I Miei Libri
giovedì 15 ottobre 2020
Le Forbici Di Manitù & Friends
LE FORBICI DI MANITU’ & FRIENDS
– Tinnitus Tales Tour
Sussidiaria
Genere: Art Rock, Experimental
Supporto: cd / 45 giri / download
digitale – 2020
Il
linguaggio sonoro è variegato, un poco come succede con le lingue parlate ed i
dialetti. Gli stili sono numerosi, il Rock, il Jazz, il Blues, l’Hard Rock, il
Metal, il Prog, il Pop, l’Elettronica e moltissimi altri ancora. Parecchia di
questa evoluzione passa anche attraverso la musica sperimentale,
post-industriale e rumoristica, il linguaggio della musica non resta mai fermo
e si plasma sia con le nuove strumentazioni date dalla tecnologia dei tempi,
che attraverso gli eventi che mutano la
società. Esistono band che hanno costruito una carriera nella ricerca e
nell’evoluzione, magari spesso a discapito della popolarità, perché chi osa
qualcosa di differente al momento spesso non viene compreso.
Le
Forbici Di Manitu’ ricadono nel contesto delle band che hanno sempre saputo
rinnovarsi e questo sin dal lontano 1983, sotto la guida di Manitù Rossi.
Quindici gli album all’attivo e vari anche gli ep e le compilation in cui
compaiono. Nell’ottobre del 2016 Le Forbici Di Manitù realizzano un lavoro
davvero imponente, creato attraverso l’ausilio di almeno cinquanta fra
musicisti ed artisti visivi: “Tinnitus Tales”. Il progetto “audio
educativo” esce in un cofanetto composto
da un vinile 10” e due cd, dove l’argomento è legato al tinnito altrimenti
detto acufene, fastidioso ronzio o sibilo che colpisce molti musicisti (Pete
Townshend, Ludwig Van Beethoven) e anche dj (Ed Rush, Optical, Jimmy Savile,
Roger Sanchez).
A
distanza di quattro anni Le Forbici Di Manitù ritornano sul luogo del delitto grazie ai numerosi
consensi ricevuti durante i tour e perfino dalle pubblicazioni scientifiche
internazionali. L’idea è di riportare in cd il lavoro svolto in sede live, in
più nel 45 giri due canzoni inedite sul fastidioso fischio agli orecchi. Il
tour è del 2017 e nel cd compaiono anche tracce di “friends” in veste di ospiti
con brani propri. Ecco dunque i flauti di Fabrizio Tavernelli,
l’Electro-Shoegaze di Lettera 32 (Daniele Carretti), le sperimentazioni
Techno-Etno-Ambient di Samora (Enrico Marani) e le orchestrazioni dei
sperimentali Deadburger di Vittorio Nistri. Spettacolare la confezione
cartonata in 10” come nel precedente caso, contenente i dischi e sempre
accompagnata dalle illustrazioni di Emanuela Biancuzzi e progetto grafico di
Laura Fiaschi/Gumdesign.
Il
live registrato a Cavriago, Milano, Reggio Emilia e Viareggio inizia con otto
brani de Le Forbici Di Manitù a partire da “Ginko Biloba”, voce, piano in
cattedra e un sax freestyle su un motivo
orecchiabile dal profumo jazzy. “Hyperbaric Rendez-Vous” è interpretata in
maniera impeccabile, ancora piano, voce e flauto questa volta tendenti verso il
Neo Prog.
Manitù
Rossi (voce, basso, clarinetto, sax), Gabriella Marconi (flauto), Stefano Menozzi
(tastiere) e Vittore Baroni (voce, testi), sono Le Forbici Di Manitù.
“You
Too” ripercorre i sentieri del primo brano, mentre la breve “Mr.T” aumenta il
ritmo sempre dettato dal piano. Giunge a questo punto la title track “Tinnitus
Tales”, sentita e ricercata narrante delle persone che soffrono di questo
disturbo. Essa si evolve in maniera
cadenzata, come se ogni strofa fosse un incudine. Il brano più lungo si
intitola “Through Vulcanian Ears” con i suoi cinque minuti. Di tanto in tanto si
presenta il vibrafono di Gabriella Marconi, come in “Everyone Is Thinking Of Me”,
più solare nella melodia rispetto i brani già ascoltati.
“Surface
Noise” chiude il paragrafo Le Fobici Di Manitù che ritroveremo alla fine con “False
Alarm Signal” e passa la staffetta a Fabrizio Tavernelli, il quale inizia la
sua performance con dei sibili elettronici interpretanti l’acufene. Questo mi
riporta ai tempi sperimentali degli Area, quando Fariselli negli anni ’70 si
divertiva a disturbare il pubblico. Segue un altro esempio analogo intitolato “Flauto
Dolce” e l’artista ripercorre il ricordo di una passeggiata ai giardini dove in
lontananza sente un flauto dolce di un bambino che si sta esercitando allo
strumento.
E’
la volta del brano di Lettera 32 (Daniele Carretti) dal titolo “Tintinnio” in
quasi sette minuti l’autore ripercorre il sentiero elettronico supportato da
strumentazioni come il Nord Electro2, Korg Monotribe, Boss RC-20 e Boss DD –
20. Inevitabili le reminiscenze Kraftwerk.
Samora
(Enrico Mariano) sopraggiunge con “Tinnito multiplo”, il suono è sempre
elettronico ma più spaziale e psichedelico.
A
questo punto del live giungono i sperimentali e sinfonici Deadburger, una
tempesta di suoni ricercati accolgono l’ascoltatore in “Il Dentista Di Tangeri”.
Non è Jazz anche se ci sono strumentazioni ed accorgimenti che potrebbero farlo
pensare, non è musica sinfonica, non è Rock malgrado certe parti crude, è
piuttosto musica alternativa che risiede nel dna dei Deadburger e chi segue
certo Rock Progressivo Italiano già conosce la band e quindi sa cosa dico. “Wormhole”
si apre in maniera elettronica con il sopraggiungere delle strumentazioni
classiche. Il sound è martellante per poi passare ad una aurea psichedelica che
fa da ponte ad un piano melodico. Molta carne al fuoco in sei minuti e mezzo.
Chiude la prestazione della band di Nistri “Marcia Degli Acufeni” con suoni che
richiamano al problema ed i fiati. Il cantato è in questo caso in lingua
italiana.
“Tinnitus
Tales Tour” è una bella testimonianza di una fetta interessante della musica
italiana, sta a ribadire che siamo una nazione di creativi, dove non sempre la
banalità la fa da padrona. C’è chi con la musica esprime di più, c’è chi la tratta
come un poliglotta e questo nel 2020 dove la globalizzazione regna sovrana non
è altro che un fatto positivo. Oltretutto l’argomentazione sviluppata è davvero
interessante ed inusuale. MS
domenica 11 ottobre 2020
Metronhomme
METRONHOMME - Tutto Il Tempo Del
Mondo
Autoproduzione – Micio Poldo
Edizioni Musicali
Genere Progressive Rock
Supporto: EP – 2020
Come
purtroppo ben sappiamo tutti, la nostra vita è cambiata. Le restrizioni per la
pandemia Covid 19 hanno colpito l’economia, ma soprattutto il settore musicale
il quale sta dando segni di sfinimento. La situazione non è che fosse stata
rosea neppure in precedenza, la musica soprattutto di ricerca e più
sperimentale ha sempre navigato in acque abitate solo da pochi amanti esperti
del genere. Ma la passione è più grande di ogni avversità, oggi poi si ha la
fortuna di avere un mezzo come internet che ci consente nel bene o nel male di
restare uniti e aggiornati su tutto.
