I Miei Libri

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venerdì 7 aprile 2023

Pendragon


PENDRAGON - Love Over Fear
Toff Records
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2020


Più di 40 anni di carriera alle spalle, un punto di riferimento per il Neo Prog ispirato dalle sonorità Genesis, Pink Floyd e Camel, i Pendragon hanno una forte personalità, e di certo non scendono mai a compromessi. No si può dire che siano prolifici, anche se hanno registrato tredici album in studio, diciamo che generalmente si prendono il tempo dovuto. Sono di più i live e le compilation.
Nel loro percorso nitide le caratteristiche del dna musicale esposto, tastiere importanti e onnipresenti quelle di Clive Nolan, un lavoro chirurgico al basso, quello di Peter Gee, batterista nuovo dopo l’abbandono di Craig Blundell, poi alla corte del grande personaggio Steven Wilson, sostituito dal filippino Jan-Vincent Velazco, ma fondamentali risultano essere i contributi del leader cantante e chitarrista Nick Barrett. La sua chitarra è un punto focale irremovibile, gli assolo sostenuti alla David Gilmour sono alla luce del sole, così come la voce caratteristica e quell’accento non molto facile da imitare. Nick è il timone, il compositore, la mente sempre più in evidenza rispetto all’ispiratissimo Clive Nolan, anche lui impegnato in più fronti con Arena, Shadowland, Laura Piazzai, Strangers On A Train ed altri progetti ancora.
Questo nuovo album dopo sei anni dal buon “Men Who Climb Mountains” è presentato anche in versione tre cd con cd 1 contenente semplicemente l’album, il cd 2 con la versione acustica del tutto ed il cd 3 con quella prettamente strumentale.
Va subito detto che in esso la chitarra è sempre più protagonista rispetto alle tastiere, sempre presenti ma relegate ad un compito meno impegnativo del solito. Lo stile è sempre quello, irremovibile, granitico, in alcuni momenti quasi vicino al Metal Prog,  stoico, epico e martellante. I ritornelli facili da ricordare, un disco che sicuramente viaggia nella media delle produzioni Pendragon.
Si inizia con “Everything”, canzone Pendragon che più Pendragon non si può, una sorta di riassunto delle puntate precedenti, uno sguardo anche verso il passato non proprio recente della band. Questo è Neo Prog cristallino e puro, quello che i fans del genere si attendono da gruppi come questo, IQ, Pallas e Marillion anche se gli ultimi hanno preso dopo la dipartita di Fish una strada completamente differente.
Un piano apre la ballata “Starfish And The Moon”, quasi una novità nella discografia di Barrett e soci, nell’approccio e nella formula canzone. Prende il cuore la melodia, specialmente all’ingresso della chitarra che senza strafare sa con le sue corde toccare quelle dell’anima di chi ascolta. Nel frattempo nel corso degli anni il lavoro di Steven Wilson sia con i suoi Porcupine Tree che come solista, è preso come riferimento da molti altri artisti, o perlomeno ne influenza notevolmente l’operato, ciò lo si evince di tanto in tanto anche all’ascolto di “Love Over Fear”. Un altro particolare che emerge è quell’abbandono alla suite, che generalmente ha fatto sempre capolino negli album Pendragon, a favore di momenti più brevi di medio lunga durata che varia dai cinque minuti al massimo di otto. Questo sta a significare un approccio più aperto alla semplice formula canzone, un messaggio sonoro diretto senza troppi fronzoli che bada alla sostanza piuttosto che all’autocelebrazione con tecniche asfissianti.
Già noto l’arpeggio che apre “Truth And Lies”, ovviamente i deja vu ci sono e questo è inevitabile, comunque encomiabile lo sforzo compositivo di Barrett nel non apparire troppo ripetitivo, anche se sempre la cosa non riesce. Siamo al cospetto di un'altra semi ballata d’effetto, quella che quando parte la chitarra elettrica ti spettina. Prima ti stampano in mente un motivo ridondante e circolare, quando questo ti è entrato dentro quasi stancandoti è la volta di partire con l’assolo imponente. Questo modo di operare nel caso loro ha sempre funzionato e ne sono fra i maestri (Pink Floyd docet). In poche parole si è avanti ad  una sorta di “Break In The Spell” per farmi intendere meglio dai fans, e scusate se è poco!
“360 Degrees” mostra il lato più Folk del gruppo, quasi Marillioniano era Fish per alcuni versi. Violini, mandola, tanto sapore british e non nascondo che personalmente tutto questo mi mette molta nostalgia, facendomi riaffiorare alla memoria alcuni dei momenti più belli degli anni ’80 quando il Neo Prog sfondava il mio cuore. Con “Soul And The Sea” ritornano i Pendragon più canonici anche se il violino resta. Gli arpeggi di chitarra persistono insistentemente fra i brani dei Pendragon, così i classici crescendo. Qui i deja vu mi portano verso “Indigo”. Durante l’ascolto gli occhi si chiudono, il respiro diventa ampio mentre i peli del mio braccio si alzano, a testimonianza che  qualcosa funziona a dovere. Tanti Genesis, specialmente nel finale.
Ricordate quando accennavo a Steven Wilson? Eccolo in “Eternal Light”. “Water” invece conduce verso il sound della metà carriera della band, si comincia ancora una volta con pacatezza per poi andare in crescendo. Tanta carne al fuoco in questo frangente sonoro sicuramente ben riuscito, sarò ripetitivo, ma voglio che passi bene questo concetto, Barrett e i suoi assolo sono qualcosa di grande! Vorrei non finissero mai.
Tastiere aprono “Whirlwind” in sospensione, leggere e riflessive, cinque minuti di forti melodie per la seconda ballata dell’album che si conclude con il sax. Adiacente, per meglio dire collegata, giunge “Who Really Are We?”, altra gemma elettrica invidiabile. Si chiude con “Afraid Of Everything” con la speranza di non attendere altri sei anni per il seguito di cotanto materiale.
Per quello che concerne l’artwork questa volta è ad opera di Liz Saddington. Rispetto al precedente “Men Who Climb Mountains” sicuramente un passo in avanti.
Questo è il disco che mi aspetto dai Pendragon, non altro, inutile che si dice “E’ la solita minestra”, “Sono ripetitivi”… Il mondo è vasto, specialmente quello sonoro quindi potete andare ad ascoltare milioni di altre cose, ma si deve aver rispetto di chi vive di Neo Prog e di cotanta musica davvero umana, prerogativa oggi sempre meno presente. Chi non conosce i Pendragon può benissimo iniziare anche da questo bellissimo album. Non capolavoro, ma senza dubbio professionale e duraturo nel mio stereo. Già lo so. MS





Versione Inglese:


