonorità sono anche intrise di Elettronica alla Tangerine Dream, o per meglio dire, care ad un certo tipo di Kraut Rock, ma il tutto in minima dose, così come per gli interventi Folk. Un lavoro davvero intricato, ma allo stesso tempo di facile assimilazione e questo non capisco se sia più un difetto o un pregio. Infatti a lungo andare diventa anche prevedibile, almeno per le mie orecchie già abituate a certi tipi di ascolti.
L’elettronica si fonde bene con le chitarre, un episodio speciale in “Electric Boom”, il mio pezzo preferito, più arioso e diretto, come se i nostri volessero porre una tregua. L’oscurità però ci avvolge nuovamente nella conclusiva “Crossing The Bridge To The Positive Pole”, altra canzone di buona fattura.
“Poles” è dunque un disco che non mi sento di consigliare proprio a tutti gli amanti del Prog, poco Prog per essere considerato tale ed altresì poco Metal. Ma sono sicuro che alcuni di voi potranno rimanere colpiti da certe soluzioni, i più curiosi di voi si facciano avanti. Comunque promosso. MS


venerdì 3 maggio 2013

TCP

TCP - The Way
10T Records

Distribuzione italiana: -
Genere: Prog
Support: CD - 2009




Ci sono diversi modi di concepire il Progressive Rock, generalmente citando questo nome vengono alla mente band dal suono articolato e soprattutto sinfonico. Sappiamo cosa sono stati gli anni ’70 e cosa chi hanno lasciato, una eredità importante, spesso soffocata da se stessa nel corso degli anni. Tuttavia anche oggi il Prog esiste e gode anche di buona salute, perfino di un discreto seguito. C’è invece chi concepisce il genere, o meglio lo apprezza di più, se è composto da una musica sperimentale o innovativa. Gli americani TCP li relego nel nostro primo caso, un trio dell’East Coast che con questo debutto dal titolo “The Way”, si diletta a ripercorrere i fasti dei tempi che furono.
Aleggia spirito dei Genesis come primo riferimento, quelli di Peter Gabriel, ma anche suoni più vicini al New Prog. La voce di Henry Tarnecky ricorda quella di Gabriel, mentre la chitarra di Jack Wright spesso e volentieri si rende protagonista di interessanti solo. Ma molto del suono della band scaturisce dalle suntuose tastiere di Blacke Tobias. Qui gli amanti del Mellotron hanno pane per i propri denti. Resto felicemente colpito dagli arrangiamenti delle tastiere in “Road To 2012”, uno strumentale d’effetto, dinamico ed in stile Camel. “She” gioca con il Mellotron e svariati cambi di tempo. E’ nello strumentale che i TCP si ritrovano meglio, i passaggi sembrano essere datati, ma hanno un velo di freschezza. Immaginate di ascoltare i Citizen Cain con influenze New Prog. Avete capito che la fantasia non la fa da padrona, ma spesso e volentieri questo è quello che un fans del genere vuole sentire da un disco Prog. Mi riferivo ad un velo di freschezza, questo viene dato grazie a dei movimenti più Hard, come ad esempio nel Metal Prog di “Heavy Billy”, oppure a dei brevi intermezzi di elettronica, come all’inizio di Hypatia”, poi molto stile David Bowie. Ancora suono duro e cadenzato in “She’s Like You”, un piacevole intermezzo Dark. “I’m Me” ricorda la musica dei norvegesi Fruitcake, mentre “Liberate Me” ritmata ed ottimamente arrangiata, segue le gesta dei Gentle Giant, tanto per rimanere in tema anni ’70. Bello l’intermezzo di chitarra.
Lascio per ultima la stupenda “Minkind” con un piano eccellente che entra dentro e lascia partire la nostra fantasia.
In conclusione “The Way” è si un album non ricco di sorprese, ma le emozioni non mancano di certo, forse sarebbe stato meglio se il cantato non fosse stato così Gabriel dipendente, ma c’è anche a chi questo piace. Mettiamo poi sulla bilancia un buon artwork e che questo è un debutto e se il buongiorno si vede dal mattino, con i TCP in futuro forse ne sentiremo ancora delle belle. Promossi sicuramente, anche se non a pieni voti, bisogna per forza lavorare di più sulla personalità, altrimenti c’è il rischio di sparire inghiottiti nel vortice delle migliaia di band “Genesis dipendenti”. MS