Molti
artisti quindi hanno trovato nel periodo del lokdown internet come punto di
congiunzione anche per poter suonare in diretta e comporre nuovo materiale. Il
tempo libero nello stare rinchiusi per un mese in casa sicuramente ne
scaturisce. In molti hanno vissuto questa esperienza in attesa di tempi
migliori, i quali tardano ad arrivare, ma come dicevo in precedenza la passione
per la musica è più grande di tutto.
I
marchigiani Metronhomme sono fra coloro che non sono restati con le mani in
mano, ecco quindi nascere “Tutto Il Tempo Del Mondo - 1.òikos”. La band di
Macerata si forma nel 2003 come amante della musica sperimentale, legata a
concept e soprattutto teatrale e tal proposito creano tre lavori di gruppo:
L’ultimo Canto di Orfeo, Neve e Bar Panopticon. Nel 2019 il grande passo verso
un pubblico più ampio, l’album “4” registrato anche in vinile convince sia la
critica che il pubblico, donando loro maggiore visibilità (per dettagli potete
leggere qui la mia recensione: https://nonsoloprogrock.blogspot.com/2019/10/metronhomme.html
).
La
band oggi è formata da Tommaso Lambertucci (tastiere e synth), Marco Poloni
(chitarra, elettronica), Mirko Galli
(basso) e Andrea Lazzaro Ghezzi (batteria, percussioni).
Il
disco non vuole essere un concept vero e proprio narrante il periodo del lokdown, tuttavia ne trae
parecchi spunti, anche a livello strumentale. I componenti essendo chiusi in
casa sperimentano nuovi modi di suonare, anche con oggettistica (fogli di
carta, bacinelle, posate, specchi etc.) il
tutto dona al lavoro freschezza, curiosità e divertimento.
“Tutto
Il Tempo Del Mondo - 1.òikos” è una vera e propria valvola di sfogo composta da
sette brani ad iniziare dal singolo “Quarantine” del quale potete vedere anche
il video su You Tube così da rendervi conto come il suono della batteria non è
elettronico, bensì dato da oggettistica. Lo strumentale è leggiadro, immerso in
una psichedelia lieve ed orecchiabile. Il suono è minimale, così nella
successiva “Come La Neve”, una delle poche volte in cui i Metronhomme si
cimentano anche in parti vocali. La canzone ha un retrogusto vintage malgrado
il sound moderno, trascinante nella fase finale dello strumentale, dove si ha
la sensazione vera di trovarsi nella morbida neve.
La
sperimentazione ritorna grazie a “… Di Una Moneta Che Cade”, le tastiere ancora
sono le protagoniste così il suono di bolle d’acqua ed altri ancora, l’insieme
fa si di farci sentire come in un paesaggio onirico. Quando le strumentazioni
si aggiungono fuoriesce lo stile della band, quello che ci ha propinato nel
tempo sensazioni forti date da melodie semplici ma ficcanti.
“Supermarket”
invece disarciona il vecchio fans con suoni ricercati anche se lo stile in
realtà non è intaccato. Contagioso il divertimento dei singoli componenti nel
provare ad escogitare soluzioni nuove e suoni, qui mi ricordano i primi
Kraftwerk quando con poche note si divertivano a comporre. Il pianoforte di “Arkè”
riporta l’attenzione sulla melodia minimale e toccante, tutte le canzoni
proposte hanno una durata alquanto limitata, al massimo di cinque minuti il che
rende l’ascolto molto fruibile e veloce, scevro di frangenti di stallo.
Con
“Il Rumore Del Mare” si ha la possibilità di ascoltare il secondo brano cantato
molto vicino alle Orme degli anni ’80. A concludere “la Città Di K.”, pezzo più
lungo e arricchito anche dall’oboe di Mohammed Amir Ibrahim. Lo strumentale è sostanzialmente
in linea con quanto ascoltato nell’ep.
Ancora
una volta i Metronhomme ci fanno ascoltare e vedere con l’orecchio. Immagini si
sovrappongono come in un lento girare di diapositive. Il distanziamento porta
al ricercarsi e al desiderio di contatto umano che sicuramente raggiungerà
livelli più elevati quando si avrà la possibilità di risuonare assieme e nel
mentre guardaci finalmente negli occhi. Intanto possiamo godere di buoni
risultati anche in questa maniera, speriamo tuttavia che questa storia abbia
una durata breve, anche se la vedo dura… Molto dura. MS
lunedì 5 ottobre 2020
Altare Thotemico
ALTARE THOTEMICO – Selfie Ergo Sum
Ma.Ra.Cash Records
Genere: Rock Progressivo
Supporto: cd – 2020
Lo
dico spesso, cambiano i tempi, cambiano le mode così la musica e l’arte in
generale, ma per fortuna c’è sempre chi si sofferma a riflettere, a pensare.
Questa prerogativa è prettamente degli anni ’60 e ’70 quando il Rock resta un
viatico di protesta impetuoso e non un ruscello come quello di oggi. Tuttavia
di band che uniscono il “pensiero” con la “canzone” attualmente ne esistono
ancora, magari meno seguite a causa di una dissimile società da quella vintage.
Oggi l’immagine è più importante dell’essere, l’uomo non risiede più al centro
dell’interesse quindi il fatto di essere tutti uguali porta a creare cose
simili e ad un ascolto meno impegnativo, oltre che più rassicurante per la
massa.
L’immagine…
Perfettamente
incastonato l’argomento da quel poeta che sempre è stato Gianni Venturi (Altare
Thotemico, Moloch, Mantra Informatico), attento e critico microscopio della
società moderna, uomo non rassegnato ed arrabbiato con tutto ciò che disturba
il senso del vivere comune, gli interessi politici, le guerre e tutto quello
che ruota attorno al dio denaro. Nella sua carriera ne ha raccontate di vicende
e ha rappresentato al meglio il suo essere con il progetto Altare Thotemico,
esordito discograficamente nel 2009 con “Altare Thotemico” riconosciuto anche
in campo internazionale dai premi Progawards (terzo nella categoria “Miglior
Debutto”). Il gruppo bolognese negli anni cambia formazione ma resta sempre
attento alla sostanza e meno all’immagine.
L’immagine…
L’autoreferenzialità
è un tassello importante per la società tecnologica, dove tutti si è connessi a
testa bassa avanti ad un apparecchio elettronico per mostrare agli altri cosa
che in effetti non siamo, tanto da non
salutarci neppure per strada. Eppure siamo tutti li dentro, con differenti
maschere, leoni, belli, ritoccati.
L’immagine…
Mi
faccio un bel selfie per dire al mondo che esisto (selfie, ergo sum) e che lo
faccio come dico io perché così voglio apparire. Ecco il nodo societario
increspato ed incastrato nel pettine dell’esistenza, io oggi devo apparire non
essere, mi deresponsabilizzo.
Gli
Altare Thotemico ci immergono in questo percorso suddiviso in nove brani e
rappresentato da un artwork assolutamente eccezionale, che definirei “storico”
per perfetta rappresentanza del
concetto. Il gruppo oggi è formato da Gianni Venturi (voce), Marika Pontegavelli (piano, synth, voce), Agostino
Raimo (chitarra), Giorgio Santisi (basso) e Filippo Lambertucci (batteria), con
Emiliano Vernizzi al sax e Matteo Pontegavelli alla tromba.
“Non In Mio Nome” si apre con un arpeggio di
chitarra ed il solito Venturi efferato, narratore ficcante in questo caso di
guerre da evitare, quelle sul petrolio. Il suono s’irruvidisce con l’ingresso
delle percussioni e di una chitarra distorta, Hard Prog che mostra sin da
subito le capacità balistiche della band. “Senza profitto non c’è conflitto”,
così il primo schiaffo lo abbiamo incassato.