PENDRAGON - Love Over Fear
Toff Records
Genre: Neo Prog
Support: cd - 2020


More than 40 years of career behind them, a benchmark for Neo Prog inspired by Genesis, Pink Floyd and Camel sounds, Pendragon have a strong personality, and they certainly never compromise. No one can say they are prolific, although they have recorded thirteen studio albums, let's just say they generally take their time. It's more live shows and compilations.
In their journey crisp features of the musical DNA on display, prominent and ubiquitous keyboards those of Clive Nolan, surgical bass work that of Peter Gee, a new drummer after Craig Blundell left, then in the court of the great Steven Wilson, replaced by Filipino Jan-Vincent Velazco, but fundamental turn out to be the contributions of lead singer and guitarist Nick Barrett. His guitar playing is an unshakable focal point, the sustained David Gilmour-esque solos are in the sunlight, as is the distinctive voice and that accent not very easy to imitate. Nick is the helm, the composer, the mastermind more and more in evidence than the very inspired Clive Nolan, also busy on multiple fronts with Arena, Shadowland, Laura Piazzai, Strangers On A Train and other projects still.
This new album after six years since the good "Men Who Climb Mountains" is also presented in a three-cd version with CD 1 simply containing the album, CD 2 with the acoustic version of the whole thing and CD 3 with the purely instrumental one.
It should be said immediately that in it the guitar is always more of a protagonist than the keyboards, which are always present but relegated to a less demanding task than usual. The style is always the same, unshakable, granitic, in some moments almost close to Metal Prog, stoic, epic and pounding. The refrains easy to remember, a record that certainly travels in the average of Pendragon productions.
It starts with "Everything," a Pendragon song that can't get any more Pendragon, a kind of recap of the previous installments, a look also towards the band's not-so-recent past. This is crystal clear and pure Neo Prog, what fans of the genre have come to expect from bands like this, IQ, Pallas and Marillion even if the latter have taken after Fish's departure a completely different path.
A piano opens the ballad "Starfish And The Moon," almost a novelty in the discography of Barrett and co. in approach and song formula. It takes the heart of the melody, especially at the entrance of the guitar that without overdoing it knows with its strings how to touch those of the listener's soul. Meanwhile over the years Steven Wilson's work both with his Porcupine Tree and as a soloist is taken as a reference by many other artists, or at least greatly influences their work, this is also evident from time to time when listening to "Love Over Fear." Another detail that emerges is that abandonment of the suite, which has generally always peeped through in Pendragon albums, in favor of shorter moments of medium to long duration ranging from five minutes to a maximum of eight. This stands for a more open-minded approach to the simple song formula, a direct sonic message without too many frills that bends to substance rather than self-aggrandizement with asphyxiating techniques.
Already familiar is the arpeggio that opens "Truth And Lies," of course deja vu is there and this is inevitable, however Barrett's compositional effort in not appearing too repetitive is commendable, even if always the thing fails. We are in the presence of another semi ballad of effect, the kind that when the electric guitar starts up dishevels you. First they print a redundant, circular motif in your mind, when that has gotten into you almost tiring it is time to go off with the imposing solo. This way of operating in their case has always worked and they are among the masters of it (Pink Floyd docet). In a nutshell you are ahead to a kind of "Break In The Spell" to make myself better understood by the fans, and sorry if it is little! "360 Degrees" shows the more Folk side of the group, almost Marillionian was Fish in some ways. Violins, mandola, lots of British flavor and I won't hide the fact that personally this puts me very nostalgic, bringing back memories of some of the best moments of the 80s when Neo Prog was breaking through my heart. With "Soul And The Sea" the more canonical Pendragon returns even though the violin remains. Guitar arpeggios persist insistently among the Pendragon tracks, so do the classic crescendos. Here deja vu takes me toward "Indigo." As I listen, my eyes close, my breath becomes wide as the hairs on my arm stand up, evidence that something is working properly. Lots of Genesis, especially in the finale.
Remember when I mentioned Steven Wilson? There he is in "Eternal Light." "Water," on the other hand, leads toward the band's mid-career sound, again beginning quietly and then crescendoing. So much meat on the fire in this certainly well-crafted sonic juncture, I will be repetitive, but I want to get this concept across well, Barrett and his solos are something great! I wish they would never end.
Keyboards open "Whirlwind" in suspension, light and reflective, five minutes of strong melodies for the album's second ballad that ends with sax. Adjacent, rather related, comes "Who Really Are We?", another enviable electric gem. It closes with "Afraid Of Everything" with the hope of not waiting another six years for a follow-up to such material.
As for the artwork, this time it is by Liz Saddington. Compared to the previous "Men Who Climb Mountains" definitely a step forward.
This is the record I expect from Pendragon, nothing else, useless to say "It's the same old soup," "They are repetitive"... The world is wide, especially the sonic one so you can go and listen to millions of other things, but one must have respect for those who live of Neo Prog and of such really human music, a prerogative less and less present today. Those who do not know Pendragon may well start with this beautiful album as well. Not masterpiece, but undoubtedly professional and lasting in my stereo. I already know. MS


mercoledì 5 aprile 2023

Il Giardino Degli Specchi

IL GIARDINO DEGLI SPECCHI – Monstrum
Autoproduzione
Genere: Post Rock/ Progressive Rock
Supporto: Digitale – Bandcamp.com – 2022




Ho sempre dimostrato apprezzamento per le band che mutano con il tempo, coloro che non hanno paura di suonare ciò che sentono al momento, questo l’ho riscontrato soprattutto nell’underground indipendente. La libertà per un artista vuol dire tutto, anche se spesso non si raggiungono grandi risultati a causa magari di una certa inesperienza in campo. Lo stesso interesse l’ho riversato negli ascolti di album completamente strumentali, ma non perché non mi piacciono le voci, anzi, le ritengo uno strumento importante per la riuscita di un disco, compresi ovviamente i testi, ma a volte sento il bisogno di estraniarmi proprio con la musica fine a se stessa.  Quante volte ho adoperato il termine “viaggio” credo che sia oramai incalcolabile eppure così è, molto spesso un album strumentale rapisce e fa intraprendere un cammino fantasioso che mi conduce dove gli artisti vogliono. Il preambolo sta significando che con Il Giardino Degli Specchi sono al cospetto di una band indipendente e strumentale.
“Monstrum” è il secondo lavoro del trio romano composto da Valerio Marcellino (chitarra, synth), Marco Andrea Lippa (chitarra) e Luca Tiraterra (nuovo batterista) dopo l’esordio datato 2018 “Oltremare”.
Questa è musica prevalentemente Post-Rock con riferimenti nei momenti più duri ai Mogwai ma in “Monstrum” rispetto a “Oltremare” si denota un cambiamento di stile, anche se in maniera graduale.
L’opera è composta da nove canzoni che con il velato stile malinconico portano spesso a sognare ad occhi aperti. Trapela durante gli ascolti una sensazione anche di nervosismo, questa è figlia dell’evoluzione sonora dettata da maestri come i Tool, veri e propri apripista in campo Post Prog Moderno e quindi anche del Metal Prog.
“Le Parole Mai Dette” iniziano l’ascolto, ostentando ancora una band legata alle proprie radici sonore, così la successiva “Distanze” con suoni malinconici e dalla facile resa emotiva. “Pripyat” ha l’intro che inevitabilmente ricorda per effetti eco e quant’altro, del materiale Pinkfloydiano in sede “The Wall”, ma la musica della band di Cambridge non c’entra nulla in questo caso, è appunto solo un intro. Il Post Rock gioca con l’insistenza di certe note effettuate con la chitarra, questo potrebbe infastidire, o meglio annoiare certi ascoltatori esigenti, quelli che dalla musica pretendono più movimento, ma per poter ipnotizzare e far viaggiare la mente, si necessita di questo modus operandi per poi arrivare ai crescendo sonori, quelli che appagano. Attraverso “Orso Nero” si ha una visione di questa musica già leggermente differente, probabilmente grazie anche all’uso dei synth. E ancor più accade in “Kaiju”, dove la batteria ricopre un ruolo fondamentale per intensità.
L’avanzare dell’ascolto diventa sempre più interessante con “Supernova”, dove gli effetti conducono la mente verso spazi cosmici rilassanti, un pezzo sicuramente d’atmosfera. Leggerezza fluttuosa pur rimanendo elettrica. “You Have Come A Long Way” è una ballata con tanto di slide guitar, mentre “05 09” spinge l’ascolto verso una psichedelia galeotta. Ci pensa “Longinus” a chiudere l’album con ulteriore carattere, altro crescendo che conduce nel finale verso un massiccio Rock.
Il Giardino Degli Specchi con “Monstrum” sono autori di un percorso Post Rock evoluto, un genere che di certo spacca il pubblico in due fazioni, resta il fatto che questa musica sta cambiando pelle e questo grazie anche a band nostrane, le quali dimostrano di avere nuove interessanti idee al riguardo. Crisalide o farfalla? MS 