mercoledì 1 maggio 2013

DAAL

DAAL - Destruktive Actions Affect Livings
Agla Records

Distribuzione italiana: si
Genere: Prog / Avantgarde
Support: CD - 2011



La musica è un insieme di emozioni forti, specie se si apprezza il Progressive Rock, il genere in cui l’artista si sente libero e “nudo” nello sperimentare le proprie sensazioni in suoni. C’è chi il genere lo cavalca sulle onde del successo altrui, restando serrati a certi stereotipi e c’è chi invece si lascia trasportare dal cuore e dalla mente, magari anche in sentieri mai perscrutati. Alfio Costa e Davide Guidoni sono i Daal e chi segue il panorama Prog italiano, gia conosce la caratura dei personaggi in esame. Abbiamo visto suonare le tastiere a Costa con i Tilion, Prowlers, Colossus Project, Dark Session ed in molti altri progetti, mentre Guidoni è un noto percussionista, batterista sennonché grafico per band quali Taproban, The Far Side, Gallant Farm Nuova Era, Ozone Player ed altri ancora. L’alchimia che si sprigiona nell’incontro di queste due personalità, porta alla realizzazione di musica dalle robuste sensazioni, dove la metrica compositiva non segue il classico clichè refrain ritornello etc. etc. Ad accompagnare i due artisti ci sono delle special guest, come Guglielmo Mariotti (Taproban) alla voce e basso, Ettore Salati (The Watch) al sitar, Bobo Aiolfi (Tilion) al basso, Alessandro Papotto al sax, i Pensiero Nomade alle chitarre e Riccardo Paltanin al violino.
“Destruktive Actions Affect Livings” prosegue il discorso intrapreso con l’album esordiente del 2009 dal titolo “Disorganicorigami”, scorrendo le sensazioni pressoché sullo stesso binario. Avendo a che fare con musicisti che fanno parte del DNA Prog, inevitabilmente tutta la loro cultura musicale fa mostra di se in ogni singolo brano, passando anche attraverso sonorità psichedeliche stile Pink Floyd al New Prog e chi più ne ha più ne metta. Carattere e cultura musicale si scontrano per dare vita ad un lavoro sicuramente difficile da memorizzare, ma che fa pensare ed emozionare. L’artwork è ovviamente a cura di Davide Guidoni.
I due minuti spaziali di “The Redroom” riescono a preannunciare ciò a cui si andrà incontro, sensazioni forti e fantastiche, grazie soprattutto alla strumentazione elettronica. Intercalare fra crescendo e pause riflessive, scuotono la psiche dell’ascoltatore, il quale se è avvezzo al Prog Psichedelico ha di che pensare, altrimenti il viaggio diventa erto e complesso come in “Anarchrist”. Daal vola alto, fra il cosmo ed il confine della fantasia. Investire tempo e denaro oggi 2011 in operazioni del genere ha del masochistico, perché la società mordi e fuggi non lascia scampo a “varie ed eventuali”, per questo “Destruktive Actions Affect Livings” agli occhi del critico fans del genere assume connotati di magniloquenza, mentre l’ascoltatore quotidiano può riscontrare difficoltà di acquisizione. Questo al duo evidentemente non interessa e si lancia a capofitto nella musica che riempie la mente. Colonna sonora psichica, attimi introspettivi, cammino nell’”io”, gioco di sentimenti, paura , dolore e stupore, in pratica un gioco sonoro in cui non ci si imbatte tutti i giorni.
Stanchi della solita musica? Avete un attimo di tempo per lasciarvi andare? Bene, i Daal vi accompagneranno in questo viaggio onirico. Stay Prog! MS

martedì 30 aprile 2013

Paolo Rigotto

PAOLO RIGOTTO - Corpi Celesti
Selfproduced

Distribuzione italiana: -
Genere: Pop Elettronico
Support: CD - 2010




Paolo Rigotto è un nome che ultimamente gira spesso nel circuito Rock italiano. Lo abbiamo incontrato recentemente nel nuovo disco dei Progsters Syndone e pure nella Band Elastica Pellizza. “Corpi Celesti” è il primo disco da solista, in cui è impegnato oltre che alla batteria, suo strumento principale, anche alle tastiere ed alle programmazioni elettroniche. Un progetto che prende spunto più che da basi Prog o Rock, dall’elettronica e soprattutto dal demenziale d’autore in stile Elio E Le Storie Tese o Skiantos. L’autore riesce a portare in arte visiva il proprio suono grazie alle sculture che si aggirano nell’artwork, realizzate da Tiziana Adorni. In realtà non è semplice essere sarcastici ed intuitivi allo stesso momento quando si vanno a trattare argomentazioni quali la droga, la tecnologia, il consumismo oppure il potere, l’uomo ed il suo arrivismo, bisogna saperlo fare con acume ed intelligenza.
Il Rock demenziale riesce a far sorridere a denti stretti, perché come non mai la realtà riesce a superare la fantasia. Il potere della musica è anche questo. Quindi Rigotto inizia il discorso con “Cronofilia (Canzone Per Berta)”, idee concepite di getto e suggellate nel suono freddo e ripetitivo dell’elettronica. Il tempo è il soggetto del testo, spietato e veloce come la durata stessa del brano, il quale sfocia nella successiva “Integrazione”. Rispetto per chi costruisce il proprio futuro, ode a chi si adopera nella vita, questo è il sunto del discorso racchiuso in una simpatica ritmica ossessiva ed orecchiabile. “Male Che Vada” è più canzone nell’insieme, con tanto di ritornello e refrain, ancora una volta ritmata e giocosa. Brano molto radiofonico e tormentoso. Doveva accadere prima o poi, “Madama Dorè” tratta l’argomento prostituzione facile, denota amaramente che lo studio passa in secondo piano se ci si prostituisce con le persone giuste (ogni riferimento a casi politici non è casuale). Certamente questo atteggiamento è squallido, tuttavia la società di oggi ci propone anche di queste amenità. Ironia e sarcasmo naturalmente, un argomento forte ed attuale trattato sopra ad un Reagge che sa di presa in giro. “Il Capo invece… È il capo…. Inutile tergiversare sulla cosa, ognuno ha il proprio e la nostra opinione non c’è più! Qui si odono richiami a Freak Antoni. Per avere una parvenza di Rock bisogna giungere a “Canzoni D’Amori”.
Attenzione all’ascolto di “Scheda Madre”, geniale l’apertura del brano ed il proseguo, ma a pensarci bene non voglio rovinarvi la sorpresa, non mi sembra giusto, per cui taccio….ma che forza!!!!! Qui l’artista mi convince a pieno. La ballata non manca e si chiama “Due Di Notte”, delicata sonoramente e diretta nei testi. Essa mi fa venire alla mente qualche passaggio del cantautore Mario Castelnuovo, davvero bella nella sua coincisività. Si va di Ska con “Musica Con La Cappa” per poi chiudere con “La Fine Del Mondo”, folcloristica e popolare, anche se sempre Pop elettronica, degna chiusura di un disco sarcastico e godibilissimo.
“Corpi Celesti” è da ascoltare magari con degli amici per divertirsi assieme ed il pregio sta nel fatto che qui… c’è soprattutto da pensare. MS