“Game
Over” aumenta il ritmo, giochi elettronici in binario stereo impattano
l’ascolto, mentre Venturi dialoga con Marika Pontegavelli. Le atmosfere sono
grevi, così il ritornello mentre l’amore viene analizzato in un contesto non
banale.
Il
brano più lungo dell’album si intitola “Schopenauer” ed ha una durata superiore
ai nove minuti. Qui il lato progressivo della band è più evidente con cambi di
ritmo e di umore. Il sound va a raschiare il calderone del Prog vintage, la
storia viene amalgamata e riplasmata con la personalità elevata della band. Un
balzo indietro nel tempo che farà la gioia dei fans accaniti del RPI (Rock Progressivo
Italiano). Ritornano anche i vocalizzi sciamani di Venturi, noto appassionato e
ricercatore del suono della voce. Toccante il frangente piano e voce mentre il
pezzo si conclude in stile Area.
Voci
si rincorrono e sovrappongono in “Madre Terra”, dove la creazione viene
analizzata assieme alla nostra beneamata abitazione planetaria. Un analisi
ancora una volta scura, che volge ad esaminare ciò che non funziona nella madre
terra, malgrado ciò l’autore esprime l’amore incondizionato nei suoi confronti,
fra ricordi e sensazioni. “Ologramma Vivo” ospita il sax di Emiliano Vernizzi,
la formula della canzone è strutturata su un crescendo sonoro, Venturi decide
di spostare il sound Thotemico in versanti Metal, questo per rendere ancora più
incisivo il messaggio della sua poesia, la quale alterna ad esso spicchi sonori
acustici e toccanti. Tutti i brani ascoltati sono di elevata caratura tecnico
compositiva, ma “Ologramma Vivo” resta quello che più mi ha colpito, grazie ad
un insieme equilibrato e mai banale.
Per
“Luce Bianca” vale il discorso di “Game Over” mentre la sperimentazione e la
ricerca proseguono imperterriti.
Ma veniamo alla title track “Selfie Ergo Sum”, qui risiede tutto quello che ho
descritto sino ad ora, un sunto delle capacità e delle idee mentre il soggetto
lirico lo abbiamo trattato a sufficienza. Musica per la mente, da ascoltare
senza distrazioni per godere al meglio delle potenzialità.
“Bianco
Orso” è fiabesco, una filastrocca cantilenante apre il movimento che si sviluppa
in doppia vocalità maschile/femminile. Atmosfere antiche, quasi medioevali
avvolgono l’ascolto, ennesimo esempio di ricerca e rispetto del passato.
Il
disco si conclude con “Poesia Crepuscolare”, nomen omen.
Gli
Altare Thotemico realizzano a mio modesto parere il loro migliore album, quello
della maturazione artistica, della maggiore consapevolezza nelle proprie
capacità. La forza del messaggio, l’irruenza e la determinazione necessitano
anche di suoni ruvidi e questi a tratti fuoriescono al momento giusto, per il
resto grande musica, Prog raffinato e vissuto. Gianni Venturi non smette mai di
creare, scrivere ed interpretare, raro esempio di vero artista moderno che
lotta contro i molini a vento di questa società che tenta solo di apparire.
L’immagine…
MS.
sabato 26 settembre 2020
Massimo Dellanilla
MASSIMO DELLANILLA – Sottosopra
Autoproduzione
Genere: Cantautore
Supporto: 2cd – 2020
A
tre anni di distanza da “Aqua”, ritorna il cantautore gabianese Massimo Gabanetti
in arte Massimo Dellanilla con un doppio cd.
Dellanilla
fa parte di quel cantautorato oggi sempre meno rappresentato, uno spaccato
culturale dove si possono attingere rimembranze di De Andrè, Guccini e tutto
ciò che negli anni ’70 ha rappresentato la musica italiana in senso culturale.
La personalità dell’artista è forgiata dalla sua ampia conoscenza in ambito
musicale che spazia dal Blues alla Psichedelia, Rock, Folk e molto altro
ancora.
L’album
proposto si intitola “Sottosopra” ed è suddiviso in due storie comunque
concatenate, il primo disco è “Sotto”, il secondo “Sopra”. Il filo conduttore
che unisce il concept è dettato da due elementi di cui è composto il nostro
pianeta, terra (sotto), aria (sopra). I due sono legati nel mezzo da ciò che la
vita ci propone, ad esempio l’amore in tutte le sfumature. L’autore assieme alla sua chitarra si coadiuva
dell’amico e produttore Davide Chiari proprio come nel precedente “Aqua”.
“Sotto”
si apre con “Nebbia”, uno spaccato in equilibrio fra il Country e il
cantautorato italiano, i testi sono incisivi, descrivono situazioni e immagini
nitide malgrado il titolo. Il ritmo è lento, caldo e avvolgente, fornendo anche
alcune coralità di fondo. Uno squillo di tromba inserisce “Il Sovrano Del Regno
Di Niente”, le atmosfere si offuscano in maniera malinconica, come in alcune
ballate di Fabrizio De Andrè primo periodo. Il ritmo sale con “Falena” pur
mantenendo un velo riflessivo, più decisa “Birichino” dal profumo prettamente
anni ’70 e qui si spalancano le porte della discografia Gucciniana. Di
cantautore in cantautore si possono incontrare anche note di un pentagramma
scritto da Angelo Branduardi, “Son Troppo Felice (E Ne Son Triste)” ed è il più
ricco di strumentazioni, percussioni e tromba annessi. In realtà i nomi che
faccio di noti cantanti sono solo per dare un punto di riferimento nella
lettura, va sottolineato che Massimo Dellanilla ha un suo carattere ben
definito.
“Stazione
Do Est” è impreziosita da cori femminili e lo spaccato descritto nei testi mi
fa tornare alla memoria un altro cantautore poco considerato ma di elevata
caratura, Mauro Pelosi. “Mentre Scivoli Via” fa capolino nel passato
dall’ispanica memoria, soprattutto nel tratto con le trombe, questo prosegue
anche in “Pensieri Neri”.
Uno
dei momenti più interessanti di questo primo cd si intitola “Lucida Follia”,
dove l’autore entra in una fase più introspettiva. Chiude “La Crisi”, canzone
lunga della durata di sette minuti.
“Sopra”
esordisce con un breve intro “La Verità”, un brano che sembra registrato
inizialmente in presa diretta per poi aprirsi con un grande organo e
sorpresa…Una chitarra elettrica. Qui in “Sinfonia Agrodolce” scritta in musica da
Davide Chiari il cantato è narrato, ed in cattedra sale l’amore, in tutte le
sue sfaccettature. Il finale è decisamente Prog ed improvvisato in stile Area.
Si ritorna nei binari con “Prigioniero”, brano analogo a “Nebbia”
nell’incedere. Molto bella “Dimmi Cara”, semplice e diretta con quel velo
vintage che accompagna un ritornello difficile da dimenticare. “Kalispera”
porta l’ascoltatore nelle braccia del vento, “Donna Graziosa” è una coccola
onirica, quasi cosmica mentre “Ho Scalato Una Torre” risulta semplice, una
narrazione di vita su di un ritmo classico. Fra i brani che ho apprezzato di
più c’è “Tutto Cambia”, qui il Dellanilla più introspettivo e riflessivo. Il
finale è in crescendo, con due brani davvero interessanti e di lunga durata,
“Rimanga Tra Di Noi” e “Minuscola Preghiera” che fa il verso alla “Smisurata Preghiera”
di De Andreiana memoria. Il lungo viaggio si conclude e lascia comunque qualche
traccia in noi, perché le canzoni sono tutte davvero molto orecchiabili oltre
che belle. Una attenzione maggiore alla registrazione tuttavia è consigliata, i
suoni non sempre risultano nitidi ed equilibrati.