martedì 4 aprile 2023

Great Wide Nothing

GREAT WIDE NOTHING - Hymns For Hungry Spirits, Vol. II
Autoproduzione
Genere: Neo Prog
Supporto: Bandcamp – Spotify – 2023




L’America si è subito inserita nel mondo del Progressive Rock proposto dall’Inghilterra negli anni ‘70, ne ha studiate le fasi e assimilato il succo per poi proporre a sua volta band davvero interessanti. Già nei tempi più recenti basta nominare gli Echolyn, oppure i Spock’s Beard di Neal Morse, Discipline, Moon Letters, ma la lista è davvero lunga e a chi vuole documentarsi al riguardo consiglio la visione del sito https://www.progarchives.com/ .
La grande America tuttavia si distingue dalle sonorità più complesse e ricercate degli europei, sa bene come in ogni cosa il guadagno è in vetta all’interesse del cittadino, ma se negli anni ’70 la ricerca e l’inventiva sono state rispettate, con lo scadere della moda Prog l’americano ha pensato più al profitto. Ciò non significa sminuire una musica, ma renderla più orecchiabile e alla portata di un pubblico più ampio. In questi ultimi anni l’America ha proposto tante validissime band, una ad esempio è capitanata da Daniel Graham (basso, voci) e si chiama Great Wide Nothing di Atlanta. Con lui suonano Dylan Porper (tastiere) e Jeff  Matthews (batteria). Un altro grande pregio che ha l’America (sempre in senso generale intendiamoci) è quello di curare attentamente le produzioni a livello tecnico e di registrazione, tanto che anche le autoproduzioni spesso raggiungono risultati più che professionali, come nel caso del terzo disco dei Great Wide Nothing. La qualità sonora è ottima, e le prerogative per fare bene i ragazzi in esame le hanno tutte, compresa un’ampia cultura sulla musica soprattutto degli anni ’80 i quali fuoriescono spesso attraverso band come Marillion, The Cure, e del buon Hard Rock come hanno saputo fare gli Spock’s Beard stessi, ma quelli degli esordi. Non esulano gli anni ’70 con i classici richiami ai Pink Floyd, EL&P, Deep Purple, Uriah Heep, insomma avete capito che sto parlando di una vera e propria centrifuga musicale.
Come il titolo del disco lascia intuire, qui siamo al cospetto di una seconda parte, infatti, nel 2020 il trio propone “Hymns For Hungry Spirits, Vol. I” e raccoglie un discreto consenso da parte di pubblico e critica anche se con riserva e alcune perplessità da parte di alcuni critici. Dopo quasi tre anni ecco la seconda parte composta di cinque brani tra cui una suite di venti minuti. L’album si apre subito con l’esplosiva “Blind Eye To A Burning House” quasi sette minuti di vetrina per le capacità tecniche dei componenti che mettono subito le cose in chiaro, sembrano volerci dire “Noi sappiamo suonare”. Buoni gli arrangiamenti e il lavoro del piano su una robusta ritmica ben curata. Gli anni ’80 sono presenti, anche inserti di AOR, ma la carta vincente del brano è ovviamente il ritornello ruffiano e per questo, a chi ispirarsi per essere più orecchiabili possibile? Ovviamente ai Beatles. Un inizio con i fiocchi che passa la staffetta a “The Portal And The Precipice” con l’Hammond che ruggisce in modalità Uriah Heep e Deep Purple. S’intuisce molto il divertimento che provano i musicisti a suonare questo tipo di musica e si sa che il divertimento diventa contagioso all’ascolto condiviso. “Viper” si apre con il pianoforte e poi si evolve fino a diventare un mix fra Supertramp e King Crimson, di certo ai Great Wide Nothing la fantasia non manca. Ancora ritmo sostenuto e arie allegre in “Inheritor”, e siamo sempre li, negli anni ’80 con The Cure come riferimento, per fortuna Daniel Graham ha anche personalità, tanto da stravolgere certe regole e plasmare un prodotto finale davvero gradevole. Per il Prog fans il gioiellino del disco s’intitola “To Find The Light, Part Two” non tanto perché suite, ma per l’insieme degli elementi che lo compongono, sempre con lo sguardo attento per le buone melodie.
Con “Hymns For Hungry Spirits, Vol. II” i Great Wide Nothing compiono a mio avviso un notevole passo in avanti rispetto i precedenti lavori, i ragazzi sembrano scrollarsi di dosso la paura di suonare materiale Prog e lo fanno dando un calcio a certi stilemi, quindi miscelando (per alcuni sicuramente con sacrilegio) il passato con il presente. Avanti per la vostra strada ragazzi, così piacete anche a me. MS





  

sabato 1 aprile 2023

Cormorano

CORMORANO - Obliquizioni D’Autunno…Prima Che L’aquilone Se Ne Voli Via
Locanda Del Vento - Lizard Records
Genere: Progressive Rock Italiano
Supporto: cd – 2023