lunedì 29 aprile 2013

Ring Of Fire

RING OF FIRE - Lapse of Reality
Frontiers

Genere: A.O.R
Supporto: cd- 2004



......e Mark Boals sta crescendo, disco dopo disco.
Con questo “Lapse Of Reality” abbiamo raggiunto un livello decisamente discreto rispetto al debuttante “Ring Of Fire”. L’ abbandono del funambolico tastierista Vitali Kuprji sembra in qualche modo aver liberato Mark da certi stilemi. La sua libertà è rispecchiata nella freschezza dei brani, sempre molto melodici ma sempre d’effetto.
L’ex ugola di Malmsteen è protagonista di brani di classe che faranno sicuramente la gioia di chi ama sonorità Metal classiche ora care ai grandi maestri come Deep Purple, ora epiche alla Symphony X. Con il ridimensionamento delle tastiere, comunque sempre presenti, le chitarre del grande Tony Mac Alpine ( per chi non lo conoscesse altro famoso axe-man al livello di Y.J. Malmsteen ) prendono il sopravvento. Potenza e melodia dunque, bella voce ed ottima produzione, cosa volere di più da un disco di sano Heavy Metal?
Ovviamente i margini di miglioramento ci sono, anzi, ci devono essere, altrimenti sarebbe la fine del gruppo, per ora ci troviamo in mano un disco più che discreto. Esso si apre con il brano che da il titolo al lavoro, “Lapse Of Reality”, Heavy dalla facile presa che fa presagire un buon proseguimento d’ascolto. Infatti così è, la successiva “Saint Fire” è veramente gradevole, classico motivo atto a mettere in evidenza le doti vocali del nostro Mark, sennonché derivante dalla scuola Malmsteen- Alcatrazz.
Le tastiere di Steve Weingart accompagnano bene ogni refrain, mai troppo invasive ed onnipresenti, come nella successiva “Change” , classica canzone Heavy Metal che potrebbe essere presa come perfetto esempio del genere. Mac Alpine si diverte a scaricare, di tanto in tanto, scale di note proibitive a molti chitarristi. Si prosegue con “That Kind Of Man” , nulla di particolarmente innovativo ma con parvenze alla Queensryche che nell’insieme non guastano. A questo punto dell’ ascolto , non può mancare la ballad, la classica ballad semplice, diretta al cuore, immediata, senza pietà. Essa mette in piena evidenza la tranquilla vena artistica attuale di Mark Boals.
Massiccia ed epica “Perfect World”, sicuramente uno dei momenti più alti dell’intero disco, anche la voce si esprime ai suoi più alti livelli. Il suono si indurisce e si rivolge ai Symphony X con le successive “The Key” e “Don’t Know What You’re Talking About”, ma forse a lungo andare potrebbero anche stancare. Nel proseguo si incontrano altri istanti artistici validi, come “One Little Mistery” e “Faithfully” ed a completamento del lavoro ecco concludere la bonus track “Lapse Of reality” in versione maggiorata.
La Frontiers sta investendo in gruppi validi in questo periodo, sembra che il tempo stia dando loro ragione, gli ingredienti per fare bene ci sono tutti. Una nota d’encomio anche alla sezione ritmica, precisa e senza sbavature, formata dal duo Philip Bynoe (basso) e dal grande Virgil Donati.
Questi Ring Of Fire hanno dimostrato come nella propria carriera musicale ci si possa migliorare e noi non possiamo fare altro che prenderne atto, sperando di ascoltare in un futuro prossimo ancora altri ‘anelli di fuoco’! Disco non indispensabile ma onesto e professionale, dategli un ascolto e chissà possa nascere qualcosa….. SM


Steve Hackett

STEVE HACKETT - Out of the Tunnel's Mouth
Insideout
Distribuzione italiana: Spin Go!
Genere: Prog
Support: CD - 2010




Oramai Anche i sassi sanno che Steve Hackett è stato il chitarrista dei Genesis. Lui è quello seduto sullo sgabello, rannicchiato sul proprio strumento, quasi dovesse ragionare su ogni nota da eseguire. Erano gli anni ’70, quelli del Progressive Sinfonico travolgente. Abbandonata la band di P. Collins, il chitarrista inglese intraprende una carriera solista fatta di alti e bassi.
Tuttavia in sede live, continua a riproporre perle dei Genesis, quasi a rimarcare l’importanza del suo sound all’interno della band storica. Così è in effetti, la personalità del suono di chitarra è perfettamente riconducibile al suo nome , bastano poche note per riconoscerne il tocco. Guarda caso anche in questo nuovo lavoro, nell’edizione limitata, ci sono brani come “Blood On The Rooftops”, “Firth Of Fifth” ed altri ancora che fanno parte della storia Genesis.
Una cosa è certa, Steve è un chitarrista estremamente versatile e nel Rock proposto vira fra sinfonia ed elettricità, passando in canali strumentali dal sapore vagamente psichedelico. Una nenia dal titolo “Fire On The Moon” apre il disco, toccante e dal profumo anni ’70, coinvolgente nell’incedere del crescendo. Lo attendo con ansia negli arpeggi classici, proprio come nella mitica “Horizons” e per questo non devo attendere molto, ci pensa “Nomads” ad esaudirmi. Strumenti classici in “Emerald And Ash”, canzone sognatrice e leggera come una piuma. L’Hackett più aggressivo lo si coglie in “Tubehead”, qui si che la chitarra diventa protagonista. Inconfondibile il sound di “Sleepers”, struggente negli archi e nel songwriting.
Circondato da grandi artisti come Anthony Phillips (chitarra 12 corde), Chris Squire (basso) e molti altri, Hackett ci dona queste otto canzoni senza strafare, come è il suo stile, sempre ponderato, come se avesse paura di disturbare. Personalmente promuovo questo ritorno, anche se gia so che non verrà ricordato negli annali, Steve è così, prendere o lasciare. MS