Confessa
l’artista nella sua pagina facebook che questo lavoro è stato sofferto in
quanto nel tempo impedito da molte vicissitudini avverse, tuttavia la
caparbietà e la voglia di rappresentare la propria anima in musica vince, come
sempre. MS
domenica 20 settembre 2020
Bridgend
BRIDGEND – Rajas
Autoproduzione
Genere:
Psychedelic, Post Rock, Progressive
Supporto: cd- 2020
I
Bridgend si formano nel 2015 da un idea del chitarrista Andrea Zacchia.
Provengono dal centro Italia, una spola fra Bologna e Roma e si completano con Leonardo
Rivola (tastiere), Massimo Bambi (batteria) e Matteo Esposito (basso).
Propongono
Prog Rock prettamente strumentale e con esso tuttavia raccontano concept fra di
loro concatenati. Questo ultimo “Rajas” non è altro che il prequel del
precedente album “Rebis”. Importanti nell’economia del sound gli innesti
psichedelici che danno quel tocco di modernità al sound altrimenti rivolto
verso il Prog anni ’70 e precisamente verso quello di band storiche come
Genesis.
“Rajas”
è composto da sei brani di medio-lunga durata e l’artwork che accompagna il
disco è ad opera di Paolo Di Orazio.
Il
disco si apre con un pianoforte ed una melodia atavica e toccante che lascia
spazio all’ingresso della strumentazione elettrica. La chitarra sin da subito è
protagonista, dotata di buona tecnica mentre le tastiere sono fondamentali sia
per ciò che concerne il tappeto sonoro che per gli arrangiamenti ed i solo sono
il loro forte. Le atmosfere diventano grevi per passare a rilassate con “Appena
Un Respiro”, di base il tutto si regge su di una musicalità orecchiabile e
facile da memorizzare. Non si corre a mille all’ora, bensì si pondera, si
ragiona e si dipinge con le note un quadro che sembra fatto con la tecnica acquerello.
“La
Quiete Generale” rincorre stilemi tracciati da Steven Wilson ma anche dalla
storia del genere che sicuramente rilascia una coda vintage davvero lunga. Non
ci sono cambi repentini di tempo o di umore, bensì si percorre il cammino in
maniera costante senza grandi sobbalzi. Una parola in più per il solo di piano
davvero meritevole per leggiadria. “La Fatica Del Singolo” sembra uscire da un
album delle prime Orme fra ricerca sonora e note sgocciolate. A metà di esso lo
scenario cambia, lasciando spazio ad un godibilissimo solo di basso e ad un
armonia indovinata. “Nocturnale” è uno dei brani più complessi dell’album con
ritmiche spezzate e molte avventure nel pentagramma, una sorta di vetrina per
le capacità balistiche della band.
La
chiusura è nelle mani di “La Luce Ci Divide”, il lato più psichedelico del
gruppo il quale con questo “Rajas” ci ha fatto dono di uno spaccato musicale
davvero piacevole e il ringraziamento da parte mia non è affatto scontato. Di
questi tempi…. MS
Per
i collezionisti dico che esiste anche la versione in vinile acquistabile qui: https://wall.cdclick-europe.com/projects/rajas
sabato 19 settembre 2020
Soul Secret
SOUL
SECRET – Blue Light Cage
Layered
Reality Productions
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2020
La
band napoletana Soul Secret è una realtà nostrana già affermata e rodata.
Quattro album in studio alle spalle tutti in un crescendo qualitativo costante.
“Blue Light Cage” è il quinto tassello della loro discografia, e ancora una
volta con esso dimostrano di essere capaci di ulteriore maturazione. I testi
assumono una valenza sempre più rilevante, trattando temi globali come la vita
lavorativa e le lotte interiori, ma anche argomenti più contemporanei come le
fake news e l'influenza dei mass media sulle persone. Intelligente l’approccio
che ruota attorno alle storie comuni che possono accadere a chiunque, così che
l'ascoltatore può trovare elementi con cui relazionarsi.
Ma
la protagonista indiscussa è la musica, il Metal Progressive, questa volta più vicino alla formula canzone. Ogni
strumento ha una sua personalità ben definita, che nell’insieme apporta ad un
concepimento strutturale conscio dei propri mezzi, la band sa dove andare a
parare ed il risultato è di gradevole fattura.
E
a proposito di strumenti, nella line up si può annotare l’avvicendamento alla
chitarra elettrica da Antonio Vittozzi a Francesco Cavezza, mentre la band è
completata da Claudio Casaburi (basso), Antonio Mocerino (batteria), Luca Di
Gennaro (tastiere) e Lino Di Pietrantonio (voce). Importante per la riuscita
finale del prodotto anche l’ausilio del manager Davide Guidone, il quale prende
parte al processo come supervisore, fornendo alla band alcuni buoni spunti.
“Blue
Light Cage” è composto da nove brani e si presenta in edizione cartonata con
tanto di libretto contenente foto dei musicisti e testi.
Il
viaggio inizia con un brano strumentale dal titolo “Opening Sequence” con il
quale si palesano immediatamente le qualità tecniche in dotazione ai singoli
componenti. Esso è un intro dall’apertura sonora spaziosa, specie durante il
solo di chitarra, mentre la ritmica risulta essere precisa e rodata. Le
tastiere assumono un ruolo importante, il suono si riempie e l’insieme ne trae
vantaggio. Impossibile non trovare punti di congiunzione con i maestri Dream
Theater, così nel brano successivo dal titolo “The Ghost Syndacate” soprattutto
durante l’approccio vocale che nelle coralità a supporto. Qui suona le tastiere
come ospite anche l’ex Dream Theater, Derek Sherinian. Quando il Metal
Progressive si lancia in aperture strumentali diventa un genere impossibile da
non amare e questo vale anche per chi non mastica molto le note distorte.
Ascoltare “ A President’s Speech “ è un piacere, punto d’incontro fra melodia e
tecnica, divertente anche nello spunto jazz. Il suono è pulito, lineare, così
gli arrangiamenti risultano sufficientemente curati, grazie ancora una volta al
lavoro delle tastiere di Luca Di Gennaro. Una piccola giostra di emozioni che
dura sei minuti. Un breve break acustico di due minuti toccanti dal titolo
“Switch On” per ripartire con “la title track “Blue Light Cage”. Il brano è di
classe con il sax affidato a Marek Arnold (Cyril, Flaming Row, Seven Steps To
The Green Door, etc.). Di stampo classico è “We’ll Become Dust”, piccolo
vademecum sul genere.
I
Soul Secret sanno dosare alla perfezione la tecnica con la melodia
orecchiabile, una prerogativa non da tutti. “Going Home” mostra i muscoli, Così
“Jump Right In” che ostenta una band molto
attenta ai particolari. E come spesso accade, dulcis in fundo, “Breath
And Recover” è una suite che sugella un
disco con un carnevale di suoni e di colori, elettronica compresa.