Il Progressive Rock Italiano non è fatto solamente di ricordi, nuove leve hanno mantenuto la brace calda sotto la cenere anche negli anni post ’70 come ho avuto modo di testimoniare con il mio primo libro “Progressive Rock Italiano 1980 – 2013 (Arcana) ”. Proprio queste nuove band hanno fatto si che anche nei nostri giorni il genere possa godere ancora di sonorità mai sopite, con tenacità, passione e orgoglio. Ed ecco ritrovare di tanto in tanto coloro che non ti aspetti, che malgrado abbiano fatto dischi splendidi, non hanno mai ricevuto il giusto merito o per meglio dire la più onorevole considerazione. Un bell'esempio arriva dagli emiliani Cormorano, fondati nel lontano 1975 quando purtroppo il genere comincia a dare i primi segni di cedimento sotto i colpi della musica disco e dell’imminente Punk. Una grande band nata nel momento sbagliato ed eccola dunque come un salmone risalire le acque controcorrente, infatti, il primo album vede luce molto tardi negli anni, ossia nel 1990 con “Verde Azzurro”.  Il secondo disco intitolato “Giro Tondo (Giro) Fuori Scena” (Mellow Records – 2001) è un temporaneo addio alle scene pur essendo un grande disco! I più attenti di voi avranno notato un titolo dalle reminiscenze Area di Demetrio Stratos, infatti così è, la musica ma soprattutto la voce richiama la band storica del Jazz Prog Italiano in maniera a dir poco palese.
Il fatto è fisiologico perché fra le file del gruppo c’è Raffaello Regoli alla voce, amico e allievo di Demetrio Stratos. Negli anni milita anche nella band progressiva Runaway Totem, ma oggi assieme a Antonio Dondi alla batteria e Gabriele Giovanardi al sax, fondatori della band originale, ritornano inaspettatamente con il nuovo “Obliquizioni D’Autunno…Prima Che L’aquilone Se Ne Voli Via”. Con loro suonano anche Francesco Boni (figlio di un altro membro originale, Carlo Alberto Boni) al basso, Elia Filippini alle tastiere e Michele Zanni alla chitarra. L’acquarello di copertina s’intitola “Dream” ed è di Egidio Marullo.
Quando nella musica si citano gli Area, si sa, è sinonimo di sperimentazione, così i Cormorano non esulano da questo essere, neppure nel 2023. Il tempo non si sarà fermato, ma anche la passione non si è mai sopita.
L’approccio del compianto vocalist di origini greche è seguito alla lettera da Regoli, il quale destruttura le frasi in sillabe con più voci riaccorpandole poi in un terminale editto in cui è declamata perentoriamente la seguente frase: “Questa Democrazia è Morta, e che ogni sforzo per contrapporvi un altro Stato è del tutto impossibile se non con una grande Rivoluzione”. Tutto ciò accade nel brano “Obliquizione”. Curiosamente il testo narrato in questo brano, è preso da internet ma al momento non risulta più disponibile, per questo motivo l’autore resta anonimo. Un giro armonico triste di piano e tastiere si aggroviglia attorno alle parole recitate di Regoli per quattro minuti di musica armonica e riflessiva. Ecco giungere “Cormorano” a portare l’ascoltatore nel mondo della canzone più semplice, qui sonorità balcaniche si alternano alla ricerca vocale, ma quello che colpisce ulteriormente è il bell’assolo di chitarra di Raffaele Marchetti. Il ritmo è trascinante e ruffiano con squilli di basso come Ares Tavolazzi ha esercitato nell’album “Gli Dei Se Ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano”.  “Nuovi Colori” si affida nuovamente al suono del caldo basso di Francesco Boni, oltre che agli immancabili vocalizzi polifonici. Bellissimo brano che  dimostra tutta la caratura tecnica dei sei componenti. Rispetto quanto sentito sino ad ora qui si fa capolino anche in America.
Credo che anche Patrizio Fariselli si sarebbe divertito nel suonare l’intro di “25 Aprile”, pezzo che nell’incedere si getta anima e corpo nel Rock grazie all’uso della chitarra elettrica sempre in spolvero. In “Asia” i Cormorano fanno conoscere il lato maggiormente cantautorale, canzone semplice e diretta con un ritornello strumentale gradevole, ma sono le parole a sfondare come un pugno nello stomaco narranti le vicissitudini di Marco Polo. Ed ecco un altro titolo richiamare la discografia Area, qui “Festa Di Settembre” è il brano più lungo dell’intero disco con otto minuti di buona musica e odore di mosto nella raccolta dell’uva. Regoli non canta ma racconta (qualcuno ha detto “La Mela Di Odessa”?). Un giro di basso apre “Il Rock Dei Sogni”, qui i Cormorano fanno vedere i muscoli addentrandosi in un Hard Prog vintage. Non manca la semi ballata qui dal titolo “Nei Tuoi Occhi”, tuttavia nulla di melenso, tutto resta nei canoni della formula canzone impreziosita dagli interventi del sax di Giovanardi. Con “Disarmoritmo” c’è l’intenzione di rivolgere nuovamente lo sguardo verso la ricerca sia polifonica che strumentale. Il brano è ottimamente arrangiato su intenti sciamanici. Per finire l’ascolto, ecco un tributo ai Ribelli, la band che ha dato visibilità a Demetrio Stratos prima del periodo Area, il brano non può che essere “Pugni Chiusi”.
Il tempo sembra essersi fermato durante l’ascolto di “Obliquizioni D’Autunno”, una strana sensazione perché qui le analogie con gli Area sono davvero troppo evidenti, ma questa è la forza dei Cormorano e per fortuna che ancora oggi c’è qualcuno che suona alla loro memoria questa musica che odora utopisticamente di gioia e rivoluzione mi riempie il cuore. MS










Y.O.U. - Italian Guitarists Pay Homage To Allan Holdsworth

Y.O.U. - Italian Guitarists Pay Homage To Allan Holdsworth   
Open Mind - Lizard Records
Genere: Virtuoso chitarrista
Supporto: cd – 2023