sabato 27 aprile 2013

Nobody's Fool

NOBODY'S FOOL - Nobody's Fool
Jetspeed Records

Distribuzione italiana: no
Genere: Hard Rock
Support: CD - 2006 




Mi giunge dalla lontana Australia, più precisamente da Sydney, un debutto discografico di una Hard Rock Band dalle buone potenzialità. Il quartetto in esame ha il nome di Nobody’s Fool e di certo parte con grandi aspettative, visti gli impegni live intrapresi, a partire da Malbourne per poi giungere a Los Angeles.
Sin dalla prima traccia dal titolo “Hold On” ci sono idee ben chiare, i ragazzi non hanno certo le intenzioni di snaturare lo spirito del Rock, tantomeno la pretesa di aprire nuove strade, ma di certo hanno voglia di prendere un passaggio nel treno dell’adrenalina e di divertirsi.
Il risultato è più che dignitoso, con tanto di riferimenti a band come Motley Crue o i Gun’s & Roses. Un Rock sensuale, dalle sonorità primi anni ’90, grezzo e sudaticcio, con la voce di Milsoz a dettare i tempi e gli umori. Buona la ritmica di Steve alla batteria e di Willy al basso, mentre Marcus in “Let It Ride” ci propina un assolo di chitarra davvero divertente.
L’America è nella mente dei Nobody’s Fool, l’Hard Rock di “Here To Rock” è alquanto esplicito. La ricerca del ritornello accalappiatore è evidente ed il risultato è nelle nostre orecchie. Non mancano neppure le ballate che in questo caso hanno il titolo di “Forever” ed “All I Have”.
Questo genere di musica è semplice da assimilare, da compagnia per un percorso stradale affrontato ad alto volume, con tanto di tettino decappottabile in “on” per lunghe e polverose strade d’America e non. Contagiosa la cadenza di “Tie Me Up”, difficile restare fermi all’ascolto. E non deve nemmeno mancare una bella donna di compagnia, magari proprio come quella che gli Australiani ci presentano nel retro del cd…retro, appunto. Tutto questo fa Rock ed i Nobody’s Fool lo sanno, non stupiscono dunque, ma fanno le fusa come un gatto che sa ciò che vuole. Allora perché non lasciarsi sfregare, sappiamo bene che carezzare un gatto è antistress, pertanto ben vengano dischi come questo e se di tanto in tanto fanno capolino Saxon, Motley Crue o chi per loro, tanto meglio.
Buon debutto, ora non resta che lavorare sulla personalità che, sono certo, con il tempo non tarderà ad arrivare. Ed ora chi mi toglie dalla testa il ritornello di “Send Me An Angel”?
Rock On, Australia! MS

giovedì 25 aprile 2013

Anubi Spire

ANUBIS SPIRE
Old Lions (In the World of Snarling Sheep)

Orchard
Genere: Hard Prog
Supporto: cd - 1998



Il quartetto americano Anubis Spire trae ispirazione per il nome dalle piramidi d’Egitto. Il proprio sound vuole trasmettere l’emozione della magnificenza, la maestosità ed il mistero che emanano queste antiche strutture. Formatisi casualmente nel 1998 durante una jam session, questi strumentisti non sono per niente nuovi al mondo musicale, essi infatti suonano sin dagli anni ’70. La musica da loro proposta è un misto fra Progressive, World-Fusion, Led Zeppelin, Zappa e Jimmi Hendrix.
Spaventosa la loro tecnica chitarristica, certe fughe fanno inevitabilmente ricordare J.Y. Malmsteen, quello meno barocco. Il disco è ricco di idee e di buone canzoni, ma dannatamente castrato da una grande pecca: è registrato di getto con l’antico otto piste! Altri brani, come ad esempio “Eternal Resonance” invece sono registrati dal vivo. Il suono è decisamente scadente e questo va assolutamente rimarcato visto il costo attuale dei cd.
Solamente quattro sono i brani cantati, ma facciamo un'analisi del disco:
“So Be It” apre le ostilità con il suo incedere Hard & Egipt con chitarra in evidenza, gioia per chi ama certi assoli veloci e massicci. Sin da queste prime note si capisce che si ha a che fare con musicisti di enorme caratura. “It Has Been A Long Time,Hasn’t It…” ha un ritmo più blando del precedente, ma un riff di buona presa. Ancora la chitarra in evidenza priva però delle cascate di note della precedente. Uno dei momenti più riusciti dell’intero lavoro.
La breve strumentale “Into The Four Winds” introduce “Under Nealh The Roswell Sun” canzone commerciale, dotata di ritornello facile, facile e gradevole, ma ancora una volta non posso fare a meno di ricordare l’incredibile strazio sonoro dato dalla produzione, veramente in questo pezzo al limite della sopportazione.
Che disco potrebbe essere stato questo con le dovute attenzioni….
Ritorna l’incedere Hard Rock e suoni più Heavy con “More Weight” , figlia di “So Be It”, veramente ottima. Un arpeggio di chitarra elettrica è l’inizio di “Gone West” , brano interamente chitarristico con scalate Blues, vi ricordate i primi lavori degli argentati Rockets? Rilassante e fatto con il cuore.
Ecco ora il secondo brano con voce, ”Ransom” ancora una volta semplice ed orecchiabile, sono i Pink Floyd per il cantato e gli Ayreon per la musica a venir citati. Neanche a dirlo la chitarra elettrica è una spanna sopra tutti.
Nuovo saggio della stessa nella breve live “Eternal Resonance”, per poi ritornare in territori Metal con “Road To Damascus”. Difficile restare impassibili di fronte a questo incedere di suoni stile anni ‘70/’80, tutta l’esperienza degli Anubis Spire fuoriesce con prepotenza, ma di nuovo ridicola la produzione, il pezzo viene sfumato vergognosamente, quasi di netto.
“The Prisoner’s Song” è nuovamente Pinkfloydiana, ariosa, deturpata da una batteria veramente da nervi, ma che chitarra!
Bellissima “Amids Rising” ,da brividi, ogni cultore dei gruppi da me sopra citati non deve assolutamente mancare l’ascolto di questa canzone paradisiaca. La natura ci appare all’ascolto fissando lo sguardo nel vuoto, come in una affascinante magia.
Di nuovo breve brano dal titolo “May This Be Forever” per giungere ad “Anubis Rising”, ancora suoni Hard e fughe strumentali. Questo, sembra di aver capito, è il loro stile.
Con “Talisman Of The Dreamer” si torna a volteggiare in ambienti più rilassati ma sempre pregni di grande feeling.
Conclude la lunga “Old Lions (In The World Of Snarling Sheep)”. Sembra scritta a quattro mani con i giovani tedesci RPWL di “Trying To Kiss The Sun”.
Spero che al più presto qualcuno si accorga dei potenziali di questo gruppo per poterne godere a pieno merito tutto il succo. Togliendo il disco dallo stereo, anche se sono da solo, mi ritrovo a dire ad alta voce: "Quanto è ingiusto il mondo, è proprio vero che chi ha il pane non ha i denti". (MS)