La
qualità è alta, in tutti i settori, un disco che mostra le capacità delle band
italiane nel sapere calarsi in ruoli da protagonisti, questo prodotto è
sicuramente sopra la media di quanto ho potuto ascoltare all’estero riguardo al
genere. Se amate il Metal Progressive non potete ignorare questa piccola perla
sonora, così è consigliato anche a tutti coloro che vogliono approcciarsi per
la prima volta al genere in questione. MS
domenica 13 settembre 2020
E' morto KLAUS BYRON
Addio ad un maestro del giornalismo musicale: KLAUS BYRON
Ci ha lasciati incredibilmente un amico
che è sempre stato vicino a tutti noi, grazie al lavoro e alla musica
proposta. Klaus
Byron nelle sue riviste "metalliche" come il mitico FLASH con cui
ho avuto la fortuna di collaborare, ha contribuito culturalmente ad
accrescere il gusto musicale degli italiani, il tutto sempre con modestia e
professionalità. Ora mi resta davvero difficile trovare parole per ricordare
Klaus e quello che per me ha significato, tuttavia in Facebook mi sono
imbattuto nel ricordo fatto da un altro grande maestro del giornalismo
musicale, Gianni
Della Cioppa ed è qui che mi associo con tutto il cuore, parola per parola. R.I.P.
master!
Di GIANNI DELLA CIOPPA:
venerdì 4 settembre 2020
Marquette
MARQUETTE
– Into The Wild
Progressive
Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Crossover Prog
Support: cd – 2020
La
Germania si dimostra nel tempo una nazione molto attenta al fenomeno Rock, sia
esso spaziale, che elettronico oltre che Progressivo. Una
dedizione ed una cura che ha portato nel tempo a risultati importanti, tanto da
renderla una delle nazioni più influenti in ambito Rock Progressivo. Famoso il
genere Krautrock, punto di riferimento per moltissime altre band al mondo.
Anche oggi sorgono di tanto in tanto nuovi progetti, a volte con componenti
storici di altre band, questo è il caso del progetto Marquette, con il
tastierista, chitarrista e compositore Markus Roth. Esso ha militato in gruppi
come Horizontal Ascension, Force Of Progress, Flaming Bless e Mindmovie. Con
loro ha toccato stili musicali come il Prog melodico, il Metal, il Jazz e la
Fusion, e dal risultato di queste esperienze nasce proprio il gruppo Marquette.
“Into The Wild” è il secondo album dopo l’esordio datato 2015 dal titolo “Human Reparation”. Il nuovo
lavoro composto da otto brani, è ispirato alla vita di Christopher McCandless,
che viaggia attraverso gli Stati Uniti con attrezzature minime e senza soldi,
nel tentativo di diventare un tutt'uno con la natura, ma che invece trova una
tragica morte nel deserto dell'Alaska. Storia e musica si pongono come un
esempio della costante ricerca di se stessi, e della propria identità.
Con
Roth suonano Sebastian Schleicher (chitarra, basso), Reiner Wendland
(chitarra), Dennis Degen (batteria), Maurizio Menendez (voce), Robin Mock (sax)
e Art Lip (tromba).
Atmosfere
oscure accolgono l’ascoltatore in “No Answer”, inizio strumentale del viaggio
basato su un lieve tappeto Metal Prog, un intro deciso e comunque ricco di
cambi di tempo e buoni momenti di chitarra. Esso porta alla prima mini suite
dell’album intitolata “Seven Doors”. Qui si può cogliere molta storia di Prog e
Neo Prog, l’artista mette sul tavolo tutte le carte a sua disposizione, creando
con stile e saggezza frangenti sonori gradevoli oltre che ricercati. Quasi un
quarto d’ora di musica variegata concepita come fosse una colonna di un film.
Nell’economia sonora, ancora le chitarre sono coloro che rendono di più, mentre
le tastiere si accontentano spesso di fare da base su una ritmica buona senza
sbavature. I tasti d’avorio si lanciano solo a tratti in brevi assolo che
lasciano spazio anche al sax di Mock.
Più
allegra “Criminal Kind”, prima canzone cantata rivolta verso il Jazz Prog, qui
il basso disegna buone melodie, un momento funzionale e diretto. Tuttavia la
musica dei Marquette è di certo ricercata, il mix di stili ne è la causa, in
“Alexander Supertramp” ne abbiamo un altro tangibile esempio. Scale di note
vengono sciolinate con veemenza lasciando improvvisamente spazio ad assolo più
pacati e riflessivi, anche se in controtempo. Magia del Prog e chi lo segue mi
ha di certo capito.
Una
voce apre “Sensuality”, altra composizione impregnata sempre di quella nota
malinconica che fa da canovaccio a tutto l’album. La tecnica sale, così la
difficoltà esecutiva a dimostrazione anche di una preparazione ragguardevole
dei singoli musicisti coinvolti. Il brano è in bilico fra Prog e Metal Prog.
“Portait Of Men” si adagia nel pentagramma con leggiadria, altro brano cantato
e comunque più riflessivo del contesto. Il Mellotron fa scorrere sulla pelle
qualche brivido.
Il
monolite delle tastiere resta, ma si aggiungono le chitarre distorte in
“Poisoned Homeland”, altro momento ricercato, mentre l’album si conclude con la
seconda mini suite, la title track di
quasi 20 minuti intitolata appunto “Into The Wild”.
In
effetti il detto dulcis in fundo è proprio indovinato, ben si sposa in questo
contesto mai banale e ricco di sorprese. Musica acustica si alterna a quella
elettrica lasciando nella mente di chi ascolta più di un segno.
I
Marquette sono ritornati con le idee ben chiare, ossia quelle di unire il Metal
Prog al Neo Prog, un innesto che potrebbe sembrare al primo momento
incongruente, ma che invece riesce a dare buoni frutti. Il Crossover Prog è
proprio questo, di certo non digeribile per tutti i puritani del Prog, tuttavia
anche qui risiedono buone idee e melodie. Un album da ascoltare più volte prima
di essere metabolizzato a dovere, e che riesce a dare comunque sincere
soddisfazioni. MS
Melanie Mau & Martin Schnella
MELANIE
MAU & MARTIN SCHNELLA – Through The Decades
Autoproduzione
Genere: Acustic Folk – Prog
Supporto: cd – 2020
Il
periodo di reclusione forzata dovuto al Covid-19 nel lockdown, musicalmente ha
dato comunque alcuni frutti. Molti artisti si sono cimentati in prove
casalinghe più o meno impegnative. Melanie Mau e Martin Schnella sono oramai
conosciuti in ambito Progressive Rock, specialmente grazie al progetto Flaming
Row ed anche loro ne approfittano per registrare il terzo album di cover dopo
“Gray Matters” (2015) e “Pieces To Remember” (2018).
Pure
in questo caso trattasi di un disco acustico, con Melanie alla voce e Martin
Schnella alla chitarra e voce, con loro Mathias Ruck ancora alla voce, Simon
Schroder alle percussioni e Lars Lehmann al basso. Nel disco compaiono anche
special guest, Jens Kommnick (whistle, violoncello), Marek Arnold (sax,
clarinetto) e Jelena Dobric (voce).
L’edizione
è curata, con un libretto contenente spiegazioni, foto e credits dell’ascolto,
il tutto dentro un formato di cartone. L’artwork ed il design è ad opera di
Martin Huch. La durata del disco è estesa, ben settantaquattro minuti di musica
suddivisi in quattordici tracce dove gli artisti in questione vanno a toccare differenti
generi della musica Rock e Metal, rielaborandoli in veste acustica. Davvero
molti i classici che ci aspettano in questo lungo percorso sonoro, ad iniziare
da “Dancing Whit The Moonlit Knight” dei Genesis. Toccare un mostro sacro del
Progressive Rock è davvero da coraggiosi, specie se lo si vuole interpretare in
maniera personale, questo perché il fans del genere è notoriamente geloso dei
suoi credo. Ne scaturisce un brano polifonico, Folk, quasi celtico e questo
mostra una grande personalità del gruppo. Per chi vi scrive, il bello risiede
proprio qui, il coraggio di rendere un brano proprio è encomiabile, specie se
il risultato è gradevole e sorprendente. Dopo questo inizio coraggioso è la
volta di “Running Up That Hill” di Kate Bush, canzone delicata già del suo
grazie soprattutto alla classe immensa dell’artista e qui brava è Melanie a scegliere
di non farle il verso, bensì di interpretarla con ben altra personalità.