Ci sono musicisti che nell’arco della loro carriera hanno lasciato un segno indelebile pur rimanendo di nicchia nel music business. Spesso ciò accade se si esercita in un genere musicale rivolto a un pubblico abbastanza riservato, come ad esempio il Jazz Rock e la Fusion. Musica per la mente da ascoltare per goderne il più possibile dei passaggi tecnici. I palati sopraffini conosceranno Allan Holdsworth e la sua lunga discografia da solista, tuttavia il chitarrista inglese nella carriera ha anche militato in gruppi importanti dell’ambito, come Soft Machine, Ian Carr, Tempest, Gong, U.K., e Bruford.
Holdsworth nasce a Bradford il 6 agosto 1946 e muore il 15 aprile 2017 a Vista per un grave problema cardiaco. Inizia come violinista per poi dedicarsi allo studio della chitarra e a soli venti anni entra a far parte del circuito Soft Machine. La musica è complessa, ma le doti sono elevate, tanto da consentirgli di divenire parte integrante del sound proposto. Negli anni ’80 sviluppa il midi controller Synthaxe che gli consente di suonare contemporaneamente sei sintetizzatori. Ma molto altro si potrebbe narrare di quest’artista, tuttavia a grandi linee questo è il personaggio preso sotto esame dalla Lizard Records che gli tributa giustamente un album attraverso numerosi chitarristi italiani che andremo a conoscere nel corso della recensione.
Lasciatemi fare un doveroso preambolo, i tributi musicali sono spesso un arma a doppio taglio, quante volte ci siamo imbattuti in dischi dedicati ad esempio ai Genesis, o ai Jethro Tull, ai grandi Pink Floyd, ma che hanno lasciato l’amaro in bocca, se non la voglia di spegnere e di andare ad ascoltare direttamente gli originali. Personalmente molte volte. Se poi si va ad analizzare un artista dalle doti eccelse, è ancora più rischioso. Qui risiede l’intelligenza di chi vuole andare a dedicare un tributo a chi di tecnica ne ha da vendere, ossia ricercare artisti altrettanto preparati ma soprattutto (ecco la genialata) con brani propri. Loris Furlan ama le sfide e qui siamo di nuovo al cospetto di un lavoro non scontato, come la casa discografica Lizard ci ha bene abituato nel tempo. L’intento di questi musicisti coinvolti nel progetto è di addentrarsi attraverso questi brani propri, in un approfondimento dell’aspetto metafisico della materia musicale.
Otto sono coloro che tributano per altrettanti brani contenuti nell’album.
Inizia Marcello Contu, jazzista sopraffino che ha collaborato anche con il sassofonista Rosario Giuliani. Il brano s’intitola “Alien Hand” e mette in cattedra tutte le qualità tecniche di Contu attraverso la ragguardevole durata di nove minuti abbondanti. Con lui suonano Peter De Girolamo alle tastiere, Dario Deidda al basso e Gergo Borlai alla batteria. Il movimento sonoro è sofisticatamente delicato, con il cuore tenero nella parte centrale, fatto battere da un assolo di basso che riscalda l’ambiente. Il secondo brano è di Alessandro Giglioli e s’intitola “Wechselbalg”. Giglioli nasce a Firenze nel 1980 e sin dalla tenera età di dieci anni si appassiona alla musica. Si diploma in chitarra classica col massimo dei voti presso il Conservatorio Cherubini (Firenze) e oggi insegna lo strumento oltre che essere un ricercato session man. Il brano proposto ovviamente gira nel mondo Jazz/Fusion, quello più vicino ai canadesi Uzeb. Con lui suonano Giampiero Occhiato al basso e Marco Barsanti alla batteria.
Con il brano “Il Gabbiano” è la volta di Paolo Volpato, non nuovo a tributi nei confronti di Holdsworth, infatti, lo abbiamo incontrato nel 2020 attraverso il suo album “Contro” (Lizard Records). Volpato è veneto della provincia di Venezia e ama la Fusion, questo si deduce nei passaggi sonori esercitati nel pezzo proposto in cui si avvale della collaborazione di Michele Uliana al clarinetto, Roberto Scala alle tastiere, Michele Gava al doppio basso e Adrian De Pascale alla batteria.
Tommaso Colafiglio è un chitarrista nato ad Altamura e residente a Gravina in Puglia. Nella vita consegue numerosi diplomi, Laurea in Musicologia presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università di Lecce, Diploma in chitarra elettrica presso il C.P.M, (Centro Professione Musica, Milano) con Donato Begotti e Franco Mussida, Diploma in Composizione Sperimentale e direzione d’orchestra presso l’Istituto Vaticano di Roma e diplomato in musicoterapia presso associazione culturale Stratos (Bari). Nella sua musica molto importante è l’improvvisazione. Nel brano “Lake City” suona assieme a Michele maggi (basso) e Michele Marrulli (batteria). Altro brano musicale dal cuore caldo è “The Way To The Ethereal” per mano di Francesco Cassano, Guitar Player presso La Chiamata d'Emergenza ed Endorser nella GR Guitar. Anche lui un ottimo background, ha studiato Professional Master's Programme in "Modern Guitar" da Marco Sfogli presso MFA - Music Factory Academy, master di "Jazz Music" presso Conservatorio di Musica Niccolò Piccinni e ha studiato presso Il Pentagramma Di Guido Di Leone. Poco più di cinque minuti bastano per mettere a nudo l’anima del chitarrista in un suono caldo e avvolgente, grazie anche alla partecipazione di Vincenzo Maurogiovanni al basso e Pierluigi Villani alla batteria.
Non mancano in questo tributo giovani promesse, Gianluca Jean Barisone ha studiato presso Conservatorio Niccolò Paganini di Genova - Istituzione statale AFAM e suona con la band Promenade. Il suo brano “Alla Nostra” è un concentrato di poco più di tre minuti di Jazz, dove il basso di Simone Carbone si diverte a fare peripezie nel pentagramma. Con loro alla batteria suona Marco Fuliano. Veniamo ora a Livio Lamonea, e al suo pezzo “The Great Climber”, il chitarrista napoletano ha studiato presso il Musicians Institute e all’Institute of Technology. Le atmosfere che scaturiscono dal brano danno sensazione di relax, musica introspettiva suonata assieme a Alessandro Anzalone (basso) e Alfonso Mocerino (batteria). Il tributo si chiude con “Sette Note Di Nero”, cinque minuti, dove Frank Pilato, Luca Giachi (basso) e Giuseppe Costa (batteria) propongono a loro volta un brano introspettivo e anche il più sperimentale del disco. Pilato studia chitarra e clarinetto sin da molto giovane conseguendo il diploma in composizione. A venti anni si trasferisce in California proprio per approfondire il linguaggio Jazz e Fusion al Musicians Institute di Hollywood. Sarà lui all’età di ventinove anni a sostituire Allan Holdsworth nell'ultimo capitolo della trilogia "Stories" del Maestro Andrea Marcelli.
Allan disse in un intervista “Siate sempre voi stessi, a qualsiasi costo”… Quanta verità in poche parole, un pensiero che spero i giovani di oggi sposino come causa per uscire da quest’omologazione che li rende anonimi e tutti tristemente uguali. “Y.O.U.” è una bella dimostrazione o per meglio dire, una speranza oltre che un disco di ottima musica. MS





 

venerdì 31 marzo 2023

The Waking Sleeper Band

THE WAKING SLEEPER BAND – Planetarium
Autoproduzione
Distribuzione: Black Widow Records
Genere: Neo Prog / Prog Metal
Supporto: CD - 2023