mercoledì 24 aprile 2013

For Absent Friend

FOR ABSENT FRIEND - Square 1
Musea
Distribuzione italiana: Frontiers
Genere: New Prog
Support: CD - 2006




La meticolosa Musea Records questa volta va a parare in Olanda. Dopo gli ottimi Cliffhanger, questa volta sono i For Absent Friends a far sentire la propria voce. Il quintetto del cantante Hans Van Lint si forma nel lontano 1988 e da come lascia ben intuire il logo, tratto dal titolo di un brano dello storico “Nursery Crime”, sono estimatori dei Genesis e dintorni.
Il Rock progressivo propostoci è melodico, non eccessivamente impegnato, imperniato su tessuti morbidi, ben coadiuvati da repentini assolo di chitarra da parte di Edwin Roes. Davvero un buon biglietto da visita l’opener “Hello World”, il gioco strumentale è davvero essenziale e ben eseguito. Piccoli interventi elettronici giocano con la chitarra, tutto si muove con cautela e le tastiere di Ron Moser sanno ben infarcire il tutto.
“Stick Around”, assieme ai suoi francesismi vocali, è una canzone senza troppe pretese, ma il sax è davvero una bella sorpresa. “Call It Chance” ha la stoffa Marillioniana, sia nell’impostazione vocale che nell’accompagnamento delle tastiere e della chitarra. E’ un lento gradevole, sicuramente uno dei momenti più interessanti di “Square 1”. Ed è proprio la volta della title-track, i For Absent Friends si caratterizzano per l’elevato approccio emotivo, dedito ad un Progressive Rock davvero essenziale e melodico. “Wonder” è l’unico momento di sperimentazione (se così vogliamo chiamarla), un mix fra Lands End e Marillion, già sentito e comunque di facile assimilazione. La ritmica sostenuta da Ed Wernke alla batteria e da Rene Bacchus al basso, è sufficientemente affiatata, in generale possiamo sostenere che il gruppo viaggia in buona sintonia.
In parole povere, un lavoro semplice senza alti ne bassi e forse proprio per questo destinato a restare anonimo. Questo genere musicale ha degli estimatori davvero esigenti, difficile colpire la loro attenzione con un lavoro mero ed onesto, serve sicuramente qualcosa di più. Bel disco, ma mi sento di consigliarlo solamente a coloro che vogliono avere tutto del New Prog. MS

martedì 23 aprile 2013

Digit

DIGIT - Digit
Skipping Musez

Distribuzione italiana: -
Genere: Electronic
Support: mcd - 2011



Dall'Emilia Romagna e precisamente da Ferrara, arriva il quartetto Digit composto da Rizzo Luca (voce e synth), Gandini Michelangelo (basso), Stabellini Tommaso (chitarra) e da Grossi Alessandro (batteria).
La band si propone all'ascolto con questo ep composto da sei brani, tutti della durata di tre minuti e poco più, tanto per strizzare l'occhio anche al mondo radiofonico. Il Rock da noi in Italia tenta di mutare, perlomeno sembra provarci e proprio dall'underground spesso fuoriescono situazioni interessanti.
Con i Digit si parla di Rock, Punk ed Elettronica, la strada intrapresa da icone come Subsonica e Planet Funk, ma gli emiliani osano qualcosa in più in ambito sperimentale. Il suono è equilibrato fra Rock , distorsione ed elettronica vicina al Synth Pop. La personalità è abbastanza delineata, certamente fuoriescono quelle influenze di cui sopra (e pure qualche accenno di Litfiba), ma si tenta di comporre il tutto sulla base della melodia, ma anche dei forti assolo, come nel finale di "Farfalle Su Budapest".
E' anche un Rock a tratti trucido, grezzo e di volume, con questo c'è da sottolineare la presenza di cambi di tempo ed umorali, come in "Re Di Picche".
Più diretta e melodica, anche se non disdegna interventi sperimentali, la giocosa "Il Circo C'Est La Vie", mentre il quartetto alza la voce in "Camaleontica". "Ricordo" nella sua melodia si lascia ascoltare con piacere, grazie agli accompagnamenti della chitarra a tratti spezzati e comunque non proprio scontati. Chiude "Bestie" con impeto e convinzione questo ep che presenta una nuova band italiana che vuole dire qualcosa di differente. La strada è lunga, non è semplice da intraprendere questo percorso e risultare immediatamente credibili, in quanto è un genere non convenzionale e comunque rappresentato già da grandi artisti.
I Digit iniziano bene, ora li attendiamo alla prova del primo cd. Potrete trovare l'ep su
ITunes. MS

domenica 21 aprile 2013

Steve Thorne

STEVE THORNE - Part Two: Emotional Creatures
Giant / Audioglobe
Genere:Progressive Rock
Supporto: cd - 2007