Vigorosa nel ritornello e nell’incedere centrale, la canzone trasporta
l’ascoltatore con enfasi.
Il
Folk si sposa alla perfezione con il brano “Poesie Im Sand” della band
islandese Árstíðir, brano che potrebbe
benissimo risiedere nella discografia dei Capercallie. Viene preso in
considerazione anche l’Heavy Metal, ovviamente non nelle sonorità delle
chitarre elettriche distorte, bensì nei suoi lati più tenui e folcloristici, i
Blind Guardian hanno lasciato piccole perle acustiche al riguardo, qui viene
presa in analisi “Harvest Of Sorrow”. La voce di Melanie ben si adatta a tutti
gli stili con efficacia.
Bene
eseguito il brano “Miracles Out Of Nowhere” dei Kansas, con Martn Schnella in
grande spolvero alla chitarra e ancora una volta funziona il gioco polifonico
delle voci. Un altro classico del Rock è “Don’t Stop Me Now” dei Queen, brano
gioioso, aperto, ricco di voci qui ottimamente interpretato nell’insieme e sottolineo
anche la difficoltà del pezzo solo
apparentemente adagiato nel mondo della “canzoncina”. Solido e importante.
Esiste
un nuovo supergruppo nel mondo del Progressive Rock moderno, esso si chiama
Flying Colors, con un Neal Morse (ex Spock’s Beard) molto ispirato, Melanie
& Martin ne omaggiano una delle canzoni più interessanti ed orecchiabili,
“Kayla”. Un altro artista importante per la causa Rock è Peter Gabriel (ex
Genesis), qui trattato con il brano “In Your Eyes”, impreziosito dal sax, in un
momento molto pacato e riflessivo. Musica per la mente.
Restando
nel mondo magico e dotto del Progressive Rock, ci si imbatte anche con i
maestri del “complicato” i grandi Yes che molto hanno dato alla causa
specialmente negli anni ’70. Non a caso il gruppo interpreta un loro classico,
quel “And You And I” che va a ripetere quanto da me detto inizialmente nei
confronti di “Dancing Whit The Moonlit Knight”. A seguire “Dark Water” (Agent Fresco), “Reason” (Pain
Of Salvation), “Creeping Death” (Metallica), “I Am Above” (In Flames) e “Als
Ich Fortging” (Karussel). Una parola in più per il brano dei
Metallica, davvero arrangiato in maniera impeccabile, specialmente nella
ritmica, stravolto ma rispettato nell’essenza. Spero che gli artisti originali
abbiano ascoltato questo risultato.
Anche
in questo caso “Through The Decades” è una prova di rispetto e di personalità,
cover si ma con classe, perché qui gli artisti in questione ne hanno da
vendere. Questo disco è consigliato non soltanto agli amanti dei gruppi
trattati, ma anche a tutti coloro che amano le melodie semplici. MS
http://gray-matters.de/produkte/melanie-mau-martin-schnella-through-the-decades
lunedì 17 agosto 2020
Oteme
OTEME – Un Saluto Alle Nuvole
Ma.Ra.Cash Records
Genere: RIO
Supporto: cd – 2020
La
musica ci racconta storie, spesso diventa il mezzo per distribuire i racconti
amplificandone le sensazioni, interviene
dove le parole singole non riescono sempre allo scopo.
L’accoppiata
voce e musica porta a grandi risultati, ascoltare un disco equivale a vedere un
film. Gli Oteme di Stefano Giannotti (voce, chitarra), sempre hanno usato la
musica come amplificatore di sensazioni, sperimentando e unendo melodia a
ricercatezza. Si sono sempre rivolti ad un pubblico attento, amante della
musica senza distrazioni e neppure distinzioni, raggiungendo il traguardo di
quattro dischi in studio, compreso questo nuovo dal titolo “Un Saluto Dalle
Nuvole”.
Nel
2012 Giannotti gira un documentario sull’Hospice di San Cataldo (Lucca), luogo
dove i malati terminali vengono sottoposti a cure palliative per il loro ultimo
viaggio. Il video originale si intitola appunto “Un Saluto Alle Nuvole” dove
infermieri, dottori e parenti dei malati rispondono alle domande sulla morte,
la felicità e la memoria. Da qui l’idea di riprendere le risposte e spingerle
ulteriormente con la musica, proprio come dicevo in precedenza. Esse assumono
una potenza maggiore, le riflessioni diventano veri e propri materiali poetici.
Per l’occasione gli Oteme si estendono da sei elementi a tredici.
Il
libretto di sedici pagine che è contenuto nell’edizione cartonata del disco è
curatissimo, ed è ad opera di Stefano Giannotti con la grafica di Tommaso
Tregnaghi e le foto di Giannotti, Christian Mazzoncini e Claudio Bianchi. In
esso tutte le descrizioni dei testi brano per brano, traduzione in inglese, chi
ci suona e le tempistiche.
Dieci
le canzoni e gli Oteme sono qui formati da Irene Benedetti (voce, flauto),
Valeria Marzocchi (voce, flauto), Elia Bianucci (clarinetto), Lorenzo Del
Pecchia (piccolo clarinetto), Stefano Giannotti (voce chitarre), Emanuela Lari
(voce, piano, Harpsichord, synth), Valentina Cinquini (arpa, voce), Vittorio
Fioramonti (voce, basso), Riccardo Ienna (batteria), Edgar Gomez e Gabriele
Stefani (voce), con gli special guest Blaine L. Reininger (violino) e Antonio
Caggiano (vibrafono).
Molte
persone hanno avuto una esistenza
complicata, fatta di sacrifici fra povertà e stenti, questa è una delle tante storie
che vengono raccontate all’Hospice e “Chiudere Quella Porta” raccoglie questa testimonianza
rappresentandola in musica. Coralità femminili e voce maschile si incrociano in
una struttura libera da restrizioni e regole, quasi in un contesto camerale.
Più strumenti differenti, più voci.
“E
c’è Qualcuno” è acustica, grazie all’arpeggio della chitarra classica e si
avvicina alla formula canzone, bello il frangente con i fiati. Ogni brano si
apre con uno scorcio dell’intervista, “Un Ricordo Bello” parla
dell’arricchimento individuale che ottiene la persona che opera nell’Hospice
stando a contatto con queste persone. Rapporto umano che si interscambia in un
dare e ricevere. La musica torna ad essere ricercata, quasi voce stessa delle
tonalità in una sorta di lallazione. Il canto di uccelli finale trasmette
serenità.
“Dieci
Giorni”, conto alla rovescia inevitabile per la fine della travagliata
esistenza, è un passaggio sonoro cadenzato da un insistente conto alla rovescia
in lingua inglese su di un incedere ritmico pachidermico. L’arrivo della voce
di Valeria Marzocchi assieme a quella di Giannotti riporta ad un certo ordine
concettuale. Giunge a questo punto un momento strumentale intitolato “Gli
Angeli Di San Cataldo”, sul libro dell’Hospice “Angeli” è il nome dato al
personale infermieristico dal familiare di un paziente li deceduto. Dissonanze
ed incontri strumentali rendono il brano cinematografico, una colonna sonora
delle sensazioni.