Quante volte di notte abbiamo alzato lo sguardo al cielo per meravigliarci di quanto siamo piccoli. Questo accade sin dai tempi dei tempi, ma quando l’uomo ha cominciato a fare un’attenta osservazione dei movimenti stellari per regolarsi sia con il tempo sia per le fasi di semina agra alimentare, il significato cambia radicalmente. L’osservazione della volta celeste è un infinito studio ancora oggi, la differenza è che ai giorni nostri siamo in possesso di una differente tecnologia che ci permette tramite satelliti e telescopi incredibilmente efficaci, di effettuare ricerche scrupolose rispetto al passato. Ma quello che hanno fatto maestri come Pitagora, Aristotele, Archimede e Tolomeo per giungere sino all’età moderna con Copernico, Galileo, Keplero, Newton, Einstein e Hawking, è assolutamente importante oltre che fondamentale. Oggi scopriamo nuove galassie, ma in realtà quello che vediamo potrebbe non essere più, questo perché l’immagine nello spazio viaggia a una velocità ben stabilita e magari compie anche un viaggio di milioni di anni luce e quindi chissà se quel pianeta che ci manda la sua visione oggi in realtà esiste più? In parole povere l’infinito fa parte di noi e della nostra curiosità, ben sanno i The Waking Sleeper Band che con il terzo album da studio intitolato “Planetarium” si addentrano proprio in queste visioni cosmiche attraverso la storia e la vita dei già citati maestri del campo.
La band si forma nel 2012 a Genova ed esordisce lo stesso anno con “The Waking Sleeper”. Nel 2016 è la volta dell’album dedicato a Oscar Wilde, “Form & Appearance”, del quale partono subito spettacoli di presentazione, al Palazzo Imperiale il 15 Aprile, il live al Balera il 20 Maggio, il concerto al Teatro Carignano il 19 Giugno, il live unplugged al Garden dell’Hotel Europa a Rapallo il 16 Luglio ed infine il 9 di dicembre la Waking Sleeper Band in concerto al Teatro Von Pauer.
“Planetarium” è un concept suddiviso in dieci canzoni suonate da Maurizio Antognoli (pianoforte e voce), Marco Fuliano (batteria), Simone Carbone (basso), Andrea Kala (chitarra) e Roberto Ferrari (synth, tastiere).
La musica proposta viaggia attraverso anni di Progressive Rock ma pone un’attenzione particolare agli anni ’80. Maggiore è l’approccio verso le melodie di facile assimilazione piuttosto che su scale tecniche ricercate e impegnative. Ed è la title track “Planetarium” a spedirci immediatamente nel cosmo trattando la visione di Archimede, non a caso creatore del primo rudimentale planetario di cui si abbia traccia documentata. Il Planetarium rappresenta dunque lo strumento che permette di creare un collegamento tra noi e l’infinito.
Inizia la musica, un Rock al limite dell’AOR si supporta di buone vocalità anche femminili nei cori oltre che di efficaci arrangiamenti e un buon assolo di chitarra, seppur breve. Il viaggio è partito e passa attraverso il secondo brano (anche secondo singolo dell’album) intitolato “Astral Mathematics”. Dedicato alla visione cosmologica di Pitagora, il movimento è Hard Prog con un ritornello accattivante, mentre la voce mi ricorda istanti sonori realizzati dalla band Threshold. Immaginate ora di ascoltare gli americani Echolyn cimentarsi in un brano Metal Prog, questo si può fantasticare durante l’ascolto di “The Earth Is The Center”, la band ha davvero un grande bagaglio culturale oltre che tecnico, mentre le scoperte durante gli ascolti non finiscono qui. Ed ecco il Neo Prog affacciarsi all’inizio di “Perception”, qui le tastiere e precisamente il piano, ricopre un ruolo importante, anche se le chitarre distorte non mancano nuovamente. Il brano strumentale è impreziosito da un lavoro chitarristico di notevole fattura, vetrina per le doti tecniche di Andrea Kala. Fra le mie preferite c’è “All Around The Sun” probabilmente perché più legata a certi stilemi che mi ricordano ad esempio gli Yes, anche se confesso che è veramente arduo cercare un brano migliore di un altro, a conferma di una solida uniformità sonora. Il cosmo appare alla vista anche attraverso “Star Watcher”, canzone che fonde perfettamente il genere Prog Rock attraverso il passato ed il presente. I suoni di “Harmonices Mundi” non si discostano poi molto da quanto detto del precedente, anche se qui sono maggiormente palesi le coralità alla Yes. “Falling Eternally” è una splendida ballata, tutta da ascoltare ad occhi chiusi. Un altro singolo tratto dall’album s’intitola “Relative” e mostra una band vigorosa decisamente intenta a giocare con le arie sia melodiche che rozze. La spaziale “Planetarium Reprise” è toccante e sunto di quanto ascoltato, essa ci fa abbassare il capo dal cielo, la perlustrazione giunge quindi al termine.
Tengo a sottolineare la bellezza della voce di Maurizio Antognoli, questo perché in Italia siamo molto spesso carenti sotto quest’aspetto. Un album che si lascia godere nell’interezza e anche dalla spiccata personalità. Complimenti The Waking Sleeper, un passo decisamente in avanti rispetto ai lavori precedenti. MS 





sabato 25 marzo 2023

RPWL

RPWL - Crime Scene
Gentle Art Of Music
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2023




Ne è passato di tempo da quando i tedeschi RPWL (sono le iniziali di Risettion-Postl-Wallner-Lung, i membri della band) hanno iniziato come cover band dei Pink Floyd, era il 1997. Ricordo ancora la mia sorpresa durante l’ascolto dell’album d’esordio “God Has Failed” (Tempus Fugit - 2000), una buona pulizia sonora, atmosfere psichedeliche e chitarre alla Gilmour, una bella carta d’identità goduriosa per un fans come me del quartetto di Londra. Ho sempre amato questa musica e le sonorità proposte mi hanno fatto spesso sognare ad occhi aperti, specialmente durante gli assolo. Le melodie sono state la carta vincente dei RPWL, sempre attenti alla canzone, così da poter cantare e ricordare la musica assieme a loro. A seguire tre album che mi sono entrati nel cuore, ossia “Trying To Kiss The Sun” (Tempus Fugit – 2002), “Stock” (Tempus Fugit – 2003” e il grande passo verso il successo “World Through My Eyes” (Inside Out Music – 2005), dopo di che altre buone realizzazioni ma di base abbastanza standard per lo stile RPWL. L’ultimo loro album risale al 2019 e s’intitola “Tales From Outer Space” (Gentle Art Of Music) ma vengono a mancare quei assolo che hanno fatto scaturire in me l’amore nei loro confronti. Come si dice in gergo, solo compiti ben eseguiti. In totale realizzano in studio nove album. Oggi ritroviamo il quartetto con nuovi innesti nella line up, a parte gli storici Yogi Lang (voce, tastiere) e Kalle Wallner (chitarre), subentrano Marc Turiaux alla batteria e Markus Grützner al basso.
“Crime Scene” è un concept album sul comportamento dell’uomo fra male e bene, gettando uno sguardo anche a certi criminali come il necrofilo di Dresda Carl Tanzler e il serial killer di Munsterberg, Karl Denke. Non esula la violenza domestica, un tumore di questa nostra società che sembra soltanto a data essere avanti nei tempi ma che ancora cela all’interno comportamenti atavici. Nonostante le pesanti argomentazioni, il sound della band rimane sempre solare e arioso, come già si può evincere all’ascolto dell’iniziale “Victim Of Desire”, lunga canzone bene arrangiata ed eseguita pur essendo priva di picchi emotivi altisonanti. I nuovi membri sembrano essersi perfettamente inseriti nel contesto rilasciando un’ottima prova strumentale. L’acustica “Red Rose” è una bella ballata semplice basata su buoni arpeggi e un cantato sentito, come spesso Yogi Lang ci ha abituati, tanto da sembrare un brano tratto da un suo album solista. Queste sono atmosfere in cui sanno giocare bene, di certo una loro peculiarità. Si entra con tutti i piedi nel mondo Neo Prog con la successiva “A Cold Spring Day”, gradevole ma niente di speciale perché ricolma di dejà vu, specialmente di certi passaggi già adoperati nei dischi passati. Più ricercata anche nei suoni a effetto “Life In A Cage”, un inizio sornione lascia spazio a un crescendo emotivo funzionale, qui si possono notare le influenze che i Porcupine Tree hanno rilasciato negli anni a tutte le band di Progressive Rock. Il carattere della band però esce fuori in “King Of The World”, mini suite di tredici minuti fra cambi di ritmo, buoni assolo di tastiere seppur senza strafare e di chitarra, che in questo caso non tende a emulare il suddetto Gilmour. Finale più roccioso con “Another Life Beyond Control”, buon episodio della loro carriera.
Questo nuovo album è quindi un compito ben eseguito, buone idee, anche se mancano i già nominati picchi emotivi tuttavia l’ascolto scivola via che è un piacere. Non resta in mente un brano o un motivo in particolare e questo mi suggerisce che il sound si è oramai inflazionato, comunque intendiamoci,  di dischi così ce ne fossero…
Chi non conosce la band troverà un lavoro grandioso, a me che amo da sempre i RPWL mi ha lasciato un poco di amaro in bocca, anche se vedo “Crime Scene” già un passo in avanti rispetto al precedente “Tales From Outer Space”.  Suggerisco alla band di fare una riflessione sulla mancanza di passaggi strumentali importanti come hanno saputo sciorinare nel tempo. MS 





giovedì 23 marzo 2023

Old Rock City Orchestra

OLD ROCK CITY ORCHESTRA – Y (Ipsilon)
M.P. & Records / Edizioni Musicali Micio Poldo
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Dark Rock Prog
Supporto: cd – 2023