“Emotional Creatures” prosegue il suo cammino, giunge a noi a tre anni dal suo predecessore part one. Steve Thorne è sempre lui, sognante, delicato, raffinato con tutti i suoi pregi e difetti. Anche in questo caso il Progressive Rock propostoci è quello più diretto e melodico, distante anni luce da sperimentazioni di sorta, tantomeno da cambi di tempo e fughe. Molti di voi avranno già storto il naso ed avranno abbandonato la recensione, male, perché il nostro artista sa come andare a bersaglio. I brani sono semplici ma tutti supportati da una melodia avvincente, proprio come le belle song che gruppi passati (ma ancora presenti) come IQ e tanti altri del New prog ci hanno insegnato. Non a caso al suo fianco ritroviamo artisti di caratura internazionale, come Nick D’Virgilio e Dave Meros (Spock’s Beard), Tony Levin (King Crimson), Geoff Downes (Yes), Pete Trewavas (Marillion), Gavin Harrison (Porcupine Tree), John Mitchell (Arena) e Martin Orford (IQ), questo tanto per inquadrare il valore del prodotto.
La carta vincente si cela sotto la grazia e la struttura del suono, il songwriting è buono anche se in alcuni frangenti il nostro Thorne sembra ripetere troppo “certi” clichè.
Questo genere di musica nasce per riempire la mente ed il cuore, ci racconta favole fantastiche, per questo gli interventi Folk sono ben accetti. Le emozioni più grandi si raggiungono nei crescendo strumentali, ecco allora sottolineare brani come “Crossfire” o la stupenda finale “Sandheads”, come non potrebbe essere altrimenti con una squadra di musicisti come quella a sua disposizione…
Non sempre dunque bisogna necessariamente godere del genere quando si getta a capofitto in tortuosi e labirintici intrecci strumentali, la tecnica se messa a disposizione della melodia, riesce a dare frutti a volte inaspettati e dolcissimi.
Complimenti a questo artista che già avevo precedentemente annotato sul mio taccuino , a dimostrazione che la classe non è acqua e chi vuole prendere questo disco, di sicuro non si pentirà della spesa. (MS)

venerdì 19 aprile 2013

Azure Agony

AZURE AGONY - India
SG Records

Distribuzione italiana: si
Genere: Prog Metal

Support: CD - 2012



Ritornano dopo "Beyond Belief" del 2009 i friulani Azure Agony con non poche novità. La band capitanata dal tastierista Marco Sgubin, si avvale per questa nuova realizzazione dal titolo "India" di un cantante, Federico Ahrens e la distanza fra il Metal Prog dei Dream Theater e questo degli Azure Agony, si assottiglia sempre di più. L'impostazione vocale di Federico non è proprio uguale a quella di La Brie, ma l'approccio alla melodia si. Il suo bel lavoro al microfono va ad arricchire di più il sound della band, rendendo l'insieme più scorrevole e meno impegnativo.
La caratteristica peculiare della band resta sempre a cavallo fra melodia e tecnica, proprio come nel primo album strumentale, anche se la prima è più marcata. Otto i brani che compongono "India" e le sorprese non finiscono qui, questa volta si parla di suoni, l'innesto di violoncello, Chapman Stick e fisarmonica in alcuni frangenti, donano freschezza e duttilità all'ensemble sonoro.
"Twin Babel" miscela potenza con ariosità, brano prettamente incastonato negli stilemi del genere in causa. Buono il lavoro della ritmica di Carlo Simeone (batteria) e Marco Firman (basso), così fondamentale il supporto delle tastiere. I fendenti di chitarra sono assegnati alle mani di Gabriele Pala. Punto di riferimento "Awake" e dintorni del Teatro Dei Sogni.
"Private Fears" inizialmente gioca anche con la voce filtrata al microfono, per poi svilupparsi in un alternarsi di potenza e melodia intrigante. Invece si apre voce e piano la bella "Libra's Fall", per crescere e lanciarsi in un frangente strumentale davvero efficace, specie nella cavalcata con chitarra elettrica a ritmo di doppio pedale a dimostrazione che la band è completa e che quando vuole sa picchiare.
In "My Last Time On Earth" la musica diventa immagine attraverso i suoni eterei e sognanti, più vicino al mondo New Prog per poi essere contigua alla bellissima "India", canzone clou dell'album. Quasi undici minuti di suoni ed emozioni sempre con un piede nel mondo Dream. Ad un tratto diventa soprattutto musica per la mente e gli alti e bassi emotivi colpiscono l'ascoltatore inesorabilmente.
Bella ballata "Hold My Hand", quasi una filastrocca che spezza l'ascolto dell'intero cd, concedendo una piccola tregua, uno dei pezzi che più mi hanno colpito anche per l'intervento della fisarmonica, davvero ben congeniato.
"A Man That No Longer Is" a differenza della precedente, non concede tregua e riporta il discorso Metal Prog ai livelli che generalmente più gli competono. Chiude "Forever Blind" in maniera epica e decisa.
"India" è dunque la seconda prova dei ragazzi di Udine e mette in risalto tutta la loro passione per il genere, cercando di non strafare e di badare al sodo. Consiglio soltanto di scrollarsi un poco di dosso la pellicola Dream che rischia di farli restare e quindi di perdersi, nell'enorme calderone di proseliti. Ovviamente non del tutto, perché le radici non si strappano....mai! MS