In
“Quando La Sera” ancora incontro di voci e strumenti, una vera e propria
staffetta fra parole e musica, quest’ultima si adegua alla voce e non
viceversa. Il brano “Turni” come ben dice il titolo spiega l’operato degli
addetti ai lavori ed è il brano più lungo dell’album grazie ai dodici minuti di
durata. Ancora chitarra acustica e voce in “Una Mamma Disperata” per poi
sfociare nella ricerca sonora, DNA degli Oteme.
Una
scappata nel mondo del Jazz con la strumentale “Per I Giorni A Venire” e così
l’album si chiude con la breve “Un Saluto Alle Nuvole”, il frangente più soave
dell’intero lavoro.
Come
ben sappiamo gli Oteme amano ricercare, usare la musica come una voce, uscire
in qualche modo dal coro regalando sensazioni differenti. Il pubblico più
esigente della musica troverà in loro una fonte di refrigerio, altri magari
rimarranno perplessi, ma proprio questo è il vero significato e scopo della
musica: emozionare. MS
martedì 11 agosto 2020
Røsenkreütz
RØSENKREÜTZ - Divide Et Impera
Andromeda Relix / Opal Arts
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020
Dai
tempi dell’antica Roma si sa che “Divide Et Impera” (dividi e comanda) è un
detto su cui un tiranno può fare ciecamente affidamento. Quando un popolo è
diviso, distratto dalle rivalità interne e dalle discordie, il governatore può
dormire sonni tranquilli e fare ciò che meglio crede. Oggi nel 2020 ancora
questo detto non è intaccato da un filo di ruggine.
Lo
sa bene anche Fabio Serra, autore del gruppo Røsenkreütz. Inizialmente nato
come progetto solista, oggi si avvale di musicisti come Massimo Piubelli
(voce), Gianni Sabbioni (basso), Gianni Brunelli (batteria), Carlo Soliman
(tastiere) e Eva Impellizzeri (viola, tastiere, cori), mentre Fabio Serra ne è
chitarrista, tastierista, bassista e cantante.
Il
tema del concept è quindi il controllo nel senso più ampio del termine, otto
canzoni nel quale esso viene osservato, studiato, raccontato.
“Divide
Et Impera” giunge dopo sei anni dall’esordio di “Back To The Star”, edito
sempre dall’Andromeda Relix. La musica è ancora una volta rivolta al Crossover
Prog, fra classico e moderno. Lo scatto di Christophe Dessaigne è la copertina
dell’album presentato in edizione cartonata con un ricco libretto di venti
facciate, impreziosito dalla grafica suggestiva delle immagini di Lara Zanardi.
Ciò
che si nota sin dal primo ascolto di “Freefall, brano che apre l’album, è
l’ottima qualità sonora. Il sound può ricondurre a quello dei Kaipa con una
lieve tendenza verso il Neo Prog. Molto orecchiabile e bene eseguito. Le
tastiere mettono gioia, così il ritmo spezzato mentre la chitarra elettrica ci
regala un buon assolo.
“Imaginary
Friend” può risedere anche nella discografia dei primi Spock’s Beard con
innesti anni ‘80, non a caso siamo nel Crossover Prog. La viola di Eva
Impellizzeri dona un tocco di classicità che non guasta, ma quello che
nuovamente colpisce l’ascolto è la melodia orecchiabile, di sicuro alla fine
dell’ascolto qualcosa in testa rimane. Massimo Piubelli (anche Methodica) al
microfono se la cava ottimamente, con professionalità. Dopo tanto ritmo un
momento riflessivo coglie l’ascoltatore in “The Candle In The Glass”, una
ballata con la chitarra tirata in modalità primi Porcupine Tree.
“I
Know I Know” fa un balzo indietro nel tempo, andando a rovistare nella
Psichedelia Hard Rock degli anni ’70 mentre “Aurelia” è una dolce ballata molto
sentita e di carattere, come ad esempio certi Queensryche hanno saputo
raccontare. “True Lise” è il brano più breve del disco con i suoi quasi sei
minuti, composizione che nel ritornello ha molto dei Toto. “Sorry And…” cela
fra le note tanta storia, ma il brano che più colpisce per coralità di suoni e
di stili è il conclusivo “The Collector”, una mini suite di 15 minuti che sa
come intrattenere, fra suoni elettrici, Nero Prog stile Arena, melodie
accalappianti e personalità.
I
Røsenkreütz hanno fatto un grande passo in avanti rispetto il buon esordio,
Fabio Serra si dimostra ottimo compositore oltre che un polistrumentista
preparato. Il Prog è trattato con i guanti, così l’Hard Rock e tutto ciò di cui ho narrato. Un insieme che
lascia appagati al termine dell’ascolto, un altro pregio consiste nella
scorrevolezza dell’insieme, mai un momento di calo, l’attenzione è sempre alta.
Un disco che può piacere a molti di coloro che amano le buone melodie senza
limitazioni di stili. “Divide Et Impera” è in definitiva un disco onesto e
professionale che anche molti dall’estero potrebbero invidiarci. MS
lunedì 10 agosto 2020
In-Side
IN-SIDE
– Life
Andromeda
Relix – Snooky Records
Genere: AOR
Supporto: cd – 2020
La
mia non più giovane età, mi porta a ricordare gli anni ’80 con estrema
precisione, avendoli vissuti con consapevolezza. Si, la Discomusic è al centro
dell’attenzione dal 1978 con “La Febbre Del Sabato Sera”, il Punk esplode, la
New Wave è il genere più in voga, ma nello stesso tempo si forma la NWOBHM (New
Wave Or British Heavy Metal), che verrà in poco tempo abbreviata in Heavy
Metal. Questa nuova generazione di capelloni si differenzia da quella degli
anni ’70 per la musica ascoltata, un suono nuovo misto fra Punk e Hard Rock,
sulle ali del successo di band come Saxon, Iron Maiden, Motorhead e così di moltissime
altre. Un suono potente, quasi un frastuono per le orecchie degli ascoltatori
anni ’80, così tanto che i giornalisti dell’epoca sentenziano drasticamente in
una breve vita del genere proprio a causa di questo estremismo sonoro. Mai
profezia fu più sbagliata di questa, paragonabile alla classica “Fine del
mondo”, mille volte annunciata e mai avvenuta dei Maja. Il genere è arrivato
sino ai giorni nostri più in salute che mai, addirittura si è fatto portavoce
di sperimentazione e nuovi innesti, paradossalmente più del Progressive Rock
stesso, per antonomasia il coraggioso e colto genere della storia del Rock.
Dunque nel tempo il Metal si evolve e si dirama. Negli anni ’80 parte il Power,
il Thrash, e poi a seguire il Death, il Doom, il Black etc. ma anche una
corrente decisamente più orecchiabile e gustosa, dotata di grande tecnica
strumentale e di ottime voci, prima del Progressive Metal, essa si chiama AOR (album-oriented
radio). I gruppi più famosi che lo rappresentano sono Toto, Journey, Alan
Parson Project, Gotthard, Asia, Europe, Survivor etc etc
Un
Metal orecchiabile, radiofonico, con pezzi da cantare a squarciagola, tastiere
e voci limpide, ebbene l’AOR non senza fatica dettata da alti e bassi nel corso
degli anni, giunge sino ai nostri giorni ed anche in Italia con grande dignità.
Molte le band nostrane che si cimentano in questo stile, una di queste si
chiama In-Side.
Si
formano nel 2017 a Torino, da un idea del tastierista e compositore Saal
Richmond (Salvatore Giacomoantonio). L’album d’esordio risale al 2017 e porta
il titolo di “Out-Side” sempre per l’etichetta Andromeda Relix.