Uno degli argomenti più cari all'arte nel senso generale è l’eterna lotta fra il bene e il male. Nel corso della vita ci siamo trovati molte volte avanti al bivio di scelte che hanno portato a risultati ben differenti. E’ nella natura dell’uomo. La musica ha trattato l’argomento in svariate sfumature e modalità, come per esempio non ricordare l’opera Rock Progressiva delle Orme “Felona E Sorona”? Il concept è argomento infinito fatto appunto di scelte, dove il mondo e l’uomo sono protagonisti.
Sembrano addentrarsi in questo cammino anche gli orvietani Old Rock City Orchestra, band di cui ho già avuto modo negli anni di tesserne le lodi. In questo quarto lavoro in studio il titolo è “Y”, lettera che simboleggia due possibili percorsi di vita.
Nel disco suonano Cinzia Catalucci (voce, tastiere), Raffaele Spanetta (chitarre, basso, voce, tastiere) e Michele “Mike” Capriolo (batteria) a cui l’opera è dedicata con stima, affetto e riconoscenza alla memoria dopo la prematura dipartita. L’ultimo lavoro risale all’anno 2018, quel “The Magic Park Of Dark Roses” che ha saputo convincere critica e pubblico grazie ad un raffinato Dark Prog e Jazz Rock. Lo stile resta invariato, solo l’esperienza aggiunge un maggiore apporto compositivo e qualitativo e questo grazie anche alla co-produzione di Vannuccio Zanella, figura oramai popolare nel circuito e sinonimo di qualità. L’opera è suddivisa in undici brani per una durata totale di quaranta minuti di musica ben registrata da Raffaele Spanetta e masterizzata da Maxim Goranov ai Max Sound Studios a Sofia in Bulgaria. Da rilevare la durata dei brani che difficilmente superano i quattro minuti, rafforzando la volontà di badare al sodo senza perdersi in passaggi inutili. Tutto l’artwork è elegante e il colore dominante è il bianco il quale esalta al meglio le forme naturali di colore sgocciolate nell’acqua per le foto. Giustamente la prima pagina del libretto è dedicata a Michele “Mike” Capriolo con un immagine che comunque lo ritrae di spalle dietro alla sua batteria. Nell’album c’è solamente un brano completamente strumentale e lo si trova proprio all’inizio dell’ascolto ed è “Y”, con quelle arie psichedeliche che molto spesso hanno fatto rizzare il pelo sulle braccia degli amanti dei Pink Floyd. La voce di Cinzia ha un’estensione malleabile, adatta a tutti i tipi di situazioni che vanno dalle scale medio alte a quelle più basse. Gli anni ’70 si palesano fra le note in “The Warning”, scolpendo nel pentagramma cambi di ritmo e appunto tonalità basse. Queste salgono in “Gypsy’s Prediction”, canzone ipnotica che nella seconda parte richiama il sound arabeggiante degli Area. Il piano batte il ritmo in “Take My Hand” e si alterna all’Hammond per un giro sonoro accattivante impreziosito da un assolo di chitarra coinvolgente ed effettato, sono quei passaggi che prediligo, vorrei non finissero mai. Le atmosfere si fanno più scure in “Preacher”, il Dark si palesa ammiccante grazie ancora una volta alla voce pulita e intonata di Cinzia Catalucci. Scorgo influenze Atomic Rooster e non nascondo il personale piacere, perché questa band è sempre stata a mio modo di vedere troppo sottovalutata dal grande pubblico. Un arpeggio di chitarra apre la spiazzante “No Way” inizialmente dedita a uno stile Orme per poi gettarsi nello Swing. Di certo gli Old Rock City Orchestra non dormono sugli allori costruendo sempre nuove strutture ricche di storia ma anche di novità, quest’ultima apportata dalla loro forte personalità. Sale sempre più in alto la voce in “Daimon”, canzone in modalità Paatos per chi li dovesse conoscere, quelli di Petronella Nettermalm e dei ex Landberk Reine Fiske e Stefan Dimle. Il sound s’indurisce in “The Magic Pathways”, la chitarra elettrica diventa granitica, sciolinante un riff oscuro che solo durante gli interventi delle tastiere coglie il respiro. Qui tornano anche i passaggi arabeggianti. “Stranger” è sorniona ma attenzione al ritornello Hard. Prog Rock in “Fly Away”, composizione fra le mie preferite dell’album, qui c’è di tutto, Moog compreso. E per finire “We’ll Be One”, altra piccola gemma sonora dalle caratteristiche Curved Air.
Mi sento di dire alla fine degli ascolti che questo “Ipsilon” sicuramente si va a collocare fra i migliori album di questo 2023, certo, l’anno è ancora molto lungo, ma se il buongiorno si vede dal mattino qui ci sono forti indizi al riguardo. La mente vola all’ascolto, e come scritto alla fine del libretto che accompagna il CD, “Oltre le colline e molto lontano”, giusto! R.I.P. Mike e grazie per la tua arte. MS 






mercoledì 22 marzo 2023

Juglans Regia

JUGLANS REGIA – Neranotte
Loud ‘N Proud Records
Genere: Heavy Prog
Supporto: cd – 2023