giovedì 18 aprile 2013

Vertigo

VERTIGO - 2
Frontiers Records

Distribuzione italiana: Frontiers
Genere: AOR
Support: CD - 2006




Joseph Williams è figlio d’arte, suo padre John Williams è noto nell’ambito musicale per essere il creatore di moltissime colonne sonore di film famosi, tra cui Indiana Jones, Star Wars ed E.T. Il talento è stato tramandato, Joseph si dedica alla musica Rock e diventa anche cantante dei Toto. Con loro nel 1986 e nel 1988 incide i fortunati albums “Fahrenheit” e “The Seventh One”. Nel 1990 lascia il gruppo di Porcaro per dedicarsi, anche lui come il padre, al cinema offrendo la voce anche a Simba nel Re Leone di Walt Disney.
Solo nel 1999 una breve reunion con i Toto e poi, sino ai giorni d’oggi, sempre colonne sonore. Nel 2003 viene contattato da Perugino, presidente della Frontiers Records ed insieme al produttore Fabrizio Grossi viene impegnato nel nuovo progetto Rock dal titolo Vertigo. La critica ed il pubblico hanno ben accolto questo lavoro, tanto da riproporlo anche oggi con l’ausilio di musicisti come Alex Masi alla chitarra, Virgil Donati (Soul Sirkus, Ring of Fire) alla batteria e Jason Scheff (Chicago), background vocals in “Hold Me”.
I nuovi brani sono tutti accattivanti e molto AOR style, dotati di un soffice tocco di musicalità commerciale da renderli appetibili soprattutto alle radio. Ecco allora volare leggere dal nostro stereo canzoni come “In The Blink Of An Eye”, “All For You” e “Hold Me” inevitabilmente influenzate dalle sonorità del suo gruppo madre. In “Part Of Me” c’è una ricercatezza Rock più marcata, un brano delicato (come tutto l’album) dal ritornello grazioso ed una buona chitarra. Il disco si lascia apprezzare nel proseguo, come in un crescendo emozionale. “Holy” è , come dicevo prima, una canzone commerciale perfettamente adatta per il mercato radiofonico, da cantare spensieratamente in macchina senza troppi impegni. Il Rock ha certamente tante prerogative, una di queste è sicuramente il sapersi adeguare a tutte le esigenze emozionali, ad esempio “I Wanna Live Forever” ti carica il corpo, mentre la ballata “Save It All Alone” l’anima, insomma ce n’è per tutti gusti.
Questo “2” è senza dubbio un lavoro di gran classe, che mi sento di consigliare a tutti coloro che fanno dell’AOR più commerciale e melodico il proprio pane quotidiano. A tutti gli altri consiglio un ascolto preventivo, per non imbattere in melodie troppo smielate che potrebbero procurarvi una fastidiosa ed inevitabile orchite. MS


mercoledì 17 aprile 2013

Progetto Luna

PROGETTO LUNA - Ogni Tanto Sento le Voci
Videoradio

Distribuzione italiana: si
Genere: Rock Italiano / Pop
Support: CD - 2012




Da Torino l'esordio discografico dei Progetto Luna, Max Paudice (voce e chitarra), Gionathan D'Orazio (batteria), Emanuele Nifosì (percussioni) Alessandro De Carne (basso) e Marco Francavilla (tastiere e programmazione) compongono l'ensemble nativo nel 2009.
Il genere musicale affrontato è un Rock che si aggira fra il Pop, l'Elettronica, vintage e Funk, mentre i testi affrontano tematiche quotidiane, sociopolitica e poteri alti, il tutto in maniera molto semplice e diretta. La ricerca melodica si comporta altrettanto, lasciando molto spazio alla fantasia compositiva per un risultato gradevole e soltanto apparentemente scontato. Le differenti esperienze musicali interne alla band sono probabilmente uno degli ingredienti migliori che formano l'ossatura dei Progetto Luna e negli undici brani ne abbiamo riscontro.
Apre "Fastidiosi Rumori", descrizione di incompatibilità verbale, qui l'elettronica si fonde con una buona fase ritmica percussionistica. La composizione è lineare ed intelligente, grazie anche ad un buon arrangiamento. I brevi solo di chitarra stanno a testimoniare una certa tendenza verso il Rock vintage ed impreziosiscono il lavoro.
Reagge in "Onda", spazio anche a vocalità corali femminili nel ritornello. Piccole schegge di Litfiba di tanto in tanto si propongono all'ascolto, d'altronde Pelù e Renzulli hanno fatto la storia del Rock italiano. Sono molte le melodie vincenti in tutto il percorso e l'idea di supportarle spesso con arrangiamenti elettronici e cambi di tempo, risulta vincente.
Nel complesso il suono è avvolgente e ricco di particolari, ben equilibrato e pulito. Metriche liriche differenti, in stile Ivan Graziani, nel pezzo "Respira", mentre la musica ci regala due buoni solo centrali di tastiera e chitarra.
La strumentale title track presenta una band coesa e consapevole dei propri mezzi, pur trattandosi di un debutto è colmo di esperienza. Se invece volete ascoltare il lato più melodico e delicato della band, dovete arrivare a "Quello Che Vorrei", con effetti eco in stile Pink Floyd, ma dalla classica matrice melodica italiana, per alcuni versi vicina anche alla PFM.
"Ogni Tanto Sento Le Voci" è un debutto più che onesto, per molti istanti davvero interessante e con buone melodie, tutto questo mi fa sostenere, per l'ennesima volta, che in Italia c'è un sottobosco di ottima frutta, bisogna soltanto mangiarla e dire a tutti che è buona. Da parte mia faccio i complimenti e aspetto prove future per capire se ci sono margini di miglioramento, già così...promossi. MS