In
“Life assieme a Saal suonano Abramo De Cillis (chitarra), Beppe Jago Careddu
(voce), Gianni Cuccureddu (basso) e Marzio Francone (batteria e sound
engineering). L’album è formato da otto canzoni tutte di media-lunga durata, stabilizzata
mediamente sui cinque minuti a brano, un concept che tratta avvenimenti di vita
quotidiana.
Il
percorso è netto a partire dalla title track “Life” aperta da tastiere in stile
Europe, un tuffo immediato negli anni ’80 dal quale non si riemerge più sino
alla fine dell’ascolto. Tuttavia si possono riscontrare anche altri stili, come
ad esempio il Pomp Rock e quello più ricercato di Alan Parson. Ma ritornando al
brano, il ritornello non può che essere una vetrina sia per la bellissima voce
di Jago che della capacità di Saal nel comporre canzoni fortemente dall’ampio
respiro. La band è tecnicamente preparatissima, non solo le tastiere sono a
dimostrazione, ma anche una ritmica perfetta e rodata, mentre i solo di
chitarra sono ficcanti al punto giusto. “Trapped In A Memory” è una passeggia
nel Rock con un mid tempo ruffiano e accalappiante.
In
“I Remember” i Toto sono molto presenti ma è a questo punto inutile cercare di
accostare gli In-Side a band maestre, chiaro è che lo stile non esige
deragliamenti. Enfasi in “No Hell”, anche tratti nostalgici che donano fascino
all’insieme. La qualità sonora a cura del batterista Marzio Francone è
eccellente, un piacere anche nel 2020 ascoltare musica con un buon stereo
(Pioneer SA610) ed una pulizia sonora che distingue bene gli strumenti rendendo
l’ascolto quasi tridimensionale. La ballata “Save Your Mind” è canonica, così “Made
Of Stars” che si aggira nell’FM Rock. Il Rock viene nuovamente pompato dalle
tastiere in “Test My Love”, brano molto radiofonico, altra vetrina dei tempi
passati su cui specchiare l’anima. Il disco viene concluso da “Eyes Don’t Lie”,
frangente più lungo dell’intero album (quasi sette minuti) dove tutte le
caratteristiche narrate sino ad ora si palesano in maniera professionale e
godibilissima.
Gli
arrangiamenti sono un altro pezzo forte delle qualità della band che gode nel
risiedere in questo limbo sonoro così caro non soltanto a chi come me ha
vissuto gli anni ’80 con consapevolezza, ma anche a chi fa del Rock uno stile
di vita con classe. Un disco fresco da mandare giù tutto di un colpo per
sentirsi sazi e rinfrescati. MS
domenica 9 agosto 2020
Logos
LOGOS – Sadako E Le Mille Gru Di
CartaAndromeda
Relix – Pick Up records
Genere:
Progressive Rock
Supporto: cd – 2020
Chi
segue con attenzione il Rock Progressivo Italiano (RPI) probabilmente conosce il nome Logos. I
veronesi si formano nel 1996 suonando inizialmente cover di band quali Banco
Del Mutuo Soccorso ed Orme in primis. Ma la qualità compositiva della band ben
presto trova luce e spazio nell’album d’esordio “Logos” del 1999. Inizia la
carriera della band, sempre rispettosa dei suoni curati e raffinati del Progressive
Rock. Segue nel 2001 “Arsava”, altro album autoprodotto che porta il gruppo
all’attenzione dell’Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa, la quale produce
nel 2014 il loro terzo album intitolato “L’Enigma Della Vita”, ottimamente
recensito dalla critica e ben accolto dal pubblico. Passo dopo passo, disco
dopo disco, i Logos maturano e portano avanti nel tempo il credo sonoro. Ad
oggi sono formati da Luca Zerman (voce, tastiere), Fabio Gaspari (voce, basso,
chitarra, mandolino), Claudio Antolini (piano, tastiere) e Alessandro
Perbellini (batteria).
Il
cantato è in lingua italiana e racconta la storia triste di Sadako Sasaki,
bambina di Hiroshima che all’età di due anni durante la seconda guerra
mondiale, vede esplodere la bomba atomica nella sua città. 6 agosto 1945, ore
8:14 e 45 secondi del mattino. Riesce a salvarsi, ma ad 11 anni, dopo una
competizione sportiva, è colta da malore. La sentenza dell’ospedale è spietata:
leucemia. Ma Sadako non si arrende, conosce una leggenda giapponese che narra
“Chi piegherà mille gru con la tecnica degli origami, vedrà i propri desideri
esauditi”. La giovane inizia a piegare, ma purtroppo si fermerà a 644. Questo
simbolo di pace verrà portato a conclusione dai suoi amici e da tutti coloro
che sono rimasti colpiti dalla sua storia.
L’artwork
che accompagna il concept è a cura dei Logos stessi e di Claudio Antolini,
esso racchiude le immagini delle opere
di Marica Fasoli e le foto di Jim Kleeman, Alberto e Nicolò Gaspari e Andrea.
All’interno anche la spiegazione degli origami e delle loro tecniche oltre che
ovviamente i testi delle canzoni.
Nella
musica si avvalgono dell’ausilio di special guest, qui famosi nell’ambito come
Elisa Montaldo (voce in “Il Sarto”), Massimo Maoli (chitarra in “Sadako E Le
Mille Gru Di Carta”), Simone Chiampan (batteria in “Il Sarto”) e Federico
Zoccatelli (sax in “Paesaggi D’Insonnia”).
Lo
strumentale “Origami In SOL-“ apre l’album con tastiere in evidenza, il sound è
di per se Prog al 100%, ampio, enfatico ed orecchiabile, un mix fra passato e
presente che sicuramente è la gioia degli estimatori. Esso conduce a “Paesaggi
D’Insonnia”, supportato da una ritmica importante come un certo Banco Del Mutuo
Soccorso esprime nei momenti strumentali in opere come “Darwin” o “BMS”. E poi
giunge l’apertura tastieristica che ci catapulta nel mondo di PFM, New Trolls,
Orme, in parole povere la storia è raccontata e tramandata. Undici minuti di
grande musica, elegante, dinamica e ben arrangiata.
I
Logos preferiscono esibirsi in brani lunghi, dieci minuti è la durata di “Un
Lieto Inquietarsi”, fuga strumentale in partenza e musica per la mente a
seguire. Il più breve ha la durata di sei minuti e richiama il sound dei Procol
Harum, una dolce canzone impreziosita dalla voce di Elisa Montaldo intitolata
“Il Sarto”. Il canto che si incrocia fra l’uomo e la donna ha sempre il suo
grande fascino, la riuscita è assicurata.
Altra
mini suite è “Zaini Di Elio”, un fantastico racconto sonoro. “Gonfiarsi di
odori e di colori affondando le dita nel bordo dei cieli”, le parole narrano
alla perfezione le sensazioni provate all’ascolto, una musica ampia, senza
tempo che è incastonata nel dna del Prog.
In
conclusione la vera suite, il brano portante, ossia “Sadako E Le Mille Gru Di
Carta”. Quasi ventidue minuti di grande
musica. La tristezza dell’argomento “morte” esalta ancora maggiormente
l’ascolto di note che spesso già da sole hanno la capacità di farci scorrere
una lacrima sulla guancia il tutto fra nostalgia sonora e brividi.
I
Logos hanno avuto il coraggio di trattare un concept forte, lo hanno fatto con
rispetto ed amore, riportando in terra Sadako, una bambina come tante che per
la stupidità umana non è potuta diventare donna. Anch’io alla fine del disco ho
provato a fare una gru di carta, perdonami Sadako, non sono stato bravo, non ho
grande manualità, ma voglio mettere questo risultato fra i miei dischi vicino a
i Logos così anche tu, come la musica, resterai per sempre nel mio cuore. MS
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