Sono sincero, è bello poter affermare nei riguardi di una formazione progressiva italiana nata nel 1992 che siamo al cospetto di una band storica, non fraintendetemi però, non voglio sottolineare che sia passato inesorabilmente il tempo e basta, bensì voglio elogiare chi ha fatto del Prog Italiano una lunga carriera pur non avendo vissuto artisticamente parlando i mitici anni ’70. Facile esistere e sopravvivere quando c’è la moda che ti spinge, meno quando tutto questo non sussiste più. Qui risiede la grandezza dei Juglans Regia, ossia il deliziarci attraverso cinque dischi in studio e quattro demo tape, il tutto sempre con tenacia e passione.
La Juglans Regia è la noce, così denominata in lingua latina e perfettamente rappresenta l’anima di questa band, dura fuori e croccante dentro dove il mallo rilascia il suo buon sapore. Massimiliano Dionigi (basso), Alessandro Parigi (voce) e David Carretti (batteria) sono l’anima storica della band che per questo nuovo album si avvale di altri due bravi musicisti, Samuele Scandariato (chitarra) e Riccardo Iacono (tastiere), anche nei grandi Domine dal 1999. “Neranotte” ha una lunga gestazione che inizia nel 2020 e finisce oggi, ma la musica resta sempre in bilico fra il Rock Progressivo (in quantità maggiore) e l’Heavy Metal, quest’ultimo sempre meno presente grazie alle idee dei nuovi entrati che contribuiscono in maniera attiva allo sviluppo delle canzoni.
Il disegno della copertina è un’idea di Alessandro Parigi ed è realizzata per mano di Riccardo Iacono, mentre il libretto contiene oltre ai testi scritti, anche alcune foto della band.
I rumori di “Giù” aprono le danze accompagnando al vero primo brano dell’album intitolato “Fragili Equilibri” e subito si apprezza il lavoro vocale da parte di Parigi. Il pezzo cadenzato è colmo di rozza energia pur non entrando dentro il Metal nel vero e proprio senso del termine, un sottile confine fra Rock e Heavy Metal. Buone le coralità dell’ospite Francesca Merli a donare enfasi, altresì interessanti gli assolo di chitarra e delle tastiere. Ad alzare il ritmo ci pensa “Chimera”, una canzone dal ritornello indovinato seppur semplice nell’andamento. I Juglans Regia più progressivi si affacciano attraverso “Oltre Lo Schermo” fra arpeggi e riff metallici, mentre alcuni passaggi possono richiamare certi Litfiba dei tempi passati. Un frangente pacato giunge da “Confine”, canzone con cambi di tempo e d’umore, potrei definirla una robusta semi-ballata. Anche qui un ottimo assolo di chitarra dona dinamicità e forza emotiva all’ascolto. “Guser “ è breve e conduce a “Dentro Il Mare” altro motivo Heavy Prog diretto che si affida a un buon refrain. La title track “Neranotte” ha una lunga gestazione, vede prendere luce nel lontano 2009 per poi non essere registrata ufficialmente. Per fortuna Riccardo Iacono conserva una cassetta con il pezzo provato da una atipica formazione a sei elementi. Il movimento ancora oggi all’ascolto piace ai musicisti che lo rispolverano suonandolo e donandogli quindi nuova vita e vigore. I due minuti psichedelici e strumentali di “Se…”suggellano il tutto.
“Neranotte” è un album diretto, che bada al sodo, un passaggio nel mondo del Rock fatto di buone melodie e semplicità ma attenzione agli assolo, mai banali e sempre supportati da una buona tecnica. Bentornati Juglans Regia. MS





domenica 19 marzo 2023

Live! - Racconti di vita e concerti

 LIVE! - RACCONTI DI VITA E CONCERTI

Arcana Edizioni


È uscito 𝗟𝗶𝘃𝗲! 𝗥𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝗿𝘁𝗶 a cura di DAVIDE MORRESI.
Ventinove scrittori e scrittrici per ventinove storie in cui i protagonisti sono i concerti.
Ordinabile in tutte le librerie e piattaforme on line.

In questo volume anch'io, Massimo Salari racconto un episodio vissuto durante gli anni '80, l'avventura capitatami per andare a vedere il concerto dei MARILLION.
𝐼 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑒𝑟𝑡𝑖, 𝑖 𝑓𝑒𝑠𝑡𝑖𝑣𝑎𝑙 𝑒 𝑖 𝑙𝑖𝑣𝑒 𝑐𝑙𝑢𝑏 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑛𝑢𝑡𝑟𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑓𝑜𝑛𝑑𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑙’𝑎𝑟𝑡𝑒, 𝑙𝑎 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎, 𝑙’𝑎𝑔𝑔𝑟𝑒𝑔𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑡𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜. 𝐷𝑜𝑝𝑜 𝑡𝑟𝑒 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑖 𝑙𝑖𝑣𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑖 𝑟𝑖𝑛𝑐ℎ𝑖𝑢𝑠𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑛𝑑𝑒𝑚𝑖𝑎, 𝑖𝑙 𝑟𝑖𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑢𝑠𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑎𝑙 𝑣𝑖𝑣𝑜 𝑒̀ 𝑙𝑖𝑛𝑓𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎 𝑒 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜. 𝐼𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑣𝑜𝑙𝑢𝑚𝑒 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑜, 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑒 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑡𝑟𝑖𝑐𝑖 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑐𝑖𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑖𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑖𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑟𝑖𝑙𝑎𝑛𝑐𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑢𝑠𝑖𝑐𝑎 𝑙𝑖𝑣𝑒. 𝑂𝑔𝑛𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑙𝑜𝑟𝑜 ℎ𝑎 𝑖𝑑𝑒𝑎𝑡𝑜 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑏𝑎𝑠𝑎𝑡𝑎 𝑠𝑢 𝑢𝑛 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑒𝑟𝑡𝑜. 𝐴 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑒𝑟𝑡𝑜 𝑒̀ 𝑙’𝑎𝑚𝑏𝑖𝑒𝑛𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎𝑔𝑔𝑖 𝑠𝑖 𝑚𝑢𝑜𝑣𝑜𝑛𝑜 𝑒 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑎 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑑𝑎, 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑒 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑡𝑎𝑔𝑜𝑛𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜, 𝑖𝑙 𝑓𝑢𝑙𝑐𝑟𝑜 𝑠𝑢 𝑐𝑢𝑖 𝑟𝑢𝑜𝑡𝑎 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜. 𝐴𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑒̀ 𝑙’𝑜𝑏𝑖𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑎 𝑟𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑔𝑒𝑟𝑒, 𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑖 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑒. 𝐼 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝐿𝑖𝑣𝑒! 𝑠𝑖 𝑏𝑎𝑠𝑎𝑛𝑜 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑒 𝑒𝑚𝑜𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑟𝑒𝑡𝑒 𝑣𝑖𝑠𝑠𝑢𝑡𝑒 𝑖𝑛 𝑢𝑛 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑒𝑟𝑡𝑜 𝑒 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜𝑛𝑜 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑙𝑒 𝑎𝑙 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑜𝑟𝑒, 𝑐𝑜𝑛 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑒𝑠𝑝𝑟𝑖𝑚𝑜𝑛𝑜 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑖, 𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑖, 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖, 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑖, 𝑣𝑖𝑠𝑠𝑢𝑡𝑖, 𝑎𝑚𝑜𝑟𝑖, 𝑒𝑛𝑒𝑟𝑔𝑖𝑎, 𝑟𝑖𝑠𝑎𝑡𝑒 𝑒 𝑙𝑎𝑐𝑟𝑖𝑚𝑒 𝑙𝑒𝑔𝑎𝑡𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑢𝑠𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑎𝑙 𝑣𝑖𝑣𝑜. 𝑆𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑢𝑡𝑜𝑏𝑖𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑖𝑐𝑖 𝑚𝑎 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜, 𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑒𝑠𝑝𝑟𝑖𝑚𝑜𝑛𝑜 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑖 𝑒 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑠𝑢 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑒𝑟𝑡𝑖 𝑟𝑒𝑐𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑒 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑖, 𝑑𝑖 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑚𝑢𝑠𝑖𝑐𝑎𝑙𝑒.
Grazie a Scriptorama Agenzia Letteraria per il prezioso supporto, ad Arcana Edizioni per aver creduto nel progetto, a Luca Pantanetti per gli esperti consigli e a Eleonora Pizzi per l'aiuto e la presenza.