lunedì 15 aprile 2013

Edaq

EDAQ - Dalla Parte del Cervo
Selfproduced

Distribuzione italiana: -
Genere: Folk
Support: CD - 2013




Il cervo è un animale fiero, libero di scorrazzare fra salti e corse, tendenzialmente buono, il cervo è un animale che sa farsi volere bene. Chi non sta dalla parte del cervo? Gli EDAQ (acronimo di Ensamble D'Autunno Quartet), sono un gruppo piemontese e trapelano nei propri suoni questa sensazione di libertà e tutto l'essere di questo regale animale.
In questo debutto gli argomenti trattati sono molteplici, si va dal Folk al materiale tradizionale piemontese e transalpino, ma anche Jazz, Rock e Pop.
EDAQ è dunque un contenitore sonoro nel quale confluiscono molteplici idee ed esperienze, quelle di Francesco Busso (ghironda), Gabriele Ferrero (violino), Flavio Giacchero (cornamusa, clarinetto, basso), Stefano Risso (contrabbasso) ed Adriano De Micco (percussioni). Dalle note dell'album, suddiviso in dodici movimenti per una durata di quasi settanta minuti, si percepiscono chiaramente le influenze transalpine, ma anche Folk inglese, mazurche, valzer e polche! La confezione cartonata del cd ed un libretto interno fatto a poster, impreziosiscono l'acquisto del prodotto.
Liberi di scorrazzare dunque e questa sensazione di ariosità vigorosa, denota comunque radici profonde, salde al passato culturale dei popoli. Musica che potrebbe benissimo far parte di una colonna sonora di un film, in quanto si presta notevolmente all'accoppiamento con le immagini. Prevalenza di strumenti ad arco rendono calore ai pezzi che comunque non disdegnano passaggi acustici di chitarra e di risvolti a fiato.
Fra libertà e tradizione, l'album ci accoglie con due pezzi di buona fattura, come "Bollito Crudo" e la più folcloristica "Hanter-Dro Du Trehic/Buxus Semper Virens". Buona l'idea di unire al tutto dei frangenti melodici di facile presa, l'ascolto ci guadagna in fluidità.
Dallo scaturire di queste note si ha persino come la sensazione di sentire gli odori di ciò che circonda questi paesaggi sonori, una metafora per rimarcare ulteriormente il profondo lavoro folcloristico...ma non solo.
Gli arrangiamenti sono una delle armi vincenti del progetto, spesso si danza, ma quello che risalta di più è la popolarità della proposta, forse nata e cresciuta per i campi, per i bar e per le strade, questa è la personale sensazione che mi pervade.
Anche suoni moderni accompagnano l'ascolto, gli EDAQ dunque percorrono anche un nuovo sentiero, di certo non scontato pur se popolare. Piccole puntate nel Rock, in definitiva "Dalla Parte Del Cervo" è davvero una boccata di aria nuova nel panorama musicale italiano. Musica che unisce, fa stare bene anche nell'animo, che riscalda e trasmette il DNA della tradizione popolare, per dare in pasto alla mente la cultura dei nostri popoli del Nord e non solo. Approfittatene. MS


domenica 14 aprile 2013

Atomic Clocks

ATOMIC CLOCKS - Magdan In Charleroi
Selfproduced

Distribuzione italiana: -
Genere: Jazz / Sperimentale
Support: CD - 2011




La Toscana è regione ricca d'arte e del buon mangiare e bere, insomma, in Toscana si vive la vita con cultura e gusto. Firenze è l'epicentro, città da vivere in tutte le sue sfaccettature. Proprio da qui provengono gli Atomik Clocks, quartetto di Jazz sperimentale nato nel 2006 da un progetto d'improvvisazione collettiva. Il gruppo cambia line up nel corso degli anni, ma in questo ultimo lavoro si propone con Francesco Li Puma (Basso e sax), Marco Ruggiero (batteria), Filippo Pratesi (sax alto) e Massimo Peroni. La musica proposta è dunque Jazz, ma non disdegna puntate verso il Funk, per un risultato finale che paradossalmente definirei anche Punk, non per la strumentazione ovviamente, ma per quell'approccio a tratti aggressivo verso lo strumento che contraddistingue il genere. Dopo una serie di demo, ep e live, scaricabili gratuitamente anche dal loro sito http://atomikclocks.bandcamp.com/ , è la volta del debutto ufficiale dal titolo "Magdan In Charleroi". Il progetto è suddiviso in dieci fragmenti sonori, tutti diretti verso una ricerca sonora a tratti destabilizzante, ma che in realtà segue un suo perchè. Infatti le ritmiche, pur essendo spesso spezzate e le fughe strumentali a volte dissonanti, si sposano alla perfezione con i momenti di melodia. Il tutto viene legato da buoni fraseggi melodici. La tecnica non è soffocante, ossia, si corre ma non si precipita, tutto accade ponderatamente e l'improvvisazione dimostra di essere supportata da una lunga intesa fra i componenti, sicuramente forgiata dal tempo e dai live.
Il sax in generale è lo strumento a cui si affidano le maggiori evoluzioni, mentre il basso e la batteria dialogano ritmiche a tratti minimali ma ben congeniate. A volte si sente il bisogno di partire velocemente, mentre in altri momenti c'è più stasi emotiva, ma nel complesso fuoriescono buone intuizioni. Lo strumento a fiato viene vissuto e vivisezionato in molte delle sue possibilità, in una sorta di schiaffo o bacio che può lasciare l'ascoltatore anche attonito o perlomeno incuriosito. Musica per la mente dunque, ma serve una preparazione d'ampio respiro, tuttavia il piede spesso e volentieri parte da solo e questo sta a significare già molte cose. Un lavoro godibile, ma che forse necessita anche di un riempimento sonoro alternativo in ambito strumentale, in quanto a lungo andare le soluzioni si potrebbero ripetere ciclicamente, a discapito delle buone idee. Comunque interessanti! MS